Principesse e regine nei nostri percorsi quotidiani

23 Luglio 2012
Scritto da Barbara Belotti e Maria Gemma Azuni

Ponte Regina Margherita, piazza Regina Elena, viale principessa Clotilde, via Mafalda di Savoia: sono queste le strade “di sangue blu” nei nostri percorsi urbani. Presenti in quasi tutti i centri italiani, la loro diffusione e ripetizione rende ancora più grande il vuoto della rimozione della storia femminile. I rilevamenti statistici di Vincenzo Caffarelli collocano la regina Margherita al 94° posto nella classifica dei toponimi più frequenti ed Elena al 139°, ma segnalano anche che tra i primi cento classificati ci sono appena 19 donne, di cui 12 sante.

L’odonomastica riflette la visione politica dei momenti storici. Dopo le lotte risorgimentali e l’unità italiana si rese necessario, come si afferma sul sito toponomasticafemminile.it, “cementare gli ideali nazionali”. Si pensò “a ribattezzare strade e piazze dedicandole a protagonisti, uomini, del Risorgimento e in generale della patria”. Unica figura femminile quella di Margherita di Savoia, prima regina d’Italia, il cui nome fu inciso contemporaneamente e per sempre nelle strade di molte città, da Nord a Sud. Ricoprì prima il ruolo di Regina consorte e poi quello di Regina madre, ma anche su di lei le pagine dei manuali tacciono o, al più, sorvolano; spesso riprodotta in foto ufficiali, fili e fili di perle candide al collo, corona in testa, volto atteggiato a regale superiorità, la sua storia di donna rimane sullo sfondo delle vicende del Regno.

L’odonomastica nazionale ci consegna altre due principesse della dinastia Savoia: Clotilde e Mafalda. Anche i loro nomi sono spesso ricordati negli stradari delle città italiane. Entrambe sono figure dal destino segnato. La prima accetta come imprescindibile “ragion di stato” il matrimonio con il principe Gerolamo Napoleone, cugino dell’imperatore Napoleone III. Diventa un’eroina del Risorgimento degna di futura memoria: il suo matrimonio è un atto politico, organizzato da Cavour. A soli quindici anni si trova sposata a un uomo molto più vecchio di lei, descritto come libertino e irreligioso: accetta il matrimonio quasi fosse una missione. Obbediente figlia, moglie silenziosa, Clotilde aveva un’altra dote per essere celebrata nella memoria nazionale: fu così devota da essere soprannominata “la santa del Risorgimento italiano”.

Ancor più dolorosa la vita di Mafalda di Savoia. Figlia, moglie e madre, diventa anche vittima del male assoluto, il nazismo. Catturata dai tedeschi con l’inganno fu internata nel campo di concentramento di Buchenwald, dove trovò la morte a seguito delle ustioni e delle ferite, non curate, riportate dopo un bombardamento anglo-americano. Un sacrificio che non poteva non trovare posto nel cordoglio e nella storia nazionale.

Ma la storia italiana ha visto ben altre figure femminili di potere, esempi di coraggio, di lungimiranza politica e culturale. A partire dal Medioevo, quando le principesse e le regine d’Italia si sono trovate a sostenere il peso della corona e del regno, spesso al posto di figli ancora troppo piccoli per decidere le sorti di popoli e territori; oppure nell’età dello splendore rinascimentale, quando le donne delle Signorie italiane erano protagoniste della politica e della cultura, a quel tempo intrecciate in maniera indissolubile.

Le vicende della Sardegna ci consegnano i nomi di regine, dimenticate dai manuali, ma che seppero essere esempi di forza, determinazione, coraggio, spessore politico. Sono Benedetta e Vera, giudicesse di Cagliari, Elena e Adelasia, giudicesse di Gallura e di Torres, Eleonora, giudicessa di Arborea. Più sconosciute le fisionomie storiche delle prime, più nota e ricordata l’ultima. Il suo nome si trova nelle targhe delle maggiori città sarde, supera i confini della regione e viene ricordato in altri centri italiani come Roma e Torino. Per strade e piazze dedicate, Eleonora è al decimo posto nella classificazione nazionale femminile, ma in Sardegna la sua presenza è capillare: seconda soltanto a Grazia Deledda, la giudicessa ricorre 201 volte tra i nomi che contraddistinguono le aree di circolazione dell’isola.E’ stata una vera protagonista, mente acuta e lungimirante, donna di coraggio e di idee della storia di Sardegna e di Italia.

