Flora Nwapa
Laura Coci
Giulia Capponi
“The Mother of modern African Literature”, la madre della letteratura africana moderna è Flora Nwapa, la prima donna nera a pubblicare un romanzo in lingua inglese in Gran Bretagna, Efuru, nel 1966, a poco più di trent’anni. E non solo: Florence (questo il nome per esteso) sarà la prima donna nera a fondare una, anzi, due case editrici, e la prima donna nigeriana a ricoprire incarichi ministeriali presso il Ministero della Salute e della Previdenza Sociale, il Ministero delle Terre, del Rilevamento e dello Sviluppo Urbano e il Ministero delle Istituzioni, tra il 1970 e il 1975. L’appellativo “Mother” assume tuttavia anche forte valenza simbolica: richiama la grande madre nera – anche in contesti patriarcali –, dotata di compassione ed empatia, adattabilità e trasformazione, qualità capaci di generare vita, sanare ferite, curare malattie. Come accade nelle opere della grande fantascientista di colore Octavia Butler (di quasi una generazione più giovane rispetto a Nwapa), la grande madre nera è il cuore non solo della propria famiglia, ma anche dell’intera comunità. Non è un caso che la protagonista di uno dei testi più rappresentativi di Butler, Wildseed (Seme selvaggio, 1980), porti un nome igbo, Anyanwu, rinviando a una delle culture più interessanti del continente africano, localizzata nella Nigeria sudorientale, praticata da alcuni milioni di persone e fondata su un forte spirito comunitario, nonché sull’«idea che il mondo sia un luogo magico, un luogo mistico» (così un’altra fantascientista statunitense di origini nigeriane, Nnedi Okorafor, in un’intervista al New York Times dell’ottobre 2017).
Il punto di vista di Flora Nwapa, pur nella molteplicità di sguardi presente nelle sue narrazioni, è infatti quello di una donna igbo, quale lei stessa è: ed è certamente correlato alla cultura di appartenenza l’impegno umanitario da lei profuso negli anni della guerra civile tra Nigeria e repubblica secessionista del Biafra (maggio 1967 - gennaio 1970); una guerra che, a causa dell’embargo nigeriano, portò alla morte per fame oltre un milione di persone, in gran parte bambini e bambine e in gran parte igbo, il gruppo etnico maggioritario nella regione. Se la cultura igbo, orgogliosamente rivendicata, ha impronta maschile (tanto da consentire agli uomini la poligamia, che in questo caso nulla ha a che vedere con l’Islam, poiché la religiosità igbo unisce spiritualità ancestrale e dottrina cristiana), la scrittrice ottiene per sé, in ragione della propria autorevolezza, l’appellativo tradizionale di “Ogbuefi”, che designa persona saggia e rispettata ed è associato all’atto di immolare una vacca nel corso di una cerimonia sacrificale, ovvero di provvedere al benessere della propria comunità: una persona che, di norma, è un uomo. Non è dato sapere se Nwapa sia la prima donna nigeriana a essere onorata di questo titolo, certo è che si tratta, se non di un unicum, di un evento quanto mai raro, che tocca una donna eccezionale, della quale qui è ripercorsa la vita.
Florence Nwanzuruahu Nkiru Nwapa nasce nella città di Oguta (a est del lago omonimo), stato di Imo, area sudorientale della Nigeria, il 13 gennaio 1931, primogenita di Christopher Ijeoma, agente della United Africa Company, e di Martha Nwapa, insegnante: la coppia avrà altri cinque figlie e figli. Dopo aver frequentato le scuole primarie a Oguta, Flora compie la propria formazione in diverse istituzioni del paese, fino alla frequenza dell’Università di Ibadan (affiliata alla London University), stato di Oyo, Nigeria sudoccidentale, ove consegue un Bachelor of Arts nel 1957; l’anno successivo, presso la Edimburgh University, ottiene la specializzazione in Education, il campo in cui trova impiego una volta rientrata in Nigeria: nel 1959 è funzionaria dell’istruzione a Calabar, dal 1959 al 1962 docente di inglese e geografia a Enugu (città entrambe a larga maggioranza igbo), dal 1962 al 1967 assistente cancelliere all’Università di Lagos, la capitale dello stato nigeriano. Una formazione eccellente – non scontata, soprattutto per una donna – e un curriculum di tutto rispetto, nel quale si incastona la pubblicazione del primo libro, il romanzo Efuru.
La vulgata narra che nel 1962 Flora Nwapa abbia inviato il dattiloscritto della propria opera d’esordio a Chinua Abeche, autore nigeriano di poco maggiore di lei ma già noto per aver pubblicato nel 1958 il romanzo Things Fall Apart, forse il più grande successo della letteratura africana, sospeso fra tradizione e colonialismo, rovina e trasformazione: Abeche non solo le risponde con una lettera di apprezzamento, ma include anche il denaro necessario per trasmettere il testo all’editore londinese Heinemann, che nel 1966 lo dà alle stampe.
L’opera rappresenta una svolta rivoluzionaria nel panorama culturale del continente (e non solo): una donna colta ed emancipata assume a protagonista del suo primo romanzo un’altra donna, alla quale il testo è intitolato, affrontando il rapporto tra i generi in una società pesantemente condizionata dal binomio patriarcato-colonialismo, nella quale la lotta per l’indipendenza femminile – culturale ma anche e soprattutto economica – sarà ancora lunga e sofferta, tanto nella dimensione rurale quanto in quella urbana. Con una prospettiva inedita: per l’autrice e per le donne che animano la narrazione, e che la vivacizzano grazie a una struttura dialogica serrata, la maternità risulta un elemento fondante ma non indispensabile (a dispetto dello stigma che colpisce le donne che non hanno figli o che stentano a concepirne), e può essere esercitata anche a livello collettivo, in una trama di relazioni positive.
Fino ad allora, infatti, i personaggi femminili delle narrazioni nigeriane – ascritti ad autori uomini – sono deboli, stereotipati, insignificanti, rispecchiano la scarsa considerazione di cui godono le donne in un mondo informato a misura di uomo; e uomini sono i modelli letterari di Nwapa (non sarebbe stato possibile altrimenti): i nigeriani Chinua Abeche, narratore, e Christopher Okigbo, poeta (sostenitore della causa igbo e caduto in combattimento durante la guerra civile), che le sono contemporanei e ai quali è legata da amicizia, e gli autori in lingua inglese George Bernard Show ed Ernest Hemingway.
Il tentativo di secessione del Biafra (di cui lo stato di Nigeria cancella poi persino il toponimo) segna una frattura nella società nigeriana e nella vita di Flora: fuggita con la famiglia da Lagos, la popolosa capitale del paese, a seguito dei feroci episodi di persecuzione di cui è vittima la comunità igbo, si rifugia nel sud est. Nominata Ministra della Salute e della Previdenza Sociale di quello che allora era lo Stato Centro-Orientale, dal 1970 al 1971 opera per riunire bambine e bambini senza genitori ai parenti in altre aree del paese, per offrire asilo e protezione alle persone costrette dalla guerra, dalla violenza, dalla persecuzione, a lasciare la propria casa; dal 1970 al 1975 è Commissaria presso il Ministero delle Terre, del Rilevamento e dello Sviluppo Urbano e il Ministero delle Istituzioni: un impegno umanitario e civile che nel 1983 le vale l’onorificenza di Ufficiale dell’Ordine del Niger.
