Notizie dal convegno


Nei giorni 3, 4 e 5 ottobre si è svolto a Torino, nella Sala polivalente di via Leoncavallo 23, il terzo convegno nazionale di Toponomasticafemminile e Fnism (Federazione nazionale insegnanti), di cui s’era data notizia su queste colonne.
Quale il giudizio complessivo? Quali le impressioni raccolte tra le persone che hanno partecipato all’evento?
Il bilancio conclusivo direi che è assolutamente positivo e addirittura entusiastico il giudizio di chi non conosceva il gruppo e l’ha scoperto in questa occasione.
Il pubblico era numeroso, circa 200 persone registrate sui tre giorni, parecchie quelle presenti in tutte e tre le date: presenze attente, interessate, partecipi.
Qualche smagliatura si è verificata venerdì, in occasione delle visite guidate, dove le richieste sono state superiori alle aspettative iniziali, ma sabato e domenica, in sala, nonostante il ritmo sostenuto degli interventi, molto fitti, la tempistica è stata rispettata con una precisione direi asburgica, fatto generalmente apprezzato.
Le relazioni hanno affrontato argomenti diversi, rispecchiando  gli interessi delle ricercatrici iscritte al gruppo di Toponomastica femminile, che vanno dalla linguistica alla storia dell’arte, dalla filosofia all’archeologia, dalla storia alla letteratura.
Per quanto mi riguarda, posso dire che nella fase organizzativa, nell’invitare relatrici e relatori a partecipare al convegno, ho cercato anche  di dare voce alle realtà culturali di Torino. Purtroppo non tutte hanno potuto essere rappresentate, ma la città è stata comunque coinvolta nell’evento.
La pausa pranzo di sabato ha visto un ottimo catering offerto dalla Circoscrizione 6, che ci ha ospitate presso i locali della biblioteca Civica Primo Levi, locali molto grandi e articolati in quanto ottenuti dalla ristrutturazione di una fabbrica dismessa.
Questo ha permesso anche di allestire una mostra fotografica, in esposizione fino all’11 ottobre, facendo una scelta tra le fotografie già comparse a  Torino nel febbraio scorso in un’altra biblioteca civica, quella di Villa Amoretti.
Al catering, come previsto, si è affiancata per l’aperitivo dello stesso giorno, sabato, l’iniziativa  che è stata scherzosamente chiamata Gastronomastica: le toponomaste giunte dalle diverse parti d’Italia hanno offerto i prodotti tipici delle proprie regioni, secondo una tradizione ormai consolidata che risale al primo convegno, e che dimostra come le donne siano capaci, in situazioni difficili, a tirarsi su le maniche per risolvere i problemi che si presentano.
Una novità, rispetto ai convegni precedenti, quello di Roma del 2012 e quello di Palermo dello scorso anno, è stata la necessità di raccogliere fondi tra le persone presenti per coprire le spese sostenute, per la stampa delle locandine, le cartelline ecc.
Ci siamo inventate allora un grosso maiale- salvadanaio di cartapesta, che è stato posto all’ingresso con l’invito ad una offerta libera e la scritta Crinfunding, una strizzatina d’occhi rivolta al pubblico torinese …
L’iniziativa ci ha divertite, ma a dire il vero il successo non è stato proprio all’altezza delle aspettative, e ce ne siamo chieste il motivo. Probabilmente la gente continua a pensare che le istituzioni intervengano a sostenere tutte le spese connesse alle iniziative culturali anche se non è più così, almeno qui a Torino, dove Comune Provincia e Regione hanno dovuto stringere la borsa, ed è sempre più difficile finanziare questi eventi in mancanza di sponsor privati. Ciò che in questa occasione abbiamo ottenuto dalle istituzioni, in primo luogo la Circoscrizione e il Comune di Torino, è stato già un miracolo di generosità.
Ottimi invece i risultati del convegno per quanto riguarda la rete di collaborazione con altre realtà che hanno accettato di lavorare con TF.
Purtroppo Piero Fassino non ha potuto essere presente, ma si è stabilito di contattarlo come Presidente dell’Anci per chiedere un intervento normativo  che permetta di modificare i regolamenti delle Commissioni per la toponomastica dei Comuni italiani per dare più spazio alla presenza femminile in seno alle Commissioni, così come già è avvenuto a Napoli, la città più virtuosa in questo senso.
Si sono presi accordi con gli esperti dell’Istat per ottenere statistiche in chiave di genere, Legambiente ha concesso il proprio patrocinio al nostro Concorso nazionale per le scuole e lavorerà con le scuole  sulle intitolazioni femminili delle piste ciclabili a Roma.
Una messe di tutto rispetto, e novità importanti che confermano la grande vitalità di Toponomastica femminile, un gruppo che non credo di esagerare definendolo unico nel panorama dell’associazionismo femminile: per la coesione, la quantità e la qualità del lavoro svolto, la determinazione nel portare avanti il proprio discorso e i propri progetti.
Ma già si guarda oltre, e nell’incontro di Torino è già stata annunciata la data del prossimo, il quarto convegno nazionale che sarà a MILANO nei gg 16, 17 e 18 ottobre 2015.
Invito quindi le lettrici e i lettori a visitare la pagina FB di Toponomastica femminile, dove è stato creato un documento  apposito dal titolo Quarto Convegno Nazionale di TF- Milano 2015.
Basta cliccare su File, sotto l’intestazione, e poi su Modifica, e vi si possono inserire proposte, comunicazioni, notizie riguardanti l’appuntamento del 2015, secondo uno stile di partecipazione e di collaborazione che è una della caratteristiche di questo gruppo.
 
