DAL GIARDINO DEI GIUSTI E DELLE GIUSTE IN OGNI SCUOLA AL VIALE DELLE GIUSTE Idee che ispirano altre idee

Nel settembre 2015 veniva lanciato a Catania, dalla sezione locale di Toponomastica femminile, un progetto intitolato “Un giardino delle Giuste e dei Giusti in ogni scuola”, che riceveva il patrocinio del Comune di Lampedusa e della sezione catanese di Fnism (Federazione Nazionale Insegnanti).
Il progetto, ispirato al Giardino dei Giusti tra le Nazioni, creato nel 1960 presso il Museo Yad Vashem di Gerusalemme, si proponeva di valorizzare il contributo offerto dalle donne per la costruzione di un mondo di pace, equità e giustizia e “promuovere l’idea della condivisione, femminile e maschile, delle battaglie e dell’impegno contro ogni forma di violenza, sopraffazione, discriminazione, guerra”. A questo scopo, si invitavano le scolaresche a individuare e proporre i nomi di una persona Giusta e di piantare un albero, in suo ricordo, nel giardino della scuola.
La bella iniziativa siciliana è piaciuta al gruppo francese “Osez le féminisme”, e dopo essere stata esportata a Parigi, è rimbalzata, modificandosi, nel Nord Italia, e anche nel Centro della Penisola, esempio di collaborazione e di comune sentire in tutto il Paese, e in tutta Europa. Comune sentire che avvicina e unisce, a dispetto dei pregiudizi che tendono invece a disgregare e allontanare.
Ecco come è andata.
Nel settembre del 2015 Toponomastica femminile teneva il suo quarto convegno nazionale, dal titolo Lavoratrici in piazza, presso la Libera Università di Alcatraz, in Umbria (a suo tempo, se n’è data notizia in questa rubrica) e in quell’occasione veniva invitata ai lavori anche l’Associazione parigina che mandava due sue rappresentanti; queste, in seguito a una visita a Catania, accoglievano poi il progetto “Un giardino dei Giusti e delle Giuste ”.  
Non solo, ma nel numeroso gruppo delle insegnanti lodigiane presenti al Convegno umbro nasceva il proposito di condurre le loro classi, per uno stage di alternanza scuola- lavoro, proprio ad Alcatraz, luogo che si era dimostrato così adatto alla comunicazione. L’idea poi si concretizzava in una riuscitissima esperienza con la III A del Liceo di Scienze umane “Maffeo Vegio” di Lodi, in collaborazione con Toponomastica femminile. Momento forte e centrale di questa esperienza era la costruzione del progetto “Viale delle Giuste”.
Lo scorso 26 aprile, il progetto è stato presentato da una delegazione della stessa classe a Roma, presso l’Università Roma 3, nell’ambito del  concorso “Sulle vie della parità” di Tf e Fnism, e poi messo a punto in un bando di concorso indetto da Toponomastica femminile e dalla Libera Università di Alcatraz, indirizzato alle scuole di ogni ordine e grado. Ogni scolaresca o gruppo di studenti dovrà individuare cinque nomi di donne non più viventi che possano essere considerate Giuste “sia per le loro attività volte alla salvezza di singole persone oggetto di persecuzione e di discriminazione, sia per la loro lotta e denuncia dei soprusi e delle ingiustizie, in difesa di un ideale superiore di dignità e umanità”. I nomi dovranno essere corredati da un testo che illustri l’opera della persona scelta e i motivi per cui viene ritenuta degna del titolo di Giusta. Tra i nomi proposti se ne selezioneranno quaranta e in onore di queste quaranta donne saranno erette altrettante sculture commemorative che, nella tenuta di Alcatraz, costeggeranno il Viale delle Giuste.
Ecco come le idee sbocciano e diventano progetti che, nell’incontro con altri fermenti, producono altre idee e altri progetti. Ma c’è bisogno dell’incontro di persone, di pensieri, di volontà. Di buone volontà.
 

 

 

LORETTA, CI PREMIANO!

Qualche tempo fa Facebook mi notificava un messaggio della fondatrice e referente nazionale di Toponomastica femminile, che riportava proprio queste tre parole in lettere maiuscole. Non ne capivo subito il senso. Ma poco dopo, attraverso lo stesso social network, venivo a sapere che a fine marzo Maria Pia Ercolini, insieme al suo gruppo, avrebbe ricevuto il premio “Donne che ce l’hanno fatta”, a Milano, nella sede della Regione Lombardia, in occasione del Convegno mondiale delle donne latinoamericane. Isa Maggi, fondatrice di “Stati generali delle donne” e ideatrice del Premio, ha scritto nel comunicato stampa che si tratta di “un importante riconoscimento a donne intraprendenti, decise, piene di iniziativa, che hanno rotto il tetto di cristallo, stanno resistendo e ce l’hanno fatta a sopravvivere alla crisi e a raggiungere posizioni apicali nelle loro carriere.

Ci vuole coraggio a prendere in mano la propria biografia. Donne che ce l’hanno fatta raccontano le loro esperienze professionali e di vita, in un confronto di generazioni. Racconti diversi ma con un filo comune: il credere in se stesse, l’entusiasmo a continuare, l’apprendimento continuo per rimettere in gioco non solo il proprio sapere, ma anche la propria vita. Il Premio è una iniziativa di Sportello Donna in collaborazione con Fondazione Gaia, avviato per la prima volta presso l’ Università di Pavia il 4 marzo 2014.”

Sono stata a Milano, mercoledì 31 marzo, per affiancare Maria Pia in questo evento importante per lei e per tutte le persone che collaborano al suo progetto. Una cerimonia che ha visto anche momenti di autentica commozione, e ha permesso a chi era presente di cogliere lo spessore e l’intensità umana di donne, italiane e latinoamericane, provenienti da ambienti diversi, che hanno alle spalle storie diverse, ma in comune una chiara volontà di perseguire e realizzare gli obiettivi in cui credono.

Una giornata significativa per tutto il gruppo di Toponomastica femminile, per il riconoscimento della quantità e qualità del lavoro svolto in poco più di quattro anni: il censimento toponomastico di tutti i Comuni italiani, quattro convegni nazionali, decine di mostre fotografiche allestite in tutta Italia, una presenza costante sulla stampa soprattutto on line ma anche cartacea (tante ormai sono le nostre “voci”), un’intensa collaborazione con le /gli insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado, ricerche storiche per ritrovare biografie dimenticate, rapporti allacciati con donne che operano nelle istituzioni e in altre associazioni per arricchire la toponomastica delle città italiane di intitolazioni a letterate,  pedagogiste, educatrici, pittrici, scultrici, musiciste, cantanti, attrici, politiche, patriote risorgimentali, attiviste femministe, partigiane, storiche, ambientaliste, mediche, ricercatrici, filosofe, scienziate, filantrope, teologhe, imprenditrici, lavoratrici e altro ancora…

È veramente grande la mole di lavoro che il gruppo ha alle spalle, ma anche quella che ancora trova davanti a sé, perché enorme è il compito di riscoprire le tracce dimenticate dell’azione femminile nella storia del nostro Paese e di rimuovere gli stereotipi che ne hanno reso possibile, e ancora operano per renderne possibile la cancellazione. Stereotipi che vogliono le donne occupate prima di tutto, quando non esclusivamente, nella funzione di mogli e madri, e che tendono a trascurarne la presenza, che invece c’è e c’è stata, in ruoli diversi da quello di “angelo del focolare” o di “riposo del guerriero”, talora con la connivenza, più o meno consapevole, ma spesso ambiguamente masochistica e rancorosa, delle donne stesse.

E allora buon lavoro, Maria Pia Ercolini, e buon lavoro a tutte le volontarie e a tutti i volontari di Toponomastica femminile. La nostra opera, che mira a liberare donne e uomini dai ruoli imposti e precostituiti che ci incatenano tutte e tutti, va nella direzione giusta.

 
 

 

 

Pesce d'Aprile?

No, non era un pesce d’aprile, la notizia è proprio vera.

In seguito a una “riorganizzazione” interna all’Istat, Linda Laura Sabbadini, direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali, dal 16 aprile sarà privata del suo incarico perché l’organismo che dirigeva è stato soppresso.

Linda Laura Sabbadini, romana, 60 anni, è la pioniera delle statistiche sociali in Italia, tanto da essere nominata commendatore della Repubblica dal Presidente Ciampi nel 2006. Il dipartimento da lei guidato con passione e competenza ha fornito statistiche significative sulla condizione delle donne in Italia e sulla violenza di genere, ma anche dati sulla qualità della vita di anziani, immigrati, disabili, omosessuali, senzatetto. “Nostra signora dei numeri”, così è stata chiamata questa studiosa di fama internazionale, si è prefissa lo scopo di “rendere visibili gli invisibili” ed è stata autrice di rapporti come il BES (Benessere equo e sostenibile), in cui il progresso della società è stato considerato dal punto di vista non solo economico, ma anche sociale e ambientale, e corredato da misure di disuguaglianza e di sostenibilità.

Il fatto che una persona così competente non solo non abbia visto un avanzamento di carriera, ma addirittura, con la scusa della “riorganizzazione”, sia stata declassata , spiega la rivolta che da due giorni si sta verificando sui social network e la protesta, sulla stampa nazionale, di scrittrici, di giornaliste e giornalisti, di personaggi del mondo sindacale e politico, da Mara Carfagna a Valeria Fedeli vicepresidente del Senato: l’indignazione, per una volta, è bipartisan.

La petizione lanciata da Laura Onofri di Se non ora quando? Torino in 48 ore ha quasi raggiunto 2000 firme, e siamo solo agli inizi… C’è chi vorrebbe le dimissioni di Giorgio Alleva, attuale presidente dell’ISTAT, c’è chi ricorda che quando fu nominato , nel 2014, ben 43 economisti di fama scrissero una lettera aperta per contestarne la nomina, non ritenendolo all’altezza del compito.
L’Associazione Toponomastica femminile, insieme alla Casa delle Donne di Milano e la Libera Università delle donne di Milano ha fatto uscire in proposito il comunicato seguente:
Comunicato condiviso
Abbiamo letto oggi che l’ISTAT sopprime il Dipartimento di Statistiche sociali e di genere diretto da Linda Laura Sabbadini.
Poiché riteniamo che questo annullerebbe un lavoro di rilievo che ha avuto il merito di portare alla luce dati relativi alla persistenza di molteplici gap di genere, alle discriminazioni sul lavoro, alle dimensioni della violenza di genere, alle mutazioni dei modelli e delle relazioni familiari,
Chiediamo che il suddetto Dipartimento non solo non venga smantellato o accorpato, ma piuttosto potenziato e che sia rafforzata la sua capacità di comprendere e divulgare le analisi sui processi sociali in atto. Associazione Toponomastica femminile
Sono sicura che i lettori di Bradipodiario condividono questa posizione e che vorranno firmare la petizione per il reintegro di Linda Laura Sabbadini nelle sue funzioni.
 
