Tina Merlin
Sara Balzerano

Carola Pignati

 

«Va’ in mona!»

Nel palazzo di via Fulvio Testi, l’unico, in tutto il corso, arretrato rispetto alla linea della strada, nella redazione milanese de l’Unità che allora era detta delle “Province”, sembra di esser tornati sulle montagne dopo l’8 settembre. Nebbia, di sigarette, bassa e densa, e un continuo mitragliare di macchine da scrivere che si rispondono l’un l’altra in un guerreggiare senza tregua. L’ordine di brigata arriva in dialetto, come tante volte sarà successo anche allora, in bellunese stretto: «Va’ in mona!». A ubbidire, volenti o nolenti, senza forse possibilità di appello, corrispondenti e dirigenti del giornale: democrazia spicciola, nella quale chiunque può incorrere in sfuriate e imprecazioni. Nei giovani c’è forse soggezione, nei dirigenti meno accondiscendenza verso quella donna che, con la terza elementare, sa e può dire la sua con assoluta cognizione di causa. E la dice, poi, senza filtri, né orpelli a ingentilire il discorso. «Va’ in mona!» è quella cosa là, non uno scherzo, né un consiglio; piuttosto un comando secco che non ha bisogno di essere ripetuto.

Tina Merlin, Clementina, è la giornalista del Vajont, la “piccola” corrispondente di provincia che ha, da sola, fatto battaglia contro il colosso Sade; e Tina Merlin è anche quella che, a neanche vent’anni, è diventata staffetta di collegamento tra il comando di battaglione e il comando di brigata, su e giù per la montagna, a combattere i tedeschi e i fascisti, a fare «la guerra alla guerra». È tante cose, Tina Merlin, ma lì, nella redazione dell’Unità di Milano, nel 1972, è soprattutto una che non ama quello che fa, che non vuole star lì a correggere bozze e impaginazioni. E non perde occasione per farlo presente. Vuole la strada, vuole la gente, vuole la voce che ha saputo dare fino a quel momento a chiunque ne avesse poca. O non ne avesse affatto.

Schiena dritta, Tina Merlin. E testa dura. E una capacità di cocciuta autosufficienza morale che le permette di affrontare le esperienze senza paura della solitudine. È montanara, Tina Merlin, che quando nasci da quelle parti lì, le vette e le crode non smettono mai di disegnarti e di riempirti, indipendentemente dal posto che poi ti accoglie, raccoglie e sopporta. E come le rocce e gli spuntoni, graffia e gratta, apre ferite che, nell’inerzia dell’indifferenza, avrebbero finito per suppurare. Sa la fatica dei terreni impervi e la bellezza che si apre nei paesaggi; il freddo che rende tutto pietra e le zolle rivoltate che sanno annunciare la primavera. Tutto questo Tina Merlin se lo porta dietro ovunque vada, come un bagaglio di sopravvivenza, manciata della terra materna che i migranti e le migranti tengono nascosta vicino al cuore. Sempre sentirà lo sciabordio della Marteniga, il fiume che scorre vicino alla casa dove è nata, a Trichiana, in provincia di Belluno, il 19 agosto 1926, come se l’irrequietezza di quel rio alpino avesse dettato il suo agire per tutta la vita. Sua madre, Rosa Dal Magro, è una che dai campi riesce sempre a cavare cibo per la propria famiglia, e che, nonostante questo, temerà sempre la fame e «le debite»; suo padre, Cesare, è uno stagionale che, per lavoro, sarà per lunghi periodi lontano, tanto che la figlia crederà che quello del migrante sia un vero e proprio mestiere. E proprio di questo parlerà sempre la Merlin giornalista; di questo si occuperà sempre la Merlin politica; questo avrà nella testa e nel cuore la Merlin partigiana. Questo: la classe lavoratrice, le donne, i migranti, le migranti e la montagna.

I suoi genitori sono sposi di seconde nozze: il primo marito di Rosa Dal Negro l’ha lasciata vedova a crescere un figlio, Luigi, deceduto poi per una congestione. Da questo nuovo matrimonio nasceranno Ida, Giuseppe Benvenuto detto “Nuto”, che morirà bambino di febbre spagnola, Remo, Antonio detto “Toni”, Giuseppina detta “Pina” e, in ultimo, Clementina detta “Tina”. Il mondo della Marteniga, il mondo di Trichiana, pare un canovaccio da Commedia dell’Arte, una corte dei miracoli senza poveri e reietti, ma con personaggi tali per cui sembra esserci un copione a dettare i fili delle esistenze: c’è «Moca, che andava per carità»; «c’è Toja Tarlame, che diceva sempre di sì bofonchiando da muto»; c’è «Cencio But, pronto sempre a dare una mano»; c’è «Jeja Dosolina, che piangeva e rideva per nulla»; c’è «Zanin, vecchio contadino che scaturiva i ragazzi trovati a slittare suoi suoi campi»; c’è «Meneghel, la guardia municipale, con le sue multe e i suoi sequestri»; c’è «Don Alfonso, con le sue indecorose prediche».

Da loro, da ciascuno di loro, Tina Merlin comprende fin da piccola di appartenere a un gruppo sociale diverso da quella dei padroni, diverso da quello di chi ha il potere. Capisce di non esistere solo come persona singola, ma come entità collettiva; e capisce che, in quel mondo lì, chi ha il potere ha sempre ragione. Tra la gente, che non conosce la politica e che esegue “gli ordini” dei governanti piuttosto che esercitare i propri diritti, Merlin impara a “star sotto” e a rimanere in silenzio. Lo impara, forse, ma non lo accetta. All’età di tredici anni, senza aver finito la scuola elementare, va a servizio a Milano e vive le prepotenze come vere e proprie ingiustizie di classe. Se ne andrà, disubbidirà. Farà suo l’insegnamento del fratello Toni: il valore morale di un individuo dipende dalle sue scelte, non dalla sua nascita. Così, dopo l’8 settembre, quando decidere significa stare o meno dalla parte giusta, Merlin entra nella Resistenza, nome di battaglia Joe. La guerra ha già preteso che le venisse pagato un anticipo: la divisione del fratello Remo, la Julia, i cui reggimenti e divisioni sono stati ricostruiti già per tre volte dopo le decimazioni della Grecia e del Montenegro, viene messa nuovamente in piedi; e Remo, che era un riservista, viene chiamato sul fronte russo dal quale non farà mai ritorno. La Patria, che un tempo aveva il mito del soldato di «garante costituzione», ha smesso da tempo di fare la schizzinosa, facendosi andare bene anche chi prima avrebbe scartato. La cosa importante è la quantità. Ché poi la morte, quando arriva, non va certo a chiedere il curriculum di chi decide di portare con sé: nel computo delle vittime, le qualità non aumentano le spunte sull’elenco. E spunta è diventato anche Toni.

«La guerra va sempre avanti», scrive la madre a Tina. Va sempre avanti e non arretra mai, nemmeno quando sta per finire. Come le bestie agonizzanti, esplode tutta la sua furia, portando con sé più vite possibili, a pareggiare un conto che la vorrebbe sempre vittoriosa. Così, il 26 aprile del 1945, negli ultimi spasmi, decide di prendersi Toni, il comandante Bill, con un colpo alla testa. È un dolore enorme e forse inaspettato. E quando al funerale del fratello Merlin vede arrivare alcune ragazze che fino a poco tempo prima si accompagnavano a soldati tedeschi, va loro incontro e inizia a schiaffeggiarle. Il suo è un atto simbolico e politico; pare dire: «distinguiamoci, noi che siamo stati e state dalla parte giusta; contiamoci, noi che abbiamo tirato fuori questo Paese dalle macerie, combattendo contro chi, quelle stesse macerie, le ha volute». Davanti alla Storia non c’è uguaglianza né di scelte né di intenti. È, quello, il primo schiaffo che Merlin tira ai compromessi e al servilismo di potere. Anche a guerra finita, sarà sempre una partigiana, schierata al di là della barricata, in prima linea per tentare di creare uno Stato in cui anche gli operai e le operaie, i contadini e le contadine, gli stagionali e le ragazze “serve”, possano riconoscersi. Soprattutto, ella crede che le donne, anche in virtù del loro impegno nella Resistenza, debbano smetterla con il silenzio e l’“educazione” e puntare i piedi, finalmente, e alzare la voce e decidere. Nel 1946 si iscrive alla sezione del Pci di Trichiana e, nello stesso anno, decide di frequentare per quattro mesi la scuola di partito a Milano: per lei, ragazzina a servizio, significa tornare, donna, nella grande città da vincitrice.

Nel 1947, tornata a Belluno, le viene affidato un incarico politico all’interno del ricostituito Fronte della gioventù comunista. Inoltre, su esplicita richiesta di Marisa Musu, collabora anche con l’Ari, l’Associazione ragazze d’Italia. In entrambe sarà consigliera nazionale. Dopo che la Fgc chiude, insieme a Michele Tormen e Peppino Zangrado costituisce la sezione della Fgci bellunese. Il lavoro di Merlin nel territorio provinciale non è facile: il partito non vede di buon occhio l’impegno delle donne, anche in luce del fatto che lì le iscritte sono l’1%. Però lei è testa dura e nel congresso del 1951 viene eletta nel comitato federale, l’anno precedente all’Anpi entra nel comitato provinciale e, ancora nel 1951 viene messa in lista per il comune di Belluno pur senza indicazione di voto. Il suo rapporto con il partito è lungo e profondamente conflittuale. Tina Merlin è scomoda: troppo altera, troppo rigida, troppo orgogliosa. E, si sa, ciò che in un uomo è qualità, in una donna diventa difetto. Poi, sempre nel 1951, inizia a lavorare a l’Unità come corrispondente provinciale. Sa bene Merlin di avere un basso livello di istruzione, ma da autodidatta cocciuta inizia a scrivere. Aiutata dal marito Aldo Sirena, il partigiano Nerone, che le fa conoscere anche letture impegnate, compone, oltre ai primi articoli, racconti e poesie. Con alcuni vince persino premi letterari. Le poesie, poi, piacciono a Gianni Rodari che le dice, più volte e in più lettere, di non abbandonare questa sua vena. E lei non solo non la abbandonerà, ma farà della parola scritta il suo mestiere e il suo grimaldello; una nuova bicicletta con la quale continuare a combattere la mai finita Resistenza. Perché la lotta partigiana sarà sempre il vaglio attraverso il quale leggere la realtà politica, sociale e culturale di questo Paese; un tentativo costante di non rendere vana l’esperienza più alta della storia d’Italia, che tanti sacrifici ha chiesto in cambio, ma che ha anche dato la cosa forse più importante: la possibilità concreta di creare una società giusta e paritaria. Resistenza, donne, emigrazione e montagna sono i temi di cui si occuperà come giornalista.

Quello della corrispondente è un lavoro pagato pochissimo e, nonostante questo, Merlin lo affronta con assoluto impegno. Ha un bisogno insito di “pareggiare i conti”, di riscattare sé e la propria classe sociale. È un’esigenza costante e imperitura, che la accompagnerà per tutta la vita. Le sue parole sono le misure di chi sta in basso; i suoi articoli, sassate contro lo specchio nel quale il potere ammira sé stesso. Nel 1952 apre un’inchiesta, a puntate, sulle condizioni di lavoro delle donne bellunesi; a partire dall’11 gennaio 1953 scriverà, ancora a puntate, dell’emigrazione maschile. Il suo stile è ancora grezzo, «emozionato e scolastico» dirà Mario Isnenghi, pieno di fonti orali e di testimonianza diretta, quasi a voler tenere un filo diretto tra lei, che scrive, e le persone, che vivono e subiscono. E poiché una storia non esiste finché non viene raccontata, la penna di Merlin non si ferma mai, a fare da megafono a chi pensa di non avere nessuno che ascolti, a dare valore e senso alla verità. L’inchiesta si conclude con un articolo che, in continua anafora, è, allo stesso tempo, una denuncia, un progetto e una preghiera:

«Gli emigranti non chiedono lauti guadagni, chiedono lavoro. Chiedono la possibilità di restare a guidare la loro casa, di fare veramente da mariti e da padri. Chiedono l’umano, se vogliamo il cristiano diritto all’unità della famiglia. Chiedono scarpe e cibo e possibilità di istruzione per i figli. Chiedono il loro diritto a non morire in terra straniera, quasi fossero in guerra, sepolti vivi nelle gallerie o fatti a pezzi dall’esplosivo. Chiedono lavoro in patria perché amano la loro terra. Vogliono godersela in pace, nel lavoro, assieme alle loro famiglie, con le canicole e le nevi, i fiori e i prati, le montagne e le vallate, i fiumi e i laghi e la gente tutta, lavoratrice e pacifica».

Ciò che fa Merlin, ciò che farà con la vicenda del Vajont, ciò che farà con le inchieste sugli operai bellunesi emigranti rimasti vittime delle tragedie di Zermatt, Valle Aurina, Val di Sass e Mattmark negli anni Settanta, è di dare un nome, un cognome, un passato e una storia a ciascun individuo, stracciando l’etichetta totalizzante che cancella e inibisce il dolore. Nel 1956 inizia una lunga serie di articoli in difesa della montagna: a marzo si occupa del comune di Forno Zoldo che, all’insaputa delle sue frazioni, svende terre alla Sade; il 13 maggio pubblica un articolo dal titolo I monopoli “rapinano” la bellezza della montagna; in luglio denuncia i danni che il bacino artificiale di Vallesella sta provocando all’abitato. Poi arriva il Vajont. Tina Merlin giunge in valle ben prima che la stampa e la politica si accorgano di quello che sta accadendo. Di quello che accadrà. E, come è noto, si occupa fin da subito degli abitanti di Erto e Casso, dando loro la dignità dell’attenzione. Nel suo celebre articolo La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono, e poi nel libro Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont, pubblicato nel 1983, ci parla, sì, di bacini, di invasi, di frane e di potere. Ma Merlin, soprattutto, ci parla di Maria Corona, che ogni volta la invita a mangiare e a bere; ci parla di Giovanni Martinelli, anziano e battagliero, che alle riunioni del Consorzio per la rinascita della Valle ertana viene armato di cartelloni contro la Sade e contro il governo e che perderà il figlio di ventisei anni; ci parla di Giuseppe Pezzin, oste di San Martino ed ex sindaco di Erto, che morirà il 9 ottobre; ci parla di Antonia Filippa da Prada, che dice che contro la Sade bisogna prendere il fucile e che sarà dispersa, insieme al marito; ci parla di Celeste Martinelli, che si salva, perché in Svizzera; ci parla di Domenico Corona, che ne uscirà vivo.

La vicenda di Tina Merlin e del Vajont è paradigmatica della piramide del privilegio che da sempre regola e organizza ogni aspetto della società. Cassandra inascoltata, la sua denuncia, come scrive Giampaolo Pansa, ha subito un black-out spesso tre volte: è una donna, è una corrispondente di provincia, è una comunista che scrive per un giornale di partito. Le notizie che riporta nei suoi articoli sono precise e articolate, tanto che si pensa che ella abbia avuto un contatto illustre all’interno della Sade. Stando a ciò che scrive il figlio, Toni Sirena, si tratterebbe di Mario Pancini, ingegnere che dirigeva il cantiere, morto suicida il giorno prima dell’apertura del processo a L’Aquila. Eppure, dopo il 9 ottobre 1963, Tina Merlin, che viene cercata da moltissima stampa estera, qui in Italia è tacitata e dimenticata, non fosse per l’accusa di sciacallaggio che giornalisti come Montanelli muovono a lei e al Pci, rei di non voler spegnere i riflettori. Le luci sul Vajont, però, si spengono comunque, per decenni, lasciando a Merlin l’angoscia di non aver fatto abbastanza.

Dopo una parentesi di circa un anno, durante la quale si reca in Ungheria, ritorna a Vicenza nel 1968. Qui segue le lotte dei tessili e delle tessili della Valdagno e dei ceramisti e ceramiste del Nove. Tra il 1969 e il 1972 scrive quasi un articolo al giorno, anche per la pagina culturale. Nel 1970 viene mandata a Venezia a seguire le lotte operaie di Porto Marghera e qui si trova al centro degli scontri tra i manifestanti, le manifestanti e la polizia. La cronaca di ciò che accade esce su l’Unità in un articolo dallo stile nominale che rende perfettamente la concitazione di quei momenti. Poi, finalmente, dopo trent’anni di “gavetta”, viene assunta a Milano come giornalista professionista. Gli anni Settanta, gli attentati terroristici, le grandi rivolte di piazza, Tina Merlin li vive dentro le fabbriche, non nascondendosi mai, ma affermando con forza e senza poesia da che parte stesse. Nel capoluogo lombardo rimane fino al 1974. Si sposta a Venezia e qui riprende a occuparsi di lotte operaie. Ma è proprio in terra di laguna che si consuma la rottura definitiva con il giornale. La redazione centrale de l’Unità ha deciso di abolire le pagine locali a favore della sola cronaca veneziana. Viene, cioè, a mancare la possibilità per Merlin di parlare della sua gente e delle sue montagne. Se ne va.

Tina Merlin ad un raduno partigiano in Cansiglio nell’immediato dopoguerra, con Aldo Sirena il partigiano “Nerone” comandante di due brigate partigiane

Però, continua a scrivere. Nel 1981 diventa direttrice responsabile del periodico Veneto Emigrazione e, con l’Associazione Bellunesi nel mondo compie numerosi viaggi in Svizzera per incontrare lavoratori e lavoratrici migrati lì, raccontando di loro e delle loro storie. Dirige poi la rivista L’uomo e l’ambiente e collabora con Giorni. Le vie nuove dell’agricoltura. Andrà in Messico, in Cina, a Cuba, in Vietnam, nell’allora Cecoslovacchia, in Egitto, in Svezia, in Jugoslavia e nella Ddr. E, nel 1985, andrà in Russia per tentare di trovare qualche traccia del fratello Remo, tornandoci, poi, nel giugno del 1990. Rientrata dalla prima visita in Unione Sovietica, collabora con Nuova Venezia, la Tribuna di Treviso e il Mattino di Padova, sui quali pubblica, in quattro puntate, il resoconto del suo viaggio. Sullo stesso tema, invia anche un artico a Patria Indipendente, chiedendo che l’Anpi si prodighi affinché il governo si faccia carico del trasporto in Italia dei resti dei soldati morti in Russia. Tra le fondatrici dell’Isbrec, l’Istituto storico bellunese della resistenza e dell’età contemporanea nel 1965, negli anni Ottanta si dedica a un lavoro approfondito del ruolo delle donne nella lotta partigiana.

Tina Merlin, partigiana al centro della foto con due compagne della lotta di liberazione

Con indagini filologiche accurate, confrontando testimonianze, documenti redatti dai comandi partigiani e dai Gruppi di difesa della donna, riesce a ricostruire, brigata per brigata, i nomi di centosettantasette tra staffette e combattenti, oltre a quelli di donne “comuni” il cui contributo è stato ugualmente prezioso e risolutivo. Tutto ciò confluisce poi nella relazione dal titolo La guerriglia delle donne: status, coscienza, contraddizioni, presentata il 20 ottobre 1990 al convegno sugli aspetti militari della Resistenza. Si conclude, così, uno studio iniziato nel 1955 con l’articolo Le donne bellunesi della resistenza, pubblicato su Nuovo Domani e che ha portato anche alla pubblicazione del libro Menica e le altre. Racconti partigiani. Un lavoro di indagine induttiva che, dal particolare, ha ampliato il proprio respiro riuscendo a tratteggiare una storia dal carattere nazionale e, in qualche maniera, anche universale. E questa è sempre stata la caratteristica preponderante, e la forza assoluta, di Tina Merlin: partire da ciò che meglio conosce e capire, con profonda intelligenza, che il suo mondo, poiché uguale e diverso a tanti altri mondi, l’ha resa parte di una realtà più grande che è quella della società umana. Sempre montagna e mai isola, ha parlato di sé, per sé, per poter parlare di noi e dell’altro. Morta il 22 dicembre del 1991, dovessimo riassumere tutta la sua meravigliosa esistenza, potremmo usare un verso di Pier Paolo Pasolini: «non c'è altra poesia che l'azione reale». E Tina Merlin, con la sua terza elementare, ha scritto forse la poesia più bella che potesse essere composta.


Traduzione francese

Giorgia Corvino

«Va’ in mona!»

Dans l’immeuble du Corso Fulvio Testi — le seul de l’avenue à être en retrait par rapport à la rue — au sein de la rédaction milanaise de l'Unità, celle que l’on appelait alors la rédaction des « Provinces », on se croirait revenu dans les montagnes après le 8 septembre 1943. Un brouillard de cigarettes, bas et dense, et le mitraillage incessant des machines à écrire qui se répondent dans un combat sans trêve. L’ordre de brigade tombe en dialecte, comme cela a dû arriver tant de fois autrefois, dans un patois bellunais serré : «Va’ in mona!» Correspondants et dirigeants du journal obéissent, bon gré mal gré, sans possibilité d'appel : une démocratie brute, où n’importe qui peut s’attirer foudres et imprécations. Chez les jeunes, il y a peut-être de l’intimidation ; chez les dirigeants, moins de complaisance envers cette femme che n'a que son certificat d'études, mais qui sait et peut dire ce qu'elle pense avec une pertinence absolue. Et elle le dit, sans filtre ni fioritures pour adoucir le propos. Ce «Va’ in mona!» est une chose sérieuse, ni une plaisanterie, ni un conseil ; plutôt un commandement sec qui n'a pas besoin d'être répété.

Tina Merlin, Clementina de son vrai nom, est la journaliste du Vajont, la « petite » correspondante de province qui a, seule, mené bataille contre le colosse SADE. Mais Tina Merlin est aussi celle qui, à même pas vingt ans, est devenue estafette de liaison entre le commandement de bataillon et celui de brigade, sillonnant la montagne pour combattre les Allemands et les fascistes, pour faire « la guerre à la guerre ». Tina Merlin est bien des choses, mais là, dans la rédaction de l'Unità à Milan, en 1972, elle est surtout quelqu'un qui n'aime pas ce qu'elle fait, qui ne veut pas rester là à corriger des épreuves et des mises en page. Elle ne manque aucune occasion de le faire savoir. Elle veut la rue, elle veut les gens, elle veut cette voix qu'elle a su donner jusqu'alors à tous ceux qui en avaient peu. Ou pas du tout.

Droit dans ses bottes, Tina Merlin. Tête dure. Et une capacité d'autosuffisance morale têtue qui lui permet d'affronter les expériences sans crainte de la solitude. C'est une montagnarde, Tina Merlin : quand on naît là-bas, les sommets et les crêtes ne cessent jamais de vous façonner et de vous habiter, quel que soit l'endroit qui, par la suite, vous accueille, vous recueille ou vous supporte. Et comme les rochers et les aspérités, elle griffe et elle gratte, ouvrant des plaies qui, dans l'inertie de l'indifférence, auraient fini par suppurer. Elle connaît la fatigue des terrains escarpés et la beauté qui s'ouvre dans les paysages ; le froid qui transforme tout en pierre et les mottes de terre retournées qui annoncent le printemps. Tout cela, Tina Merlin l'emporte avec elle partout où elle va, comme un bagage de survie, une poignée de terre maternelle que les migrants gardent cachée près du cœur. Elle entendra toujours le clapotis de la Marteniga, la rivière qui coule près de la maison où elle est née, à Trichiana, dans la province de Belluno, le 19 août 1926, comme si l'inquiétude de ce torrent alpin avait dicté ses actes toute sa vie durant. Sa mère, Rosa Dal Magro, est une femme qui réussit toujours à tirer des champs de quoi nourrir sa famille et qui, malgré cela, craindra toujours la faim et «les dettes». Son père, Cesare, est un saisonnier qui, pour le travail, restera longtemps éloigné, au point que sa fille croira que «migrant» est un véritable métier. C’est précisément de cela que parlera toujours la Merlin journaliste ; c’est de cela que s’occupera la Merlin politique ; c’est cela qu’aura dans la tête et le cœur la Merlin partisane. Cela: la classe ouvrière, les femmes, les migrants et la montagne.

Ses parents sont mariés en secondes noces. Le premier mari de Rosa l'a laissée veuve avec un fils à élever, Luigi, décédé plus tard d'une congestion. De ce nouveau mariage naîtront Ida, Giuseppe Benvenuto dit «Nuto» (mort enfant de la grippe espagnole), Remo, Antonio dit «Toni», Giuseppina dite «Pina» et, enfin, Clementina dite «Tina». Le monde de la Marteniga, le monde de Trichiana, ressemble à un canevas de la Commedia dell’Arte, une cour des miracles sans pauvres ni parias, mais peuplée de personnages tels qu'un scénario semble dicter les fils de leurs existences : il y a «Moca, qui mendiait par charité» ; «Toja Tarlame, qui disait toujours oui en marmonnant comme un muet» ; «Cencio But, toujours prêt à donner un coup de main» ; «Jeja Dosolina, qui pleurait et riait pour rien» ; «Zanin, vieux paysan qui chassait les gamins surpris à faire de la luge sur ses champs» ; «Meneghel, le garde municipal, avec ses amendes et ses saisies» ; «Don Alfonso, avec ses sermons indécents».

À leur contact, Tina Merlin comprend dès son plus jeune âge qu'elle appartient à un groupe social différent de celui des patrons, différent de celui de ceux qui détiennent le pouvoir. Elle comprend qu'elle n'existe pas seulement en tant qu'individu, mais en tant qu'entité collective ; et elle comprend que, dans ce monde-là, celui qui a le pouvoir a toujours raison. Parmi les gens qui ne connaissent pas la politique et qui exécutent les « ordres » des gouvernants plutôt que d'exercer leurs propres droits, Merlin apprend à « être soumise » et à rester silencieuse. Elle l'apprend, peut-être, mais elle ne l'accepte pas. À treize ans, sans avoir terminé l'école primaire, elle part travailler comme domestique à Milan et vit les brimades comme de véritables injustices de classe. Elle partira, elle désobéira. Elle fera sienne la leçon de son frère Toni : la valeur morale d'un individu dépend de ses choix, non de sa naissance. Ainsi, après le 8 septembre, quand décider signifie être ou non du bon côté, Merlin entre dans la Résistance sous le nom de guerre de Joe. La guerre a déjà exigé d'elle un acompte : la division de son frère Remo, la Julia — dont les régiments ont été reconstitués trois fois après les décimations en Grèce et au Monténégro — est remise sur pied ; et Remo, qui était réserviste, est appelé sur le front russe d'où il ne reviendra jamais. La Patrie, qui cultivait autrefois le mythe du soldat à la « constitution garantie », a cessé depuis longtemps de faire la fine bouche, acceptant même ceux qu'elle aurait écartés auparavant. L'important est la quantité. Car la mort, quand elle arrive, ne demande pas le curriculum vitæ de ceux qu'elle emporte : dans le décompte des victimes, les qualités n'augmentent pas les coches sur la liste. Et Toni aussi est devenu une coche.

« La guerre va toujours de l'avant », écrit sa mère à Merlin. Elle avance et ne recule jamais, même quand elle est sur le point de finir. Comme les bêtes agonisantes, elle explose de toute sa fureur, emportant le plus de vies possible, pour équilibrer un compte qui la voudrait toujours victorieuse. Ainsi, le 26 avril 1945, dans ses derniers spasmes, elle décide de prendre Toni, le commandant Bill, d'une balle dans la tête. C'est une douleur immense et peut-être inattendue. Et quand, aux funérailles de son frère, Merlin voit arriver des jeunes filles qui, peu de temps auparavant, fréquentaient des soldats allemands, elle va à leur rencontre et commence à les gifler. Son acte est symbolique et politique ; il semble dire : « Distinguons-nous, nous qui avons été du bon côté ; comptons-nous, nous qui avons tiré ce pays des décombres en combattant ceux qui, ces mêmes décombres, les ont voulus ». Devant l'Histoire, il n'y a d'égalité ni de choix, ni d'intentions. C’est là la première gifle que Merlin inflige aux compromis et au servilisme envers le pouvoir. Même la guerre finie, elle restera toujours une partisane, postée de l'autre côté de la barricade, en première ligne pour tenter de créer un État dans lequel les ouvriers, les paysans, les saisonniers et les jeunes « servantes » puissent se reconnaître. Surtout, elle croit que les femmes, en vertu de leur engagement dans la Résistance, doivent cesser le silence et la « bonne éducation » pour enfin taper du pied, élever la voix et décider. En 1946, elle s'inscrit à la section du PCI de Trichiana et, la même année, décide de suivre pendant quatre mois l'école du parti à Milan : pour elle, la gamine autrefois domestique, cela signifie revenir en femme, en vainqueur, dans la grande ville.

En 1947, de retour à Belluno, on lui confie une charge politique au sein du Front de la Jeunesse Communiste reconstitué. De plus, à la demande explicite de Marisa Musu, elle collabore avec l'ARI (Association des Jeunes Filles d'Italie). Elle sera conseillère nationale dans les deux organisations. Après la fermeture de la FGCI, elle fonde avec Michele Tormen et Peppino Zangrado la section de la FGCI de Belluno. Le travail de Merlin sur le territoire provincial n'est pas facile : le parti ne voit pas d'un bon œil l'engagement des femmes, d'autant plus que les inscrites n'y représentent que 1 %.Mais elle a la tête dure et, au congrès de 1951, elle est élue au comité fédéral. L'année précédente, elle entre au comité provincial de l'ANPI et, toujours en 1951, elle est portée sur la liste pour la mairie de Belluno, bien que sans consigne de vote. Sa relation avec le parti est longue et profondément conflictuelle. Tina Merlin est gênante : trop altière, trop rigide, trop fière. Et, c'est bien connu, ce qui est une qualité chez un homme devient un défaut chez une femme. Puis, toujours en 1951, elle commence à travailler à l'Unità comme correspondante provinciale. Merlin sait bien qu'elle a un faible niveau d'instruction, mais en autodidacte obstinée, elle commence à écrire. Aidée par son mari Aldo Sirena, le partisan « Nerone », qui lui fait découvrir des lectures engagées, elle compose, outre ses premiers articles, des nouvelles et des poésies. Certaines remportent même des prix littéraires. Ses poésies plaisent d'ailleurs à Gianni Rodari qui lui répète, à plusieurs reprises et dans plusieurs lettres, de ne pas abandonner cette veine. Et non seulement elle ne l'abandonnera pas, mais elle fera de la parole écrite son métier et son passe-partout ; une nouvelle bicyclette avec laquelle continuer à mener cette Résistance jamais achevée. Car la lutte partisane sera toujours le prisme à travers lequel lire la réalité politique, sociale et culturelle de ce pays ; une tentative constante de ne pas rendre vaine l'expérience la plus haute de l'histoire de l'Italie, qui a exigé tant de sacrifices en échange, mais qui a aussi donné la chose la plus importante : la possibilité concrète de créer une société juste et paritaire. Résistance, femmes, émigration et montagne sont les thèmes qu'elle traitera en tant que journaliste.

Le travail de correspondante est très mal payé et, malgré cela, Merlin l'affronte avec un engagement absolu. Elle a un besoin intrinsèque de « régler les comptes », de racheter sa propre classe sociale. C’est une exigence constante et impérissable qui l'accompagnera toute sa vie. Ses mots sont la mesure de ceux qui sont en bas ; ses articles, des pierres jetées contre le miroir dans lequel le pouvoir s'admire. En 1952, elle lance une enquête, en plusieurs épisodes, sur les conditions de travail des femmes de Belluno ; à partir du 11 janvier 1953, elle écrira sur l'émigration masculine. Son style est encore brut, «émotionnel et scolaire» dira Mario Isnenghi, rempli de sources orales et de témoignages directs, comme pour vouloir maintenir un fil direct entre elle, qui écrit, et les gens, qui vivent et subissent. Et puisqu'une histoire n'existe pas tant qu'elle n'est pas racontée, la plume de Merlin ne s'arrête jamais, servant de mégaphone à ceux qui pensent n'avoir personne pour les écouter, donnant valeur et sens à la vérité. L'enquête se conclut par un article qui, dans une anaphore continue, est à la fois une dénonciation, un projet et une prière:

«Les émigrants ne demandent pas des gains fastueux, ils demandent du travail. Ils demandent la possibilité de rester pour diriger leur foyer, d'agir véritablement en tant que maris et pères. Ils demandent le droit humain, voire chrétien, à l'unité de la famille. Ils demandent des chaussures et de la nourriture, et des possibilités d'instruction pour leurs fils. Ils demandent leur droit de ne pas mourir en terre étrangère, comme s'ils étaient à la guerre, enterrés vivants dans les tunnels ou déchiquetés par les explosifs. Ils demandent du travail dans leur patrie parce qu'ils aiment leur terre. Ils veulent en jouir en paix, par le travail, avec leurs familles, sous la canicule et la neige, parmi les fleurs et les prés, les montagnes et les vallées, les fleuves, les lacs et tout le peuple, travailleur et pacifique.»

Ce que fait Merlin, ce qu'elle fera avec l'affaire du Vajont, ce qu'elle fera avec les enquêtes sur les ouvriers émigrés de Belluno victimes des tragédies de Zermatt, de la Valle Aurina, du Val di Sass et de Mattmark dans les années 70, c'est donner un nom, un prénom, un passé et une histoire à chaque individu, déchirant l'étiquette globalisante qui efface et inhibe la douleur. En 1956, elle commence une longue série d'articles pour la défense de la montagne : en mars, elle s'occupe de la commune de Forno Zoldo qui, à l'insu de ses hameaux, brade des terres à la SADE ; le 13 mai, elle publie un article intitulé Les monopoles "pillent" la beauté de la montagne ; en juillet, elle dénonce les dommages que le bassin artificiel de Vallesella cause aux habitations. Puis vient le Vajont. Tina Merlin arrive dans la vallée bien avant que la presse et la politique ne s'aperçoivent de ce qui se passe. De ce qui va arriver. Et, comme on le sait, elle s'occupe immédiatement des habitants d'Erto et Casso, leur rendant la dignité de l'attention. Dans son célèbre article La SADE régente tout mais les montagnards se défendent, puis dans son livre Sulla pelle viva (Sur la peau vive. Comment se construit une catastrophe. Le cas du Vajont), publié en 1983, elle nous parle certes de bassins, de barrages, de glissements de terrain et de pouvoir. Mais Merlin nous parle surtout de Maria Corona, qui l'invite chaque fois à manger et à boire ; de Giovanni Martinelli, âgé et combatif, qui vient aux réunions du Consortium pour la renaissance de la vallée armé de pancartes contre la SADE et contre le gouvernement, et qui perdra son fils de vingt-six ans ; de Giuseppe Pezzin, aubergiste de San Martino et ancien maire d'Erto, qui mourra le 9 octobre ; d'Antonia Filippa da Prada, qui dit que contre la SADE il faut prendre le fusil et qui sera portée disparue avec son mari ; de Celeste Martinelli, qui survit parce qu'il est en Suisse ; de Domenico Corona, qui s'en sortira vivant.