 

Crinfunding!


Per tutte le cose ci vogliono le condizioni adatte, e per costruire l’oggetto della foto pure: austerity, tempo libero e voglia di divertirsi sono stati l’humus da cui è nato Crin. Sì, perché ormai è diventato un nome proprio.

Mi spiego meglio.

Crin, come è facile capire dall’eloquente apertura sul suo fianco destro, è un salvadanaio, e con questa funzione esordirà al Convegno di Toponomastica femminile a Torino, il 4 di ottobre, dove si spera che i suoi occhietti stuporosi commuovano le/gli ospiti fin nel portafogli.

Con le casse di Regione e Comune in profondo rosso, la Provincia al “Si salvi chi può” e gli imprenditori alla canna del gas, la strada delle sponsorizzazioni è subito apparsa talmente cosparsa di spine da essere quasi impraticabile. Rimaneva la soluzione crowdfunding, ma a parte il fatto che chi bazzica questi terreni aveva altro da fare, devo confessare che il sistema mi pare un po’ un’americanata, come si diceva un tempo, e‘ sta cosa che chi mette cinque euro viene ringraziato collettivamente, chi ne mette venti nominativamente e così via , fino ad arrivare, per i più generosi, alle nuvole di incenso e alla pioggia di petali di rose… diciamo che mi fa anche un po’ ridere, ecco!

Così una email di Maria Pia Ercolini (“… magari mettiamo un salvadanaio in sala …”) ha acceso nella mia testa una lampadina, e questa illuminava a giorno un maialone rosa, di cartapesta. E poiché chi fa da sé fa per tre, ho incominciato ad attrezzarmi  per superare tutta una serie di problemi, dal momento che in tutta la mia ormai lunga vita mai mi era capitato di costruire alcunché, tantomeno con la cartapesta.

Per farla breve, Crin è nato durante le vacanze, davanti al mare, in vista dell’isola di Bergeggi, dopo che la sottoscritta aveva freneticamente compulsato una dozzina di siti Internet, con la collaborazione di mezzo condominio e contributi volanti di consigli e aiuti vari, in barba al tempo bizzoso di un’estate mai vista che un giorno no e due sì costringeva a ritirarlo in casa perché la pioggia non lo riducesse in pappa. 

Trovato un bel rosa shokking nell’unico colorificio aperto della zona, e spalmato con questo tutto l’animale dal grugno al codino, è sorto il problema di cosa scriverci sopra. Magari “Pigfunding”, giusto per ironizzare un tantino? Oppure, visto che è destinato a un convegno in Piemonte, “Crinfunding”? Sì, “Crinfunding”, e anche “My name is crin”, con un intento didascalico per le/gli ospiti provenienti da altre parti d’Italia, che ovviamente non conoscono il dialetto piemontese, e un’ombra di citazione da un famoso film.

Evvai, my Crin, lunga e (soprattutto) fortunata vita a te! 

Donne valdesi e memoria

Dal 3 al 5 ottobre si svolgerà a Torino nella Sala Polivalente di via Leoncavallo 23 a Torino il 3° Convegno Nazionale di ToponomasticaFemminile dal titolo “Strade maestre: un cammino di parità”. Il Convegno di Torino offrirà una panoramica della cultura piemontese al femminile, e in quest’ambito Bruna Peyrot interverrà per portare il proprio contributo nel campo della storia delle donne valdesi. Bruna Peyrot, studiosa di storia sociale, pubblicista, conduce da anni ricerche sulle identità, le memorie culturali e i percorsi di costruzione democratica dei singoli e dei gruppi sociali, specie comparando Europa e America latina, continente che frequenta da oltre dieci anni. Collaboratrice di periodici e riviste, vincitrice di premi letterari.Pubblichiamo di seguito la sintesi del suo intervento, che avrà luogo sabato 4 ottobre (ore 15.15 – 15.30). Per eventuali informazioni sul Convegno scrivere a Loretta Junck: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Donne valdesi e memoria

Questo studio darà rilievo alla componente più antica del protestantesimo italiano: il mondo valdese e in particolare alla sua parte femminile. Appartenenti a una minoranza religiosa risalente a uno dei più combattivi movimenti ereticali medioevali, concentrata nel suo nucleo originario nelle Valli valdesi del Piemonte, in provincia di Torino, le donne valdesi hanno  segnato la loro presenza all’interno di una singolare civiltà: la società montana e contadina, la presenza istituzionalizzata (dal 1532, data di adesione alla Riforma di Calvino) della chiesa valdese e la rete, reale e ideale, del protestantesimo europeo. Eretiche, eroine, predicatrici, diaconesse, maestre, mogli di pastori (ministri di culto), benefattrici, emigrate, contadine, operaie, domestiche, tutte hanno condiviso il cammino di fede dei loro compagni, unite dal mitico, complesso e antico aggettivo “valdese”. Con Valdo di Lione, da cui si originò il nome valdese, erano le “misere donnicciuole che predicavano”. Nel periodo delle persecuzioni erano eroine della resistenza. Nell’ottocento “unioniste” (si ritrovavano nelle Unioni femminili per discutere e offrire le loro arti – cucire, ricamare, cantare – al servizio della chiesa), maestre e attiviste, fino al secolo successivo in cui, nel 1962, possono accedere al ruolo pastorale (ministre di culto). Fra loro, certo emergono alcuni nomi, che le fonti giornalistiche, autobiografiche o epistolografiche riportano. Tuttavia, la loro è una presenza corale che si situa in una domesticità allargata e socialmente utile, nello spirito che caratterizza la cultura valdese, poco propensa a esaltare singole personalità  e impregnata dei classici valori del protestantesimo: liberalismo, pluralità, consapevolezza del ruolo della propria coscienza. Nel corso dell’esposizione citeremo alcuni nomi che potrebbero essere interessanti da proporre all’interno del progetto della toponomastica al femminile.  

