Alojzija Štebi
Marina Checchi



Rita Mota

 

Politica, insegnante, pubblicista, redattrice, combattente appassionata per i diritti delle donne, dell'infanzia e della gioventù, Alojzija Stebi è stata la forza trainante del movimento femminista sloveno e jugoslavo. La storia della Slovenia è da sempre intrecciata con quella delle potenze vicine, nel narrare il personaggio di Alojzija Štebi partiamo dunque dal periodo in cui quel territorio era ancora sotto il dominio asburgico. La situazione sociale era caratterizzata da una pessima condizione per quanto riguardava le donne, le lavoratrici e i lavoratori di ogni età, da una grande differenza di genere nei diritti individuali: civili, economici, politici. In un quadro di questo tipo si inserisce Alojzija Štebi, nata il 24 marzo 1883 a Lubiana. All’epoca in Slovenia il sistema educativo era suddiviso in scuole femminili e scuole maschili. Immaginiamo che Alojzija abbia percepito subito un’ingiusta differenza, una grave parzialità nell’impostazione della vita, delle possibilità e dei diritti fra uomini e donne. Frequentò naturalmente le scuole elementari e superiori femminili, poi decise di proseguire la propria formazione diventando insegnante e si diplomò alla scuola normale di Lubiana nel 1903. Erano gli anni della crescita, delle domande, del pensiero critico sul mondo e sulle ingiustizie. Il 1911 fu il tempo in cui iniziò a scrivere sui problemi delle donne, evidentemente sentiva forte il bisogno di essere parte attiva nella lotta per i diritti e di denunciare per poter sia rendere consapevole la popolazione sia proporre delle soluzioni, delle modifiche a ciò che riteneva palesemente ingiusto. La sua storia è caratterizzata da numerose attività, nel 1912 iniziò a scrivere per un giornale socialista, Zarja. Poi entrò nel giornale del sindacato polacco dei lavoratori di tabacco. Prese anche parte al Salone d'arte della famiglia Kessler in cui si riunivano giovani artisti, tra cui Ivan Cankar, scrittore e poeta, con cui ebbe una lunga amicizia. Lui stesso le dedicò una cartolina in cui la ritrasse come personaggio importante della potenza socialista e pure un sonetto intitolato Ten Years.

 

Ten Years… Lonely Years…

Ten Years, I believe, have past; / lonely years. I wandered to desolate places, / to slopes without rest or stopping; / all that is bitter – my heart has endured. // And what did my eyes behold as a glimpse of light in the dark? / It is you, whom I dreamt of in trepidation, / the autumn sweet light for the dead months of May, / a hundredfold return for my hundred times of pain! … // All this is but a memory from beyond a trench! / The patient can feel the oncoming of eternity’s shine / and before the Old Lady forever shuts his eyes // Our Lord uncovers before them heavenly paradise; / bright light shining onto the final pain - / another smile, no longer forever! //

For Lojzka from Ivan Cankar to remember me by

Nel 1915 divenne redattrice per la gazzetta socialista delle donne Ženski list, nel 1917 capo redattrice del quotidiano del Particoto socialdemocratico Naprej e nel 1918 capo redattrice della gazzetta Demokracija. Erano anni cruciali, in piena Prima guerra mondiale, si ragionava di opportunità e di alleanze. Štebi si dichiarò allora a favore della creazione di uno Stato jugoslavo e, finalmente, nel 1918, con la caduta dell’Impero austro-ungarico, la maggior parte della Slovenia entrò nel neonato Regno di Jugoslavia (regno dei popoli serbo, croato e sloveno). Secondo il suo pensiero, con uno Stato unitario si potevano apportare dei cambiamenti giusti per tutte le donne delle diverse culture. Uno dei suoi scritti più famosi: Demokratizem in ženstvo (Democrazia e femminilità), pubblicato nel 1918, tracciava un progetto a favore delle donne: per garantire il suffragio femminile, per migliorare le possibilità educative, per avere pari accesso, rispetto agli uomini, ai diritti civili, sociali e politici. Dunque, per il riconoscimento della parità di genere. Tutto questo non significa che lei ritenesse identici uomini e donne, bensì reputava che le differenze fossero un’opportunità per ottenere stessi diritti e stesse possibilità, stessi trattamenti economici e stesse facoltà, stessi privilegi anche riguardo a separazioni ed eredità. Pochi anni dopo pubblicò Protezione dei bambini e dei giovani trascurati. Era componente attiva di un certo numero di organizzazioni femminili jugoslave di rilievo, come l'Unione nazionale delle donne del SHS e l'Alleanza femminista del SHS.

 

Ci piace ricordare che nel 1923 fondò l’Alleanza femminista del Regno di serbi, croati e sloveni, un'organizzazione che si sforzava di elevare culturalmente le donne di tutti gli strati sociali e aveva l'obiettivo di unire le donne del nuovo Stato per sostenere la parità di retribuzione, il matrimonio civile e la protezione dei bambini, la custodia paritaria della prole e il riconoscimento di figli/e illegittimi/e. L’Alleanza fu ribattezzata nel 1926 Alleanza dei movimenti femminili della Jugoslavia e ne fu presidente fino al 1927. Nel 1925 organizzò una marcia per il diritto di voto femminile. Nel suo lavoro, Alojzija Štebi trovò sostegno principalmente in Angela Vode, Minka Govekar e sua cognata Cirila Plesko Stebi, un'altra famosa attivista. Da più fonti viene descritta come giornalista e redattrice esperta, brava oratrice, semplice nel suo aspetto pubblico e privato, gentile nella vita quotidiana, ferma nelle convinzioni e indipendente nel pensiero. Nel 1940 si ritirò e durante la Seconda guerra mondiale operò il più possibile con il movimento partigiano. Suo fratello Anton Stebi fu ucciso nel 1942 dai fascisti per le sue convinzioni politiche, mentre la moglie Cirila morì nel campo di concentramento di Auschwitz. Dopo aver perso il fratello e la cognata, visse con parenti lontani. Nel dopoguerra trovò una occupazione presso il Ministero degli Affari Sociali e per i Ministeri del Lavoro e dell'Istruzione. Nel 1950 si ritirò nuovamente, ma lavorò come dipendente part-time quasi fino alla morte avvenuta il 9 agosto 1956.

Fonti:

https://en.wikipedia.org/wiki/Alojzija_%C5%A0tebi

https://www.slovenska-biografija.si/oseba/sbi665283/

https://www.gov.si/en/news/2020-06-01-a-poem-by-ivan-cankar-dedicated-to-alojzija-stebi/

https://issuu.com/muzejnzs/docs/katalog_angl_www

https://www.zvab.com/Demokracija-Socijalisticna-revija-Democracy-Socialist-Magazine/30047662484/bd

 

 

Traduzione francese
Marina Cecchi

 

Politique, enseignante, publiciste, rédactrice, combattante passionnée des droits des femmes, de l’enfance et de la jeunesse, Alojzija Stebi a été la force motrice du mouvement féministe slovène et yougoslave. L’histoire de la Slovénie a toujours été tissée avec celle des puissances voisines, en racontant le personnage d’Alojzija Štebi nous partons donc de la période où ce territoire était encore sous la domination des Habsbourg. La situation sociale était caractérisée par une très mauvaise situation pour les femmes, les travailleuses et les travailleurs de tous âges, par une grande différence de genre dans les droits individuels : civils, économiques, politiques. Dans ce contexte Alojzija Štebi nait le 24 mars 1883 à Ljubljana. À l’époque, en Slovénie, le système éducatif était divisé en écoles pour filles et pour garçons. On peut imaginer qu’Alojzija ait tout de suite perçu une différence injuste, une grave partialité dans l’organisation de la vie, des possibilités et des droits entre hommes et femmes. Elle fréquente naturellement les écoles primaires et supérieures féminines, puis décide de poursuivre sa formation en devenant enseignante et obtient son diplôme à l’école normale de Ljubljana en 1903. C’étaient les années de la croissance, des questions, de la pensée critique sur le monde et sur les injustices. 1911 fut le moment où elle commença à écrire sur les problèmes des femmes, évidemment elle sentait fort le besoin d’être partie active dans la lutte pour les droits et de dénoncer pour pouvoir soit rendre consciente la population soit proposer des solutions, des modifications à ce qu’elle jugeait manifestement injuste. La sua storia è caratterizzata da numerose attività, nel 1912 iniziò a scrivere per un giornale socialista, Zarja. Poi entrò nel giornale del sindacato polacco dei lavoratori di tabacco. Prese anche parte al Salone d'arte della famiglia Kessler in cui si riunivano giovani artisti, tra cui Ivan Cankar, scrittore e poeta, con cui ebbe una lunga amicizia. Lui stesso le dedicò una cartolina in cui la ritrasse come personaggio importante della potenza socialista e pure un sonetto intitolato Ten Years.

 

Ten Years… Lonely Years…

Ten Years, I believe, have past; / lonely years. I wandered to desolate places, / to slopes without rest or stopping; / all that is bitter – my heart has endured. // And what did my eyes behold as a glimpse of light in the dark? / It is you, whom I dreamt of in trepidation, / the autumn sweet light for the dead months of May, / a hundredfold return for my hundred times of pain! … // All this is but a memory from beyond a trench! / The patient can feel the oncoming of eternity’s shine / and before the Old Lady forever shuts his eyes // Our Lord uncovers before them heavenly paradise; / bright light shining onto the final pain - / another smile, no longer forever! //

For Lojzka from Ivan Cankar to remember me by

En 1915, elle devient rédactrice du journal socialiste des femmes Ženski list, en 1917 rédactrice en chef du journal social-démocrate Particoto Naprej et en 1918 rédactrice en chef du journal Demokracija. C’étaient des années cruciales, en pleine Première Guerre mondiale, on raisonnait d’opportunités et d’alliances. Štebi se déclara alors en faveur de la création d’un État yougoslave et, finalement, en 1918, avec la chute de l’Empire austro-hongrois, la majeure partie de la Slovénie entra dans le nouveau Royaume de Yougoslavie (royaume des peuples serbe, croate et slovène). Elle pensait, avec un État unitaire, on pouvait apporter des changements justes pour toutes les femmes des différentes cultures. Un de ses écrits les plus célèbres : Demokratizem in ženstvo (Démocratie et féminité), publié en 1918, traçait un projet en faveur des femmes : pour garantir le suffrage féminin, pour améliorer les possibilités éducatives, pour avoir un accès égal, par rapport aux hommes, aux droits civils, sociaux et politiques. Donc, pour la reconnaissance de l’égalité des genres. Cela ne veut pas dire qu’elle considérait les hommes et les femmes identiques, mais elle voyait les différences comme une occasion pour obtenir les mêmes droits et les mêmes possibilités, les mêmes traitements économiques et les mêmes facultés, les mêmes privilèges en matière de séparation et d’héritage.Quelques années plus tard, elle publie Protection des enfants et des jeunes négligés. Elle était membre actif d’un certain nombre d’organisations féminines yougoslaves importantes, comme l’Union nationale des femmes du SHS et l’Alliance féministe du SHS.

 

Nous aimons rappeler qu’en 1923, elle a fondé l’Alliance féministe du Royaume des Serbes, Croates et Slovènes, une organisation qui s’efforçait d’élever culturellement les femmes de toutes les couches sociales et avait pour objectif d’unir les femmes du nouvel État pour soutenir l’égalité de rémunération, le mariage civil et la protection des enfants, la garde égale des enfants et la reconnaissance des fils et des filles illégitimes. L’Alliance fut rebaptisée en 1926 Alliance des mouvements féminins de Yougoslavie et elle en fut la présidente jusqu’en 1927. En 1925, elle organisa une marche pour le droit de vote des femmes. Dans son travail, Alojzija Štebi trouve son soutien principalement dans Angela Vode, Minka Govekar et sa belle-sœur Cirila Plesko Stebi, une autre célèbre militante. De plusieurs sources, elle est décrite comme journaliste et rédactrice experte, bonne oratrice, simple dans son aspect public et privé, gentille dans la vie quotidienne, ferme dans ses convictions et indépendante dans sa pensée. En 1940, elle se retira et pendant la Seconde Guerre mondiale, elle travailla le plus possible avec le mouvement partisan. Son frère Anton Stebi est tué en 1942 par les fascistes pour ses convictions politiques, tandis que son épouse Cyrila meurt dans le camp de concentration d’Auschwitz. Après avoir perdu son frère et sa belle-sœur, elle a vécu avec des parents éloignés. Après la guerre, elle a trouvé un emploi au Ministère des Affaires Sociales et au Ministère du Travail et de l’Éducation. En 1950, elle se retire, mais travaille comme employée part-time jusqu’à presque sa mort le 9 août 1956.

Sources:

https://en.wikipedia.org/wiki/Alojzija_%C5%A0tebi

https://www.slovenska-biografija.si/oseba/sbi665283/

https://www.gov.si/en/news/2020-06-01-a-poem-by-ivan-cankar-dedicated-to-alojzija-stebi/

https://issuu.com/muzejnzs/docs/katalog_angl_www

https://www.zvab.com/Demokracija-Socijalisticna-revija-Democracy-Socialist-Magazine/30047662484/bd

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

 

Politician, teacher, publicist, editor, and passionate fighter for the rights of women, children and youth, Alojzija Štebi was the driving force of the Slovenian and Yugoslav feminist movement. The history of Slovenia has always been intertwined with that of neighboring powers. In narrating the character of Alojzija Štebi we therefore start from the period in which that territory was still under Habsburg rule. The social situation was characterized by bad conditions for women, for workers of all ages, male or female, and by great gender differences in individual rights: civil, economic, and political. Alojzija Štebi was inserted into this environment when she was born on March 24, 1883 in Ljubljana. At the time, the education system in Slovenia was divided into girls’ schools and boys’ schools. Let's imagine that Alojzija immediately perceived an unjust difference, a serious partiality between men and women in the access to possibilities and rights. Naturally, she attended elementary and high schools for girls, then she decided to continue her education by becoming a teacher, and graduated from the Ljubljana regular school in 1903. These were the years of growth, of questions, and of critical thinking about the world and about injustices. In 1911 she began to write about women's problems. Evidently, she felt a strong need to be an active part in the struggle for rights and to speak out, to both make the population aware and to propose solutions - changes to things she believed to be patently unfair. Her history is characterized by many activities. In 1912 she began writing for a socialist newspaper, Zarja. Then she joined the newspaper of the Polish tobacco workers union. She also took part in the Kessler family art salon, where young artists gathered, including Ivan Cankar, writer and poet, with whom she had a long friendship. He dedicated a sketch in which he portrayed her as an important figure of socialist power and also a sonnet entitled Ten Years.

 

 

Ten Years… Lonely Years…

Ten Years, I believe, have past; / lonely years. I wandered to desolate places, / to slopes without rest or stopping; / all that is bitter – my heart has endured. // And what did my eyes behold as a glimpse of light in the dark? / It is you, whom I dreamt of in trepidation, / the autumn sweet light for the dead months of May, / a hundredfold return for my hundred times of pain! … // All this is but a memory from beyond a trench! / The patient can feel the oncoming of eternity’s shine / and before the Old Lady forever shuts his eyes // Our Lord uncovers before them heavenly paradise; / bright light shining onto the final pain - / another smile, no longer forever! //

For Lojzka from Ivan Cankar to remember me by

In 1915 she became editor for the socialist women's gazette Ženski list, in 1917 editor-in-chief of the newspaper of the social-democratic Particoto Naprej and in 1918 editor-in-chief of the gazette Demokracija. Those were crucial years, in the middle of the First World War. She was thinking about opportunities and alliances. Štebi then declared herself in favor of the creation of a Yugoslav state and, finally, in 1918, with the fall of the Austro-Hungarian Empire, most of Slovenia entered the newborn Kingdom of Yugoslavia (kingdom of the Serbian, Croatian and Slovenian peoples). According to her thought, it would be possible, with a unitary state, to bring about the right changes for women of all the different cultures. One of her most famous writings: Demokratizem in ženstvo (Democracy and femininity), published in 1918, outlined a program in favor of women: to guarantee women's suffrage, to improve educational possibilities, and to have equal access, with respect to men, to civil, social and political rights. Therefore, for the recognition of gender equality. All this does not mean that she considered men and women to be identical, but she believed that the differences were an opportunity to obtain the same rights and the same possibilities, the same economic treatments and the same capacities, and the same privileges also with regard to divorces and inheritances. A few years later she published Protection of Neglected Children and Youth. She was an active member of a number of prominent Yugoslav women's organizations, such as the National Women's Union of the SHS and the Feminist Alliance of the SHS. 

 

It is important to recall that in 1923 she founded the Feminist Alliance of the Kingdom of Serbs, Croats and Slovenes, an organization that strove to culturally uplift women of all social strata, and that had the goal of uniting the women of the new state to support equal pay, civil marriage, child protection, equal custody of children, and the recognition of illegitimate children. The Alliance was renamed the Alliance of Women's Movements of Yugoslavia in 1926 and she was its president until 1927. In 1925 she organized a march for women's right to vote. In her work, Alojzija Štebi found support from Angela Vode, Minka Govekar and her sister-in-law Cirila Plesko Štebi, another famous activist. From several sources she is described as an expert journalist and editor, a good speaker, simple in both her public and private aspects, kind in everyday life, firm in convictions and independent in thought. In 1940 she retired and during the Second World War she worked as much as possible with the partisan movement. Her brother Anton Štebi was killed in 1942 by the fascists for his political beliefs, while his wife Cirila died in the Auschwitz concentration camp. After losing her brother and sister-in-law, she lived with distant relatives. After the war she found a job with the Ministry of Social Affairs and the Ministries of Labor and Education. In 1950 she retired again, but worked as a part-time employee almost until her death on August 9, 1956.

Sources:

https://en.wikipedia.org/wiki/Alojzija_%C5%A0tebi

https://www.slovenska-biografija.si/oseba/sbi665283/

https://www.gov.si/en/news/2020-06-01-a-poem-by-ivan-cankar-dedicated-to-alojzija-stebi/

https://issuu.com/muzejnzs/docs/katalog_angl_www

https://www.zvab.com/Demokracija-Socijalisticna-revija-Democracy-Socialist-Magazine/30047662484/bd

 

Traduzione spagnola
Daniela Leonardi

 

Política, docente, publicista, redactora, luchadora apasionada por los derechos de las mujeres, de la infancia y de la juventud, Alojzija Stebi fue la fuerza motriz del movimiento feminista esloveno y yugoslavo. La historia de Eslovenia siempre ha estado entrelazada con la de las potencias vecinas, por lo tanto, al narrar el personaje de Alojzija Štebi partimos de la época en que ese territorio aún estaba bajo el dominio de los Habsburgo. La situación social se caracterizaba por una pésima situación para las mujeres, las trabajadoras y los trabajadores de todas las edades, por una gran diferencia de género en los derechos individuales: civiles, económicos, políticos. En un cuadro de este tipo se inserta Alojzija Štebi, nacida el 24 de marzo de 1883 en Liubliana. En aquel momento, en Eslovenia, el sistema educativo estaba dividido en escuelas femeninas y escuelas masculinas. Imaginemos que Alojzija percibiera enseguida una injusta diferencia, una grave parcialidad en el enfoque de la vida, de las posibilidades y de los derechos entre hombres y mujeres. Asistió naturalmente a la escuela primaria y superior femenina, luego decidió continuar su formación convirtiéndose en docente y se graduó en la escuela normal de Liubliana en 1903. Eran los años del crecimiento, de las preguntas, del pensamiento crítico sobre el mundo y sobre las injusticias. 1911 fue el año en que comenzó a escribir sobre los problemas de las mujeres, evidentemente sentía fuerte la necesidad de ser parte activa en la lucha por los derechos y de denunciar para poder sensibilizar a la población y proponer soluciones, modificaciones a lo que consideraba manifiestamente injusto. Su historia se caracteriza por numerosas actividades, en 1912 comenzó a escribir para un periódico socialista, Zarja. Luego entró en el periódico del sindicato polaco de trabajadores del tabaco. También participó en el Salón de arte de la familia Kessler, donde se reunían jóvenes artistas, entre ellos Ivan Cankar, escritor y poeta, con quien tuvo una larga amistad. Él mismo le dedicó una postal –en la que la retrataba como un personaje importante del poder socialista– y un soneto llamado Ten Years.

 

 

Ten Years… Lonely Years…

Ten Years, I believe, have past; / lonely years. I wandered to desolate places, / to slopes without rest or stopping; / all that is bitter – my heart has endured. // And what did my eyes behold as a glimpse of light in the dark? / It is you, whom I dreamt of in trepidation, / the autumn sweet light for the dead months of May, / a hundredfold return for my hundred times of pain! … // All this is but a memory from beyond a trench! / The patient can feel the oncoming of eternity’s shine / and before the Old Lady forever shuts his eyes // Our Lord uncovers before them heavenly paradise; / bright light shining onto the final pain - / another smile, no longer forever! //

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En 1915 se convirtió en redactora del diario socialista de las mujeres Ženski list, en 1917 redactora jefe del periódico del partido socialdemócrata Naprej y en 1918 redactora jefe del diario Demokracija. Eran años cruciales, en plena Primera Guerra Mundial, se hablaba de oportunidades y alianzas. Štebi se declaró entonces a favor de la creación de un Estado yugoslavo y, finalmente, en 1918, con la caída del Imperio austro-húngaro, la mayor parte de Eslovenia entró en el recién nacido Reino de Yugoslavia (reino de los pueblos serbio, croata y esloveno). En su opinión, con un Estado unitario se podían introducir cambios justos para todas las mujeres de las diferentes culturas. Uno de sus escritos más famosos: Demokratizem in ženstvo (Democracia y feminidad), publicado en 1918, trazaba un proyecto a favor de las mujeres: para garantizar el sufragio femenino, para mejorar las posibilidades educativas, para tener igual acceso a los derechos civiles, sociales y políticos que los hombres. Por lo tanto, para el reconocimiento de la igualdad de género. Todo esto no significa que ella considerara a hombres y mujeres idénticos, sino que consideraba que las diferencias eran una oportunidad para obtener los mismos derechos y las mismas posibilidades, los mismos tratamientos económicos y las mismas facultades, los mismos privilegios incluso en relación con separaciones y herencias. Pocos años después publicó Protección de los niños y de los jóvenes abandonados. Era componente activa de una serie de importantes organizaciones de mujeres yugoslavas, como la Unión Nacional de Mujeres del Reino Serbio, Croata y Esloveno (SHS) y la Alianza Feminista del SHS.