L'histoire de Tina Merlin et du Vajont est paradigmatique de la pyramide du privilège qui règle et organise depuis toujours chaque aspect de la société. Cassandre inécoutée, sa dénonciation, comme l'écrit Giampaolo Pansa, a subi un black-out triple : c'est une femme, c'est une correspondante de province, c'est une communiste qui écrit pour un journal de parti. Les informations qu'elle rapporte dans ses articles sont si précises et articulées que l'on pense qu'elle bénéficie d'un contact illustre au sein de la SADE. Selon ce qu'écrit son fils, Toni Sirena, il s'agirait de Mario Pancini, l'ingénieur qui dirigeait le chantier, suicidé la veille de l'ouverture du procès à L'Aquila. Pourtant, après le 9 octobre 1963, Tina Merlin, sollicitée par une grande partie de la presse étrangère, est ici en Italie réduite au silence et oubliée, si ce n'est pour l'accusation de « charognardisme » que des journalistes comme Montanelli lancent contre elle et le PCI, coupables de ne pas vouloir éteindre les projecteurs. Les lumières sur le Vajont s'éteignent pourtant pour des décennies, laissant à Merlin l'angoisse de n'avoir pas fait assez.

Après une parenthèse d'environ un an passée en Hongrie, elle revient à Vicence en 1968. Elle y suit les luttes des ouvriers du textile de Valdagno et des céramistes de Nove. Entre 1969 et 1972, elle écrit presque un article par jour, y compris pour les pages culturelles. En 1970, elle est envoyée à Venise pour suivre les luttes ouvrières de Porto Marghera et se retrouve au cœur des affrontements entre manifestants et police. Sa chronique des événements paraît dans l'Unità dans un style nominal qui rend parfaitement la fébrilité de ces moments. Enfin, après trente ans de « métier », elle est embauchée à Milan comme journaliste professionnelle. Les années 70, les attentats terroristes, les grandes révoltes de rue, Tina Merlin les vit à l'intérieur des usines, ne se cachant jamais, affirmant avec force et sans poésie de quel côté elle se trouve. Elle reste dans la capitale lombarde jusqu'en 1974. Elle part ensuite pour Venise où elle reprend ses activités sur les luttes ouvrières. Mais c’est précisément sur les terres de la lagune que se consomme la rupture définitive avec le journal. La rédaction centrale de l'Unità a décidé de supprimer les pages locales au profit de la seule chronique vénitienne. Autrement dit, Merlin perd la possibilité de parler de son peuple et de ses montagnes. Elle s'en va.

Tina Merlin lors d’un rassemblement partisan dans le Cansiglio, dans l’immédiat après-guerre, avec Aldo Sirena, le partisan « Nerone », commandant de deux brigades partisanes.

Mais elle continue d'écrire. En 1981, elle devient directrice responsable du périodique Veneto Emigrazione et, avec l'Association des Bellunais dans le Monde, effectue de nombreux voyages en Suisse pour rencontrer les travailleurs migrants, racontant leurs histoires. Elle dirige ensuite la revue L’uomo e l’ambiente (L'homme et l'environnement) et collabore avec Giorni. Le vie nuove dell’agricoltura. Elle se rendra au Mexique, en Chine, à Cuba, au Vietnam, en Tchécoslovaquie, en Égypte, en Suède, en Yougoslavie et en RDA. Et, en 1985, elle ira en Russie pour tenter de trouver des traces de son frère Remo, y retournant en juin 1990. De retour de sa première visite en Union Soviétique, elle collabore avec Nuova Venezia, la Tribuna di Treviso et le Mattino di Padova, où elle publie en quatre épisodes le récit de son voyage. Sur le même thème, elle envoie un article à Patria Indipendente, demandant que l'ANPI s'efforce d'obtenir que le gouvernement prenne en charge le rapatriement des restes des soldats morts en Russie. Parmi les fondatrices de l’ISBREC (Institut Historique Bellunais de la Résistance) en 1965, elle se consacre dans les années 80 à un travail approfondi sur le rôle des femmes dans la lutte partisane.

Tina Merlin, partisane au centre de la photo, avec deux compagnes de la lutte de libération.

Par des recherches philologiques précises, en confrontant témoignages et documents, elle parvient à reconstruire, brigade par brigade, les noms de cent soixante-dix-sept estafettes et combattantes, ainsi que ceux de femmes «ordinaires» dont la contribution fut tout aussi précieuse. Tout cela conflue dans son rapport intitulé La guérilla des femmes: statut, conscience, contradictions, présenté en octobre 1990. C’est l’aboutissement d’une étude commencée en 1955 avec son livre Menica e le altre (Menica et les autres. Récits partisans). Un travail d'enquête inductive qui, partant du particulier, a élargi son souffle pour esquisser une histoire à caractère national et, d'une certaine manière, universelle. Et ce fut là la caractéristique prépondérante, la force absolue de Tina Merlin: partir de ce qu'elle connaît le mieux pour comprendre, avec une intelligence profonde, que son monde — parce que semblable et différent de tant d'autres mondes — faisait d'elle une partie d'une réalité plus vaste : celle de la société humaine. Toujours montagne et jamais île, elle a parlé d'elle, pour elle, afin de pouvoir parler de nous et de l'autre. Morte le 22 décembre 1991, si nous devions résumer toute sa merveilleuse existence, nous pourrions emprunter un vers de Pier Paolo Pasolini: «Il n'y a pas d'autre poésie que l'action réelle». Et Tina Merlin, avec son simple certificat d'études, a peut-être écrit la plus belle poésie qui pût être composée.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

«Va’ in mona!»

In the building on Via Fulvio Testi, the only one on the entire street set back from the road, in the Milan office of l'Unità, which was then known as the “Province,” it feels like we've returned to the mountains after September 8. Low, thick cigarette smoke and the constant rattling of typewriters responding to each other in a relentless battle. The brigade's order comes in dialect, as was often the case even then, in strict Belluno dialect: “Va' in mona!” To obey, willingly or unwillingly, with perhaps no possibility of appeal, correspondents and editors of the newspaper: petty democracy, in which anyone can be subjected to outbursts and curses.The young people are perhaps in awe, the managers less so, of this woman who, with only a third-grade education, knows and can speak her mind with absolute knowledge of the facts. And she says it, without filters or embellishments to soften the discourse. “Va' in mona!” is that thing there, not a joke, nor advice; rather, a blunt command that needs no repetition.

Tina Merlin, Clementina, is the journalist from Vajont, the “little” provincial correspondent who single-handedly fought against the giant SADE; and Tina Merlin is also the one who, not even twenty years old, became a liaison between the battalion command and the brigade command, up and down the mountains, fighting the Germans and the fascists, waging “war on war.” Tina Merlin is many things, but there, in the editorial office of L'Unità in Milan in 1972, she is above all someone who does not like what she does, who does not want to sit there correcting proofs and layouts. And she never misses an opportunity to make this known. She wants the street, she wants the people, she wants the voice she has been able to give until now to anyone who had little or none at all.

Tina Merlin stands tall. She is stubborn. She has a stubborn moral self-sufficiency that allows her to face experiences without fear of loneliness. Tina Merlin is a mountain woman, and when you are born in those parts, the peaks and crags never cease to shape and fill you, regardless of the place that then welcomes, gathers, and supports you. And like rocks and spikes, she scratches and scrapes, opening wounds that, in the inertia of indifference, would have ended up festering. She knows the hardship of rough terrain and the beauty that unfolds in the landscapes; the cold that turns everything to stone and the upturned clods that herald spring. Tina Merlin carries all this with her wherever she goes, like survival baggage, a handful of her motherland that migrants keep hidden close to their hearts. She will always hear the lapping of the Marteniga, the river that flows near the house where she was born, in Trichiana, in the province of Belluno, on August 19, 1926, as if the restlessness of that alpine stream had dictated her actions throughout her life. Her mother, Rosa Dal Magro, is someone who always manages to get food for her family from the fields, and who, despite this, will always fear hunger and ‘debts’; her father, Cesare, is a seasonal worker who, because of his job, will be away for long periods of time, so much so that his daughter will believe that being a migrant is a real profession. This is what Merlin the journalist would always talk about; this is what Merlin the politician would always deal with; this is what Merlin the partisan would always have in her head and heart. This: the working class, women, migrants, and the mountains.

Her parents were both remarried: Rosa Dal Negro's first husband left her a widow to raise a son, Luigi, who later died of congestion. From this new marriage came Ida, Giuseppe Benvenuto, known as “Nuto,” who died as a child from Spanish flu, Remo, Antonio, known as “Toni,” Giuseppina, known as “Pina,” and, lastly, Clementina, known as “Tina.” The world of Marteniga, the world of Trichiana, seems like a Commedia dell'Arte script, a court of miracles without poor and outcasts, but with characters who seem to have a script dictating the threads of their lives: there is “Moca, who went around doing charity”; “there is Toja Tarlame, who always said yes, mumbling like a mute”; there is “Cencio But, always ready to lend a hand”; there is “Jeja Dosolina, who cried and laughed for no reason”; there is “Zanin, an old farmer who chased away the children he found sledding on his fields”; there is “Meneghel, the municipal guard, with his fines and seizures”; there is “Don Alfonso, with his indecent sermons.”

From them, from each of them, Tina Merlin understands from an early age that she belongs to a social group different from that of the masters, different from that of those in power. She understands that she does not exist only as an individual, but as a collective entity; and she understands that, in that world, those in power are always right. Among people who know nothing about politics and who carry out the “orders” of those in power rather than exercising their rights, Merlin learns to “keep quiet” and remain silent. She learns this, perhaps, but she does not accept it. At the age of thirteen, without having finished elementary school, she goes to work as a servant in Milan and experiences bullying as a true class injustice. She will leave, she will disobey. She will take her brother Toni's teaching to heart: the moral value of an individual depends on her choices, not on her birth. So, after September 8, when deciding means being on the right side or not, Merlin joins the Resistance, her nom de guerre being Joe. The war had already demanded an advance payment: her brother Remo's division, the Julia, whose regiments and divisions had already been rebuilt three times after the decimations in Greece and Montenegro, was set up again; and Remo, who was a reservist, was called to the Russian front, from which he would never return. The homeland, which once had the myth of the soldier as the ‘guarantor of the constitution’, had long since stopped being choosy, accepting even those it would previously have rejected. The important thing was quantity. After all, when death comes, it certainly does not ask for the CV of those it decides to take with it: in the calculation of victims, qualities do not increase the number of ticks on the list. And Toni has also become a tick.

“The war always goes on,” her mother writes to Merlin. It always goes on and never retreats, even when it is about to end. Like dying beasts, it explodes with all its fury, taking as many lives as possible with it, to settle a score that would always have it victorious. So, on April 26, 1945, in its final spasms, it decides to take Toni, Commander Bill, with a shot to the head. It is an enormous and perhaps unexpected pain. And when Merlin sees some girls arriving at her brother's funeral who until recently had been accompanying German soldiers, she goes up to them and starts slapping them. Hers is a symbolic and political act; she seems to be saying, “Let us distinguish ourselves, we who have been on the right side; let us count ourselves, we who have pulled this country out of the rubble, fighting against those who wanted that very rubble.” In the face of history, there is no equality of choice or intent. This is Merlin's first slap in the face to compromise and servility to power. Even after the war, she will always be a partisan, standing on the other side of the barricade, on the front line, trying to create a state in which workers, farmers, seasonal workers, and “servant” girls can also recognize themselves. Above all, she believes that women, also by virtue of their commitment to the Resistance, must stop being silent and ‘well-behaved’ and finally stand their ground, raise their voices, and make decisions. In 1946, she joined the Trichiana section of the Italian Communist Party (PCI) and, in the same year, decided to attend the party school in Milan for four months: for her, a young girl in service, it meant returning to the big city as a woman and a winner.

In 1947, back in Belluno, she was given a political assignment within the reconstituted Communist Youth Front. In addition, at the explicit request of Marisa Musu, she also collaborated with the ARI, the Association of Italian Girls. She was a national advisor in both organizations. After the FGC closed, together with Michele Tormen and Peppino Zangrado, she formed the Belluno section of the FGCI. Merlin's work in the province was not easy: the party did not look favorably on the involvement of women, especially given that only 1% of its members were women. However, she was stubborn and in the 1951 congress she was elected to the federal committee. The year before, she joined the provincial committee of the ANPI (National Association of Italian Partisans) and, again in 1951, she was put on the list for the municipality of Belluno, albeit without any indication of how to vote. Her relationship with the party was long and deeply conflictual. Tina Merlin was uncomfortable: too haughty, too rigid, too proud. And, as we know, what is a quality in a man becomes a flaw in a woman. Then, also in 1951, she began working at l'Unità as a provincial correspondent. Merlin was well aware that she had a low level of education, but as a stubborn autodidact, she began to write. With the help of her husband Aldo Sirena, the partisan Nerone, who also introduced her to serious reading, she composed, in addition to her first articles, short stories and poems. She even won literary awards with some of them. Gianni Rodari liked her poems and told her, several times and in several letters, not to abandon her talent. Not only did she not abandon it, but she made the written word her profession and her tool, a new bicycle with which to continue fighting the never-ending Resistance. Because the partisan struggle will always be the lens through which to view the political, social, and cultural reality of this country; a constant attempt not to render futile the greatest experience in Italian history, which demanded so many sacrifices in return, but which also gave perhaps the most important thing: the concrete possibility of creating a just and equal society. Resistance, women, emigration, and the mountains are the themes she will deal with as a journalist.

The work of a correspondent is very poorly paid, but despite this, Merlin approaches it with absolute commitment. She has an inherent need to ‘settle the score’, to redeem herself and her social class. It is a constant and enduring need that will accompany her throughout her life. Her words are the measure of those at the bottom; her articles are stones thrown at the mirror in which power admires itself. In 1952, she launched a series of investigations into the working conditions of women in Belluno; starting on January 11, 1953, she wrote a series of articles on male emigration. Her style is still raw, “emotional and academic,” as Mario Isnenghi would say, full of oral sources and direct testimony, as if she wanted to maintain a direct link between herself, the writer, and the people who live and suffer. And since a story does not exist until it is told, Merlin's pen never stops, acting as a megaphone for those who think they have no one to listen to them, giving value and meaning to the truth. The investigation concludes with an article that, in continuous anaphora, is at once a denunciation, a project, and a prayer:

«Emigrants do not ask for lavish earnings, they ask for work. They ask for the opportunity to stay and run their homes, to truly be husbands and fathers. They ask for the human, if you will, Christian right to family unity. They ask for shoes and food and educational opportunities for their children. They ask for their right not to die in a foreign land, as if they were at war, buried alive in tunnels or blown to pieces by explosives. They ask for work in their homeland because they love their land. They want to enjoy it in peace, in work, together with their families, with the heat waves and the snow, the flowers and the meadows, the mountains and the valleys, the rivers and lakes, and all the people, hard-working and peaceful.»

What Merlin does, what she will do with the Vajont affair, what she will do with the investigations into the emigrant workers from Belluno who were victims of the tragedies of Zermatt, Valle Aurina, Val di Sass, and Mattmark in the 1970s, is to give a name, a surname, a past, and a story to each individual, tearing up the totalizing label that erases and inhibits pain. In 1956, she began a long series of articles in defense of the mountains: in March, she wrote about the municipality of Forno Zoldo, which, unbeknownst to its hamlets, was selling land to SADE; on May 13, she published an article entitled Monopolies “rob” the beauty of the mountains; in July, she denounced the damage that the Vallesella reservoir was causing to the town. Then came Vajont. Tina Merlin arrived in the valley well before the press and politicians realized what was happening. What was going to happen. And, as is well known, she immediately took up the cause of the inhabitants of Erto and Casso, giving them the dignity of attention. In her famous article La SADE spadroneggia ma i montanari si difendono (SADE rules the roost but the mountain people defend themselves), and then in her book Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont (On living skin. How a catastrophe is built. The case of Vajont), published in 1983, she talks to us about reservoirs, dams, landslides, and power. But above all, Merlin talks to us about Maria Corona, who always invites her to eat and drink; she tells us about Giovanni Martinelli, an elderly and combative man who, at the meetings of the Consortium for the Rebirth of the Erto Valley, comes armed with posters against SADE and the government and who will lose his 26-year-old son; she tells us about Giuseppe Pezzin, innkeeper of San Martino and former mayor of Erto, who will die on October 9; she tells us about Antonia Filippa da Prada, who says that we must take up arms against SADE and who will be dispersed, together with her husband; she tells us about Celeste Martinelli, who is saved because she is in Switzerland; she tells us about Domenico Corona, who will come out alive.

The story of Tina Merlin and Vajont is paradigmatic of the pyramid of privilege that has always regulated and organized every aspect of society. An unheeded Cassandra, her denunciation, as Giampaolo Pansa writes, was blacked out three times: she is a woman, she is a provincial correspondent, she is a communist who writes for a party newspaper. The news she reports in her articles is so accurate and detailed that it is thought she had an illustrious contact within SADE. According to her son, Toni Sirena, this contact was Mario Pancini, the engineer who directed the construction site, who committed suicide the day before the trial opened in L'Aquila. Yet, after October 9, 1953, Tina Merlin, who was sought after by much of the foreign press, was silenced and forgotten here in Italy, were it not for the accusation of profiteering that journalists such as Montanelli levelled at her and the PCI, guilty of not wanting to turn off the spotlight. The lights on Vajont, however, went out anyway, for decades, leaving Merlin with the anguish of not having done enough.

After a break of about a year, during which she traveled to Hungary, she returned to Vicenza in 1968. Here she followed the struggles of the textile workers of Valdagno and the ceramists of Nove. Between 1969 and 1972, she wrote almost one article a day, including for the culture page. In 1970, she was sent to Venice to follow the workers' struggles in Porto Marghera, where she found herself at the center of clashes between demonstrators and the police. Her account of what happened was published in l'Unità in an article written in a nominal style that perfectly conveyed the excitement of those moments. Then, finally, after thirty years of ‘paying her dues’, she was hired in Milan as a professional journalist. Tina Merlin lived through the 1970s, the terrorist attacks, and the great street riots inside the factories, never hiding, but stating forcefully and without poetry which side she was on. She remained in the Lombard capital until 1974. She moved to Venice and resumed her work covering workers' struggles. But it was in the lagoon city that her definitive break with the newspaper took place. The central editorial office of l'Unità decided to abolish the local pages in favor of Venetian news alone. This meant that Merlin no longer had the opportunity to write about her people and her mountains. She left.

Tina Merlin at a partisan gathering in Cansiglio in the immediate postwar period, with Aldo Sirena, the partisan “Nerone,” commander of two partisan brigades.

However, she continued to write. In 1981, she became editor-in-chief of the magazine Veneto Emigrazione and, with the Associazione Bellunesi nel mondo (Association of Bellunesi in the World), she made numerous trips to Switzerland to meet workers who had migrated there, telling their stories. She then edited the magazine L'uomo e l'ambiente (Man and the Environment) and collaborated with Giorni. Le vie nuove dell'agricoltura (Days. The New Paths of Agriculture). She traveled to Mexico, China, Cuba, Vietnam, the former Czechoslovakia, Egypt, Sweden, Yugoslavia, and the GDR. In 1985, she went to Russia to try to find some trace of her brother Remo, returning there in June 1990. After returning from her first visit to the Soviet Union, she collaborated with Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso, and Il Mattino di Padova, in which she published a four-part account of her trip. On the same subject, she also sent an article to Patria Indipendente, asking the ANPI to urge the government to take responsibility for transporting the remains of soldiers who died in Russia to Italy. One of the founders of ISBREC, the Belluno Historical Institute of the Resistance and Contemporary Age, in 1965, in the 1980s she devoted herself to an in-depth study of the role of women in the partisan struggle.

Tina Merlin, partisan at the center of the photo, with two fellow women fighters from the liberation struggle.

Through careful philological research, comparing testimonies and documents drawn up by the partisan commanders and the Women's Defense Groups, she managed to reconstruct, brigade by brigade, the names of 177 couriers and combatants, as well as those of ‘ordinary’ women whose contribution was equally valuable and decisive. All this then came together in a report entitled ‘Women's guerrilla warfare: status, consciousness, contradictions,’ presented on October 20, 1990, at a conference on the military aspects of the Resistance. This concludes a study that began in 1955 with the article ‘The women of Belluno in the Resistance’, published in Nuovo Domani, which also led to the publication of the book Menica e le altre. Racconti partigiani (Menica and the others. Partisan stories). It is a work of inductive investigation which, starting from the particular, broadened its scope to outline a story of national and, in some ways, universal significance. This has always been Tina Merlin's predominant characteristic and absolute strength: starting from what she knows best and understanding, with profound intelligence, that her world, because it is both the same and different from so many other worlds, has made her part of a larger reality, that of human society. Always a mountain and never an island, she spoke of herself, for herself, in order to speak of us and of others. She died on December 22, 1991. If we had to summarize her wonderful existence, we could use a verse by Pier Paolo Pasolini: “there is no poetry other than real action.” And Tina Merlin, with her third-grade education, wrote perhaps the most beautiful poem that could ever be composed.

 

Per modificare l'immaginario collettivo, che nasconde l’operato delle donne, è necessario agire sui simboli restituendo visibilità culturale all'elemento femminile.

Ogni 8 marzo Tf chiede ai Comuni italiani di impegnarsi a dedicare tre strade a tre donne, una di rilevanza locale, una nazionale, una straniera, per unire le tre anime del Paese.
Per adesioni individuali, collettive o istituzionali, inviare una comunicazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. indicando come oggetto “8 marzo 3 donne 3 strade”



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Campagna 8 marzo, tre donne, tre strade 2022

 

Cosa proponiamo

L’Associazione Toponomastica femminile ritiene che per modificare l'immaginario collettivo, che sottostima l’operato delle donne e ne oscura l’ingegno, sia necessario intervenire sui simboli e restituire valore e visibilità pubblica all’agito femminile, spesso occultato dalla storia.

Con la campagna “8 marzo, tre donne, tre strade”, che quest'anno ha avuto l'importante patrocinio di ANCI, Toponomastica femminile rinnova la sua proposta a Comuni e Municipi, di celebrare concretamente la giornata della donna impegnandosi a dedicare tre aree di circolazione (automobilistica, pedonale o ciclabile) a tre figure femminili: una di rilevanza locale, una nazionale, una straniera, per riunire le diverse anime del Paese.

 Quale iniziativa concreta per la giornata dell’8 marzo 2022, chiediamo dunque a Sindache e Sindaci di tutta Italia che s’impegnino a intitolare le prossime vie, aree verdi, rotonde, sentieri, piste ciclabili etc, a figure femminili, locali, nazionali e internazionali, al fine di ridurre l’attuale divario nella memoria collettiva.

Invitiamo inoltre le Commissioni Pari Opportunità e le Consigliere di parità a promuovere presso le Giunte le seguenti richieste:

  • che i Comuni si dotino di un regolamento toponomastico, che imponga criteri di equità;
  • che all’interno delle Commissioni toponomastiche deputate alla selezione dei nomi cui dare pubblico merito, sia paritaria la componente femminile e provenga dai diversi settori della cultura di genere (Associazione Toponomastica femminile, Società delle Storiche, delle Letterate, delle Filosofe, delle Scienziate etc.);
  • che i Comuni scelgano di avviare buone pratiche e progetti di ricerca sulla toponomastica femminile per favorire consapevolezza e partecipazione delle giovani generazioni e della cittadinanza tutta.

 

 

 

 

Partigiane in città 
   Partigiane in città
 
 
Raccogliamo in questo spazio le vostre segnalazioni su nomi e storie delle donne che hanno collaborato con le brigate partigiane, come combattenti, staffette o appoggi logistici, cui siano stati dedicati luoghi pubblici.Il progetto Partigiane in città sarà aggiornato a seguito dei lavori del gruppo.
Per inviare segnalazioni, fotografie e biografie o richiedere informazioni, scrivere                a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. indicando come oggetto “partigiane in città”.

 

 
Partigiane in città
 
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Dolores Abbiati

Brescia, 1927 - 2001

Ancora in fasce subì il confino di polizia a Lipari, a Ponza e alle Tremiti. Staffetta partigiana con il nome di Lola nelle brigate Garibaldi durante la guerra di liberazione, fu anche arrestata.
Dopo la guerra fu attiva nelle organizzazioni giovanili comuniste e dal ’60 al ’66 segretaria del sindacato tessile della CGIL, infine parlamentare, dal ‘68 al ’79, prima al Senato, poi alla Camera, per il Partito Comunista.
Nell’articolo che uscì sul Corriere della Sera in occasione del suo funerale si ricordano le parole elogiative del sindaco di Brescia, che ne sottolineava la tenacia, la combattività, la militanza in difesa del lavoro e dei lavoratori, la dedizione ai valori di giustizia sociale, il disinteressato spirito di servizio.

Le è dedicata una via a Brescia.



Maria Agamben Federici

L'Aquila, 19 settembre 1899 - 28 luglio 1984

Si rimanda alla biografia contenuta nella sezione "Largo alle Costituenti".



Maria Luisa Alessi

Falicetto (CN), 17 maggio 1911 – Cuneo, 26 novembre 1944

Iscrittasi nel 1935 al Partito comunista clandestino, Maria Luisa Alessi diventa da subito militante antifascista e staffetta partigiana all’indomani dell’armistizio, nella 181° Brigata Morbiducci operante in Val Varaita. Ai principi di settembre del 1944, mentre si trovava nel Duomo di Saluzzo in attesa di far entrare un partigiano, fu arrestata dalle camicie nere della brigata Lidonnici, che avevano ricevuto una soffiata da una donna che intendeva vendicarsi della morte del figlio, caduto forse per mano dei partigiani. Fu trasferita a Cuneo e rinchiusa prima nelle scuole e successivamente nella sede dell’Ufficio Politico Provinciale, situato nei sotterranei di un palazzo in corso IV Novembre. Persino il responsabile dell’ufficio fascista, Tommaso Branchetti, ammirò nella signorina “Macchiarossa” di Saluzzo, così soprannominata per una piccola voglia sulla guancia, il comportamento sereno e fiero fino alla fine, avvenuta il 26 novembre, quando a seguito dell’uccisione del maggiore Barnabè, caduto in un agguato due giorni prima, fu scelta per essere giustiziata insieme ad altri quattro detenuti politici. Il plotone d’esecuzione condusse i condannati sul piazzale della stazione ferroviaria di Cuneo e, dopo aver fatto fermare i treni e costretto i viaggiatori a scendere per assistere alla fucilazione, sparò. Macchiarossa, unica condannata a non voler essere bendata, rimase illesa e al cospetto dell’incertezza dei militi si giró e gridó loro: 'Ragazzi, mirate meglio.' Nella sua ultima lettera ai familiari, la Alessi li pregò di tener lontani da loro e dal ricordo di lei le dicerie di certe donne alle quali io devo la carcerazione. Solo questo l’avrebbe resa serena nella drammaticità della sua sorte: non preoccupatevi, io so essere forte. Tante affettuosità.

Le è dedicata una via a Ragusa.



Barbara Allason

Pecetto (TO), 1877 - Torino, 1968

Dopo aver iniziato gli studi universitari a Napoli ed averli conclusi a Torino con una laurea in letteratura tedesca, la Allason prese, attraverso Piero Gobetti, i primi contatti con l'antifascismo torinese. Nel 1929, avendo espresso con una lettera la sua solidarietà a Benedetto Croce, che aveva parlato al Senato contro i Patti lateranensi, fu allontanata dall'insegnamento. Entrate in vigore le leggi eccezionali fasciste, partecipò all'attività clandestina del gruppo torinese di "Giustizia e Libertà" e, tra il 1930 e il 1934, la sua casa sulla collina divenne luogo d'incontro abituale di intellettuali democratici. In quel periodo assolse anche delicati incarichi cospirativi, tra i quali il collegamento tra le organizzazioni antifasciste di Torino e Milano e il tentativo, fallito, di far evadere Ernesto Rossi dal carcere. Nel 1934, in occasione del processo a Leone Ginzburg e Sion Segre, fu arrestata dalla polizia e incarcerata per alcuni mesi.
Anche negli anni del fascismo trionfante non venne mai meno il suo impegno contro il regime. Su quel periodo scrisse un libro, "Memorie di un'antifascista", vivacissimo documento sulla storia dell'opposizione alla dittatura. Autrice di numerosi romanzi e di articoli di critica letteraria, Barbara Allason è nota soprattutto per le sue traduzioni dei classici tedeschi.

Le sono state intitolate vie a: Pecetto Torinese (TO), Roma, Torino.
Il 21 aprile 2012, il comune di Pecetto Torinese (TO) le ha anche intitolato la Biblioteca comunale.



Betty Ambivery

Bergamo, 1888 - 1962

Nacque da famiglia alto borghese. Seguendo l’esempio di carità cui era stata educata, Betty iniziò a occuparsi di beneficenza e durante la prima guerra mondiale divenne crocerossina. Continuava a occuparsi nel frattempo dell’azienda paterna, iniziando anche un’opera di sindacalizzazione del personale, tutto femminile, e istituendo corsi di specializzazione.
Durante la seconda guerra mondiale la sua casa di Seriate divenne, dal ’43 al ’45, un appoggio logistico per la Resistenza bergamasca, cui Betty aderì con convinzione. Tradita e denunciata da una sedicente amica, fu arrestata dal comando tedesco e condannata a morte, ma grazie all’intervento di autorevoli personalità civili e religiose la pena capitale fu commutata in dieci anni di carcere duro in Germania.
Liberata nel ’45 dagli Americani e tornata a Bergamo, riprese con forza le sue attività benefiche: fu ispettrice della Croce Rossa e animatrice della Lega giovanile per la morale ricostruzione della Patria. Nel ’46 fu eletta Consigliere Comunale per la Democrazia Cristiana a Bergamo e dal ’56 fu Consigliere Provinciale.
Nel ’56, dopo la repressione della rivolta ungherese, fondò con Padre Scalfi il movimento Russia Cristiana,cui finì per donare la sua splendida casa di Seriate.

Le sono dedicate vie a Bergamo, Seriate (BG) e Villolongo (BG).



Leda Antinori

Fano (PU), 17 febbraio 1927 – 3 aprile 1945

Con l’inizio della seconda guerra mondiale, appena tredicenne, comincia a frequentare altri giovani antifascisti. Fa la staffetta fino al 20 giugno ’44, quando cade nelle mani di una pattuglia di tedeschi mentre con altri ragazzi trasporta armi. Viene portata a Novilara dove viene torturata e interrogata senza che riescano a farle dire nulla. I partigiani preparano un piano per liberarla ma lei si oppone a tale tentativo per paura di rappresaglie sul paese. Trasferita al carcere di Forlì, continua ad essere maltrattata; i carcerieri riescono ad indebolire il suo fisico ma non il suo carattere. Nel novembre del ’44, nel corso di un bombardamento, riesce a scappare dal carcere e a tornare nella sua Fano ma a nulla serviranno le cure, e il 3 aprile 1945 morirà di tubercolosi.

Le è stata intitolata una strada nella sua città natale, Fano (PU).



Vera e Libera Arduino

Torino, 1926 - 13 marzo 1945
Torino, 1929 - 13 marzo 1945

Le sorelle Vera e Libera Arduino, operaie e giovanissime come la maggior parte dei partigiani (chi aveva trent'anni era considerato un vecchio, ce lo testimonia tra gli altri anche Fenoglio, che rimane la fonte letteraria più significativa per il periodo della guerra partigiana) collaboravano alla lotta antifascista. Furono prelevate insieme al padre e ad altre persone nella loro casa in Barriera di Milano da elementi delle Brigate Nere che avevano finto di voler raggiungere i gruppi partigiani con cui gli Arduino erano in contatto e trucidate insieme al padre.

A Vera e Libera è intitolato un istituto superiore di Torino e, sempre a Torino, è loro dedicata una via insieme al padre Gaspare.



Norma Balelli

1904 - 1993

Queste le motivazioni per l’intitolazione di una via a Norma Balelli a Forlì:
Giovane sposa di Gastone Sozzi, perse prematuramente il marito il 6 febbraio 1928, a causa delle violenze a cui egli fu sottoposto da parte del regime fascista, nel carcere di Perugia.
Norma svolse l’attività lavorativa di ragioniera presso l’Esattoria comunale di Forlì.
Sempre legata alla memoria di Gastone, non smise mai di portare il lutto, il che, negli anni del Ventennio, risultò una sfida al potere dominante
”.


Le è dedicata, appunto, una via a Forlì.



Caterina Balsi

1905 - Santa Maria del Taro, 12 aprile 1944

Durante uno dei primi rastrellamenti antipartigiani compiuti dai reparti tedeschi e fascisti in Val Taro fu catturata e fucilata. Fu tra le prime di una lunga sequenza di vittime civili uccise durante le numerose operazioni militari attuate dai tedeschi e dai fascisti contro gli abitanti nelle zone in cui operavano le bande partigiane.

Le è stata intitolata una via a Parma.



Irma Bandiera

Bologna, 8 aprile 1915 - 14 agosto 1944

Fu staffetta nella VII G.A.P., e divenne presto un'audace combattente. Catturata dai nazifascisti e trovata in possesso di documenti compromettenti, fu seviziata per sei giorni dai fascisti, che non riuscirono a farle confessare i nomi dei compagni.
L'ultimo giorno la portarono di fronte a casa sua: "Lì ci sono i tuoi –le dissero– non li vedrai più, se non parli", ma Irma non parlò. I fascisti infierirono ancora sul suo corpo martoriato, la accecarono e infine la fucilarono; il suo corpo fu lasciato come ammonimento per un intero giorno sulla pubblica via. Le è stata assegnata la Medaglia d'oro al valor militare ed è la donna emiliana a cui sono intitolate più vie in Emilia.

Le sono state intitolate vie a: Argelato (BO), Bologna, Carbonia (CI), Casalecchio di Reno (BO), Castel San Pietro (BO), Castelfiorentino (FI), Castelnovo di Sotto (RE), Civitavecchia(RM), Collecchio (PR), Crespellano (BO), Gallarate (VA), Guspini (VS), Molinella (BO), Monte San Pietro (BO), Montesilvano (PE), Osteria Grande (BO), Rimini, Rosignano Marittimo (LI), Roma, Rovigo, San Giorgio di Piano (BO), Sant’Ilario Denza (RE), Sant'Arpino (CE), Terni (TR), Valenza (AL).



Luigina Bassi

Brescia, 1906

Operaia a Brescia, entra in contatto con l’organizzazione clandestina del Pci per la quale diffonde materiale di propaganda.
Arrestata viene incarcerata a Canton Mombello.



Maria Bassi

Solarolo (RA), 5 novembre 1925

Figura di spicco della Resistenza, insignita della stella al valore del comando delle Brigate garibaldine, attivista sindacale protagonista delle lotte del dopoguerra alla guida del sindacato tessile della Cgil.

Il comune di Ravenna, nel febbraio 2012, le ha dedicato una strada.



Ines Bedeschi

Conselice (RA), 1911 - Colorno (PR), 1945

Entra nelle file della Resistenza sin dall’8 settembre 1943, militando come staffetta del Comando unico militare dell’Emilia-Romagna. Per le notevoli capacità dimostrate, le vengono affidati rischiosi e delicati compiti di fiducia. Durante una missione a Parma viene scoperta e consegnata alla Polizia di sicurezza germanica SD. Interrogata e brutalmente torturata, viene infine uccisa sulle rive del Po nei pressi di Colorno. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Le sono stati dedicati un piazzale a Parma e vie a Conselice (RA), Roma e San Secondo Parmense (PR).



