Margaret Bourke-White
Livia Capasso
Tullia Ciancio
Gran parte della sua vita ha lavorato come fotoreporter per Life, rivista statunitense entrata nella storia del giornalismo con sensazionali e storici servizi. Il 23 novembre 1936 viene pubblicato il primo numero, con una foto in copertina della diga di Fort Peck, firmata da Margaret Bourke-White. La rivista, rilanciata dall’editore americano Henry Luce come periodico illustrato, si caratterizzava perché mostrava le immagini delle notizie, interpretate dagli occhi di chi le aveva viste direttamente. Prevedeva pertanto servizi fotografici ampi, esaustivi, efficaci.
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| Copertina di Life, 23 novembre 1936 – La diga di Fort Peck |
La foto della prima copertina ritraeva la diga di Fort Peck nel fiume Missouri in Montana, seconda tra le dighe più grandi del mondo, espressione della acutezza dell’occhio di Margaret, ma anche manifesto della potenza costruttiva americana; innalzata per prevenire le inondazioni, produrre energia elettrica, favorire l'irrigazione e nello stesso tempo l'economia del Paese, fu il prodotto del New Deal rooseveltiano, il periodo delle riforme economiche e sociali promosse dal presidente Roosevelt allo scopo di risollevare il Paese dalla Grande Depressione che lo aveva colpito sul finire degli anni Venti. Il servizio fotografico all’interno della rivista è un documento umano della vita di frontiera americana, capace di catturare, con il suo stile pulito e allo stesso tempo potente, oltre l’impatto dell'audace progetto, anche la vita più intima delle persone coinvolte. Fort Peck nelle foto di Margaret appare stipata di operai edili, ingegneri, saldatori, bariste, signore eleganti; gente che vive in roulotte, capanne, in un luogo arido, con lo scopo di costruire una delle principali meraviglie ingegneristiche dell'epoca, e, finito il lavoro, si rifugia a notte nei bar.
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| Lavoratori all’opera della diga di Fort Peck, Montana, 1936 | Bar Fort Peck, Montana, 1936 | Lavoratori della diga di Fort Peck dopo il lavoro, 1936. |
La carriera di Bourke-White (New York, 1904 – Stamford, Connecticut, 1971) era già iniziata nella rivista Fortune con le prime esperienze di fotografia industriale. Diceva: «l'industria è il vero luogo dell'arte» e «i ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia e riflettono lo spirito del momento». La nazione aveva bisogno di credere e sognare nella tecnologia, per allontanare la paura della Depressione. E allora Margaret documenta il boom industriale americano, sale in cima al Chrysler Building a New York e si fa fotografare dal suo assistente, sorvola la città a bordo di un aereo passeggeri DC-4 sopra il centro di Manhattan, si spinge negli ambienti più pericolosi e malsani degli stabilimenti industriali, scatta foto incurante delle alte temperature degli altiforni. Si arrampica sulle impalcature delle acciaierie Otis di Cleveland, vola in Germania per fotografare le acciaierie Krupp, poi in Russia, prima fotografa professionista occidentale autorizzata a entrare nell'Unione Sovietica e documentare il piano quinquennale per l’industrializzazione del Paese.
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Margaret Bourke-White scatta una foto dall'alto di un edificio di New York (sin) – Veduta aerea di New York (dex), 1935 |
Acciaieria Otis, Ohio, 1929 (sin) - Un operaio russo alla diga di Zaporizhzhya, Ucraina, 1930 (dex) |
Fiduciosa nel potere della macchina e della tecnologia, mostra la vita pulsante delle nuove metropoli. E in ogni fotografia noi contempliamo il suo sguardo sicuro sul mondo, la rielaborazione fatta da una donna audace, ostinata e ambiziosa. Voleva essere "gli occhi dei tempi" e le sue fotografie testimoniano (come lei stessa ha detto) il suo «insaziabile desiderio di essere lì quando si fa la storia». Dai reportage sulle industrie statunitensi e sovietiche passa poi a osservare la società e le sue lotte, la povertà, la segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti, dove la popolazione era stata messa in ginocchio dalla crisi economica. Cambia inevitabilmente il focus della sua fotografia, e i nuovi monumenti delle sue immagini diventano ora le persone. Nel numero del 15 febbraio 1937 della rivista Life Bourke-White fotografa le vittime della siccità del Dust Bowl, e pubblica la sua famosa fotografia di alluvionati afroamericani in fila per ricevere cibo e vestiti da un centro di soccorso della Croce Rossa, davanti a un cartellone raffigurante una famiglia bianca e lo stridente slogan “Il più alto tenore di vita del mondo / Non c’è altra strada che quella americana”.