 

Nos gusta recordar que en 1923 fundó la Alianza feminista del Reino , una organización que se esforzaba por elevar culturalmente a las mujeres de todos los estratos sociales y tenía como objetivo unir a las mujeres del nuevo Estado para apoyar la igualdad de retribución, el matrimonio civil y la protección de los niños, la custodia paritaria de la descendencia y el reconocimiento de los/as hijos/as ilegítimos/as. La Alianza fue rebautizada en 1926 Alianza de los movimientos femeninos de Yugoslavia y fue presidente de ella hasta 1927. En 1925 organizó una marcha por el derecho de voto femenino. En su trabajo, Alojzija Štebi encontró apoyo principalmente en Angela Vode, Minka Govekar y su cuñada Cirila Plesko Stebi, otra famosa activista. Varias fuentes la describen como periodista y editora experta, buena oradora, sencilla en su aspecto público y privado, amable en la vida cotidiana, firme en las convicciones e independiente en el pensamiento. En 1940 se retiró y durante la Segunda Guerra Mundial trabajó lo más posible con el movimiento partisano. Su hermano Anton Stebi fue asesinado en 1942 por los fascistas por sus convicciones políticas, mientras que su esposa Cirila murió en el campo de concentración de Auschwitz. Después de perder a su hermano y a su cuñada, vivió con parientes lejanos. En la posguerra encontró trabajo en el Ministerio de Asuntos Sociales y en los Ministerios de Trabajo y Educación. En 1950 se retiró de nuevo, pero trabajó como empleada a tiempo parcial casi hasta su muerte el 9 de agosto de 1956.

Fuentes:

https://en.wikipedia.org/wiki/Alojzija_%C5%A0tebi

https://www.slovenska-biografija.si/oseba/sbi665283/

https://www.gov.si/en/news/2020-06-01-a-poem-by-ivan-cankar-dedicated-to-alojzija-stebi/

https://issuu.com/muzejnzs/docs/katalog_angl_www

https://www.zvab.com/Demokracija-Socijalisticna-revija-Democracy-Socialist-Magazine/30047662484/bd

 

Mary Elmes



Rita Mota

 

Mary Elmes, studiosa e laureata alla prestigiosa Università del Trinity College a Dublino, voltò le spalle a una brillante carriera accademica per svolgere attività di volontariato in due dei peggiori conflitti del XX secolo. Durante la Guerra civile spagnola (1936-1939) istituì e gestì ospedali per l'infanzia, spostandosi di sito in sito mentre le truppe di Franco avanzavano. Quando era evidente che la Spagna non fosse più sicura, seguì i rifugiati spagnoli oltre il confine in Francia per trovarsi troppo presto in un'altra guerra: la Seconda guerra mondiale. In Francia seguitò ad aiutare i rifugiati e in piena crisi bellica rischiò la vita per salvare bambine e bambini ebrei dalla deportazione. Marie Elisabeth Jean Elmes aveva vissuto la turbolenza della guerra fin da giovanissima. Nacque il 5 maggio del 1908 in una prospera famiglia anglicana e progressista a Ballintemple, nella città di Cork. Suo padre Edward Elmes era un farmacista e sua madre Elisabeth si era battuta per il voto alle donne ed era stata la tesoriera della Munster Women's Franchise League. Mary e suo fratello minore John frequentarono entrambi la Rochelle School, un istituto moderno e ben attrezzato a Blackrock, Cork. La scuola imponeva una “rigorosa cortina di censura” ai propri alunni nel tentativo di proteggerli dagli sconvolgimenti politici del primo Novecento, ma invano.

 

La giovanissima Mary era a conoscenza della Prima guerra mondiale e, all'età di sette anni, confezionava calzini per i soldati che combattevano in prima linea. La guerra arrivò molto più vicina a casa nel maggio 1915 quando il transatlantico Cunard, il Lusitania, fu silurato da un U-boot tedesco al largo della costa di Cork. Lei e la sua famiglia si unirono alle migliaia di persone accorse a Cobh per aiutare i sopravvissuti. Più tardi avrebbe detto ai propri figli che le scene strazianti alle quali aveva assistito sulla banchina quel giorno erano rimaste con lei per tutta la vita. Ebbe motivo anche di ricordare la Guerra d'indipendenza irlandese. Nel 1920, l'azienda di famiglia in Winthrop Street fu bruciata dalle forze britanniche. Nonostante il tumulto, Mary fu incoraggiata a viaggiare e a studiare. Quando finì la scuola trascorse un anno in Francia per poi tornare a casa con un francese quasi perfetto. Ha continuato a studiare lingue moderne (francese e spagnolo) al Trinity College di Dublino, dove primeggiava. Nel 1931 vinse una Medaglia d'Oro per l'eccellenza accademica e, dopo la laurea, una borsa di studio alla London School of Economics (Lse). Un suo ex-professore al Trinity College, T.B. Rudmose-Brown, si dichiarò entusiasta della «insolita intelligenza» e della «carriera accademica eccezionalmente brillante» di Mary. A Londra, i riconoscimenti continuarono ad arrivare. Nel 1936 vinse un'altra borsa di studio, questa volta per studiare relazioni internazionali a Ginevra. Nello stesso anno, quando scoppiò la Guerra civile spagnola, Mary, profondamente consapevole della situazione politica, non era affatto preparata alla sofferenza di cui fu testimone quando si offrì volontaria con il servizio di ambulanza di sir George Young. Nel febbraio del 1937 arrivò in Spagna e fu assegnata alla stazione di alimentazione di Almeria. Ben presto si guadagnò esperienza e fu reputata una amministratrice scaltra e abile, lucida ma non sentimentale, capace di gestire faccende pratiche anche nel caos di una guerra. Con l'avanzare dell'esercito fascista, Mary si spostò verso est, da Murcia ad Alicante e poi in montagna a Polop, dove allestì e diresse ospedali pediatrici. Quando suo padre morì inaspettatamente a Cork alla fine del 1937, perse il funerale perché si rifiutò di abbandonare il suo posto visto che non fu possibile trovare una sostituta. Lasciò la Spagna solo quando era diventato impossibile per gli operatori umanitari rimanere e decise di seguire i suoi amati rifugiati spagnoli oltre confine. Qui Mary creò laboratori, mense, scuole e ospedali nei villaggi-campo eretti in fretta nel sud-ovest della Francia.

 

 

Credeva che anche in situazioni di estrema emergenza fosse utile far fare qualcosa di pratico alle persone. Ma non si limitava a organizzare e a dare ordini, partecipava alle stesse attività che organizzava. Stabiliva degli obiettivi e cercava di raggiungerli. Il suo approccio si potrebbe definirne clinico, chirurgico. Era risoluta nel suo lavoro e presto fu scelta come direttrice della delegazione quacchera a Perpignan, pur non essendo di fede quacchera. Centinaia delle sue lettere che sono sopravvissute rivelano una donna determinata e intraprendente, ma anche molto diplomatica. Queste caratteristiche si sarebbero rivelate vitali quando gli ebrei nel sud-ovest della Francia furono ammassati per essere deportati dal campo di Rivesaltes dove Mary Elmes trascorreva la maggior parte del suo tempo. I documenti giunti a noi descrivono come abbia “rapito” nove bambini ebrei dal primo convoglio diretto ad Auschwitz l'11 agosto 1942, nascondendoli nel bagagliaio della sua auto e conducendoli negli orfanotrofi che aveva allestito ai piedi dei Pirenei e lungo la costa all'inizio della guerra. Tra l’agosto e l’ottobre del 1942, Mary Elmes e i suoi colleghi salvarono circa 427 bambini dal campo di Rivesaltes. Le sue attività sovversive la portarono all'attenzione della Gestapo e all'inizio del 1943 fu arrestata e imprigionata per sei mesi. Quando la guerra finì, sposò il francese Roger Danjou a Perpignan ed ebbero due figli, Caroline e Patrick. In seguito parlava poco della guerra o di ciò che aveva fatto, rifiutando tutti i riconoscimenti. Nel 2011, nove anni dopo la sua morte avvenuta all'età di 93 anni, uno dei bambini da lei salvati, il professor Ronald Friend, l'ha proposta per il più alto riconoscimento israeliano; nel 2013 è stata nominata Giusta tra le Nazioni. È l'unica irlandese a detenere tale onore.

Fonti:

Il libro di Clodagh Finn, A Time to Risk All, Gill Books, Dublin, Ireland

Il film documentario It Tolls for Thee, 2017

 

Traduzione francese

Mary Elmes, étudiante diplômée de la prestigieuse université de Trinity College de Dublin, refuse une brillante carrière d’académicienne pour se dédier au bénévolat pendant deux des plus durs conflits du XXème siècle. Pendant la Guerre civile espagnole (1936-1939), elle installe et gère des hôpitaux pour les enfants, en se déplaçant d’un lieu à l' autre quand les armées de Franco avancent. Lorsqu' il devient évident que l’Espagne n’est plus un endroit sûr pour y rester, elle suit les réfugié.e.s espagnol.e.s en se retrouvant bientôt au milieu d’une autre guerre: la Seconde Guerre mondiale. En France, elle continue à aider les réfugié.e.s en risquant sa vie pour sauver les enfants de la déportation. Marie Elisabeth Jean Elmes a vécu la turbulence de la guerre depuis son enfance. Elle est née à Ballintemple, dans la ville de Cork, le 5 mai 1908 au sein d' une prospère famille anglicane et progressiste. Son père Edward Elmes est pharmacien et sa mère Elisabeth s’est battue pour donner au femmes le droit de vote et a été la trésorière de la Munster Women’s Franchise League. Mary et son petit-frère John vont à la Rochelle School, une école moderne et bien organisée à Blackrock, à côté de Cork. L’école impose à ses élèves un “rigide rideau de censure” pour les protéger des chocs politiques du début du siècle.

 

Mary, très jeune, connait la Première Guerre mondiale et à l’âge de sept ans, elle confectionne des chaussettes pour les soldats qui combattent en première ligne. En mai 1915, la guerre arrive à proximité de chez elle, quand le bateau transatlantique Lusitanie (?) est torpillé et coulé par un U-boot allemand pas loin de la côte de Cork. Elle et sa famille rejoignent alors les milliers de gens précipités à Cobh pour aider les survivant-e-s. Plus tard, elle dira à ses enfants que les scènes terribles qu’elle a vues ce jour-là allaient la hanter toute sa vie. Elle a aussi gardé en mémoire la Guerre d’indépendance irlandaise. En 1920, l’agence de sa famille située à Winthrop Street est bombardée par l’armée anglaise. En dépit de la bagarre, Mary est encouragée à étudier et à voyager. Après avoir fini l’école, elle passe une année en France, et rentre chez sa famille avec une connaissance presque parfaite de la langue française. Elle continue à étudier les langues modernes (le français et l’espagnol) au Trinity College de Dublin, où elle excelle. En 1931, elle gagne une médaille d’or pour son excellence académique et, après sa licence, une bourse pour étudier à la London School of Economics. Monsieur T. B. Rudmose-Brown, son ex professeur au Trinity College, se déclare enthousiaste devant «l’intelligence inhabituelle» et «la brillante carrière académique» de Mary. À Londres, elle continue à recevoir des prix. En 1936, elle gagne une autre bourse, cette fois-ci pour étudier les relations internationales à Genève. Durant la même année, quand la Guerre civile espagnole éclate, Mary, au courant de la situation politique, n’est pas du tout préparée à la souffrance dont elle va être témoin à bord de l’ambulance de M. George Young. En février 1937, elle arrive en Espagne et elle est engagée au dépôt alimentaire d’Almeria. Bientôt, elle a davantage d ' expérience et elle est considérée comme une administratrice habile et lucide, capable de gérer les affaires pratiques même au milieu du chaos de la guerre. À mesure que l’armée fasciste avance, elle se déplace vers l’Est, de Murcia à Alicante, et après à Polop, sur la montagne, où elle installe et gère des hôpitaux pédiatriques. Quand son père meurt brusquement, en 1937, elle ne peut assister à ses funérailles car elle refuse de quitter sa place. Elle ne quitte l’Espagne que quand, pour les soignants, il devient impossibile d’y rester et ce n’est qu’alors qu’elle décide de suivre ses ami.e.s réfugié.e.s espagnol.e.s au-delà de la frontière. Là, Mary crée des labos, des cantines, des écoles et des hostos, construits à toute vitesse dans le Sud-Ouest de France.

 

 

Elle croit que, même dans des situations d’extreme urgence, il est utile que les gens fassent des choses pratiques. Mais, en plus d’organiser, elle participe elle-même aux activités organisées. Elle vise des objectifs et essaie de les atteindre. Sa méthode, on peut la definir comme clinique, parfois même un travail de chirurgien. Elle est résolue dans son travail. Elle est choisie comme directrice de la délégation quaker à Perpignan, même sans être quaker. Des centaines de ses lettres, qui sont parvenues jusqu'à nous démontrent qu’elle est une femme déterminée et entreprenante mais aussi très diplomate. Cette qualité-ci a été très importante quand les juifs du Sud-Ouest de France ont été rassemblés pour être déportés au champ de Rivesaltes, où Mary passait la plus part de son temps. D' après les papiers qui nous sont parvenus, elle aurait “enlevé” neuf enfants juifs du train à destination Auschwitz le 11 août 1942, en les cachant dans le coffre de sa voiture pour les conduire aux orphelinats qu’elle avait créés au pied des Pyrénées et à proximité de la mer. Entre août et octobre 1942, Mary Elmes et ses collègues ont sauvé environ 427 enfants du champ de Rivesaltes. Ses activités subversives l’ont conduite à attirer l’attention de la Gestapo. Au début de 1943 elle a été emprisonnée pendant six mois. Après la fin de la guerre, elle a épousé le français Roger Danjou à Perpignan et ils ont eu deux enfants, Caroline et Patrick. Au cours des années suivantes, elle a peu évoqué la guerre et ce qu’elle avait fait et elle a refusé tous les prix. En 2011, neuf ans après son décès, qui s'est produit à l’âge de 93 ans, un des enfants sauvés par elle, le professeur Ronald Friend, l’a proposé pour le plus haut prix israélien: en 2013 elle a été nommée Juste parmi les Nations. Elle est l’unique femme irlandaise qui a reçu cet honneur-ci.

 

Traduzione inglese

 

Mary Elmes, a scholar and graduate from Dublin’s prestigious university, Trinity College, turned her back on a distinguished academic career to volunteer during two of the XX century’s worst conflicts. During the Spanish Civil War (1936-1939), she established and operated children's hospitals, moving from site to site as Franco's troops advanced. When it was evident that Spain was no longer safe, she followed the Spanish refugees over the border into France only to find herself entangled in another war: World War II. In France, she continued to help refugees and in the midst of the war, she risked her life to save Jewish children from deportation. Marie Elisabeth Jean Elmes had experienced the turbulence of war from a very early age. She was born on the 5th of May, 1908 into a prosperous, progressive Anglican family in Ballintemple, in the city of Cork, in the south of Ireland. Her father, Edward Elmes, was a pharmacist, her mother Elisabeth Elmes had fought for women’s voting rights and had acted as treasurer to the Munster Women's Franchise League. Mary and her younger brother John attended Rochelle School, a modern, well-equipped institution in Blackrock, Cork. The school imposed a "strict curtain of censorship" on its pupils in an effort to protect them from the political upheavals of the early twentieth century… in vain.

 

 

While still a child, Mary had been aware of World War I and, at the age of seven, had knitted socks for the soldiers fighting on the front. War came much closer to home in May 1915 when the Cunard liner, the Lusitania, was torpedoed by a German U-boat off the coast of Cork. She and her family joined the thousands who flocked to Cobh to help the survivors. Later, she was to tell her children how the harrowing scenes she had witnessed on the quay that day had remained with her all her life. She also had reason to remember the Irish War of Independence. In 1920, the family business on Winthrop Street in Cork was burned down by British forces. Despite the turmoil, Mary was encouraged to travel and study. When she finished secondary school, she spent a year in France and when she returned home, she could speak almost perfect French. She went on to study modern languages ​​(French and Spanish) at Trinity College Dublin, where she excelled. In 1931, she won a Gold Medal for Academic Excellence and, after graduation, a scholarship to the London School of Economics (LSE). One of her former Trinity professors, T.B. Rudmose-Brown, spoke enthusiastically about Mary's "unusual intelligence" and her "exceptionally brilliant academic career". In London, the accolades continued. In 1936, she won another scholarship, this time to study international relations in Geneva. That same year, when the Spanish Civil War broke out, Mary, though deeply aware of the gravity of the political situation, was not at all prepared for the suffering she witnessed when she volunteered with Sir George Young's ambulance service. In February 1937, she arrived in Spain and was assigned to the station at Almeria. She quickly gained experience and soon won a reputation as a shrewd, skilled administrator, lucid not sentimental, capable of handling practical matters even during a war. As the Fascist army advanced, Mary moved eastwards, from Murcia to Alicante, then into the mountains and Polop, where she set up and ran children's hospitals. When her father died unexpectedly in Cork in late 1937, she missed his funeral because she refused to leave her post when a replacement could not be found. She left Spain only when it became impossible for those providing aid to stay. At that point, she decided to follow her beloved Spanish refugees across the border into France. Here she set up laboratories, canteens, schools and hospitals in the hastily erected camp-villages in southwestern France.

 

 

She believed that even in situations of extreme emergency it was useful to have people do something practical. She did not simply organise activities and give orders, she took an active part in the activities she set up. She set goals and strove to achieve them. Her approach might be defined as clinical, surgical. She was steadfast in her work and was soon chosen as director of the Quaker delegation in Perpignan, although not a Quaker by birth but an Anglican. Hundreds of the letters that have survived reveal a determined and enterprising woman who was also very diplomatic. These characteristics were to prove vital when Jews in southwestern France were being herded from the Rivesaltes camp where Mary Elmes spent most of her time, for deportation. The documents that have come down to us describe how she actually "kidnapped" nine Jewish children from the first convoy bound for Auschwitz on the 11th of August 1942, hiding them in the boot of her car and whisking them away to the orphanages she had set up at the foot of the Pyrenees and along the coast at the beginning of the war. Between August and October 1942, Mary Elmes and her colleagues rescued about 427 children from the Rivesaltes camp. Her subversive activities brought her to the attention of the Gestapo and, in early 1943, she was arrested and imprisoned for six months. When the war ended, she married the Frenchman Roger Danjou in Perpignan and they had two children, Caroline and Patrick. Afterwards, she spoke little of the war and what she had done, rejecting all accolades during her lifetime. In 2011, nine years after her death at the age of 93, one of the children she had rescued, Professor Ronald Friend, nominated her for the highest Israeli award. Two years later she was named Righteous Among the Nations, the only Irish person to hold this honour.

 

Traduzione spagnola
Federica Agosta

 

Mary Elmes, estudiosa y licenciada en la prestigiosa Universidad Trinity College en Dublín, dio la espalda a una carrera académica rutilante para llevar a cabo actividades de voluntariado en dos de los peores conflictos del siglo XX. Durante la Guerra Civil española (1936-1939), instituyó y administró hospitales pediátricos, desplazándose de un sitio a otro mientras las tropas de Franco avanzaban. Cuando quedó claro que España no estaba un lugar seguro, siguió a los refuguiados españoles y cruzó la frontera francesa con estos últimos, para encontrarse, demasiado temprano, involucrada en otra guerra: la Segunda Guerra mundial. En Francia siguió ayudando a los refugiados y en plena crisis bélica arriesgó su vida para salvar de la deportación niñas y niños judíos. Marie Elisabeth Jean Elmes había experimentado la agitación de la guerra desde su juventud. Nació el 5 de mayo de 1908 en una próspera familia anglicana y progresista en Ballintemple, en la ciudad de Cork. Su padre, Edward Elmes, era farmacéutico y su madre Elisabeth había luchado por el derecho de las mujeres al voto y había sido la tesorera de la Munster Women’s Franchise League. Mary y su hermano menor John iban a la Rochelle School, un instituto moderno y bien equipado en Blackrock, Cork. La escuela imponía una “rigurosa cortina de censura” a los alumnos con la intención, aunque vana, de protegerlos da los trastornos políticos de principios del siglo XX.

