Bessie Head
Laura Candiani

Viola Gesmundo

 

The Tragic Life, questo è il titolo di una biografia che le è stata dedicata, e davvero la sua esistenza è stata dolorosa, drammatica, diversa da ogni altra, espressa nell'assoluta originalità delle sue opere narrative, di impianto prevalentemente autobiografico. Disse di lei lo scrittore Charles Larson: «Bessie Head, praticamente da sola, ha portato a una svolta intimistica del romanzo sudafricano» in cui è stata sé stessa con coerenza, senza altri punti di riferimento. Nel 1982 Bessie affermò:

«Ci sono di sicuro molte persone come me in Sudafrica nate sotto il segno della calamità e del disastro. Persone così rappresentano lo scheletro nell’armadio o il segreto oscuro e pauroso nascosto sotto il tappeto. Forse sono state le circostanze della mia nascita a rendere necessaria l’eliminazione di ogni traccia di storia familiare. Non ho nessun parente sulla faccia della terra, nessun albero genealogico di antica data a cui far riferimento, nessuna eredità. Non so cosa si provi ad aver ereditato un qualche aspetto del carattere o una certa instabilità emotiva o la forma delle unghie della mano da una nonna o da una bisnonna».

Ma da cosa deriva questa sua unicità, come essere umano e come scrittrice e giornalista?

Era nata all'interno di un ospedale psichiatrico il 6 luglio 1937, a Pietermaritzburg, nella provincia del Natal, in Sudafrica, perché la madre aveva commesso una grave colpa: si chiamava Bessie Amelia Emery ed era bianca, appartenente a una ricca famiglia di origini europee, ma era incinta di un uomo nero, di condizione umile, rimasto ignoto. Da tempo aveva problemi psichici, specie dopo la morte del primogenito neonato. Fu giudicata malata di mente e internata, anche se all'epoca non era stata emanata la legge che ufficializzava l'apartheid che è del 1949, ma i rapporti fra bianchi e neri erano osteggiati in ogni modo. Dopo un anno la mamma si suicidò, così la piccola Bessie passò di famiglia in famiglia: la prima ben presto la abbandonò per il colore della pelle, la seconda era talmente povera che non riusciva a mantenerla, eppure per lei lì c'era la vera madre, assai amata, l'unica che conoscesse come tale. Fu allora affidata a un orfanotrofio anglicano a Durban dove ormai ragazzina scoprì la triste verità sulla sua situazione. Comunque studiò e riuscì a diplomarsi maestra; dopo un breve periodo di insegnamento, si interessò al giornalismo e si trasferì a Città del Capo per cominciare a collaborare con racconti e articoli con vari giornali: New African, Drum, Golden City Post, di cui fu l'unica reporter in una testata per "non bianchi".

Nel 1959 andò a vivere a Johannesburg per lavorare all'Home Post, dove ricevette un regolare stipendio ed ebbe una rubrica tutta sua. Qui prese contatti con il mondo culturale e artistico e la comunità dei panafricanisti, tanto che si iscrisse al movimento anti-apartheid Pan-Africanist Congress. Nel 1960 fu arrestata per il suo impegno, poi subì uno stupro che la portò a un tentato suicidio e alla depressione, da cui si risollevò vari mesi dopo grazie alla fondazione di un giornale, The Citizen, di ispirazione africanista. Delusa e amareggiata dall'esperienza politica, tornò a Città del Capo e l'anno seguente si sposò con Harold Head, un giovane di Pretoria che condivideva i suoi interessi, da cui ebbe il figlio Howard. In quel periodo entrambi scrivevano per varie testate, fra cui il mensile The New African, ma avevano notevoli problemi economici e ben presto il matrimonio naufragò. Intanto Bessie si dedicava alla letteratura e scrisse la sua prima opera; si tratta di un racconto lungo ancora un po' immaturo, di poco più di cento pagine, The Cardinals, che uscirà postumo, ed è l'unico suo testo ambientato in Sudafrica. È la storia di Miriam, detta dai colleghi della redazione giornalistica di African Beat "mouse", topolino, perché piccola, timida, silenziosa; eppure diviene di giorno in giorno più brava tanto da correggere i testi del collega più anziano ed esperto Johnny. L'uomo la stima e le si affeziona tanto da chiederle di vivere con lui, anche per farla emergere come scrittrice.

Ma c'è una cosa che entrambi ignorano: Johnny è suo padre.

La vicenda si conclude in modo aperto, prima che avvenga qualcosa di irreparabile, ma il tabù viene trattato con garbo e i personaggi con simpatia, forse per creare un parallelismo con l'altro tabù: le unioni miste, altrettanto proibite e illecite. Un secondo tema emerge nel racconto, anche questo vicino alla sensibilità umana e professionale di Head, ovvero come diventare una brava scrittrice, quali argomenti trattare, come svolgere le trame, quali consigli ascoltare (fra cui quelli un po' invadenti di Johnny).