 

DA UN’AZIONE “CORSARA” A UNA PETIZIONE PER LA PARITA’

Dalla scorsa settimana i lettori e le lettrici più attente avranno notato, nella colonna “Sapete che…” la notizia di una petizione che riguarda la toponomastica torinese.
È stata lanciata due settimane fa da M.A.I.S, una grossa Ong che lavora soprattutto in Africa e America Latina in difesa dei diritti delle persone svantaggiate, in particolare donne e minori, ma di recente ha deciso di allargare la propria sfera di attività anche a favore delle pari opportunità di genere.
A Torino la sede di M.A.I.S. è in via Saluzzo 23.
Le responsabili di via Saluzzo si erano messe in contatto con Toponomastica femminile piemontese e quindi con la sottoscritta, invitandola per il 25 novembre scorso a un’azione dimostrativa con la quale la Ong voleva esordire in città sul tema della parità nella toponomastica. Agli… arresti domiciliari per un forte raffreddore, ci avevo rinunciato, ma il giorno seguente mi aveva fatto piacere vedere che la stampa non si era fatta scappare la notizia.
Di cosa si trattava? Di un’azione corsara, ma alla luce del sole e rivendicata, sulla scia di quella condotta a Parigi dalle ragazze di “Oser le féminisme”. Qui è un giovanotto barbuto  ad attaccare, a fianco delle targhe in marmo dedicate a uomini illustri,  dei cartelli di carta con una intitolazione alternativa.
Scelta a caso? Niente affatto, perché in via Palazzo di Città si suggeriva il nome di Magnani Noya, prima sindaca di Torino alla fine degli anni ‘80, mentre al posto di Luigi Lagrange c’era Ada Lovelace, che oltre a essere la figlia di Lord Byron fu anche una matematica, e in pratica la prima programmatrice di computer. Via San Tommaso diventava via Adriana Zarri, teologa, e così via… giusto per dimostrare che per ogni uomo celebrato nella nostra città c’è una donna meritevole che è stata dimenticata.
Dopo l’incursione nel centro di Torino un incontro in via Saluzzo ha sancito l’alleanza tra Tf e M.A.I.S. e in questa occasione è nata l’idea di rivolgersi alla politica torinese perché discuta con noi il modo in cui si scelgono le nuove intitolazioni. Condividiamo infatti la convinzione che è ormai tempo di intervenire sulla toponomastica, non per cambiare i nomi delle vie, naturalmente, ma per riequilibrare una situazione adesso troppo sbilanciata sul genere maschile. La situazione però non può cambiare se, dopo solenni dichiarazioni di principio a favore delle donne, le si continua a dimenticare quando si sceglie il nome delle strade: occorre intervenire sul  regolamento della Commissione toponomastica, modificandolo  in modo che possa recepire davvero le nostre istanze.
Ecco, questa è la storia di un’azione vagamente corsara, di un’alleanza e di una petizione.
Che attraverso Bradipodiario vi chiediamo di firmare, anche se sappiamo che c’è un abuso di petizioni e la gente non firma più volentieri. Ma la questione è cruciale per il tema che ci interessa, e Piero Fassino, oltre che sindaco di Torino (che si ripresenta alle prossime e ormai vicine elezioni amministrative) è anche presidente di Anci, l’associazione attraverso cui potrebbe sensibilizzare tutti i comuni italiani.
Quindi tornate alla colonna “Sapete che…”, leggete attentamente quanto chiediamo, perché vogliamo un’adesione informata e non una firma qualsiasi, e poi firmate. Con calma, certo, da buoni bradipi, ma firmate, è importante! 

LISBONA: NON SOLO FADO

“Io non sono mai stato a Lisbona (e, se ci andassi, m’ingozzerei di baccalà e cardo verde, non certo di pizza) ma mi sono arrivate queste due edificanti immagini di pizzerie italiane che mi hanno decisamente irritato.
Il problema non è tanto di immagine dell’Italia all’estero quanto di quella che, come al solito, si vuole dare delle donne. Non ne faccio una questione patriottica: mi sarei indignato anche se fossero stati ristoranti cinesi.
La Cantina Baldracca e la pizzeria La Puttana sono un esempio bieco e squallido ma pericoloso di sessismo.”

Questo post, scritto  da un uomo (grazie a Dio, o alle loro mamme, ce ne sono…) e corredato dalle foto che pubblichiamo, è comparso venerdì 12 febbraio sulla paginaFacebook di Toponomastica femminile. Che, per la sua particolare sensibilità a tutto ciò che riguarda la sfera simbolica e l’immagine femminile, sta dimostrando di prendere  a cuore il problema.

Già in precedenza, informa lo stesso post, è  stato contattato il consolato italiano a Lisbona, ma sembra che non abbia trovato la cosa interessante. Un atteggiamento diverso ha dimostrato invece la console portoghese in Italia, che, indignata quanto noi, ci ha subito assicurato che informerà la sua ambasciata.

Tra i commenti di varia natura che il post ha suscitato, ce n’è uno che fa notare come intitolazioni di questo genere facciano parte di un fenomeno più ampio, cioè la spettacolarizzazione della volgarità, della violenza e della delinquenza, e ricorda certe magliette inneggianti alla mafia o ai narcos. Ritengo che sia vero, e che sia anche fisiologico che l’indebolimento progressivo del principio di autorità, che in altri tempi abbiamo salutato come liberatorio, produca certe aberrazioni. Ma credo anche che sia sbagliato sottovalutarle, significherebbe dare per scontata l’accettazione di un generale capovolgimento di valori.

Non so come finirà questa vicenda dei due ristoranti di Lisbona che hanno creduto opportuno intitolarsi in questo modo squallido. Naturalmente mi auguro che si riesca a fargli cambiare nome, e che comunque intorno al problema si possa suscitare interesse e dibattito, in un ambito più vasto e non solo nel gruppo di Toponomastica femminile. La cosa peggiore sarebbe continuare con  l’indifferente accettazione che finora hanno rivelato  i cittadini e purtroppo anche le cittadine di Lisbona, e speriamo che sia avvenuto perché magari non si sono rese del tutto conto del valore che hanno quei due termini nella nostra lingua.

 

 

 

 

MADAME CURIE ERA UNO SCIENZIATO?

Prima c’era un cespuglio a nasconderla. Adesso la targa dedicata a Madame Curie nel giardino di via Servais 158 a Torino è di nuovo leggibile, ma a celare in qualche modo l’appartenenza della grande scienziata al genere femminile è proprio il linguaggio, secondo cui Marie Curie sarebbe invece uno “scienziato”. 

Sì, certo, al maschile! Perché si può dire “operaia” “infermiera” “maestra” e magari anche “scienziata”, termine che abbiamo sentito usare più volte, ma qui si tratta di un Premio Nobel (ohibò!) e mica si può declassarlo usando il femminile, vero? Perché tutti sanno che quando una donna ricopre un ruolo importante diventa un uomo… Il fenomeno interessa avvocate, chirurghe, magistrate, assessore, ministre eccetera.

Di Nobel poi Marie Sklodowska Curie ne ricevette ben due, il primo per la fisica, condiviso con il marito e con lo scopritore dell’uranio Henri Becquerel, il secondo per la chimica, e rimane l’unica donna ad aver vinto il prestigioso premio per due volte.

Nata a Varsavia, nella Polonia allora soggetta alla Russia, nel 1867, mostra molto presto un ingegno eccezionale e si trasferisce a Parigi per poter continuare gli studi alla Sorbona, laureandosi in matematica e fisica nel 1891. Tre anni più tardi entra nella sua vita lo scienziato Pierre Curie.

I due si sposano nel 1895 e tra loro si stabilisce un rapporto di fiducia e collaborazione, ma è lei a dedicare tutta la sua vita agli studi sulla radioattività, studi che continua anche dopo la morte di lui e per i quali vince il secondo Premio Nobel, nel 1911, dopo il primo ottenuto nel 1903.

Muore nel 1934, per una grave forma di anemia, quasi sicuramente provocata dalle radiazioni, di cui allora non si conosceva ancora la pericolosità.

Marie Sklodowska Curie, scienziata d’importanza mondiale, è ricordata nella toponomastica di parecchie città italiane (Novara, Bolzano, Bergamo ecc.) e le sono stati intitolati molti istituti scolastici. Nel 2009 Torino le ha dedicato un giardino nella Circoscrizione 4.

 

 

 

LA MEMORIA DELLE DONNE NEL VERDE DI TORINO Il giardino Camilla Ravera

Qualche buona notizia nel campo della toponomastica femminile ogni tanto siamo in grado di darla, anche a Torino che come sappiamo non è stata finora troppo attenta alla memoria delle donne. 
Anzi le notizie positive sono due, e si aggiungono a quella del mese scorso, quando abbiamo annunciato la delibera per intitolare un giardino nella periferia Sud della città a Felicita Ferrero.
La prima è sorprendente, ma ci fa veramente piacere, ed è che finalmente nel giardino di via Verolengo è comparsa la targa in ricordo delle Operaie della Fabbrica Superga, una di quelle che avevamo chiamato “intitolazioni fantasma”. Meglio tardi che mai…
L’altra è che la Commissione competente ha accolto in parte la richiesta dell’Associazione Toponomastica femminile,  di intitolare spazi cittadini alle donne che fecero parte dell’Assemblea Costituente. L’accoglimento è parziale perché si erano chieste, se non proprio ventuno targhe (il numero delle donne elette nell’Assemblea) almeno tre intitolazioni per le piemontesi Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce. La delibera è stata fatta invece per una targa che ricordi collettivamente l’apporto femminile alla nostra Costituzione; l’area non è stata definita, si troverà in seguito. Va bene anche così, niente esclude future intitolazioni che onorino la memoria delle singole persone, e intanto ringraziamo ancora Laura Onofri per aver appoggiato la richiesta.
Poi, dal momento che abbiamo iniziato a parlare di giardini dedicati a figure femminili, vediamo quali altre targhe compaiono nelle aree verdi di Torino.
Nella decima circoscrizione, poco distante da quello che diventerà (speriamo!) il giardino Felicita Ferrero, c’è quello intitolato a Camilla Ravera, prima donna a essere stata nominata senatrice a vita.
Di famiglia borghese, nata ad Acqui Terme nel 1889, insegnante elementare a Torino, Camilla Ravera si iscrisse al Partito Socialista nel 1918. Entrata nella redazione del giornale L’Ordine Nuovo di Gramsci, nel 1921 fu cofondatrice del Partito Comunista d’Italia, occupandosi poi dell’organizzazione delle donne.
Personaggio di primo piano nel partito clandestino (nel 1927 fu eletta alla segreteria, prima ed unica donna a occupare questa carica) e gramsciana di ferro, rientrò sotto falso nome in Italia dalla Svizzera, dove era espatriata, e in tale frangente fu arrestata ad Arona, nel 1930. Qualcuno ha sospettato che le dure lotte interne al suo partito non siano state estranee al suo arresto, dovuto al tradimento di un compagno. Fu condannata a quindici anni di prigione. Dopo cinque anni di carcere scontò il resto della pena al confino, in Basilicata, a Ponza e a infine a Ventotene, dove conobbe Sandro Pertini. Nel 1939, quando si dichiarò contraria al patto Molotov -Ribbentrop, fu addirittura espulsa dal partito. Lasciata Ventotene alla caduta del fascismo nel 1943, riuscì a raggiungere la famiglia, sfollata a San Secondo di Pinerolo, e dopo l’8 settembre, sapendo di essere di nuovo ricercata, si rifugiò in un casolare sulle colline, che diventò luogo di incontri politici clandestini.
Tornata a Torino alla fine della guerra, fu riammessa nel suo partito e fu eletta prima nel Consiglio comunale di Torino e poi alla Camera, per le prime due legislature, dal 1948 al 1958. Nel 1982 il Presidente della Repubblica Pertini la riportò sulla ribalta politica (da tempo si era ritirata a vita privata) nominandola senatrice a vita. Morì quasi centenaria, nel 1988.
Dirigente dell’UDI, impegnata soprattutto nelle battaglie in favore delle donne e per la pace, ci ha lasciato molte pubblicazioni, preziose testimonianze del suo tempo. Le sono state dedicate strade a Roma, dove è morta, e in Toscana.
L’intitolazione torinese, richiesta dalla consigliera Monica Cerutti(contestualmente a quella mai comparsa di Emilia Mariani) e deliberata pochi anni fa, ricorda giustamente una donna di grande rilievo, piemontese di nascita, che ha operato a lungo nella nostra città.
 