Adele Bei

Cantiano 04/05/1904 – Roma 16/10/1976

Giovanissima, dirige diverse manifestazioni di protesta ed entra nel partito comunista, ma alla fine del 1923, per sfuggire all’arresto, è costretta a fuggire in Belgio, poi in Lussemburgo e infine in Francia, pur tornando più volte in Italia per introdurre clandestinamente materiale antifascista. Nel 1933 viene scoperta e arrestata. Dopo otto mesi di carcere preventivo, è condannata a diciotto anni di carcere. Con l’armistizio riacquistata la libertà e, scampato l’arresto, si unisce alle bande partigiane del Lazio. Terminata la guerra, viene eletta all’Assemblea Costituente e nella prima legislatura è nominata senatrice. Al governo si batte in particolare per il miglioramento della condizione carceraria femminile e per i diritti delle donne lavoratrici.

Per l’elenco di vie a lei dedicate si rimanda alla biografia contenuta nella sezione “Largo alle Costituenti



Rosa Bello Passigato

? - 1945

Donna coraggiosa, durante l'arrivo dei tedeschi ad Oppeano il 26 aprile 1945, per difendere il figlioletto e gli altri oppressi, fu uccisa, unica donna tra altri uomini.

Le è dedicata una strada a Oppeano (VR).



Tea Benedetti

? - 2000

Proveniente da una famiglia operaia di Rivarolo, a sedici anni divenne staffetta partigiana, poi fu sindacalista, assessore in Comune, presidente della Croce Verde di Sestri. ”Aveva fatto solo la quinta elementare –disse di lei il vicepresidente della Croce Verde nel suo discorso di commemorazione– ma è stata eletta in Consiglio comunale dove è rimasta per ventuno anni, dal 1976 al 1997”. In occasione del funerale, nel 2000, il sindaco di Genova Pericu ne ricordava l’impegno sociale e politico, la rettitudine, lo spirito di servizio.
A Sestri Ponente (GE) le è intitolata una piscina e il trofeo della Croce Verde porta il suo nome. Il Trofeo Tea Benedetti nasce allo scopo di confrontare i diversi metodi di lavoro in ambito di soccorso extra-ospedaliero. I vari equipaggi che aderiscono all’iniziativa si sfidano in simulazioni di emergenza confrontandosi nell’uso delle varie attrezzature sanitarie e nella gestione di diversi scenari.

Le è stata dedicata una via a Genova.



Lucia Benelli

Forlì, 1921 - 1944

Nata a Forlì l’11 gennaio 1921, residente in frazione Roncadello, era prima di quattro figli, nubile.
Fu partigiana della brigata S.A.P. con ciclo operativo dal 2 aprile al 28 ottobre 1944. Il 28 ottobre 1944, in servizio di staffetta a Forlì, veniva colpita e uccisa da una scheggia di granata.

Le è dedicata una via a Forlì.



Ada Bernardi

Sorbolo (PR), 12 aprile 1916 - Parma, 1° giugno 1944

Partigiana, militò nella XII Brigata Garibaldi “Ognibene”, con il nome di battaglia di Giovanna.

Le è stata intitolata una via a Parma.



Leda Bevilacqua

Ronchi dei Legionari, (GO) 10/09/1922 - Ravensbruck, Germania, 28/2/1945

Educata nel collegio delle Orsoline di Gorizia, nel 1940 è attiva nell’Azione Cattolica locale, diventando segretaria e poi presidente della Gioventù femminile di Ronchi. Arrestata il 24/5/1944, fu detenuta nelle carceri triestine del Coroneo e poi deportata ad Auschwitz; sopravvisse al campo di concentramento ma morì di stenti dopo la liberazione. Come scrive nel suo testamento spirituale che fa clandestinamente pervenire alle amiche perdonò colui che l’aveva denunciata e, intraprendendo sino alla fine la via del dolore, si abbandona alla divina disposizione. Le compagne di prigionia testimoniano la sua pazienza e la sua fede pur nella sofferenza, secondo il motto della Gioventù femminile "Eucarestia Apostolato Eroismo".

La sua città natale le ha dedicato una via.



Lidia Bianchi

Melara (RO), 19 luglio 1919 - Valsolda (CO), 21 gennaio 1945

In coincidenza con l'armistizio si unì alla resistenza, inquadrata con il nome di battaglia di "Franca" nel gruppo "Umberto Quaino" della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", fu operativa come staffetta porta-ordini e combattente nella regione montuosa del Lago di Lugano.
Il 21 gennaio 1945, a seguito di un violento combattimento contro le forze nazifasciste fu costretta con altri compagni a cercare rifugio in una casa a Cima di Porlezza. Catturata insieme ai compagni, le furono offerte in quanto donna la grazia e la libertà, che –come recita la motivazione della Medaglia d'oro al valore militare che le fu concessa alla memoria– ella rifiutò per la sua dignità di donna e di partigiana, restando unita ai compagni nel supremo sacrificio.

Le sono state intitolate vie a Melara (RO), Roma e Padova.



Teresa Adele Binda

Verbania (VB), 1904 - Beura Cardezza (VB), 27 giugno 1944

Medaglia d'oro al Merito civile alla memoria.
Operaia tessile, vedova a soli 25 anni, quando l'unico figlio (Gianni Soffaglio, classe 1928) decise di andare in montagna con i partigiani, non esitò a raggiungerlo e visse con lui un non breve periodo di pericoli e di sacrifici.
Tornata a Suna di Verbania , Teresa (molto conosciuta in paese, anche perché cugina del campione di ciclismo Alfredo Binda), fu presto prelevata dai nazifascisti che la incarcerarono e la torturarono per estorcerle informazioni sulla Resistenza. Teresa non parlò e fu fucilata, con altri otto prigionieri, dai tedeschi.
Nel 2003 è stato pubblicato un opuscolo su Sentieri partigiani dedicato a Mamma Teresa e a tutte le donne della Resistenza. Nel 2008, il Presidente della Repubblica ha consegnato nelle mani di Gianni Soffaglio l'onorificenza alla memoria della madre.
In ricordo di "Mamma Teresa" in via Gioberti, a Suna, è stata murata una lapide.

Le è dedicato un sentiero a Verbania (VB).



Osvalda Borelli

1903 - 1958

Queste sono le parole contenute in una lapide posta su un ponte a lei intitolato, a Garbagnate Milanese: “1903-1958. Medico del Sanatorio di Garbagnate, partecipò alla Resistenza. Nel 1944 fu deportata nel campo di concentramento di Bolzano”.
Il 25 aprile del 1995 l’Amministrazione comunale e il Comitato per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della Liberazione inauguravano poi, davanti all’ospedale Salvini, ex Sanatorio, un Monumento alla Libertà che descrive l’arresto, le torture, le condanne e la deportazione nei campi di concentramento nazisti di medici e infermieri dell’Ospedale.



Gina Borellini

San Possidonio (MO), 24 ottobre 1924 - Modena, 2 febbraio 2007

È stata una partigiana e politica italiana, medaglia d'oro al valor militare. Nasce da una famiglia di agricoltori. Si sposa a soli 16 anni con Antichiano Martini, di professione falegname e insieme al marito partecipa attivamente alla Resistenza come staffetta partigiana.
Nel 1944, insieme al marito, viene catturata, arrestata e torturata dai fascisti. Dopo la fucilazione del marito entra nella Brigata "Remo". Il 12 aprile 1945, a seguito di uno scontro a fuoco con i fascisti, viene ferita e perde una gamba.
Nel 1946 viene eletta al consiglio comunale di Concordia. Nel 1948 viene eletta in Parlamento nelle file del Partito Comunista Italiano. È Deputata della Repubblica nella I, II e III legislatura. Ha fatto parte della Commissione Difesa della Camera.
È tra le fondatrici dell'Unione Donne Italiane, presidente dell'UDI di Modena per molti anni e presidente della sezione di Modena dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra dal 1960 al 1990.
È stata insignita della medaglia d’Oro al Valor Militare e del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana.

Le è intitolata una strada a Villamassargia (CA).



Maria Borgato dei Soti

Saonara (PD), 1898 - Ravensbrück, 1945

Pur essendo di famiglia contadina, non può lavorare nei campi a causa di una deformità alla gamba, pertanto si lega come suora laica alla Compagnia di S. Orsola e lavora in una scuola di ricamo. L’8 settembre dal campo di lavoro per i catturati durante la campagna d’Africa fuggono oltre un centinaio di prigionieri. Maria organizza gli aiuti, raccoglie viveri e indumenti e li aiuta a fuggire in Svizzera. Con l’aiuto della nipote Delfina, Maria riesce a portare in salvo una cinquantina di alleati, ma nel marzo del ’44 , avvertiti da una spia, fascisti e tedeschi arrestano Maria, la nipote e tutte le altre donne e uomini dell’organizzazione. Le donne vengono portate per i primi quattro mesi nel Carcere di S. Maria Maggiore a Venezia, poi nel campo di concentramento di Bolzano; da lì Maria, in ottobre, separata dalla nipote che è deportata a Mauthausen, è trasferita nel campo prevalentemente femminile di Ravensbrück dal quale non tornerà più. Una compagna di prigionia, Maria Raimondi, ha testimoniato che Maria, nonostante i gravi problemi di salute accentuati dalle privazioni e dalle vessazioni del lager, non si lamentava mai, sostenuta dalla sua grande fede. È in corso il processo di beatificazione.

Il comune di Saonara (PD) le ha dedicato la Piazza principale



Maria Elisa Borgis

Bambina uccisa dalla ferocia nazifascista.

Il comune di Bussoleno (TO) nel 2010 le ha dedicato un giardino pubblico.



Virginia Bourbon del Monte Agnelli

Roma, 1899 - Pisa, 1945

Era figlia di Carlo Borbone del Monte e dell’americana Jane Allen Campbell.
Il 5 giugno 1919 sposò Edoardo Agnelli, figlio del senatore e cofondatore della FIAT, Giovanni Agnelli. Il 14 luglio 1935 il marito perì in un incidente aereo nell'idroscalo di Genova, lasciandola vedova. Essendo figlia di una cittadina statunitense, quindi di un paese in guerra contro la Germania, l’8 settembre 1943 fu arrestata a Roma e confinata in una villa sul Celio, dalla quale riuscì a fuggire. Rientrata libera in Roma, Virginia organizzò un incontro tra il pontefice e il comandante supremo delle SS e della polizia nel Nord Italia, il generale Karl Woloff per evitare spargimenti di sangue durante la ritirata tedesca da Roma. Grazie a quest'incontro fu anche liberato il giurista e membro della Resistenza Giuliano Vassalli.

A Roma c’è una via intitolata a lei, mentre a Torino le è dedicata una scuola.



Albertina Brogliati

Belluno 1924 - Belluno 1985

Albertina Brogliati apparteneva ad una nota famiglia antifascista di Belluno: faceva la staffetta con la sorella Lidia, moglie del comandante della «Nannetti» Francesco Pesce (nome di battaglia Milo), decorato con medaglia di bronzo al valor militare, dagli americani. Anche il fratello gemello di Albertina, Alberto, era partigiano della Nannetti, mentre Tullio, aviatore, era morto in combattimento nel 1941. Albertina fu arrestata dai tedeschi assieme alla madre, alla sorella e alla suocera per rappresaglia dopo la «beffa di Baldenich», l’azione di 12 partigiani travestiti da tedeschi, che nel giugno del ’44 avevano liberato dal carcere 70 persone tra le quali il cognato Francesco Pesce, condannato a morte e in attesa di essere fucilato. Dal carcere di Belluno, le tre donne furono condotte dapprima a Bolzano e quindi a Bressanone dove le due più anziane vennero rimesse in libertà. Albertina, a novembre, fu invece avviata al sottocampo di Merano, un “campo satellite” del lager di Bolzano, dal quale riuscì a fuggire un mese e mezzo dopo assieme alla staffetta veneziana Ernesta Sonego, grazie anche alla collaborazione di alcune famiglie di origine bellunese residenti a Merano. Dopo la guerra si dedicò all’insegnamento come docente di storia dell’arte, occupandosi anche di attività di volontariato sociale nelle carceri, dove aiutava i detenuti nello studio. Nel 1985 uno di questi, triestino con simpatie negli ambienti dell'estrema destra, la uccise pugnalandola.
La vicenda di Albertina Brogliati e di Ernesta Sonego è narrata nel racconto Natale ’44 in La città sul confine di P. Valente, Milano 2006.

Nel 2008 il Comune di Merano le ha dedicato una via presso l’ex caserma Bosin, proprio sull’area dove un tempo sorgeva il sottocampo meranese del lager di Bolzano.



Celestina Busoni

Parma, 1916 - Palanzano (PR), 25 marzo 1945

Partigiana della Divisione "Aliotta", dopo essere stata arrestata e detenuta presso il carcere di Broni, venne fucilata con Carlo Achilli, Giovanni Bellinzona e Piero Capitelli dalla Sicherheits - reparto speciale di polizia alle dipendenze della 162a divisione germanica responsabile di numerosissime azioni di rappresaglia, spionaggio, arresto - il 25 marzo 1945 lungo la strada dell “acqua calda". Un cippo, posto sul luogo dell'esecuzione, la ricorda.

Il nome di Celestina Busoni è presente nella lapide dei caduti partigiani posta sulla facciata dell'Università di Pavia e una piazza le è dedicata nel comune di Rea (PV).



Enrichetta Cabassa

Parma, 1916 - Palanzano (PR), 8 marzo 1945

Lavorava in una sartoria di Parma, che il titolare aveva trasformato in un centro di smistamento della stampa antifascista. Le fu così affidato il compito di staffetta, al quale assolse egregiamente affiancando Ines Bedeschi e diventando punto di riferimento del Comando Nord-Emilia per mantenere i collegamenti con le varie formazioni partigiane.
Fu inquadrata nella 143ª Brigata Garibaldi col nome di “Silvia”, mentre i sospetti dei fascisti cominciavano ad appuntarsi su di lei. Si trovava a Palanzano, nei locali della Banca di risparmio di Parma occupati dal Comando di raggruppamento, quando fu investita dallo scoppio accidentale di una bomba che uccise lei, altri due partigiani e un falegname che stava lavorando nel locale.

Le è stata intitolata una via a Parma.


Enrica Calabresi
Ferrara, 10 novembre 1891- 20 gennaio 1944

Nata a Ferrara il 10 novembre 1891 da una ricca e colta famiglia ebraica. Laureata in Scienze naturali, per le sue particolari conoscenze e interessi nella materia oggetto dei suoi studi (rettili, anfibi, insetti), viene assunta come assistente presso il Gabinetto di zoologia e anatomia comparata dei vertebrati di Firenze ancor prima di essersi laureata, poi ottiene la cattedra di Entomologia agraria a Pisa, dopo aver preso, nel 1924, la libera docenza. A soli 27 anni è già segretaria della Società Entomologica Italiana e si dedica all’ampliamento delle collezioni del Museo Zoologico “La Specola”. Nel 1932 si dimette, ufficialmente per ragioni di salute, ma in realtà per cedere il suo posto a un esponente del partito fascista. Viene costretta a prendere la tessera per poter continuare a insegnare nelle scuole medie e poi, di nuovo, all’università. I suoi familiari si trasferiscono in Svizzera per salvarsi, ma lei resta a Firenze. Purtroppo la sua abilitazione le viene revocata nel 1938, perché di religione ebraica. Continua a insegnare nella Scuola Ebraica per altri quattro anni, fino a quando sopraggiunge l’arresto. È il mese di gennaio dell’anno 1944, Enrica viene condotta nel carcere di Santa Verdiana. Il 20 gennaio si toglie la vita ingerendo del veleno, per il terrore di essere deportata ad Auschwitz.

A Enrica Calabresi è stata dedicata la strada in cui si trova il nuovo Archivio dell’Università di Pisa. Inoltre una targa la ricorda nel Reparto entomologico nel Museo della Specola di Firenze



Luisa Calzetta

Compiano (PR), 1919 - Guselli, fraz. di Morfasso (PC), 1944

Partigiana appartenente alla 38a Brigata Garibaldi “W. Bersani”, con il nome di battaglia di “Tigrona”. Fu uccisa in combattimento dai Tedeschi. Le venne conferita la medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Indomita partigiana, nel nobile tentativo di portare al sicuro un componente della propria formazione che era rimasto ferito in combattimento, veniva circondata da un folto numero di nemici. Impugnata la pistola, si difendeva con eroica fermezza fin tanto che, sopraffatta, veniva trucidata. Fulgido esempio di abnegazione e di attaccamento alla Causa.

Le sono state intitolate due vie: una a Parma e una a Piacenza.



Rosa Cantoni

Pasian di Prato (UD) 1913 – Udine 2009

Nata da una famiglia operaia e antifascista, partecipa alla Resistenza diffondendo la stampa clandestina nella fabbrica di confezioni dove lavora dall’età di quattordici anni e dopo l’otto settembre del ’43 diventa staffetta partigiana. Nel dicembre del ’44 viene fermata a un posto di blocco mentre si reca a un appuntamento con un compagno di lotta. Arrestata e portata in una caserma della Milizia, è poi trasferita nel carcere di Udine dove è sottoposta ad uno stringente interrogatorio, ma non parla, non fa nomi e dichiara di non conoscere il compagno che, arrestato prima di lei, l’ha denunciata. Il 10 gennaio del ’45 è caricata con un gruppo di donne su un carro bestiame e portata a Ravensbruck. Mesi di sofferenze e di privazioni, poi il trasferimento a Buchenwald, infine la fuga, durante una “marcia della morte”, mentre si avvicina l’Armata Rossa, nell’aprile del ’45. Nell’ottobre dello stesso anno riesce a tornare in Italia, dove sarà testimone instancabile, durante la sua lunga vita, della Resistenza e dei campi di sterminio.

Le è stato dedicato uno spazio verde a Udine.



Carla Capponi

Roma, 1918 - Zagarolo (RM), 2000

Nata a Roma da famiglia piccolo-borghese e antifascista, dopo il bombardamento di San Lorenzo, avvenuta il 19 luglio del ’43, accorse al Policlinico per cercare la madre e vi rimase come volontaria.
Il 9 di settembre dello stesso anno seguì un gruppo di civili che, sommariamente armati, si univano per difendere Roma. Le armi scarseggiavano e, non potendone ottenere, Carla si prodigò per assistere i feriti. Il giorno seguente con un’azione temeraria salvò la vita a un carrista italiano ferito, rimasto intrappolato in un carro armato in ritirata mitragliato da un “tigre” tedesco.
Dopo l’occupazione tedesca entrò nel Partito Comunista e nel GAP Carlo Pisacane e si procurò un’arma rubandola a un milite della GNR in un autobus sovraffollato.
Alla fine del ’43 partecipò a numerose azioni armate che causarono la morte di molti soldati tedeschi e dopo lo sbarco ad Anzio del gennaio ’44 entrò in piena clandestinità. Ripresero gli attentati e gli attacchi con bombe al tritolo; il più spettacolare fu quello di via Rasella, che provocò la sanguinosa rappresaglia tedesca nota come Eccidio delle Fosse Ardeatine.
Dopo la guerra, nel 1953, Carla Capponi, decorata con la medaglia d’oro al valor militare, entrò in Parlamento nelle liste del PCI. Si ripresentò nel 1972 nel Collegio di Roma, ottenendo un altissimo numero di preferenze. Fino alla morte, avvenuta nel 2000, fece parte del Comitato di presidenza dell’ANPI. Pochi mesi prima aveva pubblicato il libro di memorie “Con cuore di donna”.
Queste le motivazioni per la medaglia d’oro:
«Partigiana volontaria, ascriveva a sé l'onore delle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo d'avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia dell'abitato della città di Roma. Con le armi in pugno, prima fra le prime, partecipava a decine di azioni distinguendosi in modo superbo per la fredda decisione contro l'avversario e per spirito di sacrificio verso i compagni in pericolo. Nominata vice comandante di una formazione partigiana, guidava audacemente i compagni nella lotta cruenta, sgominando ovunque il nemico e destando attonito stupore nel popolo ammirato da tanto ardimento. Ammalatasi di grave morbo contratto nella dura vita partigiana, non volle desistere nella sua azione, fino a fondo impegnata per il riscatto delle concusse libertà. Mirabile esempio di civili e militari virtù, del tutto degna delle tradizioni di eroismo femminile del Risorgimento italiano».

Le è dedicata una via a Roma.



Nuccia Casula

Studentessa del Liceo Cairoli di Varese, nonostante la sua giovane età, appena 22 anni, non esitò a schierarsi con il padre e il fratello accanto ai partigiani nella battaglia di San Martino. Portò avanti i suoi ideali anche quando fu costretta a trasferirsi a Piacenza, dove fu uccisa per mano dei fascisti durante un rastrellamento.
Dopo la morte rimase sepolta per qualche giorno sotto la neve finche da Bettola giunse una cassa portata da Don Giuseppe Borea, uno dei pionieri del movimento partigiano in Val d’Arda e cappellano delle formazioni di patrioti. La salma di Nuccia poté così essere inumata nel piccolo cimitero di Obolo accanto ad altri partigiani caduti durante quel tragico rastrellamento.

Le sono state dedicate una via e una scuola a Varese.



Liliana e Lina Cecchi

Liliana (Pistoia 1922 – 1998) e Lina (Pistoia 1926 – 2002)

Nate entrambe nel popolare quartiere di san Marco, le sorelle Liliana e Lina Cecchi, figlie di un modesto commerciante antifascista perseguitato dal regime, non smentiscono la tradizione famigliare e dopo l’8 settembre del ’43 si uniscono alle forze partigiane, prendendo parte attiva alle operazioni contro le truppe nazifasciste, nonostante la giovane età (ventuno anni Liliana e diciassette la sorella). Lina si impegna nei Gruppi di Difesa della Donna, come staffetta, nel trasporto di armi, nella tessitura della rete di contatti fra le diverse bande partigiane . La presenza delle due sorelle tra i partigiani è immortalata in una famosa immagine scattata da un fotografo americano il giorno della liberazione di Pistoia, in cui Liliana in primo piano e Lina accanto a lei portano un’arma in spalla. Dopo la guerra Liliana lavorò in Comune fino al pensionamento, quindi si spese nel volontariato dedicandosi ai più deboli fino alla fine.

A loro è dedicata una via a Pistoia, dove sono ricordate come “partigiane combattenti”.



Maddalena Cerasuolo

Napoli, 2 febbraio 1920 - 23 ottobre 1999

Partecipò attivamente e con un ruolo significativo all'insurrezione popolare contro l'esercito tedesco che si svolse a Napoli dal 27 al 30 settembre 1943 ed è passata alla storia con il nome di Quattro giornate di Napoli. In particolare si distinse in occasione degli scontri armati avvenuti nel quartiere Materdei per impedire che i tedeschi depredassero una fabbrica. Si offrì di andare in avanscoperta solitaria per calcolare l'entità delle forze tedesche, e in seguito si offrì di parlamentare con gli ufficiali tedeschi nonostante il rischio che non le fossero riconosciuti da parte tedesca i diritti sanciti dalle Convenzioni di Ginevra. Maddalena partecipò inoltre alla battaglia contro i guastatori tedeschi in difesa del Ponte della Sanità con i partigiani dei rioni Materdei e Stella guidati dal tenente Dino Del Prete e dall'ufficiale dei vigili del fuoco Vinicio Giacomelli. Ricevette una medaglia di bronzo al valor militare e fu baciata dal generale Montgomery.
Le è stato dedicato a Napoli lo stesso ponte che aveva impedito fosse distrutto dai tedeschi.

Con delibera n. 63 del 27 gennaio 2011, la giunta comunale di Napoli ha intitolato alla partigiana Maddalena Cerasuolo il ponte che, sovrastando il rione "Sanità", costituisce l'accesso al centro della città. È il risultato dell'impegno corale che ha coinvolto i figli e la sorella di Maddalena, della petizione popolare promossa dal circolo territoriale Stella San Carlo all' Arena, del Partito della Rifondazione Comunista, di partiti, movimenti e associazioni come l'A.N.P.I., il Comitato Abitanti Materdei, l'UDI, Arcidonna, la Rete della Sanità, l'associazione di quartiere Via Nova, il Comitato Claudio Miccoli, l'Associazione culturale "Maddalena" di Pianura, piccoli commercianti e residenti.



Ginetta Chirici

Pistoia, 1924-Marzabotto, 1944

Insegnante elementare, nel 1943 si iscrive alla facoltà di Magistero a Bologna, e contemporaneamente come volontaria insegna a scrivere e leggere ai contadini analfabeti della zona di Marzabotto, in particolare alle donne. Aderisce alla Resistenza insieme ai familiari; la madre, Bianca Mazzei, è tra gli ottantaquattro civili che le SS rinchiudono nella chiesa di Casaglia nella strage del 29 settembre 1944. Ginetta milita nella brigata Stella Rossa Lupo. Viene uccisa dai nazifascisti il 4 ottobre 1944, in località Cà Beguzzi a Casaglia, nel corso dell’eccidio di Marzabotto, con altre diciannove persone. Successivamente è stata riconosciuta la sua collaborazione alla lotta partigiana dall'1 novembre 1943 al 4 ottobre 1944. L’Università degli studi di Bologna le ha conferito la prima laurea honoris causa della Facoltà di Scienze dell’Educazione il 19 aprile 1995.

Il Comune di Monzuno e il Comune di Pistoia le hanno dedicato una via.



Genoveffa Cocconi Cervi

1877 - novembre 1944

Madre dei sette fratelli Cervi, fu attiva educatrice dei figli e partecipò animatamente alle loro discussioni. Dopo la morte dei figli il 10 ottobre del 1944, i fascisti durante la notte diedero nuovamente fuoco al fienile per intimidire la famiglia (soprattutto Alcide, ancora fieramente antifascista), Genoveffa non regge, ha un infarto e muore un mese dopo.

Le è dedicata una via a Reggio Emilia.



Vittoria Zaira Coen

Mantova, 4 ottobre 1879 – Auschwitz, maggio 1944

Nasce a Mantova il 4-10-1879, figlia di Ernesto e di Erminia Rimini. Dal riordino dell’archivio storico del Liceo Ginnasio D. A. Azuni di Sassari, è emerso il fascicolo personale della professoressa Vittoria Zaira Coen Righi. Ebrea, si laureò in Scienze naturali all’Università di Bologna e conseguì il diploma di Magistero per l’abilitazione all’insegnamento delle scienze. Giunta a Sassari, insegnò scienze naturali, chimica e fisica, per otto anni, alla Regia Scuola normale femminile. Soppressa tale cattedra presso la scuola normale, nell’applicazione della riforma Gentile, la professoressa Coen venne assegnata all’Istituto tecnico Lamarmora con l’insegnamento delle scienze naturali e della geografia. A Sassari aveva già conosciuto un uomo del quale si innamorò e che la portò sull’altare: Italo Giuseppe Righi, medico, vissuto dal 1871 al 1938. Il 16 settembre 1935 Zaira Coen viene trasferita al liceo ginnasio Azuni dove insegna chimica: un periodo di estrema tranquillità, con una regolare iscrizione al Partito nazionale fascista. Anzi, qualche parente afferma fosse una fascista convinta, qualcun altro invece sostiene che “tutti dovevano essere iscritti al Pnf”. Nel 1938 fu espulsa dall’ insegnamento: di fronte alle leggi razziali a nulla valsero i suoi meriti professionali e civili. Per il suo allontanamento si ricorse ad un espediente burocratico, la si accusò di non avere i titoli per l’insegnamento delle Scienze nei Licei. Rimasta senza lavoro e vedova - nello stesso anno era morto suo marito - decise di lasciare Sassari. Non ascoltò i consigli dei cognati e se ne tornò a Firenze per raggiungere una sorella che abitava da sola: voleva stare vicina alla famiglia d'origine. Ma la situazione precipitò e, dopo la notizia della cattura a Genova nel novembre del 1943 della sorella più giovane, Norina, cercò di restare nascosta; fu denunciata dal portiere dello stabile che, oltre ad intascare il premio stabilito dal governo della Repubblica sociale per i delatori, si impadronì dell'argenteria. La versione più accreditata sulla fine di Zaira è contenuta nel Libro della memoria, di Liliana Picciotto Fargion: la Coen fu deportata da Fossoli con il convoglio 10, partito il 16.5.44, giunto ad Auschwitz il 23.5.1944, sigla RSHA (ReichsSicherheitHauptAmt). Il convoglio 10 fu quello che impiegò più tempo per arrivare ad Auschwitz. Probabilmente - non sappiamo di più – Vittoria fu avviata alla camera a gas subito dopo il suo arrivo nel lager. Morì senza aver conosciuto la sorte toccata alla sorella: soltanto dopo la fine della guerra si saprà che era morta d'inedia, abbandonata insieme ai compagni di sventura, dopo un bombardamento, dentro un vagone blindato in una stazione del nord Italia.

Il 22 maggio 1998 il Liceo Azuni ha dedicato alla memoria della professoressa Coen Righi il suo archivio storico. Nel cimitero di Sassari, una piccola lapide nascosta nell' erba porta la data di morte sbagliata, anticipandola di un anno.



Laura Conti

Udine, 31 marzo 1921 – Milano, 25 maggio 1993

Partigiana, medico, deputata alla Camera del Parlamento italiano dal 1987 al 1992 e nota ambientalista, Laura Conti è una donna che viene ricordata per la profonda traccia culturale che seppe imprimere su vari fronti, dalla politica alla scienza. Studiò medicina a Milano, dove entrò a far parte del Fronte della Gioventù con l’obiettivo di raccogliere proseliti tra i militari delle caserme. Nell'agosto del '44 viene internata nel campo di smistamento di Bolzano in attesa di essere deportata in Germania. Dopo la liberazione, nel '49 si laurea in medicina e si trasferisce a Milano, dove, oltre alla professione di medico, svolge la sua attività politica nelle file del Partito comunista italiano. Negli anni ’60 -‘70 viene eletta consigliera alla Provincia di Milano, e tra il '70 e l'80 consigliera alla Regione Lombardia. Come medico aveva operato attivamente nelle organizzazioni di base, accanto ai lavoratori nelle loro lotte per il miglioramento dell'ambiente di lavoro, arrivando a elaborare una propria idea di ecologia, ancor prima che questo si sedimentasse in Italia. Con la sua professionalità e competenza, nell'estate 1976 aiutò la popolazione della vicina città di Seveso, e si pose in prima linea nel denunciare i gravi rischi della diossina contro chi cercava di sminuirne la portata. Come testimonianza di questo disastro nel ’77 uscì il suo libro "Visto da Seveso", dove pose le basi di quei principi che hanno animato e che rappresentano le fondamenta dell’ambientalismo in Italia e che possiamo ritrovare nel suo libro successivo Cos'è l'ecologia. Le carte e i libri di Laura Conti sono stati raccolti dalla Fondazione Micheletti di Brescia e rappresentano il primo nucleo di un grande archivio dell'ambiente, unico in Italia, con ormai numerose altre raccolte di documenti e libri.

Le sono dedicate strade a Sordo (SS), Corsico (MI) e Bolzano.



Clelia Consigli

Rovigo, 1879 - ?

Nata a Rovigo il 09/04/1879, figlia di Moisè e Bianchi Elvira, coniugata con Pagan.
Abitava a Rovigo e venne arrestata il 29/10/1944. Fu vittima della persecuzione antiebraica; forse fu detenuta a Bolzano, o forse non lasciò mai Rovigo. Un mistero circonda la sua morte che avvenne in luogo ignoto e in data ignota.

Le è dedicata una strada a Rovigo.



Alda Costa

Ferrara, 26 gennaio 1876 - Copparo (FE), 30 aprile 1944

Insegnate, Alda nel 1907 aderì alla Federazione di Ferrara del Partito socialista italiano e si impegnò nella sua componente riformista. L’attività politica di Alda fu particolarmente intensa tra le donne, tramite la fondazione di circoli femminili socialisti nelle campagne e la continuazione della lotta femminista-classista iniziata a Ferrara per iniziativa della concittadina Rina Melli, che si era avvalsa del periodico Eva.
Durante la prima guerra mondiale si rifiutò di accompagnare i suoi scolari alle manifestazioni patriottiche, in nome di una scuola umana e universale.
All'inizio degli anni Venti lo squadrismo fascista non le risparmiò molestie e umiliazioni. Tra l’altro, per umiliare la sua femminilità, le dipinsero di nerofumo la zona pelvica.
Anche dopo la marcia su Roma continuò la sua battaglia contro il fascismo e, dopo la seconda scissione, quella del 1922, lavorò per entrambi i partiti socialisti organizzando riunioni clandestine e cercando di aiutare i detenuti. Le persecuzioni nei confronti della maestra ferrarese aumentarono. Venne richiamata dai superiori perché si rifiutava di salutare romanamente, e lei si difese scrivendo al Sindaco di Ferrara. Mentre passeggiava per le strade di Bologna, venne riconosciuta e segnalata da un ferrarese: trecento fascisti la insultarono e la bastonarono perché si era rifiutata di fare il saluto fascista.
Nel 1926, Alda rifiutò di giurare fedeltà al regime; le perquisirono la casa e vi trovarono il ritratto di Matteotti (assassinato due anni prima). I due episodi fornirono alla giunta comunale la scusa per licenziarla ma l’ avvocato Mario Cavallari ne assunse il gratuito patrocinio e ottenne l’annullamento del provvedimento dal Consiglio di Stato. Trasferitasi a Milano, venne arrestata e confinata prima alle isole Tremiti e poi in un piccolo paese della Basilicata. Tornata a Ferrara l’indomita organizzatrice riuscì a riannodare le fila degli antifascisti, finché un agente dell'Ovra arrestò lei e un gruppo di compagni e la sottopose ad estenuanti interrogatori nel tentativo di farla parlare della rinnovata organizzazione socialista; la tenne anche a pane e acqua per un mese, insultandola e minacciandola. Tutto inutile, dalle labbra di Alda non uscì né un nome né un particolare.
Il 25 luglio 1943 la Costa venne liberata, ma era molto provata. Nella “lunga notte” del 15 dicembre 1943 venne arrestata e tradotta alle carceri di Copparo ma poi ricoverata nel locale ospedale dove morì, il 30 aprile 1944, a causa di una strana “leucemia linfatica cronica”, in realtà sfinita per il crudele trattamento e le percosse subite in carcere. Prima di morire riuscì a comunicare questo messaggio al pretore di Copparo: “Dica ai miei compagni che sono rimasta fedele al mio ideale”.

Sono state intitolate ad Alda Costa due scuole, una a Vigarano Mainarda e l’altra a Ferrara. Le sono state, inoltre, intitolate vie a Poggio Renatico (FE), Ostellato (FE), Rimini e Roma.



Angela Crippa Leoni

1893 - 31 maggio 1978?

