Le Mille: i primati delle donne

 

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Questo libro sui primati raggiunti dalle donne nasce dalla volontà di riequilibrare la nostra cultura recuperando quello che le donne hanno realizzato, pensato, inventato nel tempo.


È un viaggio nella storia femminile, una storia spesso taciuta, costellata di sconfitte, di divieti e obblighi, irta di ostacoli, chiusa in spazi angusti difficili da aprire, trasmessa spesso con disattenzione se non del tutto taciuta.


Il nostro racconto corale vuole narrare il caleidoscopico mondo delle donne in cui, proprio come i numerosi frammenti di vetro colorati dello strumento ottico, ogni figura va a formare, in modo quasi magico, una molteplicità di strutture in continuo movimento.


Attraverso il lungo e complesso cammino della nostra ricerca, le vicende di queste mille protagoniste della storia ci sono apparse affascinanti ed entusiasmanti. Nonostante le difficoltà, le disparità e i pregiudizi che hanno incontrato sulla loro strada, le donne ci sono e ci sono state; nell’arte, nella politica, nella religione, nella cultura, nelle scienze, in ogni ambito lavorativo e professionale loro hanno tenacemente voluto essere presenti. E questo, alla luce degli infiniti ostacoli, è già di per sé sorprendente.

 

 

 

 

 

 

 

 

Maria Gaetana Agnesi

Pearl Buck

Rosalba Carriera

Santa Caterina Da Siena

Grazia Deledda

Properzia De’ Rossi

Trotula De’ Ruggero

Margherita Di Savoia

Nadine Gordimer

Nilde Iotti

Selma Lagerlöf

Wangari Maathai 

Anna Magnani

Eva Mameli Calvino

Rigoberta Menchu’ Tum

Gabriela Mistral

Maria Montessori

Cesarina Monti Stella 

Elsa Morante

Toni Morrison

Ada Pace

Marie Paradis

Ottavia Penna Buscemi 

Elda Pucci 

Nelly Sachs

Sophie Teauber Arp 

Sigrid Undset

Bertha Von Suttner

 

 

BERTHA VON SUTTNER

La prima donna nella storia a ricevere il premio Nobel per la Pace

 

Praga 09.06.1943 – Vienna 21.06.1914

Molte le vie e le piazze che le sono state dedicate in Germania: a Brema, Bonn, Dusseldorf, Francoforte, Hannover, Kassel, Monaco; intitolazioni anche a Vienna e a Innsbruck, altre strade si trovano in città minori. A suo nome esistono anche scuole a Graz, in molte località tedesche e a Bruxelles.
In Italia le sono state dedicate una via a Roma e la biblioteca di Busalla (GE).

Bertha Felicita Sophia Kinsky nacque a Praga il 9 giugno 1843 e morì a Vienna il 21 giugno 1914.  Fu un’attivista pacifista e il suo profilo è sulla moneta da due euro austriaca.
Suo padre, il conte Franz Joseph, era stato un combattente alle dipendenze del maresciallo Radetzky; sua madre, Sophia Wilhelmine Von Korner, una poetessa.
Il padre morì poco dopo la sua nascita e la madre provvide alla sua istruzione facendola seguire da due istitutrici. Bertha imparò così le lingue, la storia, la filosofia e la musica e, soprattutto, iniziò a “divorare” i libri di storia della biblioteca di famiglia.
La sua fu un’educazione molto rigida che seguiva i canoni dell’aristocrazia asburgica di quel periodo, canoni che lei in seguito abbandonerà contrastandoli fermamente.
Fin da giovanissima partecipò a congressi internazionali in cui rimase colpita dagli orrori delle guerre. Quando si trasferì a Vienna, nel 1873, diventò tutrice del barone e romanziere Von Suttner, più giovane di lei di sette anni. Con lui andò a vivere a Parigi dove cominciò a lavorare come assistente di Alfred Nobel, che la apprezzò e stimò moltissimo finanziandole anche numerose attività. Avevano però una visione contrastante della pace. Nobel affermava:
«il giorno in cui due armate si potranno distruggere reciprocamente nell’arco di un secondo, tutte le nazioni civilizzate non potranno che arretrare inorridite e procedere a smantellare gli eserciti»; Bertha invece era «per il disarmo totale di tutte le nazioni e l’istituzione di una corte di arbitrato che risolvesse i conflitti internazionali facendo ricorso al diritto e alla non violenza»: con questo suo pensiero anticipò di qualche anno quello che poi affermò Gandhi.
Dopo il soggiorno parigino, nel 1867 Bertha fece ritorno a Vienna per sposare segretamente, disapprovata della famiglia, il giovane barone. Nel 1883 Bertha scrisse il suo primo romanzo Inventario di un’anima, ispirato al sogno di Nobel di poter escogitare mezzi di guerra sempre più terrificanti e in grado di vanificare qualunque strategia e modo tradizionale di condurre una guerra.
Nel 1889 scrisse il secondo romanzo La macchina del tempo.
La sua notorietà internazionale è però legata ad Abbasso le armi. Il romanzo, dopo aver vinto le resistenze da parte degli editori che lo ritenevano “troppo rivoluzionario”, fu pubblicato a Dresda nel 1889 e fu poi tradotto in venti lingue. La novità assoluta di questa opera era la prospettiva femminile con cui si guardava alla guerra. Tolstoj, dopo averlo letto, scrisse:
«La pubblicazione del vostro libro è per me un buon segno. Il libro La capanna dello zio Tom ha contribuito all’abolizione della schiavitù. Dio faccia sì che il vostro libro serva allo stesso scopo per l’abolizione della guerra».
Sulla stampa dell’epoca venne scritto:
«In novembre del 1891 in una sala del Campidoglio inaugurandosi a Roma il Congresso della Pace dopo il discorso di… dopo il sindaco… una donna di nobile e severo aspetto, elegante nel vestire, chiese la parola per spiegare in nome di quali principi ella si presentava. Tutti gli sguardi conversero su di lei… si sussurrò… è l’autrice di “Abbasso le armi”. Ella parlò in francese con l’efficacia della convinzione, in uno stile vivo, colorito, in favore dell’ideale della sua vita, la fratellanza tra i popoli, la guerra alla guerra, l’arbitrato internazionale. Prese parte a tutte le sedute del Congresso, fu eletta Vicepresidente e cercò di mettere l’accordo fra le varie tendenze».
Nel 1899 Bertha collaborò con la pacifista olandese Margarethe Selenka per promuovere la Conferenza di Pace dell’Aia. Nel 1905 arrivò il premio Nobel per la Pace per esplicito volere delfondatore, suo amico ed estimatore; Bertha volle condividere la somma ricevuta con il pacifista Frédéric Passy.
Le sue ultime parole in punto di morte furono:
«Giù le armi, ditelo a tutti». Il giorno dopo la sua scomparsa il Corriere della Sera scrisse: «Era una signora dotata di vasta cultura e di molta intelligenza… possedeva un’eloquenza facile ed elegante, e queste qualità contribuirono a fare di lei un vero apostolo della pace universale».

Ester Rizzo

Fonti:
cronologia. leonardo.it/storia/biografie/suttner.htm
http://www.viaggio-in-austria.it/bertha-von-suttner.htm
http://serenoregis.org/2014/06/09/abbasso-le-armi-un-ritratto-di-bertha-von-suttner-isabella-bresci/

http://www.austriacult.roma.it/it/anniversariodellamorte-suttner/

Fabio Mazzari, Busalla: la biblioteca dedicata a Bertha von Suttner,www.inchiostro fresco.it 06.05.2014

 

 

 

GABRIELA MISTRAL

 La prima donna sudamericana ad aver ottenuto il premio Nobel per la Letteratura 

 

Vicuña (Cile) 07 .04. 1889 – New York 10. 01.1957 

In Italia risulta una sola strada con il suo nome, la Tangenziale Sud di Modena.
In Spagna è ricordata a Madrid e a Vitoria; molto presente nell’odonomastica dell’America Latina (a San Paolo, a Quito, a Buenos Aires) è soprattutto in Cile, il suo paese d’origine, ad averla commemorata. Sempre in Cile, ma anche in Venezuela, le sono state intitolate istituzioni scolastiche.

 Il vero nome era Lucila de Maria del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga e scelse lo pseudonimo intorno ai 25 anni, probabilmente per onorare due poeti che amava molto: Gabriele D’Annunzio e Frédéric Mistral; secondo un’altra versione volle fare riferimento invece all’arcangelo Gabriele e al vento di nord-ovest che spazza la sua terra, ovvero il maestrale.
Visse una infanzia povera in una famiglia di origini basche ed ebree, sulle Ande, abbandonata dal padre a soli tre anni; cominciò a lavorare fino da ragazzina per aiutare economicamente la madre. Divenuta insegnante, si fece notare con le prime poesie pubblicate nel 1904, mentre di lì a poco, nel 1909, fu colpita da un grande dolore per il suicidio di un ragazzo, Romeo Ureta, a cui si era legata. I suoi temi divennero più cupi: la morte, il dolore, la perdita, si unirono al il valore degli affetti e dell’amicizia.
I primi veri successi arrivarono nel ’14 con la raccolta Sonetos de la Muerte con cui vinse un concorso letterario. Chiamata in Messico nel 1922 dal Ministero dell’Istruzione, svolse un’opera preziosa nel rinnovare la didattica e favorire l’alfabetizzazione.
La sua consacrazione letteraria avvenne con Desolaciòn e le prose Lecturas para Mujeres; rientrata in Cile, ottenne l’incarico di docente universitaria di lingua spagnola e iniziò una serie di conferenze che la portarono in molte parti del mondo: Usa, America Latina, Spagna. Continuò a occuparsi attivamente dell’educazione e nel ’26 fu nominata rappresentante del Cile all’Istituto Internazionale di Cooperazione Intellettuale, un antenato dell’Unesco che aveva sede a Parigi.
Tra il ’25 e il ’34 visse fra Francia e Italia; abbandonato l’insegnamento e ottenuta una pensione statale, poté svolgere le mansioni di console onoraria fino alla morte. Fu dunque a Nizza, Lisbona, Madrid, in Grecia, in Messico, negli Usa e di nuovo in Italia, a Napoli e a Rapallo.
Al ’34 risale l’opera Ternura; nel 1938 i proventi per la sua pubblicazione Tala andarono agli orfani della Guerra civile spagnola.
Un nuovo dolore alimentò tragicamente la sua vena poetica: nel 1943 si suicidò infatti l’amatissimo nipote Juan Miguel, di 17 anni, che aveva allevato come un figlio.
Due anni dopo, il 15 novembre 1945, ricevette il premio Nobel per la letteratura. Nella motivazione gli Accademici svedesi la accomunarono a Grazia Deledda: entrambe erano donne che avevano vissuto esperienze di vita difficili, erano ignote al grande pubblico internazionale, avevano ricevuto una scarsa istruzione. Entrambe avevano dimostrato tenacia, forza di volontà, impegno ed erano state capaci, con la fantasia e le loro opere, di donare calore umano a lettrici e lettori. È accaduto un fatto simile con l’attribuzione del Nobel nel 2015 alla scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievic, cresciuta fra foreste e stagni, alla quale giunse la notizia mentre stava stirando nella modesta abitazione di Minsk. 
Nel ’47 Gabriela ottenne la laurea honoris causa in California, nel ’51 vinse il Premio nazionale di letteratura in Cile; trascorse gli ultimi anni negli Usa, a Long Island, dove morì di cancro al pancreas con il conforto della segretaria e amica Doris Dana. Alla sua morte il Cile proclamò tre giorni di lutto e il suo corpo fu riportato in patria fra grandi manifestazioni di affetto. Sulla sua tomba compaiono le seguenti parole: «Lo que el alma/hace por su cuerpo/es lo que el artista/hace por su pueblo 
Postumo, nel ’67, è uscito il Poema de Chile a cui aveva pensato fino dalla giovinezza: si tratta di un dialogo fra lei e un piccolo indio, in Patagonia, in cui si fondono i temi più cari: l’impegno pedagogico, la maternità mancata, l’attenzione per una minoranza misconosciuta e disprezzata, l’amore per la sua terra.
A 126 anni dalla nascita, martedì 7 aprile 2015, il sito Google le ha dedicato il “doodle” del giorno, formato dal suo volto, dalle parole «Dame la mano y danzaremos», due mani che si cercano e un secondo scritto «Dame la mano y me amaràs» tratto da una sua celebre poesia. Si è trattato di un riconoscimento che certamente ha contribuito a risvegliare l’interesse e la curiosità intorno alla sua figura.
È stata una poetessa e una donna dalla vita complessa, anche i suoi rapporti con il Cile non sono sempre stati facili, estranea come era al rigido mondo accademico. Aveva avuto una formazione da autodidatta, era attenta ai diritti delle donne e femminista, non era né madre né moglie, né gradiva il ruolo di maestra di vita; pur essendo cattolica usciva dagli schemi: era lesbica e destò molte perplessità il suo carteggio, fra il ’48 e il ’56, con Doris Dana, una bella americana più giovane di 31 anni che le rimase sempre accanto e fu la sua erede. È stata fra le prime intellettuale a parlare dei diritti dell’infanzia e ha anticipato di molto il concetto di “panamericanismo”; era tenacemente antifascista e piuttosto diffidente verso il comunismo, arrivando a guardare con sospetto l’emergente figura di Salvador Allende. Diceva di sé: «Sono socialista a modo mio, una umanista, con lo sguardo verso i poveri, i deboli».      

Laura Candiani                                                                                            

Fonti:

Gabriela Mistral, Canto che amavi, (antologia di poesie a cura di Matteo Lefèvre), Marcos y Marcos, Milano, 2010
Gabriela Mistral, Niña errante. Cartas a Doris Dana, Lumen ed. 
s.f., Gabriela Mistral, poeta e femminista, www.ilpost.it (07 .04. 2015)                                                                                            
s.f., Chi è la poetessa cilena che vinse il premio Nobel: il suo impegno per la cultura, www.ilsussidiario.net (07 .04 .15)
Si vedano anche i siti: www.Latercera.com e I love Chile News (08.04.2015) per il rapporto controverso e discusso fra Gabriela Mistral e Doris Dana.

 

 

 

 

 

 

 

 

WANGARI MAATHAI

La prima donna africana a ricevere il Nobel per la Pace

 

Nyeri (Kenia) 1.4.1940 – Nairobi 25.11.2011

 

A Wangari Maathai sono state intitolate vie ad Audrieu, a Montpellier e a Norroy-le-Veneur in Francia; a Nairobi un edificio adiacente all’Università porta il suo nome. In Italia l’amministrazione comunale di Montecarotto, in provincia di Ancona, le ha dedicato un’area verde nell’agosto del 2012.

Le è stato attribuito il premio Nobel per la Pace nel 2004 con la seguente motivazione: “La pace nel mondo dipende dalla difesa dell’ambiente”.
A chi non capiva il binomio “natura e pace” lei rispondeva: “Tutte le guerre si sono combattute e si combattono per accaparrarsi le risorse naturali che stanno diventando sempre più scarse in tutto il globo. Se veramente ci impegnassimo a gestire queste risorse in modo sostenibile, il numero dei conflitti armati diminuirebbe di certo. Preoccuparsi per la protezione dell’ambiente e lottare per l’armonia ecologica sono modi diretti di salvaguardare la pace”.
Wangari Maathai è stata anche la prima donna centrafricana a laurearsi in Biologia nel 1966 in una Università del Kansas, grazie ad una borsa di studio. In seguito ha proseguito gli studi in Germania e, poi, all’Università di Nairobi dove ha iniziato a insegnare Anatomia Veterinaria: e questo costituisce un altro primato, è stata infatti la prima donna in Kenya a diventare docente universitaria.
Se continuiamo a parlare di primati, gliene spetta un altro: il 10 febbraio 2006 a Torino ha partecipato alla cerimonia di apertura dei XX Giochi Olimpici Invernali, portando insieme ad altre sette donne la bandiera olimpica.
Oltre al Nobel ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, come la Legion d’onore francese e diverse lauree honoris causa.
Bisogna anche ricordare il suo operato nel campo dei diritti delle donne, perché il suo lavoro ha ispirato moltissimi altri attivisti e perché ha saputo conciliare la scienza e il lavoro democratico.
Sottosegretaria nel Ministero dell’Ambiente e delle Risorse Naturali del Kenya, Wangari ha avuto un lungo impegno politico e scientifico. Ha fondato nel 1977 il “Movimento cinture verdi” Green Belt, formato da donne che hanno piantato ad oggi più di 40 milioni di alberi in Kenya e in altri paesi africani: in particolare Tanzania, Uganda, Malawi, Lesotho, Etiopia e Zimbabwe.
Nel 2000, in occasione del Giubileo, Wangari è stata a capo della campagna per cancellare il debito dei Paesi africani.
Attraverso l’istruzione, la pianificazione familiare e la lotta contro la corruzione, ha tracciato un cammino di emancipazione per le donne africane.
Più recentemente si è occupata anche di diritti civili perché, come ha dichiarato lei stessa in un’intervista, “quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini… e allora non puoi più pensare solo a piantare alberi”.
È stata anche scrittrice, tre i suoi libri tradotti in Italia: Solo il vento mi piegherà, La sfida per l’Africa e La religione della terra.
È morta a Nairobi il 25 novembre 2011 e così hanno scritto di lei: “…. una donna tosta, che neanche il marito riusciva a imbrigliare lamentandosi che aveva troppo carattere. Impossibile da trattare come zerbino, come cercano troppo spesso di fare i maschi in Africa. Lei fu capace di anticipare i tempi... come i profeti, che aprono strade e seminano speranza nel deserto, in direzione ostinata e contraria... Wangari ha rischiato il tutto per tutto, anche la pelle, come quando è stata picchiata in ripetute occasioni a sangue e poi sbattuta in prigione...”.
La sua vita è stata una “preghiera”, una preghiera per la terra. Wangari andava ripetendo che bisognava proteggere l’ambiente per proteggere se stessi.