 
 

Torino. Un giardino per Felicita

Forse il nostro gruppo (Associazione Toponomastica femminile) sta facendo un buon lavoro di sensibilizzazione, se l’idea di intitolare qualche spazio cittadino a donne celebri incomincia a conquistare anche terreni difficili come Torino. Dove nel luglio scorso c’è stata più di una novità nel campo della toponomastica femminile.

Una riguarda la dedica di uno spazio verde nella Circoscrizione 10, deliberata in memoria di Felicita Ferrero, interessante personaggio della Torino operaia e socialista dei primi decenni del secolo scorso. Di lei ci rimane il libro di memorie “Un nocciolo di verità”, uscito alla fine degli anni ’70 con la prefazione di Rachele Farina, un’opera che illumina dal di dentro un pezzo di storia del Partito comunista italiano, ponendo agli storici più di un interrogativo.

Felicita nasce a Torino, in “barriera” di Lanzo, periferia Nord della città, nel 1899. Il padre è operaio specializzato, la madre pantalonaia. La giovane, che si interessa molto presto alla politica, nel ’21 si iscrive al Partito comunista appena fondato, e da questo viene inviata a Mosca, come delegata al Congresso dell’Internazionale giovanile. Qui Felicita ha modo di vedere e ascoltare i capi del comunismo sovietico, ma anche rivoluzionarie come Alessandra Kollontaj e Clara Zetkin. Inoltre, pur non dichiarandosi a favore di un movimento femminile autonomo, perché per lei la lotta di classe rimane un obiettivo primario, tuttavia non può fare a meno di osservare con occhio critico il ruolo subordinato che il partito riserva alle donne.

Mentre l’evoluzione della politica  italiana costringe alla clandestinità chi si oppone al fascismo, Felicita si lega a Velio Spano, con cui condivide ideali e rischi. Rimarrà la più importante, anche se sfortunata, storia d’amore della sua vita. Nel 1927 vengono arrestati entrambi e condannati a sei anni di galera. Lei esce dal carcere di Trani nel ’32 e per evitare altri arresti fugge a Parigi con Velio. Ma la prigionia ha minato gravemente la sua salute, e  lui la lascia per un’altra. Sempre più malata, Felicita viene mandata dal partito a Mosca, per curarsi. Guarisce e, come tanti altri dirigenti del Pci, rimane a vivere nella capitale dell’Unione Sovietica, incappando nelle purghe staliniane. Nel 1934, mentre lavora per Radio Mosca, viene convocata dalla polizia politica, che le contesta un fatto avvenuto durante la detenzione: si era lasciata convincere dalle monache a seguire la messa. Questo episodio, che già in Italia aveva suscitato sospetti e critiche dentro al partito, ora diventa un elemento di ricatto. Per uscire dalla Lubianka Felicita accetta di diventare informatrice della NKVD, cosa che la farà sentire in colpa per il resto della sua vita, come confessa nel suo memoriale.

Lascia l’Unione Sovietica solo nel ’46, alla fine della guerra, e torna a Torino, dove lavora per il quotidiano L’Unità. Ma nel ’56, quando scoppia la rivoluzione in Ungheria, sceglie di stare dalla parte degli insorti, perde il lavoro e nel ’57 decide di lasciare il Pci.

Muore nel 1984, per le conseguenze della caduta dovuta a uno scippo, nella sua città che solo ora, a più di trent’anni dalla scomparsa, ha deciso di ricordarne la travagliata – ma significativa e coraggiosa – esperienza di vita.

A distanza di cinque mesi dalla delibera, però, una targa non c’è ancora. Che cosa ne dobbiamo pensare?

Lavoratrici in piazza

Lo scorso mese di settembre, dal 18 al 20, si è tenuto l’annuale incontro di Toponomastica femminile (Tf), il gruppo fondato da Maria Pia Ercolini nel gennaio del 2012 e giunto ormai al suo quarto convegno nazionale. Il luogo era “un paradiso con un nome infernale”, come è stato detto: Alcatraz, località Casa del Diavolo (non è uno scherzo!) vicino a Santa Caterina di Gubbio, fra le verdi colline dell’Umbria. Il titolo del convegno è stato suggerito dal forte accento dato quest’anno al tema del lavoro femminile.

In anteprima (16/ 17 settembre) la presentazione del libro “Camicette bianche”, di Ester Rizzo, frutto di una ricerca che ha riportato alla luce nomi e vicende delle sfortunate operaie (in gran parte immigrate dal Sud Italia) perite nel rogo della Triangle Waist Company, a New York nel 1911; appuntamento il primo giorno presso la Biblioteca comunale di Terni, il secondo nelle sale del Museo dell’emigrazione di Gualdo Tadino. 

Il convegno vero e proprio è iniziato la mattina di venerdì 18 settembre, con una interessante visita, a Perugia, di due laboratori artigiani a conduzione femminile; nel pomeriggio, ritornate in sede, le congressiste hanno scelto i “tavoli di lavoro” cui partecipare: gli argomenti vertevano su toponomastica e didattica, sul lavoro delle donne, sulle esperienze di collegamento tra Tf e altre realtà, sul concetto di Dea madre dal matriarcato al postfemminismo. La sera Iacopo Fo, il “padrone di casa” della “Libera Università di Alcatraz” (questo il nome dell’originale struttura fondata nel 1981), ha intrattenuto le ospiti sul tema dell’educazione ai sentimenti.

Sabato mattina, dopo i saluti delle istituzioni e delle associazioni coinvolte, si sono tirate la fila dei lavori del giorno precedente; il pomeriggio è stato  dedicato alla visita di Terni in ottica di genere e la sera al secondo incontro con Iacopo Fo.

Domenica mattina, dopo l’assemblea delle socie di Tf, è giunto il momento della conclusione dei lavori, poi la maggior parte delle persone intervenute ha iniziato il viaggio di ritorno, chi verso Roma, chi verso le regioni del Nord, chi verso il Sud e le Isole; per chi si poteva fermare era prevista un’altra attività, una passeggiata sul “sentiero delle lavandaie”.

È stata un’occasione unica di confronto e di scambio tra le iscritte al gruppo, favorite dal fatto di risiedere per due, tre giorni nello stesso luogo, di condividere i momenti dei pasti, di stare insieme. È emerso in modo chiaro l’ampio ventaglio di interessi, che include anche contatti internazionali. Sono state infatti nostre ospiti due giovani aderenti del gruppo francese “Oser le féminisme”, la cui azione provocatoria in favore della toponomastica femminile a Parigi ha avuto recentemente una certa eco mediatica. Tra le relatrici “esterne” interessate al progetto di Tf ricordiamo ancora l’assessora riminese Irina Imola e la presidente del Consiglio comunale di Imola Paola Lanzon, i cui interventi ci hanno indotte a riflettere su quanto possa essere qualitativamente diversa una politica gestita al femminile. L’attesa relazione della teologa femminista Benedetta Selene Zorzi ha introdotto un punto di vista per molte nuovo e certamente interessante. 

L’esposizione, nelle sale del convegno, di mostre fotografiche “leggere” ha illustrato i temi di volta in volta trattati , mentre a Terni, nelle sale del Museo archeologico Caos, era allestita la ricca mostra  sul lavoro delle donne già comparsa a Roma alla Centrale Montemartini, e la Biblioteca comunale ha ospitato la mostra “Donne di penna”.

Una piacevole sorpresa per molte è stata infine la scoperta di Terni, città un tempo a vocazione industriale che si è dovuta riconvertire e che rivela oggi una notevole vivacità culturale, pienamente apprezzata durante le visite in programma al Museo archeologico, alla Biblioteca comunale e alla Casa delle donne.

Tre giorni intensissimi e stimolanti

 

Requiem per il ricordo del lavoro alla Superga

In tela e gomma, le Superga sono state le prime scarpe con cui la mia generazione è entrata nella palestra della scuola. “Superga” era sinonimo di scarpe da ginnastica o da tennis, prima che altri brand si imponessero sul mercato in espansione delle calzature sportive.
Il marchio peraltro esiste ancora, ma non la fabbrica torinese, che ha chiuso una ventina di anni fa, dopo essere entrata in crisi negli anni ‘90.
Dello stabilimento dove per decenni hanno lavorato migliaia di donne non rimane oggi che la palazzina direzionale di via Verolengo, che avrebbe dovuto ospitare, una volta ristrutturata, la Asl 2, ma del progetto non se ne è fatto nulla, milioni di euro sono andati in fumo e da tempo l’edificio del primo ‘900 si sta malinconicamente degradando.
In compenso, il giardino che è stato creato proprio lì dietro, nell’area un tempo occupata da un’ala della grande manifattura, è stato intitolato alle “Operaie della fabbrica Superga” e nel 2012 vi è stata inaugurata, e apposta sulle pareti di una monumentale fontana preesistente, un’installazione che avrebbe il compito di ricordare proprio il lavoro delle maestranze femminili, che nella fabbrica erano la grande maggioranza.

Dico “avrebbe” perché in realtà non solo non esiste (né sembra che sia mai esistito) uno straccio di cartello esplicativo per far capire che quelle quattro paia di mani metalliche rappresentano i gesti del lavoro delle operaie, ma anche dell’intitolazione del giardino non c’è traccia e nessuno ne sa niente. Non lo sanno le mamme che ci portano i bambini a giocare, non lo sanno i proprietari dei cani che ci passeggiano tutti i giorni, non lo sanno i pensionati che vi leggono il giornale seduti sulle panchine, o il netturbino che ci passa quotidianamente, non lo sanno nemmeno alla Circoscrizione la cui sede è a un tiro di schioppo.
Siamo nella periferia nord di Torino, in un quartiere popolare, qui il degrado delle opere anche recenti stringe il cuore, e non è solo degrado fisico.
Quella di ricordare il lavoro di migliaia di donne che hanno passato anni a confezionare scarpe era una buona idea, ma è stata sprecata.
E non si venga a dire, al solito, che è-altro-quel-che-serve alle donne, e spiace che anche la simpatica Luciana Littizzetto si sia unita al coro. Perché sì, è vero che ci sono cose più importanti, e che il lavoro, e che gli asili, e che la sicurezza eccetera… Ma contrapporre, come si fa, i due piani, quello delle realizzazioni concrete e quello culturale e simbolico, si rivela un’operazione priva di senso di fronte al fatto che è proprio lì dove la condizione femminile è più difficile, nelle periferie, che anche il ricordo della storia delle donne impallidisce nel degrado e nell’oblio.