 

Convegno strade maestre

 
Il primo fine settimana di ottobre (da venerdì 3 a domenica 5), la Sala Polivalente di via Leoncavallo 23, a Torino, ospiterà “Strademaestre: un cammino di parità”, terzo convegno nazionale di Toponomastica femminile.
L’evento testimonia l’attività e la vitalità del gruppo che, nato nel gennaio del 2012, conta ora più di 7800 aderenti e si esprime in diversi campi, in primo luogo quello dell’attività didattica: il 26 maggio la premiazione del primo Concorso nazionale ha visto a Roma l’affluenza straordinaria di settecento studenti giunti da tutta Italia per conoscere i migliori lavori realizzati con entusiasmo da insegnanti ed allievi nelle scuole di ogni ordine e grado, dalla primaria all’università.
Il Convegno di Torino offrirà una panoramica della cultura piemontese al femminile, e in quest’ambito Bruna Peyrot interverrà per portare il proprio contributo nel campo della storia delle donne valdesi. Mercoledì 24 settembre pubblicheremo di seguito la sintesi del suo intervento, che avrà luogo sabato 4 ottobre (h 15.15 – 15.30). Loretta Junck
Per eventuali informazioni sul Convegno scrivere a Loretta Junck: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Per conoscere il programma cliccare qui

 

Le tabacchine e le valdesi

Pensieri a ruota libera sulle identità femminili

“Ci pensavo qualche giorno fa, seduta al tavolino di un bar pasticceria in quello che era un tempo il borgo sorto intorno alla Manifattura Tabacchi, al fondo di corso Regio Parco a Torino: ci sono eredità trasparenti, peculiarità che talora la storia collettiva scolpisce nel volto, nella  gestualità, nel sentire dei gruppi umani, peculiarità che si conservano e si tramandano da una generazione all’altra, e che si avvertono al primo impatto.

Nella camminata decisa, negli sguardi diretti, nella parlata franca delle abitanti di quel quartiere, per poco che se ne conoscano le vicende, non è difficile scorgere i segni di una storia collettiva al femminile, la storia di quelle tabacchine e di quelle sigaraie cui la comune esperienza di lavoro forgiò nel tempo un’identità ben precisa e ancora percepibile, oggi, nelle figlie e nelle nipoti di quelle donne.

E ci sono invece realtà più sfuggenti e sfumate, che non appaiono con la stessa evidenza. Non credo sia facile, per esempio, trovare  un denominatore comune per le donne valdesi, al di là di ciò che fortemente le contraddistingue  come portatrici degli stessi valori  condivisi con i correligionari di sesso maschile. Qualità come la serietà, l’affidabilità, il senso civico, lo spirito di servizio, il modo rigorosamente laico di vivere la sfera religiosa, una certa riservatezza che si unisce all’apertura culturale dovuta sia ad un livello di istruzione da sempre elevato sia ai tradizionali scambi con l’Europa protestante, tutto ciò costituisce un retaggio comune sia agli uomini che alle donne della comunità valdese.

Non facile, invece, almeno così a me pare, definire caratteristiche che identifichino le donne valdesi non in quanto valdesi ma proprio in quanto donne. Questa la mia impressione di osservatrice esterna, ma che non sia del tutto campata in aria mi viene confermato, dall’interno, da persone che di quella comunità fanno parte.

Mi piacerebbe però che si aprisse un confronto anche con le lettrici e i lettori di Bradipodiario, parecchie e parecchi dei quali hanno certamente da dire, su questo tema, molto più di me.

Francesca Spano: una breve e intensa esperienza di vita

“Protestante di ascendenze ebraiche e comuniste, insegnante e consigliera comunale, sessantottina e femminista”: con queste parole sul retro di copertina del libro che ne raccoglie gli articoli politici, filosofici e teologici (Francesca Spano, Con rigore e passione, Claudiana) Claudio Canal presenta la complessa personalità di Francesca Spano, figura di spicco del mondo politico e culturale pinerolese dalla metà degli anni ’70, delineando l’ambito degli interessi e dell’azione della sua vita breve e intensa.

Lei aveva detto di sé, con l’ironia che la contraddistingueva, che era stata allattata sui divani del Transatlantico, a Montecitorio. Infatti sua madre era Nadia Gallico Spano, una delle ventuno donne che il 2 giugno 1946 erano entrate nell’Assemblea Costituente. Alla nascita di Francesca era ancora deputata alla Camera e lo sarebbe stata fino al 1958, mentre il padre Velio era senatore; entrambi dirigenti del PCI.