 

Ester Rizzo

Fonti: 
 Wangari Maathai è la prima donna africana premio Nobel. “Ha piantato semi di pace”, in  “Europa Quotidiano” ,04.01.2005
Stefano Folli, Wangari Maathai la donna che piantava alberi, in “Ecoscienza” n. 4, 2011
Addio a Wangari Maathai Nobel per la pace nel 2004, in “La Repubblica”, 26.09.2011
Pietro Veronese, Addio Maathai regina degli alberi, in “La Repubblica”, 27.09.2011
http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/la_religione_della_terra
http://www.giovaniemissione.it/pub/index.php?option=content&task=view&id=3031
http://ambientebio.it/wangari-maathai-la-madre-degli-alberi/

 

 


 

MARIA GAETANA AGNESI

La prima donna a pubblicare un manuale di matematica

Milano 16.5.1718 – 9.1.1799

A Maria Gaetana Agnesi è intitolata una via nei seguenti comuni: Roma, Milano, Pessano con Bornago (MI), Monza (MB), Varedo (MB), Cesano Maderno (MB), Desio (MB), Merate (LC), Missaglia (LC), Roncaro (PV), Castelnuovo del Garda (VR), Padova, Mira (VE), Modena, Bologna, Rimini, Caserta.

Le sono inoltre intitolate una scuola elementare femminile a Milano, una scuola elementare a Firenze, una scuola media statale a Varedo (MB), un istituto magistrale statale a Milano e un liceo statale a Merate (LC).

 

Primogenita di ventuno tra figlie e figli, Maria Gaetana Agnesi nacque a Milano il 16 maggio 1718, pochi anni dopo l’annessione della Lombardia all’Impero asburgico. Fin da piccola dimostrò di essere molto sveglia, intelligente e desiderosa d’imparare: così il padre Pietro decise di farla studiare, cosa non molto frequente per una donna nel Settecento, provvedendo alla sua istruzione con illustri precettori.

La casa degli Agnesi vantava uno dei salotti più in vista di Milano, frequentato da eminenti intellettuali italiani e di mezza Europa, che introdussero la giovane allo studio delle lingue e, in particolare, delle materie scientifiche. Nel 1740, a soli ventidue anni, Maria Gaetana iniziò un periodo di studi in collaborazione con padre Ramiro Rampinelli, professore di fisica e matematica a Milano e pioniere della matematica analitica, e con il matematico Jacopo Riccati. Anche se la cultura scientifica della giovane studiosa fu soprattutto enciclopedica, nel senso che si limitò ad apprendere i temi matematici trattati e discussi da altri studiosi, lei ebbe tuttavia il merito di farsene divulgatrice. In questo periodo iniziò, infatti, la stesura di un testo di analisi, Istituzioni analitiche ad uso della gioventù italiana, che venne pubblicato in italiano nel 1748. L’opera ebbe larga fama poiché, con uno stile chiaro e semplice, diffondeva in modo scolastico ma rigoroso quanto era allora noto sulle equazioni algebriche, la geometria analitica, il calcolo infinitesimale e le sue applicazioni.

Il manuale la rese famosa anche all’estero. L’Académie des Sciences di Parigi lo giudicò un’opera ingegnosa e certo maximum quod adhuc ex foeminae alicuius calamo prodierit. Lo stesso superamento di pregiudizi antifemministi manifestò papa Benedetto XIV che, ammirando l’ingegno di Maria Gaetana, volle offrirle la cattedra di Matematica all’Università di Bologna, incarico che comunque lei non assunse. Accettò solo l’aggregazione all’Accademia delle Scienze di Bologna, che le era stata conferita quando la sua opera era ancora in bozze.

Purtroppo la brillante carriera della giovane studiosa fu bruscamente interrotta nel 1751 alla morte del padre; forse sentendosi isolata rispetto a quel mondo culturale nel quale il padre l’aveva introdotta con tanto successo e rimasta sola in casa dopo il matrimonio della sorella Maria Teresa, abile musicista, perse la volontà di continuare nella via intrapresa. Cominciò così a dedicarsi a opere di carità e a scritti di carattere mistico, trasformando la propria casa in un ospizio. Singolare fu quindi la parabola culturale di questa donna che, conquistati notorietà e prestigio in campo scientifico, volle poi abbandonare tutto per dedicarsi a opere di assistenza.

Quando, grazie alla donazione del principe Antonio Tolomeo Trivulzio, fu istituito a Milano il Pio Albergo Trivulzio, Maria Gaetana Agnesi fu incaricata di dirigerne la sezione femminile. In questo ospizio lavorò per ben ventisei anni, dedicandosi contemporaneamente a studi religiosi e alla composizione dell’opera Il cielo mistico. Morì il 9 gennaio 1799. 

La fama e la fortuna di cui godette tra i suoi contemporanei dovettero essere notevoli se si tiene conto delle numerose testimonianze che la riguardano, prime tra tutte quelle di Charles de Brosses e Carlo Goldoni. Il primo la paragonò a Pico della Mirandola per la sua conoscenza delle lingue e per gli studi scientifici; il secondo la immortalò nella commedia “Il medico olandese”, dove viene rimarcata la fortuna delle Istituzioni in Olanda, paese in cui l’opera era conosciuta e apprezzata. 

 

Roberta Lamon

 

Fonti: 
https://scienzaa2voci.unibo.it/biografie/1-agnesi-maria-gaetana
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/maria-gaetana-agnesi/

 

 

 

PEARL S. BUCK

La prima donna americana a vincere il premio Nobel per la Letteratura

 

Hillsboro, USA 26.6.1892 – Danby 6.3.1973

Nei Paesi Bassi le sono intitolate una piazza a Rotterdam e una via a Dordrecht. In Pennsylvania portano il suo nome una strada di Levittown e un’area verde a Bristol.

Pearl Comfort Sydenstrickerl, più nota come Pearl S. Buck, nata in Virginia a Hillsboro il 26 giugno 1892, è stata una famosa scrittrice statunitense del ventesimo secolo.
Malgrado i suoi numerosi libri siano stati tradotti e letti in tutto il mondo, il suo nome non è citato nella grande letteratura americana. Troviamo opinioni interessanti sulla produzione di Pearl Buck sia nelle analisi di autori cinesi quali Kang Liao, che la considera «un ponte umano tra le civiltà dell’Oriente e dell’Occidente», sia in quelle di autori occidentali come lo storico James Thomson: «la Buck è l'occidentale più influente che possa scrivere sulla Cina dal XIII secolo di Marco Polo».
Figlia di Absalom e Caroline Sysenstrickerl, due presbiteriani che svolgono opera missionaria in Cina, Pearl trascorre la sua infanzia a Ching Kiang e a Shanghai, studia la dottrina di Confucio e il cinese di Pechino ma anche il cantonese attraverso le leggende taoiste narrate dalla sua governante. «[...] al mattino leggevo i miei libri di testo americani e imparavo le lezioni che mia madre mi assegnava basandosi fedelmente sul metodo Calvert, mentre al pomeriggio studiavo sotto la tutela completamente diversa del Signor Kung. Diventai mentalmente bifocale, e così mi resi conto presto di come non esista nelle questioni umane una verità assoluta».
La sua formazione, seppure impregnata di cultura americana, viene influenzata per buona parte dalla cultura cinese e dalle pagine dei suoi libri traspare la sua profonda e partecipata condivisione. «A quel tempo non mi consideravo bianca […] Così sono cresciuta in un mondo doppio: quello presbiteriano dei miei genitori, piccolo bianco e pulito, e quello grande affettuoso allegro e non pulitissimo dei cinesi. Tra i due non c’era comunicazione: quando ero nel mondo cinese ero cinese, parlavo cinese, mi comportavo da cinese, mangiavo come loro e condividevo i loro pensieri e i loro sentimenti».
Frequenta gli studi negli Stati Uniti fino alla laurea in letteratura inglese a Lynchburg in Virginia, nel 1917 conosce nel Campus e poi sposa John L. Buck, un insegnante di economia agraria, col quale ritorna in Cina, questa volta nelle zone rurali povere da cui Pearl prende in seguito spunti e materiale per il suo romanzo più famoso, The Good Earth (La buona terra).
Negli anni Venti scrive saggi e novelle per la rivista Atlantic Magazine e su Asia pubblica il racconto A chinese woman, successivo soggetto del suo primo romanzo Vento dell’Est Vento dell’Ovest. Nel lungo arco della sua vita Pearl pubblica circa settanta libri, tradotti in occidente, alcuni anche in Cina dove è conosciuta col nome cinese di Sai Zhenzhu.
Rimarcando il suo debito verso la tradizione letteraria cinese, Pearl esorta gli scrittori occidentali: «la Cina esiste, i cinesi e la tradizione letteraria cinese anche. Siatene coscienti».
Pearl insegna all’università di Nanchino Lingua e letteratura inglese fino al 1927, quando deve sfuggire alle ritorsioni xenofobe cinesi trasferendosi per un anno in Giappone, dove studia la lingua e le tradizioni di quel Paese. Un back-ground prezioso che permette a Pearl di capire il contesto storico dell’area orientale negli anni ’30 e vivere quello americano roosveltiano del New Deal. Una donna occidentale forte e indipendente che sa raccontare attraverso le figure femminili cinesi l’amore per la terra quale fonte di vita. Non nasconde comunque le contraddizioni del mondo delle donne cinesi, nei suoi scritti ritrae le loro storie fatte di dolore e solidarietà, combatte le usanze che le opprimono, come quella delle bambine vendute come schiave o maritate a 12 anni o quella del concubinato. Riesce a trascrivere nei racconti la vita reale del mondo cinese della tradizione e della lunga parentesi rivoluzionaria, è esperta convinta della multiculturalità e fautrice dell’umanitarismo internazionale, anticipando così il femminismo e le analisi dell’antropologia culturale.
Al suo ritorno negli USA scrive e pubblica nel 1931 la sua opera più nota, The Good Earth, ricevendo il premio Pulitzer. La scrittrice vive un’intensa attività letteraria, soprattutto ha bisogno di pubblicare i libri perché fonte sicura di guadagno per le costose spese mediche necessarie a sua figlia Carol affetta da gravi disturbi neurologici.
A soli 46 anni, nel 1938, Pearl Buck è la prima donna americana a ricevere il premio Nobel per la Letteratura. Negli anni Quaranta, impegnata socialmente sul fronte delle ingiustizie sociali e razziali, fonda la “East and West Association” per favorire nel territorio statunitense gli scambi culturali e sociali con le minoranze etniche. Dopo la guerra riprende a scrivere e a manifestare il suo impegno per i diritti civili. Da convinta multiculturalista, Pearl intende nobilitare la storia cinese attribuendo significato a una cultura differente per renderla comprensibile al mondo americano.
Durante la seconda guerra mondiale prende posizione contro l’internamento delle persone giapponesi residenti negli USA, nel 1941 si dichiara pubblicamente contro le dittature europee, preoccupata per l'ascesa del fascismo e del nazismo in Europa e per suoi effetti sulla libertà e sul ruolo delle donne. Per tutte le sue dichiarazioni sulle libertà democratiche viene considerata eccentrica e radicale. Dedica alle tematiche di genere Di uomini e donne, una raccolta di nove saggi in cui lamenta quanto le donne americane troppo spesso siano relegate in casa, sottovalutando la loro curiosità intellettuale e il desiderio di imparare. Ecco perché la Buck considera giunto il momento di intensificare le richieste per le stesse opportunità a uomini e donne. Scrive che una donna "può sedere su un trono e governare una nazione, lei può sedere sulla panchina e può essere un giudice, lei può essere il caposquadra in un mulino e lei potrebbe essere un costruttore di ponti o un macchinista o qualsiasi altra cosa”. Nel 1949 istituisce "The Welcome House Inc.", una fondazione per ospitare bambini e bambine di provenienza asiatica, cresciuti negli Stati Uniti in attesa di adozione in famiglie americane; a conferma del suo impegno civile e umanitario, Pearl ne adotta alcuni emigrati negli USA. Intransigente e radicale, partecipa attivamente alle battaglie per i diritti civili delle donne e per la parità nella Costituzione americana e, nel 1942 come commissaria AAUW (American Association of University Women), dà priorità alle questioni legislative, studiando e discutendo temi quali la parità salariale e la parità di rango per le donne nelle forze armate, la lotta per abrogare pratiche di lavoro discriminatorie nei confronti delle donne sposate e il SER.
Nel 1950 Pearl entra a far parte dell'American Academy of Arts and Letters e, attraverso un documento pubblico, denuncia le difficoltà di integrazione e le misere condizioni di vita degli emigranti negli Stati Uniti. Il mondo politico e accademico statunitense è in parte critico nei confronti della scrittrice che, come intellettuale radicale, manifesta il dissenso verso le scelte politiche del nuovo ordine mondiale costruito con la guerra fredda. Viene messa sotto controllo tutta la sua produzione letteraria e la sua partecipazione di attivista pacifista.
Nel 1959 partecipa attivamente alla campagna pacifista contro le armi atomiche e scrive su questi temi Command the morning e l’opera teatrale A Desert Incident, condannando i bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki. A Denby, nel Vermont, scrive l’ultimo suo saggio China Post and Present. Muore il 6 marzo 1973.
Negli Stati Uniti, dieci anni dopo, viene dato riconoscimento all’impegno civile di Pearl S. Buck con l'emissione di una serie particolare di francobolli (5 ¢ Grandi americani) emessi dalla United States Post Service. Nel 1999 è stata designata “Woman History Month Honoree” dal Progetto nazionale delle donne.

Agnese Onnis

Fonti: 
Pearl S. Buck, La buona terra, Milano, Mondadori, 1995
Pearl S. Buck, Cielo cinese, Milano, Mondadori
Claudio Ciccotti, Pearl S. Buck: con The Good earth alla ‘scoperta’ della Cina, 2014, http://www.canadausa.net/pearl-s-buck-con-the-good-earth-alla-scoperta-della-cina 
Valeria Gennero, La conquista dell’Est. Pearl S. Buck tra Stati Uniti e Cina, Roma, Aracne editrice, 2008, http://www.aracneeditrice.it/pdf/9788854822665.pdf
Valeria Gennero, L’oppio, l’onore e il libero commercio: la Cina imperiale di Pearl S. Buck, 2007, http://www.iperstoria.it/vecchiosito/httpdocs//?p=113
Kang Liao, Pearl S. Buck, a cultural bridge across the Pacific, 1997

 


 

ROSALBA CARRIERA

La prima miniaturista in avorio della storia

Venezia 07.10.1675 -  15.04.1757

 

A lei sono state intitolate strade in Veneto (a Mira, Padova e Treviso), in Puglia (a Taranto e Andria), a Torino e a Napoli.

A San Paolo in Brasile le è stata intitolata una via.

 

Poche e a volte contrastanti le notizie sulla vita di Rosalba Carriera, molti invece i dipinti, soprattutto ritratti a pastello, che ci ha lasciato.

Sin da giovanissima, la sua arte si rivolse principalmente alla produzione di piccole miniature su avorio e una di queste, “Fanciulla con colomba”, le consentì l’ammissione all’Accademia di San Luca a Roma.

Nacque a Venezia da Andrea, che svolgeva compiti amministrativi per la Repubblica di Venezia, e dalla ricamatrice Alba Foresti. I genitori, e in particolar modo il padre, che si erano accorti della sensibilità artistica della figlia, la incoraggiarono e le permisero di studiare con bravi maestri dell’epoca.

I suoi primi lavori furono delle graziose tabacchiere che raffiguravano le donne del Settecento tra riccioli, sbuffi e volant. Rosalba fu la prima miniaturista che trasgredì le regole accademiche realizzando i suoi lavori con l’avorio e dipingendoli con un “tratto veloce caratteristico della pittura veneziana”. Ma di lei dobbiamo sottolineare una ulteriore trasgressione: la non corrispondenza allo stereotipo femminile del suo secolo che vedeva le coetanee impegnate in frivolezze e amenità.

Creò una sorta di circolo culturale di cui fecero parte personaggi illustri tra cui altre due pittrici, Felicita Sartori e Marianna Carlevarijs, la contralto Faustina Bordoni Hasse, la poeta Luisa Bergalli, la ballerina Barbara Campanini, la contessa Caterina Sagredo Barbarigo. Emancipate e progressiste si erano conquistate le libertà negate alle donne di quei tempi, costrette entro rigide regole comportamentali.

Nei suoi autoritratti non viene fuori una donna avvenente, ma dallo sguardo è possibile percepire il fascino di una personalità colta, sensibile, arguta. Come scrive Valentina Casarotto, Rosalba fu «una silenziosa rivoluzionaria nel concreto delle proprie scelte, poiché sfidando le convenzioni sociali che imponevano il motto “maritar o monacar” come uniche opzioni legittime, sceglie il nubilato, non solo per motivi economici, ma soprattutto per potersi dedicare anima e corpo alla propria arte».