 

 

La jovencísima Mary era consciente de la Primera Guerra mundial, y, a los siete años, tricotaba calcetines para los soldados que luchaban al frente. La guerra se se acercó mucho a su hogar en mayo de 1915, cuando el transatlántico Cunard, el Lusitania, fue torpedeado por un U-boot alemán cerca de la costa de Cork. Ella y su familia se unieron a las miles de personas llegadas a Cobh para ayudar a los supervivientes. Más tarde, la misma Mary le contó a sus propios hijos que las espantosas escenas de las cuales había sido testigo en el muelle aquel día se habían quedado con ella durante toda su vida. También tenía motivos para recordar la Guerra de Independencia Irlandesa. En 1920, la empresa de familia en Winthrop Street fue quemada por las fuerzas británicas. No obstante el alboroto, Mary fue animada al viaje y al estudio. Cuando terminó la escuela, pasó un año en Francia para luego regresar a casa con un francés casi perfecto. Siguió estudiando lenguas modernas (francés y español) en el Trinity College de Dublín, donde primaba sobre todos. En 1931 ganó una Medalla de Oro por su excelencia académica y, después de su licenciatura, ganó una beca en la London School of Economics (LSE). Un ex-profesor suyo del Trinity College, T.b. Rudmose-Brown, se declaró entusiasta de la «insólita inteligencia» y de la «carrera académica excepcionalmente rutilante» de Mary. En Londres le seguían llegando reconocimientos . En 1936 ganó otra beca, esta vez para estudiar relaciones internacionales en Ginebra. En el mismo año, cuando estalló la Guerra Civil española, Mary, profundamente consciente de la situación política, noestaba preparada al sufrimiento del que fue testigo cuando se ofreció como voluntaria con el servicio de ambulancia de Sir George Young. En febrero de 1937 llegó a España y fue asignada a la estación de alimentación de Almería. Al poco tiempo ganó experiencia y fue reputada una administradora lista y hábil, lúcida pero no sentimental, capaz de gestionar asuntos prácticos incluso en el caos de una guerra. Con el avance del ejército fascista, Mary se desplazó hacia el este, desde Murcia hasta Alicante y luego hacia la montaña, a Polop, donde montó y administró hospitales pediátricos. Cuando su padre murió inesperadamente en Cork a finales de 1937, se perdió el rito fúnebre porque había rechazado abandonar su colocación dado que no había sido posible encontrar quien la sostituyera. Dejó España solamente cuando se había hecho imposible quedarse para los operadores humanitarios, y decidió seguir a sus queridos refugiados españoles más allá de la frontera. Ahí Mary instituyó laboratorios, comedores, escuelas y hospitales en los campos erigidos rápidamente en el sur-oeste de Francia.

 

 

Creía que incluso en situaciones de extrema emergencia resultaba útil hacer hacer algo práctico a las personas. Pero ella no se limitaba a organizar y dar órdenes, dado que tomaba parte en las mismas actividades que organizaba. Establecía unos objetivos y trataba de alcanzarlos. Podríamos definir su método como clínico, quirúrgico. Era una mujer determinada en su trabajo y temprano fue elegida como directora de la delegación cuáquera en Perpiñán, aunque no era de fe cuáquera. Cientos de sus cartas que se han conservado revelan una mujer determinada y audaz, pero también muy diplomática. Estas características se revelaron vitales cuando los judíos en el sur-oeste de Francia fueron amontonados para luego ser deportados al campo de Rivesaltes, donde Mary Elmes pasaba la mayor parte de su tiempo. Los documentos que han llegado hasta nosotros describen cómo “secuestró” a nueve niños judíos da la primera escolta con dirección a Auschwitz el 11 de agosto de 1942, ocultándolos en el maletero de su coche, llevándolos a los orfanatos que ella misma había organizado a los pies de los Pirineos y cerca de la costa al comienzo de la guerra. Entre los meses de agosto y octubre de 1942, Mary Elmes y sus colegas salvaron aproximadamente a 427 niños y niñas del campo de Rivesaltes. Sus actividades subversivas la llevaron a la atención de la Gestapo y a principios del año 1943 fue detenida y encarcelada durante seis meses. Cuando la guerra terminó, se casó con el francés Roger Danjou en Perpiñán y tuvieron dos hijos, Caroline y Patrick. Luego hablaba poco acerca de la guerra o de lo que había hecho, rechazando todos los reconocimientos. En 2011, nueve años después de su muerte, acontecida a los 93 años, uno de los niños que ella misma había salvado, el profesor Ronald Friend, la propuso para el más importante reconocimiento israelita; en 2013 fue designada Justa entre las Naciones. Mary Elmes sigue siendo la única irlandesa en merecer semejante honor.

Fuentes:

El libro de Clodagh Finn, A Time to Risk All, Gill Books, Dublín, Irlanda

La película documental It Tolls for Thee, 2017.

 

Maria Petrou
Rosa Maria Clemente



Alessia Tzimas

 

Non è facile riuscire a vedere chi fosse Maria Petrou, cosa pensasse e come vivesse la sua umanità, attraverso il suo brillantissimo curriculum di scienziata, astronoma, matematica, ingegnera, all’avanguardia nella ricerca sulle intelligenze artificiali. Bisogna avere la pazienza di cercarla, scrutando in controluce, tra i suoi numerosissimi scritti, ma, dopo, ne sarà valsa davvero la pena. Chi si aspettasse una persona seriosa e compresa di sé, distaccata e completamente immersa negli studi, nelle sperimentazioni, sarà piacevolmente sorpresa/o dalla sua ironia, dal suo umorismo, dalla sua profonda cultura e, soprattutto, dalla consapevolezza dell’estrema fragilità umana, in quanto specie, prima ancora che come singolo individuo. Allorquando concluse, dopo cinque anni, il suo impegno con l’editoriale del Notiziario Iapr (International Association for Pattem Recognition), di cui era stata anche presidente del Comitato Tecnico TC7 Remote Sensing e tesoriera, scrisse:

«… Nel corso degli anni, mi sono divertita molto a scriverti e mi sono fatta tantissimi amici e pochi ( pochissimi mi piacerebbe credere) nemici. A volte ho avuto feedback verbalmente o per iscritto e molto spesso sono rimasta sbalordita da ciò che le persone leggevano nei miei scritti: spesso l’interpretazione utilizzata era fortemente modellistica! Vorrei cogliere questa opportunità come editore, per spiegare solo un po’ di cosa stavo scrivendo. Immagino di aver imbrogliato IAPR, poiché il messaggio che stavo cercando di trasmettere nel corso degli anni non aveva nulla a che fare con il riconoscimento dei pattern o l’elaborazione delle immagini; si trattava di quanto ci prendiamo sul serio. Siamo creazioni quadridimensionali nello spaziotempo. All’inizio della mia vita mi sono trovata faccia a faccia con la morte: questo mi ha dato una scala per misurare la nostra “dimensione” nel tempo. Poi ho studiato Astronomia, e questo mi ha dato una scala della nostra ampiezza nello spazio. Siamo, io sono, così insignificante nello spaziotempo! Come possiamo prenderci così sul serio? Cari amici, mi mancherà comunicare con voi! Maria Petrou. P.S. Il melodramma è finito, ora puoi voltare pagina per vedere le battute! UNA FAVOLA DI ESOPO. Molto tempo fa, una zanzara si posò sul corno di un toro, che non vi fece per niente caso. Dopo un po’ di tempo, la zanzara gli disse: ”Ti sto disturbando!” Ma il toro replicò: “ Non mi sono accorto di quando sei arrivata, non mi accorgerò di quando andrai via…”».

Troppo presto, in verità, nel suo caso, perché la morte sopraggiunse a soli 59 anni, per cancro, il 15 ottobre del 2012, nel compianto del figlio Kostas, di amici e amiche e di tutta la comunità scientifica internazionale. Era, infatti, una indiscussa autorità nella elaborazione delle immagini, la scienza dell’utilizzo dei programmi informatici per aiutare, ad esempio, a individuare i tumori incipienti o a produrre prove del degrado ambientale. Aveva elaborato la tecnica della “trasformazione della traccia”, utilizzata per codificare le informazioni essenziali in un’immagine, poi alla base dei sistemi di riconoscimento facciale, e sviluppato procedure di “segmentazione” che consentono all’imaging medico di fare diagnosi indispensabili per la cura tempestiva e mirata dei pazienti, e alla sorveglianza militare, per distinguere tra pericoli reali e oggetti innocui. Nella triste circostanza della sua scomparsa, The Telegraph scrisse:

«La Prof.ssa Maria Petrou, morta di cancro a 59 anni, era esperta di intelligenze artificiali e imaging, l’arte di progettare robot per dare un senso alle enormi e sempre crescenti quantità di dati visivi forniti dalla tecnologia moderna. Ha anche dato vita a una gara per progettare un robot in grado di stirare. Le macchine, che si tratti di satelliti in orbita attorno alla Terra che trasmettono immagini del nostro pianeta o di scanner medici utilizzati per gli screening di routine come le mammografie, ora generano enormi quantità di materiale per l’analisi. Ma il volume dei dati da elaborare supera di gran lunga le risorse umane disponibili per analizzarli. Maria Petrou ha affrontato questo problema sviluppando processi automatici per valutare le grandi quantità di dati di immagine».

I risultati delle sue ricerche e delle sue scoperte animavano le lezioni, seguite con interesse da numerose/i studenti che, sotto la sua guida, avevano affrontato i loro dottorati ed elaborato le loro tesi, e avevano costituito il materiale dei suoi molti scritti, ancora oggi conosciuti e studiati in tutto il mondo. Tra quelli più noti troviamo: del 1999, Image processing: dealing with texture by Maria Petrou, di Maria Petrou e Pedro Garcia Sevilla; del 2008, Next generation artificial vision system: reverse engineering the human visual system (bioinformatic e biomedical imaging); del 2010, Image processing: the fundamentals, di Maria e Kostas Petrou.

Nata a Salonicco, in Grecia, nel 1953, evidenziò da subito grande predisposizione per le materie scientifiche e matematiche, riuscendo fin da giovanissima a guidare nello studio di tali discipline ragazzi e ragazze di poco più piccole di lei. Si iscrisse all’Università “Aristotele” di Salonicco, alla facoltà di Fisica. Successivamente, in un’epoca in cui l’Erasmus era di là da venire, pochissimi gli studenti e rarissime le ragazze che si recavano in altri Paesi per studiare, fidando sull’incondizionata approvazione dei suoi genitori ― dai quali aveva appreso i principi della dignità personale, del coraggio e del sacrificio in vista della propria realizzazione, personale e professionale ― , grazie ad una borsa di studio partì per la Gran Bretagna, per frequentare la facoltà di Matematica e Astronomia all’Università di Cambridge. Conclusi brillantemente gli studi, nel 1988 ebbe l’incarico di Assistente di ricerca presso il Dipartimento di Fisica teorica all’Università di Oxford. Furono anni di studio intenso, di applicazione perpetua e di scoperta, sulla propria pelle, di ciò che era il mondo accademico e di quanto alle donne fosse richiesto di più, ogni volta, per vincere resistenze e procedere nel proprio cammino. A tal proposito, infatti, le si attribuisce l’ amara quanto realistica considerazione sul soffitto di vetro che ancora opprime le donne che vogliano farsi strada in qualsiasi campo: «È la caratteristica del vetro di essere invisibile. Non sai che il soffitto di vetro è lì finchè non lo colpisci! Occasionalmente puoi intravedere la sua esistenza dal sangue e dalle budella spruzzati su di esso, della persona che lo ha colpito prima di te». Nel 1998, comunque, ottiene il primo prestigioso riconoscimento del suo duro lavoro, con la nomina di professoressa di Image analysis al Dipartimento di Elettronica ed elettrotecnica dell’Università del Surrey, dove aveva cominciato a lavorare dieci anni prima, allorchè il mondo accademico aveva preso ad interessarsi delle applicazioni pratiche della visione artificiale e dell’intelligenza artificiale. Da quel momento, grazie al suo intuito e alle sue ricerche instancabili, alla sua adattabilità (che definisce arte della sopravvivenza), arriveranno incarichi e collaborazioni sempre più significative e appaganti. Tra queste, nel 2004, l’elezione a Fellow della Royal Academy of Engineering e, nel 2006, il titolo di Distinguished Fellow di Bmva (British Machine Vision Association) di cui era stata presidente dal 1999 al 2002. Nel 2005 andrà a dirigere il Communications and Signal Processing Group al Dipartimento di Ingegneria elettrica dell’Imperial College di Londra e nel 2009 diverrà anche direttrice dell’Istituto di Informatica e Telematica presso il Centro di ricerca e sviluppo, Hellas, a Salonicco, in Grecia.

Era stata sposata con Phil L. Palmer, un collega ricercatore durante il dottorato in Astronomia, nel 1986, dal quale aveva avuto il figlio Kostas Petrou. Il matrimonio si era poi concluso con il divorzio. Nella sua qualità di donna e madre lavoratrice, alle prese col sempiterno problema della conciliazione del tempo da dedicare alla famiglia e quello del lavoro, lancerà una sfida ai suoi colleghi per la realizzazione di un robot da stiro. Tale sfida sarà accolta con notevole interesse, mettendo in luce le difficoltà di soluzione di un’attività incredibilmente complessa per un robot, a causa dei numerosi tessuti e fogge di abiti e biancheria. Otterrà, per la sua possibile ricaduta positiva nella vita delle famiglie di ogni dove, il finanziamento del progetto dal Programma di sistemi cognitivi e robotica della Commissione europea. Dopo la sua morte, nel 2012, a onorarne la memoria e la fama nel mondo, le sarà intitolato l’importantissimo Premio Maria Petrou, come scienziata e ingegnera di straordinaria capacità, in particolare per il suo ruolo di pioniera per le ricercatrici e modello di grande successo. Il premio deve essere assegnato ogni due anni a una scienziata/ingegnera vivente che abbia dato contributi sostanziali al campo del Pattern Recognition. Di tale prestigioso riconoscimento internazionale è stata fra le altre insignita nel 2018 la professoressa Rita Cucchiara, docente di Informatica al Dief-Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari”di Unimore (Università di Modena e Reggio Emilia), per le sue ricerche nel campo dell'intelligenza artificiale, per i suoi contributi pioneristici al tracking (inseguimento spazio-temporale di oggetti nel video) e alla reidentificazione. Nel frattempo, sebbene a costi ancora poco accessibili alla famiglia media, sono arrivati sul mercato Effie, la macchina che stira il bucato in tre minuti, e Ugo, il robot per la casa che fa il bucato, stira e lava i pavimenti. Grazie, Maria Petrou, che, cimentandoti nella soluzione di problemi elevatissimi nel campo scientifico e ingegneristico, non hai mai dimenticato di essere donna e madre, come tutte noi, con la necessità di liberare il nostro tempo per imprese ben più interessanti delle faccende casalinghe!

 

Traduzione francese
Piera Negri

 

Il n'est pas facile de comprendre qui était Maria Petrou, ce qu'elle pensait et comment elle vivait son humanité, à travers son brillant cursus de scientifique, astronome, mathématicienne, femme ingénieur, à l’avant-garde dans la recherche sur l'intelligence artificielle. Il faut avoir la patience de la chercher, en scrutant à contre-jour, parmi ses nombreux écrits, mais, après, en vaudra vraiment la peine. Qui attendait une personne sérieuse et dogmatique, détachée et complètement plongée dans les études, dans les expérimentations, sera agréablement surpris/e par son ironie, son humour, sa culture profonde et, surtout, la conscience de l'extrême fragilité humaine, en tant qu'espèce, même auparavant qu'individu unique. Lorsqu'elle a conclu, après cinq ans, son engagement à la rédaction de la Chronique Iapr (International Association for Pattern Recognition), dont elle avait également été présidente du Comité Technique TC7 Remote Sensing et trésorière, elle a écrit:

«... Au cours des années, je me suis beaucoup amusée à t'écrire et je me suis fait beaucoup d'amis et peux (très peux j'aimerais croire) d'ennemis. J'ai parfois eu des feeback verbalement ou par écrit et très souvent j'ai été émerveillée par ce que les gens lisaient dans mes écrits : souvent l'interprétation utilisée était fortement modeliste ! J'aimerais profiter de cette occasion en tant qu'éditeur pour expliquer un peu ce que j'écrivais. Je suppose d’avoir triché IAPR, puisque le message que j'ai essayé de transmettre au cours des années n'avait rien à voir avec l’identification des patterns ou le traitement des images ; il s'agissait de la façon dont nous nous prenons au sérieux. Nous sommes des créations en quatre dimensions dans l'espace-temps. Au début de ma vie je me suis retrouvée face à la mort : cela m'a donné une échelle pour mesurer notre "dimension" dans le temps. Ensuite, j'ai étudié Astronomie, et cela m'a donné une échelle de notre étendue dans l'espace. Nous sommes, je suis, si insignifiante dans l'espace-temps ! Comment peut-on se prendre si au sérieux ? Chers amis, communiquer avec vous me manquera ! Maria Petrou. P.S. Le mélodrame est terminé, vous pouvez maintenant tourner la page pour voir les répliques ! UNE FABLE D'AESOP. Il y a longtemps, un moustique s'est posé sur la corne d'un taureau, qui n'y a prêté aucune attention. Au bout d'un certain temps, le moustique lui a dit : "Je t'embête !" Mais le taureau répondit : "Je n'ai pas remarqué quand tu es arrivé, je ne remarquerai pas quand tu t'en iras..."»

Trop tôt, en vérité, dans son cas, car elle est morte à l'âge de 59 ans seulement, d'un cancer, le 15 octobre 2012, dans le deuil de son fils Kostas, de ses amis et de toute la communauté scientifique internationale. Elle était, en effet, une autorité incontestée dans le traitement d'images, la science de l'utilisation des programmes informatiques pour aider, par exemple, à identifier les cancers naissants ou à produire des preuves de la dégradation de l'environnement. Elle avait mis au point la technique de la « transformation de trace », utilisée pour encoder des informations essentielles dans une image, alors à la base des systèmes de reconnaissance faciale, et développé des procédures de « segmentation » qui permettent à l'imaging médicale de faire les diagnostics indispensables pour une prise en charge ponctuelle et ciblée des patients, ainsi qu’à la surveillance militaire, pour distinguer entre dangers réels et objets inoffensifs. Dans la triste circonstance de son décès, The Telegraph a écrit:

«La professeure Maria Petrou, décédée d'un cancer à l'âge de 59 ans, était une experte en intelligence artificielle et imaging, l'art de concevoir des robots pour donner un sens aux énormes et toujours croissantes quantités de données visuelles fournies par la technologie moderne. Elle a également lancé un concours pour concevoir un robot capable de repasser. Les machines, soit qu'il s'agisse de satellites en orbite autour de la Terre qui transmettent des images de notre planète ou de scanners médicaux utilisés pour les dépistages de routine tels que les mammographies, génèrent désormais d'énormes quantités de matériel à analyser. Mais le volume de données à traiter dépasse de loin les ressources humaines disponibles pour les analyser. Maria Petrou a affronté ce problème en développant des processus automatiques d'évaluation de grandes quantités d’images.»

Les résultats de ses recherches et ses découvertes animaient les cours, suivis avec intérêt par de nombreux/ses étudiants/es qui, sous sa direction, avaient affronté leurs doctorats et élaboré leurs thèses, et avaient représenté le matériel de ses nombreux écrits, encore aujourd'hui connus et étudiés dans le monde entier. Parmi les plus connus : 1999, Image processing: dealing with texture by Maria Petrou, par Maria Petrou et Pedro Garcia Sevilla ; 2008, Next generation artificial vision system: reverse engineering the human visual system (bioinformatic e biomedical imaging); 2010, Image processing: the fundamentals, par Maria et Kostas Petrou.

Née à Thessalonique, en Grèce, en 1953, elle a tout de suite montré une grande prédisposition pour les matières scientifiques et mathématiques, et a réussi dès son plus jeune âge à guider des garçons et des filles un peu plus jeunes qu'elle dans l'étude de ces disciplines. Elle s'est inscrite à l'Université "Aristote" de Thessalonique, à la Faculté de physique. Par la suite, à une époque où Erasmus était encore à venir, très peu d'étudiants et de très rares filles qui partaient étudier dans d'autres pays, confiant sur l'approbation inconditionnelle de ses parents - dont elle avait appris les principes de dignité personnelle, de courage et de sacrifice en vue de sa réalisation personnelle et professionnelle - grâce à une bourse, elle partit pour la Grande-Bretagne, pour fréquenter la Faculté de Mathématiques et d'Astronomie de l'Université de Cambridge. Après avoir brillamment terminé ses études, elle est nommée en 1988 Assistante de recherche au Département de Physique théorique à l'Université d'Oxford. Ce furent des années d'études intenses, d'application perpétuelle et de découverte, sur sa propre peau, de ce qu'était le monde académique et combien plus était exigé des femmes, à chaque fois, pour vaincre les résistances et avancer sur leur propre chemin. À cet égard, en effet, on lui attribue la considération amère et réaliste sur le plafond de verre qui opprime encore les femmes qui veulent se frayer un chemin dans n'importe quel domaine: «C'est la caractéristique du verre d'être invisible. Vous ne savez pas que le plafond de verre est là jusqu'à quand vous le frappez ! De temps en temps, tu peux apercevoir son existence à partir du sang et des entrailles saupoudrées dessus, de la personne qui l'a frappé avant toi.» En 1998, cependant, elle obtient la première reconnaissance prestigieuse de son dur travail, avec la nomination à Professeur de Image Analysis au Département d'électronique et d’ingénierie électrique de l'Université de Surrey, où elle avait commencé à travailler dix ans plus tôt, lorsque le monde universitaire s'était intéressé aux applications pratiques de la vision artificielle et de l'intelligence artificielle. A partir de ce moment, grâce à son intuition et ses recherches infatigables, son adaptabilité (qu'elle définit l'art de survivre), des missions et collaborations toujours plus significatives et satisfaisantes arriveront. Parmi celles-ci, en 2004, l'élection à Fellow de la Royal Academy of Engineering et, en 2006, le titre de Distinguished Fellow de la BMVA (British Machine Vision Association) dont elle avait été présidente de 1999 à 2002. En 2005, elle ira diriger le Communications and Signal Processing Group au département de génie électrique de l'Imperial College de Londres et, en 2009, elle devient également directrice de l'Institut d'Informatique et de Télématique du Centre de recherche et développement de Hellas, à Thessalonique, en Grèce.

