Shireen Abu Akleh
Virginia Mariani
Viola Gesmundo
La sua morte ha lasciato un vuoto profondo nel giornalismo arabo e mondiale. La sua figura è diventata un simbolo non solo della libertà di stampa sotto attacco, ma anche della lotta del popolo palestinese per essere ascoltato. Il suo volto è apparso su murales a Ramallah, Beirut, Dublino, Parigi e in altre città. Il suo nome è stato invocato da giornalisti/e, attivisti/e e politici/che e, come ha scritto un collega:
«Shireen è stata la nostra voce quando avevamo solo il silenzio. Anche se oggi è assente, continuerà a parlare, ogni volta che qualcuno racconterà la verità».
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| Murale per Shireen a Gaza, 2022, foto di Adel Hana |
Shireen Abu Akleh, nata a Gerusalemme il 3 aprile 1971 e uccisa l’11 maggio 2022 a Jenin, è stata una delle giornaliste più riconoscibili e rispettate del mondo arabo. Di origini palestinesi e cittadina statunitense, ha lavorato per oltre due decenni come corrispondente per la rete Al Jazeera, diventando una figura emblematica nel racconto del conflitto israelo-palestinese. Il suo assassinio, durante un’operazione militare israeliana in Cisgiordania, ha scosso profondamente l’opinione pubblica internazionale e sollevato interrogativi cruciali sulla libertà di stampa, sulla sicurezza di giornaliste e giornalisti in zone di conflitto e sulla giustizia per le vittime civili.
Shireen nasce in una famiglia cristiana melchita di Betlemme e cresce a Gerusalemme Est, in un contesto segnato dall’occupazione israeliana e dalle tensioni politiche costanti. Dopo aver terminato gli studi superiori presso la Rosary Sisters' School, una prestigiosa scuola cattolica di Gerusalemme, si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare l’università.Ottenuta la cittadinanza statunitense grazie ai legami familiari, completa gli studi in giornalismo presso la Yarmouk University in Giordania, dove si laurea in Giornalismo e comunicazione. Tornata nei Territori palestinesi, inizia la sua carriera professionale con determinazione e un chiaro senso di missione: raccontare al mondo la realtà palestinese sotto occupazione. Shireen inizia così il proprio percorso nel giornalismo lavorando per diverse emittenti, tra cui Radio Monte Carlo e la Cnn araba. Ma è nel 1997, quando entra a far parte della nascente redazione araba di Al Jazeera, che la sua carriera decolla. Diviene una delle prime corrispondenti sul campo della rete, con il compito di coprire notizie dai Territori palestinesi, in particolare dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza.
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Durante gli anni della Seconda Intifada (2000–2005), acquisisce una reputazione di giornalista seria, empatica e instancabile. Con il suo caratteristico giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”, diviene un volto familiare per milioni di telespettatori e telespettatrici arabe. I suoi reportage sono sempre dettagliati, umani, e spesso rischiosi. Racconta la sofferenza delle popolazioni civili, le incursioni militari, gli scontri armati, le demolizioni, ma anche la vita quotidiana che continua nonostante tutto.Diviene man mano conosciuta per il suo approccio equilibrato, attento ai dettagli, capace di mantenere professionalità e umanità anche nelle situazioni più drammatiche. «Ho scelto il giornalismo per essere vicina alle persone». Dice.
«Forse non è facile cambiare la realtà, ma almeno posso far sentire la loro voce al mondo».
Nel corso della sua carriera, Shireen ha coperto tutti i momenti cruciali della storia palestinese contemporanea: dalle guerre su Gaza agli scontri a Gerusalemme, dalle elezioni palestinesi ai processi di pace falliti. È stata più volte elogiata per il suo coraggio e per la sua integrità giornalistica. Numerosi colleghi e colleghe la descrivevano come una professionista rigorosa, umile e sempre pronta ad aiutare le più giovani nella professione. Ha formato generazioni di giornaliste e giornalisti arabi, non solo con l'esempio, ma anche attraverso workshop, interventi universitari e mentorship.
