Chen Xiefen
Paola Di Lauro

Anita Mottaghi

 

L’aria umida di Jiangsu portava con sé l’odore inconfondibile dell’inchiostro. Nella casa della famiglia Chen una bambina sedeva accanto al padre, osservando affascinata i caratteri cinesi che prendevano vita sulla carta di riso. Il suo nome era Chen Xiefen, e fin da piccola aveva compreso che la parola scritta possedeva un potere straordinario: quello di cambiare il mondo. La bambina che cresceva in una famiglia di intellettuali, in un ambiente dove la cultura era al centro della sua formazione, presto avrebbe preso consapevolezza del potenziale di quella scrittura che l’aveva tanto attratta. Il suo destino sarebbe stato segnato da una battaglia intellettuale, culturale e politica che l’avrebbe vista protagonista di una delle rivoluzioni più significative della storia moderna della Cina: la lotta per i diritti delle donne. 

Nata nel 1883 a Hengshan, nella provincia di Hunan, Chen Xiefen si trasferì poi con la sua famiglia a Changzhou, nei territori Jiangsu, in un periodo di grandi sconvolgimenti per la Cina. La fine della dinastia Qing, le crescenti pressioni sociali e politiche e l’influenza delle idee occidentali segnavano un’epoca di trasformazioni profonde. Era figlia di Chen Fan, un magistrato che, dopo aver perso il suo incarico, si trasferì a Shanghai e fondò il giornale Subao; Xiefen si trovò così immersa in un ambiente stimolante, che la portò a sviluppare una forte consapevolezza critica. Il padre, uomo colto e idealista, le insegnò a vedere nella parola scritta uno strumento di cambiamento e resistenza. In un’epoca dove la cultura era considerata come una forma di lotta silenziosa, la ragazza comprendeva la potenza di ciò che le parole avrebbero potuto fare. La società cinese era ancora profondamente strutturata su tradizioni millenarie, che relegavano le donne a ruoli subalterni; l'educazione e la cultura erano quasi esclusivamente riservate agli uomini, mentre le donne venivano limitate nei loro diritti e opportunità.

Ma nel cuore di Xiefen, queste convenzioni iniziarono a cedere il passo a un nuovo modo di pensare. Crescendo, fu testimone della sofferenza delle donne costrette a subire l’atroce pratica dei piedi fasciati, che non solo ne impediva la libertà fisica ma ne segnava l’intera esistenza. Ogni giorno, coloro che vedeva camminare con passo incerto la spingevano a riflettere sull’assurdità di quel sistema che ostacolava le donne. Le storie di matrimoni forzati, di sogni infranti e di talenti mai espressi che sentiva raccontare dalle anziane della sua famiglia la toccarono nel profondo e la portarono a lottare per un cambiamento radicale. Chen Xiefen capì che non poteva limitarsi a guardare, doveva agire per scuotere il mondo che la circondava.

Mentre studiava presso un istituto gestito da missionari, nel 1899, a soli 16 anni, Chen Xiefen assunse la direzione di Nübao (poi Nüxuebao), che in italiano significa "giornale delle donne": inizialmente uscì come supplemento gratuito del Subao ma presto divenne autonomo e fu la prima voce femminile di rilevanza in tutta la Cina. La sua pubblicazione fu un atto audace. La stampa, in quel periodo, era uno strumento quasi esclusivamente riservato alle élite intellettuali e il fatto che una giovane donna lo usasse come mezzo di protesta e di espressione fu davvero rivoluzionario. La rivista non era solo uno spazio per esprimere opinioni, ma divenne il manifesto di una generazione che chiedeva cambiamenti radicali. Le sue parole erano forti, provocatorie e soprattutto chiare: non si limitava a denunciare la condizione femminile, ma metteva in discussione l’intero sistema sociale cinese. «Le donne devono essere indipendenti! Devono poter studiare, lavorare, decidere della propria vita!» scriveva, chiedendo un diritto che sembrava impensabile. Ogni numero di Nüxuebao non era solo un’argomentazione ma un attacco a una cultura che aveva ignorato le donne per secoli. Non si limitava a sognare un mondo migliore per le donne, ma offriva soluzioni concrete, chiedendo matrimoni liberi, istruzione, lavoro, parità con l'uomo, ovvero la modernizzazione come processo che dovesse necessariamente includere il riscatto femminile.