Rosalba fu la ritrattista più ricercata del Settecento; re e regine, principi e principesse consacrarono il suo successo culminato con l’ammissione all’Accademia di Francia voluta da re Luigi XVI. I suoi biografi ci raccontano che non si fece travolgere dai successi ottenuti e dagli ambienti sfarzosi ma vacui in cui risiedeva per lavorare e, bisognosa dell’affetto della sua famiglia, ritornava sempre a Venezia.

Viaggiò per tutto il continente europeo, spostandosi da una reggia all’altra, fino a quando la cataratta, di cui aveva precedentemente sofferto, non la rese cieca. Visse tre anni nel buio più totale, tre anni tra sofferenze e angosce che, secondo alcuni biografi, la portarono addirittura alla pazzia.

Si spense a Venezia il 15 aprile 1757.

I suoi ritratti e le sue opere si trovano in numerosi musei italiani e in collezioni pubbliche di Dresda, San Pietroburgo, Washington, a Liverpool … Hanno tutti in comune una sorta di “leggerezza” e leggiadria, nonostante l’abbigliamento ridondante del tempo, e una luce capace di evidenziare «un tono vellutato dalle sfumature madreperlacee ottenute con un virtuosistico impiego del gessetto».

Roberto Longhi scrisse di lei che «interpretando con estrema raffinatezza gli ideali di grazia della società aristocratica settecentesca, seppe esprimere con forza impareggiabile la svaporata delicatezza dell’epoca».

Un talento di donna straordinaria, ancora oggi poco conosciuto.

 

 

Ester Rizzo

Fonti: 
Valentina Casarotto, Il segreto nello sguardo. Memorie di Rosalba Carriera prima pittrice d’Europa, Colla editore, 2012
Anna Banti, Quando anche le donne si misero a dipingere, edizioni Abscondita, 2011
Nancy G. Heller, Women artists. An illustrated history, 1987, p. 55-56
Germaine Greer, Le tele di Penelope. Le donne la pittura attraverso i secoli, Milano, 1980, p. 258-259
Ann Sutherland Harris, Linda Nochlin, Le grandi pittrici 1550-1950, Milano, 1979, p.162-16
Valentina Casarotto “Noi Donne” –– gennaio 2013 – pag. 40
Paola Forlani “Leggere Donna” –– novembre-dicembre 2007 – pag. 30-31
http://www.treccani.it/enciclopedia/rosalba-carriera_(Dizionario-Biografico)/
http://danielaedintorni.com/2013/07/25/rosalba-carriera-la-prima-miniaturista-in-avorio-della-storia/
http://www.baroque.it/arte-barocca/la-pittura-barocca/rosalba-carriera-pittrice-barocca.html

 

 

 

 

 

 

 

 


 

GRAZIA DELEDDA

La prima donna italiana a vincere il premio Nobel per la Letteratura

 

Nuoro 27.09.1871-- Roma 15.08.1936

La sua presenza nella toponomastica è considerevole ovunque in Italia, soprattutto in Sardegna visto che, alla sua morte, il Fascismo ne fece una bandiera e una gloria nazionale. Le sono state intitolate anche biblioteche e scuole e la sua abitazione nuorese oggi è adibita a “Museo deleddiano”.
A Madrid esiste una calle Grazia Deledda e a Lione le è stato dedicato il Circolo sardo.

Grazia Cosima nasce in una famiglia borghese benestante, in cui il padre era imprenditore e possidente, ma anche poeta estemporaneo e appassionato di letteratura e di tradizioni sarde; la figlia frequenta solo le classi elementari, ma trova a Nuoro un ambiente culturalmente stimolante. Può anche usufruire liberamente della ricca biblioteca paterna avvicinandosi così ai classici (Omero, Boccaccio, Tasso, Goldoni, Manzoni, Shakespeare, Hugo, Balzac) e soprattutto a quei narratori russi Tolstoj e Dostoevskij fra tutti che formeranno la sua base culturale da autodidatta. Legge avidamente anche le riviste che arrivano da Cagliari e da Sassari, inizia le prime collaborazioni a riviste femminili come Ultima moda e intreccia vivaci rapporti epistolari con letterati, artisti, etnografi. Fin dalla fondazione è socia consigliera della Società Nazionale per le Tradizioni Popolari Italiane, nata nel 1883.
Nel 1899 a Cagliari conosce il funzionario statale Palmiro Madesani e, dopo il matrimonio, si trasferisce a Roma dove avrà due figli (Sardus e Franz) e dove vivrà fino alla morte. Viene introdotta nell’ambiente letterario della capitale grazie alle amicizie con De Gubernatis, Manca, Perino. Inizia la collaborazione con la rivista “La nuova Antologia” fra i cui redattori c’è Giovanni Cena, piemontese di famiglia contadina e di tendenze socialiste, attivo nella lotta contro l’analfabetismo, che trova con Grazia e le sue origini sarde una particolare sintonia. L’ambiente romano è vivace: in quel periodo vivono nella capitale Sibilla Aleramo, Moretti, Corazzini, Severini, Balla e la sorella Nicolina, che ha lasciato Nuoro, dipinge e contribuisce a tenere viva l’attenzione di Grazia verso gli sviluppi del linguaggio artistico.
Deledda vive piuttosto appartata e nel suo giardino, sotto un bel cedro e con grande semplicità, riceve insieme a Nicolina poche e selezionate amicizie: giornalisti, scrittori, letterati, artisti. Intanto continua a scrivere intensamente, mentre la sua fama si è allargata; dopo la prima produzione giovanile influenzata dal Verismo, nel XX secolo vengono pubblicati i suoi capolavori. Nel 1896 il romanzo La via del male aveva ricevuto l’apprezzamento di Capuana; una certa notorietà le era arrivata dai Racconti sardi, da novelle e altri romanzi (Don Zua, Anime oneste, La giustizia), ma con il nuovo secolo lo stile necessariamente cambia. Si sta diffondendo in tutta Europa il Decadentismo, pubblicano Svevo, Pirandello, D’Annunzio, Pascoli e l’attenzione ora si rivolge verso l’interiorità e la psicologia dei personaggi, con le loro passioni e i loro dubbi, guardando ai rapporti interpersonali e soprattutto ai conflitti dentro la famiglia, microcosmo intorno al quale ruota la società. Grazia continua ad ambientare in Sardegna le sue opere: Elias Portolu (1903), Cenere, L’edera, Colombi e sparvieri, Canne al vento (1913), Marianna Sirca, La madre (1920). La Sardegna non è altro che uno spaccato del mondo e dell’eterno conflitto fra male e bene: i drammi sono gli stessi ovunque; scrive Deledda: «L’uomo è, in fondo, uguale dappertutto».
I suoi romanzi della maturità sono spesso incentrati, come Delitto e castigo o I fratelli Karamazov, sul senso di colpa, sulla potenza del peccato, sulla forza implacabile  del destino, sul caos morale, ma  «i suoi colpevoli e i suoi delinquenti»
ha scritto Momigliano   incutono in noi lettori un “interesse intenso”, “rispetto”, “senso di pietà e di elevazione”:  la colpa non viene rappresentata in modo superficiale o semplicistico,  ma porta a meditare sul drammatico destino che a tutti è imposto di peccare per poter sapere veramente che cosa è il bene e che cosa è il male». Sempre Momigliano ebbe a dire: «Nessuno dopo il Manzoni ha arricchito e approfondito come lei, in una vera opera d’arte, il nostro senso della vita». E potremmo aggiungere che la sua presunta “incultura” in realtà fosse una precisa scelta antiaccademica, proprio come accade a Svevo, accusato da una parte della critica di “scrivere male”. 
Nel 1926 arriva la consacrazione internazionale: dopo l’ormai lontano riconoscimento a Carducci (1906) e precedendo Pirandello, Quasimodo, Montale e Fo, Grazia Deledda diviene la prima e a oggi l’unica italiana premiata con il Nobel per la Letteratura. La sua vita rimane semplice e modesta, mentre la produzione continua fitta e ininterrotta fino alla morte, con novelle, con i romanzi Annalena Bilsini e La chiesa della solitudine e con l'autobiografia Cosima, quasi Grazia, pubblicata postuma nel ‘37.
Dal 1959 le sue spoglie riposano a Nuoro, nella piccola Chiesa della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene.
«Uomini siamo, Elias, uomini fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere». (Elias Portolu)

Laura Candiani

Fonti: 

Le opere di Grazia Deledda sono pubblicate in edizione economica negli Oscar Mondadori; raccolte di opere scelte sono state curate da E. Cecchi, E. de Michelis, N. Sapegno. Diversi romanzi sono anche in edizione commentata per la scuola, molto ampia la produzione critica.
Grazia Deledda, Canne al vento, a cura di Nicola Tanda, Arnoldo Mondadori Scuola, Milano, 1997                      
Grazia Deledda, Elias Portolu, Arnoldo Mondadori, Milano, 1965                                                                                               
Grazia Deledda, La madre, Oscar Mondadori, Milano, 1970                                                                                                 
Grazia Deledda, Leggende sarde, a cura di Dolores Turchi, Tascabili Economici Newton, Roma, 1999                               
Grazia Deledda, Un grido nella notte, La Spiga-Meravigli ed., Vimercate, 1994 (raccolta di 10 novelle)
Anna  Dolfi, Grazia Deledda, Mursia, Milano, 1979                                                                                                                                 
Attilio Momigliano, Storia della letteratura italiana, Principato, Milano-Messina, 1936

 

 


 

PROPERZIA de' ROSSI

Prima "femmina schultora"

 

Bologna 1490 circa – 1530

Si trovano vie intitolate a lei a Castenaso e a Granarolo dell'Emilia, in provincia di Bologna.

 

Sfogliando i manuali di Storia dell’arte, non si trova alcun accenno a Properzia de’ Rossi, nonostante sia stata un’artista di grande talento, apprezzatissima tra i contemporanei, molto invidiata dai colleghi e unica donna a cui il Vasari dedica una biografia nelle sue Vite, commentando così: «Né si son vergognate, quasi per torci il vanto della superiorità, di mettersi con le tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro, per conseguir il desiderio loro e riportarsene fama, come fece nei nostri dì la Properzia de’ Rossi da Bologna,… Costei fu del corpo bellissima e sonò e cantò ne i suoi tempi meglio che femmina della sua città». Da notare come Vasari, al riconoscimento delle sue abilità, non possa non far seguire un apprezzamento anche del suo aspetto estetico.
Il luogo che diede i natali a Properzia de’ Rossi è incerto: c’è chi afferma che sia nata a Bologna, chi a Modena. Sicuramente a Bologna visse sempre; anche l’anno di nascita non è sicuro, ma pare che si possa collocare intorno al 1490. Della prima parte della sua vita non si sa nulla, probabilmente fu figlia naturale di un notaio; studiò disegno, sempre a Bologna, presso l’incisore Marcantonio Raimondi, dal quale apprese l’arte della miniatura e della scultura in marmo e terracotta.
Raggiunse una grandissima abilità nell’incidere noccioli di pesche o addirittura di ciliegie con scene affollate di figure. Presso il Museo Civico Medievale di Bologna si conserva uno stemma, a lei attribuito, eseguito in forma di gioiello per la nobile famiglia Grassi: realizzato in filigrana d'argento, raffigura un’aquila bicefala, sormontata da una corona. Nella filigrana sono incastonati undici noccioli di pesca, su ciascuno dei quali Properzia eseguì due immagini: da una parte quella di un apostolo e dall'altra quella di una santa. Giunse così alle opere di grandi dimensioni grazie alla fama procuratale dai lavori a intaglio su superfici infinitesime.
Le fonti descrivono Properzia come bella e affascinante, passionale e sensibile: era indubbiamente nel panorama del tempo un personaggio estroso, turbolento, trasgressivo, capace di scelte audaci, come quella di praticare la scultura, arte fino ad allora preclusa alle donne; si sa che ebbe un marito ma soprattutto che ebbe un amante, il giurista Anton Galeazzo Malvasia, che diventò podestà di Imola. Il Malvasia godeva di ottime amicizie e intervenne presso l’amico Alessandro Pepoli, presidente della Fabbrica di San Petronio, per far entrare l’amata nel cantiere della basilica.
Tra il 1525 e il 1526 Properzia, unica donna in un ambiente di maschi, eseguì per i portali della basilica due formelle in marmo sull’episodio biblico di Giuseppe ebreo e la moglie di Putifarre, ora conservati nel Museo della Basilica di San Petronio.
Il Vasari adombra, nella scelta di questo soggetto, l’allusione al suo amore extraconiugale per il Malvasi che non sarebbe stato corrisposto; in realtà, come risulta da documenti conservati nell’Archivio criminale di Bologna, Properzia era “concubina” di Antonio Galeazzo, insieme al quale nel 1520 venne processata per aver danneggiato la proprietà di un vicino.
La moglie di Putifarre è un personaggio biblico senza nome del libro della Genesi, dove si racconta come la donna, moglie di un ricco signore d'Egitto, invaghitasi dello schiavo Giuseppe, cercasse di sedurlo. Ma il giovane ebreo fugge dall’adescamento della donna, lasciandole un lembo del vestito tra le mani. Offesa dal rifiuto, la donna si vendica accusandolo di fronte al marito di aver tentato di farle violenza.
Accantonando l’ipotesi vasariana di considerare la formella come l’espressione dell’infelicità amorosa dell’autrice, è possibile vedervi piuttosto una lettura tutta “femminile” delle Sacre Scritture con l’immedesimazione dell’artista nell’eroina biblica. Il gesto forte e deciso della donna, le sue braccia vigorose, sono segni evidenti di un modo di intendere la propria condizione di donna e tradiscono la volontà di decidere in modo autonomo della propria esistenza. Dal punto di vista stilistico il linguaggio coniuga la meticolosa attenzione al dato naturalistico propria della tradizione raffaellesca con il vigoroso rilievo plastico di Michelangelo, aggiungendovi un raffinato erotismo.
Benché si tratti dell’unica opera certa di Properzia oggi conosciuta, molti studiosi sono concordi nell’ascrivere alla scultrice anche l’altra formella, La moglie di Putifarre accusa Giuseppe.
Nonostante l'ostile concorrenza degli altri maestri attivi nel cantiere di S. Petronio, Properzia riuscì ad ottenere anche altre importanti commissioni, ma i suoi interventi furono comunque controllati e sottoposti alla supervisione del fiorentino Tribolo.
Come la sua nascita, anche la sua morte è abbastanza misteriosa: forse morì di peste nel 1530, a soli quarant’anni. Narra Vasari che, al termine dell’incoronazione di Carlo V, il 24 febbraio 1530, papa Clemente VII chiese di incontrare la scultrice, ma ebbe in risposta una notizia «che li spiacque grandissimamente»: Properzia era morta di peste durante quella stessa settimana.

 

 

 

Livia Capasso

 

 

 

 Fonti:
Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e archi tettori mFirenze, Appresso i Giunti, 1568 - versione e-book
A. Sutherland Harris, L. Nochlin, Le grandi pittrici 1550-1950, Milano, 1979 (1° ed. New York 1976)
Vera Fortunati Pietrantonio, Irene Graziani, Properzia de’ Rossi. Una scultrice a Bologna nell’età di Carlo V, Editrice Compositori, 2008
Antonio Saffi, Della vita e delle opere di Maria Properzia de' Rossi scultrice bolognese, www.liberleber.it – tratto da Discorso all’Accademia di Belle Arti in Bologna, detto il 22 di giugno 1830 dal conte Antonio Saffi, Tipografia Della Volpe, Bologna, 1832 - versione e-book
Serena Bersani, 101 donne che hanno fatto grande Bologna, Newton Compton Editori, 2015
www.arte.it/guida-arte/bologna/artista/properzia-de-rossi-333
http://www.cittametropolitana.bo.it/pariopportunita/Engine/RAServePG.php/P/261511100400/T/PROPERZIA-DE-ROSSI-UNA-SCULTRICE-NELLA-BOLOGNA-DI-CARLO-V

 

 

 

 

 

 


NADINE GORDIMER

La prima donna africana a vincere il premio Nobel per la Letteratura

Springs, 20.11.1923 – Johannesburg, 13.07.2014

Le sono state intitolate vie in Spagna e in Israele.