Nonostante non abbia ricevuto premi internazionali in vita, il valore del suo lavoro è stato successivamente riconosciuto da organizzazioni per la libertà di stampa e i diritti umani. Dopo la sua morte, Al Jazeera ha istituito in suo onore una borsa di studio per aspiranti giornaliste palestinesi. L’11 maggio 2022, durante un’operazione militare dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, Shireen Abu Akleh è stata colpita da un proiettile alla testa mentre indossava l’equipaggiamento che la identificava chiaramente come giornalista. Stava seguendo un raid israeliano assieme ad altri reporter. Le prime testimonianze sul posto, comprese quelle di giornaliste/i presenti, indicano le forze israeliane come responsabili. L’esercito israeliano inizialmente nega, sostenendo che il fuoco potesse essere venuto da miliziani palestinesi, ma successivamente modifica la versione, ammettendo che "è possibile" che un soldato israeliano l’abbia colpita "per errore".
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| Shireen presso il campo profughi di Jenin, 2022 |
Tuttavia, indagini indipendenti condotte da organizzazioni, quotidiani e riviste come Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, Cnn, New York Times e Washington Post concludono che il colpo mortale è provenuto da posizioni israeliane e che non vi sono stati scontri armati nel momento preciso della sparatoria. Nessun combattente palestinese si trovava nelle vicinanze della troupe. La sua uccisione scatena una vasta ondata di indignazione internazionale. Le Nazioni Unite chiedono un’indagine indipendente. L’Unione Europea, la Commissione Interamericana per i Diritti umani e numerosi Stati arabi e occidentali condannano l’accaduto. Anche il Dipartimento di Stato Usa, sotto pressione da parte di membri del Senato e attiviste/i, chiede trasparenza, senza però prendere iniziative vincolanti.
Al funerale di Shireen, tenutosi a Gerusalemme, si verificano scontri tra la polizia israeliana e le persone partecipanti: le forze dell’ordine, infatti, attaccano i portatori della bara e il corteo funebre, provocando ulteriore sdegno e condanna. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha inserito il suo caso tra i più gravi crimini impuniti contro reporter, mentre la famiglia ha portato il caso davanti alla Corte penale internazionale (Cpi) e ad altri organismi per i diritti umani, in cerca di giustizia, ma fino a oggi nessuno è stato incriminato per la sua morte prematura.
Shireen Abu Akleh è stata molto più che una giornalista: è stata una cronista della verità in una delle zone più complesse e delicate del pianeta. La sua voce, ferma e appassionata, è stata per anni la colonna sonora dei bollettini di Al Jazeera, testimone degli eventi che molti governi e personaggi politici avrebbero preferito ignorare. La sua uccisione ha messo in evidenza i pericoli a cui sono esposti coloro che si trovano in aree di conflitto, soprattutto quando operano in contesti di occupazione, censura o violenza sistemica, ma il suo esempio continua a ispirare giovani reporter, attivisti/e per i diritti umani e semplici cittadini/e che credono nel potere dell’informazione.
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Traduzione francese
Michela Rocchi
Sa mort a laissé un vide profond dans le journalisme arabe et international. Sa figure est devenue un symbole non seulement de la liberté de la presse attaquée, mais aussi du combat du peuple palestinien pour être entendu. Son visage est apparu sur des peintures murales à Ramallah, Beyrouth, Dublin, Paris et dans d’autres villes. Des journalistes, des activistes, des politicien.ne.s ont invoqué son nom, et, comme l’a dit un collègue:
«Shireen a été notre voix lorsque nous n’avions que le silence. Même si au jourd’hui elle n’est pas là, elle continuera à parler chaque fois que quelqu’un racontera la vérité».
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| Murale pour Shireen à Gaza, 2022, photo d’Adel Hana |
Shireen Abu Akleh, née à Jérusalem le 3 avril 1971 et tuée le 11 mai 2022 à Jénine, a été l’une des journalistes les plus reconnues et respectées du monde arabe. D’origine palestinienne et citoyenne des Étas Unis, elle a travaillé pendant plus de vingt ans comme correspondante pour le réseau Al Jazeera, devenant une figure emblématique du récit du conflit israélo-palestinien. Son assassinat, lors d’une opération militaire israélienne en Cisjordanie, a profondément choqué l’opinion publique internationale et a soulevé des interrogations cruciales sur la liberté de la presse, la sécurité des journalistes dans les zones de conflit et la justice pour les victimes civiles.