I romanzi successivi da lei pubblicati sono Idu (1970) e Never Again (1975): il primo ha nuovamente per protagonista una donna igbo che antepone l’amore per il marito alla maternità, il secondo presenta il dolore delle donne davanti all’oscena insensatezza della guerra; seguono One Is Enough (1981), ancora sul dovere della moglie di dare copiosa discendenza al marito, e Women Are Different (1986), romanzo corale che accompagna un gruppo di donne nigeriane dall’adolescenza all’età adulta, seguendone le difficoltà e le scelte; è stampato postumo, infine, The Lake Goddess (1995). Completano la bibliografia dell’autrice due raccolte di racconti – This Is Lagos (1971) e Wives at War (1980) – e il più tardo volume di liriche Cassava Song and Rice Song (1986), oltre a numerosi libri per l’infanzia. Non una di queste opere è tradotta in lingua italiana.
Flora Nwapa non ha scritto per quotidiani o testate giornalistiche in senso canonico: la sua attività in questo ambito si è indirizzata a riviste culturali e letterarie. Suoi contributi sono apparsi su Présence Africaine (rivista panafricana di cultura, politica e letteratura, fondata a Parigi nel 1947) e Black Orpheus (rivista nigeriana di letteratura africana e afroamericana, fondata a Ibadan nel 1957): sulla prima appaiono tra gli altri il racconto My Spoons are finished (n. 63/1967), sulla condizione delle donne africane, e il saggio Women in Politics (n.141/1987), sul ruolo emergente delle donne nella vita politica del continente. Il suo nome compare inoltre tra quelli delle oltre duecento autrici native africane antologizzate da Margaret Busby in Daughters of Africa. An International Anthology of Words and Writings by Women of African Descent from the Ancient Egyptian to the Present (1992).
Una tradizione femminile, dunque, all’interno di una cultura maschile, e una tradizione matrilineare: è dalla nonna materna e dalla madre che Flora apprende e perfeziona l’arte del narrare, la capacità di unire mito e innovazione, cultura ancestrale (si pensi a Uhamiri, sorta di dea madre delle acque del lago, richiamata in alcune opere dell’autrice) e consapevolezza moderna (le mille problematiche che quotidianamente affrontano donne di diverse condizioni e con aspirazioni diverse). Per dare voce alle donne, in un continente e in un tempo in cui la loro voce è silenziata, Nwapa fonda, in sequenza, due case editrici: la Tana Press nel 1974 e la Flora Nwapa Company nel 1977, con lo scopo di
«informare ed educare le donne di tutto il mondo [...] sul ruolo delle donne in Nigeria, la loro indipendenza economica, il loro rapporto con i mariti e i figli, le loro credenze tradizionali e il loro status nella comunità nel suo insieme».
Sebbene non pubblicassero giornali nel senso stretto, le sue case editrici fungevano da luogo di idee e discussioni, assumendo un ruolo simile a quello che oggi potrebbero avere delle riviste o delle sezioni di approfondimento culturale all'interno di testate giornalistiche, erano veicoli per discutere questioni cruciali per la società nigeriana e africana, in particolare quelle relative alle donne. Per inciso, la storica casa editrice La Tartaruga, che pubblicava libri esclusivamente scritti da donne, è fondata da Laura Lepetit a Milano nel 1975. E, ancora nel 1983, una grande fantascientista (femminista) statunitense, Joanna Russ, nel suo Vietato scrivere. Come soffocare la scrittura delle donne auspica lo sviluppo di un’editoria femminile per avere una qualche speranza di ribaltare il paradigma maschile dominante.
Può apparire singolare che Flora Nwapa abbia più volte negato appartenenza o simpatia per il movimento femminista (gli anni Settanta vedono l’affermazione del femminismo della seconda ondata, quasi naturale conseguenza della rivoluzione planetaria del Sessantotto): l’autrice non si definisce infatti “feminist”, ma “womanist”, assumendo non tanto un atteggiamento di rivendicazione a fronte della condizione di minorità vissuta dalle donne, quanto di valorizzazione della loro forza e del loro coraggio, delle competenze e talenti di cui danno prova: «molto positive», «molto indipendenti», «molto laboriose», non «cittadine di seconda classe» – che siano sposate o no, che siano madri o no, non ha importanza –, sono le donne nelle narrazioni di Flora. La “madre della letteratura africana moderna” scrive perché ha una storia da raccontare, una storia al femminile; rifiuta però di immobilizzare le proprie protagoniste nel ruolo di vittime, pur mettendo in luce le contraddizioni scaturite dall’incontro tra cultura nativa e colonialismo occidentale, che dà luogo a situazioni inedite e complesse. È probabile che a questa presa di distanza – che in qualche modo si apparenta a quella di Angela Davis in Donne, razza e classe (1981) – sia correlata la consapevolezza della propria appartenenza alla cultura nera, il rifiuto non solo del patriarcato, ma anche di quanto può connotarsi come eredità coloniale.
Flora Nwapa costituisce un modello per le successive generazioni di scrittrici nigeriane, quali Chika Unigwe e Chimamanda Ngozi Adichie, entrambe nate negli anni Settanta. Bello e vivace il racconto di Unigwe sull’incontro con Nwapa, avvenuto alla scuola primaria, ove i libri per i più piccoli erano quelli della britannica Enid Blyton:
«tutti libri con bambini bianchi che sedevano sulle sedie dei desideri e andavano alle fiere e nonne con facce allegre che preparavano torte. Così, quando un giorno Flora è entrata nella nostra classe con dei libri per bambini che lei stessa aveva scritto e pubblicato e ce li ha distribuiti per tenerci occupati mentre parlava con la nostra insegnante, è stato magico. I bambini del libro vivevano avventure in cui mi sono identificata. Avevano i capelli crespi e la pelle marrone. Le loro nonne non cucinavano, ma raccontavano loro delle storie. Il paesaggio immaginario che condividevo con loro era più familiare, più intimo e quindi molto più profondo. Flora Nwapa ha sostituito Enid Blyton, che è divenuta la zia straniera alla quale avevo fatto visita e che tuttavia non ho più voluto imitare. Mi sono innamorata di Flora Nwapa e volevo essere tutto ciò che lei incarnava. Per la prima volta, mi sono anche sentita libera. Libera di scrivere di bambini e bambine come me, che mangiavano banane e arachidi e saltavano la corda. Mi ha aperto gli occhi su quelle possibilità. Per la prima volta, non ho avuto paura di incontrare i miei personaggi».