Nata a Springs nel 1923, una cittadina mineraria a 40 miglia da Johannesburg, da un ebreo polacco e da una inglese di buona condizione sociale, visse nell'infanzia una duplice sofferenza per il disaccordo fra i genitori e per il forzato ritiro dalla scuola di danza classica. Cresciuta in solitudine, si dedicò alla lettura e, assai presto, alla scrittura. A soli 13 anni pubblicò il primo racconto in una rivista per giovani, iniziando la lunga carriera mai interrotta. Sposata con il collezionista d'arte Reinhold Cassirer, ha avuto con lui un figlio mentre, da un precedente matrimonio, nacque una figlia. 
Ha vissuto dall'interno i cambiamenti più importanti del Sudafrica: l'ascesa del partito nazionalista nel '48, l'atmosfera tragica degli anni Cinquanta e Sessanta, la rivolta di Soweto, la riorganizzazione dell'Anc negli anni Ottanta, la liberazione di Mandela e i nuovi governi antirazzisti, eventi che non compaiono direttamente nelle sue opere, ma da cui si sviluppano personaggi e situazioni. Gordimer ha sempre evitato anche i riferimenti autobiografici, ma ha spesso trattato il tema del rapporto genitori-figli; solo dopo la morte della madre riuscì in parte a esternare il suo risentimento nel romanzo Occasione d'amore, in cui finalmente emergevano il cocente dolore per l'abbandono della danza e l'egoismo materno.
Esiste un’analogia fra questa tematica e il conflitto fra popolazione bianca e nera e il lungo e difficile cammino per la conquista, proprio come i figli e le figlie, dell'autonomia; temi che si ritrovano costantemente nella sua opera, insieme all'apartheid, a esempio nei romanzi Il mondo tardo borghese e La lettera di suo padre. Nel 1985 Nedine Gordimer, i cui libri sono stati pubblicati e tradotti in tutto il mondo Italia compresa, ottenne il premio Malaparte e nel 1991 raggiunse la celebrazione internazionale con il Nobel.
Nonostante la censura e le difficoltà d’espressione in un Paese ancora chiuso e razzista, Gordimer ha preferito continuare a vivere in Sudafrica, divenendo un punto di riferimento per tante persone europee desiderose di capire meglio quella terra. Negli anni tra il '69 e il '77 il conflitto razziale conobbe momenti di violenza estrema e il movimento “Black Consciouness”, fondato da Steve Biko, arrivò a contestare la scrittrice nonostante il suo continuo impegno e i suoi legami con esponenti della resistenza africana. Queste dolorose esperienze emergono nei romanzi Luglio, Il conservatore, La figlia di Burger, libro ispirato alla nobile figura dell'attivista bianco Bram Fisher.
Gordimer, che ha avuto un ruolo importante nel far conoscere le opere di scrittori neri africani, è stata anche saggista; la raccolta di scritti su uomini politici africani e su aspetti del conflitto razziale Vivere nell'interregno richiama nel titolo una citazione di Gramsci: «Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».
Si è occupata anche di critica letteraria, recensendo le impressioni di viaggio di Moravia A quale tribù appartieni?, con il saggio L'Africa di Alberto Moravia (1974).
La sua produzione letteraria è molto ampia; oltre alle opere già citate, si possono ricordare Un mondo di stranieri ('61), Qualcosa là fuori ('86), Una forza della natura ('87), Un ospite d'onore ('91), Storia di mio figlio ('91), Il salto ('92), Nessuno al mio fianco ('94), i racconti Il bacio di un soldato ('83).
Quello che colpisce nei suoi romanzi è l'assoluta libertà di pensiero e di giudizio; narrare le condizioni di vita del Sudafrica, attraverso la sua esperienza diretta, ha consentito lo sviluppo della coscienza politica, e non viceversa. «I miei romanzi – ha dichiarato nel '77
sono contro l'apartheid non a causa del mio orrore per essa, ma perché la società che è il materiale del mio lavoro 'vi si rivela'. Se si scrive in modo veritiero della vita in Sudafrica, l'apartheid si condanna da sé». Ecco perché Nadine Gordimer ha scelto di privilegiare lo spazio domestico nel quale il padrone bianco e il servitore nero si confrontano quotidianamente con conflitti, frustrazioni, privilegi da una parte e disagi dall'altra, ma anche momenti di tenerezza, per esempio fra le “nanny” e i piccoli e le piccole loro affidati. Un altro elemento di incomprensione è la lingua perché l'inglese della popolazione nera è troppo povero per comunicare, l'inglese «imparato nelle cucine, nelle fabbriche e nelle miniere» rappresenta solo il minimo passaggio di informazioni per il lavoro quotidiano; non favorisce la dignità, ma accentua le distanze, come emerge nel romanzo Luglio in cui, non a caso, Luglio è il nome del protagonista, un novello “Venerdì”.  
Gordimer è stata una scrittrice “di frontiera”, una africana ma, nella sua formazione culturale, un’europea; si potrebbe trovare in Jane Austen un lontano modello per i rapporti umani e i mutamenti sociali (qui però ben più drammatici), con la scrittura diventata tesa nel rispecchiamento dell'ansia del cambiamento. Nell'area africana la sua letteratura è emersa per la maturità dello stile e la profondità di pensiero rispetto ad autori ritenuti maestri di realismo, come Achebe, La Guma e Wole Soyinka.
Nadine ha prediletto uno stile asciutto, in cui ha lasciato parlare i personaggi non solo nei dialoghi, ma anche nei gesti, negli odori, nei comportamenti, come accadeva nel Verismo (il racconto «sembra essersi fatto da sé» affermava il Verga); tuttavia le azioni e gli oggetti spesso hanno assunto valenze simboliche, sottolineando senza retorica i contrasti e le differenze.

Laura Candiani

Fonti: 
Franz Fanon, I dannati della terra, Einaudi,Torino,1979
Nadine Gordimer, Luglio, a cura di Annette Zillich, Loescher, Torino,1993
Nadine Gordimer, Nessuno al mio fianco, Feltrinelli, Milano,1994
Nelson  Mandela, La non facile strada della libertà, Edizioni lavoro, Roma,1986
R  Kapuscinski, Ebano, Feltrinelli,Milano

 

 


 

NILDE IOTTI

La prima Presidente a Montecitorio

 

Reggio Emilia, 10.4.1920 - Poli (Roma), 4.12.1999

 

È la donna politica italiana a cui sono dedicati più spazi pubblici su tutto il territorio nazionale.


Privato e pubblico sono strettamente legati nella vita di questa donna che è rimasta sulla scena politica ben 53 anni, e la cui vicenda umana e sentimentale è stata sotto gli occhi di tutti.

Nilde Iotti (all'anagrafe Leonilde Iotti)è stata la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei Deputati, dal 1979 al 1992 (VIII-IX-X Legislatura) e, fino a oggi, rimane la sola donna ad aver ricoperto questa carica per tre mandati successivi. È stata anche la prima e unica donna (e unica comunista) finora ad aver ricevuto un mandato esplorativo per formare un governo, nel 1987, dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, incarico che si concluse senza esito.
Il padre Egidio, operaio delle Ferrovie dello Stato, attivista socialista, morì nel 1934, ma Nilde, nonostante le difficoltà economiche della famiglia, poté continuare a studiare e conseguire la laurea in Lettere alla Cattolica di Milano nel 1942. Cominciò quindi a insegnare negli istituti tecnici di Reggio Emilia.Si iscrisse al PCI e prese parte alla lotta partigiana prima come porta-ordini e staffetta, poi come responsabile, poco più che ventenne, dei Gruppi di Difesa della Donna.
Finita la guerra, fu eletta consigliera comunale a Reggio Emilia nelle fila del PCI, ma lasciò l’incarico per partecipare all'Assemblea Costituente; il 2 giugno 1946 infatti fu eletta deputata e fu una delle donne della Commissione dei 75 che scrisse la Costituzione della Repubblica Italiana. È insomma una delle “madri” della nostra Repubblica. Rieletta alla Camera nel 1948, rimase deputata fino alla fine del secolo per tredici Legislature.
A Montecitorio Nilde conobbe Palmiro Togliatti, segretario nazionale del PCI, col quale iniziò una relazione sentimentale, che finì solo con la morte del compagno nel 1964, e resistette a tutti gli attacchi, soprattutto all’interno del Partito, perché Togliatti era di 27 anni più vecchio e sposato con Rita Montagnana, valorosa antifascista, anche lei deputata.
Dal 20 giugno 1979, confermata successivamente nel 1983 e nel 1987, diresse l'Assemblea di Montecitorio, esercitando il mandato più lungo della storia repubblicana: tredici anni consecutivi. Nilde rivestì questo ruolo in maniera imparziale e rigorosa, senza mai dare adito a sospetti di faziosità.
Furono anni duri, insanguinati dal pericolo terrorista: stragi, attentati, morti colpivano funzionari dello stato, ma anche semplici cittadini. Nilde dovette rassegnarsi a trasferirsi nell’appartamento di rappresentanza a Montecitorio da dove, nei pochi fine settimana liberi da impegni, scappava per andare a far visita alla figlia Marisa e ai nipoti. Marisa era una orfana affiliata da Nilde e da Palmiro dopo aver perso la famiglia durante gli scontri con la polizia nelle rivolte contadine del 1950.
Le donne sono state il filo conduttore di tutta la sua carriera politica, lottò sempre per la loro parità ed emancipazione, dalla tutela della maternità al loro accesso alla magistratura, dalla parità tra i coniugi alla comunione dei beni; animatrice dell'UDI (Unione Donne Italiane), intraprese le battaglie sul referendum per il divorzio (1974) e per la legge sull'aborto (1978). Nel '92 fu protagonista di un altro primato: fu la prima donna candidata alla Presidenza della Repubblica, ottenendo un importante risultato personale.
Singolare fu la sua richiesta di dimissioni dal Parlamento per motivi di salute (18 novembre 1999), accolta dalla Camera dei deputati con commozione e un lunghissimo applauso.
«Se ne va la gran signora della politica italiana»: così “Le Monde” annunciò la sua morte, avvenuta pochi giorni dopo, all'età di 79 anni.

 

Livia Capasso

 

Fonti: 
Nilde Iotti, Raccolta dei disporsi parlamentari, Biblioteca della Camera dei  Deputati, prefazione di Giorgio Napolitano, 2003
Fiorella Imprenti, Claudia Magnanini, Nilde Iotti. Presidente. Dalla Cattolica a Montecitorio, Milano, Biblion, 2012
Luisa Lama, Nilde Iotti. Una storia politica al femminile, Roma, Donzelli, 2013
http://www.fondazionenildeiotti.it/

 

 

 


 

SELMA OTTILIA LOVISA LAGERLÖF

La prima donna a ricevere il premio Nobel per la Letteratura e la prima donna ammessa all'Accademia di Svezia

 Marbecka – Sunne (Svezia) 20.11.1858 16.03.1940

 

 A Roma è ricordata con un viale e a Ravenna con una rotonda. Il suo nome è molto presente in Svezia, Austria, Germania, Olanda, Danimarca; in Spagna si trovano calle Selma Lagerlöf a Madrid e a Mérida.

 

Nel giugno 1910 gli editori italiani Treves furono lieti di presentare un’«opera scintillante, d’una struttura inconsueta, esuberante di fantasia e piena di grazia nativa», più che un romanzo «potrebbe dirsi un poema in prosa». Si trattava della Leggenda di Gösta Berling, il capolavoro di Selma Lagerlöf, appena premiata con il Nobel. Secondo Paolo Emilio Pavolini, che scriveva sulla rivista fiorentina Il Marzocco, «i giudici della fondazione Nobel hanno dato qualche cosa di più e di meglio che un “premio per la letteratura”; in Selma Lagerlöf hanno premiato anche l’apostolo di un alto ideale umano».
Oggi queste parole fanno sorridere e della scrittrice svedese ormai si parla poco; la sua opera a dire il vero ci appare invecchiata nello stile, nel linguaggio, nelle tematiche. Gösta è un prete ubriacone che si redime e vive come un accattone girovago; nei suoi infiniti pellegrinaggi per le campagne desolate del Varmland incontra cavalieri, streghe, bambini, animali, nobili e poveracci, chiusi in atmosfere talvolta fiabesche, talvolta realistiche, dove comunque dominano i miti e la fantasia. Gösta è un pretesto per ripercorrere le tradizioni e le leggende della Svezia rurale, cara alla giovane maestra che aveva inviato nel 1890 alcuni capitoli del futuro romanzo alla rivista Idun.  Il successo fu immediato e l’opera completa apparve l’anno seguente.
Selma Ottilia Lovisa era nata nel Varmland, regione ai confini con la Norvegia, dove assorbì le leggende e i miti tramandati oralmente, ripresi ed elaborati successivamente nelle sue opere. Studiò a Stoccolma e insegnò nelle scuole elementari di Landskrona a partire dal 1885. Dopo la pubblicazione del primo romanzo e del successivo (I legami invisibili), ottenne premi e riconoscimenti in denaro che le consentirono di lasciare l’insegnamento e di dedicarsi completamente alla scrittura. Molto importanti furono due viaggi: uno in Italia la portò fino in Sicilia, dove poi ambientò l’opera I miracoli dell’Anticristo; l’altro in Egitto dove elaborò il romanzo Jerusalem. Assai noto e tradotto in tutto il mondo il racconto per l’infanzia, con intenti pedagogici, Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson, all’epoca pubblicato in Italia con il titolo Il viaggio di Puccettino con l’anitra selvatica, che ricevette anche l’apprezzamento del premio Nobel giapponese Kenzaburo Oe e del filosofo Karl Popper.
Nel 1907 Selma ricevette la laurea honoris causa in Filosofia e nel 1909 il premio Nobel per la letteratura; nel 1914 fu la prima donna ammessa nell’Accademia di Svezia. Mentre continuava a scrivere e a pubblicare con successo (La casa di Liljecrona, L’anello rubato, L’imperatore di Portugallia, La leggenda di Cristo e raccolte di racconti), Selma dovette, come tutto il resto d’Europa, affrontare i difficili momenti della Grande guerra e in seguito l’avvento del nazismo, per cui cercò di aiutare come poteva le persone povere e quelle profughe, arrivando a vendere la medaglia d’argento del  Nobel per racimolare soldi.
Le è stato dedicato l’asteroide 11061 e il suo volto è sulle banconote da 20 corone svedesi.  

 

Laura Candiani

 

Fonti: 
Le opere di Selma Lagerlöf sono pubblicate in Italia da Iperborea.

 

Selma Lagerlöf, La leggenda di Gösta Berling, Treves, Milano, 1930 (conforme a quella del 1910)
Cristina Patregnani, www. Finzioni.it, 9.6.2012
www.biografie online.it

 


 

ANNA MAGNANI

La prima attrice italiana ad aver vinto l'Oscar per l'interpretazione in un film americano recitato in inglese

Roma 07.03.1908 – 26.09.1973

Numerose vie, piazze,giardini sul territorio italiano portano il nome di Anna Magnani; a Roma le è stata intitolata  una scuola. Una lapide la ricorda a San Felice Circeo, dove è sepolta, mentre a Hollywood ha il suo nome una stella del Walk of fame.

 

Anna Magnani nasce a Roma il 7 marzo 1908. «Simbolo di questa città: una Roma vista come lupa e vestale, stracciona, tetra, buffonesca»: la descrive così Fellini in Roma, film con cui Anna, di fatto, si congederà dalle scene. È una donna segnata da vicende familiari atipiche: affidata dalla madre alle cure della nonna, Anna non conosce mai il suo vero padre. Scopre solo da adulta di essere figlia di un certo Del Duce, del quale preferisce non sapere nulla. Verace, ironica e caparbia, arriva a dire di non voler essere ricordata come “la figlia del Duce”.
Un viso dai tratti marcati, il suo, forse non esattamente perfetto, ma incredibilmente espressivo, capace di renderla adatta ai ruoli più disparati. Per via di quell'aspetto anticonvenzionale per i canoni dell'epoca, conosce il successo solo alla soglia dei quarant'anni.
Indimenticata e indimenticabile, Anna diviene il simbolo dell'Italia del dopoguerra grazie al ruolo di Pina in Roma città aperta del 1945. È una donna passionale, come molti dei suoi personaggi. Su tutti quello di Serafina Delle Rose in La rosa tatuata, interpretazione che le vale il premio Oscar nel 1956; diretta da Daniel Mann, è la prima e unica italiana a ricevere il premio Oscar come miglior attrice protagonista di un film americano.
Un talento coltivato con devozione e impegno, quello di Anna. Frequenta la Scuola d'arte drammatica Eleonora Duse, l'Accademia Nazionale d'arte drammatica intitolata oggi a Silvio D'Amico e, per più di un anno, i corsi di Dario Niccodemi. Diretta da R. E. Sherwood, a teatro, recita in La foresta pietrificata, poi in Anna Christie di E. O'Neill. L’attività cinematografica, dopo l'esordio con La cieca di Sorrento, un film del 1934 di Nunzio Malasomma, fatica a decollare. Sono anni in cui interpreta personaggi secondari: sempre nel 1934 è una servetta che affianca la protagonista in Tempo massimo di Mario Mattioli, mentre nel 1936 è Fanny, una canzonettista in Cavalleria, un film del marito Goffredo Alessandrini che poi le offrirà il ruolo della protagonista Anita Garibaldi in Camicie rosse del '52.
Il teatro, al contrario, non tarda a darle quei meriti che il cinema fatica a riconoscerle. Tra il 1942 e il 1944 è al fianco di Totò in Quando meno te l'aspetti, Volumineide, Che ti sei messo in testa? e Con un palmo di naso. Sono anni in cui Anna continua comunque a dedicarsi anche al cinema: nel 1941 è diretta da Vittorio De Sica in Teresa Venerdì, nel 1943 da Mario Bonnard in Campo De’ Fiori e da Mario Mattoli in L’ultima carrozzella, mentre nel 1945 è diretta da Guido Salvini in Quartetto pazzo.
Il 1945 è un anno, cinematograficamente parlando, prolifico per la Magnani. Grazie aRoma città aperta si aggiudica un primo Nastro d’argento come miglior attrice non protagonista. Sul set conosce Rossellini, il regista del film, con il quale instaura un intenso legame professionale e sentimentale. Nel '47 nuovo Nastro d'argento per L'onorevole Angelina; l'anno seguente replica il successo, ancora come miglior attrice protagonista, grazie a L’amore, sempre diretta da Rossellini. È un periodo di grandi soddisfazioni per Anna: nel 1951 è Maddalena Cecconi in Bellissima di Luchino Visconti, che avrebbe già voluto dirigerla in Ossessione, un film del 1942 al quale la Magnani deve rinunciare perché in attesa del figlio Luca. Grazie a Bellissima si aggiudica un altro Nastro d’argento. Sono anni in cui l’attività professionale della Magnani si fa particolarmente intensa. A Hollywood recita in Wild is the wind al fianco di Anthony Quinn e in Pelle di serpente con Marlon Brando, mentre in Italia è una detenuta nel film Nella città l'inferno, del 1959, diretto da Renato Castellani. L’anno seguente è ancora al cinema, al fianco di Totò, con Risate di gioia di Mario Monicelli; sempre in Italia, qualche anno più tardi, dà vita ad una delle sue più intense interpretazioni in Mamma Roma, un film di Pasolini, in cui ha il ruolo di una madre prostituta intenzionata a redimersi. È forse l’ultimo vero ruolo capace di valorizzare il talento della Magnani. Dopo qualche esperienza cinematografica poco brillante, torna infatti al teatro. Diretta da Zeffirelli, ottiene grandi consensi grazie a La lupa di Giovanni Verga.
Nel 1971 lavora anche per la televisione, prestando il volto a donne di varie epoche della storia d'Italia, in un ciclo di mini-film diretto da Alfredo Giannetti. L’ultima grande prova di Anna avviene nel 1972 con Roma. Diretta da Fellini, col suo solito spirito sagace e lo sguardo ironico, compare nella chiusa del film quale simbolo della città stessa, mentre entra sorridendo in un portone. E proprio lì, a Roma, muore l’anno seguente, il 26 settembre 1973, all’età di 65 anni, all’apice di una fama destinata a durare in eterno.