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| Alluvionati afroamericani in fila a un centro di soccorso della Croce Rossa, 1937 |
Col romanziere Erskine Caldwell, suo futuro marito, collabora a una spedizione di fotoreporter nel Sud rurale del Paese, che produce il libro You have seen their faces (1937). Per questa indagine Bourke-White scatta le foto, mentre Caldwell scrive il testo.
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| Foto da You have seen their faces |
Il loro sodalizio continua: insieme viaggiano in Europa per documentare gli effetti del nazismo. Fotografa la Cecoslovacchia invasa dai tedeschi nel 1939, unica fotografa americana testimone dell'evento. Nel 1941, su invito dello stesso governo sovietico, Margaret Bourke-White torna in Russia, questa volta concentrandosi maggiormente sulla popolazione del Paese, per un volume che ha per titolo Eyes on Russia. Riesce anche a ritrarre Stalin sorridente e bonario.
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Donne che lavorano nei campi in Unione Sovietica, 1941 |
Ritratto di Stalin, 1941 |
È la sola fotografa straniera a Mosca, quando nella notte del 26 luglio 1941, mentre si trovava all’ambasciata americana, è testimone di un evento cruciale: l’attacco tedesco all’Unione Sovietica; dal tetto dell'ambasciata, posizionando cinque apparecchi con lunghi tempi di posa, fotografa il bombardamento notturno, in quella che lei ha definito «una delle notti eccezionali della mia vita».
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| L’immagine dell’attacco al Cremlino |
Rientrata negli Stati Uniti Margaret chiede di diventare reporter di guerra sulla prima linea del fronte. Mai nessuna donna era stata accreditata dall'esercito americano sui teatri di guerra. Le viene affidato il compito di documentare la Seconda guerra mondiale in Europa. Sui primati di Margaret Bourke-White e per approfondire notizie sulla vita e sul suo stile fotografico rimando a due articoli pubblicati su Vitamine vaganti a questi link:
https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/
https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/
In Italia Margaret assiste alla battaglia di Cassino, su cui scriverà anche un libro, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. E poi le foto della distruzione della guerra, come quella di Norimberga dopo i bombardamenti, o quella coi soldati americani che si inginocchiano a pregare tra le macerie della cattedrale di Colonia, mentre un cappellano dell'esercito celebra la prima messa dopo il bombardamento del 2 marzo. E sempre al seguito delle truppe statunitensi Margaret entra nel campo di concentramento di Buchenwald il giorno dopo la liberazione dei prigionieri e documenta l’orrore: uomini e donne ridotti a scheletri, affamati, sdraiati in cuccette di legno, guardano stupiti i loro liberatori. Quello dell’autrice è un viaggio nello stravolgimento del Novecento, e nella sua rinascita. Ancora una volta le sue foto pubblicate da Life sono sensazionali.
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| Cacciatori di mine, dal libro Purple Heart Valley | Margaret inviata di guerra (sin) - Soldati americani nella cattedrale di Colonia (dex) | Norimberga dopo i bombardamenti 1945 | Prigionieri nel campo di Buchenwald, 1945 |
Tra il 1946 e il 1948 è in India a immortalare la delicata fase della nascita del Pakistan e fotografa Gandhi mentre legge vicino a un arcolaio nella sua casa di Pune. E assiste alla migrazione che accompagnò l'indipendenza e la divisione dell'India, il più grande movimento migratorio nella storia umana. Nella foto la miseria di un popolo espropriato si riflette sul volto del ragazzo appollaiato sul muro a Nuova Delhi. Sotto di lui migliaia di persone cercano di sopravvivere in attesa di organizzare un convoglio verso il Pakistan. Non hanno da mangiare, sono circondati dalla sporcizia e molti moriranno senza mai lasciare l'accampamento.
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| Gandhi, 1946 | La migrazione verso il Pakistan, 1947 |
Nel 1952 Margaret è testimone della guerra di Corea. Alla fine della guerra è in Sudafrica per fotografare gli effetti dell’apartheid, scende nelle miniere d’oro e documenta le terribili condizioni di lavoro dei minatori di Johannesburg.