Nell’autunno 2024, la figlia primogenita di Nwapa, Ejine Olga Nzeribe, pubblica la biografia Flora Nwapa. This Book Must Be Written, nella quale ricorda la vita della madre, scomparsa il 16 ottobre 1993, «per rafforzare i legami che legano le donne alle proprie sorelle, madri, zie e nipoti, custodi di memorie sacre del nostro essere donne», con commossa partecipazione e gratitudine. Gratitudine che provo ed esprimo nei confronti dell’amico fantascientista nigeriano Oghenechovwe Donald Ekpeki, di etnia urhobo, mio compagno di viaggio alla scoperta della “madre della letteratura africana moderna”.
Traduzione francese
Giorgia Corvino
«The Mother of modern African Literature», la mère de la littérature africaine moderne est Flora Nwapa, la première femme noire à publier un roman en langue anglaise en Grande-Bretagne, Efuru, en 1966, à un peu plus de trente ans. Et ce n’est pas tout: Florence (son prénom au complet) sera la première femme noire à fonder une, voire deux maisons d’édition, et la première femme nigériane à occuper des fonctions ministérielles au ministère de la Santé et de la Prévoyance sociale, au ministère des Terres, de l’Arpentage et du Développement urbain, ainsi qu’au ministère des Institutions, entre 1970 et 1975. L’appellation «Mother» revêt toutefois aussi une forte valeur symbolique: elle évoque la grande mère noire — y compris dans des contextes patriarcaux —, douée de compassion et d’empathie, d’adaptabilité et de transformation, des qualités capables de engendrer la vie, de panser les blessures, de guérir les maladies. Comme cela se produit dans les œuvres de la grande autrice de science-fiction de couleur Octavia Butler (de presque une génération plus jeune que Nwapa), la grande mère noire est le cœur non seulement de sa propre famille, mais aussi de toute la communauté. Ce n’est pas un hasard si la protagoniste de l’un des textes les plus représentatifs de Butler, Wild Seed (La Semence du sauvage, 1980), porte un nom igbo, Anyanwu, renvoyant à l’une des cultures les plus intéressantes du continent africain, localisée dans le sud-est du Nigeria, pratiquée par quelques millions de personnes et fondée sur un fort esprit communautaire, ainsi que sur «l’idée que le monde est un lieu magique, un lieu mystique» (comme le soulignait une autre autrice de science-fiction américaine d’origines nigérianes, Nnedi Okorafor, dans un entretien accordé au New York Times en octobre 2017).
Le point de vue de Flora Nwapa, malgré la multiplicité de regards présente dans ses récits, est en effet celui d’une femme igbo, ce qu’elle est elle-même: et l’engagement humanitaire dont elle a fait preuve durant les années de la guerre civile entre le Nigeria et la république sécessionniste du Biafra (mai 1967-janvier 1970) est certainement lié à sa culture d'appartenance. Une guerre qui, en raison de l’embargo nigérian, entraîna la mort par la faim de plus d’un million de personnes, en grande partie des enfants et en grande partie des Igbos, le groupe ethnique majoritaire dans la région. Si la culture igbo, fièrement revendiquée, a une empreinte masculine (au point de permettre aux hommes la polygamie, qui n’a ici rien à voir avec l’Islam, puisque la religiosité igbo associe spiritualité ancestrale et doctrine chrétienne), l’écrivaine obtient pour elle-même, en raison de son autorité, le titre traditionnel d’«Ogbuefi», qui désigne une personne sage et respectée et qui est associé à l’acte d’immoler une vache au cours d’une cérémonie sacrificielle, c’est-à-dire de pourvoir au bien-être de sa communauté: une personne qui, en règle générale, est un homme. On ne sait pas si Nwapa est la première femme nigériane à être honorée de ce titre, mais il est certain qu’il s’agit, sinon d’un unicum, du moins d'un événement extrêmement rare qui touche une femme d’exception, dont la vie est retranscrite ici.
Florence Nwanzuruahu Nkiru Nwapa naît dans la ville d’Oguta (à l’est du lac du même nom), dans l’État d’Imo, dans le sud-est du Nigeria, le 13 janvier 1931. Elle est l’aînée de Christopher Ijeoma, agent de la United Africa Company, et de Martha Nwapa, enseignante: le couple aura cinq autres enfants. Après avoir fréquenté les écoles primaires à Oguta, Flora poursuit sa formation dans diverses institutions du pays, jusqu’à son entrée à l’Université d’Ibadan (affiliée à la London University), dans l’État d’Oyo, au sud-ouest du Nigeria, où elle obtient un Bachelor of Arts en 1957; l’année suivante, à l’Université d’Édimbourg, elle obtient une spécialisation en Éducation, le domaine dans lequel elle trouve un emploi à son retour au Nigeria: en 1959, elle est fonctionnaire de l’éducation à Calabar; de 1959 à 1962, professeure d’anglais et de géographie à Enugu (deux villes à très large majorité igbo); de 1962 à 1967, assistante greffière à l’Université de Lagos, la capitale de l’État nigérian. Une formation excellente — loin d'être évidente, surtout pour une femme — et un parcours des plus respectables, dans lequel s’insère la publication de son premier livre, le roman Efuru.
La tradition raconte qu’en 1962, Flora Nwapa aurait envoyé le dactylogramme de son premier ouvrage à Chinua Achebe, auteur nigérian à peine plus âgé qu’elle mais déjà célèbre pour avoir publié en 1958 le roman Things Fall Apart (Tout s’effondre), peut-être le plus grand succès de la littérature africaine, suspendu entre tradition et colonialisme, ruine et transformation: Achebe non seulement lui répond par une lettre d’appréciation, mais lui joint également l’argent nécessaire pour envoyer le texte à l’éditeur londonien Heinemann, qui le publie en 1966.
L’œuvre représente un tournant révolutionnaire dans le paysage culturel du continent (et au-delà): une femme cultivée et émancipée prend pour protagoniste de son premier roman une autre femme, qui donne son titre au texte, en affrontant le rapport entre les genres dans une société lourdement conditionnée par le binôme patriarcat-colonialisme, où la lutte pour l’indépendance féminine — culturelle mais aussi et surtout économique — sera encore longue et souffrante, tant dans la dimension rurale que dans la dimension urbaine. Avec une perspective inédite: pour l’autrice et pour les femmes qui animent le récit, et qui le vivifient grâce à une structure dialogique serrée, la maternité s’avère être un élément fondateur mais non indispensable (en dépit de la stigmatisation qui frappe les femmes qui n’ont pas d’enfants ou qui peinent à en concevoir), et elle peut aussi s’exercer au niveau collectif, dans un réseau de relations positives.