Clelia Incorvaia

Fonti: 
Giancarlo Governi, Nannarella: il romanzo di Anna Magnani, Roma, Minimum Fax, 1981
Patrizia Carrano, Italiane, Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento per le Pari Opportunità, 2004
Patrizia Carrano, La Magnani, Torino,Lindau, 1982

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

MARIA MONTESSORI

La prima e unica donna italiana a cui è stata dedicaa una banconota

Chiaravalle (AN) 31.08.1870 - Noordwijk (Olanda) 06.05.1952

 

Innumerevoli strade portano il nome di Maria Montessori, in Italia e in altri paesi europei; sul territorio nazionale, inoltre, le sono state intitolate centinaia di scuole e istituti. Le hanno dedicato anche dei francobolli: nel 1970 da Italia, India, Pakistan, in seguito dallo Sri Lanka e, nel 2007, un’altra emissione dallo Stato italiano. Nel 1985 il suo nome è stato attribuito a un cratere del pianeta Venere. Nel 2007 la RAI le ha dedicato uno sceneggiato e nel 2012 il terzo canale radiofonico ha trasmesso la lettura integrale del suo testo fondamentale “La scoperta del bambino”.

 

Maria Tecla Artemisia Montessori nacque nelle Marche, a Chiaravalle, il 31 agosto 1870 da una famiglia medio borghese che l’avrebbe voluta casalinga, come quasi tutte le donne della sua generazione. Ma la sua ostinazione e il suo desiderio di studiare emersero fino da giovanissima e la portarono a iscriversi a Roma alla facoltà di Medicina e Chirurgia dove si laureò nel 1896 con una tesi in psichiatria. Diventò così una delle prime donne laureate in Medicina.

A quei tempi gli ambienti professionali erano dominati dagli uomini, molti dei quali non esitarono a prendersi gioco di lei: ciò la spinse a decidere di escluderli dalla sua vita, tanto che non si sposò mai e dette in affidamento l'unico figlio, Mario, che prese con sé solo adolescente.

Maria, già dai primi anni della sua carriera, iniziò a interessarsi dei bambini e delle bambine disabili e, intorno al 1900, avviò un lavoro di ricerca presso un manicomio romano dove, tra le persone adulte malate di mente, si trovavano anche piccoli e piccole pazienti con difficoltà o turbe del comportamento, trattati alla pari degli altri malati mentali adulti e, quindi, in uno stato di grave abbandono affettivo. Grazie alla sua sensibilità, si rese ben presto conto che il metodo di insegnamento utilizzato con i bambini e le bambine non era corretto e adeguato alle loro esigenze e alle loro capacità.

Dopo anni di osservazioni e prove sul campo, Maria Montessori arrivò così a elaborare un nuovo rivoluzionario metodo di istruzione. Il concetto basilare si fondava sulla constatazione che i bambini e le bambine hanno fasi di crescita differenziate, durante le quali sono più o meno propensi a imparare alcune cose per trascurarne delle altre. Da qui allora la necessità di differenziare i piani di studio e di apprendimento elaborandoli sulla base delle reali possibilità di ciascuno.

Invece dei metodi tradizionali che includevano lettura e recita a memoria, Maria istruiva bambine e bambini disabili attraverso l'uso di strumenti concreti: la memorizzazione non doveva più essere un processo di assimilazione, ma andava veicolata attraverso l'uso empirico dei sensi che comporta, ovviamente, toccare e manipolare gli oggetti.

Secondo le sue tesi, i bambini e le bambine con gravi deficit andavano aiutati con procedimenti educativi e non con trattamenti medici; i tradizionali metodi pedagogici a suo avviso erano irrazionali e improduttivi perché, anziché fare emergere e in seguito sviluppare le potenzialità dell’infanzia, le reprimevano.

Cominciò allora a domandarsi se i bambini e le bambine normali potessero trarre profitto dallo stesso metodo e giunse alla conclusione che la loro educazione, allo stesso modo di quella degli individui portatori di handicap o di deficit, doveva far leva sulla sensibilità. Ecco quindi la necessità di educare i sensi come momento preparatorio per lo sviluppo dell'intelligenza.

«Il bambino va educato all'autocorrezione dell'errore da parte di se stesso e anche al controllo dell'errore senza che qualcuno debba intervenire per correggere. Il bambino è libero nella scelta del materiale con il quale vuole esercitarsi, quindi tutto deve scaturire dal suo interesse spontaneo.  Ecco quindi che l'educazione diviene un processo di auto-educazione ed auto-controllo». Insegnare al bambino e alla bambina a essere indipendenti li renderà adulti migliori e più sicuri delle loro capacità. E questo a prescindere dall’età: «nessuno è troppo piccolo per imparare e fare autonomamente delle cose».

I maestri devono vigilare affinché bambini e bambine non siano intralciati nella loro libera attività, osservando molto e parlando poco e, soprattutto, non evidenziandone le lacune e le difficoltà. E questo vale anche per i genitori: correggere i bambini e le bambine se fanno qualcosa nel modo sbagliato è bene, continuare a correggerli se fanno le cose a modo loro e non secondo la nostra idea, significa mortificarli inutilmente. Vanno lasciati anche liberi di sbagliare per poi far loro capire l'errore in modo da non commetterlo più. Non bisogna obbligare in alcun modo un bambino o una bambina perché ha i suoi tempi. Si deve prestare attenzione alle loro esigenze, soddisfare le loro curiosità, rispondere alle loro domande, insegnare a meravigliarsi e a essere leali. Sviluppare un ambiente scolastico a misura dell’infanzia, dove tutto sia adatto a loro e alla loro altezza li aiuterà a esprimersi al meglio e a imparare l’autonomia.

Maria Montessori si laureò anche in Filosofia e fu attenta ai problemi relativi all'emancipazione femminile.
Nel 1907 aprì la prima “Casa dei bambini” per mettere in pratica i suoi metodi pedagogici, divulgati in numerosi libri. Nel 1909 pubblicò Il metodo della pedagogia scientifica che, tradotto in numerosissime lingue, diede al metodo Montessori una risonanza mondiale. Ancora oggi oltre 22.000 scuole di ogni ordine e grado, in tutto il mondo, applicano i suoi metodi.

È morta il 6 maggio 1952 a Noordwijk, in Olanda, dove si era recata a lavorare nel secondo dopoguerra. Sulla sua tomba troviamo scritto: «io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo».

Durante gli anni Novanta il volto di Maria Montessori è stato raffigurato sulle banconote italiane da Mille Lire: prima e unica donna.

 

Annarita Alescio

 

Fonti: 
E. Roccella e L. Scaraffia (a cura di), Italiane, vol. I, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità, Roma, 2004
http://www.style.it/mamma/il-mondo-dei-piccoli/2015/06/17/metodo-montessori-principi-fondamentali-pedagogia-educazione-bambini.aspx
http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=262&biografia=Maria+Montessori
http://www.treccani.it/enciclopedia/maria-montessori_(Dizionario-Biografico)/
https://associazionemontessori.it/maria-montessori/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

CESARINA MONTI STELLA

La prima donna a ottenere una cattedra universitaria nel regno d'Italia

Arcisate (Varese) 16.08.1871 - Pavia 25.01.1937

La ricorda una piccola via periferica a Roma e per i suoi pregevoli studi di limnologia le è stato dedicato un laghetto antartico scoperto nel 1988 da una spedizione scientifica italiana. Recentemente la municipalità di Pavia ha intitolato a lei una strada cittadina e una scuola di Pallanza porta il suo nome. A Sassari il suo nome è stato inserito, da un gruppo locale, in un elenco di nomi femminili da proporre al Comune in vista di un riequilibrio toponomastico di genere.

 

Cesarina (Rina) Monti, nata in provincia di Varese ad Arcisate nel 1871, nel 1892 si laureò a pieni voti a Pavia in scienze naturali. All’ateneo pavese rimase una decina d’anni, impegnata nell’attività di ricerca, prima di ottenere un incarico per l’insegnamento di zoologia e anatomia comparata all’ateneo di Siena e di vincere in seguito una cattedra per la stessa disciplina a Sassari nel 1907, prima donna a raggiungere tale traguardo da quando si era costituito il Regno d’Italia. Erano gli anni in cui anche in Italia gruppi di suffragette scandalizzavano la società benpensante con le loro richieste, e soprattutto con manifestazioni pubbliche che sembravano provocazioni.
Lontana da questo stile, tanto riservata e schiva quanto determinata, la dottoressa Monti puntava sull’eccellenza dei suoi studi. Dopo la permanenza in Sardegna, si spostava prima a Pavia, quindi a Milano. Le prime brillanti ricerche avevano riguardato il sistema nervoso degli insetti, ma la sua strada era un’altra: l’idrobiologia.  Era un campo nuovo. Favorita da una preparazione vasta (le sue competenze andavano dalla mineralogia alla zoologia, alla fisiologia, all’anatomia, alla chimica) e dall’apertura mentale che era necessaria verso concetti e metodi innovativi, Rina Monti si lanciava nell’impresa con quella tenacia che certo non le faceva difetto. Non si tirava indietro davanti a escursioni impegnative per raggiungere laghi alpini ad alta quota, con una speciale imbarcazione smontabile per solcarne le acque e uno strumento inventato da lei (il Monti net tube) per prelevare i campioni da analizzare in laboratorio. 
Il lavoro, che lei viveva in modo quasi ascetico, e gli spostamenti frequenti non le impedirono una vita privata: ebbe anche il tempo di sposarsi con il geologo Augusto Stella ed allevare due figlie, una delle quali seguì le orme materne.
Morì a Pavia nel 1937.

 

Loretta Junck

 

Fonti: 
Brunella Danesi, Rina Monti Stella, in Rina, Rebecca e le altre. Voci femminili nell'Italia unita, Pisa, Edizioni ETS, 2012, pp. 66-79.
Ariane Dröscher, Monti Stella Cesarina, in Scienza a due voci. Le donne nella scienza italiana dal Settecento al Novecento, dizionario biografico delle "scienziate" italiane dell'Università di Bologna
Rachele Farina (a cura di), Dizionario biografico delle donne lombarde, Milano, Baldini e Castoldi,1995, pp. 755-757, s.v. "Monti Cesarina in Stella".
Livia Pirocchi, Rina Monti. In memoriam, in «Atti della Società italiana di scienze naturali», 1937, vol. 76, pp. 56-68.
S. Ranzi, Ricordo di Rina Monti Stella nel cinquantenario della sua scomparsa, in «Rendiconti dell'Istituto lombardo - Accademia di scienze e lettere», 1987, vol. 121, pp. 174-182.
Teresa Spano e Maria Pia Ercolini, Prime donne: Rina Monti  http://www.sardegnademocratica.it/culture/prime-donne-rina-monti-1.28108

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

ELSA MORANTE

La prima donna a ricever il premio Strega

 Roma 18.08.1912 – 25.11.1985

A Elsa Morante sono state intitolate molte strade e scuole su tutto il territorio nazionale. Portano il suo nome anche la Biblioteca comunale di Ostia, a Roma, e un centro culturale in Piazza Elsa Morante sempre nella capitale.

Una delle maggiori scrittrici italiane del XX secolo, vincitrice di alcuni tra i più significativi riconoscimenti letterari come il Premio Viareggio e il Premio Strega, prima donna a ottenerlo, nel 1957, con il romanzo L'isola di Arturo.
Nacque a Roma nel 1912 e crebbe in un'atmosfera familiare complicata, ma sin da giovane trovò il modo di esprimersi e rendersi autonoma scrivendo favole, racconti e poesie per l'infanzia pubblicati a partire dagli anni Trenta su "Corriere dei piccoli", "I diritti della scuola", "Meridiano di Roma" e "Oggi". Su quest'ultima rivista usò spesso degli pseudonimi maschili, come Antonio Carrera e Renzo Diodati, anche se in seguito definì un segno della stupidità femminile «voler essere come i maschi» e affrontò con continuità temi quali la maternità e il rapporto figlio/figlia con la madre, la vita e la sua difesa. Alcuni di questi primi lavori vennero raccolti e ripubblicati in anni successivi da Einaudi ne Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina e altre storie, corredate dai disegni della stessa Morante.
Un momento fondamentale della sua vita fu l'incontro, nel 1936, con Alberto Moravia, suo compagno di vita per anni dal quale si separò nel 1962. La coppia ebbe amicizie importanti, come Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba, Giorgio Bassani e Natalia Ginzburg, che fu vicina ad Elsa nel lavoro d'esordio, Menzogna e sortilegio, pubblicato nel 1948, vincitore del premio Viareggio. La stessa aura fiabesca e la trasfigurazione mitica dei personaggi, propria dei primi racconti, si ritrova in questo romanzo familiare ambientato in Sicilia e ancor più ne L'isola di Arturo, memorie di un fanciullo cresciuto nell'isola di Procida, che le valse il Premio Strega nel '57. In entrambi i casi, i due giovani protagonisti, Elisa prima e Arturo poi, rievocano il passato, si pongono faccia a faccia con le menzogne e gli intrighi familiari per uscire dolorosamente dall'infanzia e dall'innocenza. Il favore della critica nei confronti del secondo romanzo la portò a pubblicare una raccolta di poesie, Alibi, e una di racconti, Lo scialle andaluso.
Agli inizi degli anni Sessanta si susseguirono momenti difficili per la separazione da Moravia e la tragica morte di Bill Morrow, un pittore statunitense cui era molto legata, e la sua attività letteraria rallentò per qualche tempo. Si rimise in gioco con la raccolta Il mondo salvato dai ragazzini e nel 1974 pubblicò la sua opera più famosa, La Storia, frutto di tre anni di scrittura. Il romanzo, che le procurò successo, fama internazionale ma anche molte critiche per la mancanza di un'ideologia politica, era ambientato a Roma nella Seconda guerra mondiale e nasceva dalla rielaborazione di vecchi soggetti e ricordi, delle angosce vissute in prima persona, sintetizzati nella figura di una donna, stuprata da un soldato tedesco, che lottava per far sopravvivere il figlio Useppe. Per volere della stessa Morante, il romanzo fu pubblicato nella collana economica di Einaudi, Gli Struzzi, al prezzo di duemila lire per raggiungere il più vasto pubblico possibile.
L'ultima opera che ci lasciò fu Aracoeli, del 1982, nuovamente incentrata sui complessi rapporti tra madre e figlio. Vennero poi gli anni segnati da malattie, ricoveri e un tentativo di suicidio, solitudine, povertà (il suo caso diede una spinta all'approvazione della Legge Bacchelli) e poche amicizie strette che la accompagnarono fino alla morte avvenuta nel 1985.
Elsa Morante fu autrice floridissima di articoli e saggi e di un diario uscito postumo, Diario 1938. Da sempre grande appassionata di cinema, collaborò con Pasolini (“Il Vangelo secondo Matteo”; “Medea”) e Zeffirelli (“Romeo e Giulietta”) e diversi suoi lavori (come L'isola di Arturo e La Storia) furono trasposti sul grande schermo.
Le sue opere sono state raccolte in due volumi della collana I Meridiani della Mondadori e i suoi manoscritti sono conservati presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che ha ospitato due mostre sulla scrittrice nel 2006 e nel 2012.

