Palermo e le donne che vorrei

17 Febbraio 2013
Scritto da Claudia Fucarino

palermo-parteIToponomastica femminile: tutto è partito dai censimenti toponomastici che confermano una disparità di genere mai colmata. Si è poi discusso sull’esigenza di condurli a compimento perchè permettano finalmente di estrapolare dati concreti, definitivi. Si è constatato quanto le strade dedicate alle donne siano spesso invisibili, periferiche, “vittime” anch’esse di una totale indifferenza, causata da cattive amministrazioni o da una semplice, banale e decentrata ubicazione.

Oggi, però, faremo un salto avanti e, distaccandoci da questa realtà notevolmente paralizzante e discriminatoria, ci orienteremo verso una prospettiva finalmente nuova, che dia maggiore spazio alle nostre eroine. E ancora una volta sono le donne di Palermo, protagoniste di questo cambiamento, le donne che hanno deciso di dare lustro alla propria città, proponendo nomi di donna che siano presi come emblema di cambiamento, di rivoluzione e di determinazione e che siano, pertanto, da esempio per tutti e per tutte. Ne è venuto fuori un ventaglio muliebre che dà largo spazio ad una varia ed eterogenea sfilata tipologica.

Pertanto, proponiamo nomi di donne di grande valore ma poco note che, segnalate dalle stesse donne palermitane, proponiamo come meritevoli di nuove, e stavolta speriamo più centrali, intitolazioni toponomastiche. Oggi parleremo di Rosalia Pipitone. Prossimamente di Maria Montuoro e di Giuliana Saladino. Rosalia Pipitone è stata proposta dall’Associazione Giuristi Democratici della Sezione di Palermo. La sezione, composta anche da giovani avvocatesse palermitane interessate a fornire il proprio contributo alla toponomastica femminile, ha voluto onorare la città di Palermo proponendo una donna, che fu vittima di soprusi e violenze all’ età di 25 anni ed è oggi considerata un’icona di ribellione e di coraggio. Verrà così descritta da Rosi Dattolo dell’Associazione Giuristi Democratici: “Rosalia, proveniente da una famiglia mafiosa, riuscì a ribellarsi a quel sistema familiare che la vedeva costretta nel suo status di donna siciliana, prigioniera di un “burqa” cucitole dal padre, Boss di “Cosa Nostra”. Una ribellione che, però, le costò la vita. Dopo la fuga da casa, Lia lasciò il marito, e contro il volere del padre, si risposò con l’amico del cuore, pronto sempre ad aiutarla, anche nel momento di maggiore disperazione, cioè quando la giovane, decise di scrollarsi il suo destino stravolgendo totalmente la sua vita. Un’adultera, come tante ma che, secondo le arcaiche regole di Cosa nostra, disonorava il padre, boss del quartiere Acquasanta di Palermo. Lia aveva violato le regole dell'onore e pertanto doveva essere punita dal padre stesso, colui che diede l’ordine di compiere l’omicidio, inscenando la finta rapina della donna. Il giorno dopo il padre, per liberarsi inoltre di quell’uomo che aveva portato la figlia al disonore, fece simulare anche il suicidio del giovane amico – marito, lanciato dagli aguzzini del padre, dal quarto piano di un palazzo”. Lia riveste il ruolo di donna succube del suo status sociale, costretta a pagare con la morte la liberazione dall’ignoranza, dalla corruzione e dalla violenza causata dalla Mafia.

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