Jusqu’alors, en effet, les personnages féminins des récits nigérians — attribués à des auteurs hommes — étaient faibles, stéréotypés, insignifiants, reflétant le peu de considération dont jouissaient les femmes dans un monde pensé à la mesure de l’homme; et des hommes étaient les modèles littéraires de Nwapa (il ne pouvait en être autrement): les Nigérians Chinua Achebe, romancier, et Christopher Okigbo, poète (partisan de la cause igbo et tombé au combat pendant la guerre civile), qui lui sont contemporains et auxquels elle est liée par l’amitié, ainsi que les auteurs anglophones George Bernard Shaw et Ernest Hemingway.
La tentative de sécession du Biafra (dont l’État du Nigeria effaça ensuite jusqu’au toponyme) marque une fracture dans la société nigériane et dans la vie de Flora: ayant fui avec sa famille de Lagos, la populeuse capitale du pays, à la suite des féroces épisodes de persécution dont est victime la communauté igbo, elle se réfugie dans le sud-est. Nommée ministre de la Santé et de la Prévoyance sociale de ce qui était alors l’État du Centre-Est, elle œuvre de 1970 à 1971 pour réunir les enfants sans parents à leurs familles dans d’autres régions du pays, pour offrir asile et protection aux personnes contraintes par la guerre, la violence et la persécution de quitter leur foyer; de 1970 à 1975, elle est commissaire auprès du ministère des Terres, de l’Arpentage et du Développement urbain et du ministère des Institutions: un engagement humanitaire et civil qui lui vaut en 1983 la distinction d’Officier de l’Ordre du Niger.
Les romans suivants qu’elle publie sont Idu (1970) et Never Again (1975): le premier a de nouveau pour protagoniste une femme igbo qui fait passer l’amour pour son mari avant la maternité, le second présente la douleur des femmes face à l’obscène absurdité de la guerre; suivent One Is Enough (1981), encore sur le devoir de l’épouse de donner une abondante descendance à son mari et Women Are Different (1986), roman choral qui accompagne un groupe de femmes nigérianes de l’adolescence à l’âge adulte en suivant leurs difficultés et leurs choix; enfin, The Lake Goddess (1995) est publié à titre posthume. La bibliographie de l’autrice est complétée par deux recueils de nouvelles — This Is Lagos(1971) et Wives at War (1980) — et par le recueil poétique plus tardif Cassava Song and Rice Song (1986), en plus de nombreux livres pour enfants. Pas une seule de ces œuvres n’est traduite en langue italienne.
Flora Nwapa n’a pas écrit pour des quotidiens ou des publications journalistiques au sens canonique du terme: son activité dans ce domaine s'est orientée vers des revues culturelles et littéraires. Ses contributions sont apparues dans Présence Africaine (revue panafricaine de culture, politique et littérature, fondée à Paris en 1947) et Black Orpheus (revue nigériane de littérature africaine et afro-américaine, fondée à Ibadan en 1957): dans la première paraissent notamment la nouvelle My Spoons are finished (n° 63/1967), sur la condition des femmes africaines, et l’essai Women in Politics (n° 141/1987), sur le rôle émergent des femmes dans la vie politique du continent. Son nom figure en outre parmi ceux des plus de deux cents autrices natives d’Afrique antologisées par Margaret Busby dans Daughters of Africa. An International Anthology of Words and Writings by Women of African Descent from the Ancient Egyptian to the Present (1992).
Une tradition féminine, donc, au sein d’une culture masculine, et une tradition matrilinéaire: c’est de sa grand-mère maternelle et de sa mère que Flora apprend et perfectionne l’art de narrer, la capacité d’unir le mythe et l'innovation, la culture ancestrale (pensons à Uhamiri, sorte de déesse mère des eaux du lac, évoquée dans certaines œuvres de l’autrice) et la conscience moderne (les mille problématiques auxquelles font quotidiennement face des femmes de différentes conditions et aux aspirations diverses). Pour donner une voix aux femmes, dans un continent et à une époque où leur voix est réduite au silence, Nwapa fonde, successivement, deux maisons d’édition: la Tana Press en 1974 et la Flora Nwapa Company en 1977, dans le but
«d’informer et éduquer les femmes du monde entier [...] sur le rôle des femmes au Nigeria, leur indépendance économique, leurs relations avec leurs maris et leurs enfants, leurs croyances traditionnelles et leur statut dans la communauté dans son ensemble».
Bien qu’elles ne publiassent pas de journaux au sens strict, ses maisons d’édition servaient de lieu d’idées et de discussions, assumant un rôle similaire à celui que pourraient avoir aujourd’hui des revues ou des sections d'analyse culturelle au sein de publications journalistiques; elles étaient des véhicules pour débattre de questions cruciales pour la société nigériane et africaine, en particulier celles relatives aux femmes. Par ailleurs, la maison d’édition historique La Tartaruga, qui publiait exclusivement des livres écrits par des femmes, a été fondée par Laura Lepetit à Milan en 1975. Et, encore en 1983, une grande autrice de science-fiction (féministe) américaine, Joanna Russ, appelait de ses vœux dans Changer d'esprit: Comment étouffer l'écriture des femmes (How to Suppress Women's Writing) le développement d’une édition féminine pour avoir un quelconque espoir de renverser le paradigme masculin dominant.
Il peut sembler singulier que Flora Nwapa ait à plusieurs reprises nié toute appartenance ou sympathie pour le mouvement féministe (les années soixante-dix voient l’affirmation du féminisme de la deuxième vague, conséquence presque naturelle de la révolution planétaire de Mai 68): l’autrice ne se définit pas en effet comme «feminist», mais comme «womanist», adoptant non pas tant une attitude de revendication face à la condition d’infériorité vécue par les femmes, qu'une démarche de valorisation de leur force et de leur courage, des compétences et des talents dont elles font preuve: «très positives», «très indépendantes», «très laborieuses», pas des «citoyennes de seconde zone» — qu’elles soient mariées ou non, qu’elles soient mères ou non, cela n’a pas d’importance —, telles sont les femmes dans les récits de Flora. La «mère de la littérature africaine moderne» écrit parce qu’elle a une histoire à raconter, une histoire au féminin; elle refuse cependant de figer ses protagonistes dans le rôle de victimes, tout en mettant en lumière les contradictions issues de la rencontre entre culture native et colonialisme occidental, qui donne lieu à des situations inédites et complexes. Il est probable que cette prise de distance — qui s’apparente d'une certaine manière à celle d’Angela Davis dans Femmes, race et classe (1981) — soit liée à la conscience de sa propre appartenance à la culture noire, au refus non seulement du patriarcat, mais aussi de ce qui peut se caractériser comme un héritage colonial.