 Saveria Rito

 

Fonti:
Per un quadro dell'ampia bibliografia si veda la lista riportata da Wikipedia al seguente indirizzo:  http://it.m.wikipedia.org/wiki/Elsa_Morante

 


 

TONI MORRISON

La prima scrittrice afroamericana vincitrice del Premio Nobel

 Lorain, Ohio, Stati Uniti 18.02.1931

 

Le sono state dedicate due strade in Spagna, a Getafe e a Vitoria; nella città natale una scuola elementare porta il suo nome.

 

Toni Morrison, pseudonimo di Chloe Anthony Wofford, è la prima scrittrice afroamericana vincitrice nel 1993 del premio Nobel per la letteratura, conferito ad un’autrice «che, in romanzi caratterizzati da forza visionaria e spessore poetico, dà vita ad un aspetto essenziale della realtà americana».
Nasce a Lorain, città industriale dell’Ohio, dove i genitori originari dell’Alabama sono emigrati per sfuggire al razzismo del profondo Sud. Di famiglia operaia, vive gli anni della Depressione in una condizione economica che la madre definisce “inumana”. Fin da bambina si dimostra un’ottima studentessa, amante della lettura forse anche grazie alla passione per le storie popolari raccontate dal bisnonno nato schiavo, riversate poi nei suoi scritti che oggi rappresentano un vanto della narrativa americana. Segue gli studi umanistici alla Howard University per soli neri. Si laurea nel 1953 in letteratura inglese, alla Cornell University dove fu compagna di studi di LeRoi Jones, leader della rivoluzione nera degli anni Sessanta, e di Andrew Young, leader della lotta incruenta di Martin Luther King, discutendo una tesi sul suicidio nell'opera di Faulkner e di Virginia Woolf.
Tra il 1955 e il 1964 insegna presso l’Università di Houston nel Texas e in quella di Howard. Nel 1959 sposa l’architetto giamaicano Harold Morrison di cui assume il cognome, ha due figli e dopo cinque anni divorzia. Sempre in quel periodo inizia a dedicarsi alla scrittura. Nel tempo la sua vasta produzione include, oltre ai romanzi, anche drammi, numerosi saggi, libri per l’infanzia, testi delle sue conferenze e articoli su svariati argomenti, soprattutto letteratura, politica, femminismo, attualità. Dal 1964 al 1983 come redattrice presso l’editore Random House di New York promuove la pubblicazione delle opere di maggior successo della letteratura afroamericana.
Nel 1974 cura l’edizione di The Black Book, raccolta di documenti storici sulla schiavitù e sulla vita degli afroamericani nei secoli passati. In parallelo continua a insegnare in varie università fino a ottenere la cattedra intitolata a Robert F. Goheen nell’università di Princeton, dove fino a pochi anni prima aveva insegnato scrittura creativa.
The Bluest Eye (L'occhio più azzurro), del 1970, primo dei suoi romanzi, è la storia tragica di Pecola Breedlove, una bambina nera che vorrebbe avere gli occhi azzurri per sentirsi amata e accettata. Un critico, in una recensione sul New York Times, disse che il libro rivelava già «una prosa così precisa, così fedele alla lingua parlata e così intrisa di dolore e di meraviglia da poter essere considerata poesia, oltre a contenere elementi di storia, sociologia, folklore, incubo e musica».
Seguono Sula, del 1973, che racconta l’amicizia tra due donne all’interno di una comunità nera di provincia; Song of Solomon (Canto di Salomone), del 1977, imperniato sulla ricerca di sé e del proprio passato da parte del giovane Milkman Dead; Tar Baby (L’isola delle illusioni), del 1981, in cui descrive il rapporto tra Son e Jadine, due giovani neri di origini molto diverse. Beloved (Amatissima), del 1987, forse il suo risultato più compiuto, ottiene il premio Pulitzer. Di forte impatto emotivo, si ispira al gesto disperato di una schiava fuggiasca che uccide la figlia piuttosto che ricadere con lei nella drammatica condizione di schiavitù. È anche il primo romanzo di una trilogia a carattere storico che comprende i successivi Jazz (1992), una storia di intolleranza e violenze ambientata nella Harlem degli anni Venti, e Paradise (Paradiso), del 1999 in cui descrive il movimento per i diritti civili e il Black Power. Sono opere incisive che indagano la psicologia femminile in condizioni di emarginazione e sfruttamento, romanzi indipendenti e dallo stile molto diverso che costituiscono, ciascuno, l’affresco di un’epoca della storia afroamericana. Alcune opere successive sono Love (Amore), del 2003, e A Mercy, del 2008, incentrato su Florens, una giovane schiava nell’America del XVII secolo.
Nella narrativa di Toni Morrison si ripetono con insistenza alcuni temi: l’importanza della comunità, il valore della memoria, la forza femminile. Dai suoi testi emergono chiaramente la capacità di indagare nel profondo dell’animo umano e la volontà di descrivere il mondo dal suo punto di vista di afroamericana e di donna. Tutto ciò in opposizione dialettica tanto alla cultura dominante bianca quanto al potere maschile, anche all’interno della comunità nera. La sua scrittura ha mostrato una diversa prospettiva della società e della storia degli afroamericani e ha dato dignità alle vicende strazianti della sua gente. Le donne, grandi protagoniste dei suoi romanzi alle prese con una duplice oppressione, quella del razzismo e quella del maschilismo, vengono descritte e indagate in una molteplicità di aspetti: il loro ruolo nella società afroamericana, l’amicizia tra donne, la sorellanza, il rapporto uomo-donna, la maternità, la crescita e l’autonomia personale. Morrison ha quindi contribuito in modo significativo e decisivo a riscrivere e a diffondere la storia della sua comunità, ponendo al centro della sua opera sia la ricostruzione delle radici culturali della popolazione nera degli Stati Uniti sia la preoccupazione per la perdita d'identità, soprattutto delle donne e dei giovani di origine africana, analizzata nei momenti della storia americana in cui il loro patrimonio culturale è stato più minacciato. Forse anche la sua esperienza di ballerina e attrice le ha consentito di riportare in luce la ricchezza e lo spessore dei valori propri dell’”essere” africani. Ha creato intrecci e personaggi di tragica e acuta sensibilità. Sempre attenta alle problematiche infantili, in Prima i bambini
primo suo romanzo ambientato in epoca contemporanea Toni Morrison fa appello al senso di responsabilità verso i propri figli e le proprie figlie. Rappresenta un manifesto di speranza nella resilienza delle giovani generazioni, nonostante le colpe dei padri.
«Se tutto ciò che faccio quando scrivo romanzi (o qualsiasi altra cosa scriva) non parla del villaggio o della comunità o di voi, allora non parla di niente. […] Trovo che l’arte migliore sia politica, e che si debba essere capaci di renderla al contempo indubbiamente politica e irrevocabilmente bella».
Animata da un forte senso di ironia, di melanconia e di riverente rispetto per le parole, è indotta a scrivere in segreto, di notte, quasi con un senso di colpa. Se i temi dei suoi romanzi sono pressoché costanti, lo stile è invece diversificato in molteplici soluzioni linguistiche e narrative. Nella trilogia dedicata alla storia degli afroamericani, il primo romanzo si caratterizza per una forma particolare di realismo magico, di matrice africana; nel secondo cerca di riprodurre in letteratura l’andamento musicale di un brano di jazz; nel terzo si evidenzia un intrecciarsi armonioso di voci femminili che narrano ciascuna un frammento della vicenda. La stessa ricerca e ricchezza si esprime anche nella scelta della lingua: è evocativa, colma di immagini, impiega l’inglese parlato dagli afroamericani sia in dialoghi informali sia in passi dal contenuto poetico, azzarda scelte inconsuete, richiede impegno a lettori e lettrici ripagati da immagini straordinarie e indimenticabili.
Nel corso degli anni le sue opere hanno ottenuto un successo crescente di critica e di pubblico oltre a numerosi riconoscimenti. Toni Morrison è una personalità di spicco della cultura americana, nonché un riferimento per tutta la comunità nera degli Stati Uniti.
Nel 2012 le è stata conferita dal Presidente Obama la Medaglia presidenziale della libertà.
Il 17 settembre 2015 è stata nominata Ufficiale della Legion d’Onore francese.
Grande scrittrice, attenta sociologa, coltissima lettrice, per i temi trattati e il valore anche politico della sua opera, è considerata dalla critica un’autrice postcoloniale.

 

Gabriella Anselmi

 

Fonti: 
Enciclopedia della Letteratura, edizioni Garzanti 2007
www.wuz.it/biografia/502/morrison-toni.html
www.sapere.it/enciclopedia/Morrison, Toni.html
www.ibs.it/libri/morrison toni/libri di morrison toni.html
www.vogue.it/vogue-black/the-black-blog/2010/11/toni-morrison
Corriere della sera /Archivio storico: Morrison il colore del Nobel
www.ibs.it/libri/morrison toni/libri di morrison toni.html

Le sue opere tradotte in italiano sono pubblicate da Frassinelli Editor

 


 

RIGOBERTA MENCHU' TUM

La prima donna del Guatemala a ricevere il Nobel per la Pace

 Uspantán (Guatemala) 09.01.1959

Risultano molte intitolazioni in Spagna (Saragozza, Reus, Getafe, Rubí, Girona, ecc.), alcune in Francia (ad esempio ad Avignone e Montpellier) e in Messico.

Nata nel 1959 a San Miguel Uspantán Rigoberta è una contadina india, appartenente allo stesso gruppo Quiché decimato dal conquistatore Pedro de Alvarado su incarico di Cortés nel 1524. La sua vita di sofferenze, come quella dei fratelli e della intera comunità, comincia con la venuta a mondo: è la sesta figlia e nasce prematura mentre sua madre lavora nella “finca” a raccogliere caffè, sorte che toccherà anche a lei a partire dagli otto anni; non va mai a scuola e fin da bambina si rende conto della vita miserabile, della sporcizia, dell'ignoranza, dell'emarginazione, dello sfruttamento cui sono costrette le popolazioni di una qualsiasi delle 22 etnie del Guatemala. La terra su cui vivono e che lavorano viene via via sottratta loro dal governo, dai proprietari terrieri, da compagnie nazionali e internazionali con il pretesto dello sviluppo e del progresso. Suo padre, incarcerato due volte, uscito dalla clandestinità è eletto portavoce dalla comunità; attivista del Comitato di Unità Contadina viene ucciso il 31 gennaio 1980, nella capitale, mentre insieme ad altri contadini protestava per ottenere una equa commissione che indagasse sui crimini commessi dall'esercito contro la loro comunità. Le repressioni sempre più feroci costrinsero la famiglia all'esilio, dopo la straziante morte per fame di un fratellino e per tortura di un altro, sedicenne, e il sequestro della madre violentata e uccisa a sua volta. Dall'esilio Rigoberta continua a lavorare per la sua terra e nel '91 partecipa alla stesura della dichiarazione dei popoli indigeni presso le Nazioni Unite; nello stesso anno i rappresentanti di 49 etnie la propongono per il Nobel per la Pace e l'anno successivo il premio le viene assegnato. Nella motivazione è indicata quale «simbolo di pace e di libertà al di là delle frontiere e delle barriere etniche e culturali fra i popoli».
Durante il suo esilio a Parigi, Rigoberta ha conosciuto l'antropologa franco-venezuelana Elisabeth Burgos cui decide di raccontare la propria vita; l'opera è stata pubblicata in francese nel 1983 (Moi, Rigoberta Menchú) e in Messico due anni dopo. L'opera in Italia è nota con il titolo Mi chiamo Rigoberta Menchú e ne sono apparse varie edizioni, anche commentate per la scuola. È un libro prezioso per vari motivi: innanzitutto perché fa entrare il lettore nella vita quotidiana di una india guatemalteca, una realtà altrimenti sconosciuta; poi perché crea un nuovo genere: non si tratta infatti di una biografia né di una autobiografia, non è un romanzo né un saggio, ma piuttosto l'opportunità di dar voce a chi normalmente non ne ha. Elisabeth Burgos si è messa totalmente al suo servizio, è un puro strumento di scrittura, ma la voce è quella di Rigoberta. Anche il linguaggio non appartiene alla scrittrice e alla sua elevata formazione culturale, ma è quello della contadina illetterata, quasi infantile, tipico della narrazione orale, con frequenti digressioni e inserimenti di vocaboli indios. Rigoberta ha dovuto comunque imparare lo spagnolo, la lingua dei dominatori, per uscire dall'isolamento e far sentire la sua voce insieme a quella dei diseredati della sua comunità; così aveva fatto quattro secoli prima lo scrittore meticcio peruviano Garcilaso de la Vega el Inca, utilizzando lo spagnolo anziché il quechua, idioma destinato a scomparire, nella sua famosa opera I commentari reali degli Incas. Rigoberta però non ha rievocato un glorioso passato, ma ha riferito di un desolato presente. Nell'opera emerge forte la bella figura paterna, divenuto un eroe nazionale, ma ha un ruolo importante anche la madre, in cui Rigoberta si identifica: è donna, è indigena, è contadina, tre voci per indicare ancor di più l'emarginazione, la repressione, l'isolamento. Nel raccontare la sua vita Rigoberta non procede sempre in modo cronologico, spesso inserisce elementi di vita quotidiana, riti, usanze, miti, ricordi, descrizioni: «La mia terra è davvero quasi un paradiso, tanto è bella la natura in quei luoghi». Nella sua presa di coscienza Rigoberta è consapevole della frattura fra i due mondi, rappresentati in due realtà ben definite: da un lato i bianchi sulla costa, proprietari delle “fincas” e residenti nelle città, dall'altro gli indios sull'altopiano, con minuscoli appezzamenti coltivati a mais (“milpa”) e residenti negli “aldea”, piccolissimi villaggi persi fra le montagne, dove si lavora il vimine. Due realtà inconciliabili, ma Rigoberta mantiene la narrazione su due piani: la denuncia va di pari passo con il rispetto e con l'amore, valori eticamente superiori a cui la cultura quiché non viene mai meno, nel suo armonioso rapporto con la natura e con i suoi simili.
Nel 1998 ha ottenuto in Spagna il premio Principe delle Asturie per la cooperazione internazionale; nel '99 ha tentato, inutilmente, di far processare per crimini contro cittadini spagnoli e genocidio l'ex dittatore Efraín Rios Montt; nel 2002 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Caorle (Venezia) e nel 2006 il premio speciale Grinzane Cavour.

Laura Candiani

Fonti: 
Elisabeth Burgos, Mi chiamo Rigoberta Menchú , Giunti, Firenze,1987
www.comitatopace.it/materiali/rigoberta/intervista_settembre_2000.htm
www.comitatopace.it/materiali/rigoberta/rm_biografia1.htm
www.biografiasyvidas.com

 

 

 


 

ADA PACE

La prima donna italiana campionessa automobilistica

Torino 16.02.1924 - Rivoli 15.11.2016

Non risulta alcuna intitolazione a suo nome.

Ada si avvicina ai motori subito dopo la Seconda guerra mondiale; dapprima, in sella alla sua Vespa, partecipa alle competizioni organizzate dal “Vespa Club”, collezionando una vittoria dopo l’altra; poi, a partire dal 1951 si accosta alle quattro ruote. Esattamente il 21 aprile di quell’anno partecipa alla “Torino-Sanremo” a bordo di una Fiat 1500 6C. Contro ogni pronostico si aggiudica la vittoria; raggiunge il podio in compagnia della madre, che le siede accanto, e viene omaggiata con un mazzo di fiori. L’ascesa di Ada nel campo dell’automobilismo ebbe inizio quel giorno.
Non mancarono le polemiche e nemmeno i tentativi di screditamento ai danni della giovane campionessa; talora si ricorse addirittura al procedimento giudiziario. Significativo l’episodio verificatosi al termine della gara sul Circuito di Lumezzane nel 1957. Fu in quell’occasione che il commissario tecnico Renzo Castagneto, stanco dei continui reclami, decise di verificare le condizioni dei veicoli dei piloti giunti sul podio. Il risultato fu strabiliante: la vettura di Ada Pace risultò regolare, le altre due vennero squalificate. Un episodio analogo si ebbe nel Circuito di Modena, dove Ada vinse la Coppa d’oro ACI del 1960, mentre il secondo e il terzo classificato non si presentarono alla cerimonia di premiazione. Sembra che i due rivali non tollerassero l’idea di salire su un podio che decretava la vittoria di una donna su due uomini. La reazione di Ada a situazioni di questo tipo fu particolarmente diplomatica: la campionessa rispose alle continue polemiche sostituendo la targa del suo veicolo con la scritta sayonara (arrivederci, in giapponese), quasi a voler prendere le distanze, con ironia, dai suoi avversari polemici. Quel termine, Sayonara, diventerà poi lo pseudonimo ufficiale utilizzato da Ada per l’iscrizione alle gare. Una donna tenace, combattiva, dal temperamento forte, Ada Pace fu osteggiata dall’ambiente maschilista del tempo.
Nel 1959 vinse la Trieste-Opicina, nel 1960 la Targa Florio, nel 1961 si aggiudicò la Categoria Sport nella cronoscalata Stallavena-Boscochiesanuova, nel 1963 fu tra i primi piloti a portare cucito sulla tuta il “triangolo azzurro”, simbolo dell'Autodelta che sarà utilizzato fino al 1977. Ingaggiata dalla “squadra del Portello’’ (ovvero il reparto sportivo Alfa Romeo), partecipò a numerose gare con le Giulietta SZ; sarà proprio a bordo di una SZ, nel 1961, che verrà coinvolta nell’incidente più drammatico di tutta la sua carriera.  Un altro incidente, verificatosi il 27 febbraio 1965 in occasione del 5º Rally dei Fiori, decretò la fine di una carriera costellata da innumerevoli vittorie e la allontanò definitivamente dalle competizioni agonistiche di livello nazionale e internazionale. In seguito continuò a correre per pura passione.
E' stato scritto: anche in un ambiente maschilista e chiuso come quello dell'automobilismo, «il talento, quando c'è, non conosce genere né età»; «se vuoi vincere a questo mondo servono solo tre cose: testa, fegato e una buona dose di ironia» (Diego Alverà). Certamente Ada - che ha festeggiato nel 2016 il 92° compleanno - le possedeva in larga misura tutte e tre.