Francesca nasce a Cagliari nel 1950 ma nel 1953 si trasferisce a Roma insieme con la sua famiglia per l’impegno politico dei genitori. A quattordici anni rimane  orfana del padre, esperienza che la segna profondamente. Nel solco dell’educazione famigliare, si iscrive alla FGC e naturalmente si impegna nel Movimento studentesco del liceo romano che frequenta, ma presto si allontana  dall’impronta assolutamente laica ricevuta dai genitori per avvicinarsi al cristianesimo protestante, grazie anche all’incontro con la personalità carismatica di pastori come Carlo Gay e Giorgio Tourn e agli intensi soggiorni presso il Centro ecumenico internazionale valdese di Agape, presso Prali (TO). Tuttavia, per rispetto alle proprie radici ebraiche di parte materna, sceglierà di non battezzarsi. Nel 1974 si laurea con una tesi in storia e  decide di stabilirsi a Pinerolo, dedicandosi con passione all’organizzazione culturale dei “campi” di Agape ed entrando nel Comitato esecutivo del Centro. Intanto insegna nel liceo di Pinerolo con un’attiva presenza nella CGIL scuola. Animata da autentica passione per il mondo delle idee, matura i propri orientamenti nei gruppi di ricerca teologica e in quelli femministi, nei quali convoglia anche il suo interesse per la psicanalisi; un viaggio, quello attraverso la psicanalisi, che la coinvolge personalmente e per tre anni ad Agape organizza un “campo” su questo argomento. Collabora poi attivamente alla creazione del Museo della donna valdese, fondato ad Angrogna nel 1989. A livello politico, dopo la “svolta” della Bolognina, Francesca si iscrive a Rifondazione Comunista e viene eletta al Consiglio comunale di Pinerolo, dedicandosi per qualche tempo anche alla politica attiva. Dal febbraio 1988 alla primavera del 1995 dirige la rivista Gioventù Evangelica e dal 1995 è nel Direttivo del Centro culturale valdese di Torre Pellice. Nel 1998 sposa il suo compagno, ex militante di Lotta continua e professore a Pinerolo, e nel 2003 va a vivere  a Torre Pellice, in una grande casa col giardino. La passione per il giardinaggio le ispira uno dei testi più significativi del Libretto viola, il libro che raccoglie i suoi scritti più intimi e personali, trovati nel suo pc dopo la sua morte improvvisa: l’embrione, probabilmente, di quello che avrebbe dovuto diventare un lungo racconto autobiografico.

La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi, il libro corale scritto insieme a un gruppo di donne valdesi, traccia un’analisi del cammino di condivisione con i movimenti femministi intrapreso sulla strada indicata dal “pensiero della differenza” ma anche dalla fede evangelica. Purtroppo Francesca non avrà il tempo di vederlo uscire in stampa, perché poco prima che ciò accada una rapida quanto inesorabile malattia la stronca, il 15 luglio del 2007.

Bibliografia:
Sabina Baral, Ines Pontet, Giovanna Ribet, Toti Rochat, Francesca Spano, Federica Tourn, Graziella Tron, La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi, Claudiana
Francesca Spano, Con rigore e passione, prefazione di Claudio Canal, Claudiana
Francesca Spano, Il libretto viola e altri scritti, Iacobelli

Una "vita incompiuta"

Con queste parole è presentata, nel bel libro di Maria Rosa Fabbrini, la biografia di Silvia Pons, ricostruita con cura e rispetto partendo dal materiale conservato  nell’archivio famigliare, e arricchendo la narrazione  con i frutti di altre ricerche archivistiche e le interviste a chi ha avuto la possibilità di conoscere Silvia. La sua vita è stata molto breve: nata nel 1919 a Torre Pellice da una famiglia di tradizione valdese, è morta a soli trentanove anni.
Ma lasciamo la parola alla sua biografa,che titola il capitolo introduttivo del suo lavoro con una citazione tratta dall’Agamennone di Eschilo: ”Dopo la mia morte testimoniate, vi prego, che fui coraggiosa”.
 
“Spirito ribelle, dotata di talento, intelligenza e bellezza, Silvia Pons è passata attraverso la non facile via delle scelte e della lotta. A vent’anni, nel 1939 – dopo la promulgazione delle leggi razziali che penalizzavano il suo compagno ebreo – rivendica il diritto alla maternità fuori dal matrimonio e in pagine di grande intensità racconta la nascita di suo figlio; nel luglio 1943 si laurea in medicina e comincia a esercitare una professione ancora quasi esclusivamente maschile. Antifascista militante, aderisce al Partito d’Azione, partecipa alla Resistenza ed è attiva nell’associazionismo femminile nato durante la guerra; il suo contributo alla difesa dei diritti delle donne e alla loro emancipazione prosegue negli anni cinquanta durante i quali, tra l’altro, collabora con la casa editrice Minerva Medica di cui diventa corrispondente da Parigi”.
 
Frida Malan, sua grande amica per tutta la vita, ha detto di lei (la sua commossa testimonianza è stata raccolta da Piera Egidi Bouchard) che la sua libertà e indipendenza ne facevano “una figura molto moderna”, che forse non è stata capita nel suo ambiente di allora, perché  era “troppo avanti rispetto ai tempi”. E rimpiangeva che non fosse stata ancora studiata e valorizzata, e che la gente delle Valli avesse avuto un atteggiamento troppo duro nei suoi confronti, un atteggiamento ingiusto perché “Silvia era buona, generosa, anche troppo generosa”.
Il personaggio di Silvia Pons compare con un ruolo preminente anche nel Diario partigiano di Ada Gobetti, che ne ricorda il ruolo fondamentale nel campo della diffusione delle idee attraverso “La nuova realtà”, il giornale del Movimento Femminile di Giustizia e Libertà.
 
La biografia di Maria Rosa Fabbrini, insieme allo studio precedente di Marta Bonsanti, colma finalmente una lacuna rendendo giustizia a quella che è stata, sempre secondo Frida Malan, “una delle più interessanti figure della storia delle donne”.
Ma per ciò che riguarda il riconoscimento toponomastico, né Frida Malan né Silvia Pons (e ci piace ricordarle insieme, per l’amicizia che le ha legate) l’hanno finora  ottenuto, a quanto ci risulta, né a Torre Pellice, luogo delle loro origini, né a Torino dove entrambe operarono.