Shireen naît dans une famille chrétienne melkite de Bethléem et grandit à Jérusalem-Est, dans un contexte marqué par l’occupation israélienne et par les tensions politiques constantes. Après avoir terminé ses études à la Rosary Sisters’ School, une prestigieuse école catholique de Jérusalem, elle part aux Étas Unis pour étudier à l’université. Ayant obtenu la citoyenneté étasunienne grâce à ses liens familiaux, elle complète sa formation en journalisme à la Yarmouk University, en Jordanie, où elle obtient son diplôme en Journalisme et communication. De retour dans les territoires palestiniens, elle entame sa carrière professionnelle avec détermination et une mission bien claire: raconter au monde la réalité palestinienne sous l’occupation. C’est comme ça que Shireen commence son parcours dans le journalisme, elle travaille pour des émetteurs tels que Radio Monte Carlo ou la Cnn arabe. Mais sa carrière prend un véritable essor en 1997, lorsqu’elle rejoint la jeune rédaction arabe d’Al-Jazeera. Elle devient l’une des premières correspondantes de terrain de la chaîne, chargée de couvrir l’actualité des territoires palestiniens, notamment en Cisjordanie et dans la bande de Gaza.
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Pendant les années de la Seconde Intifada (2000-2005) elle acquiert une réputation de journaliste sérieuse, empathique et infatigable. Avec son gilet pare-balles portant l’inscription « Press », elle devient un visage familier pour des millions de téléspectateurs et téléspectatrices arabes. Ses reportages sont toujours détaillés, humains et souvent dangereux. Elle raconte la souffrance des populations civiles, les incursions militaires, les affrontements armés, les démolitions, mais aussi la vie quotidienne qui continue malgré tout. Elle se fait progressivement connaître pour son approche équilibrée, attentive aux détails, capable de préserver professionnalisme et humanité même dans les situations les plus dramatiques. «J’ai choisi le journalisme pour être proche des gens», disait-elle.
«Il n’est peut-être pas facile de changer la réalité, mais au moins je peux faire entendre leur voix au monde».
Au cours de sa carrière, Shireen couvre tous les moments cruciaux de l’histoire palestinienne contemporaine : des guerres à Gaza aux affrontements à Jérusalem, des élections palestiniennes aux processus de paix avortés. Elle a étée saluée à plusieurs reprises pour son courage et son intégrité journalistique. De nombreux collègues la décrivaient comme une professionnelle rigoureuse, humble et toujours prête à soutenir les femmes plus jeunes dans la profession. Elle a formé des générations de journalistes arabes, non seulement par l’exemple, mais aussi à travers d’ateliers, d’interventions universitaires et du mentorat.
Bien qu’elle n’ait pas reçu de prix internationaux de son vivant, la valeur de son travail a été reconnue par la suite par des organisations de défense de la liberté de la presse et des droits humains. Après sa mort, Al Jazeera a créé en son honneur une bourse destinée aux aspirantes journalistes palestiniennes. Le 11 mai 2022, lors d’une opération militaire de l’armée israélienne dans le camp de réfugiés de Jénine, Shireen Abu Akleh est touchée d’une balle à la tête alors qu’elle porte un équipement l’identifiant clairement comme journaliste. Elle couvrait un raid israélien avec d’autres reporters. Les premiers témoignages sur place, y compris ceux de journalistes présent.e.s, désignent les forces israéliennes comme responsables. L’armée israélienne nie d’abord toute implication, affirmant que les tirs auraient pu provenir de militants palestiniens, avant de modifier sa version et d’admettre qu’« il est possible » qu’un soldat israélien l’ait touchée «par erreur».
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| Shireen au camp de réfugiés de Jenin, 2022 |
Toutefois, des enquêtes indépendantes menées par des organisations et par des médias internationaux tels que Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, Cnn, New York Times et Washington Post concluent que le tir mortel provenait de positions israéliennes et qu’aucun affrontement armé n’était en cours au moment précis de la fusillade. Aucun combattant palestinien ne se trouvait à proximité de l’équipe de presse. Son assassinat provoque une vague d’indignation internationale. Les Nations unies appellent à une enquête indépendante. L’Union européenne, la Commission interaméricaine des droits de l’homme ainsi que de nombreux États arabes et occidentaux condamnent les faits. Même le Département d’État américain, sous la pression de membres du Sénat et d'activistes, demande également davantage de transparence, sans toutefois prendre de mesures contraignantes.