Clelia Incorvaia

Fonti: 
Gaetano De Rosa, Gentil casco, Ruoteclassiche-Editoriale Domus,fascicolo 104
Michael John Lazzari. Giuliano Musi, Donne da corsa, Maglio Editore,S.Giovanni in Persiceto, 2014
www.pasionaria.it/ada-sayonara-pace-pilota-che-sfidò-il-mondo-dei-motori,16.2.16
Francesco Esposito, Ada Pace “Sayonara”:la velocità è donna, www.mole24.it ,16.2.16
www.diegoalvera.it
www.automobilismo.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

OTTAVIA PENNA BUSCEMI

La prima donna candidata per la Presidenza della Repubblica Italiana

Caltagirone 2.4.1907 – 02.11.1986

A Caltagirone c’è una lapide che la ricorda ma non le è stata intitolata alcuna via.

Ottavia nacque a Caltagirone il 2 aprile 1907 dal barone Ignazio Penna e dalla duchessa Ines Crescimanno Maggiore. Ricevette i primi insegnamenti da una istitutrice, come si usava a quei tempi nelle famiglie nobili, e in seguito per gli studi superiori e l'Università si trasferì prima in Toscana e poi a Roma. Subito dopo sposò il medico Filippo Buscemi Galasso.
Era un'antifascista, eletta nella lista del Fronte dell'Uomo Qualunque il 10 giugno 1946 e fu una delle 21 donne della Assemblea Costituente, unica del suo partito. Insieme a 75 parlamentari- fra cui Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin e Maria Federici-  fu anche nella ristretta Commissione per la Costituzione dal 19 al 24 luglio 1946.
Ottavia Penna Buscemi è stata la prima donna candidata alla poltrona di Presidente della Repubblica (provvisorio) in competizione con Enrico De Nicola, nel giugno del ’46. Nel proporla Guglielmo Giannini, segretario dell'Uomo Qualunque, la definì «una donna colta, intelligente, una sposa, una madre». È stata inoltre la prima donna parlamentare della città di Caltagirone.
Il 15 novembre 1947 lasciò il Partito dell’Uomo Qualunque per entrare nell’Unione Democratica Nazionale e rimanervi fino alla conclusione dei lavori dell’Assemblea Costituente. Nel ’53 si presentò alle elezioni amministrative a Caltagirone con il Partito Monarchico e divenne consigliera comunale.
La ricordano come una donna molto generosa che accorreva in aiuto delle persone più deboli e più bisognose e, quando si ritirò dalla politica, trascorse il resto della vita nella città natia, anni purtroppo tristemente funestati dal lutto e dalla perdita prima del marito e poi della adorata figlia Ines.
Dopo la morte, avvenuta il 2 novembre 1986, la sua città natale le ha dedicato una lapide commemorativa che recita: «Prima Donna Parlamentare di Caltagirone e Madre Costituente, nella sua vita fu intransigente e fermamente convinta che la politica non poteva prescindere dalla "buona amministrazione". Contrastò i poteri forti e le gerarchie e difese sempre le classi più deboli. Consapevole che le donne avessero gli stessi diritti degli uomini, invitava le medesime a difendersi e lottare per il riconoscimento dei propri diritti».

Ester Rizzo

Fonti: 
Enza Pelleriti, Siciliane, a cura di Marinella Fiume, Siracusa, Emanuele Romeo Editore, 2006 - pagg. 777-779
Ester Rizzo, Storie di donne siciliane: Ottavia Penna Buscemi Madre Costituente, in “La Vedetta”, Gennaio 2014
Giuseppe Savà, L’ultima Gattopardo. Una madre costituente candidata al Quirinale. Ottaviawww.ragusanews.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

ELDA PUCCI

La prima donna italiana Presidente di un Ordine Provinciale dei medici e prima Sindaca di Palermo

Trapani 21.2.1928 – Palermo 14.10.2005

 

A Elda Pucci non risulta intitolata alcuna via.

 

Elda nata a Trapani nel 1928 – era figlia di un avvocato ed esponente di primo piano del fascismo locale; si laureò a Palermo in Medicina e si specializzò in Chimica pediatrica.

Si definì la vincitrice di due grandi battaglie, nel lavoro e in politica. Come medica pediatra si fece accettare nella sua Sicilia nonostante tanti pregiudizi; come docente e primaria si affermò nell'università e in ospedale, quando ancora le donne venivano chiamate indistintamente “signora” e mai “professoressa” o “dottoressa”. I suoi interventi nel Consiglio Nazionale della Federazione dell'Ordine dei Medici furono sempre improntati a una rigorosa aderenza ai principi deontologici della professione.

L'altra vittoria la conseguì in politica, pur non entrando mai in sintonia con le donne di Palermo e schierandosi contro il divorzio e contro l'aborto. Si ricorda però la sua determinazione nella lotta contro la mafia degli appalti che gestiva il comune, determinazione che le fece acquisire il soprannome di “Lady di ferro”.

Esponente della DC, fu la prima sindaca di Palermo nel 1983, incarico raggiunto in un momento drammatico per la città, insanguinata dagli omicidi mafiosi. Durante la sua gestione, per la prima volta, il comune di Palermo si costituì “parte civile” in un processo di mafia.
Fu rimproverata di aver parlato bene dei più discussi protagonisti della DC, dimenticando però che Elda, accortasi del suo errore, pian piano si ricredette, arrivando a comprendere che l'avevano eletta pensando fosse solo un’ingenua da manovrare. Dichiarò:
«Nessuno, quando sono stata eletta, pensava che fossi capace di scelte autonome, ispirate solo dall'interesse della città».

Lavorando in solitudine resistette nel difendere l'utilizzo del denaro pubblico per la città e per l'interesse generale, non per i partiti o loschi individui. Non fidandosi, studiava con pignoleria le delibere portate in Giunta dai vari assessori, bloccandole appena capiva che erano state "confezionate" per elargire soldi pubblici a parenti e clientele.

Tutto ciò le costò l'aggressione del mondo mafioso e l'allontanamento dal mondo politico. A un certo punto la DC, comprendendo che Elda non era più disposta a sottostare "alla disciplina di partito",  la mise definitivamente da parte. Restò sindaca solo un anno, poi fu sfiduciata dal partito e da coloro che l'avevano eletta. Combatté uno scontro durissimo su un appalto di manutenzione, istituendo una gara pubblica dopo aver scoperto che i prezzi fissati fino ad allora erano dieci volte superiori a quelli di mercato. La risposta della mafia non si fece attendere e la sua villa a Piana degli Albanesi fu fatta saltare. Parecchi anni prima della battaglia contro il crimine che costò la vita a Giovanni Falcone e ad altri coraggiosi magistrati, Elda Pucci, testimone dei mali della sua Sicilia, rimasta viva forse perché donna e forse perché pediatra dei figli di famiglie mafiose, aveva anticipato la necessità di internazionalizzare, con mezzi moderni e informatici, la lotta al crimine e a tutte le mafie. E per questo era stata definita una “mina vagante”.

Fu in seguito eletta al Parlamento Europeo per il Partito Repubblicano.

Elda Pucci si è spenta a Palermo il 14 ottobre 2005.

«Ho un grande rimpianto – dichiarò negli ultimi anni della sua vita – la scarsa presenza delle donne nelle istituzioni, una presenza che col tempo diminuisce invece che aumentare. E ciò rende più povera la politica perché più donne in politica ne migliorerebbero la qualità.»
Coerente con i principi di libertà per i quali visse, Elda si permise di dare giudizi taglienti non solo sui partiti ma anche sulla cosiddetta società civile:
«Da persona che vive a Palermo assisto ad una scarsa capacità di dare il meglio da parte della classe politica; che però viene scelta dalla società civile più per interessi opportunistici, per motivi affaristici o privati che in base a forti valori condivisi. È quindi colpa anche della società civile se si hanno i politici che oggi abbiamo».
A Elda Pucci, che è stata Presidente nazionale del Soroptimist International, fra gli altri è andato il Premio “Coraggio” dell'Ande (Associazione nazionale donne elettrici) la cui prima edizione si svolse nel 1983.

Annarita Alescio

Fonti: 
Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia (a cura di), Italiane volume II, Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per le Pari Opportunità
Amelia Crisantino, Siciliane, a cura di Marinella Fiume, Emanuele Romeo Editore, Siracusa, 2006
http://www.150anni.it/webi/index.php?s=60&wid=2012

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

SANTA CATERINA DA SIENA

La prima donna a essere proclamata Dottore della Chiesa

Siena 1347 -  Roma 1380

Nel 1970 papa Paolo VI proclamò Dottori della Chiesa le prime due donne: Santa Teresa d'Avila e Santa Caterina da Siena, un titolo tutto al maschile attribuito a partire dal XIII secolo ai padri della chiesa san Gregorio Magno, sant'Ambrogio, san Girolamo e sant'Agostino, autori di speculazioni teologiche fondamentali per la dottrina cattolica.
Forse non è solo una coincidenza che il riconoscimento sia arrivato diversi secoli dopo la morte, quando ormai nel parallelo mondo laico occidentale le donne avevano accesso all'istruzione e a cariche e professioni maschili, superando l'etichetta di essere subalterno.
L'esperienza mistica di santa Caterina, come racconta il suo biografo e confessore Raimondo da Capua, si sviluppò precocemente in un quotidiano fatto di digiuni, preghiere e penitenza quando ancora viveva nella casa natale senese con la sua numerosissima famiglia. Caterina si tagliò i capelli e fece voto di verginità quando era poco più che una bambina, diremmo oggi, opponendosi al matrimonio organizzatole dai genitori. In diverse occasioni furono degli eventi prodigiosi a spianarle la strada e piegare la volontà di chi la circondava, come l'apparizione di una colomba sulla sua testa che fece sfumare definitivamente il programma del padre di vederla andare in sposa. Fu così che a sedici anni, invece dell'abito bianco, indossò quello nero delle Mantellate domenicane, una scelta controcorrente poiché si trattava di un ordine di vedove e donne anziane che, dopo un primo rifiuto, si arresero alla sua giovinezza e alla sua determinazione. Con le consorelle si dedicò all’assistenza delle persone inferme e indigenti e l’esempio fu imitato da un gruppo di donne e uomini, la cosiddetta Bella Brigata, che la seguiva devotamente nell'impegno sociale e assisteva alle sue estasi mistiche.
Pur avendo appreso tardi a leggere e scrivere, dopo essere entrata a contatto con l'ambiente domenicano, il suo pensiero trovò espressione soprattutto in una fitta corrispondenza epistolare con i papi Gregorio XI e Urbano VI oltre a varie autorità laiche come i Visconti: ci è stato tramandato un corpus di circa 380 lettere scritte, o per lo più dettate ai suoi seguaci, testimonianza dell'impegno politico condotto in nome di Dio. Oltre a dissertare di problemi di ordine religioso e morale, con forte trasporto spirituale, Caterina scriveva per chiedere la pace in un'Italia dilaniata da lotte interne, ma soprattutto invocava il ritorno a Roma del Papa dalla sede avignonese. Tutto quel coraggio nel parlare al potere, così insolito per una donna, stupì i Domenicani che vollero interrogarla e le assegnarono il confessore Raimondo da Capua come guida spirituale.
Nel 1376 Caterina si recò personalmente in Francia con lo scopo di incontrare il pontefice per negoziare la pace con la Repubblica di Firenze, interdetta a causa della politica antipapale, ma anche a far propaganda per un'ennesima crociata in Terra Santa, cercando di convincerlo a rientrare in Italia. Nonostante il quasi completo fallimento della missione diplomatica, tre mesi dopo il papa vinse le incertezze e lasciò la corte avignonese per tornare a Roma. La situazione politica si complicò ulteriormente e Caterina trascorse gli ultimi anni della sua breve vita in uno dei periodi più bui della Chiesa Cattolica. La sua ultima fatica fu, infatti, battersi a favore del nuovo successore di Pietro, Urbano VI, contro il quale venne eletto nel 1378 l’antipapa Clemente VII: iniziava lo Scisma d'Occidente.
Caterina morì a soli trentatré anni nel 1380 e fu canonizzata da Pio II nel 1460.
Oltre alle numerose lettere della santa, ci sono pervenuti i testi delle preghiere recitate durante il trasporto estatico e il Dialogo della Divina Provvidenza, entrambi dettati ai discepoli, ma solo la seconda opera pare sia stata concepita con l'intento di rivolgersi a un pubblico ampio e rappresenta la summa dei suoi ammaestramenti spirituali.

Saveria Rito

Fonti: 
Eugenio Dupré Theseider, Caterina da Siena, santa, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XXII, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1979.
Claudio Leonardi, Caterina la mistica, in Medioevo al femminile, a cura di Ferruccio Bertini, Roma-Bari, Laterza, 2010, pp. 171-195

 

 

 

 

 

 


 

ELENA LUZZATTO

La prima architetta italiana

Ancona 30.10.1900 – Roma 1983

Non risulta alcuna area di circolazione dedicata alla prima architetta italiana, né ad Ancona, città natale, né a Bracciano, Taormina, Napoli, dove lasciò tracce visibili del suo ingegno, né a Roma, città di studio e di lavoro, dove concluse la sua vita.


Elena Luzzatto è stata la prima donna in Italia a laurearsi in architettura: si era iscritta nel 1921 alla Regia Scuola Superiore di Architettura di Roma, l’anno stesso in cui l’Istituto iniziò la sua attività, e ottenne il diploma nel 1925. La donna “angelo del focolare” cominciò così a dimostrare che il focolare sapeva anche costruirlo, smentendo l’affermazione che Mussolini ebbe a fare in un discorso del 1927: «La donna è estranea all’architettura, che è sintesi di tutte le arti; essa è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto l’architettura in tutti questi secoli? Le si dica di costruirmi una capanna non dico un tempio! Non lo può». 
Non meraviglia la posizione antifemminista del duce e conosciamo la sua disistima sulla capacità della donna di sentirsi autonoma e realizzata al di fuori delle mura domestiche. Per lungo tempo la professione dell’architetto è stata appannaggio maschile: si riteneva poco adatta a una donna, costretta a cimentarsi con le varie fasi della progettazione e a seguire la messa in opera nei cantieri.
Ma, intanto, diverse donne diventavano architette: le romane Anna Luzzatto, detta Annarella, madre di Elena, laureatasi due anni dopo la figlia, e Attilia Travaglio Vaglieri, progettista di palazzi, impianti sportivi e ricreativi in puro stile littorio, vincitrice di un concorso Internazionale ad Alessandria d’Egitto che non poté ritirare il premio in ossequio alle leggi musulmane che lo vietavano ad una donna; arredatrici di interni come Luisa Lovarini ed Elvira Luigia Morassi, fautrici di uno stile sobrio e funzionale; Carla Maria Bassi, autrice della Cassa di Risparmio di Milano; napoletana Stefania Filo, napoletana, che progettò giardini pubblici e sanatori e partecipò alla realizzazione della Mostra delle Terre Italiane d'Oltremare a Napoli voluta da Benito Mussolini. Queste sono solo alcune tra le architette, o “architettrici” come allora venivano chiamate, più attive negli anni Venti del Novecento. Non ebbero vita facile, l’architettura “rosa” veniva accusata di essere timida, troppo attenta agli spazi familiari; in realtà fu un’architettura dalle linee semplici e pulite, funzionale, razionale e sensibile alla luce, apprezzabile per le soluzioni tecniche adottate e per la chiarezza delle concezioni planimetriche.

Appena laureata Elena Luzzatto entrò nell’Ufficio Tecnico del Comune di Roma e fino al 1934 fu assistente alla cattedra del prof. Fasolo. Partecipò e vinse numerosi concorsi; già nel 1928 progettò un villino a Ostia per il gerarca fascista Giuseppe Bottai e sempre a Ostia vinse un concorso per un gruppo di villini, in seguito non realizzati. 
Oltre all’edilizia residenziale di villini, palazzine e case popolari, progettò numerose opere pubbliche e vinse concorsi per progetti di tipologie assai diverse: dalle steli funerarie nel cimitero Verano di Roma alle stazioni, dai fabbricati rurali coloniali in Somalia a sanatori e ospedali, come quelli di Viterbo e Bolzano, dalle chiese alle scuole, dai cimiteri militari e civili ai negozi e mercati. Tra le opere pubbliche realizzate ricordiamo il Cimitero di Prima Porta (1945), il mercato di Primavalle (1950) e la scuola media di Villa Chigi (1960) a Roma, e l’attuale mercato coperto di Piazza Alessandria a Napoli, ancora in uso. 
Nel dopoguerra fu a capo dell’equipe di progettazione delle case popolari per l'Istituto Ina-Casa nell' Italia meridionale.