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| Minatori di Johannesburg, 1950 | Bambini sudafricani, 1950 |
Una cameriera afroamericana prepara la cena per una famiglia bianca a Greenville, Carolina del Sud, 1956 |
Nel 1953 le viene diagnosticato il morbo di Parkinson e comincia a maneggiare con difficoltà la macchina fotografica. Nonostante il suo approccio coraggioso e ottimistico alla malattia, nel 1957 firma il suo ultimo reportage per Life. Negli ultimi anni si dedica alla scrittura e nel 1963 pubblica l’autobiografia Portrait of Myself. Muore a seguito di una caduta accidentale nel 1971, a 67 anni.
Traduzione francese
Concetta Laratta
Une grande partie de sa vie, elle a travaillé comme photoreporter pour Life, le magazine américain entré dans l'histoire du journalisme grâce à ses reportages sensationnels et historiques. Le 23 novembre 1936, le premier numéro est publié, avec en couverture une photo du barrage de Fort Peck, signée Margaret Bourke-White. La revue, relancée par l'éditeur américain Henry Luce comme périodique illustré, se caractérisait par la mise en avant de l'actualité en images, interprétée par le regard de ceux qui l'avaient vécue directement. Elle proposait ainsi des reportages photographiques vastes, exhaustifs et percutants
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| Couverture de Life, 23 novembre 1936 – Le barrage de Fort Peck |
La photo de la première couverture représentait le barrage de Fort Peck sur le fleuve Missouri, dans le Montana, le deuxième plus grand barrage au monde. Elle était l'expression de l'acuité du regard de Margaret, mais aussi un manifeste de la puissance constructive américaine. Érigé pour prévenir les inondations, produire de l'électricité, favoriser l'irrigation et, par extension, l'économie du pays, il fut le produit du New Deal rooseveltien — cette période de réformes économiques et sociales promues par le président Roosevelt afin de relever le pays après la Grande Dépression de la fin des années vingt. Le reportage photographique à l'intérieur du magazine est un document humain sur la vie à la frontière américaine, capable de capturer, avec un style à la fois épuré et puissant, non seulement l'impact de ce projet audacieux, mais aussi l'intimité des personnes impliquées. Dans les photos de Margaret, Fort Peck apparaît bondé d'ouvriers du bâtiment, d'ingénieurs, de soudeurs, de serveuses et de dames élégantes; des gens vivant dans des caravanes ou des cabanes, dans un lieu aride, dans le but de construire l'une des principales merveilles d'ingénierie de l'époque, et qui, une fois le travail terminé, se réfugient la nuit dans les bars.
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| Travailleurs à l'œuvre sur le barrage de Fort Peck, Montana, 1936 | Bar Fort Peck, Montana, 1936 | Travailleurs du barrage de Fort Peck après le travail, 1936. |
La carrière de Bourke-White (New York, 1904 – Stamford, Connecticut, 1971) avait déjà débuté au sein de la revue Fortune avec ses premières expériences de photographie industrielle. Elle disait: «L'industrie est le véritable lieu de l'art» et «les ponts, les navires, les usines possèdent une beauté inconsciente et reflètent l'esprit du moment». La nation avait besoin de croire et de rêver de technologie pour dissiper la peur de la Dépression. Margaret documente alors le boom industriel américain: elle monte au sommet du Chrysler Building à New York pour se faire photographier par son assistant, survole la ville à bord d'un avion de passagers DC-4 au-dessus de Manhattan, s'aventure dans les environnements les plus dangereux et insalubres des complexes industriels, et prend des clichés sans se soucier des hautes températures des hauts fourneaux. Elle grimpe sur les échafaudages des aciéries Otis à Cleveland, s'envole pour l'Allemagne afin de photographier les usines Krupp, puis se rend en Russie, devenant la première photographe professionnelle occidentale autorisée à entrer en Union soviétique pour documenter le plan quinquennal d'industrialisation du pays.
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Margaret Bourke-White prenant une photo du haut d'un immeuble de New York (gauche) – Vue aérienne de New York (droite), 1935 |
Aciérie Otis, Ohio, 1929 (gauche) - Un ouvrier russe au barrage de Zaporijia, Ukraine, 1930 (droite) |
Confiante dans le pouvoir de la machine et de la technologie, elle montre la vie pulsante des nouvelles métropoles. Dans chaque photographie, nous contemplons son regard assuré sur le monde, la réinterprétation faite par une femme audacieuse, obstinée et ambitieuse. Elle voulait être «les yeux du temps» et ses photographies témoignent (comme elle l'a dit elle-même) de son «désir insatiable d'être présente lorsque l'histoire s'écrit». Des reportages sur les industries américaines et soviétiques, elle passe ensuite à l'observation de la société et de ses luttes: la pauvreté, la ségrégation raciale dans le Sud des États-Unis, où la population avait été mise à genoux par la crise économique. Le centre de gravité de sa photographie change inévitablement, et les nouveaux «monuments» de ses images deviennent les êtres humains. Dans le numéro du 15 février 1937 de Life, Bourke-White photographie les victimes de la sécheresse du Dust Bowl et publie sa célèbre photographie de sinistrés afro-américains faisant la queue pour recevoir de la nourriture et des vêtements dans un centre de secours de la Croix-Rouge, devant un panneau publicitaire représentant une famille blanche et le slogan frappant : «World’s Highest Standard of Living / There’s no way like the American Way» (Le plus haut niveau de vie au monde / Il n'y a pas d'autre voie que la voie américaine).