 

Giardino Emilia Mariani. Chi l’ha visto?

La risposta, a questa domanda, è: nessuno. O meglio: le poche persone che, per lavoro o per… malsana curiosità, come si potrebbedire della sottoscritta, sono andate a spulciare l’elenco delle aree verdi di Torino, scoprendo appunto che sette anni fa un giardino di Mirafiori Nord, Circoscrizione 2, è stato intitolato a questa figura femminile. Ma non lo sa nessuno, perché c’è la delibera, ma la targa non c’è.
Nata a Torino nel 1854, Emilia Mariani legò il suo nome alle battaglie per i diritti sociali e politici delle donne. Maestra elementare, lottò per l’equiparazione delle retribuzioni tra i due sessi e nel 1906 fu tra le fondatrici del Comitato torinese per il voto alle donne, che in seguito, alla vigilia  della prima guerra mondiale, confluì, anche per suo impulso, nel movimento interventista.
Personaggio controverso, ma comunque significativo della Torino tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, questa pioniera dell’emancipazione femminile, ricordata nella toponomastica di Rimini, è stata invece dimenticata fino ad anni recenti dalla città che le diede i natali.
Ma cerchiamo di ricostruire l’iter di questa intitolazione fantasma.
Il 7 gennaio del 2007 il quotidiano “La Stampa” riporta la notizia che la Presidente della Commissione pari opportunità Monica Cerutti ha scritto al Presidente del Consiglio comunale proponendo due nomi femminili cui intitolare aree di circolazione cittadine, quelli di Camilla Ravera e di Emilia Mariani, appunto, ma soprattutto per chiedere “che ad ogni intitolazione maschile ne corrisponda una al femminile”.
Il titolo, pelosetto come spesso risultano essere quelli del quotidiano torinese per notizie di cui si vuole sottolineare una supposta scarsa significatività (senza peraltro portare argomenti a sostegno di tale opinione) è “La via en rose, sogno dell’ulivista”. E ambiguo risulta essere anche il commento, dal momento che all’anonimo autore dell’articolo quello di Cerutti sembra “di certo un invito rivolto alle donne, di darsi da fare per passare più rapidamente alla storia di quanto fatto finora”. Che si vuole dire? Che le donne finora hanno fatto poco per entrare nella storia ( e quindi non ne hanno diritto)? O hanno fatto poco per farsi riconoscere la loro azione? Non si capisce bene. Quello che è chiaro, è il tono di sufficienza del giornalista. E non a caso uso il termine al maschile.
Il 25 settembre del 2007 la Commissione toponomastica decide l’intitolazione a Emilia Mariani del giardino compreso tra piazza D. Livio Bianco, piazza Giovanni XXIII e via Don Grioli e nel 2008 la delibera viene approvata dalla Giunta. Ma l’apposizione della targa e la relativa cerimonia di intitolazione non ci saranno mai.
Ma c’è da stupirsi, se il giudizio della cosiddetta “opinione pubblica” torinese è quello che riporta il quotidiano “La Stampa”?
E oggi, dopo sette anni, la situazione è cambiata? Ne dubitiamo, perché di fronte a una lodevole iniziativa della Presidente della Camera Boldrini per rispondere alla richiesta delle donne, che le istituzioni diano l’esempio di un linguaggio meno sessista, si leva, sempre da Torino, la voce di Luciana Littizzetto, nella trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”. Alla simpatica comica torinese questa iniziativa fa addirittura “cadere le balle”, perché le cose che interessano alle donne, naturalmente, “sono altre”. Le cose più importanti sono sempre “altre”, così non dobbiamo sentirci in colpa se non si fanno neanche quelle meno importanti.
E il giardino a Camilla Ravera è stato intitolato anche quello per finta?
Magari non è importante, ma lo verificheremo lo stesso.

Chi decide i nomi delle strade a Torino?

Come si arriva all’intitolazione di una nuova strada in Piemonte? Chi decide quali nomi assegnare agli spazi cittadini o “aree di circolazione”,secondo la dicitura tecnica?

L’iter è lungo e complesso. I Comuni devono dotarsi di un regolamento per la toponomastica (quello di Torino è stato stilato nel 2005) dove vengono anche definiti composizione e compiti di un’apposita Commissione che valuta le proposte pervenute da diverse fonti, ma alla fine a decidere è la Giunta. Infine l’assessore che ha la delega per la toponomastica si occupa degli aspetti concreti della delibera, e si giunge all’apposizione della targa, con tanto di cerimonia. Questo almeno succede ad Asti, a Biella, a Cuneo, a Novara, a Verbania, a Vercelli. In rete non si sono trovate notizie di Alessandria, ma probabilmente anche lì si fa nello stesso modo.

A Torino invece no. Il regolamento torinese per la toponomastica è molto diverso, perché stabilisce che le decisioni non competono alla Giunta, ma alla Commissione toponomastica, costituita dalla Conferenza dei Capigruppo del Consiglio comunale. Il Sindaco è semplicemente “invitato” alle riunioni. Insomma a decidere non è l’organo di governo della Città, ma il suo “parlamento”, cioè il Consiglio comunale, attraverso i capigruppo, e l’opposizione è coinvolta nella decisione.

L’art. 4 comma 1 ( Decisioni) dello stesso Regolamento stabilisce infatti che “le proposte sono approvate dalla Commissione se ottengono il voto favorevole di membri della Conferenza dei Capigruppo i quali, in ragione della consistenza dei rispettivi Gruppi, rappresentino i due terzi dei Consiglieri Comunali assegnati”.

Sembra molto democratico, anche se un po’ complicato.

Ma evidentemente il sistema non garantisce l’attenzione alla parità di genere. Infatti ad apparire misogina non è solo la toponomastica tradizionale: a Torino anche tra le nuove targhe sono pochissime quelle dedicate alla memoria di donne celebri. Sono state solo quattro in due anni, da quando cioè il gruppo di Toponomastica femminile monitora le novità in questo campo. Alla memoria femminile sono stati dedicati un piccolo giardino nella periferia Nord (all’imprenditrice Marisa Bellisario), una breve via davanti al carcere delle Vallette (alla politica Adelaide Aglietta), l’ex aiola Donatello in San Salvario (alla scrittrice Natalia Levi Ginsburg), e recentemente un piazzale – parcheggio nel centro storico (ad Amelia Piccinini, atleta olimpica).

La città insomma continua a non essere sensibile al problema del riconoscimento del ruolo e dell’azione femminile e continuando così non si potrà mai correggere lo squilibrio esistente e rendere giustizia alla memoria odonomastica femminile.

Come mai l’organo deliberante non se ne accorge? Forse perché i membri della Commissione toponomastica sono quasi tutti uomini, a cominciare dal Presidente Giovanni Porcino, che presiede anche il Consiglio comunale? O perché gli stessi pensano a trascinare sul terreno delle scelte toponomastiche le polemiche e gli scontri che li dividono altrove? Il fatto è che da questi scontri le stesse scelte appaiono pesantemente condizionate. Non ci sarà il modo di rendere più “trasversali” le intitolazioni cittadine e di voltare finalmente pagina, tenendo conto che anche dell’altra metà del cielo? Loretta Junck

 

 

21 aree per 21 donne

Per l’8 marzo Toponomastica femminile ha deciso di richiedere alla Città di Torino 21 intitolazioni in memoria delle Madri della Patria, cioè le 21 donneche nelle storiche elezioni del 2 giugno 1946 furono elette nell’Assemblea Costituente.
Si potrebbe iniziare dalle torinesi, che furono ben tre: Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce.
L’iniziativa è appoggiata da “SeNonOraQuando? Torino”, da Fnism Torino (sezione torinese, intitolata a Frida Malan, della Federazione Nazionale Insegnanti) e da Fnism nazionale.
Anche la Circoscrizione 6, coinvolta nell’iniziativa, si dice interessata a sostenerla: ha delle aree di circolazione ancora senza nome per le quali vorrebbe richiedere intitolazioni alle Costituenti.
Questo il testo della petizione:
 
Al Sindaco di Torino, Piero Fassino
All’Assessora alle Pari Opportunità, Ilda Curti
All’Assessore alla Toponomastica, Stefano Gallo
Alla Commissione Comunale per la Toponomastica
Alla Redazione della Stampa di Torino
All’Associazione delle Giornaliste “Giulia”
 
Oggetto: intitolazione di 21 aree di circolazione alle 21 donne dell’Assemblea Costituente
L’associazione Toponomastica femminile, Fnism (Federazione Nazionale Insegnanti), Fnism Torino, SeNonOraQuando? Torino chiedono l’intitolazione di 21 aree di circolazione cittadine in memoria delle Madri della nostra Repubblica e del loro determinante contributo al riconoscimento di quei principi di parità che hanno costituito la base per la trasformazione della legislazione, ma anche della vita e del modo di pensare delle donne italiane. Le donne elette alla Costituente furono solamente 21, a fronte dei 556 posti nell’assemblea costituente, rappresentando cosi meno del 4% dell’intera Assemblea. Le ventuno elette furono: Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Ventuno donne che avevano alle spalle storie d’impegno sociale e politico e alcune anche esperienze da combattenti, di lotta partigiana, di carcere per attività antifascista, di esilio o di deportazione nei campi di concentramento nazisti.
Fra di loro Teresa Noce, esponente della lotta partigiana, reduce dal lager di Ravensbruck; Rita Montagnana Togliatti e Nilde Iotti, per il Partito Comunista; Maria Federici, che si distinse fra le donne della DC per i numerosi interventi a favore della parità nel campo del lavoro e della possibilità di accesso per le donne a tutte le carriere, Maria Cingolani Guidi, esponente del Partito Popolare, Angelina Merlin, socialista e rappresentante del primo antifascismo. Ventuno figure femminili diverse per età, estrazione sociale e bagaglio ideale, ma capaci di effettiva e produttiva trasversalità e decise ad allearsi per scardinare i meccanismi sociali e politici che fino ad allora avevano recluso il femminile nei modelli elaborati per le donne da altri.