La rivista Nüxuebao (Nübao), 1903 Illustrazione di NuXueBao (l'allevamento del baco da seta, un'attività femminile)

Un altro elemento innovativo di Nüxuebao fu l’uso del baihua, il linguaggio vernacolare. La scrittura cinese formale si basava infatti sul wenyan, un linguaggio classico comprensibile solo alle élite intellettuali, invece il baihua rendeva le idee della rivista accessibili a un pubblico più vasto, anche a coloro che non avevano ricevuto un’educazione tradizionale. Questa scelta non solo democratizzò l’accesso alle idee progressiste, ma costituì pure una critica alla cultura conservatrice che ostacolava il progresso sociale. La rivista di Chen Xiefen, con il suo linguaggio e il suo spirito di sfida, divenne un simbolo di cambiamento. Le autorità della dinastia Qing non tardarono a vedere nelle sue idee una minaccia al loro potere. Nel 1903 il governo cinese proibì Nübao, e con esso la speranza di una stampa libera che potesse sfidare le convenzioni sociali. Ma la giovane non si lasciò intimidire. La censura non riuscì mai a metterla a tacere. Fu costretta a lasciare la Cina, senza rinunciare alla sua causa. Trovò rifugio in Giappone, dove incontrò altri esiliati e intellettuali che condividevano le sue idee, tra cui la poeta e rivoluzionaria Qiu Jin e la suffragista Lin Zongsu.

Con loro formò una solida alleanza, lavorando per dare voce a quelle donne che erano rimaste nel silenzio. In Giappone, Chen Xiefen rilanciò Nüxuebao e lo diresse con passione fino al 1905, utilizzando lo pseudonimo Chu'nan nuzi. Nello stesso anno pubblicò Duli Pian, uno dei primi scritti femministi in cui descrive il corpo femminile come luogo di oppressione e di eterna sottomissione, dalle orecchie forate alle punizioni corporali. Interessante pure un editoriale in cui argomenta l'importanza dell'attività fisica per le ragazze, un'assoluta novità per la mentalità dell'epoca. Il suo impegno per l’emancipazione femminile la portò a diventare presidente della Gong Ai Hui (Società per l’Amore Universale), un’organizzazione volta a migliorare le condizioni delle donne in Cina e a combatterne l'oppressione, non solo attraverso la scrittura, ma anche attraverso la lotta diretta, partecipando attivamente alla preparazione di insurrezioni contro il governo Qing e collaborando con i movimenti anarchici russi.

Amelia to Zora Twenty-Six Women Who Changed the World Di Cynthia Chin-Lee, 2005 Il movimento di liberazione delle donne cinesi e la pioniera del giornalismo moderno

Il percorso di Chen Xiefen non fu facile. Dopo il suo matrimonio con Yang Jun, un intellettuale del Sichuan, si trasferì negli Stati Uniti per proseguire gli studi. Questo periodo le permise di confrontarsi con altre realtà e approfondire le sue idee, ma le diede anche il tempo per riflettere sul cammino che la Cina stava percorrendo. Dopo il ritorno in Cina nel 1912, in seguito al crollo della dinastia Qing e alla nascita della Repubblica, Chen Xiefen partecipò alle attività politiche della Shenzhou Nüjie Xiejishe, l’Associazione delle donne cinesi, che sosteneva il suffragio universale femminile. Poco si sa, da allora, della sua breve vita. Morì infatti nel 1923, a soli 40 anni, ma il suo impatto sulla società cinese era già stato indelebile. Le sue battaglie avevano contribuito a gettare le basi per un cambiamento che, sebbene lento, cominciava a materializzarsi: le donne poterono accedere all’istruzione, la pratica dei piedi fasciati fu abolita, mentre il suo spirito combattivo ispirò numerose attiviste che ne continuarono il lavoro.