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| Sinistrés afro-américains faisant la queue devant un centre de secours de la Croix-Rouge, 1937 |
Avec le romancier Erskine Caldwell, son futur mari, elle collabore à une expédition de photoreportage dans le Sud rural du pays, qui donnera naissance au livre You Have Seen Their Faces (1937). Pour cette enquête, Bourke-White prend les photos tandis que Caldwell écrit le texte.
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| Photo extraite deYou Have Seen Their Faces |
Leur collaboration se poursuit: ensemble, ils voyagent en Europe pour documenter les effets du nazisme. Elle photographie la Tchécoslovaquie envahie par les Allemands en 1939, étant la seule photographe américaine témoin de l'événement. En 1941, sur invitation du gouvernement soviétique lui-même, Margaret Bourke-White retourne en Russie, se concentrant cette fois davantage sur la population du pays pour un volume intitulé Eyes on Russia. Elle réussit également à portraiturer un Staline souriant et débonnaire.
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Femmes travaillant dans les champs en Union soviétique, 1941 |
Portrait de Staline, 1941 |
Elle est la seule photographe étrangère à Moscou lorsque, dans la nuit du 26 juillet 1941, alors qu'elle se trouvait à l'ambassade américaine, elle est témoin d'un événement crucial: l'attaque allemande contre l'Union soviétique. Depuis le toit de l'ambassade, en positionnant cinq appareils avec de longs temps de pose, elle photographie le bombardement nocturne, dans ce qu'elle a défini comme «l'une des nuits exceptionnelles de ma vie».
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| L'image de l'attaque sur le Kremlin |
De retour aux États-Unis, Margaret demande à devenir reporter de guerre sur la ligne de front. Jamais aucune femme n'avait été accréditée par l'armée américaine sur les théâtres de guerre. Elle se voit confier la tâche de documenter la Seconde Guerre mondiale en Europe. Sur les primats de Margaret Bourke-White et pour approfondir des informations sur sa vie et son style photographique, je renvoie à deux articles publiés sur Vitamine Vaganti aux liens suivants:
https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/
https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/
En Italie, Margaret assiste à la bataille de Cassino, sur laquelle elle écrira également un livre, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. Viennent ensuite les photos de la destruction de la guerre, comme celle de Nuremberg après les bombardements, ou celle montrant des soldats américains agenouillés pour prier parmi les décombres de la cathédrale de Cologne, pendant qu'un aumônier militaire célèbre la première messe après le bombardement du 2 mars. Toujours à la suite des troupes américaines, Margaret entre dans le camp de concentration de Buchenwald le lendemain de la libération des prisonniers et documente l'horreur: des hommes et des femmes réduits à l'état de squelettes, affamés, allongés sur des couchettes en bois, regardant avec stupeur leurs libérateurs. Le voyage de l'auteure est une immersion dans les bouleversements du XXe siècle et dans sa renaissance. Une fois de plus, ses photos publiées par Life sont sensationnelles.
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| Chasseurs de mines, du livre Purple Heart Valley | Margaret envoyée de guerre (gauche) - Soldats américains dans la cathédrale de Cologne (droite) | Nuremberg après les bombardements, 1945 | Prisonniers dans le camp de Buchenwald, 1945 |
Entre 1946 et 1948, elle est en Inde pour immortaliser la phase délicate de la naissance du Pakistan. Elle photographie Gandhi lisant près d'un rouet dans sa maison de Pune. Elle assiste à la migration qui accompagna l'indépendance et la partition de l'Inde, le plus grand mouvement migratoire de l'histoire humaine. Sur la photo, la misère d'un peuple exproprié se reflète sur le visage du garçon perché sur un mur à New Delhi. Sous lui, des milliers de personnes tentent de survivre en attendant d'organiser un convoi vers le Pakistan. Ils n'ont rien à manger, sont entourés d'immondices, et beaucoup mourront sans jamais quitter le campement.
