La difficile via delle scienziate

08 Marzo 2013
Scritto da Teresa Spano

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Il 30 dicembre 2012 una grande donna ha abbandonato questa terra dopo i 103 anni in cui ci ha arricchito con la sua presenza. Rita Levi Montalcini, le sue scoperte, la tenacia, i successi, l’impegno sociale, sono stati e saranno ancora a lungo un esempio di vita per intere generazioni di donne. Se Rita non fosse stata la donna determinata che abbiamo conosciuto, forse a 18 anni avrebbe obbedito alla volontà paterna, sarebbe stata una donna del suo tempo, forse moglie e madre, forse un’artista come la sorella gemella e la madre. Invece è una delle dieci donne che nel mondo sono state insignite del premio Nobel per meriti scientifici (gli uomini sono circa 200), l’unica italiana.

A tre anni decide che non si sarebbe mai sposata, a 19, contro il parere della famiglia, si iscrive all’università per intraprendere gli studi medici, si laurea nel 1936 ma, a causa delle leggi razziali (era ebrea), lascia la sua Torino per emigrare in Belgio. Appena possibile (1939) ritorna in Italia, per sfuggire alle leggi razziste costruisce un laboratorio nella cantina di casa, ne ricostruisce un secondo quando la sua casa viene bombardata a causa della guerra; nel 1947 parte per gli Stati Uniti per approfondire i suoi studi e ottiene risultati così interessanti ed inattesi che vi resta per vent’anni. In America fa la scoperta che le vale il Nobel nel 1986, l’NGF, il fattore di crescita delle cellule nervose. Fonda gruppi di ricerca, dirige centri scientifici prestigiosi dividendosi tra l’America e l’Italia, dedica i suoi studi successivi alla sclerosi multipla. Nel 2001 diviene senatore a vita e partecipa attivamente alla vita politica. Investe i suoi guadagni di senatrice nella ricerca e nella fondazione che porta il suo nome, dedicata alla formazione dei giovani e al conferimento di borse di studio a studentesse africane con l’obiettivo di creare una classe di donne con ruoli centrali nel loro paese sia in campo scientifico che sociale.

La nuova iniziativa di Toponomastica femminile “La lunga strada di Rita” vuole ricordare la sua lezione richiedendo un’immediata intitolazione di una via o di un luogo civico significativo. In Sardegna nessun comune ha ancora risposto all’invito. L’iniziativa, però, è stata ripresa in tutta l’isola sia da comitati spontanei sia dal gruppo dei Giovani Democratici Sardi che ricordano Rita come “una donna altruista che ha speso tutta la sua vita in un impegno nobile che speriamo tanti di noi possano intraprendere”.

Nemmeno la città di Sassari ha ancora accolto la richiesta, nonostante fosse conferita a Montalcini la cittadinanza onoraria nel 1991, quando, in occasione della “settimana della cultura”, la scienziata, invitata dall’AISM (associazione italiana sclerosi multipla), aveva tenuto una lectio magistralis nell’affollatissimo teatro, ringraziando “per questo onore” la cittadinanza. Eppure proprio in questi tempi di apparente emancipazione femminile abbiamo un gran bisogno di una figura che mostri la strada alle nostre giovani. Nelle facoltà scientifiche dei nostri atenei le donne superano il 50% delle iscrizioni, ma pochissime raggiungono traguardi interessanti, certamente per quel tetto di cristallo che impedisce loro di emergere, ma anche per quel senso di inadeguatezza che determina spesso nelle donne una minore fiducia nelle proprie capacità.Non mancano le eccezioni. Anche tra le giovani sarde troviamo scienziate più o meno famose che con coraggio, tenacia, forza di volontà riescono ad affermare le loro competenze in strutture organizzative quasi interamente maschili.

A volte si tratta di donne costrette ad abbandonare l’isola e che raramente ritornano in patria. Qualche esempio? In Inghilterra vive e lavora ormai da nove anni Rita Sassi, trentacinquenne, biologa marina di origine sassarese. Nel 2003 parte per Londra per perfezionare la lingua, ma decide di trasferirsi stabilmente e di terminare gli studi nel Regno Unito. Attualmente è responsabile dell’organizzazione “Thames 2l”, un’associazione che si occupa di riqualificazione ambientale. Rita Sassi è responsabile dei corsi d’acqua ad est di Londra e del tratto del Tamigi da Tower Bridge fino alle dighe. Grazie al suo lavoro e alla sua personale battaglia contro i rifiuti di plastica ora il Tamigi, un tempo inquinato, è di nuovo vivo ed ospita 125 varietà di pesci e 38 di uccelli acquatici.

I nostri fiumi invece vivono situazioni sempre più critiche ma nessuna “Rita Sassi” se ne prende cura. Paola Castangia, proveniente dall’osservatorio di Cagliari dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, assieme a una scienziata siciliana, lavora in Germania con il grande radiotelescopio tedesco di Effelsberg: le due donne hanno scoperto ai confini dell’universo una sorgente d’acqua antica 11 miliardi di anni, la più antica mai osservata. I suoi studi aprono nuove prospettive nello studio dell’origine dell’universo.

Simona Murgia, 41 anni, cagliaritana, astrofisica, lavora a contratto alla Stanford University negli USA. Utilizzando i dati del Telescopio Fermi, in orbita nello spazio, è stata la prima a scoprire due enormi “bolle” di raggi gamma (la forma di luce conosciuta a più elevata energia) estese nel centro della galassia per 25 mila anni luce e probabilmente antiche di milioni di anni. Ora il suo obiettivo di studio è cercare e trovare nuovi segnali di materia, dal momento che quella osservata sotto forma di stelle e gas è solo un quarto della materia di cui è composto l’universo. Difficilmente Simona ritornerà in Sardegna, se non per le vacanze, perché si è stabilita a Palo Alto, dove sostiene di aver trovato ambienti aperti, stimolanti, che responsabilizzano i giovani.

Lucia Gemma Delogu, invece, ha scelto di ritornare. Dopo la brillante maturità classica conseguita al Liceo Classico Canopoleno di Sassari e la laurea in scienze naturali conseguita col massimo dei voti nell’ateneo sassarese, ha fatto ricerca genetica presso l’ospedale Microcitemico di Cagliari, e poi è partita per la California, dove ha sviluppato le sue prime teorie sui nanotubi di carbonio. Ora è di nuovo nella sua città natale e grazie a un finanziamento della Fondazione Banco di Sardegna sta approfondendo la sua prima scoperta scientifica: l’utilizzo dei nanotubi di carbonio come mezzo di contrasto nelle ecografie di cuore, fegato e altri organi addominali. Lucia Gemma, che racconta le mille difficoltà della ricerca in Italia, con scarsi mezzi e farraginosa burocrazia, è responsabile del progetto di ricerca che aiuterà a capire come le particelle da lei studiate abbiano un così elevato potere ecogeno.

Fino agli ultimi giorni Rita Levi Montalcini aveva continuato a chiedere al governo di non cancellare il futuro di tanti giovani ricercatori che coltivano la speranza di lavorare in Italia.

Vorremmo ricordare le sue parole passeggiando per ”via Rita Levi Montalcini, medica, premio Nobel” nella speranza che la strada delle nostre scienziate venga liberata da ogni ostacolo.

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