Dinastia Qing, piedi fasciati

Traduzione francese

Rachele Stanchina

L'air humide du Jiangsu était imprégné de l'odeur caractéristique de l'encre. Dans la maison familiale des Chen, une petite fille, assise près de son père, était fascinée par les caractères chinois qui prenaient vie sur le papier de riz. Elle s'appelait Chen Xiefen et, dès son plus jeune âge, elle avait compris que le mot écrit possédait un pouvoir extraordinaire: celui de changer le monde. Élevée dans une famille d'intellectuels, dans un environnement où la culture était au cœur de son éducation, la jeune fille allait bientôt prendre conscience du potentiel de l'écriture qui l'avait tant captivée. Son destin serait façonné par un combat intellectuel, culturel et politique qui la placerait à l'avant-garde de l'une des révolutions les plus importantes de l'histoire chinoise moderne: la lutte pour les droits des femmes.

Née en 1883 à Hengshan, dans la province du Hunan, Chen Xiefen déménagea plus tard avec sa famille à Changzhou, dans la province du Jiangsu, durant une période de grands bouleversements pour la Chine. La fin de la dynastie Qing, la montée des pressions sociales et politiques et l'influence des idées occidentales marquèrent une ère de profondes transformations. Fille de Chen Fan, magistrat qui, après avoir perdu son poste, s'installa à Shanghai et fonda le journal Subao, Xiefen grandit dans un environnement stimulant qui développa vivement son esprit critique. Son père, homme cultivé et idéaliste, lui apprit à considérer l'écriture comme un outil de changement et de résistance. À une époque où la culture était perçue comme une forme de lutte silencieuse, la jeune fille comprit le pouvoir des mots. La société chinoise restait profondément structurée par des traditions ancestrales qui reléguaient les femmes à des rôles subalternes; l'éducation et la culture étaient presque exclusivement réservées aux hommes, tandis que les droits et les opportunités des femmes étaient limités.

Mais dans le cœur de Xiefen, ces conventions commencèrent à céder la place à une nouvelle façon de penser. En grandissant, elle fut témoin des souffrances des femmes contraintes de subir l'atroce pratique du bandage des pieds, qui non seulement entravait leur liberté physique, mais affectait leur existence même. Chaque jour, les femmes qu'elle croisait, marchant d'un pas hésitant, la poussaient à réfléchir à l'absurdité de ce système qui opprimait les femmes. Les récits de mariages forcés, de rêves brisés et de talents inexploités que lui racontaient les aînés de sa famille la touchaient profondément et l'incitaient à lutter pour un changement radical. Chen Xiefen comprit qu'elle ne pouvait rester les bras croisés; elle devait agir pour bouleverser le monde qui l'entourait.

En 1899, alors qu'elle étudiait dans un institut géré par des missionnaires, Chen Xiefen, âgée de seulement 16 ans, prit la direction de Nübao (devenu plus tard Nüxuebao), qui signifie « journal des femmes ». Initialement publié comme supplément gratuit de Subao, le magazine devint rapidement indépendant et s'imposa comme la première voix féminine influente en Chine. Sa publication était un acte audacieux. À cette époque, la presse était presque exclusivement réservée à l'élite intellectuelle, et le fait qu'une jeune femme l'utilise comme moyen de protestation et d'expression était véritablement révolutionnaire. Le magazine n'était pas seulement un espace d'expression ; il devint le manifeste d'une génération exigeant un changement radical. Ses paroles étaient fortes, provocatrices et surtout claires : Chen ne se contentait pas de dénoncer la condition féminine, mais remettait en question l’ensemble du système social chinois. « Les femmes doivent être indépendantes ! Elles doivent pouvoir étudier, travailler et décider de leur propre vie !» écrivait-elle, revendiquant un droit qui semblait impensable. Chaque numéro de Nüxuebao n’était pas seulement un plaidoyer, mais une attaque contre une culture qui avait ignoré les femmes pendant des siècles. Elle ne se contentait pas de rêver d’un monde meilleur pour les femmes, mais proposait des solutions concrètes, plaidant pour le mariage libre, l’éducation, le travail et l’égalité avec les hommes – autrement dit, pour une modernisation qui incluait nécessairement l’émancipation des femmes.