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| Gandhi, 1946 | La migration vers le Pakistan, 1947 |
En 1952, Margaret est témoin de la guerre de Corée. À la fin de la guerre, elle se rend en Afrique du Sud pour photographier les effets de l'apartheid; elle descend dans les mines d'or et documente les terribles conditions de travail des mineurs de Johannesburg.
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| Mineurs de Johannesburg, 1950 | Enfants sud-africains, 1950 |
Une domestique afro-américaine prépare le dîner pour une famille blanche à Greenville, Caroline du Sud, 1956 |
En 1953, on lui diagnostique la maladie de Parkinson et elle commence à manipuler son appareil photo avec difficulté. Malgré son approche courageuse et optimiste de la maladie, elle signe en 1957 son dernier reportage pour Life. Durant ses dernières années, elle se consacre à l'écriture et publie en 1963 son autobiographie, Portrait of Myself. Elle meurt des suites d'une chute accidentelle en 1971, à l'âge de 67 ans.
Traduzione spagnola
Maria Ilenia Musarra
Durante casi toda su vida trabajó como fotoperiodista para ‹‹Life››, revista estadounidense que pasó a la historia del periodismo gracias a extraordinarios y significativos reportajes fotográficos. El 23 de noviembre de 1936 se publicó, en su portada, el primer número con la fotografía de la Presa de Fort Peck firmada por Margaret Bourke-White. La revista, relanzada por el editor estadounidense Henry Luce como periódico ilustrado, se distinguía por el hecho de que mostraba las fotos de las noticias, interpretadas por quienes las habían visto directamente. Por lo tanto, planificaba reportajes fotográficos amplios, exhaustivos y eficaces.
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| Portada de ‹‹Life››, 23 de noviembre de 1936 - La Presa de Fort. |
La fotografía de la primera portada representaba la Presa de Fort en el río Missouri, en Montana, que es la segunda más grande del mundo; expresión no solo de la agudeza del ojo de Margaret, sino también un claro ejemplo de la potencia constructiva de Estados Unidos, construida para prevenir inundaciones, generar energía eléctrica y favorecer tanto la irrigación como la economía del país. Fue un producto del Nuevo Pacto, es decir, el periodo de reformas sociales y económicas impulsadas por el presidente (Franklin) Roosevelt con el objetivo de sacar al país de la Gran Depresión que lo azotó a finales de los años veinte. El reportaje fotográfico en la revista es un documento humano que atestigua la vida de la frontera estadounidense, capaz de captar, gracias a su estilo elegante pero al mismo tiempo poderoso, no solo el impacto del audaz proyecto , sino también la vida más íntima de las personas involucradas. En las fotografías de Margaret, la Presa de Fort Peck aparece abarrotada de albañiles, ingenieros, soldadores, baristas, señoras elegantes; gente que vive en caravanas, chozas, en un lugar árido, con el objetivo de construir una de las principales maravillas de la ingeniería de la época, y que después de acabar el trabajo, busca refugio en los bares.
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| Trabajadores en la construcción de la Presa de Fort Peck, Montana, 1936 | Bar de Fort Peck, Montana, 1936 | Trabajadores de la Presa de Fort Peck después del trabajo, 1936 |
La carrera de Bourke-White (Nueva York, 1904 - Stamford, Connecticut, 1971) ya había empezado en la revista ‹‹Fortune››, con sus primeras experiencias en fotografía industrial. Decía: “La industria es el verdadero lugar del arte” y “los puentes, los barcos, las fábricas tienen una belleza inconsciente y reflejan el ánimo del momento”. La nación necesitaba creer y confiar en la tecnología para alejar el miedo a la Gran Depresión. Por consiguiente, Margaret documenta el boom industrial estadounidense, sube a la cima del Chrysler Building en Nueva York y pide a su asistente que le haga una foto; sobrevuela el centro de la ciudad de Manhattan a bordo del avión (Douglas) DC-4 e, incluso en los lugares más peligrosos y nocivos de los establecimientos industriales, toma fotografías sin preocuparse por las elevadas temperaturas de los altos hornos.Se sube a los andamios de las acerías Otis de Cleveland, sobrevuela Alemania para fotografiar las acerías Krupp, y luego en Rusia, es la primera fotógrafa profesional de occidente que obtiene un permiso para entrar en la Unión Soviética y documentar el plan quinquenal para la industrialización del país.