Conosciuta come professoressa Lina, a Milano aiutò almeno un centinaio di ebrei a fuggire verso la Svizzera prendendo contatti con le guide. Arrestata nell'aprile 1944 e detenuta a San Vittore per cinque mesi, subì brutali interrogatori e fu poi deportata a Mauthausen, dove tuttavia riuscì a sopravvivere. Nell'agosto 1945 tornò a Milano in pessime condizioni di salute e ricevette dalla Croce Rossa Americana un premio, che donò come borsa di studio. Nel 1955 fu insignita di una medaglia d'oro dall'unione delle comunità ebraiche italiane e il 31 maggio 1978 Yad Vashem la riconobbe come una dei Giusti tra le Nazioni.

Le è dedicata una via a Landriano (PV).



Luigia Dall'Asta

Sorbolo (PR), 11 ottobre 1929 - Casaltone, fraz. di Sorbolo (PR), 24 aprile 1945

Partigiana parmigiana, fu fucilata per rappresaglia dai Tedeschi.

Le è dedicata una via a Parma.



Virgilia D'Andrea

Sulmona, 11 febbraio 1888- New York, 12 maggio 1933

Virgilia D'Andrea nasce a Sulmona l'11 febbraio 1888: maestra elementare, diviene ben presto uno dei personaggi di spicco del movimento anarchico, di cui è appassionata ed instancabile divulgatrice. Incarcerata per la sua attività di “cospirazione contro lo Stato”, dopo l'avvento del Fascismo è costretta all’esilio, prima in Francia e poi in America. "Poetessa dell'anarchia", secondo la definizione di Errico Malatesta, Virgilia D’Andrea, che utilizza la letteratura come principale strumento di lotta, è considerata uno dei migliori scrittori dell'anarchismo internazionale. Muore prematuramente a New York il 12 maggio 1933.

Le è stata dedicata una strada nella sua città natale, Sulmona (Aq), ma nell'indicazione toponomastica viene ricordata solo come poetessa, ed erroneamente con il nome di Virginia



Simone De Beauvoir

Parigi, 1908 - 1986

Visse con partecipazione i grandi rivolgimenti politici degli anni tra le due guerre. Studiò alla Sorbona, dove incontrò colui che senza matrimonio né convivenza sarebbe diventato il compagno della sua vita: il filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre.
Nella Parigi occupata dai tedeschi condivide con Sartre la breve esperienza del gruppo di Resistenza "Socialismo e Libertà".
È considerata la madre del movimento femminista nato in occasione della contestazione studentesca del maggio 1968, che Simone seguirà con partecipazione e simpatia. Gli anni settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause del progresso civile: la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna (è presidentessa dell'associazione "Choisir" e della Lega dei diritti della donna).

A lei sono dedicate una via a Ferrara e un viale a Roma.



Jole De Cillia "Paola"

Ampezzo, 23 gennaio 1921-Monte Rosso, 5 dicembre 1944

Jole De Cillia era un’infermiera professionale che, già formata politicamente, entrò a lavorare nella clinica Quarantotto di Udine e poi all’Ospedale Civile. In seguito iniziò l’attività nel Partito Comunista e dopo l’8 settembre, col nome di copertura di Paola, raggiunse le formazioni partigiane prestando loro i suoi servizi come infermiera e staffetta. Cadde in un combattimento a Monte Rosso a fianco di Giovannino Bosi “Battisti”, che era anche il suo compagno. In seguito fu decorata con la Medaglia d’Argento alla Memoria.

Le è dedicata una via a Udine ed una a Mereto de Tomba (UD).



Ida D'Este

Venezia 1917- Venezia 1976

Nel settembre del ’43, Ida, laureata in Lingue a Ca’ Foscari e impegnata in opere di apostolato sociale, organizza con le sue amiche dell’Azione cattolica un’intensa attività di aiuto ai soldati sbandati che riescono a fuggire. Diventa presto staffetta di collegamento, con il nome di battaglia “Giovanna”, tra il CLN regionale veneto e i CLN di Venezia, Padova, Vicenza, Rovigo, Belluno. Nel gennaio del 1945 viene arrestata a Padova assieme ad alcuni dirigenti del CLN veneto e viene duramente torturata dalla banda Carità. A fine febbraio è deportata nel lager di Bolzano, dove rimane fino alla Liberazione. Nel suo libro di memorie resistenziali, pubblicato nel 1953, Croce sulla schiena, rievoca la dura esperienza delle torture e della prigionia. Nel dopoguerra, Ida D'Este organizza il movimento femminile della Democrazia cristiana veneta. Nel marzo ‘46 è eletta nel Consiglio Comunale di Venezia, quindi è deputata alla Camera dal 1953 al 1958. Da parlamentare s’impegna principalmente sui problemi dell’educazione dei giovani, del diritto al lavoro delle donne e per una scuola più moderna. Collabora attivamente con la senatrice socialista Lina Merlin nella battaglia contro la schiavitù delle donne costrette alla prostituzione e per l’abolizione delle ‘case chiuse’. Il 13 marzo 1957 la Camera dei deputati affida a lei, come figura simbolo, il ruolo di relatrice del Disegno di Legge per l’istituzione del Museo storico della Liberazione di via Tasso a Roma. Alla fine della legislatura nel 1958 abbandona la vita politica per dedicarsi ad attività assistenziali, nell’ambito del recupero e della tutela delle ex-prostitute e delle ragazze madri.

Nel 2010 il Comune di Venezia le ha dedicato una Rotonda a Mestre.



Cecilia Deganutti

Udine, 1914 - Trieste, 4 aprile 1945

Durante la seconda guerra mondiale diventa infermiera della Croce Rossa Italiana. Subito dopo l’armistizio si dedica all’assistenza dei militari italiani internati in Germania.
Rientrata in Italia, prende parte alla Resistenza, militando nelle Brigate Osoppo-Friuli. Per mesi esegue rischiosi compiti informativi, soprattutto a Udine e nella Bassa Friulana. Viene catturata dai tedeschi ad Udine e trasferita a Trieste e qui torturata delle SS.
Dal carcere viene trasferita e rinchiusa nel campo di concentramento Risiera di San Sabba dove, a poche settimane dalla Liberazione, fu uccisa e bruciata nel forno crematorio.

Le sono dedicate vie a Fagagna (UD), Mortegliano (UD), Oderzo (TV), Roma, Udine e una scuola a Udine.



Gabriella Degli Esposti

Calcara di Crespellano (BO), 1 agosto 1912 - San Cesario sul P. (MO), 17 dicembre 1944

Leggendaria figura di eroina e martire, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Originaria di una famiglia contadina socialista, dopo l'8 settembre 1943 Gabriella, assieme al marito Bruno Reverberi, mastro casaro comunista, trasformò la propria casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. Nonostante fosse madre di due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio, partecipò ad azioni di sabotaggio e si impegnò anche nell’organizzazione dei primi Gruppi di Difesa della Donna (GGD).Fu proprio grazie all’opera di convincimento dei Gruppi di Difesa della Donna che, nel luglio 1944, centinaia di donne scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra. Il 13 dicembre 1944, a seguito di un rastrellamento dei tedeschi, Gabriella Degli Esposti fu catturata da un gruppo di SS comandato dall’ufficiale Schiffmann; benché incinta, viene prima picchiata e poi minacciata di morte affinché riveli dove si trova il marito e infine viene portata via. Il giorno successivo un gruppo di SS, in paese e nelle campagne circostanti Castelfranco Emilia, arrestarono circa settanta persone: i fermati identificati come antifascisti furono trasferiti nei locali dell'Ammasso canapa, lungo via Loda, e sottoposti a interrogatori e torture.
Il 17 dicembre, Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di prigionia sono trasportati sul greto del Panaro a San Cesario e giustiziati. Prima di essere fucilata, Gabriella fu barbaramente seviziata: il suo cadavere viene ritrovato senza occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. La barbara uccisione di Gabriella induce molte donne della zona ad unirsi ai partigiani: è così che si costituisce il distaccamento femminile Gabriella Degli Esposti, forse l’unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.

Le sono intitolate vie a Bomporto (MO), Carpi (MO), Castelfranco Emilia (MO), Castelnuovo Rangone (MO), Modena, Nonantola (MO), Roma e San Cesario sul Panaro (MO).



Alba Dell'Acqua Rossi

Aveva solo dodici anni quando i fascisti fecero irruzione nella casa milanese di suo padre, impegnato politicamente e gli bruciarono tutti i libri nel cortile. La reazione della ragazzina fu quella di impegnarsi nello studio tanto che, si laureò giovanissima in Matematica e Fisica. Nel settembre 1943 entra nella Resistenza. Dapprima è attiva a Milano nel gruppo clandestino del professor Quintino Di Vona. Compito di Alba è quello di raccogliere informazioni circa i nascondigli di armi, viaggiando continuamente sui treni delle Nord e di prelevarle, con l’aiuto di una persona munita di furgoncino. Successivamente, nel giugno 1944, inviata per una missione in Valsesia, entra come partigiana nella II Divisione Garibaldi Redi, che opera in Valsesia e in Valdossola sotto la guida del commissario politico Cino Moscatelli. Alba coadiuva il dottor Pino Rossi, comandante medico della Divisione. Alba e Pino vengono uniti in matrimonio il 15 marzo 1945 dal commissario politico della Divisione garibaldina Redi.

Iscrizione al Famedio di Milano Fonte: http://www.anpi.it/il-comune-di-milano-iscrive-al-famedio-di-quattro-grandi-partigiani-vaia-stellina-vecchio-alba-dellacqua-bocca/.



Niva De Ponti "Gianna"

Udine, 4 aprile 1926 - Vito d’Asio, 30 aprile 1945

Figlia di Amos e di Silvia Sala. Partigiana del Btg. Italia della Divisione Osoppo Friuli, si adoperò con coraggio e abnegazione nelle missioni che spesso le venivano affidate. Nonostante fosse ricercata dalle SS, continuò a prestare assistenza ai partigiani e a cooperare attivamente fornendo loro informazioni segrete. Durante un combattimento salvò il Comandante “Bore” della Divisione Osoppo, Btg. Cividale, che, ferito, rischiava il dissanguamento. Il 30 aprile 1945, da una colonna in ritirata da Spilimbergo tre caucasici entrano a Casiacco (Vito d’Asio) in un’osteria, trascinano fuori Niva, sua madre Silvia e un portogruarese, Lorenzo Artico. Niva e l’uomo cadono sotto i colpi della mitragliatrice; sopravvive solo la madre. Era una rappresaglia per l’uccisione da parte dei partigiani di sei cosacchi del locale presidio il giorno prima. Muore così Niva, con un colpo di mitragliatrice in testa.

Le è dedicata una via ad Udine.



Ermelinda Ducler

Champorcher, 1909 - 1943

Nata a Champorcher nell’aprile del 1909, è stata insegnante e volontaria presso l’Ospedale Mauriziano. Durante la Seconda Guerra Mondiale presta servizio all’Ospedale Militare di Santa Caterina di Arezzo e poi in quello da campo a Spalato. Qui, si dedicò all' assistenza dei degenti. Con sentimenti di particolare modestia e profonda pietà, sprezzante del pericolo, si offrì di accompagnare un trasporto di feriti e di malati via mare. Colpita gravemente la nave, durante un attacco nemico, non si curò che di infondere coraggio ai degenti. Offertasi, in occasione di altro trasporto di feriti gravi per via aerea, trovava la morte, seguendo la sorte dei soldati sofferenti alla cui esistenza si era dedicata con assoluta dedizione e conscio spirito di sacrificio.
È stata insignita della Medaglia d’Oro con merito della Croce Rossa Italiana e della Medaglia Florence Nightingale del comitato Internazionale della Croce Rossa.

Le è dedicata una piazza ad Aosta.



Anna Maria Enriques Agnoletti

Bologna, 1907 - Sesto Fiorentino (FI), 12 giugno 1944

Nata a Bologna nel 1907, fucilata a Sesto Fiorentino (Firenze) il 12 giugno 1944, laureata in storia medioevale, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria. Trascorre l'adolescenza e la giovinezza passando dalla città natale a Napoli, Sassari, Firenze, secondo gli incarichi universitari del padre. Dopo la laurea, conseguita nell'Ateneo toscano, lavora presso l'Archivio di Stato fiorentino, ma ne viene espulsa con le leggi razziali, perché suo padre è ebreo. Battezzata nel 1938 (sua madre è cattolica), la giovane studiosa trova lavoro a Roma presso la Biblioteca Vaticana.
È a Roma che, insieme al fratello Enzo, si dà, dopo l'8 settembre 1943, alla Resistenza. Non soltanto è tra i dirigenti del Movimento cristiano sociale ma, spostatasi a Firenze, fa in modo che la sua organizzazione si federi in Toscana con il Partito d'azione. Da Firenze prende contatti con i gruppi della Resistenza operanti nel Livornese, nella Val di Chiana e in Val d'Orcia; organizza la trasmissione via radio di informazioni agli Alleati.
È tradita da un agente provocatore, accolto in casa dopo che si era presentato, spacciandosi per un ex ufficiale, a nome di "amici cristiano- socialisti di Roma". Con Anna Maria è arrestata, era il 12 maggio del 1944, anche la madre, che con lei viene incarcerata. Dopo qualche tempo la figlia viene condotta a Villa Triste. Qui Anna Maria viene torturata a più riprese nel corso di un interrogatorio, condotto dagli aguzzini della banda Carità, che si protrae per sette giorni e sette notti. Ma la giovane non parla. Ricondotta in carcere ne esce il 12 giugno per essere fucilata, insieme con altri patrioti, in località Cercina.

Le sono dedicate vie a: Certaldo (FI), Firenze, Livorno, Reggio nell'Emilia, Roma e Sesto Fiorentino (FI).



Giovanna Faè

Gaiarine (TV) 1892 - 1945

Montaner, dove Giovanna e il fratello don Giuseppe, parroco del paese, vivevano nel ’43, fu un importante centro di mediazione tra la pianura e la montagna. I partigiani vi operarono fin da subito, aiutati da Giuseppe e Giovanna, che procuravano cibo, rifugi e che arrivarono a riporre le armi nel campanile della chiesa. I due fratelli furono tuttavia traditi da due spie ed arrestati dai fascisti assieme al medico del paese Angelo Dal Bo Zanon il 27 marzo 1944 con l’accusa di collaborazione con i partigiani. Incarcerati a Udine sono condannati a morte nel maggio del ’44, ma, mentre il fratello Don Giuseppe per intercessione del vescovo viene confinato in seminario a Vittorio, Giovanna resta in carcere a Udine assieme a Elisa Perini, e viene poi deportata in un lager tedesco, probabilmente Dachau, da dove non è più tornata.

Il Comune di Montaner le ha dedicato la Scuola Elementare. Un grande affresco sul muro esterno della Biblioteca Civica rappresenta la “Storia di Giovanna Faè”.



Oriana Fallaci

Firenze, 1929 - 2006

Seconda di quattro sorelle, anch'esse giornaliste e scrittrici, figlia di Edoardo, attivo antifascista che la coinvolse, giovanissima, nella resistenza con compiti di vedetta.
La giovane Oriana si unì così al movimento clandestino della Resistenza Giustizia e Libertà, vivendo in prima persona i drammi della guerra: nel corso dell'occupazione di Firenze da parte dei nazisti, il padre fu catturato e torturato a villa Triste, ed in seguito rilasciato mentre la Fallaci fu impegnata come staffetta per trasportare munizioni da una parte all'altra dell'Arno attraversando il fiume nel punto di secca dal momento che i ponti erano stati distrutti dai tedeschi. Per il suo attivismo durante la guerra ricevette a 14 anni, nel 1943, un riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano.
Dopo la guerra continuò la sua carriera come giornalista e scrittrice. Prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Come scrittrice, con i suoi dodici libri, ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo.

Le sono stati intitolati spazi pubblici in diverse città: Brescia, Cerea (TV), Calcinato (BS), Carrara (MS), Castel Mella (BS), Colleferro (RM), Corbetta (MI), Grumo Appula (BA), Lecce, Peschiera del Garda (VR), Roma, Sassari, Vigevano (PV).
Sono stati intitolati a Oriana Fallaci anche giardini a Milano.



Adele Faraggiana

Antifascista genovese, militante socialista e comunista. Autrice del libro autobiografico “Garofani Rossi”.

Le è dedicata una via a Genova.



Cesira Fiori

Roma, 1890 - 1976

Nacque a Roma il 25 novembre 1890. Nel 1907 conseguì il diploma di maestra elementare e l'anno successivo iniziò ad insegnare presso le scuole rurali statali di Velletri.
L'ambiente in cui visse, a contatto con gli strati più poveri della popolazione ebbe influenza sulle sue scelte politiche. Aderì al movimento per l'istruzione nell'Agro romano, animato da G. Cena e Sibilla Aleramo e si dedicò all'organizzazione del sindacato dei maestri.
Iscrittasi nel 1910 al Partito socialista italiano, la Fiori prese parte alle manifestazioni contro la guerra di Libia e poi contro l'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale. Un altro campo nel quale riversò il proprio impegno fu quello dell'emancipazione femminile: aderì all'Associazione donne italiane e si occupò dei problemi sindacali delle infermiere, delle cucitrici, delle lavoranti a domicilio, battendosi per la pensione alle casalinghe e per i diritti politici e civili delle donne.
Nel 1921, alla fondazione del partito comunista, la Fiori vi aderì e si impegnò attivamente contro il fascismo. Nell'aprile del 1928 il governatore di Roma decretò il suo allontanamento dalla scuola per incompatibilità politica.
Privata del suo lavoro, la Fiori impartì lezioni private. L'attività cospirativa era intanto divenuta l'impegno preminente. Faceva parte di un gruppo antifascista, che curava la pubblicazione di un foglio di propaganda clandestina destinato ai contadini.
Nel 1933 la Fiori venne arrestata, con l'accusa di aver tentato di ricostituire il partito comunista. Trascorse circa un anno di detenzione prima a Roma e quindi a Perugia. Nel 1934 venne condannata a cinque anni di confino ed inviata a scontare la pena nell'isola di Ponza.
Nel maggio 1939 chiese ed ottenne di poter raggiungere il marito nei pressi dell'Aquila. Di qui entrarono in contatto con alcuni comunisti, con i quali, dopo il 25 luglio 1943, diedero vita a un'organizzazione clandestina. Furono tra gli animatori della resistenza ed organizzarono la banda partigiana "Giovanni De Vincenzo", che operava nella zona del Gran Sasso.
Nel giugno 1944, prima ancora dell'arrivo delle truppe alleate, la Fiori venne nominata dal locale Comitato di liberazione nazionale sindaco di San Demetrio. Sebbene contestata dalle forze conservatrici, l'amministrazione da lei guidata restò in carica cinque mesi.
Nell'ottobre 1944 la Fiori fece ritorno a Roma, dove riprese l'insegnamento nelle scuole e si dedicò all'organizzazione del sindacato degli insegnanti. Fu membro della commissione cultura del Comitato centrale del partito comunista. Morì a Roma nel 1976.

Le è dedicata una via a Roma.



Gisella Floreanini

Milano, 1906 - 1993

Nata a Milano il 3 aprile 1906, di famiglia borghese, perse la madre a soli quattro anni e crebbe con la nonna paterna, la sorella e il padre Renato, che volle per lei un’educazione laica e liberale. Già durante il periodo degli studi coltivò importanti amicizie in ambiente antifascista, avviandosi alla militanza politica che divenne definitiva dopo il delitto Matteotti nel 1924. Espatriata in Svizzera, a Lugano, per poter lavorare, iniziò a portare in Italia materiale clandestino prodotto dagli esuli antifascisti. Ricercata dalla polizia politica, fu costretta a ritornare in Svizzera dove rimase dal 1938 al 1943. Nel 1934 aderì al movimento di Giustizia e Libertà, per entrare due anni dopo nel Partito socialista. Alla fine del 1941 si avvicinò al Partito comunista, che riteneva più deciso e organizzato nella lotta al fascismo, e l’anno successivo vi si iscrisse divenendo subito segretaria di sezione. Le sue doti di straordinaria organizzatrice e la sua dedizione alla causa, ne fecero presto un punto di riferimento importante sia tra i fuoriusciti che tra gli antifascisti in Italia. Dopo l’armistizio, alla fine del ’43 tornò così in Italia svolgendo un delicato ruolo di collegamento e sostegno alla nascente resistenza, trasportando documenti e soldi. Durante uno di questi viaggi fu fermata dalla polizia svizzera e, trovata, senza documenti, fu rinchiusa in carcere per quattro mesi.
Uscita dal carcere raggiunse i partigiani in Val d’Ossola dove visse da protagonista la stagione più importante della sua vita. Fu infatti la prima donna in Italia, a ricoprire un incarico governativo nella piccola, ma straordinaria “Repubblica partigiana” dell’Ossola tra il settembre e l’ottobre 1944.
Responsabile dei “Gruppi di difesa della donna” venne chiamata all’incarico di Commissario all’assistenza e ai rapporti con le organizzazioni di massa nel Governo Provvisorio costituitosi nel capoluogo ossolano. Il suo contributo ai famosi “quaranta giorni” di libertà fu enorme, sì che di lei l’intera valle conserva un ricordo quasi mitico. Certo ne divenne un simbolo, anche perché al ritorno dei nazifascisti fu l’unica componente della Giunta a non riparare in Svizzera. Dopo un’epica ed estenuante marcia, raggiunse infatti le formazioni garibaldine della Valsesia e con esse, tra il dicembre 1944 e l’aprile del ‘45 continuò la lotta. Proprio in quel periodo venne inviata a Novara come Presidente del Comitato per l’Organizzazione delle Donne. A febbraio fu nominata Presidente del CLN provinciale e in tale veste trattò la resa dei nazifascisti nei giorni dell’insurrezione generale. Per quel ruolo ebbe a dire: “Il CLN di Novara nominò la sottoscritta suo Presidente non in quanto appartenente a un partito, ma in quanto donna, perché rappresentava e il coraggio e la partecipazione di migliaia di donne italiane”.
Alla fine del conflitto, nel 1946 fu nominata componente la Consulta Nazionale e, successivamente, venne eletta deputata al Parlamento per il collegio di Novara-Torino-Vercelli, sia nel 1948 che nel 1953.
Nel 1958 non si ricandidò, ma continuò la sua azione politica come membro della Federazione del Pci di Novara e come consigliera comunale sia a Novara che a Domodossola.
Dal 1959 al 1963 fu membro della segreteria della Federazione Internazionale della Donna a Berlino e nel 1965 divenne dirigente dell’Udi e dell’Anpi. Dal 1963 al 1968 è stata anche consigliera comunale a Milano. Non smise mai di lottare e impegnarsi per i diritti delle donne sino alla morte giunta improvvisa, per arresto cardiaco nel 1993. Per sua espressa volontà è stata sepolta nel cimitero di Domodossola.

Le sono dedicate vie a Domodossola e Lecce.



Anna Frank

Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929 - Bergen-Belsen, marzo 1945

È stata una ragazza ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il suo diario scritto nel periodo in cui con la famiglia viveva a Fancoforte: il padre (Otto) era ebreo mentre la madre Edith non lo era. Nel 1933 purtroppo la vittoria di Hitler e la crescente partecipazione al suo movimento spinsero la famiglia a cercare una maggior sicurezza per il loro futuro fuggendo ad Amsterdam;neanche questa decisione li mise al sicuro perché nel 1940 anche l'Olanda venne invasa dai tedeschi e le leggi antisemite entrarono già in vigore dal 1938. Tutta la famiglia fu costretta a vivere come clandestina in un locale situato sopra la fabbrica del padre condiviso con altre persone ebree: erano in tutto 8 ad abitare in quel locale col timore di essere scoperti. Il 4 agosto del 1944 la gestapo irrompe nel locale e li portò tutti via, mandandoli ad Auschwiz dove la madre di Anna morì il 6 gennaio 1945 per una malattia causata dal malnutrimento; il macellaio morì nelle camere a gas quasi subito dopo; sua moglie morì in un altro campo; il loro figlio morì a Mathausen il 5 maggio, il dentista morì a Neungamme il 20 dicembre nel 1944;mentre Anna e la sorellina Margot, morirono di tifo a Bergen-Belsen nel marzo del 1945 tre settimane prima della liberazione. Il padre Otto una volta sopravissuto allo sterminio fece pubblicare lo struggente diario di sua figlia Anna, che è tutt'oggi una delle opere più lette sull'Olocausto.

Le sono dedicate vie, viali, larghi e piazze in diverse città: Afragola (NA), Aquileia (UD), Arzano (NA), Bagnoli Irpino (AV), Bagnolo in Piano (RE), Bergamo, Bollate (MI), Bologna, Cadelbosco di Sopra (RE), Calvizzano (NA), Carmagnola (TO), Casalecchio di Reno (BO), Casalgrande(RE), Casapulla (NA), Castel San Pietro Terme (BO), Cavriglia (AR), Cesano Maderno (MB), Cesena, Città di Castello (PG), Civita Castellana (VT), Collegno (TO), Creazzo (VI), Cremona, Empoli (FI), Fano (PU), Favara (AG), Felino (PR), Fermignano (PU), Forlì, Gazzo (PD), Ginosa (TA), Guspini (CA), Imola (BO), Jesolo (VE), Legnago (VR), Legnano (MI), Livorno, Malalbergo (BO), Manduria (TA), Merano (BZ), Molinella (BO), Motta Visconti (MI), Mugnano (NA), Nonantola (MO), Novellara (RE), Ospedaletto Euganeo (PD), Parma, Perugia, Pescia (PT), Pistoia, Putignano (BA), Quattro Castella (RE), Reggio nell’Emilia, Rovigo, Rubiera (RE), San Canzian d’Isonzo (GO), San Donà di Piave (VE), San Giorgio di Mantova (MN), San Giovanni Rotondo (FG), San Martino In Rio (RE), Sant’Eramo in Colle (BA), Sant'Ilario d'Enza (RE), Sciacca (AG), Staranzano (GO), Tavazzano con Villavesco (LO), Tradate (VA), Trento, Trovo (PV), Usmate Velate (MB), Valenza (AL), Vanzago (MI) e Varese.
Le sono dedicate, inoltre, scuole ad Agrigento, Collegno (TO), Montecchio Maggiore, Pistoia, e Verona.



Norma Pratelli Parenti

Monterotondo Marittimo (GR), 1 giugno 1921 - Massa Marittima (GR), 22 giugno 1944

Dopo l’armistizio partecipa attivamente alla Guerra di liberazione, nelle file della Resistenza grossetana come partigiana nel Raggruppamento Amiata della 23esima Brigata Garibaldi, raccogliendo denaro e aiuti per i partigiani, dando ospitalità ai fuggiaschi, ospitando ex prigionieri alleati, procurando armi e munizioni e partecipando di persona a varie azioni di guerra.
In una trattoria di Massa Marittima, gestita dalla madre, Norma indusse alla diserzione, per raggiungere le bande partigiane, numerosi prigionieri di guerra stranieri. Fu proprio uno di questi prigionieri, un soldato mongolo, che tradì Norma e la fece arrestare insieme alla madre, la sera del 22 giugno 1944.
Norma Pratelli Parenti fu fucilata la sera stessa, dopo essere stata ferocemente seviziata, dalle truppe tedesche in ritirata e il suo corpo straziato fu rinvenuto il giorno successivo.

Le è stata conferita la medaglia d'oro alla memoria ed è intitolata a lei una via a Roma.



Gina Galeotti Bianchi

Mantova , 4 aprile 1913 - Milano, 24 aprile 1945

Lia, questo il "nome di battaglia" di Gina Galeotti Bianchi, morì, dopo anni di lotta contro il fascismo, proprio nei giorni della Liberazione di Milano. Pur incinta di otto mesi, "Lia" si stava recando all'ospedale di Niguarda dove doveva incontrare alcuni partigiani feriti, lì ricoverati sotto false generalità. Fu falciata da una raffica di mitra, sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga e incappati in un posto di blocco partigiano.
Gina Galeotti Bianchi aveva cominciato giovanissima, diciassette anni prima, la sua attività antifascista. Nel 1943 era stata arrestata e deferita al Tribunale Speciale per essere stata tra gli organizzatori a Milano degli scioperi del marzo contro la guerra. Incarcerata per quattro mesi, fu liberata con la caduta del fascismo il 25 luglio e l'8 settembre entrò subito nelle organizzazioni della Resistenza. Fece parte, in particolare, del Comitato provinciale di Milano dei "Gruppi di difesa della donna", si impegnò nel servizio informazioni e si dedicò all'assistenza delle famiglie degli antifascisti caduti.

Il 19 novembre 2005 il Comune di Milano ha intitolato a Gina Galeotti Bianchi un’area nella zona di Niguarda, nei giardini tra via Val di Ledro e via Hermada.



Paola Garelli

Mondovì (CN), 14 maggio 1916 – Savona, 1 novembre 1944

La giovane pettinatrice Paola Garelli dopo l’armistizio entra in clandestinità, unendosi ai partigiani della Brigata SAP “Colombo”, attiva nella città di Savona. Assunto il nome di battaglia di “Mirka”, è inquadrata nella Divisione partigiana “Antonio Gramsci”, e le vengono affidate numerose missioni di collegamento con le formazioni presenti nei dintorni della città per rifornirle di viveri e materiali. Nella notte tra il 14 ed il 15 ottobre 1944 Paola viene arrestata e prelevata dalla sua casa dai militi del reparto della XXXIV Brigata Nera "Giovanni Briatore" di Savona. Condotta nella sede della locale Federazione fascista in piazza Saffi, sarà maltrattata e seviziata per quindici lunghissimi giorni, ma mai sottoposta ad alcuna parvenza di interrogatorio. Viene quindi condannata alla fucilazione per l’attentato compiuto ai danni del maggiore fascista Massabò. Insieme con lei vi erano altri cinque partigiani: due donne, Franca Lanzone “Tamara” di venticinque anni e Luigia Comotto di sessantotto, e tre uomini, Giuseppe Baldassare “Fedo” di ventisei anni, Stefano Peluffo “Mario” di diciotto e Piero Cassani di trentanove. Ma nel fossato della fortezza del Priamar, scenario dell’esecuzione, “Mirka” non morì subito; venne finita con un colpo di pistola alla testa. Paola aveva una bimba, Mimma, e a lei scrisse le sue ultime parole, raccolte nel libro “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”: Mimma cara la tua mamma se ne và pensandoti ed amandoti. Mia creatura adorata sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t’allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro, non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo solo una cosa: studia io ti proteggerò dal cielo. Ti abbraccio col pensiero te e tutti ricordandovi. La tua infelice mamma.

Le è dedicata una via a Ragusa.



Ofelia Garoia

Durazzanino, fraz. di Forlì, 1909 - ?

Nata da una famiglia di braccianti, nel 1936, durante la Guerra di Spagna, entrò nelle fila del “Soccorso Rosso” e continuò a lavorarvi fino al 1943. Dopo l’ 8 settembre 1943 partecipò alla formazione dei primi gruppi partigiani e fin dall’ottobre dello stesso anno guidò i “Gruppi di Difesa della Donna”, che avevano principalmente il compito di raccogliere e far pervenire ai partigiani armi, fondi, indumenti e medicinali. Fu organizzatrice di scioperi e partigiana nella 29^ Brigata GAP. Nel 1945 fu chiamata a far parte della Consulta nazionale, organismo che doveva preparare l’Assemblea Costituente, nonchè componente della prima Giunta comunale di Forlì.

Le è dedicata una via a Forlì.



Maria Erminia Gecchele

Zané (VI), 28 marzo 1904 - 7 maggio 1975

Operaia tessile, in fabbrica ebbe modo di frequentare la cellula comunista e di militare nell’ambito dell’antifascismo. Col nome di “Lena”, all'interno della brigata “Garemi”, ebbe prima funzione di staffetta, poi fu al comando del gruppo che collegava i partigiani della vallata a quelli della montagna, il CNL locale ai dirigenti di zona.
Quando fu catturata, il 13 dicembre del 1944, e sottoposta a pesanti interrogatori e a torture inenarrabili, Lena non parlò; eppure lei conosceva tutti i patrioti operanti nell'alto vicentino, le loro basi, la rete delle staffette e il comando generale. Quando venne liberata, il 27 aprile 1945, la trovarono ridotta in condizioni pietose, con ferite e fratture multiple.
Le vennero assegnate due croci di guerra e una modesta pensione.

Le è dedicata una strada a Montecchio Maggiore (VI).



Livia Gereschi

Pisa, 7 gennaio 1910 – Massarosa (LU),11 agosto 1944

Insegnante, laureata in lingue straniere, di lei si conoscono le gesta eroiche grazie alla testimonianza di un sopravvissuto all’eccidio della Sassaia, una località del comune di Massarosa (LU) in cui Livia venne massacrata e fucilata dalle SS tedesche. Grazie ai suoi studi in Germania, imparò la lingua tedesca. Da Pisa, dove insegnava, nel ’44 cercò rifugio a Pugnano (PI), insieme alla madre, in una stalla che era stata adibita a ricovero degli sfollati delle zone circostanti. Al fine di catturare i partigiani, i tedeschi rastrellarono il territorio, facendo circa trecento prigionieri, tra cui anche Livia. I prigionieri erano civili, per lo più famiglie, e Livia, grazie alla conoscenza del tedesco, riuscì a fungere da intermediaria con le milizie e a far rilasciare donne e bambini. La sorte le fu avversa e lei venne condotta insieme con gli altri uomini a Nozzano, nei pressi di Lucca, dove si trovava il quartier generale di Von Simon, comandante delle SS. In una scuola del luogo, i prigionieri, tra cui Livia, unica donna, vengono per quattro lunghi giorni seviziati e torturati, infine portati in località Sassaia e qui fucilati. Sulla base di questa versione, Livia Gereschi appare come una persona animata da sentimenti antifascisti e coinvolta per la sua generosità come vittima di efferate azioni di guerra. Esiste comunque un'altra versione, che la vede invece parte attiva nella lotta partigiana. Nella relazione di Ilio Cecchini, comandante della formazione partigiana “Nevilio Casarosa” operante sui monti pisani, Livia Gereschi figura tra gli attivi collaboratori della formazione stessa. Se fosse sopravvissuta, avrebbe ottenuto la qualifica di “patriota”.



Nives Gessi

Argenta (FE), 23 dicembre 1923 - Ferrara, 21 giugno 1994

Giovanissima partigiana, dopo l’8 settembre 1943 era entrata nella Resistenza nell’Argentano e poi, a Bologna, era entrata nel CUMER (Comando Unico Militare Emilia Romagna) e, al comando di Giuseppe D’Alema, era diventata partigiana della 28ma Brigata Garibaldi “Gordini” e della 7a GAP. Dopo la Liberazione Nives Gessi ha proseguito il suo impegno politico sia a livello locale che nazionale.

Le è dedicata una via a Ferrara.