Elle avait été mariée à Phil L. Palmer, un collègue chercheur lors de son doctorat en astronomie, en 1986, avec qui elle avait eu le fils Kostas Petrou. Le mariage s'est ensuite soldé par un divorce. En sa qualité de femme et mère qui travaille, aux prises avec l'éternel problème de concilier temps à consacrer à la famille et au travail, elle mettra ses collègues au défi de créer un robot de repassage. Ce défi sera relevé avec un intérêt considérable, mettant en évidence les difficultés de résoudre une activité incroyablement complexe pour un robot, en raison des nombreux tissus et styles de vêtements et de linge. En raison de son impact positif possible sur la vie des familles partout dans le monde, elle obtiendra un financement pour le projet du Programme Systèmes cognitifs et robotique de la Commission européenne. Après sa mort, en 2012, pour honorer sa mémoire et sa célébrité dans le monde, on lui dédiera le très important Prix Maria Petrou, en tant que scientifique et ingénieure d'une capacité extraordinaire, notamment pour son rôle de pionnière pour les chercheures et modèle de grand succès. Le prix doit être décerné tous les deux ans à une scientifique/ingénieure vivante qui a apporté des contributions substantielles au domaine du Pattern Recognition. De cette prestigieuse reconnaissance internationale a été décernée entre autres en 2018 la professeure Rita Cucchiara, professeure d'informatique au Dief-Dipartimento di Ingegneria "Enzo Ferrari" d'Unimore (Université de Modena et Reggio Emilia), pour ses recherches dans le domaine de l'intelligence artificielle, pour ses contributions pionnières au tracking (poursuite spatio-temporelle des objets dans la vidéo) et à la réidentification. Entretemps, bien qu'à un coût encore peu accessible à la famille moyenne, sont arrivés sur le marché Effie, la machine qui repasse le linge en trois minutes, et Ugo, le robot de la maison qui fait la lessive, repasse et lave les sols. Merci Maria Petrou qui, en essayant à résoudre des problèmes très élevés dans le domaine scientifique et technique, tu n'as jamais oublié d’être une femme et une mère, comme nous toutes, avec le besoin de libérer notre temps pour des entreprises bien plus intéressantes que les tâches ménagères!

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

 

It is not easy to see who Maria Petrou was, what she thought and how she lived her humanity, by just looking at her brilliant career as a scientist, astronomer, mathematician, and engineer, at the forefront of research on artificial intelligence. We have to have the patience to look for her, peering into the reflected light, searching through her many writings, but it’s definitely worth the effort. Anyone expecting a serious and self-absorbed person, detached and completely immersed in studies and experiments, will be pleasantly surprised by her irony, her humor, her profound culture and, above all, her awareness of the serious frailty of the human species, beyond that of the single individual. When she concluded, after five years, her engagement with the editorial board of the IAPR Newsletter (International Association for Pattern Recognition), where she had also been president and treasurer of the TC7 Remote Sensing Technical Committee, she wrote:

«Over the years, I had a lot of fun writing to you and I made lots and lots of friends and few (very few I'd like to believe) enemies. Sometimes I’ve had feedback verbally or in writing and very often I was astonished by what people read in my writings: often the interpretation used was heavily model-based! I would like to take this opportunity as editor, to explain just a little of what I was writing about. I guess I cheated IAPR, since the message I was trying to pass over the years had nothing to do with Pattern Recognition or Image Processing; it was all about how seriously we take ourselves. We are 4-dimensional creations in spacetime. Early in my life I came face to face with death: this gave me a scale to measure our "size" in time. Then I studied Astronomy, and this gave me a scale of our span in space. We are, I am, so insignificant in spacetime! How can we take ourselves so seriously? Dear friends, I will miss communicating with you! Maria Petrou. P.S. The melodrama over, you can turn the page now to see the jokes! AN AESOP’S FABLE. Once upon a time, a mosquito sat on an ox’s horn. The ox totally ignored it. After some time, the mosquito could no longer take it: "Am I disturbing you?" it asked. And the ox replied: “I neither noticed when you came, not shall I notice when you go…»

Too early, in truth, in her case, because her death occurred at the age of only 59, from cancer, on October 15, 2012, lamented by her son Kostas, by friends and by the entire international scientific community. She was an undisputed authority on image processing, and the science of using computer programs to help, for example, identify incipient cancers or to produce evidence of environmental degradation. She had developed the "trace transformation" technique, used to encode essential information in an image, then the basis of facial recognition systems, and developed "segmentation" procedures that allow medical imaging to make indispensable diagnoses for timely and targeted care of patients, with similar value to allow military surveillance to distinguish between real dangers and harmless objects. In the sad circumstance of her passing, The Telegraph wrote:

«Prof. Maria Petrou, who died of cancer at the age of 59, was an expert in artificial intelligence and imaging, the art of designing robots to make sense of the enormous and ever-increasing quantities of visual data provided by modern technology. She also started a competition to design a robot that can iron. The machines, be they satellites in orbit around the Earth that transmit images of our planet, or medical scanners used for routine screenings such as mammograms, now generate huge amounts of material for analysis. But the volume of data to be processed far exceeds the human resources available to analyze it. Maria Petrou addressed this problem by developing automatic processes to evaluate large amounts of image data.»

The results of her research and her discoveries animated the lessons that were followed with interest by numerous students who, under her guidance, had faced their doctorates and elaborated their theses. And these results had constituted the base material of her many writings, still today known and studied all over the world. Among the best known are, from 1999, Image processing: dealing with texture by Maria Petrou and Pedro Garcia Sevilla, from 2008, Next generation artificial vision system: reverse engineering the human visual system (bioinformatic and biomedical imaging), and from 2010, Image processing: the fundamentals, by Maria and Kostas Petrou.

Born in Thessaloniki, Greece, in 1953, she immediately showed a great predisposition for scientific and mathematical subjects, succeeding from a very young age in guiding children only a little younger than her in the study of these disciplines. She enrolled at the "Aristotle" University of Thessaloniki, at the Faculty of Physics. This was a time when the Erasmus Program was still to come, and very few students in general, and especially rarely, girls, went to other countries to study. But, able to rely on the unconditional support of her parents - from whom she had learned the principles of personal dignity, courage and sacrifice in pursuit of her own personal and professional fulfillment – and thanks to a scholarship, she left for Great Britain, to attend the Faculty of Mathematics and Astronomy at Cambridge University. In 1988, after completing her studies brilliantly, she was appointed research assistant at the Department of Theoretical Physics at the University of Oxford. They were years of intense study, perpetual application, and discovery, through her personal experience, of what the academic world was, and how much more resistance women were required to overcome to proceed on their own path. In this regard, she was confronted with the bitter but realistic consideration of the glass ceiling that still oppresses women who want to make their way in any field. «It is the characteristic of glass that it is invisible. You don't know the glass ceiling is there until you hit it! Occasionally you can glimpse its existence from the blood and guts sprinkled on it, of the person who hit it before you.» In 1998, however, she obtained the first prestigious recognition of her hard work, with the appointment as Professor of Image Analysis at the Department of Electronics and Electrical Engineering of the University of Surrey, where she had started working ten years earlier, when the academic world began to be interested in the practical applications of computer vision and artificial intelligence. From that moment, thanks to her intuition and her tireless research, to her adaptability (which she defined as the art of survival), more and more meaningful and satisfying assignments and collaborations followed. Among these, in 2004, the election as Fellow of the Royal Academy of Engineering and, in 2006, the title of Distinguished Fellow of BMVA (British Machine Vision Association) of which she had been president from 1999 to 2002. In 2005 she went on to direct the Communications and Signal Processing Group at the Electrical Engineering Department of Imperial College London, and in 2009 she also became Director of the Institute of Informatics and Telematics at the Research and Development Center, Hellas, in Thessaloniki, Greece.

She had been married to Phil L. Palmer, a fellow researcher during her PhD in Astronomy in 1986, with whom she had had their son Kostas Petrou. The marriage ended in divorce. In her capacity as a woman and a working mother, grappling with the eternal problem of balancing the time to devote to both family and work, she challenged her colleagues to create an ironing robot. This challenge was met with considerable interest, highlighting the difficulties of solving an incredibly complex activity for a robot, due to the numerous fabrics, folds, and styles of clothing and linen. She obtained, for her possible positive impact on the life of families everywhere, project funding from the European Commission's Cognitive Systems and Robotics Program. After her death in 2012, to honor her memory and recognition in the world, the very important Maria Petrou Prize was named for her, as a scientist and engineer of extraordinary ability, in particular for her role as a pioneer for female researchers, and as a model of great success. The award is given every two years to a living female scientist or engineer who has made substantial contributions to the field of Pattern Recognition. This prestigious international recognition was awarded in 2018 to Professor Rita Cucchiara, Professor of Computer Science at the DIEF-Department of Engineering "Enzo Ferrari" of Unimore (University of Modena and Reggio Emilia), for her research in the field of artificial intelligence, and for her pioneering contributions to tracking (space-time tracking of objects in video) and recognition. Since Maria’s death, although at a cost still not very accessible to the average family, Effie, the machine that irones laundry in three minutes, and Ugo, a robot for the home that does laundry, ironing and washes the floors, have arrived on the market. Thank you, Maria Petrou! While trying your hand at solving very complex problems in the scientific and engineering fields, you never forgot that you are a woman and a mother, like all of us, with the need to free up our time for much more interesting undertakings than household chores!

 

Traduzione spagnola
Aria Arianna Calabretta

No es fácil ver quién era Maria Petrou, qué pensaba y cómo vivía su humanidad, a través de su brillante currículum como científica, astrónoma, matemática, ingeniera, de vanguardia en la investigación de las inteligencias artificiales . Hay que tener la paciencia de buscarla, escrutando a contraluz, entre sus numerosísimos escritos, pero, después, habrá merecido realmente la pena. Quien se esperaba una persona seria y segura de sí misma, distante y totalmente inmersa en los estudios y en las experimentaciones, estará agradablemente sorprendida/o por su ironía, su humor, su profunda cultura y, sobre todo, por su clara conciencia de la extrema fragilidad humana, como especie, incluso antes que como individuo. Cuando terminó, después de cinco años, su compromiso con el editorial del boletín de noticias Iapr (International Association for Pattem Recognition), de cuyo Consejo Técnico TC7 Remote Sensing fue también presidenta y tesorera, escribió:

«… A lo largo de los años, he disfrutado mucho escribiéndote y me he hecho un montón de amigos y pocos (muy pocos, me gustaría creer) enemigos. De vez en cuando he recibido feedback verbalmente o por escrito y, a menudo me quedaba asombrada por lo que la gente leía en mis textos: ¡muchas veces la interpretación dada era marcadamente 'de patrones! Me gustaría aprovechar esta oportunidad como editora , solo para explicar lo que estaba escribiendo. Creo que engañé a IAPR, porque el mensaje que estaba intentando transmitir durante los años no tenía nada que ver con el reconocimiento de patrones o la elaboración de las imágenes; se trataba de cuánto nos tomamos en serio. Somos creaciones cuatridimensionales en el espacio-tiempo. Al principio de mi vida me encontré cara a cara con la muerte: esto me dio una escala para medir nuestra “dimensión” en el tiempo.Luego estudié Astronomía, y eso me dio una escala de nuestra amplitud en el espacio. ¡Somos, yo soy, tan insignificantes en el espacio-tiempo!¿Cómo podemos tomarnos tan en serio? ¡Queridos amigos, voy a echar de menos comunicarme con vosotros! Maria Petrou. P.D. ¡El melodrama ha terminado, ahora puedes pasar la página para ver el diálogo! UNA FÁBULA DE ESOPO. Hace mucho tiempo, un mosquito se posó encima del cuerno de un toro, que no le hizo ningún caso. Poco después, el mosquito le dijo: “¡Te estoy molestando!” pero el toro respondió: “No me di cuenta cuando llegaste, ni me voy a dar cuenta cuando te vayas…”»

En realidad, demasiado pronto en su caso, porque la muerte sobrevino a solo 59 años, a causa del cáncer, el 15 de octubre 2012 siendo llorada por su hijo Kostas, sus amigos y amigas y toda la comunidad científica internacional. En efecto, era una indiscutible autoridad en la elaboración de imágenes, en la ciencia que utiliza los programas informáticos para ayudar, por ejemplo, a localizar tumores incipientes o producir pruebas del degrado ambiental.Había elaborado la técnica de la “transformación del trazo”, utilizada para codificar las informaciones esenciales de una imagen que luego fue integrada en la base de los sistemas de reconocimiento facial, y había desarrollado procesos de “segmentación” que permiten al imaging médico hacer diagnósticos indispensables para el tratamiento inmediato y dirigido de los pacientes, y a la vigilancia militar distinguir los peligros reales de los objetos inocuos. Dada la triste circunstancia de su fallecimiento, The Telegraph escribió:

«La Profesora Maria Petrou, fallecida de cáncer a los 59 años, era una experta en inteligencia artificial e imaging, el arte de diseñar robots para dar sentido a las enormes y cada vez mayores cantidades de datos visuales que proporciona la tecnología moderna. También dio lugar a un concurso para diseñar un robot capaz de planchar. Las máquinas, ya sean satélites en órbita alrededor de la Tierra que transmiten imágenes de nuestro planeta o sean escáneres médicos empleados para los screening de rutina como las mamografías, hoy generan enormes cantidades de material para su análisis. Sin embargo, el volumen de los datos que elaboran supera con creces los recursos humanos disponibles para analizarlos. Maria Petrou hizo frente a este problema desarrollando procesos automáticos para evaluar las grandes cantidades de datos de imágenes».

Los resultados de sus investigaciones y de sus descubrimientos animaban sus clases, que numerosos/as estudiantes seguían con interés los cuales, bajo su dirección, afrontaron sus estudios de doctorado y elaboraron sus tesis, constituyendo el material de muchos escritos suyos, aún hoy conocidos y estudiados en todo el mundo. Entre los más famosos encontramos: del 1999, Image processing: dealing with texture by Maria Petrou, de Maria Petrou y Pedro García Sevilla; del 2008, Next generation artificial vision system: reverse engineering the human visual system (bioinformatic e biomedical imaging); del 2010, Image processing: the fundamentals, de Maria y Kostas Petrou.

Nacida en Salónica (Grecia), en 1953, se notó muy pronto una gran predisposición hacia las asignaturas científicas y matemáticas, pudiendo ya orientar desde muy joven, en el estudio de estas disciplinas, a chicos y chicas apenas menores que ella.Se matriculó en la Universidad “Aristóteles” de Salónica, en la Facultad de Física. Posteriormente, en una época donde el intercambio Erasmus aún quedaba lejos, y donde eran muy pocos los estudiantes y poquísimas las chicas que viajaban a otros países para estudiar, contando con la incondicionada aprobación de sus padres –de quienes había aprendido los principios de la dignidad personal, el valor y el sacrificio con vistas a la propia realización, personal y profesional–, gracias a una beca se fue a Gran Bretaña, para estudiar en la facultad de Matemática y Astronomía en la Universidad de Cambridge.Terminados brillantemente los estudios, en 1988 obtuvo el trabajo como Ayudante de investigación en el Departamento de Física teórica en la Universidad de Oxford. Fueron años de estudio intenso, de implicación perpetua y de descubrimiento, de primera mano, de lo que era el mundo académico y de cuánto más se exigía a las mujeres, siempre, para ganar las resistencias y seguir su propio camino. Con respecto a eso, de hecho, se le atribuye la amarga perorealista consideración sobre el techo de cristal que todavía oprime a las mujeres que quieren abrirse paso en cualquier campo: «La característica del cristal es ser invisible. ¡No sabes que el techo de cristal está ahí hasta que lo golpeas! Ocasionalmente puedes entrever su presencia por la sangre y por las vísceras salpicadas en él, de la persona que lo golpeó antes que tú». En 1998, de todos modos, obtuvo el primer prestigioso reconocimiento por su duro trabajo, con el nombramiento a profesora de Image análisis en el Departamento de Electrónica y electrotécnica de la Universidad de Surrey, donde había empezado a trabajar diez años antes, cuando el mundo académico había empezado a interesarse por las aplicaciones prácticas de la visión artificial y de la inteligencia artificial. Desde ese momento, gracias a su intuición y a sus investigaciones incesantes, y a su adaptabilidad (que ella define ‘arte de la supervivencia’), llegarán trabajos y colaboraciones cada vez más significativos y satisfactorios. Entre estas, en 2004, la elección a Fellow de la Royal Academy of Engineering y, en 2006, el título de Distinguished Fellow de Bmva (British Machine Vision Association) del que había sido presidente del 1999 al 2002. En 2005 dirigirá el Communications and Signal Processing Group en el Departamento de Ingeniería eléctrica del Imperial College de Londres y también, en 2009 se convertirá en directora del Instituto de Informática y Telemática del Centro de Investigación y Desarrollo, Hellas, en Salónica, (Grecia).

Estuvo casada con Phil L. Palmer, un compañero de investigación durante el doctorado en Astronomía, en 1986, con quien tuvo su hijo Kostas Petrou. Más tarde, el matrimonio acabará en divorcio. En calidad de madre trabajadora, luchando contra el perenne problema de conciliar el tiempo a la familia y al trabajo, desafió a sus colegas para que diseñaran un robot que planchara. Este reto suscita´o un gran interés, ya que puso de manifiesto las dificultades que entraña la resolución de una labor increíblemente compleja para un robot, debido a los numerosos tejidos y tipos de ropa y lencería. Obtuvo, por su posible impacto positivo en la vida de las familias de todo el mundo, la financiación del proyecto por parte del Programa de los Sistemas Cognitivos y Robótica de la Comisión Europea. Tras su fallecimiento, en 2012, para honrar su memoria y su fama mundial, le fue dedicado el importantísimo Premio Maria Petrou, como científica e ingeniera de extraordinarias capacidades, especialmente por su papel como pionera para las investigadoras y modelo de gran éxito. El premio se otorga cada dos años a una científica/ingeniera viva que haya llevado a cabo notables aportaciones en el ámbito de la Pattern Recognition. Este prestigioso reconocimiento internacional fue concedido a Rita Cucchiara, entre otras, en 2018 por su cátedra de Informática en el Dief-Departamento de Ingeniería “Enzo Ferrari” de Unimore (Universidad de Modena y Reggio Emilia), por sus investigaciones en el ámbito de la inteligencia artificial y por sus aportaciones innovadoras en el tracking (búsqueda espacio-temporal de objetos en vídeo) y en la reidentificación. Entre tanto, si bien todavía los costes son poco accesibles para una familia media, llegaron al mercado Effie, la máquina que plancha ropa en tres minutos, y Ugo, el robot doméstico que hace la colada, plancha y friega el suelo. Muchas gracias, Maria Petrou, que, al involucrarte con la solución de los considerables problemas que se encuentran en el ámbito científico y de la ingeniería, nunca has olvidado que eras una mujer y una madre, como nosotras, con la necesidad de liberar nuestro tiempo para actividades mucho más interesantes que las tareas domésticas.

Eugenija Šimkūnaitė
Giovanni Trinco



Alessia Tzimas

 

Leggendo la biografia di Eugenija Šimkūnaitė, si può quasi affermare che fosse una vera e propria predestinata. Nacque l’11 marzo 1920 a Novorossijsk (Russia) da una famiglia particolarmente colta – il padre era farmacista e la madre infermiera – che la sostenne sempre nelle sue ambizioni di studio. Pochi anni più tardi, nel 1922, i genitori decisero di tornare in Lituania con altri rifugiati e di stabilirsi definitivamente a Tauragnai (distretto di Utena), dove il padre aprì una farmacia e acquistò diversi ettari di terra. Fu, quindi, l’assistenza all’attività di famiglia che permise a Eugenija di venire a conoscenza del mondo delle erbe medicinali già in tenera età. Inoltre, proprio la località di Tauragnai rappresentò per la giovane un vero e proprio bagaglio culturale e ambientale fondamentale, che influenzò inevitabilmente le sue scelte di vita, le sue ricerche e la sua carriera accademica. Per avere un’idea del patrimonio culturale del luogo, basti pensare che lo stesso nome del lago Tauragnas, su cui si specchia il paese di Tauragnai, sembra derivare da una storia folcloristica che ha visto coinvolti il leggendario duca Rigimandas e dei tori che vivevano nelle foreste attorno al lago. Narra la leggenda che una notte sulle rive del lago apparvero due tori al duca, i quali gli rivelarono il posto migliore dove poter costruire il suo castello: la collina dove risiede l’attuale Taurapilis. In segno di riconoscimento verso quei tori, il lago venne chiamato Tauragnas. Dal punto di vista ambientale, invece, il lago fa parte del Parco nazionale dell’Aukštaitija, il più antico della Lituania. Ricoperto da laghi (molti dei quali collegati fra loro da piccoli corsi d’acqua) e posto a un’altitudine di livello basso-collinare, il parco è una zona rigogliosissima di vegetazione. Infatti, la stragrande maggioranza della sua superficie è coperta da foreste, composte al loro interno persino da esemplari ultracentenari. Oltre a questo, però, il Parco nazionale dell’Aukštaitija si caratterizza anche per la sua enorme e allo stesso tempo fragile biodiversità sia di flora che di fauna, con diverse specie animali e vegetali inserite nel libro rosso della Lituania. Per chi si occupa di conservazione della biodiversità, creare un libro rosso è uno degli obiettivi più importanti, poiché aiuta a definire le priorità, a individuare i fattori di rischio e a trovare la formula per salvare le popolazioni animali e vegetali attraverso la raccolta, la classificazione e l’analisi di dati e informazioni attuali e, soprattutto, affidabili.