Livia Capasso

Fonti: 
Katrin Cosseta, Ragione e sentimento dell'abitareLa casa e l'architettura nel pensiero femminile tra le due guerre, Architecture, 2000
www.architettiroma.it

 

 

 

 

 

 

 

 


 

EVA MAMELI CALVINO

La prima donna docente di Botanica

 Sassari 12.2.1886 – Sanremo 31.3.1978

A Eva Mameli non risulta intitolata alcuna via. È stato dato il suo nome a un Istituto Tecnico Commerciale di Cagliari.

Eva Mameli, all’anagrafe Giuliana Luigia Evelina Mameli, nacque a Sassari il 12 febbraio 1886 da Giovanni Battista, colonnello dei carabinieri, e Maddalena Cubeddu. 
Quando il padre andò in pensione la famiglia si trasferì a Cagliari, dove Eva frequentò il liceo statale e poi l'Università, laureandosi in matematica già nel 1905 a soli 19 anni. Successivamente si trasferì a Pavia e si iscrisse al corso di laurea in scienze naturali, laureandosi nel 1907. Nell'anno accademico 1911-12, con l'incarico di assistente di botanica, poté dedicarsi agli studi di fisiologia e patologia vegetale che nel 1915 le avrebbero permesso di conseguire, prima donna in Italia, la libera docenza in botanica a soli 29 anni.
Pur continuando gli studi scientifici, sebbene a ritmo ridotto, durante la Prima guerra mondiale Eva si dedicò alla cura dei soldati feriti e dei malati di tifo ricoverati all'ospedale Ghislieri, impegno che le valse una medaglia d'argento della Croce Rossa e di una di bronzo del Ministero dell'Interno. Nel 1919 ottenne il premio per le scienze naturali dell'Accademia nazionale dei Lincei.
La sua fama giunse fino a Cuba dove Mario Calvino, eminente agronomo sanremese, dirigeva la Stazione sperimentale agronomica di Santiago de lasVegas. Tenutosi sempre in contatto con la Società botanica italiana, egli conosceva i lavori di Eva Mameli e, dovendo inserire nel gruppo di lavoro un botanico esperto di genetica per condurre le ricerche sulle piante tropicali, scelse proprio Eva. 
I due si innamorarono, si sposarono e a Cuba iniziarono subito le nuove ricerche. Dopo tre anni la coppia ebbe il primo figlio, Italo Giovanni, che sarebbe diventato uno fra i maggiori scrittori italiani del XX secolo. Oltre alle iniziative scientifiche, sull’isola caraibica i coniugi avviarono anche iniziative sociali.
Nel 1925 rientrarono in Italia, stabilendosi a Sanremo, e portarono per la prima volta nel nostro Paese alcuni tipi di piante tra le quali palme, pompelmi e kiwi.
L'anno successivo Eva Mameli vinse il concorso per la cattedra di botanica a Cagliari, che mantenne, dal 1926 al 1928 insieme con la direzione dell'orto botanico: due posizioni accademiche di prestigio che nessuna donna aveva fino ad allora ottenuto. La nascita del secondogenito Floriano la costrinse però a lasciare gli incarichi accademici.
Da allora, a Sanremo, Eva si dedicò al laboratorio e alla Stazione sperimentale di floricoltura organizzata dal marito; diresse con lui due riviste tecniche, si impegnò nella redazione de periodico Il Giardino fiorito, da loro fondato nel 1931; collaborò con l'Enciclopedia Italiana e con l'Enciclopedia dell'agricoltura. A tali attività aggiunse anche un impegno protezionista.
Eva Mameli, la cui figura è stata spesso celata dalle ingombranti personalità del marito e del primogenito, svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo della floricoltura ligure, divenendo una personalità di rilievo nella ricerca scientifica botanica del Novecento. I suoi studi spaziarono tra numerosi filoni di ricerca di base e applicata: crittogamologia, fisiologia, genetica vegetale, fitopatologia e floricoltura, concretizzandosi in più di 200 pubblicazioni. Rilevante fu anche il suo impegno di divulgatrice.
Durante il periodo della Repubblica di Salò, la famiglia Calvino diede ospitalità ai più autorevoli antifascisti sanremesi nella propria casa, dove si preparò il piano per liberare alcuni prigionieri politici dei tedeschi.
I figli Italo e Floriano, renitenti alla leva dell'esercito di Salò, parteciparono alla Resistenza con i nomi di "Partigiano Santiago" e "Partigiano Floriano". La reazione fu immediata e spietata: Mario ed Eva, arrestati perché fornissero informazioni sul nascondiglio dei figli, subirono entrambi false fucilazioni. Il marito, sconvolto dalla notizia della falsa fucilazione della moglie, ne restò segnato per il resto della vita.
Il 25 ottobre 1951 Calvino morì ed Eva prese il suo posto alla direzione della Stazione sperimentale, che lasciò solo nel 1959 per raggiunti limiti d'età. In ricordo del marito scrisse una biografia, Mario Calvino 1875-1951, in cui riportò le tappe operative e le scelte ideologiche del loro sodalizio umano e scientifico: la comune visione laica del mondo, le scelte morali e la visione sociale. 
Dedicò gli ultimi anni di vita a registrare, ordinare e riscrivere tutto il materiale raccolto nei lunghi anni di intensa attività di studio e di sperimentazione in campo botanico, agronomico e floricolo.
Morì a Sanremo il 31 marzo 1978.
Il "Fondo Mario Calvino ed Eva Mameli Calvino", costituito da circa 12.000 pubblicazioni tra cui libri, riviste, opuscoli, estratti, documenti e numerosissime fotografie, fu donato da Italo e Floriano, alla morte della madre, alla Biblioteca civica di Sanremo.
Il figlio Italo così scrisse della madre: «Che la vita fosse anche spreco, questo mia madre non l’ammetteva: cioè che fosse anche passione. Perciò non usciva mai dal suo giardino etichettato pianta per pianta, dalla casa tappezzata di bouganvillea, dallo studio col microscopio sotto la campana di vetro e gli erbari.  Senza incertezze, ordinata, trasformava le passioni in dovere e ne viveva».
In occasione dei 25 anni dalla morte dello scrittore Italo Calvino, nel 2010, è uscita la prima monografia italiana di Eva Mameli, da cui si evince come all’inizio del Novecento rarissime sono state le figure di donne italiane che si sono dedicate con tanta assiduità alla causa della ricerca e della divulgazione scientifica. Eva fu «tessitrice di competenze attraverso gli oceani e scienziata rigorosa quanto attenta agli aspetti sociali del proprio lavoro».

Annarita Alescio

Fonti
http://www.treccani.it/enciclopedia/giuliana-eva-mameli_(Dizionario-Biografico)
http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2012/vite-straordinarie-eva-mameli-calvino-40801124911.shtml 
http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/eva-mameli-calvino/“Noi donne” Dicembre 2010 pag. 34

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

MARGHERITA DI SAVOIA

La prima regina d'Italia

Torino 20.11.1851 – Bordighera 4.1.1926

 

In Italia sono innumerevoli le vie, le piazze, i corsi, i viali, le ville e i parchi intitolati a lei; hanno il suo nome anche molte scuole, ospedali e teatri. È in assoluto la donna che ha più intitolazioni e dediche di ogni genere nel nostro Paese.

 

Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia nacque a Torino il 20 novembre 1851 dal duca di Genova (fratello di Vittorio Emanuele II) e da Maria Elisabetta di Sassonia.

Bionda e non particolarmente bella, anche se dotata di una personalità affascinante e di un carattere volitivo, ebbe una educazione vasta ma superficiale, tanto che per tutta la vita la sua corrispondenza fu costellata da errori ortografici e sintattici. Profondamente cattolica, uniformò sempre le sue scelte alla fede, anche quando il Regno d’Italia entrò in conflitto con il Papa dopo la presa di Roma nel 1870.

Nel 1868 sposò il cugino Umberto, principe ereditario di casa Savoia. Dopo un trionfale viaggio di nozze per tutta Italia, i futuri sovrani stabilirono la propria residenza a Napoli. Margherita non fu estranea alla scelta, più consapevole del marito della necessità di costruire nel Paese un’unità di sentimenti dopo il raggiungimento dell’unione politica. A Napoli venne alla luce l’unico figlio della coppia, il futuro Vittorio Emanuele III, al quale fu assegnato il titolo di principe di Napoli.
Per lei consolidare la simpatia popolare intorno alla casa regnante, anche restando al fianco di un marito che non l’amava, fu un imperativo categorico e il suo intuito politico fece scrivere a Indro Montanelli: «Era una vera e seria professionista del trono, e gl'italiani lo sentirono. Essi compresero che, anche se non avessero avuto un gran Re, avrebbero avuto una grande Regina».

Quando nel 1878 Vittorio Emanuele II morì, Umberto salì al trono e Margherita divenne così la prima regina d’Italia dato che il suocero - primo re dell'Italia unita - era vedovo.

Ebba grande influenza sulle scelte del marito anche se all’apparenza sembrava dedicarsi solo alle feste danzanti e ai ricevimenti: in realtà questo era il suo modo di fare politica, una vera e propria “missione dinastica” che contribuì in maniera determinante al radicamento e alla costruzione della dimensione nazionale della casa regnante.

Durante la vita si dedicò con grande impegno alle attività filantropiche e alla promozione delle arti e della cultura: per esempio introdusse la musica da camera in Italia, seguì con attenzione la fondazione e l’attività concertistica del Quintetto d’archi di Roma, agevolò con una borsa di studio la formazione del giovane Giacomo Puccini al Conservatorio di Milano; nel 1892, col suo patrocinio, nacque a Firenze la prima biblioteca per non vedenti.

Convinta sostenitrice dell’automobile, ne possedeva una ventina e su quattro ruote compì avventurosi raid e molti viaggi di stato. Fu anche un’appassionata alpinista.

L’abilità comunicativa di Margherita, la consapevolezza che per il destino di casa Savoia e il consolidamento del trono fosse fondamentale l’amore del popolo, la resero la migliore ambasciatrice della monarchia sabauda. I ricevimenti, le feste danzanti, la beneficenza, l’abbigliamento elegantissimo, la passione per le automobili e i viaggi, l’amicizia con il repubblicano Carducci (che le dedicò l’ode Alla regina d’Italia) nascosero agli occhi della popolazione italiana quello che era Margherita in realtà: una reazionaria e una conservatrice, una vera nazionalista, antisocialista e antiparlamentare, convinta sostenitrice di Crispi e della sua politica imperialista.
Nel 1900, dopo l’uccisione a Monza del re Umberto I, Margherita fu costretta a farsi da parte. Il nuovo sovrano, suo figlio Vittorio Emanuele III, aveva sposato Elena del Montenegro e Margherita dovette cedere a lei il ruolo principale e diventare regina madre. Fra Margherita ed Elena i rapporti non furono mai molto calorosi: se Margherita era una regina madre ingombrante Elena, soprannominata da molti “la pastora”, sembrava alla suocera una donna impacciata e goffa, non adatta alla corte italiana. Ma più che il cambio di ruolo, pesò su Margherita la consapevolezza che il regicidio aveva infranto per sempre l’idillio fra casa Savoia e l’Italia.
Dopo il periodo di lutto, si stabilì a Roma, nel palazzo Boncompagni
Ludovisi che da allora fu chiamato “Palazzo Margherita”. Riprese a occuparsi delle arti, di opere di beneficenza, di istituzioni culturali, continuando a essere polo di attrazione per intellettuali e artisti, nobili e uomini di mondo e cercando sempre di condizionare le scelte del figlio, di cui non condivideva le pur timide aperture liberali.
Alla vigilia della Grande Guerra, Margherita cercò di indurre Vittorio Emanuele III a mantenere gli accordi stipulati con la Triplice Alleanza. Dopo aver dichiarato inizialmente la neutralità, Vittorio Emanuele III decise però di entrare in guerra contro l’Austria e la Germania. Margherita, anche se contrariata, non poté far altro che trasformare la sua residenza romana in ospedale, dove anche la regina Elena prestò la propria opera come crocerossina.
Terminata la guerra, Margherita lasciò definitivamente Roma per ritirarsi a Bordighera dove morì il 4 gennaio 1926, non senza aver gioito per la presa del potere da parte di Mussolini e per i matrimoni prestigiosi delle nipoti Mafalda (con il principe tedesco Filippo d’Assia) e Giovanna (con il re Boris III di Bulgaria).                                                                                              
Ebbe onoranze funebri prima a Bordighera e poi a Roma, dove fu tumulata nelle tombe reali del Pantheon. In questa occasione si dimostrò tutto l'affetto popolare per Margherita: al passaggio del convoglio ferroviario una folla commossa rallentò il movimento del treno per potersi avvicinare e gettare fiori.
A riprova del mito che si creò attorno alla sua persona, e che lei stessa contribuì ad alimentare, rimangono a lei dedicati: la capanna Margherita, il rifugio costruito a ridosso della cima del Monte Rosa, la punta Margherita delle Grandes Jorassesnel massiccio del Monte Bianco, il comune di Margherita di Savoia (già Saline di Barletta), il lago Margherita in Etiopia, scoperto e a lei dedicato dall’esploratore Vittorio Bottego, la prima scuola pubblica dell’unità italiana fondata a Roma nel quartiere di Trastevere. Le sono state inoltre dedicate una rosa rara, un modello di macchina da cucire, la pizza Margherita, la torta Margherita,il Panforte Margherita a Siena e le Margheritine, i dolci tipici di Stresa. Durante la sua reggenza venne pubblicata persino una rivista con il suo nome, dedicata esclusivamente allo straordinario abbigliamento di sovrana e al suo personalissimo stile. L’Italia unita ha avuto solo tre regine: Margherita, Elena e Maria Josè. La più predisposta, la più adatta, la più “professionale” fu sicuramente Margherita.

 

Roberta Pinelli

 

Fonti: 
Claudia Bocca, I Savoia, Roma, Newton Compton, 2002
Carlo Casalegno, La regina Margherita, Bologna,Il Mulino, 2001
Laura Civinini, La regina di spade e la regina di cuori: Margherita di Savoia e Eugenia Litta, e Sandrino Schiffini, Il compito regale di Margherita, entrambi in Monza 29 luglio 1900. Il regicidio, dalla cronaca alla storia, a cura di Paolo Fiora, Milano, Spirali/Vel, 2000
Giovanni Gigliozzi, Le Regine d’Italia, Roma, Newton Compton,1997
Indro Montanelli, Storia d'Italia (1861-1919), Milano, Rizzoli, 2003
Onorato Roux, La prima regina d'Italia nella vita privata, nella vita del Paese, nelle arti e nelle lettere, Londra, Forgotten Books, 2013
http://www.museoauto.it/
http://www.weloooooveit.com/
http://www.treccani.it/enciclopedia/margherita-di-savoia-regina-d-italia/
http://www.ftvm.it/museo/storia
http://www.italiadonna.it/public/percorsi/biografie/f043.htm

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


MARIE PARADIS

La prima donna a raggiungere la vetta del Monte Bianco

Chamonix 1778 – 1839

 

A lei sono intitolate una strada di Chamonix e una scuola elementare di Sant-Gervais-les-Bains.

Fu la prima donna a raggiungere la cima del Monte Bianco il 14 luglio 1808.
Faceva la cameriera in una locanda di Chamonix quando accettò di seguire un gruppo di temerari, tra cui Jacques Balmat, che volevano scalare la montagna. Le guide volevano tentare questa impresa per ottenere un po' di pubblicità, Marie nella speranza di ottenere qualche mancia in più dai suoi clienti. Non pensava che sarebbe passata alla storia!
Non aveva alcuna esperienza alpinistica e non era abituata alla quota; durante la scalata, effettuata insieme al figlio Gédéon di quattordici anni, era stanca e stravolta, non riusciva a respirare, a parlare e iniziava a offuscarsi anche la sua vista. Lei stessa raccontò, molto ironicamente: «Sul Grand Plateu mi buttai a terra come le pollastre quando hanno troppo caldo e dissi che se non ce l’avessi fatta da sola a proseguire, che mi buttassero pure in un crepaccio […] Sono salita, mi è mancato il respiro, ho creduto di morire, sono stata trascinata, portata, ho visto un po' di bianco, un po' di nero e sono scesa». Nonostante tutto riuscì così a raggiungere la vetta. Dopo l'impresa tutti la chiamarono “Marie du Mont Blanc”. 
Ufficialmente la prima donna a scalare il Monte Bianco fu, trent’anni dopo, Henriette D’Angeville. Non si può ignorare però che, nella realtà, Marie Paradis fu la prima ad arrivare in vetta senza allenamento e senza attrezzatura idonea, aiutata unicamente dal gruppo di guide.  

Ester Rizzo

 

Fonti: 
Cristina Marrone,  La conquista femminile delle quote 150 anni di scalate in montagna, in“Corriere della Sera-La ventisettesima ora”
http://www.caisem.org/pdf/csc_2013/lo_sguardo_delle_donne-posani.pdf
http://www.angeloelli.it/alpinisti/file/Paradis%20Marie.html

 

 

 

 


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