Didala Ghilarducci

Viareggio (LU), 26 febbraio 1921 - Viareggio (LU), 26 aprile 2012

Nasce a Viareggio il 26 febbraio del 1921 da una famiglia di umili origini. Ancora liceale incontra quello che sarà il suo futuro marito, Ciro Bertini (Chittò) che sposa nel 1942 e segue nella decisione di combattere sulle Alpi Apuane. Il giovane partigiano viene ucciso dai nazisti nel 1944 in un brutale agguato. Ma questo tragico evento non ferma Didala, staffetta partigiana già pochi giorni dopo aver partorito suo figlio Riccardo, impegnata presso il Distaccamento d’assalto Garibaldi “Marcello Garosi”. La passione per i valori civili non l’ha mai abbandonata: nel dopoguerra è stata assessora e consigliera comunale a Viareggio e presidente dell’Anpi per la sezione Versilia. Nel 2007 ha pubblicato la sua biografia, “Partigiana per amore”, narrando la sua storia d’amore e di lotta e la difficile vita nascosta sulle montagne con uno stile semplice e intenso. Muore a 90 anni il 26 aprile 2012, dopo aver partecipato, insieme a tutte le autorità, alla cerimonia per la Festa della Liberazione a S. Anna di Stazzema in cui si rende omaggio alle 560 vittime della strage nazifascista: evento, quest’ultimo, che non mancava mai di onorare.

Il 24 novembre 2012 l’amministrazione di Viareggio le ha intitolato l’Aula del Consiglio comunale a testimonianza dell’impegno e della dedizione che questa donna ha sempre profuso per la sua città e per il bene comune.



Gianna Giglioli Valle

Dal 20 al 30 settembre 1944 l’undicesima compagnia partecipò all’operazione militare in Valsugana in sostegno ai nazisti che stavano rastrellando i “Banditen” del Grappa. Vengono catturati ed uccisi molti partigiani tra i quali anche il sottotenente dottor Angelo Valle. La moglie Gianna Giglioli, incinta, appena saputo che il marito era morto e che lei sarebbe stata avviata in un campo di concentramento in Germania, chiese piuttosto di essere uccisa. Era già notte quando venne assassinata alla luce dei fari di un’auto. A ricordare quel massacro, lungo la strada che fiancheggia la stazione ferroviaria, rimane una lunga serie di croci.

A San Nazario (VI) le è stata dedicata una piazza, una strada a Reggio Emilia e un'altra (assieme al marito) a Bari.



Natalia Ginzburg

Palermo, 14 luglio 1916 - Roma, 7 ottobre 1991

È stata una scrittrice italiana, figura di primo piano della letteratura italiana del Novecento. Il padre è professore universitario antifascista e insieme ai tre fratelli di lei sarà imprigionato e processato con l'accusa di antifascismo.
Natalia stringe legami con i maggiori rappresentanti dell'antifascismo torinese e in particolare con gli intellettuali della casa editrice Einaudi della quale il marito, docente universitario di letteratura russa, era collaboratore dal 1933.
Nel 1940 segue il marito, che era stato mandato al confino per motivi politici e razziali, a Pizzoli in Abruzzo dove rimane fino al 1943.
Nel 1942 scrive e pubblica, con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, il suo primo romanzo intitolato La strada che va in città.
In seguito alla morte del marito, torturato e ucciso nel febbraio del 1944 nel carcere romano di Regina Coeli, nell'ottobre dello stesso anno Natalia giunge a Roma, da poco liberata, e si impiega presso la sede capitolina della casa editrice Einaudi. Nell'autunno del 1945 si ristabilisce a Torino, dove nel frattempo sono rientrati anche i suoi genitori e i suoi figli.
Sopravvissuta alla guerra divenne una delle più famose scrittrici della seconda metà nel Novecento.

Le sono dedicate vie in diverse città: Cepagatti (PE), Castenaso (BO), Lecce, Orsenigo (CO), Palermo, Prato (PO), Roma, San Giovanni in Persiceto (BO), Sinalunga (SI), Vibo Valentia (VV).



Graziella Giuffrida

Catania, 1924 - Genova, 1944

A Catania, in via Bellia, una lapide ricorda Graziella Giuffrida, eroina della Resistenza. Vi si legge “Graziella e Salvatore Giuffrida... alla libertà e alla patria offrirono la giovane esistenza nella guerra di Liberazione”.
Di lei sappiamo poco: nasce nel 1924 a Catania, nel quartiere popolare di San Cristoforo. È gentile e battagliera. Finiti gli studi, vuole andar via, i discorsi del fratello Salvatore, antifascista, la infiammano. Sono inutili i tentativi dei genitori di fermarla, Graziella riesce a convincerli e nel 1943 va a Genova a fare la maestra; l’accompagna il fratello Salvatore. Nel capoluogo ligure Graziella si unisce alle Squadre di Azione Partigiana. La sua battaglia si conclude però dopo poco tempo: il 24 marzo del 1944, nel quartiere di Teglie, prende il tram per tornare a casa. Nasconde sotto il cappotto una pistola. Alcuni soldati tedeschi la vedono e cominciano ad importunarla: Graziella reagisce, i soldati le mettono le mani addosso e trovano la pistola, la dichiarano in arresto e la costringono a seguirli in un capanno della periferia. Lì, la torturano e infieriscono sul suo corpo martoriato violentandola. Solo un mese dopo, il 28 aprile, in via Rocca dei Corvi, in località Barbini a Fegino in Val Polcevera, in una fossa improvvisata, viene ritrovato il corpo di Graziella, a fianco del capanno. Accanto al suo, i corpi di quattro giovani partigiani.
In memoria di Graziella, ogni anno, il 25 aprile, il corteo catanese che celebra la Liberazione si ferma e depone una corona di garofani rossi sulla porta della sua casa. A Genova, il 27 marzo di ogni anno, si svolge una cerimonia davanti a un cippo posto in via dei Corvi sul quale si legge: “I genitori di Graziella dalla loro lontana Catania alzarono questo cippo alla memoria”.



Ada Gobetti Marchesini

Torino, 14 luglio 1902 - 14 marzo 1968

Insegnante, traduttrice e giornalista. Studia al liceo “Gioberti” di Torino, dove conosce Piero Gobetti, che sposa nel 1923, e comincia con lui a lavorare alla rivista Energie Nuove. Nel 1925 si laurea in Filosofia, in seguito si dedica all'insegnamento e a studi letterari e pedagogici.
Negli anni del fascismo la casa di Ada e Piero è al centro di una rete clandestina di intellettuali, che porterà più tardi alla costituzione del movimento “Giustizia e Libertà”.
Il 5 settembre 1924, mentre sta uscendo di casa, Piero viene aggredito sulle scale e selvaggiamente picchiato. Furono costretti a espatriare in Francia, dove Piero, mai più riavutosi dalle ferite, muore. Ada rimane sola, con il bambino Paolo di pochi mesi. Nel 1926, si risposa con Ettore Marchesini. Insieme al figlio Paolo partecipa alla Resistenza in Val di Susa, compiendo anche missioni di collegamento con la Francia e gli Alleati.
Dopo la Liberazione Ada, medaglia d’argento della resistenza, prosegue la sua azione politica e letteraria, viene nominata vicesindaco di Torino ed è membro della consulta per il Partito d'Azione. Nel 1953 dirige la rivista Educazione Democratica e nel 1956 aderisce al PCI. Raccolti numerosi documenti e testimonianze della cultura italiana tra il 1920 e il 1944, fonda nel 1961 con il figlio Paolo e la nuora Carla il Centro Studi Piero Gobetti.
Autrice di varie traduzioni dall'inglese e studiosa di pedagogia, introduce in Italia gli scritti di Benjamin Spock.
È sepolta nel Cimitero di Sassi a Torino.
Le sue esperienze sono raccolte nell'opera Diario partigiano.

Le sono intitolati l'Istituto Professionale Industria-Artigianato a Torino, una scuola materna a Ferrara e vie a Prato, Roma e Torino.



Antonietta Gordini

1923 - 1944

Maestra ventunenne, fu uccisa da una scheggia, in Pieve, durante i bombardamenti del 5 giugno 1944: è simbolo delle migliaia di vittime civili forlivesi della seconda guerra mondiale.

Le è dedicata una strada a Forlì.



Tina Gori

Forlì, 26 gennaio 1900 - 6 gennaio 1947

Il padre, anarchico, la chiamò Atea, ma lei volle farsi chiamare Tina.
Nome illustre della resistenza forlivese, accoglieva nella sua casa, nel centro storico di Forlì, partigiani, antifascisti e alleati. Dopo l'armistizio salvò il pilota americano Jack Reiter, prelevandolo da una stanza d'ospedale e assicurandogli le dovute cure nella sua casa.
Coraggiosa e generosa, dopo la liberazione di Forlì, portò aiuto e conforto anche agli avversari che si trovavano in grande difficoltà.

Le è dedicata una via a Forlì.



Angela Gotelli

Albareto (PR), 1905 - 1996

Laureata in Lettere e Filosofia all'Università di Genova, insegna Lettere classiche presso il ginnasio di Trieste. Negli anni giovanili fino alla guerra è attiva nella FUCI Nel 1934 partecipa alla fondazione del movimento dei laureati cattolici, di cui diventa vicepresidente; dopo l'8 settembre del 1943 è attiva nella Resistenza: presta servizio come crocerossina tra le formazioni partigiane e offre la sua casa di Poggiorasco come sede del locale comando partigiano e asilo per gli sfollati. Trattando lo scambio di ostaggi civili e prigionieri tedeschi a Montegroppo di Albareto riesce ad evitare a parecchi paesi dell'Emilia e della Liguria le rappresaglie tedesche; collabora con il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e, alla fine della guerra, si attiva per avviare la ricostruzione di Albareto.
Dopo la guerra partecipa alla costituzione della Democrazia Cristiana, di cui diviene ben presto delegata provinciale di La Spezia. È appunto nel III collegio di Genova Imperia La Spezia Savona che nel 1946 sarà eletta all'Assemblea Costituente per la Democrazia Cristiana.
Muore ad Albareto il 20 novembre 1996.

Le sono intitolate strade ad Albareto, a Parma e una piazza a Varese Ligure.



Rosa Guarnieri Carducci

Castel del Piano (GR), ? - Roma, 1943

Casalinga, medaglia d’oro al valor civile.
Nata Liberi, si era sposata e viveva a Roma. Dopo l'armistizio fu uccisa mentre tentava di opporsi all'arresto di un figlio. Ad analoghi episodi avvenuti nella Capitale, s'ispirò Roberto Rossellini per il film Roma città aperta. La motivazione della ricompensa al valor civile, concessa a Rosa Guarnieri il 3 gennaio 1947, recita: "Sulla porta della sua casa affrontava, con intrepido coraggio, una pattuglia nemica di tedeschi e fascisti, che ricercavano il suo figliolo per trarlo in arresto quale reo di antifascismo e, sfidando le armi puntate sul suo petto e le crudeli minacce, si opponeva con tutte le sue forze ai ferri degli aguzzini. Colpita da più colpi di pistola e di moschetto cadeva esanime al suolo ed immolava la vita dando un nuovo, luminoso esempio del patriottismo e del coraggio della donna e della madre italiana".

Alla Rosa Guarnieri è stata intitolata una strada di Roma e, nel suo paese natale, le è stata dedicata una piazza. Porta il nome di Rosa Guarnieri Carducci anche un asilo di Grosseto.



Valentina Guidetti

1922 - 1945

Nata a Sant'Ilario d'Enza (Reggio Emilia) nel 1922, massacrata dai tedeschi in località Ca' Marastoni di Toano (RE) il 1° aprile 1945, Medaglia d'argento al valor militare alla memoria.
Giovane e ardimentosa staffetta del distaccamento "Orlandini" della 26ma Brigata Garibaldi, era conosciuta nella Resistenza col nome di copertura di "Nadia". Quando il suo reparto, con altri partigiani delle "Fiamme Verdi", fu attaccato da preponderanti forze tedesche, la ragazza si offrì di andare a chiedere l'aiuto di altri garibaldini. Attraversata una zona violentemente battuta dal fuoco nemico, raggiunse il comando dell'VIII Battaglione. Avute le istruzioni richieste, noncurante degli inviti alla prudenza, volle tornare subito al suo distaccamento. Intercettata dai soldati nazisti, la coraggiosa staffetta fu massacrata a pugnalate. Il suo cadavere, orrendamente mutilato, fu ritrovato tra i rovi dai suoi compagni di lotta che, in suo onore (nel dopoguerra a Valentina Guidetti sarebbe stata assegnata la decorazione alla memoria), decisero di intitolarle subito il Distaccamento garibaldino.

Una via di Sant'Ilario d'Enza e una a Reggio Emilia portano oggi il nome della valorosa staffetta.



Noris Guizzo "Carmen"

Selva del Montello (TV), 1918 - Buenos Aires, 1967

Entra in contatto con le prime formazioni partigiane piemontesi dopo l’armistizio del ’43, e diventa staffetta del gruppo Brigate Matteotti per tutto l’inverno 1943-44. Tornata a Selva per ragioni di salute, va a curare il fratello, partigiano sul Cansiglio, che si era ammalato. Decide di entrare nella resistenza locale, diventando staffetta della Brigata Mazzini, e partecipa ad azioni armate e di sabotaggio. Arrestata a causa del tradimento di un partigiano della sua brigata, viene torturata e ridotta quasi in fin di vita. Nel gennaio 1945 è trasferita a Palazzo Giusti dove viene orrendamente seviziata dalla Banda Carità. Viene ritrasferita a Treviso, sistemata come donna di servizio, e sorvegliata a vista, in casa di un capitano fascista, accanito persecutore di partigiani, da dove riesce a fuggire il 19 aprile, aggregandosi alla brigata garibaldina “Wladimiro Paoli” e partecipando alla liberazione di Treviso. Dopo la guerra si impegna nella Commissione Femminile del Pci a Treviso ed è testimone nei processi contro i fascisti nei tribunali di Treviso e Udine. Nel 1949 con il fidanzato e il fratello emigra in Argentina dove morirà nel 1967.

Il Comune di Volpago del Montello (di cui Selva è una frazione) le ha intitolato una strada.



Teresa Gullace

Cittanova (RC), 1907 - Roma, 1944

Nata a Cittanova, si trasferì a Roma in gioventù.
Madre di 5 figli, incinta del sesto, andò a trovare il marito rinchiuso dai nazisti nella caserma di via Giulio Cesare.
La donna lo vide alla finestra e cercò di avvicinarsi a lui incurante del divieto urlatole da un soldato tedesco che le sparò un colpo uccidendola.
La tragica storia divenne una delle icone della resistenza e numerosi gruppi partigiani cittadini resero Teresa uno dei simboli della loro lotta.
Il Presidente Giovanni Leone la insignì della Medaglia d’oro al merito civile.

Le sono dedicate a Roma una via e un Liceo scientifico.



Caterina Herresthal

Kurenz (Germania) 1896 - Valfabbrica 1986

Gubbio , 22 giugno 1944, i tedeschi attuano una rappresaglia per l’uccisione di un ufficiale medico tedesco e il ferimento di un altro ad opera di una pattuglia dei GAP in un bar della città. L’episodio sarà poi ricordato come l’eccidio dei quaranta martiri di Gubbio. Sono fucilati quaranta cittadini, uomini e donne, giovani e meno giovani. Alcuni sono costretti addirittura a scavarsi la fossa. Valfabbrica, 25 giugno 1944. In seguito all’uccisione da parte dei partigiani di un soldato tedesco e al ferimento di altri due soldati, sta per accadere quello che è successo tre giorni prima a Gubbio. I tedeschi occupano la piazza che si sta riempiendo di cittadini perché è domenica e la gente sta per andare a messa. Quaranta persone vengono messe al muro e minacciate con le armi mentre si ispezionano tutte le case. I tedeschi dicono che faranno saltare il paese. Caterina Herresthal è una donna tedesca che vive a Valfabbrica perché ha sposato un italiano, Luigi Fiorentini, ha quattro figli ed abita proprio vicino alla piazza. Decide che non può rimanere a fare da spettatrice, affronta i nazisti e si offre come interprete. Allontanata dai soldati, comincia ad urlare in tedesco e alla fine riesce ad avvicinare l’ufficiale. I presenti, pur non comprendendo la lingua, assistono a un dialogo concitato: l’ufficiale urla ordini, la donna disperata continua a gridare. Le viene suggerito di mettersi in salvo con marito e figli, lei è tedesca, può salvarsi. Ma Caterina insiste, ormai nessuno può fermare la sua determinazione. L’ufficiale, infastidito, vuol levarsi di torno questa donna e crede di convincerla con queste parole: “Tu cerchi di difendere chi ha aggredito i nostri militari, ma se non ti fossi sposata con un italiano, potevano essere i tuoi figli!”. Ma Caterina urla disperata: “Questo è vero, ma tra gli ostaggi ci sono uomini, donne, giovani che io conosco e alcuni di questi potrebbero essere miei figli e parenti. Voi ve ne andrete, ma qui lasciate il ricordo dei miei connazionali che hanno distrutto un paese ed hanno seminato morte. Io rimarrò tra quelli che si saranno salvati. Ma sarò odiata da tutti, perché tedesca, forse anche dai miei figli e da mio marito”. L’ufficiale nazista si consultò con alcuni sottufficiali e poi ritirò i suoi uomini. Il paese e gli ostaggi furono liberi.

Le è dedicata una via a Valfabbrica.



Dolores Ibárruri Gómez (detta la Pasionaria)

Abanto-Zierbena, 1895 - Madrid, 1989

Fu un’attivista e antifascista spagnola, già segretaria generale e poi presidente del Partito comunista spagnolo, membro del Parlamento prima dell’avvento di Francisco Franco e dopo il ritorno della Spagna alla democrazia.
Nata in una famiglia povera di minatori, in una città basca della Spagna, Dolores fu l'ottava di undici figli. Venne coinvolta nelle lotte sociali fin dalla gioventù. Nel 1916, all'età di vent'anni, sposò Julian Ruiz, un minatore e attivista politico. Ebbe sei figli, ma quattro morirono prima dell'età adulta, in parte a causa dell'estrema povertà. La Ibárruri studiò gli scritti di Karl Marx e si unì al Partito Comunista (PCE). Scrisse articoli per il quotidiano dei minatori, sotto lo pseudonimo di Pasionaria, il fiore della passione. Nel 1930 venne eletta nel Comitato Centrale del Partito Comunista Spagnolo. Con l'avvento della Seconda repubblica nel 1931, si spostò a Madrid, dove si adoperò per il miglioramento della condizione del lavoro femminile. A causa delle sue attività, venne arrestata e imprigionata diverse volte. Con lo scoppio della guerra civile spagnola, innalzò la sua voce in difesa della Repubblica con il famoso slogan ¡No pasarán! ("Non passeranno"). I suoi discorsi conquistarono gran parte della popolazione, specialmente le donne, alla causa antifascista (contro il nascente franchismo di Francisco Franco). Con la caduta di Madrid in mano ai franchisti, la Ibárruri andò in esilio nell'Unione Sovietica, dove continuò la sua attività politica. Dopo la morte di Francisco Franco, nel 1975, ritornò nella sua terra natia. Venne eletta come deputato della Cortes nel giugno 1977, nelle prime elezioni libere dopo la restaurazione della democrazia.
Dolores Ibárruri morì di polmonite a Madrid, all'età di 93 anni.

A Roma è intitolato un viale a suo nome e a Reggio nell'Emilia una via.



Nilde Iotti

Reggio Emilia, 10 aprile 1920 - Poli (RM), 4 dicembre 1999

È stata una politica italiana, prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei deputati. Occupò lo scranno più alto di Montecitorio per tre legislature, dal 1979 al 1992, conseguendo un primato finora incontrastato nell'Italia repubblicana.
Partecipa alla resistenza, svolgendo inizialmente la funzione di porta-ordini, poi aderendo ai Gruppi di Difesa della Donna, formazione antifascista del PCI, diventandone organizzatrice e responsabile. Dopo l'8 settembre 1943 si iscrive al PCI e fu presidente dell'Unione Donne Italiane di Reggio Emilia. Nel 1946 viene candidata dal Partito Comunista Italiano e viene eletta all'assemblea costituente. Proseguì in seguito la sua carriera politica sia nell'UDI che all'interno del PCI.

Le sono dedicati spazi pubblici in molte città: Ales (OR), Bentivoglio (BO), Cadelbosco di Sopra (RE), Carbonia (CI), Cardano al Campo (VA), Caserta, Casoria (NA), Cernusco sul Naviglio (MI), Cesena (FC), Corsico (MI), Crespellano (BO), Forlì, Genazzano (RM), Imola (BO), Lecce, Luzzara (RE), Mantova, Minturno (LT), Monterotondo (RM), Musei (CI), Nichelino (TO), Nuoro, Olbia, Palaia (PI), Parma, Piombino (LI), Pistoia, Pontedera (PI), Reggio Emilia, Rivalta di Torino (TO), Roma, Rozzano (MI), San Donà di Piave (VE), San Piero a Sieve (FI), Savignano sul Rubicone (FC), Vibo Valentia.



Lidia Lalli

Flaibano (UD), 1922 - Stretta di Stadano ad Aulla (MC), 22 aprile 1945

Amalia Lidia Lalli, di origini friulane, seguì il padre, geometra, in Lunigiana, dove si era trasferito per ragioni di lavoro. S’iscrisse presso l'università di Pisa alla facoltà di ingegneria che abbandonò per seguire il padre e il fratello Enzo quando entrarono nella Resistenza. Nella brigata partigiana “Ugo Muccini” con il nome di battaglia “Kyra” la giovane fu impiegata prima come infermiera, poi, grazie al suo coraggio, come combattente vera e propria. Riuscì addirittura a strappare per due volte il fratello dalle mani dei nazisti.
Il 2 aprile 1945 una pattuglia di partigiani entrò in conflitto a fuoco con una colonna di nazisti sul greto della Magra, tra Stadano e Noverino di Podenzana, cioè all’altezza delle Lame di Aulla. Lidia venne colpita in pieno petto e morì quasi subito.
Il 29 maggio 1947 l’università di Pisa le conferì la laurea “ad honorem” in ingegneria, e la Repubblica Italiana la medaglia d’argento al valor militare.

A lei è dedicata una scuola materna a Sarzana mentre non ci sono né targhe né cippi commemorativi nel luogo in cui morì.



Vera Lombardi

1904 - Napoli, 26 ottobre 1995

Nata nel 1904 in una famiglia di tradizioni socialiste. Per la sua attività politica il padre fu arrestato nel '21, in Puglia, nel clima di repressione e violenza, scatenato contro contadini e operai in lotta, dai fasci di combattimento.
Nel corso di quegli anni Vera, partecipò agli incontri clandestini di antifascisti. Con gli altri antifascisti napoletani, scambiava libri e materiali clandestini sulla situazione interna e internazionale, sulla guerra di Spagna, sull'Urss. Il gruppo aveva contatti con i fuoriusciti e attraverso amici francesi aveva informazioni sulla Russia.
Nel '43 i genitori, già molto provati e anziani, si erano trasferiti a Roma, accettando l'ospitalità di alcuni parenti. Vera rimase ancora per qualche tempo a Napoli, poi li raggiunse il 17 luglio del '43. Il fratello Franco, che si era esposto per la sua attività antifascista e aveva sposato una donna ebrea, Iole Tagliacozzo, impegnata anche lei nel lavoro politico, aveva affittato una casa a Monte Verde, in un palazzo abitato quasi completamente da ebrei, che si nascondevano lì con nomi falsi.
Al ritorno a Napoli, nel '45, rimase una vivace protagonista della vita culturale e politica cittadina.

È stata per anni presidente dell'Istituto campano per la Resistenza che, dopo la sua morte, è stato a lei intitolato, insieme a una via della città.



Maria Assunta (Tina) Lorenzoni

Macerata, 1918 - Firenze, 1944

Durante la seconda guerra mondiale, presta servizio come crocerossina.
Dopo l’armistizio, si mette in contatto con il movimento antifascista fiorentino. A Firenze entra a far parte della V Brigata Giustizia e Libertà, nella quale si occupa dei collegamenti con il comando della Divisione. Svolge numerose missioni pericolose e organizza l’espatrio di cittadini d’origine ebraica e di perseguitati politici.
Durante la battaglia per la liberazione di Firenze, riesce più volte ad attraversare le linee di combattimento per portare ordini al Comando d’Oltrarno. Catturata da una pattuglia tedesca, viene portata a Villa Cisterna e rinchiusa in una stanzetta per essere interrogata.
Rimasta sola tenta di fuggire, ma viene uccisa da una raffica di mitra mentre tenta la fuga scavalcando il reticolato di recinzione.
È medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Le sono state dedicate vie a Bagno a Ripoli (FI), Castelfiorentino (FI), Empoli (FI), Macerata, Roma e una a Trento insieme al padre Giovanni.



Anna Lucente

Aprigliano, 1° marzo 1930 - Cosenza, 31 agosto 2008

Donna dal forte impegno sociale e politico, militante comunista e antifascista, ha lottato con forza e determinazione per l’emancipazione della donna.
Impegnata nell’amministrazione della città di Cosenza, ha sostenuto le lotte per la casa, per migliorare i servizi sociali e sanitari, per la sicurezza e la legalità del territorio.

Le è dedicata una via a Cosenza.



Mariangela Maccioni

Nuoro, 1891 - 1958

Non soltanto esercitava il suo ruolo di maestra con una passione e un rigore intellettuale che la portava ad avvertire l’esigenza di ampliare i suoi orizzonti culturali anche all’esterno dell’ambiente isolano, ma si interessava anche della vita politica, manifestando con coraggio il suo netto antifascismo.
Fu la sola insegnante e forse l’unica donna nuorese a firmare la sottoscrizione per Matteotti, in seguito all’assassinio del deputato socialista da parte del fascismo nel 1924 (cosa che le comportò sempre, nei documenti della polizia segreta fascista, la qualifica di “sottoscrittrice pro Matteotti”).
Del resto, per tutto il ventennio avrebbe dovuto sopportare le angherie e i soprusi dei fascisti, i quali avevano preso l’abitudine di controllarne la corrispondenza, di seguirne gli spostamenti e le amicizie, di interrompere le sue lezioni a scuola, fino ad arrivare ad arrestarla nell’aprile 1937. Soltanto la fine del fascismo portò la maestra Maccioni a riacquistare il suo posto di insegnante, nel marzo 1944. Morì nel 1958, ma la sua memoria e il suo insegnamento furono coltivate dal marito, che le raccolse nel volume “Memorie politiche”, edito dalle edizioni Della Torre.
La figura di Mariangela Maccioni rappresenta un valido esempio di coraggiosa opposizione ad uno stato che voleva imporle di insegnare non secondo la sua coscienza di educatrice. Fu una“maestra resistente” che, al direttore fascista che voleva imporle di magnificare Mussolini nelle sue lezioni, rispose che lei non aveva paura delle minacce “perché io non temo chi può uccidere il mio corpo, ma chi può offendere il mio spirito”.

È intitolata a lei una strada di Nuoro.



Maria Macellari

Le fu conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare con questa motivazione: "Animata da alto spirito patriottico dava tutta se stessa alla causa della libertà, trasformando la fede ardente che l'animava nei suoi compagni di lotta, per i quali seppe in ogni istante prodigarsi con cuore di madre e di sorella, sempre prima ad accorrere là dove maggiore era il pericolo. Arrestata nel corso di una missione informativa e sottoposta a lunghi interrogatori e ad interminabili torture e sevizie, nulla di compromettente usciva dalle sue labbra. Condannata a morte, davanti al plotone di esecuzione teneva contegno sereno e superbo, tanto da destare l'ammirato rispetto dei suoi aguzzini. Bellissima figura di patriota e di italiana". Piacenza, 10 marzo 1945.

Le è dedicata una via a Piacenza.



Artemisia Mammuccari

Cittadina di Velletri, catturata e uccisa il 19 febbraio 1944, assieme ad altri 13 abitanti, a titolo di rappresaglia per la morte di un soldato tedesco in località Pratolungo.

Le è dedicata una strada a Velletri (RM).



Irma Marchiani

Firenze, 6 febbraio 1911 - 26 novembre 1944

Nei primi mesi del 1944 è informatrice e staffetta di gruppi partigiani formatisi sull'Appennino modenese. Nella primavera dello stesso anno entra a far parte del Battaglione " Matteotti ", Brigata " Roveda ", Divisione "Modena", partecipa ai combattimenti di Montefiorino e viene catturata mentre tenta di far ricoverare in ospedale un partigiano ferito, è seviziata, tradotta nel campo di concentramento di Corticelli (Bologna), condannata a morte, poi alla deportazione in Germania. Riesce a fuggire, rientra nella sua formazione di cui è nominata commissario, poi vice-comandante - infermiera, propagandista e combattente, è fra i protagonisti di numerose azioni nel Modenese, fra cui quelle di Monte Penna, Bertoceli e Benedello. L'11 novembre 1944, mentre con la formazione ridotta senza munizioni tenta di attraversare le linee, è catturata, con la staffetta "Balilla", da una pattuglia tedesca in perlustrazione e condotta a Rocca Cometa, poi a Pavullo nel Frignano (Modena). Processata il 26 novembre 1944, a Pavullo, da ufficiali tedeschi del Comando di Bologna viene fucilata alle ore 17 dello stesso giorno con Renzo Costi, Domenico Guidani e Gaetano Ruggeri "Balilla".
Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Le sono state dedicate vie a Carovigno (BR), Ciampino (RM), Figline Valdarno (FI), Livorno, Modena e Roma.



Maria Margotti

Alfonsine (RA) 1915 – Marmorta di Molinelle (BO) 1949

Semplice ma significativa, la biografia di Maria Margotti appare esemplare, nonostante la fine tragica, dell’esperienza di una donna della classe operaia del nord Italia nella prima metà del secolo scorso. Giovanissima, fa la mondariso, poi partecipa attivamente alla Resistenza. Finita la guerra, dal ’46 lavora come operaia in una fornace della cooperativa di Argenta, partecipando attivamente alle lotte sindacali per le sette ore, il miglioramento delle condizioni di lavoro, il rispetto della legge sul collocamento. La lotta raggiunge il suo culmine con lo sciopero bracciantile del 1949, quando le forze dell’ordine - carabinieri e reparto celere – intervengono con una pesante repressione affiancando sostanzialmente la dura reazione padronale. Maria Margotti ne rimane vittima, insieme a un gruppo di compagne e compagni di lavoro, che sono colpiti da una raffica di mitra partita da un autoblindo dei carabinieri, mentre tornano a casa, il giorno dopo la manifestazione cui hanno partecipato. La verità sull’episodio venne alla luce a fatica e il carabiniere responsabile fu condannato a una pena irrisoria nonostante la gravità del suo gesto.
Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Nel 1982 il Comune di Ravenna ha dato il nome di Maria Margotti alla via dove era stata uccisa.



Ancilla Marighetto

? - 1945

Esponente della Resistenza nel Trentino orientale, al confine con la provincia di Belluno, di cui fu artefice principale un gruppo composto anche da alcuni ex ufficiali dell'Esercito italiano, fra i quali il fratello.
Nell'agosto 1944 fu istituita e destinata al vicino Tesino e alla bassa Valsugana la compagnia "Giorgio Gherlenda", composta da 29 partigiani, in buona parte provenienti dai comuni bellunesi di confine affiancati da alcuni trentini. Quasi subito fu operativa come staffetta anche Ancilla Marighetto, col nome di battaglia "Ora".
Dopo l'appello alleato (13 novembre 1944) alla Resistenza di sospendere le attività durante l'inverno, una parte dei combattenti fece rientro alla vita civile. Nel "Gherlenda" rimasero in montagna solo un gruppo ristretto di sette partigiani noti, che difficilmente sarebbero passati inosservati al rientro nei rispettivi paesi (per numerosi loro compagni, infatti, il destino dopo il ritorno fu tragico).
Fra i sette c'era "Ora" e il loro nascondiglio fu in una valletta impervia nella zona del passo del Brocon, la Val Caora; da qui partirono anche per alcune azioni di sabotaggio contro l'occupante. Alla metà di febbraio 1945, il gruppetto decise di trasferirsi in una zona meglio esposta al sole e fece tappa a malga Vallarica di Sotto, dove il 19 febbraio fu sorpreso da una pattuglia di tredici uomini del Corpo di sicurezza trentino guidata dal sanguinario capitano Ss austriaco Karl Julius Hegenbart, che si era già macchiato, fra l'altro, del sangue di un'altra partigiana di Castello Tesino, Clorinda Menguzzato, detta "Veglia".
Nel fuggi fuggi "Ora" non riuscì a mettersi i suoi sci, si mise allora a correre verso valle, sulla neve, in direzione Lamon, insieme con il compagno "Raul"; quando sentirono avvicinarsi i nazisti che avevano gli sci, i due si arrampicarono su due abeti per nascondersi. Solo l'ultimo uomo della pattuglia si accorse di "Ora" e richiamò gli altri: la giovane impugnava la pistola ma alla fine –per qualche motivo– non la utilizzò e accolse l'invito del capitano Hegenbart a scendere dall'albero.
"Ora" fu subito interrogata ma oppose il silenzio e il disprezzo alle domande del comandante nazista. Hegenbart ordinò allora a uno dei soldati trentini presenti, un sottufficiale di Cavalese, di sparare alla testa di Ancilla.
Quando la pattuglia se ne andò, "Raul" scese dall'albero e seppellì "Ora" sotto la neve; la salma fu recuperata due giorni dopo da due giovani di Lamon, sollecitati dai partigiani superstiti, e trasportata al vicino rifugio Croset dove fu tumulata sotto un cumulo di sassi; dopo la Liberazione sarà traslata a Castello Tesino dove il 16 giugno 1945 si tennero i funerali dei partigiani Ancilla Marighetto "Ora", Isidoro Giacomin "Fumo", Clorinda Menguzzato "Veglia", Gastone Velo "Nazzari", Luigi Parer "Pronto" e Dario Zampiero "Mosca".

Le sono dedicate una strada a Roma e una a Trento.



Emilia Martinelli Valori

Sansepolcro (AR), 5 luglio 1902 – Roma, 22 marzo 1988

Nel 1938 da Sansepolcro si trasferì con la famiglia a Meolo, un paesino del veneziano, dove gestiva un ampio magazzino di tabacchi. Tra il settembre del 1943 e la fine di aprile del 1945 usò questo magazzino come rifugio per molti ebrei perseguitati dai nazisti. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con decreto dell’11/12/2009 ha conferito a Emilia Marinelli Valori la Medaglia d’oro al merito civile, alla memoria, con la seguente motivazione: “Donna di elevatissime qualità umane e morali, nel corso del secondo conflitto mondiale, con eroico coraggio e a rischio della propria vita, offrì sostegno alle forze partigiane e organizzò un’attività clandestina per dare ospitalità e assistenza a molti ebrei e ad altri perseguitati, che riuscì a sottrarre alla deportazione e alla morte. Fulgido esempio di elette virtù civiche, di abnegazione e di generoso altruismo fondato sui più alti valori dell’umana solidarietà. 1938-1945 Meolo (VE)”. Emilia Marinelli Valori ricevette nel 1998 a Yad Vashem a Geusalemme il riconoscimento di Giusta fra le Nazioni e in suo onore è stato piantato un ulivo tra gli "alberi dei giusti" nel Planting Center di Gerusalemme.

Le è dedicata una strada a Meolo (VE).