La revue Nüxuebao (Nübao), 1903 Illustration de Nüxuebao (l’élevage du ver à soie, une activité féminine)

Un autre élément novateur de Nüxuebao était son utilisation du baihua, la langue vernaculaire. L’écriture chinoise officielle était basée sur le wenyan, une langue classique comprise seulement par l’élite intellectuelle. Le baihua, en revanche, rendait les idées du magazine accessibles à un public plus large, même à ceux qui n’avaient pas reçu d’éducation traditionnelle. Ce choix démocratisait non seulement l’accès aux idées progressistes, mais constituait également une critique de la culture conservatrice qui entravait le progrès social. Le magazine de Chen Xiefen, par son langage et son esprit contestataire, devint un symbole de changement. Les autorités de la dynastie Qing perçurent rapidement ses idées comme une menace pour leur pouvoir. En 1903, le gouvernement chinois interdit Nübao, et par conséquent, la presse chinoise. Cela faisant, il anéantit l'espoir d'une presse libre capable de remettre en question les conventions sociales. Mais la jeune femme refusa de se laisser intimider. La censure ne la réduisit jamais au silence. Contrainte de quitter la Chine, elle ne renonça pas à sa cause. Elle trouva refuge au Japon, où elle rencontra d'autres exilées et des intellectuelles partageant ses idées, notamment la poétesse et révolutionnaire Qiu Jin et la suffragette Lin Zongsu.

Avec elles, elle forma une alliance solide, œuvrant pour donner la parole aux femmes restées silencieuses. Au Japon, Chen Xiefen fit renaître Nüxuebao et le dirigea avec passion jusqu'en 1905, sous le pseudonyme de Chu'nan nuzi. Cette même année, elle publia Duli Pian, l'un des premiers écrits féministes, dans lequel elle décrit le corps féminin comme un lieu d'oppression et de soumission perpétuelle, des oreilles percées aux châtiments corporels. Un éditorial où elle défend l'importance de l'activité physique pour les filles, concept totalement novateur pour l'époque, mérite également d'être mentionné. Son engagement pour l'émancipation des femmes l'a conduite à devenir présidente de la Gong Ai Hui (Société pour l'amour universel), une organisation visant à améliorer la condition féminine en Chine et à lutter contre l'oppression des femmes, non seulement par l'écriture, mais aussi par la lutte directe tout en participant activement à la préparation des soulèvements contre le gouvernement Qing et en collaborant avec les mouvements anarchistes russes.

Amelia to Zora: Twenty-Six Women Who Changed the World, de Cynthia Chin-Lee, 2005 Le mouvement de libération des femmes chinoises et la pionnière du journalisme moderne

Le parcours de Chen Xiefen fut semé d'embûches. Après son mariage avec Yang Jun, un intellectuel du Sichuan, elle partit aux États-Unis pour poursuivre ses études. Cette période lui permit de s'ouvrir à d'autres réalités et d'approfondir ses idées, mais aussi de réfléchir à la voie empruntée par la Chine. De retour en Chine en 1912, après la chute de la dynastie Qing et la proclamation de la République, Chen Xiefen participa aux activités politiques de la Shenzhou Nüjie Xiejishe (Association des femmes chinoises), qui militait pour le suffrage universel féminin. On sait peu de choses de sa courte vie après cette date. Elle mourut en 1923, à seulement 40 ans, mais son impact sur la société chinoise était déjà indélébile. Ses combats avaient contribué à jeter les bases d'un changement qui, bien que lent, commençait à se concrétiser: les femmes obtinrent l'accès à l'éducation, la pratique du bandage des pieds fut abolie et son esprit combatif inspira de nombreux militants qui poursuivirent son œuvre.

Dynastie Qing, pieds bandés

Traduzione spagnola

Sefora Santamaria

El aire húmedo de Jiangsu llevaba consigo el olor inconfundible de la tinta. En casa de la familia Chen, una niña estaba sentada al lado de su padre, observando fascinada los caracteres chinos que cobraban vida sobre el papel de arroz. Su nombre era Chen Xiefen, y desde niña había entendido que la palabra escrita tenía un poder extraordinario: el de cambiar el mundo. La niña que crecía en una familia de intelectuales, en un ambiente donde la cultura representaba lo más importante de su formación, tomaría conciencia muy pronto del potencial de esa escritura que tanto la fascinaba. Su destino iba a ser marcado por una batalla intelectual, cultural y política que la haría protagonista de una de las revoluciones más significativas de la historia moderna de China: la lucha por los derechos de las mujeres.