Flora Nwapa constitue un modèle pour les générations suivantes d’écrivaines nigérianes, telles que Chika Unigwe et Chimamanda Ngozi Adichie, toutes deux nées dans les années soixante-dix. Le récit fait par Unigwe de sa rencontre avec Nwapa est magnifique et vivant; elle avait eu lieu à l’école primaire, où les livres pour les plus petits étaient ceux de la Britannique Enid Blyton:
«Tous des livres avec des enfants blancs qui s’asseyaient sur des chaises magiques et allaient à des foires, et des grand-mères aux visages joyeux qui préparaient des gâteaux. Alors, quand un jour Flora est entrée dans notre classe avec des livres pour enfants qu’elle avait elle-même écrits et publiés et qu’elle nous les a distribués pour nous occuper pendant qu’elle parlait avec notre enseignante, ce fut magique. Les enfants du livre vivaient des aventures auxquelles je m’identifiais. Ils avaient les cheveux crépus et la peau marron. Leurs grand-mères ne cuisinaient pas, mais leur racontaient des histoires. Le paysage imaginaire que je partageais avec eux était plus familier, plus intime et donc beaucoup plus profond. Flora Nwapa a remplacé Enid Blyton, qui est devenue la tante étrangère à laquelle j’avais rendu visite mais que je ne voulais plus imiter. Je suis tombée amoureuse de Flora Nwapa et je voulais être tout ce qu’elle incarnait. Pour la première fois, je me suis aussi sentie libre. Libre d’écrire sur des garçons et des filles comme moi, qui mangeaient des bananes et des arachides et sautaient à la corde. Elle m’a ouvert les yeux sur ces possibilités. Pour la première fois, je n'ai pas eu peur de rencontrer mes personnages».
À l’automne 2024, la fille aînée de Nwapa, Ejine Olga Nzeribe, publie la biographie Flora Nwapa. This Book Must Be Written, dans laquelle elle rappelle la vie de sa mère, disparue le 16 octobre 1993, «pour renforcer les liens qui unissent les femmes à leurs sœurs, mères, tantes et nièces, gardiennes des mémoires sacrées de notre condition de femmes», avec une participation émue et empreinte de gratitude. Une gratitude que je ressens et que j’exprime à l’égard de mon ami auteur de science-fiction nigérian Oghenechovwe Donald Ekpeki, d’ethnie urhobo, mon compagnon de voyage à la découverte de la «mère de la littérature africaine moderne».
Traduzione spagnola
Maria Ilenia Musarra
“The Mother of modern African Literature”, la madre de la literatura africana moderna es Flora Nwapa, la primera mujer negra que publicó una novela escrita en inglés en el Reino Unido, Efuru, en 1966, cuando tenía poco más de 30 años. Y no solo: Florence (este es el nombre completo) fue no solo la primera mujer negra que fundó una, o más bien, editoriales, sino que también fue la primera mujer nigeriana en desempeñar cargos ministeriales en el Ministerio de la Salud y el Bienestar Social, en el Ministerio de Tierras, Medidas y Desarrollo Urbano y en el Ministerio de las Instituciones, entre el 1970 y el 1975. El apodo “Madre” también tiene una fuerte valencia simbólica: evoca a la gran madre negra –incluso en contextos patriarcales-, dotada de compasión y empatía, adaptabilidad y capacidad de transformación, cualidades capaces de generar vida, sanar heridas y curar enfermedades. Como ocurre en las obras de la escritora negra Octavia Butler, autora de libros de ciencia ficción (casi una generación más joven que Nwapa), la gran madre negra es el corazón no solo de su familia, sino también de toda la comunidad. No es casualidad que la protagonista de las obras más representativas de Butler, Wildseed (Semilla salvaje, 1980), lleve un nombre igbo, Anyanwu, que remite a una de las culturas más interesantes del continente africano, localizada en la Nigeria suroriental, perteneciente a algunos millones de personas y fundada y basada en un fuerte espíritu comunitario; así como en ‹‹la idea de que el mundo es tanto un lugar mágico como un lugar místico›› (según las propias palabras de la escritora estadunidense de origen nigeriano de libros de ciencia ficción, Nnedi Okorafor, en una entrevista al ‹‹New York Times›› en octubre de 2017).
En efecto, el punto de vista de Flora Nwapa, pese a la perspectiva múltiple presente en sus obras, es, el de una mujer igbo, pues ella misma lo era: su compromiso humanitario, en los años de la guerra civil entre Nigeria y la República secesionista de Biafra (mayo de 1967 – enero de 1970), está ciertamente asociado a su cultura; una guerra que, debido al embargo nigeriano, causó la muerte por inanición de más de un millón de personas, la mayor parte de las cuales eran niños y niñas en buena parte igbos, el grupo étnico mayoritario de la región. Si la cultura igbo, reivindicada con orgullo, tiene impronta machista (hasta el punto de permitir a los hombres la poligamia, que en este caso nada tiene que ver con el islamismo, dado que la religiosidad igbo une la espiritualidad ancestral con la doctrina cristiana), la escritora obtuvo para sí, en virtud de su propia autoridad y prestigio, el apodo tradicional de “Ogbuefi”, que designa a alguien sabio y respetable y está asociado al acto de sacrificar una vaca durante una ceremonia ritual; es decir, velar por el bienestar de la propia comunidad: una persona que, por lo general, es un hombre. Se desconoce si Nwapa fue la primera nigeriana que tuvo el honor de obtener este título; lo cierto es que se trata, si no de un caso único, de un evento cuanto más raro, que distingue a una mujer excepcional, cuya vida se recorre en estas páginas.
Florence Nwanzuruahu Nkiru Nwapa nació en Oguta (una ciudad situada al este del lago homónimo), en el estado de Imo, un área suroriental de Nigeria, el 13 de enero de 1931. Fue la primogénita de Christopher Ijeoma, un agente de la United Africa Company, y de Martha Nwapa, una maestra. Sus padres tendrán otros cinco hijas e hijos. Después de haber cursado la escuela primaria en Oguta, Flora prosiguió su formación en distintas instituciones de su pueblo, hasta estudiar en la Universidad de Ibadan (afiliada a la Universidad de Londres, en el estado de Oyo, en la Nigeria suroccidental, donde obtuvo un Grado en Arte en el 1957. Un año después, en la Universidad de Edimburgo, obtuvo una especialización en Educación, ámbito en el que trabajó cuando regresó a Nigeria: en 1959 fue funcionaria de educación en Calabar; entre 1959 y 1962 trabajó como profesora de inglés y geografía en Enugu (ambas el corazón de la cultura igbo); desde el 1962 hasta el 1967 desempeñó el cargo de asistenta judicial en la Universidad de Lagos, antigua capital de Nigeria. Su formación era excelente –no obvia, sobre todo para una mujer– y su currículum de alto nivel, en el que se insertó la publicación de su primera novela, Efuru.
La vulgata cuenta que, en 1962, Flora Nwapa envió el mecanografiado de su obra de debut a Chinua Achebe, escritor nigeriano apenas mayor que ella, pero ya conocido ya que en 1958 había publicado su novela Todo se desmorona, quizás el mayor éxito de la literatura africana, una mezcla entre tradición y colonialismo, ruina y transformación. No solo Achebe respondió con una carta de elogio, sino que también le mandó el dinero necesario para que enviase el texto al editor londinense Heinemann, el cual lo publicó en 1966.