Lidia Poët: un’avvocata nata troppo presto

Lidia Poët è stata la prima avvocata in Italia, ma a causa del suo sesso non ha mai potuto esercitare: era nata troppo presto, nel 1855. Infatti, anche se oggi ci sembra incredibile, solo nel 1919  fu permesso al genere femminile l’accesso a tutte le professioni,tranne la Magistratura. Fu infatti allora che le donne, entrate in massa nel mondo del lavoro durante la prima guerra mondiale per sostituire gli uomini al fronte, ebbero il riconoscimento della loro capacità giuridica, senza essere più sottoposte per legge alla “tutela maritale”.

Lidia Poët nasce a Traverse, una frazione di Perrero, in val Germanasca, da una benestante famiglia valdese. Brillante e determinata, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza di Torino, da poco aperta anche alle studentesse, e all’Università la sua presenza naturalmente fa scalpore. Nel 1881 si laurea con una tesi sulla condizione femminile, e dopo aver svolto il prescritto periodo di praticantato nello studio di un avvocato di Pinerolo e aver superato con ottimi risultati l’esame di abilitazione, chiede l’iscrizione all’Albo. Questa le viene concessa, ma la decisione, presa a maggioranza dall’Ordine, viene impugnata dalla Procura Generale del Re, che ricorre in appello e ottiene che l’iscrizione di Poët venga abolita. Sentenza confermata infine dalla Cassazione, con motivazioni che si richiamavano alla “naturale” differenza tra i sessi.

La sentenza di terzo grado pone la parola fine alle speranze di questa donna coraggiosa,  che non potrà far altro che continuare in altre sedi la sua lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne, ma anche di altre categorie deboli come i minori e i carcerati. Entra a far parte stabilmente del Segretariato del Congresso Penitenziario Internazionale e nel 1922 presiede il Comitato per il voto alle donne, fondato a Torino nel 1906. La possibilità di iscriversi all’Albo degli Avvocati giunge per lei troppo tardi, quando  ha ormai più di sessant’anni. Sebbene la vicenda sia piuttosto nota, non esiste nessuna intitolazione stradale che ricordi questo personaggio, né nelle Valli Valdesi né a Torino: solo una scuola media di Pinerolo e una biblioteca, la Biblioteca delle Donne fortemente voluta dalla sindaca di Porte, sono state intitolate a Lidia Poët.

Eppure una scelta simile da parte delle Amministrazioni comunali sarebbe significativa, farebbe capire che le istituzioni hanno preso coscienza della pesante discriminazione cui le donne sono state sottoposte in un recente passato, e che hanno deciso veramente di voltare pagina.

Sulle tracce di Frida

Una mattina di primavera dell’anno appena trascorso mi decido ad andare a Orbassano per fotografare una targa femminile: dal censimento toponomastico vi risulta infatti uno slargo intitolato a Frida Malan. Prima di partire scarico da Internet la pagina che mi interessa: il luogo che cerco dovrebbe essere in pieno centro.

Una volta sul posto parcheggio e mi dirigo a piedi dove secondo la piantina dovrebbe trovarsi il mio obiettivo. Niente, non lo trovo. Interpello qualche passante. Occhi sbarrati, teste scosse, perplessità: nessuno ha mai sentito parlare di un largo Frida Malan. Entro in quella che sembra una libreria, è la biblioteca civica. Anche lì rivolgo la mia domanda, spiego perché cerco quell’indirizzo; una gentile signora fa una telefonata, espone il problema, mi manda da una collega in Comune, a due passi da lì. Quando ci arrivo trovo due impiegate comunali che, molto interessate, stanno consultando una cartina della città allargata sulla scrivania. Si sono prese a cuore la ricerca perché, mi dicono, loro stanno a Orbassano ma questo largo non l’hanno mai visto. Però sulla piantina c’è. Eccolo lì, non proprio in pieno centro come credevo: la mia mappa era sbagliata. Cortesissime, mi forniscono la piantina e mi segnano anche il percorso. Riprendo l’auto e in breve, edotta sui sensi unici della zona centrale, arrivo sul posto. Dove ho modo di constatare che largo Frida Malan è niente altro che un parcheggio, e siccome non vi sono numeri civici, nessuno, in Comune, ha pensato di sprecarci una targa.

Fine della storia, niente fotografia.

Eppure Frida Malan (1917- 2002) è stata un personaggio veramente significativo. Figlia di un pastore valdese, era entrata come i suoi due fratelli nella Resistenza svolgendo missioni impegnative e pericolose. Una di queste fu di contattare i compagni che erano stati rinchiusi nel campo di transito di Fossoli prima di essere inviati in Germania.

Libertaria, nel 1953 fece la scelta di entrare nel partito socialista e dal 1960 al 1975 fu consigliera comunale e assessora a Torino, ricoprendo incarichi importanti: assessora all’igiene e sanità dal 1966 al 1972, poi al patrimonio e lavori pubblici dal 1973 al 1975. Di quest’ultimo incarico ebbe a dire: «… quel periodo è stato per me straordinario, per come decidevo. Mai secondo la burocrazia normale, ma secondo la mia coscienza … » perché «male non è andare contro le regole, male è danneggiare gli altri». E come sostiene Piera Egidi nel suo bel libro Frida e i suoi fratelli, «è immediato vedere in questa “filosofia della res pubblica” il retaggio dell’educazione ricevuta in una famiglia pastorale!»