Genny Marsili

Pietrasanta (LU), 23 gennaio 1914 - Stazzema (LU), 12 agosto 1944

Genny Bibolotti Marsili si trovava a Sant'Anna di Stazzema, perché era stata sfollata dalla piana nel corso dell'occupazione nazifascista; con lei c'erano i genitori, i due fratelli e il figlio Mario di sei anni. Sorpresi dai tedeschi, i fratelli furono costretti a trasportare le armi, mentre Genny con gli atri familiari e altri dieci cittadini di Stazzema furono rinchiusi in una stalla e fucilati. Genny, prima di morire, aveva nascosto dietro la porta di ingresso il figlio che, nonostante l’incendio che fu appiccato alla stalla, si salvò riportando solo delle ustioni.

Le è dedicata una strada a Viareggio (LU).



Caterina Martinelli

1904 - 1944

Nella primavera del '44 la situazione alimentare a Roma si fa sempre più precaria per la difficoltà di trovare il necessario; la decisione tedesca di ridurre la razione giornaliera pro capite di pane da 150 a 100 grammi induce le donne ad organizzarsi e a manifestare davanti ai forni. Il 3 maggio Caterina Martinelli, madre di sette bambini, guidava all'assalto di un forno le donne della borgata che la fame e la miseria avevano esasperato dopo un inverno terribile. Mentre ritornavano nelle loro baracche con le sporte piene di pane, le donne furono bloccate da un milite della PAI. Al rifiuto di cedere il pane, quelli spararono con il mitra colpendo Caterina Martinelli, che teneva in braccio la bambina ancora lattante e aveva una grossa pagnotta stretta al petto. La donna stramazzò a terra cadendo sopra la figlia, che sopravvisse ma ebbe la spina dorsale lesionata; altre restarono ferite. Il sacrificio non fu vano. Nel mese di maggio, per attenuare il clima di impopolarità contro i restrittivi provvedimenti alimentari, che avevano prodotto le manifestazioni delle donne davanti ai forni, le autorità nazifasciste decidono alcune distribuzioni straordinarie di generi alimentari di prima necessità [...]. Radio Londra in un comunicato elogiò l'operato delle donne romane.

Le è dedicata una via a Roma.



Rosa Marucci

Norcia ? - ?

Partigiana norcina appartenente alla “Banda Melis”, si occupò prevalentemente di fornire assistenza ai partigiani e agli alleati, rischiando la sua vita e quella dei figli piccoli. Il 27 gennaio 1967 da parte dell’allora Ministro della Difesa le viene riconosciuta la Medaglia d’Argento al Valor Militare con questa motivazione: “Vedova con tre figli in tenera età, partecipava volontariamente alla lotta di liberazione incurante dei gravissimi rischi che ciò comportava, prodigandosi generosamente nell’opera di occultamento e di assistenza morale e materiale a favore di partigiani e di prigionieri di guerra alleati. Magnifico esempio di alti sentimenti patriottici e di incondizionata dedizione alla causa della libertà”.

Nel 2008 Norcia ha deciso di intitolarle una via.



Lavinia Mazzucchetti

1889 - 1965

Germanista italiana, laureata in filosofia, insegnò all'Università di Milano dal 1917 al 1924, anno in cui fu allontanata dalla cattedra per le sue idee antifasciste. Si dedicò allo studio della letteratura tedesca dal Romanticismo ai giorni nostri, pubblicando anche diversi saggi critici e biografici. Ebbe soprattutto il merito di aver tradotto i grandi narratori del Novecento.

Le è stata dedicata una via a Roma.



Clorinda Menguzzato

Castello Tesino (TN), 1925 - 10 ottobre 1944

Infermiera e staffetta partigiana, con il nome di battaglia di Garibaldina prima e Veglia poi, nel battaglione ‘Gherlenda’ operante nel Trentino, partecipò alla conquista della caserma del Corpo di sicurezza trentino (CST) di Castello Tesino, che portò alla cattura di 55 militari ed alcuni ufficiali tedeschi.
Fu catturata l'8 ottobre 1944 da una pattuglia del Corpo di sicurezza trentino, mentre si stava dirigendo insieme con il vicecomandante partigiano Nazzari verso la località Zuna, dove i Menguzzato avevano una casa di campagna, per nascondersi in vista di un annunciato rastrellamento. Il giorno seguente Castello Tesino si trovò in stato d’assedio, circondato da circa cinquecento fra soldati e poliziotti del CST. Una volta in mano ai nazisti, Veglia fu violentata, fatta azzannare da cani feroci e torturata dal capitano SS Karl Julius Hegenbart e dai suoi assistenti perché rivelasse le basi della Resistenza. Venne fucilata perché si rifiutò di tradire i suoi compagni.
Le è stata assegnata la medaglia d'oro al Valor Militare alla memoria.

Le sono intitolate una via a Roma e una a Trento.



Lina Merlin

Pozzonovo (PD), 15 ottobre 1887 - Padova, 16 agosto 1979

All'inizio degli anni '20 si iscrive al PSI, collaborando con il deputato socialista Giacomo Matteotti a cui riferisce nei dettagli le violenze perpetrate dalle squadre fasciste nel padovano.
Quando, nel 1925, dopo l'assassinio di Matteotti, Mussolini consolida il suo potere viene arrestata cinque volte in due anni e nel 1926 viene licenziata dal suo impiego di insegnante perché si rifiuta di prestare il giuramento di fedeltà al regime.
Il suo nome viene iscritto nell'elenco dei "sovversivi" e affisso nelle strade di Padova. Lina quindi si trasferisce a Milano dove pensa sia più difficile essere rintracciata. Lì inizia a collaborare con Filippo Turati, ma viene arrestata e condannata a cinque anni di confino in Sardegna, dove si adopererà per contrastare la povertà del luogo e soprattutto della condizione femminile.
Rimasta vedova a 49 anni, prende parte attivamente alla Resistenza, donando ai partigiani la strumentazione medica e i libri del marito e raccogliendo fondi e vestiario per i partigiani. Insieme ad alcune compagne costituisce i Gruppi di Difesa della Donna e per l'Assistenza ai Volontari della Libertà. Da una stima effettuata a guerra finita, nei GDD costituitisi in tutta Italia si contavano circa 59.000 donne. Da questa organizzazione nascerà l'Unione Donne Italiane.
In questo periodo Lina prende parte ad azioni di guerra partigiana, rischiando più volte la vita. Catturata dai nazisti, riesce a sfuggire con uno stratagemma. Scrive articoli sul periodico socialista clandestino Avanti!, e nella sua casa di via Catalani 63 Lelio Basso, Sandro Pertini, Rodolfo Morandi e Claudia Maffioli organizzano l'insurrezione. Lei riceverà l'incarico di occuparsi del settore scolastico, ed insieme al professor Giorgio Cabibbe ed ai partigiani della Brigata Rosselli occuperà il Provveditorato agli Studi di Milano, imponendo la resa. Il 27 aprile 1945 viene nominata dal CLNAI Commissario per l'Istruzione di tutta la Lombardia.
Dopo la Liberazione Lina si trasferisce a Roma alla direzione nazionale del PSI, proseguendo la carriera politica e diventando una delle 21 donne che presero parte all'Assemblea Costituente.

Le sono state intitolate vie a Crotone, Minturno (LT) e Rovigo.



Anita Mezzalira

Venezia 1886 - 1962

Iniziò a lavorare a quindici anni e fu da subito attiva nel movimento sindacale, arrivando ad iscriversi al PSI nel 1910. Fu tra le fautrici delle agitazioni del 1914-15. Nel 1919 fu eletta segretario della Lega Tabacchi e in seguito alla Scissione di Livorno si iscrisse al PCI. Nel febbraio del 1923 venne arrestata come sovversiva, ma in poco tempo fu scarcerata. Nel 1925 venne licenziata e sottoposta a due anni di ammonizione politica durante i quali interverranno in suo soccorso le ex colleghe. Partecipò alla Resistenza e dal 1946 al 1956 fece parte del consiglio comunale tra le fila del PCI. Nel 1949 venne eletta nel Direttivo nazionale dell’UDI. Negli anni Cinquanta fu attiva nella Camera del Lavoro di Venezia.
I suoi funerali furono seguiti da tutta la cittadinanza e il consiglio comunale le dedicò una lunga commemorazione con interventi elogiativi di tutti i partiti.

Nel 2009 il Comune di Venezia le ha intitolato una via del Lido.



Villanorma Micheluz

Ronchi dei Legionari (GO), 1928 - 1944

A soli 16 anni fece parte del distaccamento Brigata Garibaldi "Trieste" comandato da Oliviero De Bianchi a stretto contatto con i GAP ai quali si aggregò con funzioni di staffetta e informatrice. Agì in collegamento con l'intendenza partigiana Montes che operava nella Bassa friulana per rifornire di viveri, vestiario e armi le formazioni partigiane in montagna.
Fu catturata dai militi delle Brigate Nere della RSI nella sua abitazione a Ronchi e portata a Pieris (San Canzian d'Isonzo) dove fu interrogata e torturata.
Il suo corpo privo di vita fu ritrovato abbandonato in un fosso nel limitrofo comune di San Pier d'Isonzo.

Il comune di Turriaco (GO) le ha dedicato una strada.



Angiola Minella

Torino 1920 – 12 marzo 1988

Insegnante e volontaria della croce Rossa partecipò alla Resistenza prima tra i badogliani e poi con le formazioni garibaldine. Dopo la Liberazione divenne dirigente dell’UDI e prese parte ai lavori dell’Assemblea Costituente tra le fila del PCI. Sempre presente alla Camera negli anni Cinquanta fu anche senatrice per due legislature nel decennio successivo.

A Noli (SV) è dedicata a lei la biblioteca comunale.



Adriana Minetto

Mazzè (TO), 19 gennaio 1927 - Torino, 27 aprile 1945

Abitava nella stessa casa di Torino (oggi via Giachino, 24), dove risiedeva il giovane apprendista meccanico Almerigo Duò, fucilato dai fascisti al poligono di tiro del Martinetto, il 17 gennaio 1945. La ragazza aveva preso parte alla Resistenza, come staffetta della Brigata "Mazzini" della VII Divisione GL. È stata uccisa nella sua casa, a Liberazione ormai avvenuta. Il 27 aprile 1945 (e non il 25, come erroneamente inciso sulla lapide che la ricorda), Adriana si era recata alla stazione ferroviaria Torino-Dora, per consegnare un collo ai partigiani della "Mazzini" che la presidiavano. Verso le 12,30 era tornata tranquillamente a casa. La ragazza aveva appena chiuso la porta, quando fu raggiunta dai proiettili esplosi da due brigatisti neri che l'attendevano. Adriana morì sei ore dopo l'agguato, nonostante i tentativi dei medici di salvarla.

A Torino una lapide la ricorda in via Giachino, 24 (allora via Gustavo Doglia), sulla casa dove abitava e dove è anche ricordato Almerigo Duò, uno dei partigiani uccisi al Martinetto di Torino.



Elisa Mini Imola

Elisa Mini Imola é stata una figura di rilievo nella storia italiana dell'antifascismo militare riminese, come staffetta della Resistenza. Il suo ruolo consisteva nel lasciare i propri doveri di madre e donna per combattere in nome della libertá. Ogni giorno le staffette dovevano lottare per poter procurare beni di prima necessità ai loro compagni. Alcuni gruppi organizzati svolgevano inoltre propaganda antifascista, assistevano i detenuti e organizzavano raccolte fondi per la causa, cosí come scioperi e manifestazioni dall'interno delle fabbriche.

Le è stata intitolata una via a Rimini.



Luigia Modena Colorni

Venezia, 19 novembre 1881 - Auschwitz, 1944

Detta Gina, nata a Venezia il 19/11/1881, figlia di Abdelkader e Piacentini Paolina, coniugata con Colorni Gastone. Venne arrestata a Rovigo il 28 luglio 1944 e detenuta a Padova. Deportata da Trieste ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz in data ignota.

Le è intitolata una strada a Rovigo.



Stefanina Moro

Genova, 14 novembre 1927 - 9 ottobre 1944

Fece parte dei Gruppi di azione patriottica, arrestata e torturata a Genova, morì ad Asti per le conseguenze delle torture subite il 9 ottobre 1944, non ancora diciassettenne.

Le è dedicata una via a Genova.



Marisa Musu

Roma, 18 aprile 1925 - 3 novembre 2002

Nacque in una famiglia sarda e antifascista, la madre stessa fu parte attiva della Resistenza (Bastianina Musu Martini). Marisa aderì alla formazione clandestina del PCI nel 1942 mentre era ancora una studentessa delle superiori e fu tra i protagonisti della lotta per la difesa di Roma occupata dai nazisti. Con il nome di battaglia Rosa entrò dopo l'armistizio nella formazione G.A.P. guidata da Franco Calamandrei.
Portò a termine molte azioni contro gli occupanti, tra cui una molto famosa in via Rasella il 23 marzo 1944. Il 7 aprile 1944 con altri compagni cadde nelle mani della polizia e fu incarcerata all’Istituto di Pena Le Mantellate; per sua fortuna i responsabili del suo arresto erano in contatto con il CLN e riuscirono a nascondere la sua identità facendola passare per una rapinatrice: era, infatti, già stata condannata a morte dal Tribunale di guerra nazista “in absentia”. Prima che la sua vera identità fosse scoperta, riuscì a farsi trasferire, fingendosi malata, all’Ospedale San Camillo e da qui ad evadere grazie all’aiuto di alcuni medici antifascisti.
Al termine della guerra fu insignita della Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Sulla Resistenza a Roma scrisse, in collaborazione con il marito Ennio Polito, due libri: La ragazza di via Orazio e Roma ribelle. Inizialmente vicina al PCI, abbandonò gli incarichi per divenire giornalista. Coltivò una grande attenzione anche per il mondo infantile e della scuola.
Marisa morì a Roma il 3 novembre 2002.

A Marisa Musu è intitolata la biblioteca comunale di Rosignano Solvay e, nel 2005, in occasione del 60º Anniversario della Liberazione, il Comune di Cinisello Balsamo le ha intitolato una via della città.
A lei e a Maria Teresa Regard è stata intitolata una Sezione dell'ANPI, istituita nella primavera del 2011 a Roma nel II Municipio.



Bastianina Musu Martini

Sassari, 31 dicembre 1892 - Roma, 21 ottobre 1945

Adolescente repubblicana difende con le armi le sedi democratiche assaltate dai fascisti fino al '43/'44, sempre in prima linea a salvare patrioti incarcerati e perseguitati. Antifascista resistente, dopo la Liberazione è membro per il Partito D'azione della Consulta Nazionale per la stesura della Costituzione, ma muore durante i lavori preliminari. Alla sua morte viene solennemente ricordata in Aula durante l'assemblea plenaria del 6 gennaio 1946 con queste parole: "Nella sua anima purissima un francescano amore per i diseredati della vita si univa a un'inesausta passione mazziniana per la libertà".
La figlia Marisa Musu, antifascista nei GAP romani, partecipò al commando che fece attacco del 23 marzo del '44 ad una colonna di nazisti in via Rasella.

Le è intitolata una piazza a Sassari.



Margherita Muzzone

1909 - 1992

Diplomatasi crocerossina al Convitto di Roma, operò nei maggiori ospedali della città come caposala; fu insignita della Medaglia d’Oro dall’ENPAS per l’impegno professionale e lavorò sulle autoambulanze che prestarono soccorso durante i bombardamenti del quartiere San Lorenzo.
Si offrì volontaria, come unica donna nell’equipe del Prof. Ascarelli, nel difficile e delicato compito della riesumazione e riconoscimento delle vittime delle fosse Ardeatine.

A lei è intitolato un giardino a Roma.



Ada Natali

Massa Fermana, 5 marzo 1898 - Massa Fermana, 27 aprile 1990

Insegnante, prima donna eletta Sindaca in Italia, deputata comunista, Ada Natali era figlia di Giuseppe, sindaco socialista di Massa Fermana che nel 1922 fu picchiato a sangue gli squadristi. Anche la "maestra Ada" (come la chiamavano i suoi compaesani dopo il diploma), dovette subire le persecuzioni fasciste. Si era iscritta a Legge a Macerata e, quando chiese di poter insegnare in un paese non troppo lontano dalla sede universitaria, fu mandata ad Apezzana di Loro Piceno, una località dove non c'erano ancora le strade. Così quando doveva andare all'Università, era costretta a percorrere faticosi sentieri, per poter poi prendere, a Passo Loro, un pullman per Macerata. Definita dalla polizia fascista "sovversiva comunista pericolosa", riuscì a laurearsi in Giurisprudenza e in quegli anni, oltre che ai suoi scolari, insegnò a leggere e a scrivere ai contadini analfabeti della zona. Dopo l'8 settembre 1943, Ada Natali prese parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza marchigiana, partecipando con i partigiani del Maceratese alle battaglie di Pian di Piega e San Ginesio. Dopo la ritirata dei nazifascisti, tornò al suo lavoro di insegnante elementare a Massa Fermana. Nel 1945, militante del PCI, fu eletta sindaca, la prima donna in Italia ad assumere questo incarico. Nel 1946 istituì nel suo Comune le "colonie" per i bambini (un modo per assicurare un piatto di minestra ai piccoli delle famiglie più povere). Nelle elezioni politiche del 1948, Ada è presentata come unica candidata comunista nelle Marche e viene eletta alla Camera dei deputati. Nel 1953 si impegnò nella campagna elettorale in Sicilia e, negli anni Cinquanta, si batté perché le operaie delle fabbriche marchigiane ottenessero regolari contratti di lavoro. Per le attività di quel periodo venne processata, ma i suoi difensori (fra i quali Umberto Terracini), ne ottennero l'assoluzione. Fu assolta anche nel processo per alienazione di oggetti artistici comunali, venduti per salvare una preziosa Natività di Vincenzo Pagani. Ritiratasi a vita privata, Ada non interrompe i rapporti con il movimento di emancipazione femminile, così come quelli con i dirigenti del PCI, con i quali ha condotto tante battaglie democratiche. Cattolica praticante, ha mantenuto, sino alla morte, ottimi rapporti anche col clero locale.

Le è stata intitolata una via di Massa Fermana e una via di Fermo.



Marta Navarra Bernstein

Milano, 1895 - 1965

È stata una delle fondatrici e figure chiave di ADEI, Association of Italian Jewish Women, e presidente dal 1945 al 1966; negli anni Trenta ha avuto un ruolo direttivo nei Comitati per l’assistenza ai correligionari in Palestina e nelle colonie italiane.
Durante il fascismo l’ADEI lavorava in sordina a causa delle leggi razziali, e nel 1943 Marta fu costretta a fuggire in Svizzera.
Nel dicembre 1946 è stata la delegata italiana al primo Consiglio dell’ADEI del dopoguerra a Basilea.
È anche autrice di numerose voci del Dizionario degli Autori della Bompiani e di testi scolastici di lingua inglese.

Le è intitolata una via a Milano.



Vittoria Nenni

Ancona, 3 ottobre 1915 - Auschwitz, 15 luglio 1943

Figlia minore di Pietro Nenni, sposò giovanissima il francese Henry Daubeuf, con il quale entrò a far parte della Resistenza in Francia. Nel 1942 fu arrestata dalla Gestapo e insieme al marito accusata di propaganda gollista e antifrancese. Mentre il marito era trucidato a Mont Valérien l'11 agosto dello stesso anno, Vittoria fu deportata il 23 gennaio 1943 nel campo di sterminio di Auschwitz in Polonia. Avrebbe potuto salvarsi rivendicando la nazionalità italiana, ma rifiutò, dichiarando di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia. Non era comunista e neppure iscritta al Partito socialista, tuttavia si unì al gruppo dei comunisti francesi. Morì di tifo nell'estate 1943. Sulla teca che ad Auschwitz la ricorda sono scritte le sue ultime parole: «Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla». Pietro Nenni seppe della morte della figlia solo nel maggio del 1945.

Le sono state dedicate vie in diverse città: Ancona, Campobello di Licata (AG), Carosino (TA), Carovigno (BR), Cassano delle Murge (BA), Castel d'Azzano (TV), Ferrara, Modena, Montalto di Castro (VT), Ponsacco (PI), Rivalta di Torino (TO), Roma, Ruvo di Puglia (BA), Senorbì (CA).



Adria Neri

Cannuzzo ? - ?

Adria Neri nacque a Cannuzzo, frequentò la scuole di Cannuzzo e di Pisignano e si fece adulta nelle campagne riminesi. Trasferita a Cervia, sposata, aderì alla Resistenza sotto la guida di Giovanni Fusconi «Isola» e di “Giulio” Angelini di Carraie. Ovviamente divenne una staffetta e si ribattezzò «Marga». A Cervia, subito dopo l’8 settembre, collaborò con Bulow (Arrigo Boldrini) nella ricerca di armi. Ospitò nella sua casa un disertore cecoslovacco, Luigi, che poi fu aggregato all’ottava Brigata Garibaldi. Quando Giovanni Fusconi, nel maggio 1944, assunse la segreteria del Partito comunista di Rimini, volle con sé due staffette cervesi: “Marga” e “Liliana” (Ulitta Dallamotta), un po’ perché voleva essere circondato da personale estremamente fidato e un po’ perché, a Rimini, c’era carenza di staffette. Furono assegnate al settore politico, alle dirette dipendenze di Fusconi. Partirono per Rimini in bicicletta e continuarono a pedalare ogni giorno per recapitare corrispondenza, stampa o armi a Forlì o a Verucchio, Riccione, Morciano, S.Marino. La loro vita era piuttosto convulsa e movimentata e piena di tensioni: dovevano cambiare frequentemente i loro “recapiti”, potevano essere fermate ed arrestate, ma andò bene. Una volta, tra l’altro, fermate da tre tedeschi, furono salvate da un fascista. Finita la guerra, “Marga” frequentò alcuni corsi professionali e fu assunta dal Comune di Rimini e poi da quello di Bellaria. Non si stancò mai di vivere nelle organizzazioni operaie e partigiane. L’esercito la riconobbe con il grado di sottotenente.

L’Amministrazione comunale di Rimini le ha intitolato una strada.

Fonte: ANPI Cervia



Anna Nicolosi Grasso

Lercara Friddi (PA), 1913 - Palermo, 1989

Giovane insegnante palermitana, rifiutò il fascismo ed aderì al movimento clandestino Fronte Unico Antifascista Italiano.
Durante la guerra mantenne costanti collegamenti con l’Organizzazione del PCI.
Dopo la guerra si impegnò con tenacia e determinazione al miglioramento delle condizioni lavorative delle donne. Sue le lotte per ottenere la cancellazione della misura che in Sicilia diminuiva automaticamente i salari femminili rispetto ai contratti base, per ottenere la graduatoria unica nei concorsi per l’insegnamento nella scuola pubblica, per l’istituzione della scuola materna statale.
Fu insieme dirigente politica e femminista, Presidente dell’Unione Donne Italiane di Palermo.

Le è dedicata una strada a Palermo.



Teresa Noce

Torino, 29 luglio 1900 - Bologna, 22 gennaio 1980

Nel 1921 fu fra le fondatrici del Partito comunista italiano. Nel gennaio 1926 espatria con il marito, stabilendosi prima a Mosca e poi a Parigi. Da qui Teresa Noce compì numerosi viaggi clandestini in Italia per svolgervi propaganda e attività antifascista. Nel 1936 insieme con il marito si recò in Spagna tra i volontari accorsi in difesa della Repubblica dopo lo scoppio della guerra civile spagnola, nel corso della quale curò la redazione del giornale degli italiani combattenti nelle Brigate internazionali, “Il volontario della libertà”. Lì assunse il nome di battaglia di Estella. Rientrata in Francia, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale venne internata nel campo di Rieucros; liberata per intervento delle autorità sovietiche e autorizzata a lasciare la Francia e a ritornare a Mosca, dove vivevano i figli, ne fu impedita dall'invasione tedesca dell’Unione Sovietica, avvenuta nel giugno 1941 . Rimase in Francia, a Marsiglia, dove prese a lavorare per il Partito Comunista Francese come responsabile della MOI (Mano d’opera immigrata) e partecipò alla Resistenza. Venne arrestata e, dopo alcuni mesi di carcerazione, deportata in Germania, prima nel campo di concentramento di Ravensbruk, poi a Holleischen in Cecoslovacchia, dove fu adibita a lavoro forzato in una fabbrica di munizioni fino alla liberazione del campo da parte dell'esercito sovietico. Alla fine della guerra, ritornata in Italia, partecipò alla vita politica nei momenti cruciali della neonata Repubblica.
Morì a Bologna all'età di 79 anni, il 22 gennaio 1980.

Le sono intitolate strade a Mosciano Sant'Angelo (TE), a Parma, a Milano, a Lecce, a Ravenna e a Roggiano Gravina (CS).



Agostina Felicita Noli

? - Campomorone (GE), 8 agosto 1944

Agostina Felicita "Alice" Noli è stata una coraggiosa partigiana genovese.
Mostrò il suo coraggio in parecchi episodi: quando ferma un camion di tedeschi, con i mitra puntati addosso, e strappa una promessa all'ufficiale di non fare neppure un graffio ai soldati imprigionati dopo l'8 settembre; quando grida in faccia a un tenente fascista cosa pensa del Duce e del regime; quando urla «Vigliacchi!» ai tedeschi e alle brigate nere; quando davanti al comando di polizia distribuisce biscotti e acqua a un gruppo di partigiani, appena rastrellati. Ma anche quando salva un esponente repubblichino, papà di un bimbo piccolo, dalla rabbia di un gruppo di operai antifascisti dopo la caduta di Mussolini.
Per rappresaglia, dopo l'uccisione di due militi delle brigate nere, fu picchiata e torturata dai fascisti ma lei non diede il nome, non svelò i luoghi dove si nascondevano i partigiani.
Unica donna con altri cinque compagni partigiani, fu fucilata per ultima. Dopo neppure un mese si formò la prima e unica brigata, tutta femminile, che portava il suo nome, "Alice Noli", e operava a Genova salendo e scendendo dai monti alle spalle della città.

Le è dedicata una scuola media a Campomorone. Una via a Genova e una a San Martino di Campasso portano il suo nome.



Elsa Oliva

Piedimulera (VB), 1921 - Domodossola (VB), 1994

Elsa cresce in una famiglia numerosa e antifascista. A causa della persecuzione di regime il padre è privato del lavoro ed Elsa, con i suoi fratelli, è costretta ad andare a lavorare.
A 14 anni scappa da casa con il fratello Renato perché «stanchi di quella vita di lavoro e per seguire la nostra passione per il disegno e per la pittura». I due fratelli trovano rifugio in Valsesia dove vivono dipingendo.
All’alba della Seconda Guerra Mondiale Elsa si trasferisce in Val Gardena, poi a Bolzano dove vive in domicilio coatto poiché contesta il regime fascista. Con l’8 settembre 1943 aderisce alle bande irregolari di partigiani e compie sabotaggi in città, ma è arrestata dai nazisti, riesce comunque a fuggire e a tornare in Val d’Ossola. Si unisce ai partigiani distinguendosi per coraggio nei combattimenti e conquista il rispetto dagli uomini. Tradita, viene arrestata ma fugge ancora. Il comando partigiano le assegna la guida di una squadra di partigiani uomini chiamata “La terribile di Elsinki”.
Elsa Oliva muore a Domodossola nel 1994.

Le è dedicata una via a Verbania (VB).



Maria Occhipinti

Ragusa, 1921 - Roma, 1996

Maria prese coscienza della realtà del fascismo quando il marito, con cui si sposò giovanissima, fu chiamato alle armi. La mattina del 4 gennaio del 1945, a Ragusa, Maria, all’età di ventitré anni, già sposata ed incinta di cinque mesi, si stende a terra, davanti un camion militare carico di giovani rastrellati da un quartiere popolare di Ragusa, con l’intento di agevolarne la fuga e la diserzione. Scoppia un’insurrezione e i soldati cominciano a sparare sulla folla. Dopo giorni e giorni di violenti scontri, la rivolta è schiacciata con l’arrivo della Divisione Sabauda. Almeno un centinaio di insorti, soprattutto comunisti, sono incarcerati. Maria è l’unica donna condannata prima al confino (Ustica) e poi al carcere Benedettine di Palermo. Quando ritorna a Ragusa ha venticinque anni, una bambina che praticamente non ha mai visto ed un marito che si è ricostruito una vita con un’altra donna. La famiglia ed i cittadini ragusani l’accolgono con astio e freddezza, considerandola una donna indegna perché troppo distante dalla tradizione che attribuiva alla donna un ruolo sottomesso. Decise allora di partire con la figlia e si spostò prima a Napoli, poi a Ravenna, a San Remo, a Roma e infine a Milano. In seguito si stabilì in Svizzera, dove scrisse la sua biografia: Una donna di Ragusa. Visitò in seguito altri stati stranieri fino a tornare a Roma nel 1973.
Dopo un periodo di forte legame col Partito Comunista, arrivò la rottura definitiva perché il PCI aveva condannato i moti ragusani come fascisti e separatisti e si avvicinò agli ambienti anarchici.

Le è dedicata una rotonda a Ragusa, postumo riconoscimento della città al suo valore.



Elvira Pajetta

Novara, 23 marzo 1887 - Romagnano Sesia (NO), 11 settembre 1963

Appena conseguito il diploma di maestra elementare, preferì lasciare Roma –era cresciuta tra la Capitale e Torino– per insegnare a Taino in provincia di Varese, di cui la famiglia era originaria. Quando si trasferì a Torino, dove sposò un funzionario di banca (Carlo), insegnò nel popolare Borgo San Paolo.
Arrestata col marito per l'impegno politico dei figli maggiori ed esonerata perciò dall'insegnamento, "Mamma Pajetta" (come sarebbe stata affettuosamente chiamata nel secondo dopoguerra), fu animatrice a Torino del "Soccorso rosso" e fece spesso la spola con la Francia, quando Giuliano vi si era rifugiato. Neppure la perdita di Gaspare la indusse a desistere dalla lotta antifascista.
Dopo la Liberazione, Elvira fu consigliere al Comune di Torino e assessore alla Pubblica Istruzione. Attivissima nel suo partito e nell'Unione Donne Italiane, fu sicuramente la donna più popolare del Piemonte.

Sono state intitolate ad Elvira Pajetta (che è stata anche presidente dell'Istituto piemontese per la storia del movimento di Liberazione) strade, scuole, asili, associazioni culturali, sedi di partito a Novara, a Roma, a Torino, a Brandizzo (TO), a Sesto Calende (VA).



Ester Paoletti Maimeri

Ester, ragazza di buona famiglia, per una serie di particolari circostanze si trova coinvolta nella lotta delle formazioni partigiane contro le truppe nazi-fasciste nel 1944 in Val d'Ossola. La violenza della guerra civile la strappa alla sua vita di scuola e vacanze e fa di lei una staffetta partigiana.
Cinquant'anni dopo ha raccolto i suoi ricordi della guerra combattuta in Val d'Ossola in un diario che è stato finalista al Premio Pieve 2001.



Anna Pardini

Il 12 agosto 1944 le SS trucidarono a Sant'Anna di Stazzema 560 civili, per la maggior parte anziani, donne e bambini. Fu un atto terroristico per rompere ogni collegamento fra la popolazione e i partigiani della zona. Anna, di appena 20 giorni, fu ritrovata tra le braccia della madre morta per proteggerla: è stata scelta come titolare della piazza per rappresentare la brutalità dell'eccidio.

Le è dedicata una piazza a Sant'Anna di Stazzema (LU).



Augusta Pavesi

Gazoldo degli Ipoliti (MN), 10 maggio 1927 - Novara, 14 novembre 1944

Preziosa collaboratrice dei partigiani assieme al padre Riccardo, era molto abile e coraggiosa a raccogliere dalle truppe fasciste le informazioni sui loro movimenti, che poi passava ai suoi compagni. La sua continua presenza al comando fascista desta però sospetti e Augusta viene catturata a Cambiasca dai soldati fascisti e trasportata fino al Comando di Novara, dove subisce torture di ogni tipo e viene poi uccisa il 14 novembre 1944.
Il corpo martoriato della ragazza viene ritrovato nel fiume Agogna qualche giorno dopo.

Le è dedicata una piazzetta a Verbania. Anche la locale sezione dell’ANPI porta il suo nome.



Elisa Perini

Crespino (RO), 1907- Vittorio Veneto, 1962

Maestra elementare di forte fede cattolica, dopo l’8 settembre ’43, con la collaborazione dei ferrovieri alla stazione di Vittorio Veneto, riesce a far fuggire ogni giorno decine di soldati sottraendoli alla deportazione in Germania. Porta personalmente aiuti alimentari, medicinali, vestiario, sigarette ai partigiani in Cansiglio, usando la canonica di don Faè a Montaner come luogo di collegamento e smistamento. Dopo l’arresto di don Faè e della sorella Giovanna nel marzo ‘44, viene interrogata al Comando SS di Pordenone e incarcerata a Udine fino al 31 dicembre 1944. Dopo la liberazione è riconosciuta partigiana combattente appartenente al Comando Divisione Nannetti e le viene conferita la Medaglia d’Argento al Valore. Come esponente della Diocesi s’impegna nella Commissione Assistenza Civile del CLN per la distribuzione di aiuti e vestiario. Riprende ad insegnare a S. Fior, delegata del movimento femminile DC e per più legislature consigliera comunale e assessora all’Assistenza. Della sua vicenda resistenziale ha lasciato lettere e un diario dal carcere, che il Comune di Vittorio Veneto pubblica, in un libro a lei dedicato: Ricordo di Elisa, a cura di V. De Zorzi, G. Metterle e M. Ulliana, nel 1989.

Il Comune di Vittorio Veneto (TV) le ha dedicato una strada.



Maria Peron

Borgoricco (PD), 1915 - San Bernardino Verbano (VB), 19 novembre 1976

Nella prima infanzia era rimasta orfana del padre, contadino, caduto al fronte nella Prima guerra mondiale.
Trasferitasi con la famiglia a Ravenna, aveva conseguito il diploma di infermiera. Si era poi spostata in Lombardia e aveva preso a lavorare al Niguarda, l'Ospedale Maggiore di Milano.
Dopo l'8 settembre 1943 entra in contatto con la Resistenza milanese per il tramite dei prigionieri politici che, dall'infermeria del carcere di San Vittore, bombardata, erano stati trasferiti al Niguarda. Comincia così la collaborazione con i GAP di Maria, che organizza la fuga dall'ospedale di ebrei e antifascisti.
Scoperta nel giugno del 1944, riesce a sottrarsi alla cattura calandosi da una finestra dell'ospedale e si dà alla macchia in Val d'Ossola, aggregandosi alle formazioni combattenti. Per tutti i mesi della guerriglia Maria organizza infermerie, ospedali da campo, cura i partigiani feriti e anche i nazifascisti catturati.
È in questi frangenti che Maria incontra il georgiano Laurenti Giapparize, che aveva disertato dalla Wehrmacht per combattere con i partigiani. Lo sposerà il 15 agosto 1945 e dopo la Liberazione continuerà a esercitare la sua professione di infermiera, lavorando in radiologia.

Le è dedicata una scuola primaria a Verbania.



Ida Benedetta Pesaro

1913 - 1945

Detta Tina, nata a Castel San Giovanni (PC) il 13/10/1913, figlia di Ferdinando e Calabresi Bice. Ultima residenza nota: Piacenza.
Arrestata a Castel San Giovanni (PC) l’1/12/1944, fu detenuta a Piacenza, poi deportata da Verona il 02/08/1944 ad Auschwitz. Morì a Dachau il 02/02/1945.

