Storia nuova con “Toponimi agrigentino-nisseni tra cartografia e tradizione orale”

02 Maggio 2015
Scritto da Pina Arena

Storia nuova con  “Toponimi agrigentino-nisseni tra cartografia e tradizione orale”

 

In tanti  ci riconosciamo nelle situazioni toponomastiche  preliminari descritte da Angelo Campanella nel suo  bel libro “Toponimi agrigentino-nisseni tra cartografia e tradizione orale”*:  nelle nostre città, e soprattutto nei nostri paesi, ci sono  quartieri, strade,  contrade, specialmente rurali,  noti a tutti gli abitanti “sotto altri nomi”  presenti nella memoria e nell’uso condiviso dalla comunità e  del tutto diversi dai nomi ufficiali, scritti.   Per la gente del luogo, e soprattutto per gli anziani, quei luoghi hanno  “un altro nome”,   noto ma non scritto.  Così, avviene che nella cartografia ufficiale di Racalmuto la Piazza  Umberto I   sia per i racalmutesi la Piazza Castello e che pochi di loro riconoscano il nuovo toponimoCon il vecchio toponimo resiste la vecchia percezione dell’identità del luogo.D’altra parte, accade anche che toponimi  depositati nella cultura locale e orale, ma  non scritti,  cadano in disuso e rischino l’estinzione: quando questo avviene, con essi rischia di andar via un pezzo di storia e cultura del luogo, una parte di noi e del nostro mondo.

Dietro ogni parola c’è un universo che  si conserva finché quella parola continua ad essere usata o  solo ricordata  o scritta, dietro ogni toponimo ci sono  storia e cultura stratificate che finirebbero annullate  dall’oblio, se i nomi che le hanno espresse, una volta perduti nell’uso orale, non fossero scritti e cartografati. E poiché i toponimi, come tutte le altre parole, hanno vita limitata, è necessario cartografarli, liberandoli anche da  storpiature, errori, travisamenti  a cui sono stati sottoposti nel tempo, per restituire loro dignità di documento e fonte di straordinario valore della storia linguistica, antropologica, culturale, sociale  di un territorio e di una comunità.  

Su questa premessa ,  Angelo Campanella -raffinato  linguista, saggista, narratore-  comincia il suo viaggio nella toponomastica urbana e rurale, scritta e orale,  tra Agrigento e Caltanissetta. La sua ricerca   copre un vuoto di studi e di memoria, poiché , per quanto riguarda la Sicilia, non esiste una raccolta sistematica dei toponimi e l’ultima opera monumentale, Il Dizionario onomastico della Sicilia di Caracausi,   fondato sui dati della cartografia IGM (Istituto Geografico Militare), non contiene dati rilevanti di indagini linguistiche sul campo, con interviste ai parlanti.

Da Bompensiere a  Castrofilippo e a  Grotte, da    Montedoro, a Racalmuto, Milena, Castrofilippo, fino a Canicattì, riscopriamo da dentro,  comunità patriarcali, con la loro storia di terre contadine  a cui massari,  famiglie in vista e notabili  davano nome, dove l’identità ed il senso di appartenenza passavano per il controllo e l’autorevolezza della Chiesa e delle sue   parrocchie. C’è poi “lo sviluppo”  che si riflette nella toponomastica  astratta, che sostituisce l’odomastica arcaica, pragmatica e geomorfica,   dando  evidenza a fatti storici   o a personaggi famosi, come “Garibaldi” e “Vittorio Emanuele” ,  o ad astratte denominazioni di ideali , come la “Concordia”. 

Dai  toponimi rurali a quelli  urbani,  orali e cartografati, l’opera   di Campanella  si presta a molteplici letture e si  può leggere da diverse angolature e  tra le quali  vorrei dare evidenza ad una prospettiva “didattica e di genere” che può avere ampi ed interessanti sviluppi.

Questa può essere la scommessa: fare ricerca storica diversamente, guidando  gli/le studenti  perché scoprano e ricostruiscano vicende  dello sviluppo o del sotto-sviluppo culturale delle nostre comunità locali attraverso la ricostruzione delle vicende toponomastiche dei rispettivi territori.  Ricerca storica sul campo,  dunque, indagine diretta,  laboratori che sviluppino metodo, interesse, curiosità da trasferire poi ad altra ricerca storica.  Si creerebbero, così, percorsi interdisciplinari che danno vitalità a saperi diversi e apparentemente astratti.  Il  toponimo della contrada “Caliato” a Racalmuto, ad esempio, può derivare dall’arabo qual’at, col significato di rocca, confortato dall’orografia, o da verbo  siciliano caliari (abbrustolire), rimandando ad altura riscaldata dal sole ma anche, come riferisce Leonardo Sciascia, ad una terra segnata dal ricordo di roghi di cadaveri accatastati durante la peste.

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C’è poi un’altra prospettiva da sviluppare, quella di genere: e qui l’opera di Campanella offre, soprattutto nella toponomastica extraurbana non cartografata, molti spunti  interessanti per nuove ricerche.

Alcuni esempi: fatte salve le sante e le madonne,  le regine, le donne non ci sono e, pur in terre di forte matriarcato,  restano invisibili.

    Prevalgono toponimi maschili, feudali  e patriarcali, anche nei casi in cui  sembrano dare spazio al nome delle donne. Così, a Bompensiere il toponimo Marchesa Contrada non nasce  dal ricordo di un’aristocratica signora degna di memoria, ma  dal cognome del proprietario;   anche a  Grotte e a Racalmuto il maschile patriarcale è presente dove una lettura errata  potrebbe far pensare ad una presenza femminile: Matrona Casale indica non una Domina  ma il cognome del proprietario. Interessante Donna Fara o Donna Fala a Racalmuto, dove Donna deriverebbe dall’arabo d+ayn  “sorgente” reinterpretato paretimologicamente. Perfino Rocca zia Betta rimanda al nome del proprietario. Invisibilità femminile anche laddove le donne sembrerebbero visibili: a Grotte c’è la viaRomita, dedicata ad una donna, moglie di tal Romito da cui, secondo l’uso locale, prende il nome.  Né si salvano le donne delle  famiglie padronali : così a Racalmuto il toponimo extraurbano Barona si riferisce alla proprietaria di una villa ancor oggi esistente ma   non si è sentito il bisogno di ricordare il nome della signora.  Ha nome   invece, a Canicattì,  la tenutaria della casa di tolleranza che ha lasciato segno in un toponimo poi sostituito dall’attuale via Risorgimento:  si chiamava   Donna Carmela e l’immaginario collettivo, di segno    maschile,  l’ha conservato .

Portare a scuola questi dati e queste storie può costituire l’inizio di un percorso di ricerca antropologica e sociale in chiave di genere, che sveli stereotipi e sacche di discriminazione mai colmate. 

Così, l’opera di Campanella  si rivela ricca di suggerimenti e suggestioni, opera  multipla che apre  nuove   strade che la scuola può coltivare e potenziare, ed anche per questo  merita, non una sola lettura, ma   diverse e attente  riletture.

*Angelo Campanella,  Toponimi agrigentino-nisseni tra cartografia e tradizione orale, Ed.dell’Orso, Alessandria , 2015,  

 

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