Solo cinque di loro, Angela Gotelli (Dc), Maria Federici (Dc), Nilde Iotti (Pci), Angelina Merlin (Psi) e Teresa Noce (Pci) fecero parte della cosiddetta “Commissione dei 75”, cioè del gruppo che si occupò di stendere concretamente il testo poi sottoposto all’Assemblea plenaria. “Le Costituenti – ricorda Annamaria Barbato Ricci in occasione della Conferenza sulle Costituenti, Cagliari 2009 – fecero un lavoro lungimirante, perché guardarono avanti, anticipando con grande lucidità l’evoluzione della società italiana. Esse, non tenendo conto delle convinzioni e dei pregiudizi del tempo, si batterono per far conquistare alla donna una parità di diritti che, in alcuni casi, rimane solo sulla Carta, sia pure Costituzionale, ma che in ogni modo, garantisce e legittima ogni riforma e ogni legge successiva, a partire dall’approvazione della legge Noce sulla maternità nel 1950, per arrivare, nel 1964, all’abolizione del coefficiente Serpieri (in base al quale, posto il valore della giornata lavorativa in agricoltura di un uomo pari a 1, quello della giornata lavorativa della donna risultava pari 0,60. Una donna, cioè, lavorava lo stesso numero di ore dell’uomo per ricevere un compenso che era poco più della metà. Tale regola era stata introdotta con una legge del 1934); all’apertura alla Magistratura, o alla riforma del codice di famiglia del 1975 o alla legge sulla parità nel lavoro del 1977, fino all’ultima importante modifica, apportata all’articolo 51 della Costituzione, che stabilisce il principio delle pari opportunità.”
Chiediamo quindi che vengano ricordate nella toponomastica torinese ventuno figure femminili di fondamentale importanza, nella consapevolezza che “l’esclusione delle donne e del femminile passa anche attraverso la cancellazione dei nomi, delle storie e delle vite” (Monica Lanfranco su “Donne di fatto”) e che bambine e ragazze, oggi, diversamente dai loro coetanei, difficilmente possono incontrare nei loro percorsi quotidiani modelli di donne di spessore culturale con cui identificarsi e sui quali costruire la propria personalità.
Precisiamo che per quattro delle ventuno Costituenti (Filomena Delli Castelli – Nadia Gallico Spano – Teresa Mattei – Maria Nicotra Fiorini) non sono trascorsi i dieci anni dal decesso che occorrono di norma per le intitolazioni, ma che esiste la possibilità di richiedere deroghe al Prefetto, secondo quanto previsto dall’art. 4, ultimo comma, della legge n.1188 del 23.06.1927 e s.m.i., relativamente a persone riconosciute benemerite per l’intera Nazione, come già avvenuto per due dei quattro personaggi sopra citati.
Ricordiamo inoltre che ben tre Costituenti, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, sono nate proprio a Torino, che risulta quindi la città da cui è venuto il maggior contributo femminile alla redazione della nostra Carta costituzionale, ma finora non hanno avuto alcun riconoscimento toponomastico nel luogo di nascita, cosa che si è invece verificata per la maggior parte delle altre Costituenti (cfr. allegato A).
Ci sembra giunto il momento di porre rimedio a tale dimenticanza e perciò chiediamo che la Città di Torino si pronunci, in occasione del prossimo 8 Marzo, festa della donna, in merito alla nostra richiesta, e che si impegni a ricordare queste ventuno figure femminili così significative, magari partendo proprio dalle sue tre illustri cittadine.
Augurandoci un vostro pronto interessamento, vi forniamo i nostri recapiti e riferimenti per ogni eventuale comunicazione. Distinti saluti. Loretta Junck, Referente Associazione Toponomastica femminile per il Piemonte Fonti: toponomasticafemminile 
 

Chi era Amelia Piccinini?

Ma chi era Amelia Piccinini? Confesso, è la domanda che mi sono fatta quando ho saputo della targa stradale che in suo onore sarebbe stata inaugurata lo scorso 21 gennaio e che è stata in effetti apposta su una casa affacciata sul piazzale che si apre tra via Piave, via Giulio e via Santa Chiara a Torino.
Amelia Piccinini è stata un’atleta italiana, informa Wikipedia, ed è un fatto che lo sport femminile non ha mai goduto di grande fama ed è stato per lungo tempo, se non proprio osteggiato, considerato una curiosità su cui magari spendere qualche osservazione ironica, e comunque non una cosa importante. Dagli anni ‘70 del secolo scorso, per la levatura e il successo anche mediatico di personaggi come Sara Simeoni, Novella Calligaris, Valentina Vezzali, Manuela Di Centa e tante altre, l’immagine dello sport femminile è cambiata, anche se le cariche ai vertici delle Federazioni continuano tuttora a rimanere saldamente nelle mani degli uomini, e uomini sono solitamente anche gli allenatori delle squadre femminili. Alla cerimonia  del 21 gennaio, per dire, i “cavalierini” al tavolo dei relatori portavano tutti, guarda caso, nomi di uomini.
Insomma quello dello sport è un mondo ancora molto “maschile”: pare resistere pervicacemente, in quest’ambito, quel “tetto di cristallo” che impedisce il riconoscimento delle capacità delle donne ai livelli alti, quelli dirigenziali, e in passato le sportive hanno dovuto superare pregiudizi che hanno resistito a lungo, sull’incompatibilità tra sport a livello agonistico e femminilità. Ancora oggi capita di trovare, in qualche sito internet, accanto al nome di una donna come Amelia Piccinini, l’aggettivo “mascolina”, giusto per non lasciar sfuggire l’occasione di sottolineare che sì, insomma, l’immagine femminile deve corrispondere a ben precisi canoni, e se ciò non avviene lo si deve far osservare, perché comunque quella “decorativa” è una funzione fondamentale per ogni donna, sportiva o no. Per l’altro sesso, ovviamente, questo non vale, o non vale allo stesso modo.
Torino non spicca per una particolare attenzione alla memoria femminile, se è vero quanto ha affermato recentemente Claudia Giuliani, presidente Soroptimist di Ravenna, nella sua relazione al Terzo Convegno dell’Associazione Toponomastica femminile, cioè che nel capoluogo piemontese su 86 nuove intitolazioni stradali negli ultimi 14 anni solo tre sono a donne.
Per questo fa piacere che uno spazio cittadino, proprio nel Quadrilatero, cuore della città, sia stato dedicato alla memoria di una grande atleta del passato come Amelia Piccinini, che si distinse in diverse specialità, in particolare nel getto del peso, per il quale raggiunse il secondo posto nelle Olimpiadi di Londra, le prime dopo la guerra, nel 1948. Piemontese (era nata ad Alessandria nel 1917), atleta portacolori della Venchi Unica, in patria Piccinini faceva scintille, e si aggiudicò ben venti medaglie d’oro nei campionati italiani di Atletica leggera, quattro nel salto in lungo, quattro nel pentathlon, e ben dodici nel getto del peso, dove dava il meglio, sbaragliando tutte le connazionali. Morì nella nostra città, dopo averle dato lustro a livello nazionale e internazionale, nel 1979, ma solo ora, a distanza di ben trentacinque anni, si è pensato a ricordare il suo nome.
È a un’occasione particolare, infatti, che dobbiamo il riconoscimento del valore di questa atleta. L’anno che è da poco iniziato vede Torino come “Capitale dello sport”; nell’ambito delle manifestazioni connesse, la città ha deciso di intitolare dieci spazi, nelle diverse circoscrizioni, ad atleti e atlete. Per la precisione, a otto atleti e a due atlete. Un’altra targa sarà dedicata infatti alla torinese Edera Cordiale, anche lei argento, ma nel lancio del disco, nelle stesse olimpiadi del 1948.
Due a otto, in perfetto stile torinese, insomma, con qualche concessione alle nuove esigenze, ma con molta misura, senza strafare. Sappiamo che quello dello sport non è il campo più adatto, ma ci piacerebbe che anche a Torino iniziasse a farsi avanti l’idea che sia necessario riequilibrare l’odonomastica cittadina con l’obiettivo di una effettiva parità di genere, principio cui spesso ci si richiama ma che si stenta ad applicare nella realtà.
 

 

Le donne e il lavoro

Toponomastica femminile, che da poco è diventata un’associazione, ha in programma, per il primo maggio, l’allestimento di una mostra sul lavoro delle donne. Un progetto in fieri, non ancora del tutto delineato, per il quale la referente nazionale, che ha lanciato l’idea, ha richiesto l’apporto delle varie componenti del gruppo.
E poiché vi sono altre mostre su questa tematica in diverse città italiane, le toponomaste si sono impegnate a visitarle per trarne ispirazione  e proposte.
Una di queste mostre è stata allestita a Morgez,  paese situato a pochi chilometri da Courmayeur, nell’edificio recentemente ristrutturato della Tour de l’Archet, dove è stata esposta dal primo dicembre 2014 al 10 gennaio 2015.
Così, approfittando di una gita in Val d’Aosta, sabato scorso mi sono fermata a Morgez per vedere di che si trattava.
La piccola mostra, dal titolo  “Donne e lavoro in Valle d’Aosta” con il sottotitolo  “La sicurezza sul lavoro ieri, oggi e domani” era già apparsa nel 2013 nella prima edizione a Pont Saint Martin, poi ad Aosta nella primavera scorsa. Alla Tour de l’Archet è stata presentata in versione ridotta, con poche, belle fotografie in grande formato, scelte o realizzate da Enrico Peyrot, che offrono uno spaccato del lavoro femminile nella valle d’Aosta nell’ultimo secolo, mettendo in evidenza i mutamenti nei sistemi di prevenzione e di sicurezza. La mostra originale, lo si deduce dal materiale  che compare su sito della regione Valle d’Aosta, doveva essere più ricca, qui lo spazio ridotto ha costretto a una scelta che ha un po’ penalizzato il lavoro di documentazione.
Alle immagini del lavoro nelle campagne, nelle officine, nel terziario, si alternano brevi testi,  contenenti alcune testimonianze di lavoratrici. Clotilde Martignene, di Arnad, ricorda il duro lavoro delle contadine nelle zone di montagna (“lavoravamo tutto il giorno … e quasi partorivamo lavorando”), mentre sono un pugno nello stomaco le parole di Vittoria Nicco, di Donnaz, assunta nel ’54 all’ILSSA di Pont Saint Martin e impiegata per dieci anni al reparto trafilatura, o quelle di Marie Rose Giavinaz di Pontey, operaia in una filatura di seta a Chatillon, dove donne e bambine lavoravano in un ambiente umido e malsano. C’è anche chi, rimpiangendo probabilmente l’allegria della giovinezza, ricorda volentieri  quell’esperienza di lavoro, come Dina Cout, di Issogne, lavoratrice del cotonificio Brambilla: “Dico la verità, a me la filatura è piaciuta … ci aspettavamo davanti al Cotonificio e venivamo via insieme, cantando ad alta voce”. D’altra parte, “le condizioni di lavoro migliorano rapidamente a partire dall’inizio degli anni ’50 e la cultura della sicurezza sui posti di lavoro comincia a farsi strada” (Luciana Promotton)  ma la maggior parte delle testimonianze mettono in luce gli aspetti negativi di una realtà che negli anni ’20 e ’30 era ancora terribile.
Il video che accompagna la mostra  offre dati e foto che permettono al visitatore un’ ulteriore riflessione sulla situazione del lavoro femminile oggi in Italia.
E domani? Quale potrà essere la condizione lavorativa delle donne domani? Questa la domanda con la quale il visitatore o la visitatrice escono dalla piccola mostra di Morgez. 

Toponomastica femminile a Torino


Ed eccoci qui a parlare ancora di toponomastica in Piemonte e in particolare a Torino. Già abbiamo dato notizia del Terzo Convegno  diToponomastica femminile nella capitale della nostra Regione, all’inizio di ottobre, evento che è stato un successo per l’interesse suscitato e gli apprezzamenti raccolti. Ma non stiamo a contemplare gli allori e passiamo ad altro. Eh già! Perché, come è stato chiaro anche da quanto è emerso nella Tavola rotonda finale, c’è ancora molto lavoro che ci attende, a Torino.