 

Tornando a Eugenija Šimkūnaitė, a Tauragnai trascorse gli anni della sua gioventù tra un’istruzione formale e una educazione “informale” conferitale dalle sue vecchie zie e da altri anziani del luogo, i quali non solo la formarono al riconoscimento delle erbe e alla loro preparazione, ma le tramandarono anche un ammontare non indifferente di canzoni, leggende e tradizioni. Grazie a tutta questa ricchezza naturale e folcloristica ricevuta sin da bambina, non stupisce, quindi, il fatto che la più grande passione di Eugenija fossero le erbe, specialmente se legate alla cultura e al folclore locali. Era infatti convinta che tutte quelle canzoni, storie e pratiche medicinali rappresentassero la saggezza degli antenati e in quanto tale non dovesse andare sprecata. Tuttavia, tutto questo suo interesse e smania di conoscenza non era mai fine a sé stessa. Al contrario, nel corso della sua vita Eugenija Šimkūnaitė fu ben disposta a condividere quel che aveva imparato con il pubblico lituano (in particolare con i/le giovani), presenziando in decine di conferenze affollate e comparendo in numerose interviste radiofoniche e televisive; senza contare la vastissima produzione di articoli. Addirittura, viene riportato che aiutasse più che volentieri coloro che bussavano alla sua porta per consigli, prescrizioni o rimedi senza chiedere denaro in cambio. Non stupisce, pertanto, il fatto che fosse (e sia ancora) così amata e rispettata dal popolo lituano. Seguendo la sua vocazione, dopo aver ottenuto il diploma prima alla Scuola elementare di Tauragnai e poi all’Utena Gymnasium, nel 1937 Eugenija si iscrisse e iniziò a studiare farmacia all’Università Vytautas Magnus della città di Kaunas. All’epoca l’Università Vytautas Magnus era considerata l’apice dell’istruzione lituana e doveva il suo nome al Gran Duca Vytautas Magnus, storico governante del Granducato di Lituania ed eroe nazionale (l’Università venne nominata così in suo onore in occasione del 500º anniversario della sua morte). In questo senso, percorrendo la carriera accademica di Eugenija Šimkūnaitė, è utile ricordare che purtroppo il governo sovietico chiuse tale università nel 1950, sebbene alcune delle sue facoltà siano state poi riutilizzate come “fondamenta” per altre scuole di istruzione superiore. Nonostante ciò, lo spirito e la tradizione accademica dell’Università Vytautas Magnus riuscirono incredibilmente a sopravvivere fino al 1989, anno in cui la stessa venne ristabilita. Eugenija si laureò nel 1943, lavorando nel frattempo come assistente di diversi personaggi illustri al Giardino farmacognostico dell’Università di Vilnius. Nel mentre, la Seconda guerra mondiale le portò via la farmacia di famiglia (bruciata) e l’amato padre (ucciso). La madre riuscì a sopravvivere, seppur in pessime condizioni di salute; questo fatto, unito alla conseguente situazione di povertà incombente, la costrinse a lasciare l’accademia e a iniziare a lavorare come capo della farmacia del Primo ospedale sovietico di Vilnius.

 

La passione per lo studio e la ricerca era però troppa, così decise di tornare all’università solo per scoprire che la guerra si era portata via anche il Giardino farmacognostico. Dopo questa bruciante delusione, inizio a lavorare nel Consiglio farmaceutico della Divisione commercio presso il Ministero della salute. Non dovette aspettare molto per ricominciare a inseguire i suoi sogni e la sua vocazione, ultima eredità del defunto padre. Dopo una breve parentesi come ricercatore junior presso il Giardino botanico di Kaunas tra il 1949 e il 1950, ritornò a Vilnius per continuare il suo lavoro di ricerca all’Istituto di biologia dell'Accademia delle scienze, dove poi discusse la sua prima tesi di dottorato nel 1952. Dopo un’altra breve parentesi durata due anni (tra il 1955 e il 1957 in Kazakistan), tornò in Lituania dove trovò impiego nel Consiglio di farmacia, ove successivamente diresse uno specifico dipartimento erboristico. Nel 1971 sostenne una nuova tesi di dottorato all’Università di Vilnius. Per tutto il resto della sua vita continuò a dedicarsi allo studio delle piante medicinali, alla medicina popolare e alle tradizioni locali, interessandosi a un certo punto anche all’archeobotanica. Il suo impegno e talento le valsero diversi riconoscimenti e onorificenze di prestigio nazionale. Prima della morte, avvenuta in maniera improvvisa nel 1996, tra il 1971 e il 1994 scrisse diversi libri: Herbs; Forest trees, green greens; The kingdom of snakes; e What a witch just knows, or life without pills. Attualmente è sepolta a Tauragnai vicino ai suoi genitori, in quella località dove tutto ebbe inizio e a cui lei deve tutto. Il suo modo di fare e di essere nel corso della sua vita ha ispirato lituani e lituane, giovani e non; tanto che, circa un anno dopo la sua morte, nel 1997 venne fondata la Fondazione di beneficenza e sostegno Eugenija Šimkūnaitė, tra i cui obiettivi principali vi sono, ad esempio: la promozione delle letture scientifiche e degli eventi culturali dedicati a Eugenija Šimkūnaitė; il supporto degli studenti delle facoltà di farmacia e scienze; la divulgazione dell’erboristeria lituana sia dentro che fuori lo Stato della Lituania. Infine, dal 1998 a oggi la Scuola media di Tauragnai porta il suo nome, quasi come se lei stessa fosse diventata come una di quelle leggende che tanto amava quand’era ancora in vita.

 

Traduzione francese
Piera Negri

 

En lisant la biographie d'Eugenija Šimkūnaitė, on peut presque dire qu'elle était vraiment prédestinée. Elle est née le 11 mars 1920 à Novorossiysk (Russie) dans une famille particulièrement cultivée - le père était pharmacien et la mère infirmière - qui l'a toujours soutenue dans ses ambitions d'études. Quelques années plus tard, en 1922, les parents décident de retourner en Lituanie avec d'autres réfugiés et de s'installer définitivement à Tauragnai (district d'Utena), où le père ouvre une pharmacie et achète plusieurs hectares de terrain. C'est donc l'aide à l'entreprise familiale qui a permis à Eugenija de découvrir le monde des herbes médicinales dès son plus jeune âge. De plus, la localité de Tauagnai a représenté pour la jeune femme un véritable bagage culturel et environnemental fondamental, qui a inévitablement influencé ses choix de vie, ses recherches et son parcours universitaire. Pour se faire une idée du patrimoine culturel du lieu, il suffit de penser que le nom même du lac Tauragnas, sur lequel se reflète la ville de Tauragnai, semble dériver d'une histoire folklorique impliquant le légendaire duc Rigimandas et les taureaux qui vivaient dans les forêts autour du lac. La légende raconte qu'une nuit sur les rives du lac, deux taureaux apparurent au duc, qui lui ont révélé le meilleur endroit pour construire son château : la colline où réside l'actuel Taurapilis. En reconnaissance de ces taureaux, le lac s'appela Tauragnas. D'un point de vue environnemental, cependant, le lac fait partie du parc national d'Aukštaitija, le plus ancien de Lituanie. Couvert de lacs (dont beaucoup sont reliés entre eux par de petits ruisseaux) et situé à un niveau bas-vallonné, le parc est une zone de végétation très luxuriante. En effet, la grande majorité de sa surface est couverte de forêts, même à l'intérieur de celles-ci composées de spécimens plus que centenaires. En plus de cela, cependant, le parc national d'Aukštaitija se caractérise également par son énorme et fragile biodiversité à la fois de la flore et de la faune, avec diverses espèces animales et végétales insérées dans le livre rouge de la Lituanie. Pour les acteurs de la conservation de la biodiversité, la création d'un livre rouge est l'un des objectifs les plus importants, car il permet de définir les priorités, d'identifier les facteurs de risque et de trouver la formule pour sauver les populations animales et végétales à travers la collecte, la classification et l'analyse des données actuelles et, avant tout, des données et des informations fiables.

 

De retour à Eugenija Šimkūnaitė, à Tauagnai elle passa les années de sa jeunesse entre une éducation formelle et une éducation « informelle » qui lui furent conférées par ses vieilles tantes et autres anciens locaux, qui non seulement la formèrent à la reconnaissance des herbes et à leur préparation, mais ils ont également transmis une quantité considérable de chansons, de légendes et de traditions. Grâce à toute cette richesse naturelle et folklorique reçue depuis son enfance, il n'est donc pas surprenant que la plus grande passion d'Eugénija soient les herbes, surtout si elles sont liées à la culture et au folklore locale. Elle était en fait convaincue que toutes ces chansons, histoires et pratiques médicinales représentaient la sagesse des ancêtres et donc qu’elle ne devait pas être gaspillée. Cependant, tout cet intérêt et ce désir de connaissance n'a jamais été une fin en soi. Au contraire, tout au long de sa vie, Eugenija Šimkūnaitė a été disposée à partager ce qu'elle avait appris avec le public lituanien (en particulier avec les jeunes), en assistant à des dizaines de conférences bondées et en apparaissant dans de nombreuses interviews à la radio et à la télévision ; sans considérer l'énorme production d'articles. En effet, c’est dit qu'elle a plus que volontairement aidé ceux qui frappaient à sa porte pour obtenir des conseils, des prescriptions ou des remèdes sans demander d'argent en retour. Il n'est donc pas surprenant qu'elle ait été (et soit toujours) si aimée et respectée par le peuple lituanien. Suivant sa vocation, après avoir obtenu son diplôme d'abord à l'école primaire Tauragnai puis au gymnase d'Utena, Eugenija s'inscrit en 1937 et commence ses études de pharmacie à l'Université Vytautas Magnus de la ville de Kaunas. À l'époque, l'Université Vytautas Magnus était considérée comme le summum de l'éducation lituanienne et devait son nom au Grand-Duc Vytautas Magnus, souverain historique du Grand-Duché de Lituanie et héros national (l'Université a été nommée en son honneur à l'occasion du 500° anniversaire de sa mort). Dans ce sens, suivant la carrière universitaire d'Eugenija Šimkūnaitė, il est utile de rappeler que malheureusement le gouvernement soviétique a fermé cette université en 1950, bien que certaines de ses facultés aient ensuite été réutilisées comme « fondations » pour d'autres écoles d'enseignement supérieur. Malgré cela, l'esprit et la tradition académique de l'Université Vytautas Magnus ont incroyablement réussi à survivre jusqu'en 1989, date à laquelle elle a été rétablie. Eugenija a obtenu son diplôme en 1943, travaillant entretemps comme assistante de plusieurs personnalités illustres au Jardin pharmacognostique de l'Université de Vilnius.

 

 

Pendant ce temps, la Seconde Guerre mondiale a emporté sa pharmacie familiale (brûlée) et son père bien-aimé (tué). La mère a réussi à survivre, bien qu'en mauvaise santé ; ce fait, combiné à la situation de pauvreté imminente qui en résultait, la força à quitter l'académie et à commencer à travailler comme chef de la pharmacie du premier hôpital soviétique de Vilnius. Cependant, la passion pour l'étude et la recherche était trop forte, elle décide alors de retourner à l'université pour découvrir que la guerre avait également emporté le Jardin pharmacognostique. Après cette déception brûlante, elle a commencé à travailler au Conseil pharmaceutique de la Division du commerce au Ministère de la Santé. Elle n'a pas dû attendre longtemps pour recommencer à poursuivre ses rêves et sa vocation, le dernier héritage de son père. Après un bref passage en tant que chercheur junior au Jardin botanique de Kaunas entre 1949 et 1950, elle revient à Vilnius pour poursuivre ses travaux de recherche à l'Institut de biologie de l'Académie des sciences, où elle discute plus tard sa première thèse de doctorat en 1952. Après un autre bref intermède de deux ans (entre 1955 et 1957 au Kazakhstan), elle revient en Lituanie où elle a trouvé un emploi au Conseil de la pharmacie, où ensuite elle dirigera un département spécifique à base de plantes. En 1971, elle soutient une nouvelle thèse de doctorat à l'Université de Vilnius. Pour le reste de sa vie, elle a continué à se consacrer à l'étude des plantes médicinales, de la médecine populaire et des traditions locales, s'intéressant également à un moment donné à l'archéobotanique. Son engagement et son talent lui ont valu plusieurs prix et distinctions de prestige national. Avant sa mort, survenue soudainement en 1996, entre 1971 et 1994, elle a écrit plusieurs livres : Herbs; Forest trees, green greens; The kingdom of snakes; et What a witch just knows, or life without pills Elle est actuellement enterrée à Tauagnai près de ses parents, là où tout a commencé et auquel elle doit tout. Sa façon de faire et d'être tout au long de sa vie a inspiré des Lituaniens et des Lituaniens, jeunes et moins jeunes ; à tel point que, environ un an après sa mort, la Fondation caritative et de soutien Eugenija Šimkūnaitė, fondée en 1997, dont les principaux objectifs sont, par exemple : la promotion de lectures scientifiques et d'événements culturels dédiés à Eugenija Šimkūnaitė ; le soutien des étudiants des facultés de pharmacie et des sciences ; la diffusion de la phytothérapie lituanienne à l'intérieur et à l'extérieur de l'État de Lituanie. Enfin, de 1998 à aujourd'hui, le Collège Tauragnai porte son nom, presque comme si elle-même était devenue comme une de ces légendes qu'elle avait bien aimé au cours de sa vie.

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

 

Reading the biography of Eugenija Šimkūnaitė, one can almost say that she was a genuinely predestined person. She was born on March 11, 1920 in Novorossiysk (Russia) to a particularly cultured family - her father was a pharmacist and her mother a nurse. A few years later, in 1922, her parents decided to return to Lithuania with other refugees and to settle permanently in Tauragnai (Utena district), where her father opened a pharmacy and bought several hectares of land. It was, therefore, the assistance she gave to her family’s business that allowed Eugenija to learn about the world of medicinal herbs from an early age. Her parents also always supported her in her ambitions to learn. Furthermore, the locality of Tauragnai represented for the young woman a deep and fundamental cultural and environmental background, which inevitably influenced her life choices, her research and her academic career. To get an idea of the cultural heritage of the place, it’s enough to think that the very name of the Lake Tauragnas, on which the village of Tauragnai is mirrored, seems to derive from a folkloric story that involved the legendary Duke Rigimandas and some bulls that lived in the forests around the lake. According to the legend, one night two bulls appeared before the duke on the shores of the lake. They revealed to him the best place where he could build his castle - the hill where the present Taurapilis is found. As a sign of recognition to those bulls, the lake was called Tauragnas. From the environmental point of view, the lake is part of the Aukštaitija National Park, the oldest in Lithuania. With many lakes (often connected to each other by small watercourses) and located among low altitude hills, the park is an area of lush vegetation. The vast majority of its surface is covered by forests, including, in their interior, even specimens of over 100 years old. In addition to this, the Aukštaitija National Park is also characterized by its enormous and at the same time fragile biodiversity of both flora and fauna, with several animal and plant species included in the “red book” of Lithuania. For those involved in biodiversity conservation, creating a “red book” is one of the most important goals, as it helps to set priorities, identify risk factors and works to find a formula with which to save animal and plant populations through collection, classification and analysis of current and, most importantly, reliable data and information.

 

Returning to Eugenija Šimkūnaitė, she spent the years of her youth in Tauragnai between a formal education and an "informal" education given to her by her old aunts and other local elders, who not only trained her in the recognition of herbs and their preparation, but also handed down to her many songs, legends and traditions. Given all this natural and folkloric richness she received during her childhood and youth, it’s not surprising that Eugenija's greatest passion was herbs, especially those related to local culture and folklore. She was in fact convinced that all those songs, stories and medicinal practices represented the wisdom of their ancestors and as such should not be wasted. However, her strong interest in and eagerness for knowledge was never an end in itself. On the contrary, throughout her life Eugenija Šimkūnaitė was willing to share what she had learned with the Lithuanian public (especially with young people), attending dozens of crowded conferences and appearing in numerous radio and television interviews, not to mention her vast production of writings. She was reported to be more than willing to help those who knocked on her door for advice, prescriptions or remedies, without asking for money in return. It is not surprising, therefore, that she was (and still is) so loved and respected by the Lithuanian people. Following her passion, after graduating from Tauragnai Elementary School and then from Utena Gymnasium in 1937, Eugenija enrolled at Vytautas Magnus University in the city of Kaunas and began studying pharmacy. At that time Vytautas Magnus University was considered the pinnacle of Lithuanian education and was named after Grand Duke Vytautas Magnus, the historical ruler of the Grand Duchy of Lithuania and a national hero (the University was named in his honor on the occasion of the 500th anniversary of his death). Going through the academic career of Eugenija Šimkūnaitė, it is useful to remember that unfortunately the Soviet government closed this university in 1950, although some of its faculties were then reused as "foundations" for other schools of higher education. Nevertheless, the spirit and academic tradition of Vytautas Magnus University incredibly managed to survive until 1989, when it was re-established. Eugenija graduated in 1943, working in the meantime as an assistant to several famous people at the Pharmacognostic Garden of Vilnius University. In the meantime, the family pharmacy was destroyed during the Second World War (burned down) and her beloved father was killed. Her mother managed to survive, although in very poor health. This fact, combined with the consequent situation of impending poverty, forced her to leave the academy and to start working as head of the pharmacy of the First Soviet Hospital in Vilnius.

 

 

However, her passion for study and research was such that she decided to return to the university, only to discover the Pharmacognostic Garden had not survived the war. After this burning disappointment, she began working in the Pharmaceutical Council of the Trade Division at the Ministry of Health. She didn't have to wait long to start pursuing her dreams and vocation again, the last legacy of her late father. After a brief interlude as a junior researcher at the Botanical Garden of Kaunas between 1949 and 1950, she returned to Vilnius to continue her research work at the Institute of Biology of the Academy of Sciences, where she defended her first doctoral thesis in 1952. After another brief interlude lasting two years (between 1955 and 1957) in Kazakhstan, she returned to Lithuania where she found employment with the Council of Pharmacy, where she later directed a department specific devoted to herbalist remedies. In 1971 she defended a new doctoral thesis at Vilnius University. For the rest of her life she continued to devote herself to the study of medicinal plants, folk medicine and local traditions, at a certain point also becoming interested in archeobotany. Her commitment and talent earned her several awards and honors of national prestige. Between 1971 and 1994 she wrote several books: Herbs, Forest Trees, Green Greens, The Kingdom of Snakes, and What a Witch Just Knows, or life without pills. Her death occurred suddenly and unexpectedly in 1996. She is buried in Tauragnai near her parents, in the place where everything began for her, and to which she owed everything. Her way of acting, and being, during her life inspired Lithuanians, young and otherwise - so much so that, in 1997, about a year after her death, the Eugenija Šimkūnaitė Charity and Support Foundation was founded. Its main objectives are, for example, the promotion of scientific readings and cultural events dedicated to Eugenija Šimkūnaitė, the support of students at the Faculty of Pharmacy and Science, and the dissemination of Lithuanian herbalism both inside and outside of Lithuania. Finally, from 1998 to the present day, the Tauragnai Middle School bears her name, almost as though she herself had become one of those legends she loved so much when she was still alive.

 

Traduzione spagnola
Aria Arianna Calabretta

 

Leyendo la biografía de Eugenija Šimkūnaitė, casi se podría afirmar que fue una auténtica predestinada. Nació el 11 marzo de 1920 en Novorossijsk (Rusia) en el seno de una familia especialmente culta –el padre era farmacéutico y la madre era enfermera– que siempre la apoyó en sus ambiciones de estudio. Unos años más tarde, en 1922, sus padres decidieron volver a Lituania junto a otros refugiados y establecerse definitivamente en Tauragnai (distrito de Utena), donde el padre abrió una farmacia y compró unas hectáreas de tierra. Por tanto, la ayuda en el negocio familiar permitió que Eugenija ya en tierna edad se acercara al mundo de las hierbas medicinales. Además, justo la localidad de Tauragnai representó para ella un bagaje cultural y medioambiental muy importante, que inevitablemente influyó en su estilo de vida, sus investigaciones y su carrera académica. Para hacerse una idea del patrimonio cultural del sitio, es suficiente pensar que al parecer el mismo nombre del lago Tauragnas, sobre el que se refleja el pueblo de Tauragnai, deriva de una historia folclórica que involucra al legendario duque Rigimandas y a unos toros que vivían en los bosques alrededor del lago. La leyenda cuenta que una noche, a orillas del lago, al duque le aparecieron dos toros, que le revelaron el mejor lugar donde construir su castillo: la colina donde se encuentra la actual Taurapilis. En señal de reconocimiento a aquellos toros, el lago fue llamado Tauragnas. En cambio, desde de un punto de vista ambiental, el lago pertenece al Parque Nacional de Aukštaitija, el más antiguo de Lituania. Recubierto de lagos (muchos de los cuales están conectados por pequeños arroyos) y situado en una altitud de bajo nivel montañoso, el parque es una zona de vegetación exuberante . Efectivamente, la gran mayoría de su superficie está cubierta por bosques, en cuyo interior se encuentran incluso ejemplares ultracentenarios. Sin embargo, más allá de este aspecto, el Parque Nacional del Aukštaitija también está caracterizado por su enorme a la vez que frágil biodiversidad tanto de flora como de fauna, con varias especies animales y vegetales recogidas en el libro rojo de Lituania. Para quienes se ocupan de la conservación de la biodiversidad, crear un libro rojo es uno de los objetivos más importantes, porque permite definir las prioridades, individuar los factores de riesgo y encontrar la fórmula para salvar las poblaciones de animales y vegetales mediante la recopilación, la clasificación y el análisis de datos e informaciones recientes y, sobre todo, fiables.