Lors de ses funérailles à Jérusalem, des affrontements éclatent entre la police israélienne et les personnes qui participaient: les forces de l’ordre attaquent les porteurs du cercueil et le cortège funèbre, suscitant une indignation et une condamnation supplémentaires. Le Comité pour la protection des journalistes (CPJ) a inscrit son cas parmi les crimes les plus graves restés impunis contre des reporters. Sa famille a saisi la Cour pénale internationale ainsi que d’autres instances de défense des droits humains dans sa quête de justice, mais à ce jour, personne n’a été inculpé pour sa mort prématurée.
Shireen Abu Akleh a été bien plus qu’une journaliste : elle a été une chroniqueuse de la vérité dans l’une des régions les plus complexes et sensibles de la planète. Sa voix, ferme et passionnée, a longtemps accompagné les bulletins d’information d’Al Jazeera, témoin d’événements que de nombreux gouvernements et responsables politiques auraient préféré ignorer. Son assassinat a mis en lumière les dangers auxquels sont exposés celles et ceux qui travaillent dans des zones de conflit, en particulier dans des contextes d’occupation, de censure ou de violence systémique. Mais son exemple continue d’inspirer de jeunes reporters, des défenseurs des droits humains et des citoyens qui croient au pouvoir de l’information.
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Traduzione spagnola
Maria Leonardi
Su muerte ha dejado un gran vacío en el periodismo árabe y mundial. Su figura se ha convertido en un símbolo no solo de la libertad de prensa bajo ataque, sino también de la lucha del pueblo palestino por ser escuchado. Su rostro apareció en murales de Ramallah, Beirut, Dublín, París y otras ciudades. Periodistas, activistas y políticos/as invocaron su nombre y, como escribió un colega:
«Shireen fue nuestra voz cuando solo teníamos silencio. Aunque hoy esté ausente, seguirá hablando cada vez que alguien diga la verdad».
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| Mural para Shireen en Gaza, 2022, foto de Adel Hana |
Shireen Abu Akleh, nacida en Jerusalén el 3 de abril de 1971 y asesinada el 11 de mayo de 2022 en Jenin, fue una de las periodistas más reconocidas y respetadas del mundo árabe. De origen palestino y nacionalidad estadounidense, trabajó durante más de dos décadas como corresponsal de la cadena Al Jazeera, convirtiéndose en una figura emblemática en la cobertura del conflicto israelí-palestino. Su asesinato, durante una operación militar israelí en Cisjordania, conmocionó profundamente a la opinión pública internacional y planteó preguntas cruciales sobre la libertad de prensa, la seguridad de los/las periodistas en zonas de conflicto y la justicia para las víctimas civiles.
Shireen nació en una familia cristiana melquita de Belén y creció en Jerusalén Este, en un contexto marcado por la ocupación israelí y las constantes tensiones políticas. Al terminar sus estudios en la Rosary Sisters' School, un prestigioso colegio católico de Jerusalén, se trasladó a Estados Unidos para ir a la universidad. Tras obtener la nacionalidad estadounidense gracias a sus lazos familiares, completó sus estudios de periodismo en la Yarmouk University en Jordania, donde se licenció en Periodismo y comunicación. De vuelta en los Territorios Palestinos, comenzó su carrera profesional con determinación y un claro sentido de la misión: mostrar al mundo la condición del pueblo palestino bajo ocupación. Shireen comenzó así su carrera en el periodismo, trabajando para varias emisoras, como Radio Monte Carlo y la CNN árabe. Sin embargo, su carrera no despegó hasta 1997, cuando entró a formar parte de la nueva redacción árabe de Al Jazeera, . Se convirtió en una de las primeras corresponsales sobre el terreno de dicha cadena, encargada de cubrir las noticias de los Territorios Palestinos, en particular de Cisjordania y la Franja de Gaza.