La obra representa un punto de quiebre en el panorama cultural del continente (y no solo): una mujer letrada y emancipada convierte en protagonista de su primera novela a otra mujer, cuyo nombre da título a la obra. En esta novela se aborda la relación entre los géneros en una sociedad profundamente condicionada por el binomio patriarcado-colonialismo, en la que la lucha por la independencia, tanto cultural como económica, de la mujer aún será amplia y sufrida, tanto en las zonas rurales como en las zonas urbanas. Con una perspectiva inédita: tanto para la autora como para las mujeres que dan vida y animan la narración, gracias a una estructura dialógica dinámica, la maternidad es un elemento fundamental, pero no indispensable (a pesar del estigma que afecta a las mujeres que no tienen hijos o que tienen dificultades para concebirlos), y se puede ejercitar también de forma colectiva gracias al apoyo mutuo.
De hecho, hasta aquel momento los personajes femeninos de las narraciones nigerianas –adscritos a autores masculinos– eran frágiles, estereotipados e insignificantes y reflejaban la escasa consideración de las mujeres en un mundo diseñado para los hombres; y son patriarcales on los modelos literarios de Nwapa (no habría podido ser de otro modo): los nigerianos Chinua Achebe, autor, y Christopher Okigbo, poeta (defensor de la causa igbo y fallecido en combate durante la guerra civil), quienes fueron no solo sus contemporáneos, sino también sus amigos, y los autores de lengua inglesa George Bernard Shaw y Ernest Hemingway.
La tentativa de secesión del Biafra ( topónimo que luego el estado de Nigeria incluso borró ) marcó un hito en la sociedad nigeriana y, por consiguiente, en la vida de Flora: la escritora y su familia huyeron de Lagos, la populosa capital del país, debido a las violentas persecuciones de las que era víctima la comunidad igbo; se refugiaron en el sureste. Fue nombrada ministra de la Salud y del Bienestar Social del antiguo Estado Centro-Oriental; desde el 1970 hasta el 1971 se ocupó de entregar a los huérfanos y huérfanas a sus familiares que vivían en otros lugares del país para ofrecer asilo y protección a refugiados y refugiadas que debido a la guerra, violencia y persecución habían tenido que abandonar sus casas; desde el 1970 hasta el 1975 desempeñó el cargo de comisaria en el Ministerio de Tierras, Medidad y Desarrollo Urbano y en el Ministerio de las Instituciones: un empeño humanitario y civil gracias al cual fue condecorada Oficial de la Orden del Niger.
Las novelas que publicó posteriormente fueron Idu (1970) y Never Again (1975): en la primera, la protagonista es nuevamente una mujer igbo, la cual antepone el amor por su marido a la maternidad, mientras que la segunda novela relata el dolor de las mujeres ante la obscena insensatez de la guerra. Les siguen One Is Enough (1981),que se centra en el deber de las mujeres de dar una copiosa descendencia a sus maridos, y Women Are Different (1986), una novela coral, en la que se relatan las vivencias, desde la adolescencia hasta la adultez, de un grupo de mujeres nigerianas cuyas vidas están marcadas por dificultades y decisiones. The Lake Goddess (1995) es su novela póstuma. La bibliografía de la autora se completa con dos colecciones de cuentos –This Is Lagos (1971) y Wives at War (1980)– y el último volumen de líricas, Cassava Song and Rice Song (1986), además de numerosos libros para la infancia. Ninguna de estas obras ha sido traducida al español .
Flora Nwapa no escribió para periódicos o medios de comunicación en el sentido canónico ya que su actividad en este ámbito se centró en revistas culturales y literarias. Sus obras se publicaron en «Présence Africaine» (revista panafricana de cultura, política y literatura, fundada en París, en 1947) y «Black Orpheus» (revista nigeriana de la literatura africana y afroamericana, fundada en Ibadan, en 1957). En la primera revista se publicaron, entre los otros textos, tanto el cuento My Spoons are finished (n° 63/1967), sobre la condición de las mujeres africanas, como el ensayo Women in Politics (n° 141/1987), sobre el papel emergente de las mujeres en la vida política del continente. Su nombre incluso figura, junto al de más de doscientas autoras nativas africanas, en la antología Daughters of Africa. An International Anthology of Words and Writings by Women of African Descent from the Ancient Egyptian to the Present , de Margaret Busby (1992).
La suya es una tradición femenina que subsiste dentro de una cultura masculina y una tradición matrilineal: Flora aprendió y perfeccionó el arte del narrar de su abuela materna y su madre, así como la capacidad de mezclar mito e innovación, cultura ancestral (baste pensar en Uhamiri, una especie de diosa madre de las aguas del lago, evocada en algunas de las obras de la escritora) y su conciencia moderna (las varias dificultades que cotidianamente mujeres de distintas condiciones sociales y con aspiraciones diversas enfrentan). Con el objetivo de dar voz a las mujeres, en un continente y una época en la que se veían privadas de su propia voz, Nwapa fundó, en secuencia, dos editoriales: Tana Press y Flora Nwapa Company en 1977. Su fin era:
«informar y educar a las mujeres de todo el mundo [...] sobre el papel de las mujeres en Nigeria, su independencia económica, su relación tanto con sus maridos como con sus hijos, sus creencias tradicionales y su estatus en la comunidad en su conjunto».
A pesar de que no publicaban periódicos en el sentido estricto, sus editoriales actuaban como un espacio de ideas y debates, desempeñando un papel similar al que hoy podrían tener las revistas o las secciones de investigación cultural de los periódicos. Se convirtieron en vehículos para debatir cuestiones sociales para la sociedad nigeriana y africana, en particular las que afectaban a las mujeres. Dicho sea de paso, la histórica casa editora italiana La Tartaruga, que publicaba libros exclusivamente escritos por mujeres, fue fundada por Laura Lepetit en Milán, en 1975. Y, en 1983, una gran escritora estadounidense feminista de libros de ciencia ficción, Joanna Russ, en su Cómo acabar con la escritura de las mujeres, aspiraba al desarrollo de una industria editorial femenina para tener alguna esperanza de revertir el paradigma masculino dominante.
Puede parecer extraño que Flora Nwapa haya negado varias veces su pertenencia o simpatía por el movimiento feminista (los años 70 vieron la afirmación de la segunda ola del feminismo, casi una consecuencia natural de la revolución planetaria del 68); de hecho, la autora no se define feminista , sino “mujerista” (womanist), y no asume una actitud de reivindicación ante la condición de minoría de las mujeres, sino de valorización de su fuerza y coraje, de sus habilidades y talentos de los que dan prueba: «muy positivas», «muy independientes», «muy trabajadoras», no «ciudadanas de segunda clase» –que estén casadas o no, que sean madres o no, no tiene importancia–, son las mujeres de las narraciones de Flora. La “madre de la literatura africana moderna” escribe porque tiene una historia que relatar, una historia de mujeres; sin embargo, se niega a inmortalizar a sus protagonistas en el papel de víctimas, a pesar de que pone de manifiesto las contradicciones que derivan del encuentro entre la cultura nativa y el colonialismo occidental, que propicia situaciones inéditas y complejas. Es probable que este distanciamiento –que en algún modo se aleja del de Angela Davis en Mujeres, raza y clase (Woman, race and class, 1981)– esté correlacionado con la conciencia de su pertenencia a la cultura negra, el rechazo no solo del patriarcado, sino también de todo lo que pueda connotarse como herencia colonial.