Le è dedicata una via a Piacenza in quanto unica ebrea piacentina morta in un campo di concentramento.



Ondina Peteani

Trieste, 26 aprile 1925 - 3 gennaio 2003

È stata un'operaia e partigiana italiana, nota in quanto è considerata la prima staffetta a servire i combattenti della lotta di liberazione. Operaia nei cantieri navali di Monfalcone entra diciottenne nel Movimento di liberazione unendosi nel 1943 ai battaglioni partigiani del Carso, facendo loro da staffetta. Arrestata due volte, riesce a eludere la sorveglianza, ma viene ripresa l'11 febbraio 1944 a Vermegliano e deportata a mezzo carro bestiame al campo di concentramento di Auschwitz nel marzo successivo.
Successivamente trasferita al campo di Ravensbrück, nell'ottobre dello stesso anno viene poi assegnata ai lavori forzati in una fabbrica presso Berlino, dove mette in atto un programma di sabotaggio. Il 2 aprile 1945 durante una marcia di trasferimento a Ravensbrück riesce a fuggire e a tornare a Trieste, dove giunge a luglio, alla vigilia della fine della guerra. Nel dopoguerra Ondina Peteani ha esercitato la professione di ostetrica, impegnandosi politicamente nel PCI, nell'ANPI e nelle organizzazioni sindacali.
Il figlio Giovanni ha da tempo avanzato la richiesta di intitolarle una via alla commissione toponomastica del comune di Monfalcone e la richiesta è stata finalmente accolta. A imprimere una sveltita all’iter, le recenti polemiche sul fatto che Monfalcone, almeno sullo stradario, non è un comune per donne. Pullulano le vie dedicate a scrittori, naviganti, costruttori, geografi e patrioti, ma si tratta di soli uomini.
Entro l'anno a Monfalcone ci sarà la prima via dedicata a una donna e l'intitolazione riguarderà Ondina Peteani.



Amalia Piccoli

Cividale del Friuli (UD), 30 giugno 1920 – Birkenau, Germania, 2 maggio 1944

figlia di Nicolò Piccoli e Elvira Schoenfeld, ebrei appartenenti a una famiglia benestante di tradizione imprenditoriale. madre e figlia furono prelevate il 22 aprile 1944 da due ufficiali del servizio di sicurezza delle SS, che affermarono di voler portare via la signora Schonfeld per interrogarla a Udine, per poi restituirla alla famiglia. Amalia, ragazza riservata e molto devota alla madre, non volle abbandonarla e intraprese con lei un viaggio che non avrebbe avuto ritorno. Furono trasferite dalle carceri di Udine alla risiera San Sabba per poi arrivare ad Auschwitz, nel sobborgo di Birkenau, il 2 maggio 1944. Chiusi i cancelli del lager subito vengono dirette verso le camere a gas. Amalia rifiuta consapevolmente il lavoro coatto che l’avrebbe salvata da morte certa e rimane con la madre infondendole coraggio fino al momento della morte.

Le è dedicata una strada a Cervignano del Friuli (UD).



Luigia Picech "Gigia"

1904 -1981

Prima donna ad essere decorata con la Medaglia d'Argento della Resistenza, le è stata intitolata una via nella frazione di Tarvisio Centrale. A Tarvisio ebbe luogo la prima azione della Resistenza italiana. Nel pomeriggio dell' 8 settembre 1943 Pietro Badoglio annuncia l’armistizio unilaterale. Luigia Picech si trova quel giorno in servizio al centralino del telefono pubblico di Tarvisio, uno degli snodi strategici del Paese, presidiato solo da 300 guardie di frontiera comandate dal tenente colonnello Giovanni Jon. Una presenza meramente simbolica, in quanto il confine era quello con l'alleato, e la caserma aveva ceduto la sua artiglieria pesante per la campagna di Jugoslavia. Dopo l’annuncio cercano di contattare il Colonnello Corniani per avere ordini dal Generale Zannini. Luigia Picech riesce a collegarsi, ma il Generale ha dato ordine tassativo di non essere disturbato fino all’indomani. Il Comandante Jon, quindi, all'intimazione tedesca di cedere le armi (il colonnello Brand aveva mandato un ultimatum che era stato respinto) prepara la difesa della caserma, che si trova in breve circondata. Affrontano i tedeschi. Luigia rimane al centralino. Nonostante il grave pericolo del fuoco nemico, continua a mantenere aperto il collegamento telefonico con la caserma anche quando la situazione si fa critica e la resistenza delle guardie diventa drammatica, perché è l’unica in grado di utilizzare il centralino. Collega di nuovo Jon con Corniani, ma il colonnello è irremovibile nel rifiuto di svegliare il Generale Zannini: riesce solo ad ottenere una incerta promessa dell’invio di un reggimento alpino che poi mai arriverà. Viene preso di mira anche il posto pubblico: gli italiani si battono al meglio. Luigia ha ferite alla mano, alla testa, ma riesce a mantenere il collegamento e a cercare aiuto. I difensori della caserma resistono fino alle 9 del mattino Hanno tenuto testa per sei ore al tedesco infliggendogli anche pesanti perdite. Il primo fuoco della resistenza italiana era costato 180 feriti e 25 morti, mentre i tedeschi contavano circa 80 caduti. I GaF superstiti, 95, due giorni dopo vennero fatti partire sui carri bestiame verso i lager tedeschi. Luigia sopravvivrà. Morirà nel 1981.

Le è dedicata una strada a Tarvisio UD).



Teresina Pognant

Detta Gina la Partigiana, attiva sulle montagne torinesi durante la Resistenza.

Il comune di Bussoleno (TO) nel 2010 le ha dedicato un giardino pubblico.



Elettra Pollastrini

Rieti, 1916 - 1990

Nata da una famiglia antifascista, nel 1934 dovette espatriare in Francia. Andò nel paese iberico durante la Guerra Civile Spagnola per combattere contro il franchismo a fianco delle Brigate Internazionali. Al suo rientro in Francia fu incarcerata ad Aichach fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946 tornò in Italia nel Gruppo comunista dell'Assemblea Costituente italiana. Fu poi rieletta Deputata nella I e II Legislatura nel PCI.

Le è intitolata una strada a Rieti.



Gaetana Raffi

Bedonia (PR), 24 agosto 1887 - Manubiola di Borgo Val di Taro (PR), 30 giugno 1944

Partigiana morta in combattimento a Borgotaro, paese dell'Appennino parmense, insieme al marito.

Le è intitolata una via a Parma.



Camilla Ravera

Acqui Terme (AL), 1889 - Roma, 1988

Camilla Ravera nasce ad Acqui Terme (Alessandria) nel 1889. Insegnante elementare aderisce al Partito Socialista diventando nel 1919 protagonista assieme ad Antonio Gramsci del gruppo torinese "Ordine Nuovo". Tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia (1921) assume la guida dell'organizzazione femminile e fonda il periodico "La Compagna".
In seguito all'instaurarsi della Dittatura Fascista opera nella più totale clandestinità, poi fugge all'estero e nel 1927 assume (primo caso nella storia di un movimento politico nel mondo) la segreteria del Partito Comunista d'Italia fino al 1930.
Rientrata in Italia viene arrestata, incarcerata e condannata al confino.
Contraria al patto russo-tedesco per la spartizione della Polonia viene espulsa dal partito assieme a Umberto Terracini. Rientrata a Torino dopo la Liberazione, viene riammessa nel PCI da Togliatti, diventando consigliere comunale. Nel 1947, con Ada Gobetti del Partito d'Azione, fonda l'Unione Donne Italiane (UDI). Nel 1948 viene eletta deputato per il PCI, che rappresenta in Parlamento fino al 1958.
Viene nominata Senatrice a Vita da Sandro Pertini nel 1982 e a 96 anni viene ancora chiamata a presiedere l'Assemblea. Rimane a Palazzo Madama fino al 1988 quando muore a Roma quasi centenaria.

Le sono intitolate vie ad Alessandria, Castel Maggiore (BO), Ferrara, Monte San Giusto (MC), Orta Nuova (FG), Ponsacco (PI), Rignano sull'Arno (FI), Roma, San Pier d'Isonzo (GO), Sant'Elpidio a Mare (FM), Suzzara (MN).



Luigia Repetti

Partigiana piacentina.

Le è stata dedicata una via a Piacenza.



Gina Riccò

1930 - 1945

Fu una partigiana parmigiana inquadrata nella terza brigata Julia con il nome di “Luisa”. Morì in combattimento a 15 anni nel 1945.

Le è intitolata una via a Parma.



Fulvia Ripa di Meana

1901 - 1984

Autrice del libro-diario "Roma clandestina" scritto durante i nove mesi dell'occupazione nazi-fascista di Roma. Madre di cinque figli, dopo l'8 settembre 1943, prende parte come staffetta alle azioni di intelligence del Fronte militare clandestino, guidato da suo cugino, il Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che verrà rinchiuso nella "prigione" di via Tasso e in seguito trucidato alle fosse Ardeatine il 24 marzo del 1944.

Le è dedicata una via a Roma.



Giuseppina Rippa

Marmirolo (MN), 1915 - Mantova, 11 settembre 1943

Giuseppina lavorava come domestica in uno dei palazzi adiacenti alla piazza Martini Bellofiore.
Il proclama Badoglio dell'8 settembre causò un disorientamento totale alle truppe italiane lasciate in balia del repentino cambio d'alleanza e senza ricevere ordini ben precisi. Da una situazione così svantaggiosa per le nostre truppe, gli ex alleati tedeschi poterono approfittare della situazione agendo rapidamente nel disarmare e nel catturare un gran numero di italiani per destinarli ai campi di lavoro in Germania.
L'11 settembre i tedeschi lasciarono uno dei diversi camion carico di prigionieri nella piazza, in attesa del loro trasferimento in Germania. Giuseppina, sentendo i lamenti dei prigionieri lasciati nel camion senza acqua e senza cibo da giorni, decise di andare in loro soccorso portando pane e acqua da offrire. Una volta arrivata in prossimità del camion non si curò del divieto lanciato dalle guardie e mentre incominciò a distribuire il pane fu assassinata con un colpo di rivoltella sparato da un militare tedesco.

La città di Mantova le ha dedicato una via e una targa in via principe Amedeo. Un'altra via le è stata dedicata a Borgoforte (MN).



Gina Roma

Vazzola, 1914 – Fratta di Oderzo 2005

Diplomata all'Accademia di Belle Arti di Venezia, durante la guerra partecipa alla Resistenza, rimanendo sempre legata agli ambienti dell’antifascismo militante e scegliendo spesso temi della guerra di liberazione come soggetto dei suoi quadri. Pittrice affermata fin dai primi anni del dopoguerra, è presente, a partire dal 1948, a quattro edizioni della Biennale di Venezia e dal 1951 a tre della Quadriennale di Roma. Negli anni ‘50 si afferma anche sulla scena internazionale, confrontandosi e interagendo con tutte le maggiori correnti artistiche e culturali. Nel 1987 è nominata Cavaliere della Repubblica per meriti artistici.

Il suo paese natale, Vazzola, le ha dedicato, nel 2010, un viale.



Graziella (Lalla) Romano

Demonte (CN), 11 novembre 1906 - Milano, 26 giugno 2001

Lalla Romano crebbe in un ambiente borghese ricco di sollecitazioni culturali. Oltre ad aver coltivato la passione per la poesia con la quale esordì con la raccolta "Fiore", Lalla amava molto anche la pittura. Dopo la sua laurea in lettere a pieni voti, incominciò a lavorare nella biblioteca di Cuneo per un breve periodo. Si trasferì in seguito con il marito e con il figlio a Torino dove incominciò ad insegnare storia dell'arte nelle scuole medie, nello stesso tempo continuò lo stesso a coltivare il suo interesse per la poesia e la pittura. Durante la seconda guerra mondiale ritornò a Cuneo a vivere con la madre.
Essendo, Lalla, legata politicamente al movimento Giustizia e Libertà, prese parte attiva alla resistenza e anche ai gruppi di difesa della donna. Nel dopoguerra raggiunse il marito a Milano e riprese ad insegnare. Da questo momento in poi ebbe inizio la sua lunga carriera di scrittrice: oltre a pubblicare libri, svolgeva anche un'attività giornalistica in vari quotidiani. Non smise di scrivere nemmeno per la progressiva malattia agli occhi che la colpì negli ultimi anni della sua vita.

Le è intitolata una strada a Lecce.



Rita Rosani

Trieste, 20 novembre 1920 - Monte Comun, 17 settembre 1944

"Vuialtri g'avi voia di scherzare" ed uscì con il moschetto in mano. Questa è la risposta che Rita Rosani diede ai suoi compagni partigiani quando le proposero di scappare durante un rastrellamento da parte delle forze nazifasciste. Fu una risposta coraggiosa che pagò con la vita, infatti una volta catturata venne uccisa con un colpo alla testa.
Rita Rosani apparteneva ad una famiglia ebrea di origine cecoslovacca, si diplomò presso l'Istituto Magistrale Carducci ed entrò ad insegnare presso la scuola elementare israelita di Trieste. Nel 1938, quando entrarono in vigore le leggi antisemite, dovette già d'allora affrontare con coraggio le persecuzioni inflitte agli ebrei e dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943 per salvare i suoi genitori dalla deportazione, li convinse a rifugiarsi in un paesino friulano; mentre per se stessa scelse la via della resistenza svolgendo attività clandestine: prima a Portoguaro e poi a Verona. In seguito costituì una formazione partigiana "Aquila" formata solo da quattro partigiani. Dopo un anno la baita sul monte Camun di Negrar era diventata la loro base e i combattenti erano diventati circa una quindicina. Purtroppo il 17 settembre del 1944 i nazifascisti fecero il rastrellamento e per Rita Rosati che uscì per prima e i suoi compagni finì la resistenza.
Nel 1949 le fu conferita la medaglia d'oro al valore militare.

Le sono state intitolate vie a Grezzana (VR), Negrar (VR), Roma, Verona e Trieste.



Pellegrina Rosselli Del Turco

1891 - 1944

Agosto 1944: le truppe alleate e il Corpo di Liberazione Nazionale, liberate Toscana e Marche, stanno marciando verso la Linea Gotica spostata a nord. Predappio sarà liberata da Alleati e partigiani il 28 ottobre, Forlì il 9 novembre. Ma agosto e settembre 1944 sono mesi di inaudita crudeltà, di repressione feroce, senza tregua, fino all’ultimo. Il letterato Gian Raniero Paulucci de Calboli Ginnasi, appartenente a una delle più antiche famiglie romagnole, ha ripetutamente ospitato militari sbandati, prigionieri, partigiani. Arrestato dai fascisti del Battaglione IX Settembre nel luglio 1944 e, di nuovo, poco tempo dopo, torturato, non parla. Subisce un processo-farsa. Lo fucilano i fascisti a Terra del Sole il 14 agosto. Ha scritto alla moglie Pellegrina Rosselli Del Turco una lettera, pubblicata da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, nella famosa raccolta di Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana (Einaudi), in cui ha parole di affetto e di perdono cristiano per tutti. Purtroppo Pellegrina non la riceverà mai. Incarcerata per aver soccorso alcuni ebrei, sarà fucilata il 5 settembre 1944 ai bordi dell’aeroporto del Ronco (Forlì). Il nipote Cosimo viene deportato in Germania. La madre di lei, colta sulla strada del carcere da un bombardamento aereo, vi trova la morte.

A lei è dedicata una strada a Forlì.



Modesta Rossi Palletti

Bucine (AR), 1914 - Solaia di Monte San Savino (AR), 29 giugno 1944

Contadina e madre di 5 figli, dopo l'armistizio insieme al marito prende parte alla Resistenza nella formazione partigiana banda Renzino.
Il 29 giugno 1944 i tedeschi scatenano feroci eccidi in quella parte della provincia di Arezzo dove abitava: imprigionata durante un'azione di rastrellamento mentre si trova in casa insieme ai figli, il maggiore dei quali aveva 7 anni, si rifiuta di dare informazioni ai rastrellatori che cercavano il marito e gli altri partigiani. Dopo aver assistito impotente all'uccisione del figlio di 13 mesi, che teneva stretto in braccio, lei stessa fu uccisa a pugnalate. Il suo corpo, con il bambino ancora al seno, fu poi gettato in una capanna insieme ad altre quattro vittime e dato alle fiamme.
Alla sua memoria è stata conferita la Medaglia d'oro al valor militare.

Le sono intitolate strade ad Arezzo, Bucine (AR), Civitella in Val di Chiana (AR), Laterina (AR), Monte San Savino (AR) e Roma.



Jenide Russo

Milano, 23 giugno 1917 - Bregen Belsen, aprile 1945

La posizione della famiglia era blandamente antifascista ma non impegnata in operazioni di resistenza attiva. Lo stesso si può dire di Jenide fino a quando non incontrò quello che sarebbe diventato il suo fidanzato: Renato, partigiano della Brigata Garibaldi di Villadossola. Il contatto con lui e con il suo amico Egisto Rubini, che divenne successivamente il responsabile Gap di tutta Milano, poterà Jenide a diventare, nell'ottobre del 1943, staffetta partigiana. Il suo compito era quello di fornire armi e munizioni alla Brigata in cui militava Renato.
Tradita da un partigiano prigioniero, venne catturata il 18 febbraio 1944 mentre stava andando a consegnare un carico di nitroglicerina. Venne portata a Monza dove fu percossa e torturata e le venne persino rotta una mascella. Da Monza fu trasferita nel carcere di San Vittore, tra i prigionieri politici e anche qui fu maltrattata. Nonostante tutto non rivelò nessuna delle informazioni di cui era in possesso. Alla fine di aprile fu trasferita nel campo di concentramento di Fossoli e il 2 agosto a Ravensbruck, dove fu colpita dal tifo, riuscendo a sopravvivere a stento. Verso la fine dell'anno viene trasferita a Bergen Belsen dove, a causa delle condizioni disumane, scoppia una nuova epidemia di tifo che porterà Jenide alla morte. I familiari lo sapranno solo alcune settimane dopo il 25 aprile del 1945.

Le sono state dedicate due targhe a Milano: in una, in via Paisiello 7, è ricordata singolarmente mentre nell'altra, in via Boscovich 42 , è ricordata tra i caduti della Resistenza.



Angela Ruggieri

Borgo Val di Taro (PR), 1907 - Caffaraccia di Borgo Val di Taro (PR), 1944

Vittima dei nazi-fascisti, fu fucilata perché scoperta mentre portava del cibo a partigiani nascosti. Rientra tra le vittime del rastrellamento dell’inverno 1944-1945, per la maggior parte appartenenti alla 1a Brigata Julia.

Le è intitolata una via a Parma.



Wanda (Vandina) Saltini

1908 - 1945

Arruolata il 10 ottobre 1943 nella 30esima Brigata GAP. Era sorella di Vittorio Saltini, di quattro anni più grande di lei e medaglia d'oro al Valor Militare alla memoria. Nel pomeriggio del giorno della sua uccisione Vandina, staffetta partigiana, era appena rientrata da una missione e si recò a casa del fratello dove i fascisti le avevano teso un'imboscata. Non appena vide il cadavere del fratello, si scagliò contro gli assassini gridando “Vigliacchi! Assassini! Carogne!” Venne eliminata sul posto con due colpi di pistola alla testa. Oggi i due fratelli riposano sotto lo stesso cippo, decorato con falce e martello.

A lei è intitolata una strada a Reggio Emilia.



Joyce Salvadori Lussu

Firenze, 1912 - Roma, 1998

Le violenze squadriste sul fratello e sul padre porteranno la famiglia nel 1924 fuori dell’Italia, in Svizzera. La sua formazione matura, in quegli anni, in un vortice di viaggi e di esperienze, dai rientri in Italia per conseguire la maturità classica agli studi in Germania, ad Heidelberg, per seguire il filosofo Karl Jaspers. Qui Joyce assiste consapevole all'affermarsi del nazismo; gli studi proseguono in Francia e in Portogallo: laurea in Lettere alla Sorbona e in Filologia a Lisbona. Conosce Benedetto Croce, di cui frequenterà la casa e che pubblicherà nel 1939 le Liriche della giovane scrittrice. Sono anche gli anni, fra il 1933 e il 1938, di viaggi in Africa: qui lo sguardo sulla forza del paesaggio e della vita si lega alla scoperta della violenza del colonialismo. Si rafforza quella radice che animerà il suo instancabile impegno a fianco delle lotte di liberazione. Nel 1932 il fratello viene arrestato: comincia per Joyce un’attività che la porta a distribuire stampa antifascista clandestina per Giustizia e Libertà, a frequentare “la parte migliore dell’Italia, le persone più interessanti e moralmente più pulite; ed erano tantissime.” E proprio in una di queste missioni clandestine riceve l’incarico di consegnare un messaggio segretissimo a Emilio Lussu, un mito dell’antifascismo in esilio all'estero dopo la fuga dal confino di Lipari. Joyce lo cercherà in Belgio, in alta Savoia; lo troverà a Ginevra.
Nel dopoguerra l’impegno di Joyce, accanto alla militanza di base in Sardegna a fianco delle donne e degli uomini dei distretti minerari, troverà un esito originale (e del tutto coerente con la sua storia di scrittrice e militante) nel lavoro di traduzione e di divulgazione dei poeti rivoluzionari del Terzo Mondo.
Promotrice dell’Unione Donne Italiane, milita per qualche tempo nel Partito Socialista Italiano e nel 1948 fa parte della direzione nazionale del partito; preferirà, tuttavia, tornare ad occuparsi di attività culturali e politiche autonome, insofferente di vincoli e condizionamenti d’apparato.
Riposa al cimitero acattolico di Roma, accanto al marito Emilio.

Le è dedicata una via a Olbia.



Ines Saracchi

Ines Saracchi, socialista, poi direttrice della scuola statale "Caterina da Siena" di Milano. Autrice del libro Le scuole comunali femminili di avviamento al lavoro (1931, 1 nov).
La Saracchi fu preside dell'istituto "Caterina da Siena", che negli anni della guerra divenne uno dei centri della Resistenza milanese, con un gruppo di insegnanti molto attive che svolgevano azioni di sostegno ai Partigiani e organizzavano riunioni clandestine. Tra le insegnanti del "Caterina da Siena" protagoniste della Resistenza c’era la futura senatrice Lina Merlin.



Addolorata Sardella

? - 1964

Nel settembre del 1943 le truppe naziste entrarono a Barletta mettendo in atto una devastante rappresaglia, resa ancora più spietata a causa dell’energica resistenza operata dai soldati del locale presidio militare. In questo terribile disegno di vendetta avvenne, il giorno 12, il barbaro eccidio di undici vigili urbani e due netturbini da parte dei tedeschi. Addolorata Sardella, passando nelle vicinanze degli uffici Postali, dove era stata portata a termine l’esecuzione, notò quei corpi esanimi dai quali però proveniva l’invocazione di aiuto dell’unico sopravvissuto: il vigile Francesco Paolo Falconetti. Ella, senza perder tempo, si adoperò per prestargli soccorso aiutata da un’altra donna incontrata poco distante, Lucia Corposanto, e insieme riuscirono a portarlo in salvo.
La motivazione del riconoscimento al Merito Civile, riflettendo la generosità di quello slancio, recita testualmente: “Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale attraversando le strade deserte della propria città, notava un mucchio di cadaveri da cui proveniva una flebile invocazione di aiuto. Con generosa iniziativa provvedeva, insieme ad un’altra donna, a liberare una persona, ancora viva, sepolta sotto i corpi di tredici vittime di una efferata rappresaglia tedesca. Nobile testimonianza di umana solidarietà e coraggiosa reazione all’orrore della guerra ed alle sue leggi spietate”.

Le è dedicata una strada a Barletta.



Mafalda di Savoia

1902 - 1944

La tragica storia della principessa Mafalda di Savoia (1902/1944) è straziante e tristissima; la sua fine prematura, orribile ed ingiusta, ne ha fatto un simbolo dell'orrore della guerra.
La principessa Mafalda era andata in sposa, a 23 anni, al principe tedesco Langrave Phillip von Hesse, tenente dell'esercito prussiano, al quale le SS conferirono subito un grado e degli incarichi ufficiali, pur non riconoscendone il titolo nobiliare.
Nel 1943 la principessa partì alla volta della Bulgaria per riabbracciare la sorella Giovanna, al capezzale del marito Boris III, agonizzante; e la notizia della resa dell'Italia agli anglo-americani la colse Oltralpe. Mafalda volle tornare a tutti i costi in Italia per riabbracciare i figli, nascosti in Vaticano sotto la protezione dell'allora cardinal Montini (futuro papa Paolo VI); fu forse la tranquillità che le diede essere moglie di un cittadino tedesco con incarichi nelle SS, a convincerla che nulla le sarebbe accaduto; ma il 23 settembre 1943 venne catturata con l'inganno dai nazisti e deportata nel lager di Buchenwald, baracca n. 15, con il falso nome di frau Von Weber (per scherno storpiato dai nazisti in frau Abeba). Malgrado il falso nome, la notizia che la figlia del Re d'Italia fosse a Buchenwald si diffuse; dalle testimonianze si apprende che mangiava pochissimo, e che quando poteva, faceva in modo che quel poco che le arrivava in più fosse distribuito a chi ne aveva più bisogno di lei.
Dopo la tragica morte, avvenuta a soli 42 anni a causa del bombardamento di Buchenwald, e delle mancate cure, il suo corpo non venne cremato, ma grazie al prete boero del campo, padre Tyl, venne posto in una bara di legno e seppellito in una fossa comune con un solo numero, 28, ed una scritta: "eine unbekannte frau" (una donna sconosciuta).
Prima di morire, le sue ultime parole ai due italiani che la disseppellirono dalle macerie, furono: "Italiani, io muoio, ricordatevi di me non come una principessa, ma come una vostra sorella italiana".

Le sono intitolate strade a: Albino (BG), Aqui Terme (AL), Assia (RE), Asti, Avellino,Bergamo, Bologna, Borgo San Dalmazio (CN), Breda di Piave (TV), Busto Arsizio (VA), Cagliari, Cantù (CO), Casalnuovo di Napoli (NA), Castellamare di Stabia (NA), Castel Sant’Elia (VT), Catania,Cava dei Tirreni (SA), Chiavari (GE), Collegno (TO), Como, Copertino (LE), Fiorenzuola d’Arda (PC), Firenze, Forlì, Garbagnate (MI), Genova, Grottaglie (TA), Lecce, Mazara del Vallo (TP), Milano, Minturno (LT), Modena, Padova, Palermo, Parma, Pescara, Piacenza, Pietramelara (CE), Pisa, Ravenna, Reggio Emilia, Roma, Rapallo (GE), Rovigo, Sassari, Varese.



Pierina Scaramella

Parma, 18 febbraio 1906 - Urbino, 5 novembre 1992

Nel 1930 diventa aiuto presso l’Istituto botanico dell’Università di Bologna; nel 1932 libero docente in botanica generale.
In quanto ebrea, viene cacciata dall'università a seguito delle leggi razziali italiane del 1938. Durante questo periodo si occupa di attività di analisi in diversi zuccherifici, continuando così la propria ricerca. Poiché, per tali leggi, era proibito agli ebrei di pubblicare, i suoi risultati di laboratorio, in particolare quelli ottenuti nel laboratorio della Società italiana zuccheri, uscirono a nome del marito e in parte a nome di laureati dello zuccherificio, con la promessa, che fu onorata, di nominare la fonte come “Memorie interne dello zuccherificio”.
Mentre le leggi razziali si inasprivano sempre più, si aggravavano i problemi della sua vita privata. A questo proposito emblematica è una lettera della Scaramella indirizzata a Mario Oliviero Olivo, illustre istologo ed anatomico bolognese, in cui ella fa riferimento ad una situazione familiare drammatica. Nel novembre del ’43 più volte le SS, unitamente a membri della Polizia fascista, la cercano nella sua abitazione in viale Oriani 2, per portarla in Germania nei campi di concentramento. Così scriveva Pierina: «Mio marito, sofferente per costituzione [era stato ricoverato già nel ’37], appena apprese la notizia fu colto da un eccesso di sindrome maniaca depressiva e voleva uccidersi dopo avermi soppressa». Proseguiva raccontando che, senza amici e senza mezzi, ricorse a medici di Cesena, Pesaro e Imola mentre, nei primi giorni del dicembre 1943, il marito a Imola venne dichiarato gravissimo, pericoloso a sé e agli altri e ne fu chiesto il ricovero. «Rientrati a Cesena dove la nostra agonia si prolungò per tutto il dicembre, non so chi ci diede la forza di non attivare i propositi di mio marito, demoralizzata come ero dalle notizie dei miei parenti in gran parte presi dai tedeschi. La Vigilia di Natale ebbi l’ispirazione di venire in Clinica a Bologna. [...] Il Professore Jedlowski capì al volo, non mi chiese neppure il nome, ma ricoverò immediatamente mio marito, non solo, ma volle che restassi al suo fianco. In amministrazione diedi il nome di mio marito, e per me il primo nome che mi venne in testa e nessuno chiese alcun documento di controllo, nonostante le precise disposizioni della polizia repubblichina. Fu la salvezza. Mio marito sottoposto all'elettrochoc cominciò a migliorare ed io potei dormire dopo due mesi. Soggiornammo in Clinica circa un mese e mezzo, le notizie militari si succedevano e proprio in quei giorni si ebbe lo sbarco ad Anzio. Nei corridoi della Clinica era l’unico posto dove si poteva parlare liberamente senza alcun riguardo per gli estranei che transitavano. Le trasmissioni di radio Londra erano da noi ascoltate tutte le sere o su apparecchi in possesso di malati di camere paganti o addirittura su uno sgangherato apparecchio della corsia comune...».
Dopo il reintegro all'università, il 5 agosto 1945, insegna nella facoltà di Agraria, di Scienze matematiche fisiche naturali e di Veterinaria dell’Università di Bologna e prosegue la carriera accademica. Muore il 5 novembre 1992 a Urbino.

Le è intitolato l'Orto Botanico di Urbino.



Lucia Schiavinato

Musile di Piave, 1900 – Verona, 1976

Durante la Resistenza collabora con la Brigata “Piave” del maggiore Attilio Rizzo. Nel “Piccolo Rifugio”, istituto da lei fondato nel 1935 per accogliere anziani e disabili, nasconde ebrei perseguitati. La sua casa diventa centro di smistamento e nascondiglio di materiale reperito con gli aviolanci alleati e punto di riferimento per le staffette , come Ida d’Este, per portare messaggi, stampa clandestina e altro materiale. Dopo la guerra è consigliera comunale DC e assessora all’assistenza al comune di S. Donà e poi consigliera provinciale. Fonda un proprio Istituto secolare, le “Volontarie della Carità”, tuttora funzionante, ed estende la rete di "rifugi" per disabili in tutta Italia. Nel 1964 parte per il Brasile dove si occupa di lebbrosi e indios. E' in corso il processo di beatificazione.

A S. Donà, in via della Repubblica, c’è l’Istituto Comprensivo Statale “Lucia Schiavinato”.



Rosa Chiarina Scolari

Livraga (LO), 16 novembre 1882 - Milano, 12 aprile 1949

Fu una suora, per tredici anni superiora dell'Istituto della riparazione di Milano.
Nelle ultime fasi della guerra partigiana, le fu chiesta ospitalità da parte del comando generale militare del Corpo Volontari per la Libertà, e soddisfece la richiesta nonostante il monastero fosse femminile.
Nel maggio del 1945 il generale Cardona le inviò una lettera di ringraziamento.

Le è intitolata una via a Milano.



Settimia Spizzichino

Roma, 15 aprile 1921 - 3 luglio 2000

Nella retata del 16 ottobre 1943 furono presi a Roma 1022 ebrei, tra i quali la ventiduenne Settimia, la cinquantaquattrenne madre Grazia, le due sorelle Ada e Giuditta con la figlia Rosanna di 18 mesi, e portati al Collegio Militare in Piazza della Rovere. Lunedì 18 ottobre furono condotti alla stazione Tiburtina per intraprendere il viaggio su carri stipati sino a cinquanta persone per vagone verso Auschwitz-Birkenau. Dei 1022 deportati, soltanto 17 persone fecero ritorno; l'unica donna è Settimia Spizzichino.
Fu liberata il 15 aprile 1945 dagli anglo-americani nel campo di concentramento di Bergen-Belsen dopo un anno e mezzo d'inferno. Giunse a Roma irriconoscibile (pesava 30 chili), nonostante la giovane età (24 anni).

Le è intitolata una strada a Roma.



Livia Terenziani

San Lazzaro Parmense (fraz. di Parma), 7 giugno 1906 - Case Vecchie (fraz. di Parma), 25 aprile 1945

Partigiana, fu fucilata per rappresaglia dai Tedeschi.

Le è dedicata una via a Parma.



Cleonice Tomassetti

Petrella Salto (RI), 4 novembre 1911 - Verbania, 20 giugno 1944

Patriota italiana, la sola donna del gruppo di 43 partigiani fucilati dai nazifascisti a Fondotoce in Valgrande, (soltanto uno di loro, Carlo Suzi si salvò).
Nata in una numerosa e povera famiglia contadina, ebbe una vita particolarmente travagliata. Dopo la morte della madre, venne abusata, sedicenne, dal padre. Scopertasi incinta preferì fuggire dal proprio paese e dal padre per rifugiarsi a Roma presso la sorella maggiore. Il parto fu prematuro e il figlio ebbe vita solo per pochi giorni. Intanto si mantiene con il lavoro di cameriera; purtroppo la sua notevole bellezza le procura più di una volta tentativi di abusi.
Nel 1933 si trasferisce a Milano, dove “Nice” si adatta a svariati lavori saltuari: commessa, cameriera, sarta. Si unisce con Mario Nobili, un assicuratore separato dalla moglie. Mario e Nice frequentano a Milano un piccolo gruppo di antifascisti; nel 1944 il Nobili è colpito dalla meningite e, ricoverato, muore in pochi giorni. Cleonice rimane di nuovo sola, in una città che non le offre più molto.
Conosce Sergio Ciribi e con lui sale in montagna con i partigiani della Valgrande. Passano la notte in una baita ma la mattina dopo sono arrestati e sottoposti a pesanti percosse. Il 20 giugno 1944 quarantasei partigiani vengono prelevati e fatti sfilare lungo le vie delle cittadine del lungolago. Cleonice è in prima fila, sarà lei che, al fianco del tenente Ezio Rizzato, aprirà la colonna che si fermerà soltanto a Fondotoce, dove i tedeschi hanno deciso di dare una lezione ai “banditi” e alla popolazione che li sosteneva. I testimoni diretti dicono come Nice fosse la prima a capire la sorte cui erano destinati e a sostenere e incitare fino alla fine gli altri con frasi del tipo «Facciamo vedere che è meglio morire da italiani che da servi dei tedeschi». Il gruppo fu poi portato alla periferia di Fondotoce e, furono fucilati tre alla volta. Cleonice e molti di loro morirono gridando «Viva l’Italia».
Cleonice quel 20 giugno aveva 32 anni. Il suo corpo giace, di fianco al giovane Ciribi, nel Cimitero Monumentale di Milano, nell’area dedicata ai martiri della Resistenza.