Partiamo da qualche dato sulla situazione attuale. Come risulta dal censimento pubblicato sul sito di Toponomasticafemminile a Torino ci sono 2235 aree di circolazione, cioè vie, corsi, piazze, viali, vicoli di cui poco meno della metà (1054) intitolate a personaggi maschili, mentre solo 64 (!) sono quelle dedicate a donne illustri. Se poi andiamo a vedere chi sono i personaggi femminili che si sono meritati una targa, scopriamo che undici sono diverse declinazioni della Madonna (via e piazza della Consolata, via Madonna delle Rose, via Madonna della Salette, via Santa Maria ecc.) dieci sono le sante. C’è poi una suora (suor Michelotti) tre benefattrici laiche tra cui Giulia di Barolo, undici tra scrittrici, letterate, giornaliste, critiche, pedagogiste ecc. piemontesi e non solo (Sibilla Aleramo, Matilde Serao, Amalia Guglielminetti, Barbara Allason, Annie Vivanti, Grazia Deledda…) tre sono le donne dello spettacolo (Eleonora Duse, Giacinta Pezzana e Adelaide Ristori), una sola pittrice (Rosalba Carriera) e ventuno le donne che possono considerarsi personaggi storici o hanno avuto un ruolo politico. Tra queste, molte regine e principesse di Savoia: la regina Margherita, prima regina del Regno d’Italia, e poi le regine del regno di Sardegna e alcune principesse e reggenti, tra cui la celebre Cristina di Francia detta anche Madama Reale, donna di notevoli capacità politiche  ricordata in una importante arteria cittadina, via Madama Cristina.

Tre sono le intitolazioni collettive (via delle Orfane, via delle Rosine, via Figlie dei militari) Di tutte le donne che a fianco degli uomini hanno contribuito alla Resistenza sono ricordate solo Ada Gobetti e Vera e Libera Arduino, in una targa collettiva insieme al padre Gaspare. Nessuna delle Madri Costituenti compare nelle targhe di Torino, eppure di piemontesi ce n’era più d’una… Nessuna scienziata (l’intitolazione di una piazza a Rita Levi Montalcini, proposta dal Sindaco di Torino alla notizia della morte del Premio Nobel non si sa che fine abbia fatto…), nessuna sportiva, nessuna imprenditrice. Solo nel dicembre del 2012 un piccolo giardino in strada Altessano è stato dedicato alla memoria di Marisa Bellisario.

Quindi, tolte le sante e le madonne, le donne che si sono meritate una targa cittadina a Torino non raggiungono le cinquanta unità. Poche, pochissime, solo il 2, 86% sul totale delle strade contro il 47% degli uomini. L’indice di femminilizzazione a Torino è solo del 6,07%: ciò significa che ogni cento intitolazioni maschili poco più di sei sono femminili. Peggio che a Genova, dove è il 9%, a Bari (7,1%), a Cagliari (7,6%), a Palermo (9,9%), a Perugia (22%). Ma c’è chi sta peggio: Milano (5,3%) Padova (5%) e Trieste (3%) solo per fare qualche esempio.

Il peggio è che nella toponomastica torinese questa situazione di evidente squilibrio, che sappiamo non corrispondere assolutamente alla presenza attiva delle donne in tutti i campi dell’attività sociale, non accenna a cambiare. Ci si chiede come mai, dal momento che sembra ormai chiaro che sempre di più le donne offrono il loro contributo in tutti i campi, e anche se tanti sono ancora gli ostacoli che si frappongono, nel nostro Paese, ad un pieno riconoscimento dell’azione femminile, oggi la situazione è migliore rispetto a cento anni fa.

 
 

 

Notizie dal convegno


Nei giorni 3, 4 e 5 ottobre si è svolto a Torino, nella Sala polivalente di via Leoncavallo 23, il terzo convegno nazionale di Toponomasticafemminile e Fnism (Federazione nazionale insegnanti), di cui s’era data notizia su queste colonne.
Quale il giudizio complessivo? Quali le impressioni raccolte tra le persone che hanno partecipato all’evento?
Il bilancio conclusivo direi che è assolutamente positivo e addirittura entusiastico il giudizio di chi non conosceva il gruppo e l’ha scoperto in questa occasione.
Il pubblico era numeroso, circa 200 persone registrate sui tre giorni, parecchie quelle presenti in tutte e tre le date: presenze attente, interessate, partecipi.
Qualche smagliatura si è verificata venerdì, in occasione delle visite guidate, dove le richieste sono state superiori alle aspettative iniziali, ma sabato e domenica, in sala, nonostante il ritmo sostenuto degli interventi, molto fitti, la tempistica è stata rispettata con una precisione direi asburgica, fatto generalmente apprezzato.
Le relazioni hanno affrontato argomenti diversi, rispecchiando  gli interessi delle ricercatrici iscritte al gruppo di Toponomastica femminile, che vanno dalla linguistica alla storia dell’arte, dalla filosofia all’archeologia, dalla storia alla letteratura.
Per quanto mi riguarda, posso dire che nella fase organizzativa, nell’invitare relatrici e relatori a partecipare al convegno, ho cercato anche  di dare voce alle realtà culturali di Torino. Purtroppo non tutte hanno potuto essere rappresentate, ma la città è stata comunque coinvolta nell’evento.
La pausa pranzo di sabato ha visto un ottimo catering offerto dalla Circoscrizione 6, che ci ha ospitate presso i locali della biblioteca Civica Primo Levi, locali molto grandi e articolati in quanto ottenuti dalla ristrutturazione di una fabbrica dismessa.
Questo ha permesso anche di allestire una mostra fotografica, in esposizione fino all’11 ottobre, facendo una scelta tra le fotografie già comparse a  Torino nel febbraio scorso in un’altra biblioteca civica, quella di Villa Amoretti.
Al catering, come previsto, si è affiancata per l’aperitivo dello stesso giorno, sabato, l’iniziativa  che è stata scherzosamente chiamata Gastronomastica: le toponomaste giunte dalle diverse parti d’Italia hanno offerto i prodotti tipici delle proprie regioni, secondo una tradizione ormai consolidata che risale al primo convegno, e che dimostra come le donne siano capaci, in situazioni difficili, a tirarsi su le maniche per risolvere i problemi che si presentano.
Una novità, rispetto ai convegni precedenti, quello di Roma del 2012 e quello di Palermo dello scorso anno, è stata la necessità di raccogliere fondi tra le persone presenti per coprire le spese sostenute, per la stampa delle locandine, le cartelline ecc.
Ci siamo inventate allora un grosso maiale- salvadanaio di cartapesta, che è stato posto all’ingresso con l’invito ad una offerta libera e la scritta Crinfunding, una strizzatina d’occhi rivolta al pubblico torinese …
L’iniziativa ci ha divertite, ma a dire il vero il successo non è stato proprio all’altezza delle aspettative, e ce ne siamo chieste il motivo. Probabilmente la gente continua a pensare che le istituzioni intervengano a sostenere tutte le spese connesse alle iniziative culturali anche se non è più così, almeno qui a Torino, dove Comune Provincia e Regione hanno dovuto stringere la borsa, ed è sempre più difficile finanziare questi eventi in mancanza di sponsor privati. Ciò che in questa occasione abbiamo ottenuto dalle istituzioni, in primo luogo la Circoscrizione e il Comune di Torino, è stato già un miracolo di generosità.
Ottimi invece i risultati del convegno per quanto riguarda la rete di collaborazione con altre realtà che hanno accettato di lavorare con TF.
Purtroppo Piero Fassino non ha potuto essere presente, ma si è stabilito di contattarlo come Presidente dell’Anci per chiedere un intervento normativo  che permetta di modificare i regolamenti delle Commissioni per la toponomastica dei Comuni italiani per dare più spazio alla presenza femminile in seno alle Commissioni, così come già è avvenuto a Napoli, la città più virtuosa in questo senso.
Si sono presi accordi con gli esperti dell’Istat per ottenere statistiche in chiave di genere, Legambiente ha concesso il proprio patrocinio al nostro Concorso nazionale per le scuole e lavorerà con le scuole  sulle intitolazioni femminili delle piste ciclabili a Roma.
Una messe di tutto rispetto, e novità importanti che confermano la grande vitalità di Toponomastica femminile, un gruppo che non credo di esagerare definendolo unico nel panorama dell’associazionismo femminile: per la coesione, la quantità e la qualità del lavoro svolto, la determinazione nel portare avanti il proprio discorso e i propri progetti.
Ma già si guarda oltre, e nell’incontro di Torino è già stata annunciata la data del prossimo, il quarto convegno nazionale che sarà a MILANO nei gg 16, 17 e 18 ottobre 2015.
Invito quindi le lettrici e i lettori a visitare la pagina FB di Toponomastica femminile, dove è stato creato un documento  apposito dal titolo Quarto Convegno Nazionale di TF- Milano 2015.
Basta cliccare su File, sotto l’intestazione, e poi su Modifica, e vi si possono inserire proposte, comunicazioni, notizie riguardanti l’appuntamento del 2015, secondo uno stile di partecipazione e di collaborazione che è una della caratteristiche di questo gruppo.
 
 

Crinfunding!


Per tutte le cose ci vogliono le condizioni adatte, e per costruire l’oggetto della foto pure: austerity, tempo libero e voglia di divertirsi sono stati l’humus da cui è nato Crin. Sì, perché ormai è diventato un nome proprio.

Mi spiego meglio.

Crin, come è facile capire dall’eloquente apertura sul suo fianco destro, è un salvadanaio, e con questa funzione esordirà al Convegno di Toponomastica femminile a Torino, il 4 di ottobre, dove si spera che i suoi occhietti stuporosi commuovano le/gli ospiti fin nel portafogli.

Con le casse di Regione e Comune in profondo rosso, la Provincia al “Si salvi chi può” e gli imprenditori alla canna del gas, la strada delle sponsorizzazioni è subito apparsa talmente cosparsa di spine da essere quasi impraticabile. Rimaneva la soluzione crowdfunding, ma a parte il fatto che chi bazzica questi terreni aveva altro da fare, devo confessare che il sistema mi pare un po’ un’americanata, come si diceva un tempo, e‘ sta cosa che chi mette cinque euro viene ringraziato collettivamente, chi ne mette venti nominativamente e così via , fino ad arrivare, per i più generosi, alle nuvole di incenso e alla pioggia di petali di rose… diciamo che mi fa anche un po’ ridere, ecco!

Così una email di Maria Pia Ercolini (“… magari mettiamo un salvadanaio in sala …”) ha acceso nella mia testa una lampadina, e questa illuminava a giorno un maialone rosa, di cartapesta. E poiché chi fa da sé fa per tre, ho incominciato ad attrezzarmi  per superare tutta una serie di problemi, dal momento che in tutta la mia ormai lunga vita mai mi era capitato di costruire alcunché, tantomeno con la cartapesta.

Per farla breve, Crin è nato durante le vacanze, davanti al mare, in vista dell’isola di Bergeggi, dopo che la sottoscritta aveva freneticamente compulsato una dozzina di siti Internet, con la collaborazione di mezzo condominio e contributi volanti di consigli e aiuti vari, in barba al tempo bizzoso di un’estate mai vista che un giorno no e due sì costringeva a ritirarlo in casa perché la pioggia non lo riducesse in pappa. 