Flora Nwapa constituye un modelo para las sucesivas generaciones de escritoras nigerianas, entre las cuales Chika Unigwe y Chimamanda Ngozi Adichie, ambas nacidas en los años 70. Es hermoso y vivaz el relato de Unigwe sobre su encuentro con Nwapa, durante la escuela primaria, cuando los libros para los más pequeños eran los de la británica Enid Blyton:
«todos los libros con niños blancos que se sentaban en las sillas de los deseos e iban a las ferias, mientras sus abuelas, con rostros alegres, preparaban tortas. Así, cuando un día Flora entró en nuestra clase con algunos libros para la infancia que ella misma había escrito y publicado y nos los dio para entretenernos mientras hablaba con nuestra maestra, fue mágico. Los niños y niñas de sus libros vivían aventuras con las que me identifiqué. Tenían el pelo rizado y la piel marrón. Sus abuelas no cocinaban, sino que les contaban historias. El paisaje imaginario que compartía con ellos era más familiar, más íntimo y, por lo tanto, más profundo. Flora Nwapa sustituyó a Enid Blyton, la cual se convirtió en la tía extranjera que había visitado y a la que, sin embargo, ya no quise imitar. Me enamoré de Flora Nwapa y quería ser todo lo que encarnaba. Por primera vez, me sentí libre. Libre de escribir sobre niños y niñas como yo, que comían plátanos y cacahuetes y saltaban a la comba. Me abrió los ojos a aquellas posibilidades. Por primera vez, no tuve miedo de enfrentarme a mis personajes».
En el otoño de 2024, la hija primogénita de Nwapa, Ejine Olga Nzeribe, publicó la biografía de su madre, desaparecida el 16 de octubre de 1993, «para fortalecer los lazos que unen a las mujeres con sus hermanas, madres, tías y sobrinas, guardianas de memorias sagradas de nuestro ser mujeres», con conmovida participación y gratitud. Gratitud que siento y expreso hacia mi amigo escritor de ciencia ficción nigeriano Oghenechovwe Donald Ekpeki, de etnia urhobo, mi compañero de viaje en la búsqueda de la “madre de la literatura africana moderna”.
Traduzione inglese
Syd Stapleton
“The Mother of Modern African Literature” is Flora Nwapa, the first Black woman to publish a novel in English in Great Britain, Efuru, in 1966, at just over thirty years of age. And that’s not all: Florence (her full name) would be the first Black woman to found not one, but two publishing houses, and the first Nigerian woman to hold ministerial positions at the Ministry of Health and Social Welfare, the Ministry of Lands, Surveys, and Urban Development, and the Ministry of Institutions, between 1970 and 1975. The title “Mother,” however, also takes on strong symbolic significance: it evokes the great Black mother—even in patriarchal contexts—endowed with compassion and empathy, adaptability and transformation, qualities capable of generating life, healing wounds, and curing illnesses. As in the works of the great Black science fiction writer Octavia Butler (nearly a generation younger than Nwapa), the great Black mother is the heart not only of her own family but also of the entire community. It is no coincidence that the protagonist of one of Butler’s most representative works, “Wildseed” (1980), bears an Igbo name, Anyanwu, referring to one of the most fascinating cultures on the African continent, located in southeastern Nigeria, practiced by several million people, and founded on a strong sense of community, as well as on the “idea that the world is a magical place, a mystical place” (as another American science fiction writer of Nigerian origin, Nnedi Okorafor, in an interview with the New York Times in October 2017).
Flora Nwapa’s perspective, despite the multiplicity of viewpoints present in her narratives, is in fact that of an Igbo woman, which she herself is. And her humanitarian commitment during the years of the civil war between Nigeria and the secessionist Republic of Biafra (May 1967–January 1970) is certainly linked to her cultural background; a war that, due to the Nigerian embargo, led to the starvation of over a million people, mostly boys and girls and mostly Igbo, the region’s largest ethnic group. While Igbo culture, proudly embraced, has a masculine character (to the extent of permitting men to practice polygamy, which in this case has nothing to do with Islam, since Igbo religiosity combines ancestral spirituality with Christian doctrine), the writer has earned for herself, by virtue of her authority, the traditional title of “Ogbuefi,” which designates a wise and respected person and is associated with the act of sacrificing a cow during a ritual ceremony—that is, of ensuring the well-being of one’s community: a role typically held by a man. It is not known whether Nwapa is the first Nigerian woman to be honored with this title. What is certain is that it is, if not a unicum, a highly rare event, bestowed upon an exceptional woman, whose life is recounted here.
Florence Nwanzuruahu Nkiru Nwapa was born in the town of Oguta (east of Lake Oguta), in Imo State, southeastern Nigeria, on January 13, 1931, the eldest child of Christopher Ijeoma, an agent for the United Africa Company, and Martha Nwapa, a teacher. The couple would have five more children. After attending primary school in Oguta, Flora continued her education at various institutions across the country, eventually enrolling at the University of Ibadan (affiliated with the University of London) in Oyo State, southwestern Nigeria, where she earned a Bachelor of Arts in 1957. The following year, at the University of Edinburgh, she earned a specialization in Education, the field in which she found employment upon her return to Nigeria. In 1959 she was an education officer in Calabar; from 1959 to 1962, she taught English and geography in Enugu (both cities with a large Igbo majority); and from 1962 to 1967, she served as assistant registrar at the University of Lagos, the capital of the Nigerian state. An excellent education—not a given, especially for a woman—and a highly respectable resume, highlighted by the publication of her first book, the novel Efuru
The story goes that in 1962 Flora Nwapa sent the typescript of her debut work to Chinua Abeche, a Nigerian author slightly older than her but already known for having published the novel Things Fall Apart in 1958—perhaps the greatest success in African literature, suspended between tradition and colonialism, ruin and transformation. Abeche not only replied with a letter of appreciation but also included the funds necessary to send the manuscript to the London publisher Heinemann, which published it in 1966.
The work represents a revolutionary turning point in the cultural landscape of the continent (and beyond): a cultured and emancipated woman casts another woman—after whom the novel is titled—as the protagonist of her first novel, addressing gender relations in a society heavily shaped by the patriarchy-colonialism dynamic, where the struggle for women’s independence—cultural but also, and above all, economic—would still be long and arduous, in both rural and urban settings. With a fresh perspective, for the author and for the women who drive the narrative—and who enliven it through a tightly woven dialogic structure—motherhood emerges as a foundational yet not indispensable element (despite the stigma surrounding women who do not have children or who struggle to conceive), and can also be exercised collectively, within a web of positive relationships.