Alla fine del XIV secolo il comando e il potere non erano destinate alle donne, ma Eleonora contraddice le regole del destino. Già nel 1382 stringe un accordo economico finanziario con la Repubblica di Genova e mostra di avere un quadro ben definito del ruolo della sua casata. Subito dopo si trova al centro del problema della successione dinastica di Arborea. Dopo l’assassinio del fratello Ugone, per garantire l’onore del nome della famiglia e i diritti al trono del figlio, si proclama Juighissa de Arbaree. La sua azione di contrasto politico militare alle mire degli Aragonesi e la sua determinazione nel voler dare al territorio amministrato un assetto ordinato e funzionale corrono paralleli.

Da una parte infatti preferisce la guerra alla consegna del suo regno alla casa d’Aragona, dall’altra amplia e rinnova la prima versione della Carta de Logu che suo padre Mariano IV aveva promulgato. La finezza del suo pensiero politico appare evidente: superare l’arbitrarietà nell’amministrazione della giustizia componendo una serie di norme giuridiche conosciute e osservate da tutti i sudditi e le suddite. Per questo motivo la sua Carta de Logu viene redatta non in latino: per essere conosciuta e compresa dal suo popolo, sardo e straniero che fosse. Il rispetto delle leggi in base alla conoscibilità delle norme: un atto “rivoluzionario” nel XIV secolo!

All’interno della Carta de Logu, un insieme di concetti giuridici che danno la certezza del diritto sia in termini di codice civile che penale: una sorta di carta costituzionale del passato che attraversa i secoli successivi e giunge fino all’emanazione del Codice di Carlo Felice nel 1827. Sono 198 norme che formano “il maggior monumento legislativo della Sardegna medievale” e sanciscono l’uguaglianza di fronte alla legge. Eleonora dà rilevanza al valore soggettivo del reato riconoscendo l’intenzionalità o meno dell’atto compiuto; è attenta alla condizione delle donne, sancisce lo stupro come gesto di violenza, ne definisce le pene e pone, accanto all’obbligo per il reo di sposare la donna violata, la frase si plaquiat a sa femina; regola le norme testamentarie, le questioni fiscali e amministrative. Un atto giuridico memorabile riconosciuto anche dai nemici d’Aragona, che estenderanno la Carta de Logu all’intera realtà sarda.

All’eccezionalità di Eleonora rispondono silenziosamente i nomi, misconosciuti, delle altre giudicesse, assenti dalle targhe delle città italiane e il cui merito storico non supera spesso neanche i confini dei territori locali. Le donne sono invisibili nei libri di storia, raccontata sempre al “maschile”, come se le figure femminili non fossero state presenti. Salvo qualche eccezione, le troviamo sullo sfondo del palcoscenico storico, nel cono d’ombra dei loro mariti, dei loro padri, dei loro compagni. La politica e il potere le hanno relegate a posizioni di rincalzo, quando non le hanno cancellate del tutto. E, cancellate dalla memoria, salvo rare eccezioni, risultano assenti anche dalle strade cittadine.

Solo Cagliari ha dato alle sue vie i nomi di tutte le giudicesse di Sardegna. Via Giudicessa Vera, via Giudicessa Elena, Via Giudicessa Adelasia e via Giudicessa Benedetta condividono la stessa parte della città, unite dalla storia e dal cemento delle nuove costruzioni; via Eleonora d’Arborea intreccia il suo percorso con via Giuseppe Garibaldi, l’azione, non lontana da Via Einaudi, il pensiero politico. Il destino di questa grande donna si è compiuto anche nella toponomastica.

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