Attivissima da sempre in difesa dei diritti della donne e nell’associazionismo femminile, divenne presidente della Commissione pari opportunità nel 1988-89, ma si occupò di moltissime altre cose: fu nel Movimento federalista europeo, nel Fnism (Federazione nazionale insegnanti scuola media), nel direttivo del Pannunzio, nell’Ywca – Ucdg (Unione cristiana della giovani).

Un impegno a tutto campo, meritevole di una targa vera, e non solo di una: ci si dovrebbe pensare a Torino, per esempio, dove visse per gran parte della sua vita e dove operò con passione ed energia.

Un ricordo per Jenny

jenny-cardon

Il nome di Jenny Cardon Peyronel, valdese, staffetta partigiana GL caduta in Val Pellice, compare nell’unica targa femminile di Torre Pellice. Per ricostruirne la storia non ho trovato che un sintetico profilo tra i dati recuperati e archiviati dalla Commissione femminile dell’Anpi. Inizia così: “Jenny Cardon, nata a Torre Pellice (Torino) l’11 marzo 1917 da Luigi e Margherita Piastre. Operativa dal 1 dicembre 1944 … con la formazione Val Pellice, V Divisione Alpina Toia, si segnalava in particolare per le delicate operazioni di collegamento…”

Si descrive poi il momento in cui fu colpita, “in regione Rio Gros”, proprio “mentre infuriava l’ultima battaglia”, il 23 aprile 1945. Altrove però ho trovato un’altra data per la sua morte: 26 aprile. E questa compare anche sulla lapide nel cimitero di Torre Pellice. Chissà se Jenny seppe della Liberazione… Ho fatto delle ipotesi, su quei tre giorni di differenza: ho immaginato che, ferita gravemente durante quello scontro fatale, Jenny sia poi morta a casa sua, vicino ai suoi. Aveva 28 anni, Jenny, un marito, dei parenti … probabilmente erano vivi i suoi genitori. Aveva magari anche figli piccoli, oggi forse ancora viventi, e ci saranno dei nipoti, chissà, che di questa nonna mai conosciuta potrebbero conservare comunque qualche ricordo di famiglia, qualche istantanea, e certamente quella Croce di bronzo che le venne data alla memoria.

Forse proprio perché non ho trovato né una fotografia né altre notizie in rete, quei tre giorni di scarto hanno messo in moto la mia immaginazione facendomi venire voglia di seguire le tracce di questa storia sconosciuta, di questa realtà umana che rischia di perdersi e sprofondare nel passato. Forse avrò modo di farlo, prima o poi. Troppo spesso e troppo facilmente la memoria femminile viene cancellata dal tempo, e invece è giusto ricordare. Perché il sacrificio di Jenny e l’impegno attivo di tutte quelle che come lei parteciparono attivamente alla Resistenza a fianco degli uomini (35.000 in tutta Italia, più di 1000 cadute in combattimento, oltre 2000 fucilate o impiccate) non solo hanno contribuito alla lotta al nazifascismo, ma hanno cambiato il destino delle donne, sovvertendo le regole della tradizione che le aveva confinate in casa in un ruolo subalterno e portandole di diritto alla ribalta della storia. Non più solo mogli, madri e figlie, ma cittadine. 

La quercia di Charlotte

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Piazzale Charlotte Peyrot, attiguo a piazza delle Diaconesse, si apre sul fianco del tempio valdese di Pomaretto.

Ci sono stata in una giornata d’ottobre un po’ nebbiosa, per fare qualche fotografia e vedere i luoghi dove vissero le poche donne valdesi cui sono intitolate aree di circolazione nelle Valli.

Questa Charlotte doveva essere una forza della natura se a cinquantacinque anni, dopo aver allevato otto figli e diretto un pensionato per studenti a Torre Pellice, trovò ancora le energie per dedicarsi ad un grande sogno, quello di fondare un ospedale per i valdesi.

Nata nel 1764 da una famiglia di commercianti con contatti internazionali, aveva sposato il pastore Geymet, che nel periodo napoleonico aveva fatto carriera ed era stato nominato sottoprefetto di Pinerolo. Per i valdesi, che in precedenza erano rimasti confinati nelle loro valli, fu un periodo di grande libertà e per Charlotte e suo marito anche di vita brillante. Ma con la Restaurazione i coniugi Geymet devono tornare a Torre Pellice, ed è qui che l’intraprendente donna apre una pensione per studenti che le permette di integrare i modesti proventi del marito, diventato nel frattempo direttore del Collegio valdese.

Ma non si ferma qui, e dopo aver portato a compimento i suoi doveri famigliari si volge a un’opera di cui da tempo si sentiva il bisogno: allora infatti i valdesi venivano accolti con difficoltà negli ospedali, in mano ai cattolici, e quando ciò avveniva subivano pressioni perché abbandonassero la loro fede.

Nel 1821 Charlotte scrive a un famoso predicatore svizzero, il pastore Cellérier, perché l’aiuti a muovere la solidarietà di tutta l’Europa protestante. Ha un grande successo, si adopera personalmente per ottenere consensi e sollecitare permessi, poi parte lei stessa per collettare in Svizzera e infine ha la soddisfazione di vedere realizzato il suo progetto. L’Ospedale Valdese viene inaugurato a Torre Pellice nell’aprile del 1826. Charlotte aveva a piantato una ghianda in un vaso quando aveva concepito il suo sogno e , come scrisse al Cellérier, avrebbe voluto che la quercia che ne era nata fosse piantata davanti all’ingresso dell’Ospedale.