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Margaret Bourke-White toma una foto desde lo alto de un edificio de Nueva York (izq.) – Vista aérea de Nueva York (der.), 1935 |
Acería Otis, Ohio, 1929 (izq.) – un obrero ruso en la Presa de Zaporizhzhya, Ucrania, 1930 (der.). |
Tenía confianza en el poder de la cámara fotográfica y de la tecnología, y mostraba la vida dinámica de las nuevas metrópolis. En cada fotografía contemplamos su mirada segura sobre el mundo, la relaboración hecha por una mujer audaz, obstinada y ambiciosa. Quería ser “el testigo de su época” y sus fotografías atestiguan (según sus propias palabras) “su insaciable deseo de estar allí cuando se hace la historia”. Después de realizar reportajes fotográficos sobre las fábricas de Estados Unidos y de la Unión Soviética, dirige su atención hacia la sociedad y sus luchas, la pobreza, la segregación racial en el sur de Estados Unidos, donde la población estaba arruinada por la crisis económica. El tema de sus fotografías cambió de forma inevitable, y remplazó las fábricas con las personas. En el número del 15 de febrero de 1937 de la revista ‹‹Life››, Bourke White fotografía los damnificados afroamericanos por las inundaciones mientras esperan en fila para recibir comida y ropa por parte de un centro de socorro de la Cruz Roja, delante de un cartel que representaba a una familia blanca y el estridente lema “El más alto nivel de vida del mundo/ No hay otro camino que el camino estadounidense”.
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| Damnificados afroamericanos por las inundaciones en fila en un centro de socorro de la Cruz Roja, 1937. |
Con el novelista Erskine Caldwell, su futuro esposo, colabora en una expedición como fotoperiodista en el sur del país. Durante esta expedición, el hombre escribió su libro You Have seen their faces (Has visto sus caras), mientras que Bourke-White tomó las fotografías.
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| Fotografías del libroYou Have Seen Their Faces |
Su colaboración continúa: juntos viajan por Europa para documentar las consecuencias del nazismo. Fotografía Cecoslavaquia invadida por los alemanes en 1939; fue la única fotógrafa estadounidense testigo del acontecimiento. En 1941, por invitación del propio gobierno soviético, Margaret Bourke-White volvió a Rusia; esta vez se concentró principalmente en la población, para un volumen intitulado Eyes on Rusia. Además, logró inmortalizar a Stalin sonriente y afable.
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Mujeres que trabajan en los campos de la Unión Soviética,1941. |
Retrato de Stalin, 1941. |
Es la única fotógrafa extranjera que, en la noche del 26 de julio de 1941 en Moscú, mientras estaba en la embajada de los Estados Unidos, es testigo de un acontecimiento crucial: el ataque alemán a la Unión Soviética; desde el techo de la embajada coloca cinco cámaras fotográficas de larga exposición, fotografía el bombardero nocturno en la noche que ella misma definió como: “una de las más extraordinarias de mi vida”.
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| Fotografía del ataque al Kremlin. |
Cuando vuelve a Estados Unidos, Margaret pide convertirse en reportera de guerra en primera línea de frente. Nunca antes el ejército estadounidense había acreditado a una mujer en el escenario de la guerra. Fue encargada para documentar la Segunda Guerra Mundial, en Europa. Para conocer los logros pioneros de Margaret Bourke-White y profundizar en su vida y su estilo fotográfico, se remite a dos artículos publicados en ‹‹Vitamine Vaganti›› en los siguientes enlaces:
https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/
https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/
En Italia, Margaret presenció la batalla de Monte Cassino, sobre esta batalla también escribirá un libro, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. Sus fotografías documentan la destrucción provocada por la guerra, como la de Núremberg (después de los bombarderos); una de sus fotografías inmortaliza a los soldados estadounidenses, mientras, de rodillas, rezan entre los desechos de la catedral de Colonia, cuando el capellán del ejército celebra la primera misa después del bombardeo del 2 de marzo. Y también siguiendo a las tropas estadounidenses, Margaret entra en el campo de concentración de Buchenwald , el día después de la liberación de los prisioneros y documenta el horror: hombres y mujeres reducidos a esqueletos, hambrientos, acostados en literas de matera, miran con asombro a sus libertadores. El de la fotógrafa es un viaje en la conmoción del siglo XX, y en su renacimiento. Otra vez, sus fotografías, publicadas por ‹‹Life››, son sensacionales.