Per iniziativa dell’ANPI di Rieti, il Comune di Petrella Salto ha preso contatto con la Casa della Resistenza di Fondotoce e Sindaco e familiari di Cleonice hanno partecipato per la prima volta, nel giugno 2011, alla 67ma commemorazione dei Martiri di Fondotoce depositando una targa in suo ricordo; ne hanno poi celebrato, nel comune laziale, il centenario dalla nascita il successivo novembre.
A Cleonice il giornalista Aldo Cazzullo ha dedicato due pagine nel suo libro dedicato ai patrioti del Risorgimento e della Resistenza; l’attrice e scrittrice Maria Silvia Caffari la ricorda con uno spettacolo teatrale più volte rappresentato; l’attore Neri Marcorè ha letto un brano sulla sua esemplare figura di donna e patriota di fronte a migliaia di giovani, a Roma, durante il concerto del Primo Maggio 2011.

A Verbania una scuola primaria porta il suo nome e le è dedicata una via anche a Domodossola.



Virginia Tonelli

Castelnuovo del Friuli (PN), 1903 - Trieste, 1944

Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
Virgina nasce a Castelnovo, allora un paese con poco più di tremila abitanti, che dette i natali a diversi combattenti antifascisti.
Orfana di padre, inizia a lavorare come sarta a 11 anni e quindi si trasferisce a Venezia dove lavora come vigilatrice all'ospedale infantile del Lido. Le difficoltà economiche della famiglia e la salute cagionevole non le impediscono però di maturare una forte coscienza politica che la porta, nel 1930, ad entrare nell'organizzazione comunista clandestina. L’arresto di molti compagni di infanzia la convince ad emigrare in Francia nel 1930. Anche il marito, Pietro Zampollo, sposato nel 1937, e con il quale convive per poco tempo, fa parte delle Brigate internazionali ma, dopo aver combattuto in Spagna per la repubblica, rientra in Italia.
A Tolone Virginia tiene stretti contatti con il centro estero del P.C.I. e la sua casa diventa un punto di riferimento per tanti militanti comunisti e antifascisti che andavano in Spagna o che rientravano clandestinamente in Italia. All'inizio del 1943, in accordo con la Direzione del P.C.I., rientra a Castelnuovo per collaborare all'organizzazione della lotta di liberazione che si prevede oramai imminente. In Friuli “Luisa” (era questo il nome che aveva nella Resistenza) si dà subito da fare: organizza incontri clandestini, provvede alla stesura e alla divulgazione dei materiali, dà sostegno alle formazioni partigiane, organizza manifestazioni antifasciste di donne contro il regime. Il 19 Settembre 1944 viene arrestata mentre trasporta, assieme a Wilma Tominez Padovan, dei documenti della Brigata Garibaldi e viene reclusa nelle carceri del Coroneo dove sarà torturata per 10 giorni. Naturalmente “Luisa” non parla. Portata alla Risiera di San Sabbia viene arsa viva.
Nel 1971, alla memoria di Virginia Tonelli viene conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Le sono intitolate una strada a Roma e una a Udine.



Margherita Troili

1913 - ?

Antifascista, partigiana, dirigente del Partito Comunista a Napoli e Caserta, dirigente UDI. Ha scritto nel 1987 il libro Una donna ricorda con prefazione di Lidia Menapace.
Meritevole del titolo di "Partigiana di Terra di Lavoro", nonché insignita di Medaglia d’Argento dell'Associazione Perseguitati Politici, nella delibera della Giunta municipale di Capua, con cui è stata approvata l’intitolazione della piazza antistante la stazione, è descritta come «una illustre cittadina, distintasi per ideali di libertà e di giustizia».

A lei è intitolato il piazzale della Stazione di Capua.



Natalina (Lina) Vacchi

Ravenna, 1914 - 1944

Proveniente da una famiglia di braccianti alla fine degli anni Trenta venne assunta come operaia alla “Callegari”, fabbrica specializzata nella produzione di tele di gomma. In quell'ambiente operaio, Lina non tardò ad entrare in contatto con la cellula clandestina comunista, aderendo con entusiasmo al Pci e distinguendosi da subito per il suo attivismo sul piano politico e sindacale. In contatto con i maggiori esponenti dell’antifascismo comunista, la sera dell’8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio, salvava dagli arresti Arrigo Boldrini, il futuro comandante “Bulow”, al termine del discorso da questi pronunciato di fronte alla Prefettura di Ravenna.
Con l’organizzarsi della Resistenza Natalina raddoppiò il proprio impegno, divenendo la principale referente del movimento di Liberazione all'interno della “Callegari”, organizzando raccolte a favore dei partigiani combattenti, distribuendo la stampa clandestina ed altro materiale di propaganda ecc. Né si limitò all’azione sul luogo di lavoro; staffetta partigiana, le venne affidata la responsabilità dei servizi sanitari della 28ª Brigata “Mario Gordini”.
Nel marzo del ’44 si mise in luce come l’animatrice di una serie di scioperi che paralizzarono la “Callegari”, agitazioni che, dietro il paravento delle rivendicazioni economiche, possedevano un’inequivocabile valenza politica antifascista. Fu arrestata, ma i questurini non ne ottennero alcuna informazione e si videro costretti a rilasciarla. Ad aprile ripresero gli scioperi, ancora una volta con lei alla testa.
Ormai nel mirino della polizia fascista, Natalina venne arrestata una seconda volta la sera del 21 agosto 1944. Tre giorni prima il gappista Umberto Ricci (“Napoleone”) aveva ucciso lo squadrista Leonida Bedeschi, il famigerato “Cativeria”: le autorità repubblichine stavano preparando una spietata ritorsione. Sottoposta ad estenuanti interrogatori, Natalina non solo non rivelò niente che potesse compromettere l’organizzazione resistenziale ma reagì con forza e spavalderia alle sevizie, esasperando i suoi aguzzini. Insieme ad altri undici compagni fu portata infine al Ponte degli Allocchi dove fu l’ultima a morire, impiccata insieme a Napoleone.
Nel 1957 le è stata conferita la medaglia di bronzo al V.M. alla memoria.

Le sono dedicate una piazza a Ravenna e una via a Bagnacavallo (RA).



Hélène Vagliano

Parigi, 3 Luglio 1909 - luglio 1944

Nasce il 3 Luglio 1909 a Parigi da Marino e Danae Vagliano. La sua è una famiglia molto facoltosa di banchieri e armatori. Inizialmente i Vagliano vivono in Inghilterra ad Ascot, vicino a Windsor, in una lussuosa villa. Nel 1928 si trasferiscono a Cannes. Quando scoppia la guerra, nel settembre del 1939, Hélène collabora in associazioni caritatevoli. La famiglia Vagliano resta a Cannes, nonostante la sconfitta francese nel giugno 1940. Fermamente antinazista, è l'organizzatrice locale della Casa del Prigioniero, che fornisce assistenza e sostegno alle famiglie dei soldati caduti e dei prigionieri di guerra francesi. Con la madre, Hél organizza la mensa nella stazione militare di Cannes, fornendo pasti ai soldati,alle famiglie e agli orfani che con il protrarsi della guerra diventano sempre più numerosi. Nel 1943, entra nel Servizio di Intelligence del generale de Gaulle e fa parte del network Tartaria-Massena. Per la sua attività di informatrice, il 29 luglio 1944 viene arrestata da agenti della Gestapo e i suoi parenti tenuti in ostaggio per indurla a parlare e a tradire i suoi amici che facevano parte della Resistenza. La torturano per più di due settimane, conducendola in diverse carceri, dalla Villa di Montfleury a Cannes, il quartier generale della Gestapo, al carcere di GRASSE, e alla fine la prigioniera fornisce solo una lista di nomi inesistenti al solo scopo di ottenere la liberazione della madre e del fratello. Avvenuto lo sbarco alleato, la costa viene bombardata giorno e notte e i prigionieri, tra i quali Hélène, vengono tutti trucidati. Sei settimane più tardi il corpo di Hélène viene riportato a casa, in una Cannes finalmente liberata. Viene vegliata tutta la notte da uomini e donne che avevano partecipato alla Resistenza e al suo funerale una folla viene a renderle omaggio. Ogni anno il giorno della sua morte si commemora con una funzione nella chiesa dove è sepolta.

Le è dedicata una via a Cannes, Francia.



Vera Vassalle

Viareggio (LU), 21 gennaio 1920 - Cavi di Lavagna (GE), novembre 1985

Medaglia d'oro al valor militare.
Diplomatasi all’Istituto Magistrale di Pisa, viene assunta alla filiale di Viareggio della Cassa di Risparmio di Lucca.
Dopo l'armistizio entra nelle file partigiane, unendosi al gruppo di resistenti coordinati dal cognato Manfredo Bertini, e le viene affidato il compito di raggiungere gli alleati nell'Italia già liberata, per richiedere lanci di armi per i partigiani della Versilia. Dopo un breve addestramento presso gli alleati a Taranto, con il nome di battaglia di "Rosa", riparte verso la Versilia. In coppia con Mario Robello (nome di battaglia "Santa") darà vita ad un’attività frenetica: per tutta l’estate invieranno oltre trecento messaggi, che renderanno possibili sessantacinque aviolanci di armi e di rifornimenti a brigate partigiane toscane e liguri.
Il 2 luglio 1944, dopo che i tedeschi individuano la ricetrasmittente con cui tenevano i contatti con gli alleati, fuggono dopo aver distrutto codici, documenti e l'apparecchio radio. Si spostano in Lunigiana, aggregandosi alla formazione partigiana “Giustizia e Libertà - Marcello Garosi” e, da Lucca, con una nuova ricetrasmittente, continuano l'attività di missione, fino alla liberazione della zona, avvenuta il 5 settembre 1944.
Nel dopoguerra Vera si sposa con Robello e insegna alle scuole elementari di Cavi di Lavagna.
La sua vicenda è ricordata nel romanzo Il clandestino di Mario Tobino, del 1962.

Le sono state intitolate una strada a Viareggio (LU) e la scuola elementare di Cavi di Lavagna (GE).



Stellina Vecchio

Stellina si iscrive al Partito Comunista Italiano poco prima del 25 luglio 1943. Dopo l’8 settembre sottoscrive in piazza Cavour, a Milano, il coraggioso appello di Poldo Gasparotto, responsabile militare del Partito d’Azione, per la costituzione della Guardia nazionale, un esercito misto di popolo e di militari che si prefiggeva lo scopo di arrestare l’ingresso delle truppe tedesche a Milano. Così ha inizio l’attività di Stellina Vecchio “Lalla” nella Resistenza. Stellina ha l’incarico di tenere i collegamenti, come staffetta partigiana del Comitato lombardo delle Brigate Garibaldi, con la Valsesia, dove agiscono le formazioni di Moscatelli. Nella fase finale della Resistenza Stellina entra a far parte dei Gruppi di Difesa della Donna dei quali era responsabile per Milano Vera Ciceri. Ma è proprio durante la sua partecipazione ai Gruppi di Difesa della Donna che accadrà quell’avvenimento, l’uccisione di Gina Galeotti Bianchi, nel corso dell’insurrezione di Milano, iniziata a Niguarda, che ha segnato profondamente la vita di Stellina.

Iscrizione al Famedio di Milano Fonte: http://www.anpi.it/il-comune-di-milano-iscrive-al-famedio-di-quattro-grandi-partigiani-vaia-stellina-vecchio-alba-dellacqua-bocca/.



Livia Venturini

1913-1944

Era cresciuta in una famiglia di mezzadri antifascisti. Alla vigilia del 1° Maggio 1930, erano stati i Venturini a issare le bandiere rosse sugli alberi della zona; quando i carabinieri giunsero a perquisire la loro casa, Livia evitò che trovassero i volantini contro il regime. Ciò non impedì che l'Amministrazione degli Ospedali di Imola sfrattasse i Venturini. L'8 settembre 1943, Livia e il marito entrarono subito nella Resistenza. La donna divenne staffetta del battaglione "Ruscello" della settima Brigata GAP. Il 29 aprile 1944, durante una manifestazione di protesta "contro la fame e la guerra", i fascisti spararono contro le manifestanti. Livia fu colpita alla schiena e passò in agonia quarantacinque giorni prima di morire. Il marito, al quale è stata intitolata una strada di Imola, morì quattro mesi dopo, combattendo contro i tedeschi.

Ad Imola, in via Emilia 284, sulla casa dove Livia e Livio abitarono, li ricorda una lapide.



Iris Versari

Portico di Romagna (FC), 12 dicembre 1922 - Ca' Cornio di Tredozio (FC), 18 agosto 1944

Medaglia d'Oro al valor militare alla memoria.
Bellissima. Ci piace ricordarla così questa giovanissima ragazza contadina che le foto d’epoca restituiscono bellissima e sorridente. Nel 1943 Iris è la staffetta della formazione partigiana di Tredozio e fa parte della banda di Silvio Corbari al quale era legata sentimentalmente. Diverse e clamorose sono le azioni condotte assieme ai compagni e al Corbari e nelle quali Iris si distinse sempre per il suo coraggio.
Nell'agosto del 1944 Iris assieme a Silvio Corbari, Casadei e Spazzoli, viene sorpresa dai tedeschi e fascisti in un casolare dove, ferita ad una gamba, si era rifugiata. La partigiana ferita, che comprende di essere un impedimento per la salvezza degli altri suoi compagni, decide di uccidersi dopo un durissimo scontro a fuoco con i fascisti. I suoi compagni, dopo un tentativo di fuga, vengono comunque catturati e uccisi. I loro corpi assieme a quello di Iris vengono esposti nella Piazza Saffi a Forlì.
Iris Versari dopo il conflitto viene dimenticata e solo nel 1976 la sua memoria verrà insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Le sono state intitolate vie a Forlì, a Cesena e a Roma.
A lei sono intitolati anche due istituti di istruzione secondaria di secondo grado: l'Istituto professionale di Cesena (FC) e l'Istituto di istruzione superiore di Cesano Maderno (MB).
Nel 2007, nella XV Legislatura, è stato presentato un disegno di legge per la commemorazione delle donne nella Resistenza, che prevede la costruzione di due monumenti commemorativi raffiguranti l'effigie di Iris Versari, uno a Forlì e uno a Portico e San Benedetto (FC).



Renata Viganò

Bologna, 1900 - 1976

Le difficoltà economiche della sua famiglia la costrinsero a rinunciare alle sue aspirazioni in campo medico e diventare infermiera. Dato il suo amore per la scrittura collaborò con diversi giornali e periodici e scrisse poesie e racconti.
All'armistizio, insieme al marito, entrò nella resistenza nelle valli del Comacchio e in Romagna facendo di volta in volta l'infermiera, la staffetta partigiana e diffondendo e collaborando attivamente alla stampa clandestina. Dopo la fine della guerra divenne scrittrice e giornalista.
Diverse sue opere trattano della Resistenza: "L'Agnese va a morire" (vincitore del premio Viareggio e tradotto in diverse lingue), "Donne della Resistenza" e "Matrimonio in brigata".

Le sono dedicate vie a: Argenta (FE), Bentivoglio (BO), Caselle di Crevalcore (BO), Coriano (RI), Ferrara, Ravenna, San Lazzaro di Savena (BO) e Sasso Marconi (BO).



Maria Ida Viglino

Gignod, (AO), 18 aprile 1915 -1985

Trascorre diversi anni a Parigi, dove ottiene il titolo di insegnante elementare e dove entra in relazione con l'area socialista del Fronte popolare. All'età di ventiquattro anni, tornata in Italia, si iscrive alla facoltà di Matematica dell'Università di Torino, tenendo i contatti tra la capitale piemontese ed Aosta per il CNL. Nel marzo del '45 viene arrestata, sottoposta alla dura esperienza del carcere fascista e rilasciata dopo diciassette giorni. Continua a partecipare alla Resistenza e, dopo la liberazione, fa parte della delegazione incaricata di discutere dei rapporti tra la Valle e lo Stato, discussione che si concluderà con la creazione dell’Union Valdôtaine. Sarà l’unica donna a sedere nel primo Consiglio regionale, ma lascerà presto l'incarico per tornare agli studi matematici, all'insegnamento e, in seguito, alla direzione della scuola. A partire dagli anni '60 torna alla politica attiva: rientra in Consiglio regionale e per quasi un decennio (1973-83) sarà assessora alla Pubblica Istruzione.

Le è dedicata una via a Etroubles (AO).



Alma Vivoda

Chiampore di Muggia (TS), 23 gennaio 1911 - Trieste, 28 giugno 1943

Iscritta al Partito Comunista, negli anni Trenta, gestì assieme al marito Luciano Santalesa (anche lui comunista) l’osteria “La Tappa”, che divenne un punto di ritrovo per gli antifascisti della zona. Santalesa fu arrestato nel 1940 e l’anno dopo la polizia impose la chiusura del locale. A quel punto Alma iniziò a tenere i contatti con le formazioni partigiane italiane e slovene.
Nonostante avesse frequentato soltanto le elementari, era una donna di vivida intelligenza: attenta ai problemi dell’emancipazione femminile e dell’internazionalismo, aveva promosso la diffusione della stampa clandestina ed era arrivata a curare di persona la redazione del foglio La nuova donna. Anche per questo Alma era braccata dalla polizia fascista, che aveva posto sulla sua testa una taglia di 10.000 lire dell’epoca.
Nel gennaio 1943, dopo la spiata di un delatore, fu costretta a entrare in clandestinità; aiutò il marito a evadere e a raggiungere le file partigiane in Istria dove sarebbe caduto combattendo di lì a poco.
Alma fu uccisa il pomeriggio del 28 giugno 1943, mentre, assieme a Pierina Chinchio, si recava ad un appuntamento con la staffetta partigiana Ondina Peteani della “Brigata Proletaria” che raccoglieva fra le sue file centinaia di operai dei cantieri di Monfalcone (allora Cantieri Riuniti dell’ Adriatico). All'indomani della morte di Alma Vivoda, prima donna italiana caduta nella Resistenza, il suo nome fu assunto da un battaglione autonomo della XIV Brigata “Garibaldi Trieste”, composto di partigiani italiani, sloveni, russi, da marinai romagnoli e da diverse compagne di lotta.

Ad Alma Vivoda sono stati intitolati il Circolo di cultura popolare di Santa Barbara (Muggia), una strada di Chiampore e una di Muggia (TS).
Nel 1971, nel luogo dove Alma fu colpita, è stato eretto un monumento a suo ricordo.



Aurora Vuillerminaz

Saint-Vincent, 22 marzo 1922 - Villeneuve, 16 ottobre 1944

Giovanissima si sposa con Adolfo Giulio Ourlaz e inizia a lavorare nelle ferrovie; poco tempo dopo (luglio 1944) abbandona il proprio impegno per dedicarsi interamente alla lotta partigiana entrando, di fatto, nella banda “A. Verraz”, operante nella valle di Cogne e composta di circa 150 elementi. Assume l’incarico di staffetta creando collegamenti tra la Val d'Aosta e la vicina Svizzera.
Al ritorno da una missione, mentre è diretta a Cogne, viene fermata insieme ad alcuni amici a Villeneuve dalla polizia fascista e successivamente arrestata. In seguito, con gran coraggio e determinazione, e senza aver fornito al nemico alcuna informazione circa la sua attività e quella delle formazioni partigiane, affronterà con estremo coraggio la fucilazione il giorno 16 ottobre 1944 alla giovane età di 22 anni.

Le è intitolata una strada ad Aosta.



Simone Weil

Parigi, 1909 - Ashford, 1943

Attivista, filosofa e mistica francese, la sua posizione etica fondamentale fu quella di mettersi sempre dalla parte degli oppressi. L'evoluzione spirituale della sua vita la porta da una prima fase di impegno militante d'ispirazione comunista-sindacalista, ad una seconda fase religiosa e mistica.
Fra il 1931 ed il 1938 insegna filosofia nei licei di varie città di provincia francesi,dove suscita scandalo distribuendo il suo stipendio fra gli operai in sciopero e guidando le loro delegazioni in municipio. Nonostante lo stipendio che riceve come insegnante, decide di vivere spendendo per sé solo l'equivalente di quanto percepito come sussidio dai disoccupati, per sperimentare le loro ristrettezze di vita. Nel 1934 fa una scelta di vita radicale, andando a lavorare come manovale nelle fabbriche metallurgiche di Parigi, per conoscere da vicino la condizione operaia; l'esperienza di otto mesi di lavoro (che avrà gravi conseguenze sulla sua salute) verrà raccolta nell'opera "La condizione operaia", pubblicata postuma nel 1951. In questi anni è vicina ad ambienti sindacali e politici anarchici e trotzkisti.
Nel 1936 si aggrega ai repubblicani anti-franchisti nella guerra civile spagnola ma, vittima di un incidente, torna a Parigi.
Nel 1937, mentre viaggia,ammalata per l'Italia, si inginocchia nella cappella di Santa Maria degli Angeli in Assisi,dove ha la sua prima esperienza mistica; nonostante questa nuova consapevolezza e le sue posizioni pacifiste, alla vigilia della seconda guerra mondiale si convince a "perseguire la distruzione di Hitler con o senza speranza di successo".
Dopo un breve periodo a New York, dove si era rifugiata con i genitori a causa dell'invasione tedesca di Parigi, raggiunge Londra per unirsi all'organizzazione "France libre" della Resistenza francese, il movimento armato clandestino che combatté contro l'occupazione della Francia da parte della Wehrmacht e contro lo stato autoritario di Vichy; digiunando, Simone si sente spiritualmente vicina ai francesi delle zone occupate.
Affetta da tubercolosi, aggravata dalle privazioni che aveva deciso di imporsi, muore nel sanatorio di Ashford nel 1943, a soli 34 anni.
Le sue opere vennero pubblicate postume nei primi anni '50.

Le sono intitolate vie a Laterina (AR), Nuoro, Savona, Rubano (PD) e Zollino (LE).



Fernanda Wittgens

Milano, 1903 - 1957

Dopo aver lavorato come insegnante di Storia dell'arte nei licei milanesi entra a Brera, come collaboratrice di Ettore Modigliani nel 1928 e nel 1933 viene nominata ispettrice.
Nel 1941 divenne direttrice della pinacoteca e viene ricordata per la sua opera di messa in salvo di tutte le opere di Brera e del museo Poldi Pezzoli.
Il regime la considera antifascista e perciò viene incarcerata nel luglio del 1944 e condannata a 4 anni di prigione.
Dopo la Liberazione la sua carriera prosegue fino al 1957, quando muore.

Le è stata dedicata una via a Milano.



Abigaille Zanetta

Suno Novarese ,18 maggio 1875- Borgosesia, 29 marzo 1945

Abigaille Zanetta nasce a Suno Novarese il 18 maggio 1875, in una famiglia benestante, da padre notaio appassionato di archeologia, e madre proprietaria di filanda e fornace. Abigaille, familiarmente chiamata Ille, si dedica agli studi magistrali e diventa maestra. Insegna dapprima in una scuola internazionale torinese, poi in Svizzera, in un istituto per emigrati italiani, e più tardi a Milano, nelle scuole comunali. Nel 1908, quando la questione femminile inizia a conquistare i primi spazi nel dibattito politico, partecipa al I Congresso delle Donne Italiane e si iscrive alla Lega per la Tutela degli Interessi Femminili, entrando in contatto con personalità del Partito Socialista. Abile oratrice, partecipa al V Congresso Nazionale della Previdenza di Macerata, dove relaziona sulle casse di maternità. Il suo socialismo si tinge di elementi personali: sempre attenta alla solidarietà, al mutuo soccorso, allo spirito cooperativo e agli aspetti educativi. Una svolta decisiva alla sua vita viene dalla guerra: antinterventista e antimilitarista, Ille si oppone a viso aperto alle scelte governative. Ispirata dall’onestà intellettuale e pedagogica, riversa il suo pacifismo anche nelle aule scolastiche e stimola le capacità critiche degli alunni. Accusata di disfattismo, nel 1918 è inviata prima al confino, in Abruzzo, poi in carcere, a San Vittore. La persecuzione politica l’accompagnerà per tutto il resto della sua esistenza. Nel 1927, in contrasto con l’ideologia fascista, viene privata del lavoro, fonte di sostentamento economico e ragione di vita, e poi arrestata e condotta a San Vittore. Esce dal carcere sei mesi dopo, irrimediabilmente menomata nel fisico. Con la seconda guerra, lascia Milano e si ritira a Borgosesia, dove muore il 29 marzo 1945.

Le è stata dedicata una via a Roma.



Giovanna Zangrandi

Galliera (BO), 1910 - Borca di Cadore 1988

 “Anna”, così era soprannominata Giovanna , si trasferisce a Cortina nel 1937 per insegnare scienze in un liceo dopo aver conseguito una laurea in chimica all’università di Bologna. Dopo l’armistizio del settembre ’43 entra in collegamento con le formazioni partigiane, impegnandosi in prima fila come staffetta nella brigata «Pietro Fortunato Calvi» della divisione Nannetti. Quando la sua attività cospirativa diviene troppo rischiosa, abbandona Cortina e passa in clandestinità. Nell’immediato dopoguerra fonda e dirige il giornale «Val Boite», con l’intento di diffondere gli ideali della lotta di liberazione e di partecipare attivamente al lavoro di ricostruzione, non solo materiale, ma anche morale, degli italiani. Nel 1946 decide di costruire e gestire un rifugio in montagna, nella sella di Pradonego, sotto la cima dell’Antelao. Dal 1951 al 1966 scrive diversi libri su vari temi e infine una lunga malattia la isola quasi completamente negli ultimi vent'anni della sua vita.
Il suo archivio privato, conservato a Pieve di Cadore (Bl), è stato inventariato e pubblicato da Carocci nel 2005.

Il Comune di Borca di Cadore le ha dedicato una strada e il paese natale, Galliera, la Biblioteca Comunale, mentre il Liceo “Galvani” di Bologna, dove aveva studiato, le ha intitolato l’aula magna. Inoltre la Sezione di Treviso del Club Alpino Italiano ha posto nel 2005 al Rifugio Antelao a Sella Pradonego da lei costruito una targa a suo nome, ricordando le «vibranti testimonianze letterarie di un animo forte e libero».




Largo alle Costituenti

Largo alle Costituenti

Ogni anno, in occasione delle celebrazioni del 2 giugno, rinnoviamo la campagna Largo alle Costituenti, in memoria delle Madri della nostra Repubblica e del loro determinante contributo al riconoscimento della dignità di pensiero ed espressione politica delle italiane tutte.
Invitiamo dunque istituzioni e scuole a ricordare le figure che hanno animato la Consulta Nazionale e l’Assemblea Costituente: due contesti fondamentali e innovativi in cui si incontrarono donne di diversa generazione ed esperienza, capaci di scardinare, con analisi illuminate e proposte coraggiose, i meccanismi sociali e politici che fino ad allora avevano recluso il femminile nei modelli elaborati in via esclusiva da Stato, Chiesa e Famiglia.
Il laboratorio umano che queste donne rappresentano si espliciterà nella formulazione dei principi di uguaglianza dell'art.3 della Costituzione.
La campagna si pone il duplice obiettivo di far conoscere le protagoniste della Repubblica e di sensibilizzare le amministrazioni comunali dell'intero Paese, affinché intitolino loro strade, piazze, giardini.

Per inviare segnalazioni o richiedere informazioni, scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. indicando come oggetto “Largo alle costituenti”.

21 donne per la Costituzione della Repubblica Italiana

Il 2 giugno 1946, gli Italiani e, per la prima volta, le Italiane, si recavano alle urne per scegliere tra la repubblica e la monarchia e per eleggere i e le componenti dell’Assemblea Costituente.
Furono 21 le donne elette su 556 Costituenti: Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Venivano dal Sud, dal Nord e dal Centro del Paese, quasi tutte lavoravano e possedevano titoli di studio alti: 14 erano laureate, molte le professoresse, due le giornaliste, una sindacalista e una casalinga. Nove militavano nel partito democristiano, nove nel partito comunista, due nel partito socialista, una nel partito-dell’UomoQualunque.
Tutte avevano alle spalle storie d’impegno sociale e politico e alcune anche esperienze da combattenti, di lotta partigiana, di carcere per attività antifascista, di esilio o di deportazione nei campi di concentramento nazista.

Delle ventuno deputate, cinque – Ottavia Penna, Maria Federici, Nilde Iotti, Angelina Merlin e Teresa Noce – parteciparono ai lavori della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea Costituente di elaborare la proposta di Costituzione da discutere in plenaria.
Il contributo femminile fu straordinario: le neo-elette parlavano in nome dei partiti ma anche in nome delle donne, rappresentando istanze ‘trasversali’ a tutti i gruppi e a tutti i programmi politici.
Il loro lavoro non era facile, su di loro era alta l’attenzione ma anche la diffidenza di alcuni: “la novità del giorno” erano state definite in un servizio giornalistico dell’Istituto Luce. Bisognava “corrispondere”, dunque, all’attesa del Paese. E le Costituenti risposero con una linea politica nuova, differente, “di genere”. Partecipare ai lavori della Costituente diede loro l’occasione di lavorare per la conquista di una cittadinanza femminile realmente simmetrica. In tempi in cui le donne erano sottoposte alla patria potestà, non accedevano a molti ruoli della Pubblica Amministrazione e la disparità salariale uomo-donna era prevista dalla legge, le neo-deputate sostennero il diritto a pari opportunità e l’uguaglianza tra i sessi sia nel campo lavorativo che in quello familiare. Furono loro affidati specialmente, ma non solo, i temi della famiglia, della maternità e dell’infanzia ritenuti “più femminili”. I documenti delle Commissioni confermano che operarono con rigore e in modo solidale, equo, guidato da un forte senso della giustizia.
Portano chiaramente il loro segno l’art. 3 che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 37 che tutela il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.

Oggi le ricordiamo perché le 21 Madri Costituenti costituiscono un modello straordinario di politica alta, vera: la politica che ha idee e ideali, vissuto, onestà, al servizio della comunità.


Maria Agamben Federici
Maria Agamben Federici

Adele Bei
Adele Bei

Bianca Bianchi
Bianca Bianchi

Laura Bianchini
Laura Bianchini

Elisabetta Conci
Elisabetta (Elsa) Conci

Maria De Unterrichter Jervolino
Maria De Unterrichter Jervolino

Filomena Delli Castelli
Filomena Delli Castelli

Nadia Gallico Spano
Nadia Gallico Spano

Angela Gotelli
Angela Gotelli

Angela Maria Guidi Cingolani
Angela Maria Guidi Cingolani

Leonilde (Nilde) Iotti
Leonilde (Nilde) Iotti

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Teresa Mattei

Angelina Merlin
Angelina Livia Merlin

Angiola Minella Molinari
Angiola Minella Molinari

Rita Montagnana Togliatti
Rita Montagnana Togliatti

Maria Nicotra Fiorini
Maria Nicotra Fiorini

Teresa Noce
Teresa Noce

Ottavia Penna
Ottavia Penna

Elettra Pollastrini
Elettra Pollastrini

Maria Maddalena Rossi
Maria Maddalena Rossi

Vittoria Titomanlio
Vittoria Titomanlio


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Toponimi in Campus

toponimi-in-campus

Abbiamo aperto una sezione dedicata al censimento toponomastico degli spazi universitari: facoltà, biblioteche, strutture e servizi, strade, piazze e percorsi pedonali o ciclabili, spazi verdi e diversi (sportivi, ricreativi, culturali...), centri di ricerca e d’ateneo, aule... hanno un'intitolazione? A chi?
Quanti i nomi maschili per ogni voce? Quanti quelli femminili?
Si tratta di un campo ancora in gran parte anonimo: vogliamo evitare che diventi anch'esso un terreno esclusivamente maschile.

Proponiamo:

aun censimento toponomastico degli spazi occupati dagli atenei italiani;

buna ricerca biografica delle personalità che vi hanno operato, ritenute certamente meritevoli di intitolazione;

 

cuna serie di proposte motivate di intitolazione, nel rispetto dell’equilibrio di genere (50% e 50%);

 

dun impegno a intitolare solo in ottica di parità.

Abbiamo predisposto un modello di griglia per favorire la registrazione dei dati (suscettibile ovviamente di adattamenti secondo le esigenze riscontrabili nel censimento dei singoli atenei).

FACOLTÀ Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
Architettura      
Economia      
Giurisprudenza      
Ingegneria      
Scienze della Formazione      
Lettere e Filosofia      
Scienze Mat. / Fisiche / Naturali      
Scienze Politiche      
AULE Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
       
       
       
BIBLIOTECHE D'ATENEO Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
       
       
       
CENTRI DI RICERCA / DI ATENEO Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
       
       
       
SPAZI DIVERSI Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
Teatro      
Orchestra      
Coro Polifonico      
SPAZI VERDI Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
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Per partecipare attivamente alla campagna scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. indicando come oggetto “Toponimi in campus”.


 
Mostra fotografica 
Mostre fotografiche
 
 

Molte le mostre di Toponomastica femminile prodotte in questi anni: dalle panoramiche a carattere geografico (targhe cittadine, provinciali, regionali ed estere) alle esposizioni tematiche (Donne e lavoro, Madri della Repubblica, Le Giuste, Donne di penna e d'azione sulle strade del mondo, Note femminili, Donne e arti, L’universo femminile tra storia e politica, Scienziate/STEM, Viaggiatrici...)

L'archivio fotografico di Toponomastica femminile ha superato il migliaio di immagini, nazionali ed estere. Chiunque voglia contribuire ad arricchirlo invii le proprie foto via mail, dando, a ogni file in formato jpg, un nome che ne renda possibile la classificazione: Luogo dell'intitolazione_nome e cognome della figura intitolata_nome e cognome della fotografa.

Esempio: Roma_Nilde.Iotti_Linda.Zennaro.jpg

Per informazioni, invii e richieste: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

2019 Cagliari Noto          

2018 

Forio e Sant'Angelo di Ischia Cagliari 
Lodi 
Napoli Roma             Milano    

 

 

  Nuoro    Villamassargia (CI)   Maiolati Spontini (AN) Monselice (PD)  Grisignano di Zocco (VI)     

 2017 

Roccagorga  Brindisi  Senigallia Roma Padova     

 

Giulianello

Lodi  Arcugnano Legnago Grisignano di Zocco (VI)    

2016

Roma  Amelia  Capannori (LU) Calcinaia (PI) Formia   Albano   
  Noci  Pescara Cinto Euganeo (PD) Terni Padova     

2015

 Colonna (RM)
Cori (LT) Formia  Lodi Melegnano     
  Puglia Ravenna Roccamassima (LT) Roma Trieste-Gorizia    

 

Pesaro
Napoli           

2014 

 Albano

Albino

Aprilia

Bassiano 

Campagnano

   

 

 Catania 

Rende 

Firenze

 Garbagnate

Giulianello 

   
 

Lodi

Rimini 

Roma

Rovigo

Sacrofano

   
 

Sora

Tivoli

Torino

Trieste

Udine

   

2013

Chioggia 

Genova 

Palermo

Roma

     

 

 

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