Ora, dopo quasi 190 anni di vita rigogliosa e feconda, quella simbolica quercia che ricorda uno splendido esempio di attivismo femminile rischia di finire sotto la scure della spending review.

Chi sono le diaconesse?

casadellediaconesse

A Pomaretto una della due aree di circolazione intitolate a figure femminili è Piazza delle Diaconesse. Chi sono le diaconesse? Nei primi secoli del Cristianesimo erano donne che avevano una funzione di supporto della comunità ecclesiale, si occupavano della cura dei malati e dei poveri, oltre che di alcuni uffici liturgici. Una delle loro funzioni era ad esempio aiutare le donne che dovevano svestirsi per il rito del battesimo (che era anticamente ad immersione) ma, a differenza dei diaconi, non erano “ordinate”. Questa almeno la posizione ufficiale della Chiesa cattolica, ma la tesi è contestata dalle organizzazioni che si battono per il sacerdozio femminile. Nel mondo protestante, che è quello che ci interessa qui, il termine indica le comunità femminili che si dedicano a opere di assistenza. La prima casa madre delle diaconesse fu fondata a Kaiserwerth (oggi Dusseldorf) nel 1836, nel 1842 un’altra casa fu aperta a Echallens, in Svizzera, in seguito trasferita a Saint Loup. Altri istituti sorsero in seguito. Le diaconesse, la cui preparazione è molto accurata, esercitano la loro attività in maniera professionale e costituiscono una comunità religiosa investita di compiti sociali. Sono attive nella puericultura, nei ricoveri, nei carceri, negli ospedali e nelle missioni nei Paesi in via di sviluppo.

In Italia la prima casa delle diaconesse venne aperta a Torino nel 1901, per rispondere alle necessità dell’ospedale valdese, sul modello di quella di Saint Loup in Svizzera, nonostante le riserve che questo istituto suscitava, perché sembrava troppo simile alle analoghe istituzioni cattoliche e lontano dalla concezione classica di vita cristiana del protestantesimo. Nel tempo le diaconesse sono state impiegate negli ospedali valdesi in tutta Italia, nei ricoveri per anziani, negli orfanotrofi. Nel 1920 l’Opera delle Diaconesse è stata trasferita da Torino nelle Valli valdesi, trovando definitiva sede a Torre Pellice in un edificio che dagli anni ’60 del ‘900 fu attrezzato per accogliere persone anziane autosufficienti. La Casa è rimasta sotto la direzione delle diaconesse fino al 1992, quando l’ultima sorella è andata in pensione.

“Le migliori condizioni economiche e il nuovo ruolo sociale delle donne indirizzavano la realizzazione professionale femminile verso altri campi, si aprivano possibilità di impegno all’interno della Chiesa quali l’accesso al pastorato, mentre il mantenimento delle regole (i cinque punti fondamentali che contraddistinguevano il ministero delle Diaconesse erano consacrazione, servizio gratuito, vita comunitaria, costume e nubilato) che caratterizzavano la Casa di Torre Pellice non poteva che scoraggiare nuove vocazioni.”

Così, senza troppi rimpianti, sembra, in studi valdesi si spiega il declino dell’ istituzione. L’intitolazione di Pomaretto sembra rendere in qualche modo onore alla funzione esercitata in passato da queste donne e, nello stesso tempo, prendere atto della loro scomparsa.

Le sette targhe

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I lettori di Bradipodiario forse ricorderanno che qualche mese fa esordivo in questo spazio con la presentazione di un gruppo, quello di Toponomastica femminile, con cui collaboro da circa un anno e mezzo come referente per il Piemonte, occupandomi in particolare della provincia di Torino.

Da allora è maturato il progetto di pubblicare qui, con cadenza mensile, i risultati di un’esplorazione toponomastica delle Valli valdesi, che si inserisce nel più vasto progetto di censimento toponomastico del Piemonte.

La finalità di questo lavoro, portato avanti a livello nazionale, è di mettere in evidenza le poche presenze (e le molte assenze) femminili nelle targhe stradali, con lo scopo di influire sui comportamenti delle amministrazioni comunali e contribuire, anche per questa via, ad un cambiamento culturale che si rivela più che necessario, soprattutto alla luce dell’aumento preoccupante dei casi di violenza contro le donne che la cronaca ci segnala da tempo.

Ho dunque preso in considerazione i 15 comuni della Val Pellice, della Val Germanasca e della bassa Val Chisone compresi entro i confini del 1694: Angrogna, Bobbio Pellice, Inverso Pinasca, Luserna San Giovanni, Massello, Perrero, Pomaretto, Prali, Pramollo, Prarostino, Rorà, Salza di Pinerolo, San Germano Chisone, Torre Pellice e Villar Pellice. In questi centri gli odonimi (cioè i toponimi costituiti da nomi di persona) sono una minoranza, come è normale nei comuni montani (solo 195 su un totale di 938 toponimi nei comuni ricordati), ma di questi solo 7 sono femminili: il 4,8 %, una percentuale che non si discosta dai risultati nazionali.

Ma vediamo nel dettaglio a chi sono dedicate queste sette targhe. Tre sono intitolate a personaggi indicati con il solo nome di battesimo: località La Maria ad Angrogna, località Barbara a Bobbio Pellice, cascina Giulia a San Germano. Una ricorda, collettivamente, una categoria femminile operante nel mondo valdese: piazza delle Diaconesse a Pomaretto. Solo tre sono le intitolazioni a singole donne illustri, una delle quali è una regina: piazza Charlotte Peyrot ancora a Pomaretto, corso Regina Margherita a Inverso Pinasca e via Jenny Cardon a Torre Pellice.