Nacida en 1883 en Hengshan, en la provincia de Hunan, Chen Xiefen se mudó con su familia a Changzhou, en los territorios del Jangsu, en un periodo de grandes trastornos en China. El fin de la Dinastía Qing, las crecientes presiones sociales y políticas y la influencia que procedía de Occidente estaban llevando a una época de profundas transformaciones. Era la hija de Chen Fan, un magistrado que, tras haber perdido su trabajo, se mudó a Shanghai y fundó la revista «Subao». Xiefen se encontró de este modo sumergida en un entorno estimulante, que la llevó a desarrollar una fuerte conciencia crítica. Su padre, hombre culto e idealista, le enseñó a ver en la palabra escrita una herramienta de cambio y resistencia. En una época en la que la cultura se consideraba una forma de lucha silenciosa, la chica estaba aprendiendo el poder que las palabras iban a poder ejercer. La sociedad china aún seguía fuertemente arraigada en las tradiciones milenarias, que relegaban a las mujeres a papeles subalternos. La formación y la cultura eran un privilegio privativo de los hombres, mientras que las mujeres tenían oportunidades y derechos muy limitados.

Sin embargo, en el corazón de Xiefen estas costumbres empezaron a dejar paso a una nueva manera de pensar. A medida que crecía, fue testigo del dolor de las mujeres obligadas a sufrir la práctica atroz de los pies vendados, que no sólo comprometía su libertad física, sino que marcaba su vida entera. Cada día en el que veía a mujeres andar tambaleando la llevaba a reflexionar sobre la absurdidad de un sistema que las obstaculizaba. Las historias de matrimonios forzosos, de sueños destrozados, de talentos nunca expresados, que escuchaba de las ancianas mujeres de su familia, la afectaron profundamente y la animaron a empezar a luchar por un cambio radical. Chen Xiefen entendió que no podía sólo mirar, tenía que actuar para sacudir a la sociedad que la rodeaba.

En 1899, mientras estudiaba en un instituto dirigido por misioneros y tenía sólo 16 años, Chen Xiefen asumió la dirección del «Nübao» (después «Nüxuebao»), que en español significa “revista de mujeres”. En un primer momento, esta revista se publicaba gratuitamente junto con la del «Subao». Sin embargo, muy pronto se convirtió en una revista autónoma, llegando a ser la primera voz femenina de relevancia en toda China. Su publicación fue un acto valiente. La imprenta, en aquel periodo, era un instrumento para uso exclusivo de las élites intelectuales y el hecho de que una joven mujer lo utilizara como medio de protesta y de expresión representó algo verdaderamente revolucionario. La revista no era sólo un espacio para expresar opiniones, sino que se convirtió en la voz de una generación que pedía cambios radicales. Sus palabras eran chocantes, provocativas y sobre todo claras: no se limitaba a denunciar la condición femenina, sino que ponía en tela de juicio el entero sistema social chino. «¡Las mujeres deben ser independientes! ¡Necesitan poder estudiar, trabajar y decidir sobre su propia vida!» escribía Chen, pidiendo un derecho que parecía impensable reclamar. Cada número de la revista «Nüxuebao» no era sólo una argumentación, sino un ataque a una cultura que había ignorado a las mujeres durante siglos. No se limitaba a soñar con un mundo mejor para las mujeres, sino que ofrecía soluciones concretas, pidiendo matrimonios libres, educación, trabajo, igualdad de género. En definitiva, pedía que la modernización se convirtiera en un proceso que inlcuyera el rescate de las mujeres.

La revista Nüxuebao (Nübao), 1903 Ilustración de Nüxuebao (la cría del gusano de seda, una actividad femenina)

Otro elemento novedoso del «Nüxuebao» fue el uso del baihua, es decir, el habla vernácula. En efecto, la escritura china formal se fundaba en el uso del wenyan, un lenguaje antiguo y comprensible sólo para las élites intelectuales. El baihua, en cambio, permitía que las ideas de la revista llegaran a un público más amplio y hasta a quienes que no pudieron obtener una educación tradicional. Esta elección no sólo democratizó el acceso a las ideas progresistas, sino que constituyó también una crítica a la cultura conservadora que obstaculizaba el progreso social. La revista de Chen Xiefen, con su lenguaje y su actitud de desafío, llegó a ser un símbolo de cambio. Las autoridades de la Dinastía Qing no tardaron en ver en sus ideas una amenaza a su poder. En 1903, el gobierno chino prohibió la publicación del «Nübao» quitando la esperanza de una imprenta libre que pudiera desafiar las convenciones sociales. Sin embargo, la joven Chen no dejó que la intimidaran. La censura nunca logró enmudecerla. Se vio obligada a dejar su país, pero no renunció a su causa. Se refugió en Japón donde encontró a otros exiliados e intelectuales que compartían sus ideas. Entre ellos estaban la poeta y revolucionaria Qiu Jin y la sufragista Lin Zongsu.