 

Regresando a Eugenija Šimkūnaitė, en Tauragnai pasó los años de su juventud entre una educación formal y una “informal”, dada por sus ancianas tías y otros ancianos del lugar, quienes no solo la formaron en el reconocimiento de las hierbas y su preparación, sino que también le transmitieron una gran cantidad de canciones, leyendas y tradiciones. Gracias a toda esta herencia natural y folclórica que recibió de pequeña, no sorprende, por tanto, que la mayor pasión de Eugenija fueran las hierbas, sobre todo aquellas relacionadas con la cultura y el folclore locales. De hecho, estaba convencida de que todas aquellas canciones, cuentos y prácticas medicinales representaban la sabiduría de los ancestros y, como tal, no tenía que desaprovecharse. Sin embargo, todo su interés y afán de conocimiento nunca fue un fin en sí mismo. Al revés, a lo largo de su vida Eugenija Šimkūnaitė estuvo bien dispuesta a compartir lo que aprendió con el público lituano (especialmente con la juventud), participando a decenas de conferencias atestadas y apareciendo en numerosas entrevistas radiofónicas y televisivas; sin contar la vastísima producción de artículos. Incluso se dice que ayudaba con gusto a la gente llamaba a su puerta para pedir consejos, recetas o remedios sin pretender dinero a cambio. Por tanto, no es de extrañar que fuera (y siga siendo) tan querida y respetada por el pueblo lituano. Siguiendo su vocación, después de obtener el diploma primero en la escuela primaria de Tauragnai y luego en el Utena Gymnasium, en 1937 Eugenija se dio matriculó y empezó a estudiar farmacia en la Universidad Vytautas Magnus de la ciudad de Kaumas. En esa época la Universidad Vytautas Magnus era considerada la cumbre de la educación lituana y llevaba el nombre del Gran Duque Vytautas Magnuns, histórico gobernador del Gran Ducado de Lituania y héroe nacional (la Universidad fue llamada así en su honor en ocasión del 500 aniversario de su muerte). En este sentido, al recorrer la carrera académica de Eugenija Šimkūnaitė, es útil recordar que, lamentablemente, el gobierno soviético cerró esta universidad en 1950, si bien algunas de sus facultades fueron reutilizadas como “cimientos” para otras escuelas de enseñanza superior. A pesar de ello, el ánimo y la tradición académica de la Universidad Vytautas Magnus pudieron sobrevivir increíblemente hasta el 1989, año en que fue restablecida. Eugenija se graduó en 1943 mientras trabajaba ayudando a diferentes personajes ilustres en el Jardín Farmacognóstico de la Universidad de Vilnius. Entretanto, la Segunda Guerra Mundial le quitó la farmacia familiar (quemada) y su querido padre (asesinado). Su madre sobrevivió, aun en pésimas condiciones de salud; eso, junto a la consecuente situación de pobreza incumbente, la obligó a dejar la academia y a empezar a trabajar como jefa de la farmacia del Primer Hospital Soviético de Vilnius.

 

 

Sin embargo, la pasión por el estudio y la investigación era enorme, así que decidió regresar a la universidad solo para darse cuenta de que la guerra también se había llevado el Jardín Farmacognóstico . Tras esta ardiente decepción, empezó a trabajar en el Consejo farmacéutico de la División de Comercio del Ministerio de la Sanidad. No tuvo que esperar mucho para volver a perseguir sus sueños y su vocación, último patrimonio del padre fallecido. Después de un breve paréntesis como investigadora junior en el Jardín botánico de Kaunas entre 1949 y 1950, volvió a Vilnius para seguir con su trabajo de investigación en el Instituto de Biología de la Academia de las Ciencias, donde defendió en 1952 su primera Tesis de doctorado. Tras otro breve periodo de dos años (entre 1955 y 1957 en Kazajstán), regresó a Lituania encontrando empleo en el Consejo de Farmacia, y donde sucesivamente dirigió un departamento específico de herboristería. En 1971 presentó una nueva Tesis doctoral en la Universidad de Vilnius. El resto de su vida siguió dedicándose al estudio de las plantas medicinales, a la medicina popular y a las tradiciones locales, y en dado momento también se interesó por la arqueobotánica. Su compromiso y talento le valieron varios reconocimientos y honores nacionales de prestigio. Antes de su muerte, ocurrida improvisamente en 1996, entre 1971 y 1994 escribió numerosos libros: Herbs; Forest trees, green greens; The kingdom of snakes y What a witch just knows, or life without pills. Actualmente está enterrada en Tauragnai al lado de sus padres, en esa localidad donde todo empezó y a la que se lo debe todo. Su modo de ser y de actuar a lo largo de su vida inspiró a lituanos y lituanas, jóvenes y mayores; a tal punto que, en torno a un año después de su fallecimiento, en 1997, se fundó la Fundación Benéfica y de Apoyo Eugenija Šimkūnaitė, entre cuyos objetivos principales se encuentran, por ejemplo: la promoción de las lecturas científicas y de los eventos culturales dedicados a Eugenija Šimkūnaitė; el apoyo a los estudiantes de la Facultad de Farmacia y Ciencias; la divulgación de la herboristería lituana tanto dentro como fuera del Estado lituano. Y, por último, desde 1998 hasta hoy la Escuela secundaria de Tauragnai lleva su nombre, casi como si ella misma se hubiera convertido en una de esas leyendas que tanto le gustaban cuando estaba viva.

 

Ana Asla
Cristina Crocenau



Alessia Tzimas

 

Qual è il segreto dell’eterna giovinezza? A partire dagli anni Cinquanta del Novecento, la risposta sembrò essere racchiusa in un farmaco chiamato Gerovital H3, il primo medicinale anti-invecchiamento scoperto dalla dottoressa Ana Aslan, che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca dei motivi che portano al processo di “invecchiamento cellulare”. Nata il 1° gennaio 1897 a Brăila, in Romania, Ana Aslan ha mostrato sin da piccola grande determinazione. In un primo momento, infatti, sembrò voler intraprendere la carriera da pilota, ma due avvenimenti furono cruciali per avvicinarla invece al mondo della medicina. Il primo fu la morte del padre avvenuta quando lei aveva 13 anni, in seguito a una lunga sofferenza. Il secondo è legato all’ultimo anno di liceo, durante il quale Ana studiò anatomia: rimase talmente tanto colpita da questa materia che si promise di non dedicarsi ad altro nella vita se non alla medicina. La sua decisione non fu però ben accolta dalla madre che, rimasta vedova con quattro figli, di cui Ana era l’ultima, vedeva in questa professione troppe difficoltà. Ana però non si lasciò scoraggiare: per tre giorni non mangiò e, solamente dopo una riunione di famiglia, la madre e i fratelli più grandi le permisero di iscriversi presso la facoltà di medicina di Bucarest, dove si laureò nel 1922. Iniziò quindi a lavorare al fianco del cardiologo Daniel Danielopolou che la seguì anche nella stesura della tesi di dottorato. Tra il 1945 e il 1949 fu professoressa presso la facoltà di medicina di Timişoara. Proprio in quel periodo sperimentò gli effetti della procaina, un anestetico locale, su un suo studente malato di artrosi. Vedendo i risultati positivi, Ana continuò le ricerche su un trattamento a base di questo farmaco testandolo anche su un centinaio di anziane e anziani con risultati soddisfacenti pure nel caso di malate e malati di Parkinson. È diventato famoso, infatti, il paziente di 110 anni che, dopo quattro anni di cure, è riuscito quasi a fermare il tremolio delle mani e della testa, ritrovando l’appetito oltre che uno stato psichico più soddisfacente. Ana Aslan voleva quindi migliorare la qualità della vita delle anziane e degli anziani poiché, affermava, «dobbiamo onorare e amare i nostri anziani perché loro sono parte del nostro patrimonio nazionale».

 

 

Nel 1952, in seguito ai risultati positivi delle sue ricerche, Ana Aslan diede vita al farmaco Gerovital H3, sulla base del quale iniziò un programma i cui risultati furono presentati nel 1956 al Congresso europeo di Gerontologia che si tenne in Germania. Il medicinale suscitò però un diffuso scetticismo nella comunità scientifica internazionale poiché non sembrava possibile che un semplice anestetico locale potesse dare un contributo così grande al ringiovanimento cellulare. Questa reazione non fece che incoraggiare Ana a dimostrarne l’efficacia, continuando la ricerca con un numero di pazienti ancora più ampio (circa 10.00) e con esiti ancora più soddisfacenti. Nel 1985 questi risultati ottennero un’accoglienza ben diversa rispetto al primo Congresso, e il metodo della dottoressa Aslan fu riconosciuto dal professore Paul Luth «come procedura terapeutica più efficace nel periodo pregeriatrico (dai 45 ai 65) e geriatrico (oltre i 65), nella prevenzione di problemi e malattie croniche della vecchiaia». L’attività di Ana Aslan è sicuramente legata all’Istituto Nazionale di Geriatria e Gerontologia del quale fu la fondatrice oltre che la direttrice. L’Istituto è stato il primo al mondo con questo profilo e fu considerato dall’Organizzazione mondiale della sanità un vero e proprio esempio da seguire. Molte personalità importanti del tempo rimasero affascinate dall’idea di prevenire l’invecchiamento. Il nome di Ana Aslan si diffuse in fretta all’estero, e parecchie celebrità si recarono presso l’Istituto e si sottoposero alle sue cure. Tra loro emergono nomi come quelli di Pablo Neruda, Claudia Cardinale, Salvador Dalí, Charlie Chaplin, Charles de Gaulle, Indira Gandhi, Kirk Douglas, Aristotele Onassis, Jacqueline Kennedy e tanti altri ancora. La sua fama era dovuta non solo al trattamento, ma anche al rapporto di fiducia e discrezione che sapeva instaurare con i/le pazienti, e alla sua innata capacità di interagire con la stampa, con modi e parole sempre adeguate. Riceveva giornalmente decine di lettere che leggeva personalmente e che faceva sistemare in maniera ordinata alle sue cinque assistenti. La biblioteca di Ana Aslan conta infatti più di 130.000 lettere provenienti da tutto il mondo. I suoi collaboratori e collaboratrici la ricordano come una persona gentile, introversa, pacata, dedita alla scienza, oltre che estremamente meticolosa e amante dell’ordine. Nei suoi viaggi all’estero, veniva accolta in maniera trionfale, e non era raro che le venissero proposte collaborazioni con istituti di ricerca locali. In Giappone le venne chiesto di rimanere e di diventare direttrice di un laboratorio di ricerca, ma l’amore per la propria patria e soprattutto per il suo Istituto e per coloro che vi lavoravano la portò a declinare l’invito. Negli anni Settanta, migliaia erano le persone che si sottoponevano alle cure della dottoressa Aslan, e non erano rari i momenti in cui l’Istituto rimaneva senza alcun posto libero. È in una di queste occasioni che Ana lasciò che il suo ufficio diventasse una camera per poter ospitare la celebre cantante peruviana Yma Sumac.

 

 

Nel 1980, insieme alla farmacista Elena Polovrăgeanu, presentò un altro farmaco geriatrico chiamato Aslavital contro l’invecchiamento della pelle, da cui derivarono prodotti cosmetici sotto forma di creme e lozioni. La vita di Ana Aslan è stata segnata da successi raggiunti grazie soprattutto alla sua determinazione. Non pochi furono infatti gli ostacoli, e a tal proposito dichiarò: «Ho combattuto con i pregiudizi, in un'epoca in cui si credeva che la donna non può essere pari all'uomo; ho dovuto combattere con l'inerzia, con lo spirito conservatore, con la burocrazia. Mi ha molto interessato cosa poteva sentire una persona dopo una simile cura. Io credo che non avrei potuto lavorare quanto lavoro ora, non avrei potuto viaggiare tanto, tenere tante conferenze, rispondere a tante domande e visitare centinaia e migliaia di malati, se non avessi fatto io stessa per 22 anni il trattamento con il Gerovital e con l'Aslavital. La domanda che dobbiamo fare non è più quanto viviamo, ma come viviamo. Il prolungamento della vita in sé non significa nulla, anche se è auspicabile. Dobbiamo prolungare non solo la vita, ma anche la vitalità e l'attività. C'è un principio in base al quale dobbiamo aggiungere non anni alla vita, bensì vita agli anni». Non si contano i premi e i riconoscimenti a lei attribuiti né le persone che ha aiutato con i suoi trattamenti. Ana Aslan si spense all’età di 91 anni, nel 1988, a causa di un cancro incurabile in un appartamento allestito all’interno del suo Istituto. Non si è mai sposata e non ha mai avuto figli. La sua più grande passione è stata la scienza e il suo più grande obiettivo era quello di permettere alle persone anziane di vivere una vita migliore grazie alle sue scoperte. Ad Ana Aslan sono state intitolate diverse strade in alcune località della Romania compresa la sua città natale, Brăila, ma anche a Cluj-Napoca, Craiova, Piteşti e Alba Iulia.

 

Traduzione francese
Joelle Rampacci

 

Quel est le secret de la jeunesse éternelle ? Dans les années 1950, la réponse semblait se trouver dans un médicament appelé Gerovital H3, le premier médicament anti-âge découvert par le Dr Ana Aslan, qui a consacré toute sa vie à la recherche des raisons du "vieillissement cellulaire".Née le 1er janvier 1897 à Brăila, en Roumanie, Ana Aslan fait preuve d'une grande détermination dès son plus jeune âge. Au départ, elle semble vouloir poursuivre une carrière de pilote, mais deux événements ont été déterminants pour la rapprocher du monde de la médecine. La première est la mort de son père lorsqu'elle a 13 ans, après une longue période de souffrance. La seconde est sa dernière année de lycée, au cours de laquelle elle étudie l'anatomie : elle est tellement impressionnée par cette matière qu'elle se jure de ne se consacrer à rien d'autre dans la vie qu’à la médecine. Cependant, sa décision n'est pas bien accueillie par sa mère qui, étant veuve avec quatre enfants, dont Ana est la dernière, considère cette profession comme trop difficile. Pendant trois jours, elle ne mange pas et ce n'est qu'après une réunion de famille que sa mère et ses frères et sœurs aînés lui permettent de s'inscrire à la faculté de médecine de Bucarest, où elle obtient son diplôme en 1922. Elle commence ensuite à travailler aux côtés du cardiologue Daniel Danielopolou, qui la supervise également dans la rédaction de sa thèse de doctorat. Entre 1945 et 1949, elle est professeur à la faculté de médecine de Timisoara. C'est à cette époque qu'elle teste les effets de la procaïne, un anesthésique local, sur un de ses étudiants souffrant d'arthrose. Voyant les résultats positifs, Ana poursuit la recherche d'un traitement basé sur ce médicament, le testant sur une centaine de femmes et d'hommes âgés avec des résultats satisfaisants même dans le cas de patients atteints de la maladie de Parkinson. En effet, le patient de 110 ans qui, après quatre ans de traitement, réussit presque à arrêter les tremblements de ses mains et de sa tête, retrouve l'appétit ainsi qu'un état mental plus satisfaisant, est devenu célèbre. Ana Aslan veut donc améliorer la qualité de vie des personnes âgées car, dit-elle, "nous devons honorer et aimer nos personnes âgées car elles font partie de notre patrimoine national".

 

 

En 1952, suite aux résultats positifs de ses recherches, Ana Aslan crée le médicament Gerovital H3, sur la base duquel elle lance un programme dont les résultats sont présentés en 1956 au Congrès européen de gérontologie en Allemagne. Cependant, le médicament suscite un scepticisme généralisé dans la communauté scientifique internationale, car il ne semble pas possible qu'un simple anesthésique local puisse apporter une contribution aussi importante au rajeunissement cellulaire. Cette réaction ne fait qu'encourager Ana à prouver son efficacité, et elle poursuit les recherches avec un nombre encore plus important de patients (environ 15 000) et des résultats encore plus satisfaisants. En 1985, ces résultats reçoivent un accueil très différent de celui du premier congrès, et la méthode du Dr Aslan est reconnue par le professeur Paul Luth "comme la procédure thérapeutique la plus efficace dans les périodes pré-gériatriques (45 à 65 ans) et gériatriques (plus de 65 ans), dans la prévention des problèmes chroniques et des maladies de la vieillesse”. Le travail d'Ana Aslan est certainement lié à l'Institut national de gériatrie et de gérontologie, dont elle est la fondatrice ainsi que la directrice. L’Institut est le premier au monde à présenter ce profil et est considéré par l'Organisation mondiale de la santé comme un exemple à suivre. De nombreuses personnalités de l'époque étaient fascinées par l'idée de prévenir le vieillissement. Le nom d'Ana Aslan se répand rapidement à l'étranger, et de nombreuses célébrités viennent à l'Institut et suivent son traitement. Parmi eux, Pablo Neruda, Claudia Cardinale, Salvador Dalí, Charlie Chaplin, Charles de Gaulle, Indira Gandhi, Kirk Douglas, Aristote Onassis, Jacqueline Kennedy et bien d'autres. Sa renommée est due non seulement à ses traitements, mais aussi à la relation de confiance et de discrétion qu’elle sait établir avec ses patients, et à sa capacité innée à interagir avec la presse, toujours avec les mots et les manières appropriés. Elle reçoit quotidiennement des dizaines de lettres, qu'elle lit personnellement et fait trier par ses cinq assistants. La bibliothèque d'Ana Aslan contient plus de 130 000 lettres provenant du monde entier. Ses collègues de travail se souviennent d'elle comme d'une personne aimable, introvertie, calme, scientifique, méticuleuse et ordonnée. Lorsqu'elle se rend à l'étranger, elle est accueillie avec triomphe, et il n'est pas rare qu'on lui propose de collaborer avec des instituts de recherche locaux. Au Japon, on lui demande de rester et de devenir directrice d'un laboratoire de recherche, mais son amour pour sa patrie et surtout pour son Institut et ceux qui y travaillent l'amène à décliner l'invitation. Dans les années 1970, des milliers de personnes sont traitées par le Dr Aslan, et il n’est pas rare que l'Institut soit à court de lieux de travail. C'est à cette occasion qu'Ana laisse son bureau devenir une chambre pour accueillir la célèbre chanteuse péruvienne Yma Sumac.

 

 

En 1980, avec la pharmacienne Elena Polovrăgeanu, elle présente un autre médicament gériatrique appelé Aslavital contre le vieillissement de la peau, dont sont issus des produits cosmétiques sous forme de crèmes et de lotions. La vie d'Ana Aslan est marquée par des succès obtenus en grande partie grâce à sa détermination. Les obstacles ont été nombreux dans sa vie, ce à quoi elle répond : "J'ai dû lutter contre les préjugés, à une époque où l'on pensait que les femmes ne pouvaient pas être égales aux hommes ; j'ai dû lutter contre l'inertie, contre un esprit conservateur, contre la bureaucratie. J'étais très intéressée par ce qu'une personne pouvait ressentir après un tel traitement. Je crois que je n'aurais pas pu travailler aussi dur que je le fais maintenant, je n'aurais pas pu voyager autant, donner autant de conférences, répondre à autant de questions et rendre visite à des centaines et des milliers de patients, si je n'avais pas moi-même été traité avec Gerovital et Aslavital pendant 22 ans. La question que nous devons nous poser n'est plus de savoir combien de temps nous vivons, mais comment nous vivons. Prolonger la vie en soi ne signifie rien, même si c'est souhaitable. Nous devons prolonger non seulement la vie, mais aussi la vitalité et l'activité. Il existe un principe selon lequel nous devons ajouter non pas des années à la vie, mais la vie aux années.” Le nombre de prix et de récompenses qu'elle a reçus et les personnes qu'elle a aidées grâce à ses traitements sont infinis. Ana Aslan est décédée à l'âge de 91 ans, en 1988, d'un cancer incurable, dans un appartement aménagé dans son Institut. Elle ne s'est jamais mariée et n'a jamais eu d'enfants. Sa plus grande passion était la science et son plus grand objectif était de permettre aux personnes âgées de vivre une vie meilleure grâce à ses découvertes. Plusieurs rues ont été baptisées du nom d'Ana Aslan dans plusieurs endroits en Roumanie, notamment dans sa ville natale de Brăila, mais aussi à Cluj-Napoca, Craiova, Piteşti et Alba Iulia.

 

Traduzione francese
Syd Stapleton

 

What is the secret of eternal youth? Starting in the 1950s, the answer seemed to be contained in the first anti-aging drug, called Gerovital H3, discovered by Dr. Ana Aslan. She devoted her entire life to researching the reasons behind the process of "cellular aging". Born on January 1, 1897 in Brăila, Romania, Ana Aslan showed great determination from an early age. At first, she seemed to want to pursue a career as a pilot, but two events were crucial to shifting her focus to the world of medicine. The first was the death of her father, following a long and painful illness, when she was 13 years old. The second was linked to her last year of high school, during which Ana she studied anatomy. She was so impressed by this subject that she promised herself to devote her life to medicine. Her decision, however, was not well received by her mother who, being widowed with four children, of whom Ana was the youngest, saw too many difficulties in this profession. But Ana was not discouraged. For three days she refused to eat and, after a family meeting, her mother and older brothers finally allowed her to enroll at the medical faculty of Bucharest, where she graduated in 1922. She then began to work alongside the cardiologist Daniel Danielopolou, who was also helpful in the drafting of her doctoral thesis. Between 1945 and 1949 she was a professor at the Faculty of Medicine in Timişoara. At that time, she experimented on the effects of procaine, a local anesthetic (also known as Novocain), on one of her students with osteoarthritis. Seeing positive results, Ana continued the research on a treatment based on this drug, also testing it on a hundred elderly people with satisfactory results - even in the case of patients with Parkinson's. A 110-year-old patient became famous, who, after four years of treatment, largely managed to stop the shaking of his hands and head, regained his appetite, and achieved a more satisfactory psychic state. Ana Aslan wanted to improve the quality of life of the elderly because, she said, "we must honor and love our elders because they are part of our national heritage."