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| Cazadores de minas, del libro Purple Heart Valley. | Margaret enviada de guerra (izq.). Soldados estadounidenses en la catedral de Colonia (der.). | Núremberg después de los bombardeos, 1945. | Prisioneros del campo de concentración de Buchenwald, 1945. |
Entre 1946 y 1948 va a India con el objetivo de inmortalizar la delicada fase del nacimiento del Pakistán y fotografía a Gandhi mientras está leyendo, cerca de una rueca, en su residencia en Pune. Fue testigo de una de las mayores migraciones de la historia de la humanidad que acompañó a la independencia y partición de la India. En la fotografía, el rostro de un chico agachado sobre un muro de Nueva Delhi refleja la miseria de un pueblo expropiado. Al pie del muro, miles de personas intentan sobrevivir a la espera de organizar su expatriación hacia Pakistán. Pasan hambre, viven en la suciedad y muchos morirán antes de que dejen el campamento.
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| Gandhi, 1946 | Migración hacia Pakistán, 1947. |
En 1952, Margaret es testigo de la guerra de Corea. Al final de la guerra, en Sudáfrica, fotografía las consecuencias del Apartheid; baja a las minas de oro para documentar las horrorosas condiciones de los mineros en Johannesburgo.
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| Los mineros de Johannesburgo. | Niños surafricanos, 1950 |
Una camarera afroamericana cocina la cena para una familia blanca en Greenville, Carolina del Sur, 1956. |
En 1953, le diagnosticaron la enfermedad del Parkinson y, por consiguiente, empezó a tener dificultades para sujetar la cámara fotográfica. A pesar de que afrontó su enfermedad con coraje y optimismo, en 1957 firmó su último reportaje para ‹‹Life››. Durante sus últimos años de vida, se dedicó a la escritura, y en 1953 públicó su autobiografía titulada Portrait of Myself. Falleció en 1971 a la edad de 67 años debido a una caída accidental.
Traduzione inglese
Syd Stapleton
She spent most of her life working as a photojournalist for Life, an American magazine that made journalism history with its sensational and historic reports. The first issue was published on November 23, 1936, with a photo of the Fort Peck Dam on the cover, taken by Margaret Bourke-White. The magazine, relaunched by American publisher Henry Luce as an illustrated periodical, was characterized by its images of news stories interpreted through the eyes of those who had witnessed them firsthand. It therefore featured extensive, comprehensive, and effective photo reports.
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| Cover of Life, November 23, 1936 – Fort Peck Dam |
The photo on the first cover showed the Fort Peck Dam on the Missouri River in Montana, the second largest dam in the world, demonstrating Margaret's keen eye, but also a manifestation of American construction power. Built to prevent flooding, generate electricity, promote irrigation and, at the same time, boost the country's economy, it was the product of Roosevelt's New Deal, the period of economic and social reforms promoted by President Roosevelt to lift the country out of the Great Depression that had hit it in the late 1920s. The photo essay inside the magazine is a human document of American frontier life, capable of capturing, with its clean yet powerful style, not only the impact of the daring project but also the most intimate lives of the people involved. Fort Peck in Margaret's photos appears crowded with construction workers, engineers, welders, bartenders, elegant ladies; people living in trailers and shacks in an arid place, with the aim of building one of the major engineering marvels of the time, and, once their work is done, taking refuge in bars at night.
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| Workers at the Fort Peck Dam, Montana, 1936 | Bar Fort Peck, Montana, 1936 | Workers at the Fort Peck dam after work, 1936. |
Bourke-White's career (born in New York, 1904 – died in Stamford, Connecticut, 1971) had already begun in Fortune magazine with her first experiences in industrial photography. She said, “Industry is the real place for art” and “bridges, ships, and factories have an unconscious beauty and reflect the spirit of the moment.” The nation needed to believe and dream in technology to dispel the fear of the Depression. So, Margaret documented the American industrial boom, climbed to the top of the Chrysler Building in New York and had her assistant take her picture, flew over the city in a DC-4 passenger plane above downtown Manhattan, ventured into the most dangerous and unhealthy environments of industrial plants, and took photos regardless of the high temperatures of the blast furnaces. She climbed the scaffolding of the Otis steelworks in Cleveland, flew to Germany to photograph the Krupp steelworks, then to Russia, where she became the first Western professional photographer authorized to enter the Soviet Union and document the five-year plan for the country's industrialization.