Chen tuvo con ellas una fuerte alianza y trabajó para dar voz a todas las mujeres que permanecían todavía en el silencio. En Japón, Chen Xiefen relanzó el «Nüxuebao» y lo dirigió con pasión hasta 1905, utilizando el seudónimo de Chu’nannuzi . Ese mismo año publicó el «Duli Pian», uno de los primeros escritos feministas en el que describe el cuerpo de las mujeres como lugar de opresión y subyugación sin fin, desde las orejas perforadas hasta los castigos corporales. Igual de interesante fue un editorial en el que se hablaba de la importancia de la actividad física para las chicas, tema novedoso para la mentalidad de la época. Su compromiso en favor de la emancipación femenina hizo que se convirtiera en la presidenta de la Gong Ai Hui (Sociedad del Amor Universal), una organización destinada a mejorar las condiciones de las mujeres en China y a luchar contra su opresión, no sólo a través de la escritura, sino también a través de la lucha directa, es decir, participando activamente en la preparación de levantamientos contra el gobierno Qing y colaborando con los movimientos anarquistas rusos.

Amelia to Zora: Twenty-Six Women Who Changed the World, de Cynthia Chin-Lee, 2005 El movimiento de liberación de las mujeres chinas y la pionera del periodismo moderno

El recorrido de Chen Xiefen no fue simple. Después de su matrimonio con Yang Jun, un intelectual del Sichuan, se mudó a Estados Unidos para continuar sus estudios. Este periodo le permitió entrar en contacto con nuevas realidades y profundizar sus ideas. Además, tuvo tiempo para reflexionar sobre la ruta que China estaba recorriendo. Después de su regreso a China en 1912, tras la caída de la Dinastía Qing y el nacimiento de la República, Chen Xiefen participó a las actividades políticas de la Shenzhou Nüjie Xiejishe, la Asociación de las mujeres chinas, que apoyaba el sufragio universal femenino. Desde entonces conocemos poco de su breve vida. En efecto, murió en 1923, con solo 40 años. Sin embargo, su impacto en la sociedad china ya había sido indeleble. Sus batallas ayudaron a sentar las bases para un cambio que, no obstante su lentitud, estaba empezando a materializarse: las mujeres pudieron acceder a la educación, se abolió la práctica de los pies vendados y su espíritu luchador inspiró a muchas activistas que siguieron con su trabajo.

Dinastía Qing, pies vendados

Traduzione inglese

Syd Stapleton

The humid air of Jiangsu carried with it the unmistakable smell of ink. In the Chen family home, a little girl sat beside her father, watching in fascination as Chinese characters came to life on rice paper. Her name was Chen Xiefen, and from an early age she understood that the written word possessed an extraordinary power - that of changing the world. The child growing up in a family of intellectuals, in an environment where culture was central to her education, would soon become aware of the potential of the writing that had so attracted her. Her destiny would be marked by an intellectual, cultural and political battle that would see her play a leading role in one of the most significant revolutions in China's modern history: the struggle for women's rights. 

Born in 1883 in Hengshan, Hunan Province, Chen Xiefen later moved with her family to Changzhou, Jiangsu Territories, at a time of great upheaval for China. At the end of the Qing Dynasty, growing social and political pressures and the influence of Western ideas marked an era of profound transformation. She was the daughter of Chen Fan, a magistrate who, after losing his post, moved to Shanghai and founded the newspaper Subao. Xiefen thus found herself immersed in a stimulating environment, which led her to develop a strong critical awareness. Her father, an educated and idealistic man, taught her to see the written word as an instrument of change and resistance. At a time when culture was seen as a form of silent struggle, she understood the power of what words could do. Chinese society was still deeply structured on age-old traditions that relegated women to subordinate roles; education and culture were almost exclusively reserved for men, while women were restricted in their rights and opportunities.