 

 

In 1952, following positive results from her research, Ana Aslan created and introduced the drug Gerovital H3. Using the drug, she began a program whose results were presented at the European Congress of Gerontology, held in 1956 in Germany. However, the drug aroused widespread skepticism in the international scientific community, since it did not seem possible that a simple local anesthetic could make such a great contribution to cellular rejuvenation. This reaction only encouraged Ana to demonstrate its effectiveness, continuing her research with an even larger number of patients (some 15,000), with even more satisfactory results. In 1985 these results received a very different reception from that at the 1956 Congress, and Dr. Aslan's method was recognized by Professor Paul Luth "as the most effective therapeutic procedure in the pregeriatric (from 45 to 65) and geriatric (over 65) periods in the prevention of chronic problems and diseases of old age.” Ana Aslan's activities were very much connected to the (Romanian) National Institute of Geriatrics and Gerontology, of which she was the founder as well as the director. The Institute was the first in the world of its kind, and was considered by the World Health Organization as an important example to follow. Many well-kmown personalities of the time were fascinated by the idea of ​​preventing aging. Ana Aslan's name quickly spread abroad, and many celebrities went to the Institute and underwent her treatments. Among them were names such as Pablo Neruda, Claudia Cardinale, Salvador Dalí, Charlie Chaplin, Charles de Gaulle, Indira Gandhi, Kirk Douglas, Aristotle Onassis, Jacqueline Kennedy and many others. Her fame was due not only to the treatment, but also to the relationship of trust and discretion that she knew how to establish with her patients, and to her innate ability to interact effectively with the press. She received dozens of letters daily which she read personally, and which she had her five assistants file in an orderly manner. In fact, Ana Aslan's papers contain more than 130,000 letters from all over the world. Her collaborators remember her as a kind, introverted, calm person, dedicated to science, as well as extremely meticulous and a lover of order. On her travels abroad, she was welcomed triumphantly, and it was not uncommon for her to be offered collaboration with local research institutes. In Japan she was asked to stay and become director of a research laboratory, but her love for her homeland and especially for her Institute and for those who worked there led her to decline the invitation. In the 1970s, thousands of people placed themselves under the care of Dr. Aslan, and it was not rare that the Institute was left without vacancies. It was on one of these occasions that Ana let her office become an accommodation for the famous Peruvian singer Yma Sumac.

 

 

In 1980 she, together with the pharmacist Elena Polovrăgeanu, presented another geriatric drug called Aslavital. It was directed against aging of the skin, and cosmetic products in the form of creams and lotions were derived from it. Ana Aslan's life was marked by successes achieved thanks, above all, to her determination. She faced many obstacles, and in this regard she declared, “I fought with prejudices, in an era in which it was believed that women cannot be equal to men; I had to fight against inertia, against a conservative spirit, against bureaucracy. I was very interested in what a person could feel after such a cure. I believe that I would not have been able to work as much as I work now, I would not have been able to travel as much, hold so many lectures, answer so many questions and visit hundreds and thousands of sick people, if I had not done the treatments myself with Gerovital and Aslavital for 22 years. The question we have to ask is no longer just how long we live, but how well we live. Prolonging life in itself means nothing, even if it is desirable. We must prolong not only life, but also vitality and activity. There is a principle according to which we must add not only years to life, but life to years.” There’s no counting the awards and acknowledgments given to her by the people she helped with her treatments. Ana Aslan passed away in 1988, at the age of 91, in an apartment set up inside her Institute, due to an incurable cancer. She never married and never had children. Her greatest passion was science and her greatest goal was to enable older people to live a better life thanks to her discoveries.Several streets have been named after Ana Aslan in Romania including in her hometown, Brăila, but also in Cluj-Napoca, Craiova, Piteşti and Alba Iulia.

 

Traduzione spagnola
Lizet Ángulo

 

¿Cuál es el secreto de la eterna juventud? A partir de los años Cincuenta de Mil Novecientos, la respuesta parecía estar encerrada en un fármaco llamado Gerovital H3, el primer medicamento anti-envejecimiento descubierto por la doctora Ana Aslan, quien dedicó toda su vida a la búsqueda de los motivos que conducen al proceso del “envejecimiento celular”. Ana Aslan, nacida el 1° de enero de 1897 en Brăila, Rumanía, mostró desde pequeña una gran determinación. Efectivamente, en un primer momento pareció querer emprender la carrera de piloto, pero dos acontecimientos cruciales la acercaron al mundo de la medicina. El primero fue la muerte de su padre, cuando ella tenía 13 años, después de un largo sufrimiento. El segundo está relacionado con el último año de estudios superiores, durante el cual Ana estudió anatomía: se quedó talmente impresionada por esta asignatura que se prometió a sí misma no dedicarse a otra cosa en la vida que no fuera medicina. Pero su decisión no fue bien recibida por su madre que, una viuda con cuatro hijos de los cuales Ana era la última, veía en esta profesión demasiadas dificultades. Sin embargo Ana no se dejó desanimar: no comió por tres días y, solo después de una reunión familiar, su madre y sus hermanos mayores le permitieron inscribirse en la facultad de medicina de Bucarest, donde se graduó en 1922. Empezó a trabajar al lado del cardiólogo Daniel Danielopolou que también la siguió en la redacción de la tesis de doctorado. Entre 1945 y 1949 fue profesora en la facultad de medicina de Timişoara. Justo en aquel período experimentó los efectos de la procaína, un anestésico local, en un estudiante suyo enfermo de artrosis. Viendo los resultados positivos, Ana continuó su investigación sobre un tratamiento a base de este fármaco probándolo incluso en un centenar de personas ancianas con resultados satisfactorios, incluso en el caso de enfermedad de Parkinson. En efecto, se hizo famoso el paciente de 110 años que, después de cuatro años de tratamiento, consiguió casi detener el temblor de las manos y de la cabeza, recuperando el apetito, además de un estado psíquico más satisfactorio. Ana Aslan quería por lo tanto mejorar la calidad de vida de las personas ancianas ya que, afirmaba, "debemos honrar y amar a nuestros ancianos porque ellos forman parte de nuestro patrimonio nacional”.

 

 

En 1952, después de los resultados positivos de sus investigaciones, Ana Aslan dio vida al fármaco Gerovital H3, en base al cual comenzó un programa cuyos resultados fueron presentados en 1956 al Congreso Europeo de Gerontología que tuvo lugar en Alemania. El medicamento, sin embargo, suscitó un escepticismo generalizado en la comunidad científica internacional ya que no parecía posible que un simple anestésico local pudiera dar un aporte tan grande al rejuvenecimiento celular. Esta reacción no hizo más que animar a Ana a demostrar su eficacia, continuando con la investigación con un número aún mayor de pacientes (cerca de 15 000) y con resultados aún más satisfactorios. En 1985 estos resultados obtuvieron una acogida muy diferente a la del primer Congreso, y el método de la doctora Aslan fue reconocido por el profesor Paul Luth “como procedimiento terapéutico más eficiente en el periodo pre-geriátrico (da 45 a 65) e geriátrico (más de 65), en la prevención de problemas y enfermedades crónicas de la vejez”. La actividad de Ana Asla está sin duda vinculada al Instituto Nacional de Geriatría y Gerontología del cual fue fundadora y directora. El Instituto fue el primero en el mundo con este perfil y fue considerado un auténtico ejemplo a seguir por la Organización Mundial de la Salud. Numerosas personalidades importantes de aquel período quedaron fascinadas por la idea de prevenir el envejecimiento. El nombre de Ana Aslan se difundió rápidamente en el extranjero, y varias celebridades fueron al Instituto y se sometieron a sus tratamientos. Entre ellos destacan los nombres de Pablo Neruda, Claudia Cardinale, Salvador Dalí, Charlie Chaplin, Charles de Gaulle, Indira Gandhi, Kirk Douglas, Aristóteles Onassis, Jacqueline Kennedy, entre otros. Su fama no solo se debía al tratamiento, sino también a la relación de confianza y discreción que sabía establecer con sus pacientes, y a su capacidad innata para relacionarse con la prensa, con modos y palabras siempre adecuados. Diariamente recibía decenas de cartas que leía personalmente y que mandaba ordenar a sus cinco asistentes. La biblioteca de Ana Aslan cuenta con más de 130 000 cartas procedentes de todo el mundo.Sus colaboradores y colaboradoras la recuerdan como una persona amable, introvertida, tranquila y dedicada a la ciencia, además de ser extremadamente meticulosa y amante del orden. En sus viajes al extranjero era acogida de manera triunfante, y no era extraño que le propusieran colaboraciones con institutos de investigación locales. En Japón le pidieron que se quedara y se convirtiera en directora de un laboratorio de investigación, pero el amor por la propria patria y sobre todo por su Instituto y por los que allí trabajaban, la llevó a rechazar la invitación. En los años setenta, miles de persones se sometían a los tratamientos de la doctora Aslan, hasta el punto que en algunas ocasiones en el Instituto no había habitaciones libres. En una de estas ocasiones Ana dejó que su despacho se convirtiera en una habitación para poder hospedar a la famosa cantante peruana Yma Sumac.

 

 

En 1980, junto a la farmacéutica Elena Polovrăgeanu, presentó otro medicamento geriátrico contra el envejecimiento de la piel, llamado Aslavital, del cual derivan productos cosméticos en forma de cremas y lociones. La vida de Ana Aslan estuvo marcada por éxitos conseguidos sobre todo gracias a su determinación. De hecho, no fueron pocos los obstáculos, y declaró al respecto: “He luchado contra los prejuicios, en una época en la que se creía que la mujer no podía ser igual al hombre; he tenido que luchar con la inercia, con el espíritu conservador, con la burocracia. Me ha interesado mucho lo que podía sentir una persona después de semejante tratamiento. Creo que no podría trabajar cuanto trabajo ahora, no podría viajar, dictar tantas conferencias, responder a las numerosas preguntas y visitar a cientos y miles de enfermos, si yo misma no hubiera seguido durante 22 años el tratamiento con Gerovital y con Aslavital. La pregunta que tenemos que hacer no es cuánto vivimos sino cómo vivimos. El prolongamiento de la vida en sí no significa nada, aunque sea deseable. Debemos prolongar no solo la vida, sino también la vitalidad y la actividad. Hay un principio en base al cual debemos aumentar no los años a la vida, sino vida a los años”. Los premios y los reconocimientos que se le han atribuidoson innumerables, así como las personas que ha ayudado con sus tratamientos. Ana Aslan se apagó a la edad de 91 años, en 1988, debido a un cáncer incurable en un apartamento equipado dentro de su Instituto. Nunca se casó y nunca tuvo hijos. Su mayor pasión fue la ciencia y su mayor objetivo era el de permitir a las personas ancianas vivir una vida mejor gracias a sus descubrimientos. A Ana Aslan se le dedicaron varias calles en algunas localidades de Rumanía como en su ciudad natal, Brăila, y también en Cluj-Napoca, Craiova, Piteşti y Alba Iulia.

 

Zlata Bartl
Angela Scozzafava



Alessia Tzimas

 

Il piatto si presentava bene, era invitante, lo assaggiai incuriosita: zucchine ripiene di carne. Un sapore inconsueto ma buono. Distinsi l’affumicato dello speck, il dolciastro del latte, il profumo dell’aneto e poi… qualcosa di sconosciuto. Seppi in seguito che a dare quel gusto particolare, tipico di moltissimi piatti della gastronomia croata, era il “vegeta”. Un prodotto onnipresente in tutte le cucine, in ogni casa così come nei ristoranti stellati, un condimento essiccato, dalla composizione ancora oggi segreta, molto imitato ma inimitabile, mi dissero con orgoglio, inventato nel 1959 da una donna, Zlata Bartl, la cui vita incrociò le radicali trasformazioni che nel corso del Novecento hanno coinvolto l’Europa e in particolare l’area balcanica: le due guerre mondiali, la guerra fredda, il crollo dell’impero sovietico, la dissoluzione della Jugoslavia, la nascita della Repubblica di Croazia (1992).

Quando Zlata Bartl nacque, il 20 febbraio 1920, la Grande Guerra era finita da poco più di un anno e nel 1918, in base al Trattato di Saint-Germain, era nato il Regno dei serbi-croati-sloveni (Jugoslavia). Gli anni dell’infanzia e della giovinezza furono difficili dal punto di vista politico: contrasti nazionalistici, una gestione sempre più autoritaria del potere da parte del sovrano Alessandro I Karađorđević, culminata nel 1929 con la “dittatura della monarchia” nonché le conseguenze della crisi economica mondiale ebbero effetti devastanti e alimentarono movimenti estremi come quello degli ustaša, ispirato al fascismo. L’assassinio del re (1934) accentuò l’instabilità politica e tentativi di mediazione fallirono anche per il precipitare della situazione internazionale. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale la Jugoslavia si dichiarò neutrale, aderendo poi al Patto Tripartito. Nonostante ciò, nel 1941 fu invasa dalle forze dell’Asse, spartita tra Italia e Germania e soggetta a un’occupazione particolarmente spietata. In Croazia fu creato uno Stato collaborazionista, sotto la guida del “duce” degli ustaša Ante Pavelić: la resistenza contro l’occupazione nazifascista cominciò subito. Intanto nel 1938 Zlata Bartl a diciotto anni era stata tra le prime donne a iscriversi all’università di Zagabria dove si laureò nel 1942 in chimica, fisica e matematica. Tornò poi a Sarajevo e iniziò a lavorare come insegnante. Nel 1945, dopo la liberazione del Paese per opera delle forze partigiane, i comunisti di Josip Broz Tito instaurarono un regime che si ispirava all’Urss pur mantenendo una propria autonomia (tanto da essere espulsi nel 1948 dal Cominform e diventando, nel clima di violenta contrapposizione della guerra fredda, un Paese guida del movimento dei “non allineati”).

 


Bartl durante una visita a Sirimavo Bandaranaika - la prima donna primo ministro (Sri Lanka) podravka, nel '74 o '76.ARCHIVI PODRAVKA - Copia

Zlata Bartl in Giappone, 1968.

In questa situazione Zlata Bartl fu processata nel 1945 per aver simpatizzato col movimento degli ustaša e per aver portato un gruppo di ragazze delle superiori a visitare l’Italia: ciò fu interpretato come consenso al fascismo. Ella definì “un’ingenuità” la sua adesione al movimento ustaša e ripeté di non essere un’ammiratrice del regime fascista bensì dei monumenti, della cultura e dell’arte italiane, ma queste sue dichiarazioni non bastarono a evitarle una condanna a otto anni di carcere e la perdita dei diritti civili; scontò la sua pena nel penitenziario di Zenica fino al 1946 quando venne rilasciata sulla parola, forse perché in carcere si era ammalata di tubercolosi spinale, o forse, come dichiarò successivamente, perché poteva essere più utile fuori. Zlata Bartl, infatti, contribuì con il suo lavoro di ricerca e con le sue innovazioni al processo d’industrializzazione e al generale miglioramento delle condizioni di vita che riguardò la Jugoslavia negli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1955, bloccata a Zagabria per una nevicata particolarmente intensa, decise di cercarsi un’occupazione: trovò lavoro come ricercatrice nel laboratorio chimico della Podravka, un’azienda che non versava in buone acque. Lì poté finalmente coltivare uno dei suoi interessi principali: la chimica, ambito dal quale la vita l’aveva fino allora allontanata. Si “innamorò” di Podravka a prima vista, dichiarerà poi di essersi ambientata in pochissimo tempo e di aver subito intuito cosa fare e come muoversi per realizzarlo. La fabbrica aveva sede a Koprivnica, una cittadina sottosviluppata, di cui Zlata Bartl ricorderà le strade fangose e l’unico pasto diviso con i colleghi; curiosa, preparata, mossa dal desiderio di essere utile, iniziò con entusiasmo il suo nuovo lavoro. Le prime creazioni, realizzate dal team che dirigeva nel 1957, furono delle zuppe di pollo in busta, un’innovazione “rivoluzionaria” che avrebbe facilitato la vita di molte famiglie e soprattutto alleviato le incombenze casalinghe delle donne impegnate nel lavoro. Le zuppe erano prodotte in maniera piuttosto “avventurosa”: basti pensare che i sacchetti, in assenza di macchinari adatti, erano chiusi a mano con un ferro da stiro. Questo fu solo il primo passo: la sua inventiva e creatività la spinsero a sperimentare nuove preparazioni con verdure disidratate. Nel 1959 nacque così “vegeta”, presentato in un’accattivante confezione di colore blu, con un cuoco con baffi alla francese. La prima produzione iniziò a maggio dello stesso anno: sciolto in acqua e usato come “zuppa senza carne” non funzionava, ma ebbe immediato successo quando venne aggiunto come spezia alla preparazione di diversi piatti. Il primo stock di produzione fu esaurito rapidamente. Secondo i dati del sito Podravka l’anno successivo ne furono immesse sul mercato 3 tonnellate, poi 16, poi ancora 120; nel 1964 fu superato il record di mille tonnellate. Il prodotto risollevò le sorti dell’azienda e permise lo sviluppo di tutta la zona. Ora è presente, secondo quanto riporta il sito Vegeta, in più di 60 Paesi e Podravka è un’azienda fiorente, che ha diversificato la sua produzione sviluppando molti marchi e presentando sul mercato diversi tipi di “vegeta” (universale, al rosmarino, affumicata, per arrosti e così via).

 


Zlata Bartl e Zlata Vucelić Kralj nel laboratorio di Podravka, 1963. ARCHIVI PODRAVKA

Lattine di imballaggio di Vegeta.

 

La vita di Zlata Bartl è stata complessa; ha vissuto momenti e sfide difficili ma ha dichiarato: «Non cambierei la mia vita perché ero sempre felice quando creavo qualcosa. Ho sognato tutta la mia vita di creare qualcosa che sarebbe stato utile. Ero uno spirito irrequieto, mi piaceva molto imparare, leggere e studiare alcune delle cose che non erano nel mio campo, anche a prezzo di una notte di sonno» e ha effettivamente realizzato qualcosa di utile: un prodotto innovativo che l’ha resa popolare e amata. Ha ricevuto molte onorificenze, tra cui l’Order of Danica Hrvatska, uno tra i premi più prestigiosi della Repubblica Croata, l’alta onorificenza del Presidente della Repubblica di Croazia, il Premio Città di Koprivnica, città di cui ebbe anche la cittadinanza onoraria. «Il più grande riconoscimento e la maggiore soddisfazione» sono stati per lei «l’aver potuto trasformare, con l’aiuto del suo team, un buon prodotto, vegeta, in un ottimo prodotto» e inoltre l’affetto rivelato dal soprannome, familiare e tenero, con cui venne chiamata ed è ancora conosciuta: Zia Vegeta. Zlata Bartl morì a Koprivnica in una casa di riposo il 30 luglio 2008 a ottantotto anni. Nel 2001 Podravka ha istituito la Fondazione Ztala Bartl, il cui obiettivo è finanziare e stimolare la ricerca scientifica di cittadini e cittadine, con particolare attenzione alla gioventù della Repubblica di Croazia: non potrebbe esserci un riconoscimento che esprima meglio il senso e gli scopi che Zlata ha perseguito nella sua vita.

 

Per approfondire:

The Establishment of the "Zlata Bartl" Foundation ♥ Podravka

Influential Croatian Women - Zlata Bartl - the mother of almighty Vegeta! - Go to Croatia (croatia2go.com)

Wikipedia

AA VV – Dizionario di Storia – ed. Bruno Mondadori

 

Traduzione francese
Piera Negri

 

Le plat se présentait bien, il était invitant, je l'ai goûté avec curiosité : courgettes farcies à la viande. Une saveur inhabituelle mais bonne. J'ai distingué le speck fumé, le doucereux du lait, l'odeur de l'aneth et puis... quelque chose d'inconnu. J'ai appris plus tard qu’à donner ce goût particulier, typique de nombreux plats de la gastronomie croate, c'était la " vegeta ". Un produit omniprésent dans toutes les cuisines, dans tous les foyers ainsi que dans les restaurants étoilés, un condiment séché, à la composition encore secrète, très imitée mais inimitable, me disaient-ils avec fierté, inventé en 1959 par une femme, Zlata Bartl, dont la vie a croisé les transformations radicales qui, au cours du XXe siècle, ont impliqué l'Europe et en particulier l'espace balkanique : les deux guerres mondiales, la guerre froide, l'effondrement de l'empire soviétique, la dissolution de la Yougoslavie, la naissance de la République de Croatie (1992).

