I mestieri della toponomastica

07 Febbraio 2013
Scritto da Teresa Spano

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In Sardegna pochissimi luoghi dedicano le loro vie a occupazioni antiche e recenti. Si tratta quasi sempre di attività maschili, o talvolta di lavori svolti indifferentemente da uomini e donne per i quali si utilizza troppo spesso un genere apparentemente neutro, che di fatto occulta la presenza delle donne. Soltanto la città di Olbia intitola ben 34 vie ai mestieri: dai più antichi maniscalchi, menestrelli, fabbri, tessitori, ai più comuni panettieri, sarti, librai, barbieri, fino ai testimoni della vocazione marinara della città - navigatori, esploratori, palombari, commercianti - e agli interpreti della modernità - metereologi, aviatori, astronauti.

Nel ben più esteso stradario di Cagliari invece troviamo solamente 12 vie che richiamano il mondo del lavoro e una gran parte ricorda uomini d’un tempo: artiglieri, calafatai, carbonari, cavalleggeri, genieri, salinieri, navigatori, oblati; ortolani, musicisti pescatori e fantini sono ancora tra di noi.

La città di Sassari vede protagonisti della festa tradizionale più sentita (la discesa dei Candelieri) le antiche corporazioni cittadine, chiamate “Gremi”: ortolani, viandanti, piccapietre, fabbri, sarti, muratori, agricoltori, massai, falegnami, calzolai. Nelle vie cittadine però non c’è quasi traccia di arti e mestieri. Troviamo unicamente “via delle conce”, “via ramai” e una modernissima “via degli astronauti”, risalente ad un’epoca in cui ancora nessuna donna poteva cimentarsi in un simile impiego.

In altri paesi s’incontra qualche via dei muratori o degli artigiani e poco di più. E poi c’è Tortolì. Lo stradario del comune ogliastrino comprende 340 vie, di queste quasi la metà (158) ricorda uomini più o meno conosciuti, e soltanto 5 strade onorano donne: Santa Chiara, Grazia Deledda, Eleonora d’Arborea e le recenti Elsa Morante e Marie Curie. Non particolarmente attento alle intitolazioni femminili, eppure Tortolì è il solo comune sardo che oltre a ricordare antiche perizie maschili (bracciante, carrettiere, barracelli, carriolante, carrozziere, pescatore, scalpellino), dedica una delle sue strade a un mestiere femminile umile, antico e ormai scomparso: la lavandaia. Via della Lavandaia è periferica, quasi deserta, con poche abitazioni monofamiliari e qualche villetta a schiera, ignorata da molti stradari, e costeggia un piccolo corso d’acqua. Il nome è probabilmente legato proprio a quel piccolo rio che quasi scompare nei mesi estivi: è il luogo in cui fino a un secolo fa si recavano le donne a strofinare i panni sporchi della famiglia e dei “signori”.

Nella nostra epoca, non si trova quasi più l’occorrente per lavare i panni a mano, ma fino al secolo scorso tutto era ben diverso. Mia nonna, ormai centenaria, ricorda bene il tempo in cui a casa non c’era l’acqua corrente e bisognava andare alla fontana della piazza o alla sorgente per portare l’acqua potabile tra le mura domestiche.

A Sassari il lavatoio è attiguo alla storica fontana del Rosello, risalente al 1200, meta degli “acquaioli” (“carraiolu” in dialetto), ragazzi che attingevano l’acqua e la vendevano, trasportandola a dorso del loro asino nelle case: in questo modo, andare a lavare i panni era una vera e propria occasione per intrecciare relazioni sociali. Fino alla prima metà del Novecento lavare i panni era forse il lavoro femminile che richiedeva più tempo e fatica: di solito erano madri e figlie a svolgere l’ingrato compito. Esistevano anche professioniste, soprattutto vedove o donne sole, che, lavando i panni dei “signori” potevano sbarcare il lunario e aumentare il magro reddito delle campagne.

Si andava prima per famiglie a raccogliere i panni sporchi, poi si portava la cesta al torrente o al lavatoio e si passava la lisciva, ricavata dalla cenere del camino, o un sapone artigianale, fatto con scarti di grasso animale e soda. Si strofinavano e sbattevano i panni sulla pietra, immergendoli nell’acqua fredda, strizzandoli con forza per eliminare più acqua possibile. Spesso era necessario far bollire la biancheria, soprattutto i capi più grandi e resistenti (lenzuola, tovaglie): solo in questo modo si sterilizzava il bucato e si eliminavano i parassiti (acari, cimici, pulci) che infestavano le abitazioni. Una volta lavati, i panni venivano stesi ad asciugare su alberi e cespugli. Nell’attesa, la lavandaia curava la propria igiene, aiutava a “strizzare” i panni delle altre, scambiava novità e pettegolezzi. Il lavatoio era il luogo ove conoscere le ultime notizie di tutta la comunità, un salotto popolare che spesso si trasformava in un piccolo tribunale.

Nell'immaginario collettivo, la lavandaia era una persona felice che cantava, sola o in coro con le compagne, allegre filastrocche e canzoni mentre attendeva al suo lavoro, ma nei paesi, soprattutto dove non c’era lavatoio, il suo mestiere era ben più solitario e faticoso: in qualsiasi condizione atmosferica si lavava inginocchiate sulla nuda terra o sull’erba, più spesso si stava chine con i piedi nell’acqua gelida, uscendo di casa la mattina e rientrando al tramonto.

Oggi il bucato si fa in un’ora, pigiando un bottone e mettendo in lavatrice un po’ di detersivo. La lavandaia non esiste più, sostituita da lavanderie tecnologicamente avanzate che garantiscono igiene e pulito impeccabili. Una piccola dedica, su una via periferica può contribuire a ricordare un passato recente eppure così lontano, un mestiere utile e un tempo indispensabile.

La Storia non è fatta soltanto da uomini e donne che hanno compiuto gesta eroiche: ne fanno parte, a buon diritto, anche le persone umili che con la loro fatica hanno contribuito al benessere collettivo. Chi non ha nome, tuttavia, non ha memoria.

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