Nel 1964 si separò dal marito e, partendo con un visto di sola andata, si stabilì con il figlio in Botswana dove per anni risultò una rifugiata politica, fino al 1979, quando finalmente ebbe la cittadinanza. Tuttavia si sentirà sempre una donna incompiuta, a metà: né bianca né nera, né botswana né sudafricana, cristiana ma influenzata dall'induismo e dagli insegnamenti di Gandhi, un’africana che non conosce neppure le lingue locali, in un periodo di gravi tensioni sociali e politiche in cui riuscirà a trovare la sua strada attraverso la scrittura. Nel 1968 esce prima a Londra e poi a New York il romanzo When Rain Clouds Gather che le era stato ispirato dal soggiorno nel campo profughi, storia di un sudafricano in fuga dal proprio Paese che, con l'amico inglese Gilbert, ha un progetto utopico per modernizzare le tecniche agricole tradizionali. Nel 2022 è stato incluso nel Big Jubilee Read, un elenco di 70 libri di autori e autrici del Commonwealth prodotti per celebrare il Giubileo di Platino della regina Elisabetta II.

Bessie ha seri problemi psichici per cui viene ricoverata in ospedale, ma intanto ha sperimentato un'altra forma di razzismo, che tratterà nel nuovo romanzo Maru, in cui emerge la rivalità storica fra due gruppi residenti in Botswana, dove si era illusa di trovare serenità e giustizia. Qui la popolazione Bantu aveva sottomesso la minoranza Masarwa, detta anche Bushmen, ovvero uomini della boscaglia, ugualmente di pelle nera, e Bessie era ritenuta troppo chiara, perciò si sentiva esclusa. Nel libro i protagonisti sono Maru e il suo amico Moleka, entrambi innamorati di Margaret, una giovane orfana allevata da una missionaria, la cui esistenza ha parecchi punti di contatto con quella reale dell'autrice, a cominciare dalla professione di insegnante, dall'assenza di una famiglia, dall'appartenenza a una tribù discriminata, ma i temi sono trattati con delicatezza e con un tocco quasi fiabesco. Nasce a questo punto un terzo romanzo, ritenuto il suo capolavoro: A Question of Power, un'opera complessa, di difficile traduzione e difficile lettura, ambientata ai margini del deserto del Kalahari, in cui una dei protagonisti, Elizabeth, assomiglia molto a Bessie, stigmatizzata in quanto meticcia e destinata geneticamente alla follia.

L'Enciclopedia Britannica lo descrive come un:

«racconto francamente autobiografico di disorientamento e paranoia in cui l'eroina sopravvive grazie alla pura forza di volontà».

In Italia è stato tradotto da Adriana Cavarero per le ed. Lavoro nel 1994.

Quasi al termine della sua breve vita trova un po' di pace e accoglienza nel villaggio di Serowe dove studia le storie, le leggende, i miti di quei popoli e si immerge nelle piccole realtà, guidate da antiche tradizioni. Visto che la scrittura per lei è libertà, è comunicazione, è magia, trova la sua forma espressiva ideale nella raccolta di racconti brevi The Collector of Treasure and Other Botswana Village Tales (composta nel 1974, ma pubblicata tre anni dopo) in cui si incontrano numerosi personaggi femminili: sia donne appagate e felici sia madri di figli illegittimi, depositarie della saggezza millenaria ma pure vittime dei mutamenti imposti dalla colonizzazione. In Italia è stata stampata con il titolo La donna dei tesori, traduzione di Maria Antonietta Saracino, ed. Lavoro, 1987. Ancora ambientati in Botswana sono il racconto storico Serowe: Village of the Rain Wind (composto anch'esso nel 1974, ma pubblicato solo 1981) e il romanzo storico A Bewitched Crossroad (1984). 

Da notare, come ha spesso rilevato la critica unanime, che il suo stile è assai curato ed elegante, la sua lingua inglese quantomai ricca, varia ed espressiva, il controllo dei mezzi tecnici è sapiente, per cui è ritenuta la massima esponente letteraria del Botswana ― più che del Sudafrica dove non tornò mai più ― nonostante tratti temi universali, forme di disagio, discriminazioni, inserite in ambienti vaghi e generici. Disaccordi con la casa editrice e difficoltà a relazionarsi la portarono all'alcolismo, a problemi di salute, a rompere i rapporti con il figlio e a contrarre debiti.