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Durante los años de la Segunda Intifada (2000-2005), se ganó la reputación de ser una periodista seria, empática e incansable. Gracias a su característico chaleco antibalas con la inscripción “Press”, llegó a ser un rostro familiar para millones de televidentes árabes. Sus reportajes eran siempre detallados, humanos y, a menudo, temerarios. Describía el padecimiento de la población civil, las incursiones militares, los conflictos armados y las demoliciones, pero también la vida cotidiana que proseguía a pesar de todo. Poco a poco se ha dado a conocer por su enfoque equilibrado, atento a los detalles, capaz de mantener profesionalidad y humanidad incluso en las situaciones más dramáticas.
«Elegí el periodismo para estar cerca de la gente», afirmaba. «Quizás no sea fácil cambiar la realidad, pero al menos puedo hacer que su voz se escuche en el mundo».
En el curso de su carrera, Shireen cubrió todos los momentos cruciales de la historia contemporánea palestina: desde las guerras de Gaza hasta los enfrentamientos de Jerusalén, incluso las elecciones palestinas y los procesos de paz fallidos. Fue elogiada muchas veces por su coraje y su integridad periodística. Muchas/os de sus compañeras/os de trabajo la describían como una profesional rigurosa, humilde y siempre dispuesta a ayudar a las novatas/principiantes. Formó a generaciones de periodistas árabes, no solo con su ejemplo, sino también a través de la organización de talleres, conferencias universitarias y mentoría.
Aunque no recibió premios internacionales en vida, el mérito de su trabajo fue reconocido posteriormente por organizaciones en defensa de la libertad de prensa y de los derechos humanos. Después de su muerte, Al Jazeera instituyó una beca en su honor para aspirantes periodistas palestinas. El 11 de mayo de 2022, durante una operación militar del ejército israelí en el campo de refugiados de Jenin, Shireen Abu Akleh recibió un proyectil en la cabeza a pesar de llevar el equipamiento que la identificaba claramente como periodista. Estaba cubriendo una incursión israelí junto con otros reporteros. Los primeros testimonios del lugar, incluidos los de las/los periodistas que estaban allí, señalaron a las fuerzas israelíes como responsables. Inicialmente, el ejército israelí lo negó, afirmando que el disparo podría haber provenido de milicianos palestinos, pero posteriormente modificó su versión y admitió que “era posible” que le hubiera disparado “por error” un soldado israelí.
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| Shireen en el campo de refugiados de Jenin, 2022 |
No obstante, investigaciones independientes llevadas a cabo por organizaciones y periódicos como Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, CNN, «The New York Times» y «The Washington Post» confirmaron que el tiro mortal había partido de posiciones israelíes y que no se habían producido enfrentamientos armados en el momento preciso del tiroteo. Ningún combatiente palestino estaba cerca de la troupe. Su asesinato provocó una oleada de indignación internacional. Las Naciones Unidas abrieron una investigación independiente. La Unión Europea, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos y numerosos Estados árabes y occidentales condenaron los hechos. El Departamento de Estado de EE. UU., bajo la presión de parte del senado y activistas, también pidió transparencia, aunque sin adoptar medidas vinculantes.
Durante el funeral de Shireen, celebrado en Jerusalén, se produjeron enfrentamientos entre la policía israelí y los asistentes: las fuerzas del orden atacaron a los portadores del féretro y al cortejo fúnebre, provocando aún más indignación y condena. El Comité para la Protección de Periodistas (CPJ) ha incluido el caso de Shireen entre los crímenes más graves contra periodistas que han quedado impunes, mientras que su familia ha llevado el caso ante la Corte Penal Internacional (CPI) y otros organismos de derechos humanos, en busca de justicia. No obstante, hasta hoy nadie ha sido acusado por su asesinato.
Shireen Abu Akleh fue mucho más que una periodista: fue una cronista de la verdad en una de las zonas más complejas y delicadas del planeta. Su voz, firme y apasionada, fue por años la banda sonora de los boletines de Al Jazeera, siendo testigo de acontecimientos que muchos líderes políticos hubieran preferido ignorar. Su asesinato puso en evidencia los peligros a los que se enfrentan quienes trabajan en zonas de conflicto, especialmente en contextos de ocupación, censura o violencia sistémica. Sin embargo, su ejemplo sigue inspirando a jóvenes periodistas, activistas de derechos humanos y civiles que creen en el poder de la información.
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Traduzione inglese
Syd Stapleton