Until then, in fact, the female characters in Nigerian narratives—written by male authors—were weak, stereotypical, and insignificant, reflecting the scant regard accorded to women in a world shaped by men. And Nwapa’s literary models were men (it could not have been otherwise): the Nigerians Chinua Achebe, a novelist, and Christopher Okigbo, a poet (a supporter of the Igbo cause who fell in battle during the civil war), who are her contemporaries and to whom she is bound by friendship, and the English-language authors George Bernard Shaw and Ernest Hemingway.
Biafra’s attempt at secession (the state of Nigeria later even erased the place name) marked a rupture in Nigerian society and in Flora’s life. Having fled with her family from Lagos, the country’s populous capital, following the brutal episodes of persecution suffered by the Igbo community, she took refuge in the southeast. Appointed Minister of Health and Social Welfare of what was then the Central-Eastern State, from 1970 to 1971 she worked to reunite parentless children with relatives in other parts of the country, to offer shelter and protection to people forced by war, violence, and persecution to leave their homes. From 1970 to 1975, she served as Commissioner at the Ministry of Lands, Surveying, and Urban Development and the Ministry of Institutions: a humanitarian and civic commitment that earned her the honor of Officer of the Order of Niger in 1983.
Her subsequent novels were “Idu” (1970) and “Never Again” (1975). The former once again features an Igbo woman who prioritizes her love for her husband over motherhood, while the latter portrays women’s suffering in the face of the obscene senselessness of war; followed by One Is Enough (1981), again on the wife’s duty to bear many children for her husband, and Women Are Different (1986), a choral novel that follows a group of Nigerian women from adolescence to adulthood, tracing their struggles and choices. Finally, The Lake Goddess (1995) was published posthumously. The author’s bibliography is rounded out by two short story collections—This Is Lagos (1971) and Wives at War (1980)—and her later poetry collection Cassava Song and Rice Song (1986), as well as numerous children’s books. None of these works have been translated into Italian.
Flora Nwapa did not write for daily newspapers or news outlets in the conventional sense. Her work in this field focused on cultural and literary magazines. Her contributions have appeared in “Présence Africaine” (a pan-African journal of culture, politics, and literature, founded in Paris in 1947) and “Black Orpheus” (a Nigerian journal of African and African-American literature, founded in Ibadan in 1957). In the former, among others, the short story My Spoons are finished (No. 63/1967), on the condition of African women, and the essay Women in Politics (No. 141/1987), on the emerging role of women in the continent’s political life. Her name also appears among the more than two hundred native African women authors anthologized by Margaret Busby in Daughters of Africa. An International Anthology of Words and Writings by Women of African Descent from the Ancient Egyptian to the Present (1992).
A feminine tradition, therefore, within a masculine culture, and a matrilineal tradition. It is from her maternal grandmother and mother that Flora learns and perfects the art of storytelling, the ability to blend myth and innovation, ancestral culture (think of Uhamiri, a sort of mother goddess of the lake’s waters, referenced in some of the author’s works) and modern awareness (the myriad issues faced daily by women of diverse backgrounds and with different aspirations). To give voice to women, on a continent and in a time when their voices are silenced, Nwapa founded, in succession, two publishing houses: Tana Press in 1974 and the Flora Nwapa Company in 1977, with the aim of
«informing and educating women around the world [...] about the role of women in Nigeria, their economic independence, their relationship with husbands and children, their traditional beliefs, and their status within the community as a whole».
Although they did not publish newspapers in the strict sense, her publishing houses served as hubs for ideas and discussion, assuming a role similar to that which magazines or cultural features within newspapers might have today. They were vehicles for discussing issues crucial to Nigerian and African society, particularly those concerning women. Incidentally, the historic publishing house La Tartaruga, which published books written exclusively by women, was founded by Laura Lepetit in Milan in 1975. And, again in 1983, a great American (feminist) science fiction writer, Joanna Russ, in her Forbidden to Write. How to Suppress Women’s Writing advocates for the development of women’s publishing as a means to have some hope of overturning the dominant male paradigm.
It may seem unusual that Flora Nwapa has repeatedly denied any affiliation with or sympathy for the feminist movement (the 1970s saw the rise of second-wave feminism, an almost natural consequence of the global revolution of 1968). The author does not, in fact, define herself as a “feminist,” but as a “womanist,” adopting not so much an attitude of protest against the minority status experienced by women, but rather one of celebrating their strength and courage, the skills and talents they demonstrate. “Very positive,” “very independent,” “very hardworking,” not “second-class citizens”—whether married or not, whether mothers or not, it does not matter—such are the women in Flora’s narratives. The “mother of modern African literature” writes because she has a story to tell, a woman’s story; yet she refuses to confine her protagonists to the role of victims, even as she highlights the contradictions arising from the encounter between indigenous culture and Western colonialism, which gives rise to unprecedented and complex situations. It is likely that this distancing—which in some ways resembles that of Angela Davis in Women, Race, and Class (1981)—is linked to an awareness of her own belonging to Black culture, a rejection not only of patriarchy but also of what can be characterized as a colonial legacy.
Flora Nwapa serves as a model for subsequent generations of Nigerian writers, such as Chika Unigwe and Chimamanda Ngozi Adichie, both born in the 1970s. Unigwe’s account of her encounter with Nwapa, which took place in elementary school—where the books for young children were those by the British author Enid Blyton—is beautiful and vivid.
«All books with white children sitting on wish chairs and going to fairs, and grandmothers with cheerful faces baking cakes. So, when one day Flora walked into our classroom with children’s books she had written and published herself and handed them out to keep us occupied while she spoke with our teacher, it was magical. The children in the book had adventures I could identify with. They had curly hair and brown skin. Their grandmothers didn’t cook, but told them stories. The imaginary world I shared with them felt more familiar, more intimate, and therefore much deeper. Flora Nwapa replaced Enid Blyton, who became the distant aunt I had visited but no longer wanted to imitate. I fell in love with Flora Nwapa and wanted to be everything she embodied. For the first time, I also felt free. Free to write about boys and girls like me, who ate bananas and peanuts and jumped rope. She opened my eyes to those possibilities. For the first time, I wasn’t afraid to meet my characters».
In the fall of 2024, Nwapa’s eldest daughter, Ejine Olga Nzeribe, published the biography Flora Nwapa. This Book Must Be Written, in which she recalls the life of her mother, who passed away on October 16, 1993, “to strengthen the bonds that tie women to their sisters, mothers, aunts, and nieces, the keepers of sacred memories of our womanhood,” with deep emotion and gratitude. Gratitude that I feel and express toward my friend, the Nigerian science fiction writer Oghenechovwe Donald Ekpeki, of Urhobo ethnicity, my traveling companion on the journey to discover the “mother of modern African literature.”