Lorsque Zlata Bartl est née, le 20 février 1920, la Grande Guerre était finie il y a un peu plus d'un an et en 1918, en vertu du Traité de Saint-Germain, il était né le Royaume des Serbes-Croates-Slovènes (Yougoslavie). Les années d'enfance et de jeunesse ont été difficiles d'un point de vue politique : conflits nationalistes, gestion de plus en plus autoritaire du pouvoir par le souverain Alexandre I Karađorđević, culminant en 1929 avec la « dictature de la monarchie » ainsi que les conséquences de la crise économique mondiale eurent des effets dévastateurs et alimentèrent des mouvements extrêmes comme celui des oustaša, inspiré par le fascisme. L'assassinat du roi (1934) accentue l'instabilité politique et les tentatives de médiation échouent également en raison de l'aggravation de la situation internationale. Au début de la Seconde Guerre mondiale, la Yougoslavie s'est déclarée neutre, rejoignant plus tard le Pacte tripartite. Malgré cela, en 1941, elle a été envahie par les forces de l'Axe, divisée entre l'Italie et l'Allemagne et soumise à une occupation particulièrement impitoyable. Un État collaborationniste est créé en Croatie, sous la houlette du « duc » des oustaša Ante Pavelić : la résistance contre l'occupation nazie-fasciste commença aussitôt. Entretemps, en 1938, Zlata Bartl, à l'âge de dix-huit ans, a été parmi les premières femmes à s'inscrire à l'Université de Zagreb où elle a obtenu son diplôme en 1942 en chimie, physique et mathématiques. Elle retourna ensuite à Sarajevo et commença à travailler comme enseignant. En 1945, après la libération du Pays par les forces partisanes, les communistes de Josip Broz Tito instaurent un régime inspiré de l'URSS tout en conservant leur autonomie (à tel point qu'ils sont expulsés en 1948 par le Kominform et deviennent, dans le climat d'opposition violente de la guerre froide, pays phare du mouvement des « non-alignés »).

 

 


Bartl lors d'une visite à Sirimavo Bandaranaika - la première femme Premier ministre (Sri Lanka) podravka, en 74 ou 76. ARCHIVI PODRAVKA - Copie

Zlata Bartl au Japon, 1968.

 

Dans cette situation, Zlata Bartl a été jugée en 1945 pour avoir sympathisé avec le mouvement oustaša et pour avoir amené un groupe de lycéennes en visite en Italie : cela a été interprété comme un consentement au fascisme. Elle a qualifié une «naïveté» son adhésion au mouvement oustaša et a répété qu'elle n'était pas une admiratrice du régime fasciste mais des monuments, de la culture et de l'art italienne, mais ces déclarations n'ont pas suffi à lui éviter d'être condamnée à huit ans d'emprisonnement et à la perte des droits civils; elle a purgé sa peine au pénitencier de Zenica jusqu'à 1946, date à laquelle elle a été libérée sur parole, peut-être parce qu'elle a contracté une tuberculose vertébrale en prison, ou peut-être, comme elle l'a déclaré plus tard, parce qu'elle pourrait être plus utile à l'extérieur. Zlata Bartl a en effet contribué par ses travaux de recherche et ses innovations au processus d'industrialisation et à l'amélioration générale des conditions de vie qui ont affecté la Yougoslavie dans les années 50 et 60. En 1955, bloquée à Zagreb en raison d'une chute de neige particulièrement intense, elle décide de chercher un travail : elle trouve un emploi de chercheuse dans le laboratoire de chimie de Podravka, une entreprise qui n'était pas en bonne eau. Elle y cultive enfin l'un de ses intérêts principaux : la chimie, domaine dont la vie l'avait éloignée jusqu'alors. Elle « est tombée amoureuse » de Podravka au premier regard, puis a déclaré qu'elle s'était installée en très peu de temps et qu'elle avait tout de suite compris quoi faire et comment se déplacer pour y arriver. L'usine était basée à Koprivnica, une ville sous-développée, dont Zlata Bartl se souviendra des rues boueuses et du seul repas partagé entre collègues ; curieuse, préparée, mue par le désir d'être utile, elle entame avec enthousiasme son nouveau travail. Les premières créations, réalisées par l'équipe qu'elle dirigeait en 1957, étaient des soupes au poulet en sachet, une innovation « révolutionnaire » qui aurait facilité la vie de nombreuses familles et surtout allégé les tâches ménagères des femmes occupées au travail. Les soupes étaient produites de manière assez « aventureuse » : il suffit de penser que les sachets, en l'absence de machines appropriées, étaient fermés à la main avec un fer à repasser. Ce n'était qu'un premier pas : son inventivité et sa créativité la conduisirent à expérimenter de nouvelles préparations à base de légumes déshydratés. En 1959, " vegeta " est né, présenté dans un joli emballage bleu, avec un chef à la moustache française. La première production débute en mai de la même année : dissoute dans l'eau et utilisée comme "soupe sans viande", elle ne fonctionne pas, mais elle rencontre immédiatement un succès lorsqu'elle est ajoutée comme épice à la préparation de divers plats. Le premier stock de production s'épuise rapidement. Selon les données du site de Podravka, l'année suivante 3 tonnes ont été mises sur le marché, puis 16, puis 120 de plus ; en 1964, le record de mille tonnes a été battu. Le produit fit la fortune de l'entreprise et permit le développement de toute la région. Il est désormais présent, selon le site Vegeta, dans plus de 60 pays et Podravka est une entreprise florissante, qui a diversifié sa production en développant de nombreuses marques et en présentant sur le marché différents types de « vegeta » (universel, au romarin, fumé, pour les rôtis et ainsi de suite).

 


Zlata Bartl et Zlata Vucelić Kralj dans le laboratoire de Podravka, 1963. ARCHIVES DE PODRAVKA

Boîtes d'emballage Vegeta.

 

La vie de Zlata Bartl a été complexe ; elle a vécu des moments et des défis difficiles mais elle a déclaré : « Je ne changerais pas ma vie parce que j'étais toujours heureuse quand je créais quelque chose. J'ai rêvé toute ma vie de créer quelque chose qui aurait été utile. J'étais un esprit agité, j'aimais vraiment apprendre, lire et étudier certaines choses qui n'étaient pas dans mon domaine, même au prix d'une nuit de sommeil " et elle en a fait quelque chose d'utile : un produit innovant qui l'a rendue populaire et aimée. Elle a reçu de nombreuses distinctions, dont l'Ordre de Danica Hrvatska, l'une des récompenses les plus prestigieuses de la République Croate, la grande distinction du Président de la République de Croatie, le Prix de la ville de Koprivnica, ville dont elle a également eu citoyenneté d’honneur. « La plus grande reconnaissance et la plus grande satisfaction » ont été pour elle « d'avoir pu transformer, à l'aide de son équipe, un bon produit, vegeta, dans un excellent produit » et aussi l'affection révélée par le surnom, familier et tendre, avec lequel elle s'appelait et est toujours connue : Tante Vegeta. Zlata Bartl est décédée à Koprivnica dans une maison de retraite le 30 juillet 2008 à l'âge de quatre-vingt-huit ans. En 2001, Podravka a créé la Fondation Ztala Bartl, dont l'objectif est de financer et de stimuler la recherche scientifique des citoyens et citoyennes, avec une attention particulière à la jeunesse de la République de Croatie : il ne pourrait y être une reconnaissance qui exprime mieux le sens et les objectifs que Zlata a poursuivi dans sa vie.

 

En savoir plus:

The Establishment of the "Zlata Bartl" Foundation ♥ Podravka

Influential Croatian Women - Zlata Bartl - the mother of almighty Vegeta! - Go to Croatia (croatia2go.com)

Wikipedia

AA VV – Dizionario di Storia – ed. Bruno Mondadori

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

 

The dish looked good, it was inviting, I tasted it with curiousity. Zucchini stuffed with meat. An unusual but good flavor. I distinguished the smoked bacon, the sweetness of the milk, the scent of dill and then ... something unknown. I later learned that what gave that particular taste, typical of many dishes of Croatian gastronomy, was "Vegeta". An omnipresent product in all kitchens, in every home as well as in starred restaurants, a dried condiment, with a still secret composition, much imitated but inimitable. They told me with pride that it was invented in 1959 by a woman, Zlata Bartl, whose life spanned the radical transformations that during the twentieth century affected Europe and in particular the Balkans - the two world wars, the cold war, the collapse of the Soviet empire, the dissolution of Yugoslavia, the birth of the Republic of Croatia (1992).

When Zlata Bartl was born, on February 20, 1920, the Great War had ended just over a year before, and in 1918, under the Treaty of Saint-Germain, the Kingdom of Serbs-Croats-Slovenes (Yugoslavia) was born. The years of her childhood and youth were difficult from a political point of view. There were nationalistic conflicts, an increasingly authoritarian management of power by the sovereign Alexander I Karađorđević, culminating in 1929 with the "dictatorship of the monarchy", along with consequences of the worldwide economic crisis. All this had devastating consequences and fueled extremist movements such as that of the ustaša, inspired by fascism. The assassination of the king (1934) accentuated political instability and attempts at mediation failed due to the worsening of the international situation. At the outbreak of the Second World War, Yugoslavia declared itself neutral, later joining the Tripartite Pact. Despite this, in 1941 it was invaded by the Axis forces, divided between Italy and Germany and subject to particularly harsh occupation. A collaborationist state was created in Croatia, under the leadership of the "duce" of the ustaša Ante Pavelić. The resistance against the Nazi-fascist occupation began immediately. Meanwhile, in 1938, Zlata Bartl was, at the age of eighteen, among the first women to enroll at the University of Zagreb where she graduated in 1942 in chemistry, physics and mathematics. She then returned to Sarajevo and started working as a teacher. In 1945, after the liberation of the country by the partisan forces, the communists led by Josip Broz Tito established a regime that was inspired by the USSR while maintaining its own autonomy (so much so that it was expelled in 1948 by the Cominform, becoming, in the climate of violent counter-positions of the Cold War, a leading country of the "non-aligned" movement).

 


Bartl during a visit to Sirimavo Bandaranaika - the first female prime minister (Sri Lanka) podravka, in '74 or '76. ARCHIVI PODRAVKA - Copy

Zlata Bartl in Japan, 1968.

In this situation, Zlata Bartl was tried in 1945 for having sympathized with the ustaša movement and for having brought a group of high school girls to visit Italy. This was interpreted as support to fascism. She defined her adhesion to the ustaša movement as "naïve" and repeated that she was not an admirer of the fascist regime but of Italian monuments, culture and art. But these statements were not enough to avoid her being sentenced to eight years of imprisonment and the loss of her civil rights. She served her sentence in Zenica penitentiary until 1946 when she was paroled, perhaps because she had fallen ill with spinal tuberculosis in prison, or perhaps, as she later stated, because she could be more useful outside. Zlata Bartl, in fact, contributed with her research work and her innovations to the industrialization process and the general improvement of living conditions that affected Yugoslavia in the 1950s and 1960s. In 1955, blocked in Zagreb due to a particularly intense snowfall, she decided to look for a job there. She found work as a researcher in the chemical laboratory of Podravka, a company that was not in good shape. There she was finally able to cultivate one of her main interests, chemistry, an area from which life had distanced her until then. She "fell in love" with Podravka at first sight, she later declared that she had settled in in a very short time and that she immediately understood what to do and how to move to make it happen. The factory was based in Koprivnica, an underdeveloped town, of which Zlata Bart remembered the muddy streets and the meals she shared with her colleagues. She, curious, prepared, and moved by the desire to be useful, enthusiastically began her new job. Her first creations, made by the team she headed in 1957, were chicken soups in bags, a "revolutionary" innovation that facilitated the lives of many families and above all relieved the household chores of women engaged in work. The soups were produced in a rather "adventurous" way - just think that the bags, in the absence of suitable machinery, were closed by hand with an iron. This was only the first step, and her inventiveness and creativity led her to experiment with new preparations with dehydrated vegetables. In 1959 "Vegeta" was born, presented in an attractive blue package, with a chef with a French mustache. The first production began in May of the same year, but dissolved in water and used as a "soup without meat" it was not popular, but it became immediately successful when it was used as a spice in the preparation of various dishes. The first production stock was quickly exhausted. According to data from the Podravka site, the following year 3 tons were placed on the market, then 16, then 120 more; in 1964 the record of one thousand tons was broken. The product raised the fortunes of the company and allowed the development of the whole area. Now it is present, according to the Vegeta website, in more than 60 countries and Podravka is a thriving company, which has diversified its production by developing many products and presenting to the market different types of "Vegeta" (universal, rosemary, smoked, for roasts and so on).

 


Zlata Bartl and Zlata Vucelić Kralj in the Podravka laboratory, 1963. PODRAVKA ARCHIVES

Vegeta packaging cans.

 

Zlata Bartl's life was complex. She lived through difficult moments and challenges but she said, “I would not change my life because I was always happy when I created something. I have dreamed all my life to create something that would be useful. I was a restless spirit, I really enjoyed learning, reading and studying some of the things that were not in my field, even at the price of a night's sleep." And she actually created useful things, including an innovative product that became popular and loved. She received many honors, including the Order of Danica Hrvatska, one of the most prestigious awards of the Croatian Republic, a high honor awarded by the President of the Republic of Croatia, and the City of Koprivnica Award, a city in which she also was given honorary citizenship. "The greatest recognition and the greatest satisfaction" were for her "having been able to transform, with the help of her team, a good product, Vegeta, into an excellent product." Great affection for her was reflected by the nickname, familiar and tender, by which she was and is still known, “Aunt Vegeta”. Zlata Bartl died at the age of eighty-eight on July 30, 2008, in in a retirement home in Koprivnica. In 2001 Podravka established the Ztala Bartl Foundation, whose objective is to finance and stimulate the scientific research by citizens, with particular attention to the youth of the Republic of Croatia. There could not be a recognition that better expresses the meaning and goals that Zlata pursued in her life.

 

To deepen:

The Establishment of the "Zlata Bartl" Foundation ♥ Podravka

Influential Croatian Women - Zlata Bartl - the mother of almighty Vegeta! - Go to Croatia (croatia2go.com)

Wikipedia

AA VV – Dizionario di Storia – ed. Bruno Mondadori

 

Traduzione spagnola
Daniela Leonardi

El plato se presentaba bien, era atractivo, lo probé intrigada: calabacines rellenos de carne. Un sabor inusual pero bueno. Distinguí el ahumado del speck, el dulzón de la leche, el perfume del eneldo y luego... algo desconocido. Luego supe que el sabor particular, típico de muchos platos de la gastronomía croata, era el "vegeta". Un producto omnipresente en todas las cocinas, en cada casa, así como en los restaurantes con alguna estrella Michelin, un condimento seco, de composición aún hoy secreta, muy imitado pero inimitable, me dijeron con orgullo, inventado en 1959 por una mujer, Zlata Bartl, cuya vida cruzó las profundas transformaciones que durante el siglo XX afectaron a Europa y en particular a la zona balcánica: las dos guerras mundiales, la guerra fría, el hundimiento del imperio soviético, la disolución de Yugoslavia, el nacimiento de la República de Croacia (1992).

Cuando Zlata Bartl nació, el 20 de febrero de 1920, la Gran Guerra había terminado hacía poco más de un año y en 1918, en base al Tratado de Saint-Germain, había nacido el Reino de los Serbios-Croatas-Eslovenos (Yugoslavia). Los años de la infancia y la juventud fueron difíciles desde el punto de vista político: enfrentamientos nacionalistas, una gestión cada vez más autoritaria del poder por parte del soberano Alessandro I Karađorđević, que culminó en 1929 con la "dictadura de la monarquía" así como las consecuencias de la crisis económica mundial tuvieron efectos devastadores y alimentaron movimientos extremos como el de los ustaša, inspirado en el fascismo. El asesinato del rey (1934) acentuó la inestabilidad política y los intentos de mediación fracasaron también por la precipitación de la situación internacional. Cuando estalló el segundo conflicto mundial, Yugoslavia se declaró neutral y adhirió al Pacto Tripartito. A pesar de ello, en 1941 fue invadida por las fuerzas del Eje, dividida entre Italia y Alemania y sometida a una ocupación particularmente despiadada. En Croacia se creó un Estado colaboracionista, bajo la guía del "duce" de los ustaša Ante Pavelić: la resistencia contra la ocupación nazifascista comenzó inmediatamente. Mientras tanto, en 1938, Zlata Bartl, a los 18 años, había sido una de las primeras mujeres en matricularse en la Universidad de Zagreb, donde se graduó en 1942 en química, física y matemáticas. Luego regresó a Sarajevo y empezó a trabajar como profesora. En 1945, después de la liberación de su país por obra de las fuerzas partisanas, los comunistas de Josip Broz Tito instauraron un régimen que se inspiraba en la URSS manteniendo una autonomía propia (tanto que fueron expulsados en 1948 del Cominform y se convirtieron, en el clima de violenta contraposición de la guerra fría, en un país líder del movimiento de los "no alineados").

 


Bartl durante una visita a Sirimavo Bandaranaika - la primera mujer primera ministra (Sri Lanka) podravka, en 1974 o 1976. ARCHIVI PODRAVKA - Copiar

Zlata Bartl en Japón, 1968.

En esta situación, Zlata Bartl fue juzgada en 1945 por simpatizar con el movimiento de los ustaša y por llevar a un grupo de chicas de la escuela secundaria a visitar Italia, lo que se interpretó como el consentimiento del fascismo. Ella definió "una ingenuidad" su adhesión al movimiento ustaša y repitió que no era una admiradora del régimen fascista sino de los monumentos, la cultura y el arte italianos, pero estas declaraciones no fueron suficientes para evitarle una condena de ocho años de cárcel y la pérdida de los derechos civiles; cumplió su condena en la penitenciaría de Zenica hasta 1946 cuando fue liberada bajo palabra, tal vez porque en la cárcel se había enfermado de tuberculosis espinal, o tal vez, como declaró más tarde, porque podía ser más útil afuera. Zlata Bartl contribuyó con su trabajo de investigación y sus innovaciones al proceso de industrialización y a la mejora general de las condiciones de vida que afectó a Yugoslavia en los años cincuenta y sesenta. En 1955, atrapada en Zagreb por una nevada particularmente intensa, decidió buscar un empleo: encontró trabajo como investigadora en el laboratorio químico de la Podravka, una empresa que no estaba en buenas codiciones. Allí pudo finalmente cultivar uno de sus intereses principales: la química, ámbito del cual la vida la había alejado hasta entonces. Se "enamoró" de Podravka a primera vista, luego declarará que se había ambientado en muy poco tiempo y que había intuido inmediatamente qué hacer y cómo moverse para realizarlo. La fábrica tenía su sede en Koprivnica, una ciudad subdesarrollada, de la que Zlata Bartl recordará las calles fangosas y la única comida compartida con sus colegas; curiosa, preparada, movida por el deseo de ser útil, comenzó con entusiasmo su nuevo trabajo. Las primeras creaciones, realizadas por el equipo que dirigía en 1957, fueron sopas de pollo en sobre, una innovación "revolucionaria" que facilitaría la vida de muchas familias y sobre todo aliviado las tareas domésticas de las mujeres comprometidas en el trabajo. Las sopas se producían de una manera bastante "aventurera": por ejemplo, los sobres, a falta de maquinaria adecuada, se cerraban a mano con una plancha. Este fue sólo el primer paso: su inventiva y creatividad la llevaron a experimentar nuevas preparaciones con verduras deshidratadas. En 1959 nació así "vegeta", presentado en un cautivador paquete de color azul, con un cocinero con bigote a la francesa. La primera producción comenzó en mayo del mismo año: disuelto en agua y utilizado como "sopa sin carne" no funcionaba, pero tuvo éxito inmediato cuando se añadió como especia a la preparación de varios platos. El primer stock de producción se agotó rápidamente. Según los datos del sitio Podravka al año siguiente se introdujeron en el mercado 3 toneladas, luego 16, luego aún 120; en 1964 se superó el récord de mil toneladas. El producto levantó el destino de la empresa y permitió el desarrollo de toda la zona. Ahora está presente, según informa el sitio Vegeta, en más de 60 países y Podravka es una empresa floreciente, que ha diversificado su producción desarrollando muchas marcas y presentando en el mercado diferentes tipos de "vegeta" (universal, al romero, ahumada, para asados y así sucesivamente).

 


Zlata Bartl y Zlata Vucelić Kralj en el laboratorio de Podravka, 1963. ARCHIVOS DE PODRAVKA

Latas de embalaje Vegeta.

 

La vida de Zlata Bartl fue compleja; ha vivido momentos y desafíos difíciles pero declaró: «No cambiaría mi vida porque siempre era feliz cuando creaba algo. Toda mi vida soñé con crear algo que fuera útil. Yo era un espíritu inquieto, me gustaba mucho aprender, leer y estudiar algunas de las cosas que no estaban en mi campo, incluso al precio de una noche de sueño» y realmente realizó algo útil: un producto innovador que la hizo popular y amada. Recibió muchos honores, entre ellos el Order of Danica Hrvatska, uno de los premios más prestigiosos de la República de Croacia, el alto honor del Presidente de la República de Croacia, el Premio Ciudad de Koprivnica, ciudad de la que también tuvo la ciudadanía honoraria. «El mayor reconocimiento y la mayor satisfacción» fueron para ella «el haber podido transformar, con la ayuda de su equipo, un buen producto, vegeta, en un ´optimo producto» , además del afecto revelado por el apodo, familiar y tierno, con el que todavía es aún conocida: Tía Vegeta. Zlata Bartl murió en Koprivnica en una residencia de ancianos el 30 de julio de 2008 a los 80 años. En 2001, Podravka creó la Fundación Ztala Bartl, cuyo objetivo es financiar y estimular la investigación científica de ciudadanos y ciudadanas, prestando especial atención a la juventud de la República de Croacia: no podría haber un reconocimiento que exprese mejor el sentido y los objetivos que Zlata persiguió en su vida.

 

para saber mas:

The Establishment of the "Zlata Bartl" Foundation ♥ Podravka

Influential Croatian Women - Zlata Bartl - the mother of almighty Vegeta! - Go to Croatia (croatia2go.com)

Wikipedia

AA VV – Dizionario di Storia – ed. Bruno Mondadori

 

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