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Margaret Bourke-White takes a photo from the top of a building in New York (left) – Aerial view of New York (right), 1935 |
Otis steelworks, Ohio, 1929 (left) – A Russian worker at the Zaporizhzhya dam, Ukraine, 1930 (right) |
Confident in the power of machines and technology, she showed the pulsating life of the new metropolises. And in every photograph we contemplate her confident gaze on the world, the reworking done by a bold, stubborn, and ambitious woman. She wanted to be “the eyes of the times” and her photographs bear witness (as she herself said) to her “insatiable desire to be there when history is made.” From reportage on US and Soviet industries, she moved on to observing society and its struggles, poverty, and racial segregation in the southern United States, where the population had been brought to its knees by the economic crisis. The focus of her photography inevitably changed, and the new monuments of her images now became people. In the February 15, 1937 issue of Life magazine, Bourke-White photographed the victims of the Dust Bowl drought and published her famous photograph of African Americans lined up for food and clothing at a Red Cross relief center, in front of a billboard depicting a white family and the jarring slogan "The highest standard of living in the world / There is no American way."
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| African-American flood victims lining up at a Red Cross relief center, 1937 |
With novelist Erskine Caldwell, her future husband, she collaborated on a photojournalism expedition to the rural South of the country, which produced the book You Have Seen Their Faces (1937). Bourke-White took the photos for this investigation, while Caldwell wrote the text.
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| Photo extraite deYou Have Seen Their Faces |
Their partnership continued: they traveled together to Europe to document the effects of Nazism. She photographed Czechoslovakia invaded by the Germans in 1939, the only American photographer to witness the event. In 1941, at the invitation of the Soviet government itself, Margaret Bourke-White returned to Russia, this time focusing more on the country's population, for a book entitled Eyes on Russia. She also managed to portray Stalin smiling and good-natured.
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Women working in the fields in the Soviet Union, 1941 |
Portrait of Stalin, 1941 |
She was the only foreign photographer in Moscow when, on the night of July 26, 1941, while at the American embassy, she witnessed a crucial event - the first German attack on the Soviet Union. From the roof of the embassy, positioning five cameras with long exposure times, she photographed the night bombing in what she called “one of the most exceptional nights of my life.”
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| The image of the attack on the Kremlin |
Upon her return to the United States, Margaret asked to become a war reporter on the front lines. No woman had ever been accredited by the US Army in a war zone. She was given the task of documenting World War II in Europe. For more information on Margaret Bourke-White's achievements and to learn more about her life and photographic style, please refer to two articles published on Vitamine vaganti at these links:
https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/
https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/
In Italy, Margaret witnessed the Battle of Cassino, about which she also wrote a book, Purple Heart Valley: A Combat Chronicle of the War in Italy. Then there were the photos of the destruction of war, such as Nuremberg after the bombings, or American soldiers kneeling in prayer amid the rubble of Cologne Cathedral while an army chaplain celebrated the first Mass after the bombing on March 2. Still following the US troops, Margaret entered the Buchenwald concentration camp the day after the prisoners were liberated and documented the horror - men and women reduced to skeletons, starving, lying on wooden bunks, staring in amazement at their liberators. The author's journey is one through the upheaval of the 20th century and its rebirth. Once again, her photos published by Life are sensational.
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| Mine hunters, from the book Purple Heart Valley | Margaret as a war correspondent (left) - American soldiers in Cologne Cathedral (right) | Nuremberg after the bombing, 1945 | Prisoners in Buchenwald camp, 1945 |
Between 1946 and 1948, she was in India to capture the delicate phase of Pakistan's birth and photographed Gandhi reading near a spinning wheel in his home in Pune. She witnessed the migration that accompanied India's independence and division, the largest migratory movement in human history. In the photo, the misery of an expropriated people is reflected in the face of a boy perched on the wall in New Delhi. Below him, thousands of people are trying to survive while waiting to organize a convoy to Pakistan. They have nothing to eat, are surrounded by filth, and many will die without ever leaving the camp.
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| Gandhi, 1946 | Migration to Pakistan, 1947 |
In 1952, Margaret witnessed the Korean War. At the end of the war, she was in South Africa to photograph the effects of apartheid, descending into the gold mines and documenting the terrible working conditions of the miners in Johannesburg.
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| Miners in Johannesburg, 1950 | South African children, 1950 |
An African-American maid prepares dinner for a white family in Greenville, South Carolina, 1956 |
In 1953, she was diagnosed with Parkinson's disease and began to have difficulty handling her camera. Despite her courageous and optimistic approach to the disease, she signed her last report for Life in 1957. In her later years, she devoted herself to writing and published her autobiography, Portrait of Myself, in 1963. She died following an accidental fall in 1971, at the age of 67.





