Trovato un bel rosa shokking nell’unico colorificio aperto della zona, e spalmato con questo tutto l’animale dal grugno al codino, è sorto il problema di cosa scriverci sopra. Magari “Pigfunding”, giusto per ironizzare un tantino? Oppure, visto che è destinato a un convegno in Piemonte, “Crinfunding”? Sì, “Crinfunding”, e anche “My name is crin”, con un intento didascalico per le/gli ospiti provenienti da altre parti d’Italia, che ovviamente non conoscono il dialetto piemontese, e un’ombra di citazione da un famoso film.

Evvai, my Crin, lunga e (soprattutto) fortunata vita a te! 

Donne valdesi e memoria

Dal 3 al 5 ottobre si svolgerà a Torino nella Sala Polivalente di via Leoncavallo 23 a Torino il 3° Convegno Nazionale di ToponomasticaFemminile dal titolo “Strade maestre: un cammino di parità”. Il Convegno di Torino offrirà una panoramica della cultura piemontese al femminile, e in quest’ambito Bruna Peyrot interverrà per portare il proprio contributo nel campo della storia delle donne valdesi. Bruna Peyrot, studiosa di storia sociale, pubblicista, conduce da anni ricerche sulle identità, le memorie culturali e i percorsi di costruzione democratica dei singoli e dei gruppi sociali, specie comparando Europa e America latina, continente che frequenta da oltre dieci anni. Collaboratrice di periodici e riviste, vincitrice di premi letterari.Pubblichiamo di seguito la sintesi del suo intervento, che avrà luogo sabato 4 ottobre (ore 15.15 – 15.30). Per eventuali informazioni sul Convegno scrivere a Loretta Junck: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Donne valdesi e memoria

Questo studio darà rilievo alla componente più antica del protestantesimo italiano: il mondo valdese e in particolare alla sua parte femminile. Appartenenti a una minoranza religiosa risalente a uno dei più combattivi movimenti ereticali medioevali, concentrata nel suo nucleo originario nelle Valli valdesi del Piemonte, in provincia di Torino, le donne valdesi hanno  segnato la loro presenza all’interno di una singolare civiltà: la società montana e contadina, la presenza istituzionalizzata (dal 1532, data di adesione alla Riforma di Calvino) della chiesa valdese e la rete, reale e ideale, del protestantesimo europeo. Eretiche, eroine, predicatrici, diaconesse, maestre, mogli di pastori (ministri di culto), benefattrici, emigrate, contadine, operaie, domestiche, tutte hanno condiviso il cammino di fede dei loro compagni, unite dal mitico, complesso e antico aggettivo “valdese”. Con Valdo di Lione, da cui si originò il nome valdese, erano le “misere donnicciuole che predicavano”. Nel periodo delle persecuzioni erano eroine della resistenza. Nell’ottocento “unioniste” (si ritrovavano nelle Unioni femminili per discutere e offrire le loro arti – cucire, ricamare, cantare – al servizio della chiesa), maestre e attiviste, fino al secolo successivo in cui, nel 1962, possono accedere al ruolo pastorale (ministre di culto). Fra loro, certo emergono alcuni nomi, che le fonti giornalistiche, autobiografiche o epistolografiche riportano. Tuttavia, la loro è una presenza corale che si situa in una domesticità allargata e socialmente utile, nello spirito che caratterizza la cultura valdese, poco propensa a esaltare singole personalità  e impregnata dei classici valori del protestantesimo: liberalismo, pluralità, consapevolezza del ruolo della propria coscienza. Nel corso dell’esposizione citeremo alcuni nomi che potrebbero essere interessanti da proporre all’interno del progetto della toponomastica al femminile.  

 

Convegno strade maestre

 
Il primo fine settimana di ottobre (da venerdì 3 a domenica 5), la Sala Polivalente di via Leoncavallo 23, a Torino, ospiterà “Strademaestre: un cammino di parità”, terzo convegno nazionale di Toponomastica femminile.
L’evento testimonia l’attività e la vitalità del gruppo che, nato nel gennaio del 2012, conta ora più di 7800 aderenti e si esprime in diversi campi, in primo luogo quello dell’attività didattica: il 26 maggio la premiazione del primo Concorso nazionale ha visto a Roma l’affluenza straordinaria di settecento studenti giunti da tutta Italia per conoscere i migliori lavori realizzati con entusiasmo da insegnanti ed allievi nelle scuole di ogni ordine e grado, dalla primaria all’università.
Il Convegno di Torino offrirà una panoramica della cultura piemontese al femminile, e in quest’ambito Bruna Peyrot interverrà per portare il proprio contributo nel campo della storia delle donne valdesi. Mercoledì 24 settembre pubblicheremo di seguito la sintesi del suo intervento, che avrà luogo sabato 4 ottobre (h 15.15 – 15.30). Loretta Junck
Per eventuali informazioni sul Convegno scrivere a Loretta Junck: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Per conoscere il programma cliccare qui

 

Le tabacchine e le valdesi

Pensieri a ruota libera sulle identità femminili

“Ci pensavo qualche giorno fa, seduta al tavolino di un bar pasticceria in quello che era un tempo il borgo sorto intorno alla Manifattura Tabacchi, al fondo di corso Regio Parco a Torino: ci sono eredità trasparenti, peculiarità che talora la storia collettiva scolpisce nel volto, nella  gestualità, nel sentire dei gruppi umani, peculiarità che si conservano e si tramandano da una generazione all’altra, e che si avvertono al primo impatto.

Nella camminata decisa, negli sguardi diretti, nella parlata franca delle abitanti di quel quartiere, per poco che se ne conoscano le vicende, non è difficile scorgere i segni di una storia collettiva al femminile, la storia di quelle tabacchine e di quelle sigaraie cui la comune esperienza di lavoro forgiò nel tempo un’identità ben precisa e ancora percepibile, oggi, nelle figlie e nelle nipoti di quelle donne.

E ci sono invece realtà più sfuggenti e sfumate, che non appaiono con la stessa evidenza. Non credo sia facile, per esempio, trovare  un denominatore comune per le donne valdesi, al di là di ciò che fortemente le contraddistingue  come portatrici degli stessi valori  condivisi con i correligionari di sesso maschile. Qualità come la serietà, l’affidabilità, il senso civico, lo spirito di servizio, il modo rigorosamente laico di vivere la sfera religiosa, una certa riservatezza che si unisce all’apertura culturale dovuta sia ad un livello di istruzione da sempre elevato sia ai tradizionali scambi con l’Europa protestante, tutto ciò costituisce un retaggio comune sia agli uomini che alle donne della comunità valdese.

Non facile, invece, almeno così a me pare, definire caratteristiche che identifichino le donne valdesi non in quanto valdesi ma proprio in quanto donne. Questa la mia impressione di osservatrice esterna, ma che non sia del tutto campata in aria mi viene confermato, dall’interno, da persone che di quella comunità fanno parte.

Mi piacerebbe però che si aprisse un confronto anche con le lettrici e i lettori di Bradipodiario, parecchie e parecchi dei quali hanno certamente da dire, su questo tema, molto più di me.

Francesca Spano: una breve e intensa esperienza di vita

“Protestante di ascendenze ebraiche e comuniste, insegnante e consigliera comunale, sessantottina e femminista”: con queste parole sul retro di copertina del libro che ne raccoglie gli articoli politici, filosofici e teologici (Francesca Spano, Con rigore e passione, Claudiana) Claudio Canal presenta la complessa personalità di Francesca Spano, figura di spicco del mondo politico e culturale pinerolese dalla metà degli anni ’70, delineando l’ambito degli interessi e dell’azione della sua vita breve e intensa.

Lei aveva detto di sé, con l’ironia che la contraddistingueva, che era stata allattata sui divani del Transatlantico, a Montecitorio. Infatti sua madre era Nadia Gallico Spano, una delle ventuno donne che il 2 giugno 1946 erano entrate nell’Assemblea Costituente. Alla nascita di Francesca era ancora deputata alla Camera e lo sarebbe stata fino al 1958, mentre il padre Velio era senatore; entrambi dirigenti del PCI.

Francesca nasce a Cagliari nel 1950 ma nel 1953 si trasferisce a Roma insieme con la sua famiglia per l’impegno politico dei genitori. A quattordici anni rimane  orfana del padre, esperienza che la segna profondamente. Nel solco dell’educazione famigliare, si iscrive alla FGC e naturalmente si impegna nel Movimento studentesco del liceo romano che frequenta, ma presto si allontana  dall’impronta assolutamente laica ricevuta dai genitori per avvicinarsi al cristianesimo protestante, grazie anche all’incontro con la personalità carismatica di pastori come Carlo Gay e Giorgio Tourn e agli intensi soggiorni presso il Centro ecumenico internazionale valdese di Agape, presso Prali (TO). Tuttavia, per rispetto alle proprie radici ebraiche di parte materna, sceglierà di non battezzarsi. Nel 1974 si laurea con una tesi in storia e  decide di stabilirsi a Pinerolo, dedicandosi con passione all’organizzazione culturale dei “campi” di Agape ed entrando nel Comitato esecutivo del Centro. Intanto insegna nel liceo di Pinerolo con un’attiva presenza nella CGIL scuola. Animata da autentica passione per il mondo delle idee, matura i propri orientamenti nei gruppi di ricerca teologica e in quelli femministi, nei quali convoglia anche il suo interesse per la psicanalisi; un viaggio, quello attraverso la psicanalisi, che la coinvolge personalmente e per tre anni ad Agape organizza un “campo” su questo argomento. Collabora poi attivamente alla creazione del Museo della donna valdese, fondato ad Angrogna nel 1989. A livello politico, dopo la “svolta” della Bolognina, Francesca si iscrive a Rifondazione Comunista e viene eletta al Consiglio comunale di Pinerolo, dedicandosi per qualche tempo anche alla politica attiva. Dal febbraio 1988 alla primavera del 1995 dirige la rivista Gioventù Evangelica e dal 1995 è nel Direttivo del Centro culturale valdese di Torre Pellice. Nel 1998 sposa il suo compagno, ex militante di Lotta continua e professore a Pinerolo, e nel 2003 va a vivere  a Torre Pellice, in una grande casa col giardino. La passione per il giardinaggio le ispira uno dei testi più significativi del Libretto viola, il libro che raccoglie i suoi scritti più intimi e personali, trovati nel suo pc dopo la sua morte improvvisa: l’embrione, probabilmente, di quello che avrebbe dovuto diventare un lungo racconto autobiografico.

La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi, il libro corale scritto insieme a un gruppo di donne valdesi, traccia un’analisi del cammino di condivisione con i movimenti femministi intrapreso sulla strada indicata dal “pensiero della differenza” ma anche dalla fede evangelica. Purtroppo Francesca non avrà il tempo di vederlo uscire in stampa, perché poco prima che ciò accada una rapida quanto inesorabile malattia la stronca, il 15 luglio del 2007.

Bibliografia:
Sabina Baral, Ines Pontet, Giovanna Ribet, Toti Rochat, Francesca Spano, Federica Tourn, Graziella Tron, La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi, Claudiana
Francesca Spano, Con rigore e passione, prefazione di Claudio Canal, Claudiana
Francesca Spano, Il libretto viola e altri scritti, Iacobelli

Una "vita incompiuta"

Con queste parole è presentata, nel bel libro di Maria Rosa Fabbrini, la biografia di Silvia Pons, ricostruita con cura e rispetto partendo dal materiale conservato  nell’archivio famigliare, e arricchendo la narrazione  con i frutti di altre ricerche archivistiche e le interviste a chi ha avuto la possibilità di conoscere Silvia. La sua vita è stata molto breve: nata nel 1919 a Torre Pellice da una famiglia di tradizione valdese, è morta a soli trentanove anni.
Ma lasciamo la parola alla sua biografa,che titola il capitolo introduttivo del suo lavoro con una citazione tratta dall’Agamennone di Eschilo: ”Dopo la mia morte testimoniate, vi prego, che fui coraggiosa”.
 