Solo queste, delle centinaia di donne, valdesi e non, che hanno contribuito con la loro opera alla vita della comunità valligiana. Si dirà forse a questo punto che, a fronte dei tanti problemi che oggi affliggono il Paese, e lo stesso mondo femminile, quello della scarsità di intitolazioni a donne è ben poca cosa. Ciò può essere in parte vero, ma si ricordi che a livello simbolico, e quindi culturale, non è per nulla secondario che agli occhi delle giovani generazioni compaiano sulle targhe stradali per lo più nomi maschili: ciò induce a pensare che la storia è fatta solo dagli uomini, che le donne non contano nulla e il loro ruolo è al massimo quello di allietare il riposo del guerriero.

Occorre una radicale inversione di tendenza, come si evince anche dal risultati del rapporto dell’Istituto Europeo per l’eguaglianza di genere, da cui risulta che in un’Europa che pure è complessivamente ancora lontana da una piena parità tra uomini e donne, l’Italia appare, anche in questo campo, in grave ritardo culturale.

Le vie della parità

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Con un telegrafico messaggio di Facebook, circa un anno fa, una certa Maria Pia Ercolini mi invitava a visitare un gruppo di nuova formazione denominato Toponomastica femminile.

Come tutti i neofiti, ero ancora molto curiosa e, sulla rete, ficcavo il naso un po’ dappertutto, così andai a vedere per capire che cosa facesse questo gruppo. Avevo già contattato gruppi femminili su Facebook, realtà anche simpatiche in cui si scambiavano esperienze, informazioni, chiacchiere varie: si arrivava, si leggeva, si commentavano un paio di post, si assisteva a qualche polemica e poi si emigrava ad esplorare altre realtà, perché a un certo punto il gruppo non sembrava proporre più molto e magari dopo qualche tempo si scioglieva.

Mi accorsi molto presto che quello di Toponomastica femminile era un gruppo diverso: concreto, fattivo. Si chiacchierava meno ma si era invitate a lavorare. Maria Pia mi chiese se avevo voglia di prendermi uno stradario e censire un po’ di strade di Torino, insieme ad altre che si erano offerte per questo lavoro, in modo da stabilire quante vie cittadine, in percentuale, fossero dedicate a uomini e quante a donne illustri.

In gennaio a Torino fa ancora freddo, non si ha voglia di stare troppo fuori casa, in quel momento non avevo tantissime cose da fare e risposi di sì. Mi ci divertii, scoprii che nella mia città poco più di 50 tra vie, corsi, viali, piazze sono intitolati a donne (molte sono madonne e sante) e che partendo dalla toponomastica si possono scoprire tantissime cose della propria città e non solo. Insomma mi ci appassionai. In seguito partì la campagna per la memoria femminile denominata “8 marzo 3 donne 3 strade”: si trattava di scrivere ai sindaci di tutti i comuni per invitarli a intitolare, in occasione della festa della donna, tre strade ad altrettante donne, una di rilevanza locale, una di rilevanza nazionale, una straniera, “per restituire l’unione fra le tre anime del Paese”.

Intanto si intensificava l’interesse che si era manifestato nel mondo della scuola, con diverse esperienze che coinvolgevano la didattica a tutti i livelli. Per il 2 giugno partì il progetto “Largo alle Costituenti”, poi si trattò di coinvolgere ancora le istituzioni: i sindaci, prima di tutto, perché ci mandassero gli stradari su cui condurre i censimenti, poi le Consigliere di parità regionali e provinciali. Intanto il gruppo aumentava, e l’interesse intorno ad esso pure. La stampa, sia nazionale che straniera, si era ben presto accorta di noi: abbiamo avuto recensioni da tutti i principali quotidiani italiani, dalla Stampa a Repubblica al Corriere della Sera, ma anche dal Times, da El Pais, da Al Jazeera; hanno parlato di noi Littizzetto e Lipperini, Unomattina e il TG3 e per ben tre volte siamo andate in voce con la BBC che ha dato anche ampio spazio alle nostre ricerche sul sito. Il 6 e il 7 ottobre il gruppo organizzava a Roma il suo primo convegno nazionale, per rinsaldare i rapporti tra persone che si conoscevano solo virtualmente, ma anche per verificare il lavoro svolto.

Ne è nato un libro, Sulle vie della parità. Atti del I Convegno di Toponomastica femminile, già in commercio su IBS. Una specie di miracolo, insomma. Il 16 dicembre 2012, a Marina di Pietrasanta, il “talento tecno in rosa“ di Maria Pia Ercolini e Maria Antonietta Nuzzo, ideatrici del sito Internet del gruppo, si è aggiudicato il primo premio assoluto nel concorso DonnaèWeb. Attualmente sta andando avanti la richiesta ai sindaci per una intitolazione a Rita Levi Montalcini, e già possiamo contare su parecchie risposte positive. Ci siamo ancora ritrovate a Napoli, il 18 gennaio, dove abbiamo festeggiato il primo compleanno del gruppo accendendo una candelina su una splendida caprese. La passione non manca, le competenze neppure: la qualità e la quantità dei contributi che compaiono negli atti del convegno lo dimostrano. In Piemonte, si sa, siamo riflessivi e anche un po’ diffidenti come i gatti: prima di avvicinarci a qualsiasi realtà dobbiamo annusare, stare a vedere, aspettare un po’ facendo finta di niente … Ma poi partiamo, e quando partiamo … E sento che presto qualcosa si muoverà anche qui, non solo a Roma e Napoli.

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