But in Xiefen's heart, these conventions began to give way to a new way of thinking. Growing up, she witnessed the suffering of women forced to undergo the atrocious practice of bound feet, which not only prevented their physical freedom but marked their entire existence. Every day, those she saw walking with unsteady steps prompted her to reflect on the absurdity of the system that hampered women. The stories of forced marriages, broken dreams, and talents never expressed that she heard from the elders in her family touched her deeply and led her to strive for radical change. Chen Xiefen realized that she could not just watch; she had to act to shake up the world around her.

While studying at an institute run by missionaries, in 1899, when she was only 16 years old, Chen Xiefen took over the editorship of Nübao (later Nüxuebao), which means “women's newspaper,” It initially came out as a free supplement to Subao but soon became autonomous and was the first women's voice of relevance in all of China. Its publication was a bold act. The press at that time was a tool almost exclusively reserved for the intellectual elite, and the fact that a young woman used it as a means of protest and expression was truly revolutionary. The magazine was not just a space to express opinions, but became the manifesto of a generation demanding radical changes. Its words were strong, provocative and above all clear - it did not just denounce the condition of women, but questioned the entire Chinese social system. “Women must be independent! They must be able to study, work, decide their own lives!” she wrote, demanding a right that seemed unthinkable. Each issue of Nüxuebao was not just an argument, but an attack on a culture that had ignored women for centuries. It did not just dream of a better world for women, but offered concrete solutions, calling for free marriages, education, jobs, equality with men, in other words, modernization as a process that should necessarily include women's redemption.

The magazine Nüxuebao (Nübao), 1903 Illustration from Nüxuebao (silkworm breeding, a female activity)

Another innovative element of Nüxuebao was the use of baihua, the vernacular language. Formal Chinese writing was in fact based on wenyan, a classical language understandable only to intellectual elites, whereas baihua made the magazine's ideas accessible to a wider audience, even those who had not received a traditional education. This choice not only democratized access to progressive ideas, but also constituted a critique of the conservative culture that hindered social progress. Chen Xiefen's magazine, with its language and spirit of defiance, became a symbol of change. The Qing Dynasty authorities were not slow to see its ideas as a threat to their power. In 1903 the Chinese government banned Nübao, and with it the hope of a free press that could challenge social conventions. But the young woman was not intimidated. Censorship could never silence her. She was forced to leave China, without giving up her cause. She found refuge in Japan, where she met other exiles and intellectuals who shared her ideas, including poet and revolutionary Qiu Jin and suffragist Lin Zongsu.

With them she formed a strong alliance, working to give voice to those women who had remained silent. In Japan, Chen Xiefen relaunched Nüxuebao and passionately directed it until 1905, using the pseudonym Chu'nan nuzi. In the same year she published Duli Pian, one of the first feminist writings in which she describes the female body as a place of oppression and eternal subjugation, from pierced ears to corporal punishment. Also of interest is an editorial in which she argues the importance of physical activity for girls, a first for the mentality of the time. Her commitment to women's emancipation led her to become president of Gong Ai Hui (Society for Universal Love), an organization aimed at improving the conditions of women in China and fighting their oppression, not only through writing but also through direct struggle, actively participating in the preparation of insurrections against the Qing government and collaborating with Russian anarchist movements.

Amelia to Zora: Twenty-Six Women Who Changed the World, de Cynthia Chin-Lee, 2005 The Chinese women’s liberation movement and the pioneer of modern journalism

Chen Xiefen's path was not an easy one. After her marriage to Yang Jun, a Sichuan intellectual, she moved to the United States to pursue her studies. This period allowed her to confront other realities and deepen her ideas, but it also gave her time to reflect on the path China was on. After returning to China in 1912, following the collapse of the Qing Dynasty and the establishment of the Republic, Chen Xiefen participated in the political activities of the Shenzhou Nüjie Xiejishe, the Chinese Women's Association, which advocated universal women's suffrage. Little is known since then about her short life. She died in 1923, only 40 years of age, but her impact on Chinese society had already been indelible. Her struggles had helped lay the groundwork for change that, though slow, was beginning to materialize: women were given access to education, the practice of binding feet was abolished, and her fighting spirit inspired numerous women activists who continued her work.

Qing Dynasty, bound feet