“Spirito ribelle, dotata di talento, intelligenza e bellezza, Silvia Pons è passata attraverso la non facile via delle scelte e della lotta. A vent’anni, nel 1939 – dopo la promulgazione delle leggi razziali che penalizzavano il suo compagno ebreo – rivendica il diritto alla maternità fuori dal matrimonio e in pagine di grande intensità racconta la nascita di suo figlio; nel luglio 1943 si laurea in medicina e comincia a esercitare una professione ancora quasi esclusivamente maschile. Antifascista militante, aderisce al Partito d’Azione, partecipa alla Resistenza ed è attiva nell’associazionismo femminile nato durante la guerra; il suo contributo alla difesa dei diritti delle donne e alla loro emancipazione prosegue negli anni cinquanta durante i quali, tra l’altro, collabora con la casa editrice Minerva Medica di cui diventa corrispondente da Parigi”.
 
Frida Malan, sua grande amica per tutta la vita, ha detto di lei (la sua commossa testimonianza è stata raccolta da Piera Egidi Bouchard) che la sua libertà e indipendenza ne facevano “una figura molto moderna”, che forse non è stata capita nel suo ambiente di allora, perché  era “troppo avanti rispetto ai tempi”. E rimpiangeva che non fosse stata ancora studiata e valorizzata, e che la gente delle Valli avesse avuto un atteggiamento troppo duro nei suoi confronti, un atteggiamento ingiusto perché “Silvia era buona, generosa, anche troppo generosa”.
Il personaggio di Silvia Pons compare con un ruolo preminente anche nel Diario partigiano di Ada Gobetti, che ne ricorda il ruolo fondamentale nel campo della diffusione delle idee attraverso “La nuova realtà”, il giornale del Movimento Femminile di Giustizia e Libertà.
 
La biografia di Maria Rosa Fabbrini, insieme allo studio precedente di Marta Bonsanti, colma finalmente una lacuna rendendo giustizia a quella che è stata, sempre secondo Frida Malan, “una delle più interessanti figure della storia delle donne”.
Ma per ciò che riguarda il riconoscimento toponomastico, né Frida Malan né Silvia Pons (e ci piace ricordarle insieme, per l’amicizia che le ha legate) l’hanno finora  ottenuto, a quanto ci risulta, né a Torre Pellice, luogo delle loro origini, né a Torino dove entrambe operarono.

Lidia Poët: un’avvocata nata troppo presto

Lidia Poët è stata la prima avvocata in Italia, ma a causa del suo sesso non ha mai potuto esercitare: era nata troppo presto, nel 1855. Infatti, anche se oggi ci sembra incredibile, solo nel 1919  fu permesso al genere femminile l’accesso a tutte le professioni,tranne la Magistratura. Fu infatti allora che le donne, entrate in massa nel mondo del lavoro durante la prima guerra mondiale per sostituire gli uomini al fronte, ebbero il riconoscimento della loro capacità giuridica, senza essere più sottoposte per legge alla “tutela maritale”.

Lidia Poët nasce a Traverse, una frazione di Perrero, in val Germanasca, da una benestante famiglia valdese. Brillante e determinata, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Torino, da poco aperta anche alle studentesse, e all’Università la sua presenza naturalmente fa scalpore. Nel 1881 si laurea con una tesi sulla condizione femminile, e dopo aver svolto il prescritto periodo di praticantato nello studio di un avvocato di Pinerolo e aver superato con ottimi risultati l’esame di abilitazione, chiede l’iscrizione all’Albo. Questa le viene concessa, ma la decisione, presa a maggioranza dall’Ordine, viene impugnata dalla Procura Generale del Re, che ricorre in appello e ottiene che l’iscrizione di Poët venga abolita. Sentenza confermata infine dalla Cassazione, con motivazioni che si richiamavano alla “naturale” differenza tra i sessi.

La sentenza di terzo grado pone la parola fine alle speranze di questa donna coraggiosa,  che non potrà far altro che continuare in altre sedi la sua lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne, ma anche di altre categorie deboli come i minori e i carcerati. Entra a far parte stabilmente del Segretariato del Congresso Penitenziario Internazionale e nel 1922 presiede il Comitato per il voto alle donne, fondato a Torino nel 1906. La possibilità di iscriversi all’Albo degli Avvocati giunge per lei troppo tardi, quando  ha ormai più di sessant’anni. Sebbene la vicenda sia piuttosto nota, non esiste nessuna intitolazione stradale che ricordi questo personaggio, né nelle Valli Valdesi né a Torino: solo una scuola media di Pinerolo e una biblioteca, la Biblioteca delle Donne fortemente voluta dalla sindaca di Porte, sono state intitolate a Lidia Poët.

Eppure una scelta simile da parte delle Amministrazioni comunali sarebbe significativa, farebbe capire che le istituzioni hanno preso coscienza della pesante discriminazione cui le donne sono state sottoposte in un recente passato, e che hanno deciso veramente di voltare pagina.

Sulle tracce di Frida

Una mattina di primavera dell’anno appena trascorso mi decido ad andare a Orbassano per fotografare una targa femminile: dal censimento toponomastico vi risulta infatti uno slargo intitolato a Frida Malan. Prima di partire scarico da Internet la pagina che mi interessa: il luogo che cerco dovrebbe essere in pieno centro.

Una volta sul posto parcheggio e mi dirigo a piedi dove secondo la piantina dovrebbe trovarsi il mio obiettivo. Niente, non lo trovo. Interpello qualche passante. Occhi sbarrati, teste scosse, perplessità: nessuno ha mai sentito parlare di un largo Frida Malan. Entro in quella che sembra una libreria, è la biblioteca civica. Anche lì rivolgo la mia domanda, spiego perché cerco quell’indirizzo; una gentile signora fa una telefonata, espone il problema, mi manda da una collega in Comune, a due passi da lì. Quando ci arrivo trovo due impiegate comunali che, molto interessate, stanno consultando una cartina della città allargata sulla scrivania. Si sono prese a cuore la ricerca perché, mi dicono, loro stanno a Orbassano ma questo largo non l’hanno mai visto. Però sulla piantina c’è. Eccolo lì, non proprio in pieno centro come credevo: la mia mappa era sbagliata. Cortesissime, mi forniscono la piantina e mi segnano anche il percorso. Riprendo l’auto e in breve, edotta sui sensi unici della zona centrale, arrivo sul posto. Dove ho modo di constatare che largo Frida Malan è niente altro che un parcheggio, e siccome non vi sono numeri civici, nessuno, in Comune, ha pensato di sprecarci una targa.

Fine della storia, niente fotografia.

Eppure Frida Malan (1917- 2002) è stata un personaggio veramente significativo. Figlia di un pastore valdese, era entrata come i suoi due fratelli nella Resistenza svolgendo missioni impegnative e pericolose. Una di queste fu di contattare i compagni che erano stati rinchiusi nel campo di transito di Fossoli prima di essere inviati in Germania.

Libertaria, nel 1953 fece la scelta di entrare nel partito socialista e dal 1960 al 1975 fu consigliera comunale e assessora a Torino, ricoprendo incarichi importanti: assessora all’igiene e sanità dal 1966 al 1972, poi al patrimonio e lavori pubblici dal 1973 al 1975. Di quest’ultimo incarico ebbe a dire: «… quel periodo è stato per me straordinario, per come decidevo. Mai secondo la burocrazia normale, ma secondo la mia coscienza … » perché «male non è andare contro le regole, male è danneggiare gli altri». E come sostiene Piera Egidi nel suo bel libro Frida e i suoi fratelli, «è immediato vedere in questa “filosofia della res pubblica” il retaggio dell’educazione ricevuta in una famiglia pastorale!»

Attivissima da sempre in difesa dei diritti della donne e nell’associazionismo femminile, divenne presidente della Commissione pari opportunità nel 1988-89, ma si occupò di moltissime altre cose: fu nel Movimento federalista europeo, nel Fnism (Federazione nazionale insegnanti scuola media), nel direttivo del Pannunzio, nell’Ywca – Ucdg (Unione cristiana della giovani).

Un impegno a tutto campo, meritevole di una targa vera, e non solo di una: ci si dovrebbe pensare a Torino, per esempio, dove visse per gran parte della sua vita e dove operò con passione ed energia.

Un ricordo per Jenny

jenny-cardon

Il nome di Jenny Cardon Peyronel, valdese, staffetta partigiana GL caduta in Val Pellice, compare nell’unica targa femminile di Torre Pellice. Per ricostruirne la storia non ho trovato che un sintetico profilo tra i dati recuperati e archiviati dalla Commissione femminile dell’Anpi. Inizia così: “Jenny Cardon, nata a Torre Pellice (Torino) l’11 marzo 1917 da Luigi e Margherita Piastre. Operativa dal 1 dicembre 1944 … con la formazione Val Pellice, V Divisione Alpina Toia, si segnalava in particolare per le delicate operazioni di collegamento…”

Si descrive poi il momento in cui fu colpita, “in regione Rio Gros”, proprio “mentre infuriava l’ultima battaglia”, il 23 aprile 1945. Altrove però ho trovato un’altra data per la sua morte: 26 aprile. E questa compare anche sulla lapide nel cimitero di Torre Pellice. Chissà se Jenny seppe della Liberazione… Ho fatto delle ipotesi, su quei tre giorni di differenza: ho immaginato che, ferita gravemente durante quello scontro fatale, Jenny sia poi morta a casa sua, vicino ai suoi. Aveva 28 anni, Jenny, un marito, dei parenti … probabilmente erano vivi i suoi genitori. Aveva magari anche figli piccoli, oggi forse ancora viventi, e ci saranno dei nipoti, chissà, che di questa nonna mai conosciuta potrebbero conservare comunque qualche ricordo di famiglia, qualche istantanea, e certamente quella Croce di bronzo che le venne data alla memoria.

Forse proprio perché non ho trovato né una fotografia né altre notizie in rete, quei tre giorni di scarto hanno messo in moto la mia immaginazione facendomi venire voglia di seguire le tracce di questa storia sconosciuta, di questa realtà umana che rischia di perdersi e sprofondare nel passato. Forse avrò modo di farlo, prima o poi. Troppo spesso e troppo facilmente la memoria femminile viene cancellata dal tempo, e invece è giusto ricordare. Perché il sacrificio di Jenny e l’impegno attivo di tutte quelle che come lei parteciparono attivamente alla Resistenza a fianco degli uomini (35.000 in tutta Italia, più di 1000 cadute in combattimento, oltre 2000 fucilate o impiccate) non solo hanno contribuito alla lotta al nazifascismo, ma hanno cambiato il destino delle donne, sovvertendo le regole della tradizione che le aveva confinate in casa in un ruolo subalterno e portandole di diritto alla ribalta della storia. Non più solo mogli, madri e figlie, ma cittadine. 

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