A Serowe Bessie morì di epatite il 17 aprile 1986 e alcune sue opere sono state pubblicate postume: The Cardinals (1993), lettere, appunti, gli scritti autobiografici A Woman Alone. Tutti gli incartamenti furono depositati presso il Memorial Museum Khama III dove oggi sono visibili pure oggetti che le sono appartenuti, fra cui la macchina da scrivere, numerose foto, articoli di giornale, la sua scrivania. Nel 2003 è arrivata, alla memoria, la massima onorificenza sudafricana, l'ordine della Ikhamanga d'oro, con la motivazione:

«Per il contributo straordinario alla letteratura e alla lotta per il cambiamento sociale, per la libertà e per la pace».

In suo nome è stata creata un'associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di tener vivo il ricordo della scrittrice, di divulgare le sue opere e di assegnare premi letterari. Nel 2007 la principale biblioteca municipale di Msunduzi a Pietermaritzburg le è stata intitolata. In Italia la sua produzione rimane praticamente sconosciuta anche se risultano le pregevoli traduzioni già citate e il racconto Arance e limoni, inserito nella raccolta Il vestito di velluto rosso. Racconti di donne sudafricane, 2006, tradotto da Maria Paola Guarducci, grazie alla meritoria attività della piccola casa editrice Gorée, con sede a Iesa (Monticiano, Siena). Un’autrice dunque tutta ancora da scoprire e valorizzare. 


Traduzione francese

Rachele Stanchina

Une vie tragique: tel est le titre d'une biographie qui lui est consacrée. Sa vie a été véritablement douloureuse, dramatique, unique en son genre, et s'est exprimé dans l'originalité absolue de ses œuvres narratives, à forte composante autobiographique. L'écrivain Charles Larson a dit d'elle: « Bessie Head, pratiquement à elle seule, a opéré une transformation profonde du roman sud-africain », dans lequel elle restait fidèle à elle-même, sans aucun autre point de repère. En 1982, Bessie déclarait:

«Il y a certainement beaucoup de gens comme moi en Afrique du Sud, nés sous le signe du malheur et du désastre. Ces personnes incarnent le squelette dans le placard, le secret sombre et effrayant dissimulé sous le tapis. Peut-être est-ce dû aux circonstances de ma naissance qui ont rendu nécessaire l'effacement de toute trace de mon histoire familiale. Je n'ai aucun parent sur terre, aucun arbre généalogique ancien auquel me référer, aucun héritage. Je ne sais pas ce que cela fait d'hériter d'un trait de caractère, d'une certaine instabilité émotionnelle, ou de la forme de ses ongles d'une grand-mère ou d'une arrière-grand-mère».

Mais d'où vient son unicité, en tant qu'être humain, en tant qu'écrivaine et journaliste ?

Elle est née dans un hôpital psychiatrique le 6 juillet 1937 à Pietermaritzburg, dans la province du Natal, en Afrique du Sud. Sa mère avait commis une grave faute: elle s'appelait Bessie Amelia Emery et était blanche, issue d'une riche famille d'origine européenne, mais elle était enceinte d'un homme noir d'origine modeste, qui resta inconnu. Elle souffrait de troubles mentaux depuis un certain temps, surtout après la mort de son premier-né. Jugée malade mentale, elle fut internée, bien que la loi de 1949 officialisant l'apartheid n'eût pas encore été votée et que les relations entre Blancs et Noirs fussent empreintes d'opposition. Un an plus tard, sa mère se suicida et la petite Bessie fut placée de famille en famille : la première l'abandonna rapidement à cause de la couleur de sa peau, la seconde était si pauvre qu'elle ne put subvenir à ses besoins. Pourtant, pour elle, il y avait sa vraie mère, qu'elle aimait profondément, la seule qu'elle ait connue comme telle. Elle fut ensuite confiée à un orphelinat anglican de Durban où, très jeune, elle découvrit la triste réalité de sa situation. Malgré tout, elle poursuivit ses études et obtint son diplôme d'institutrice. Après une brève expérience dans l'enseignement, elle se passionna pour le journalisme et s'installa au Cap pour collaborer à divers journaux : le New African, le Drum et le Golden City Post, où elle était la seule journaliste d'une publication qui s’adressait aux “non blancs”.

En 1959, elle s'installa à Johannesburg pour travailler au Home Post, où elle percevait un salaire régulier et tenait sa propre chronique. Elle s'y intégra au monde culturel et artistique ainsi qu'à la communauté panafricaine, au point de rejoindre le Congrès panafricain anti-apartheid. En 1960, elle fut arrêtée en raison de son travail, puis violée, ce qui la conduisit à une tentative de suicide et à une dépression dont elle se remit quelques mois plus tard en fondant un journal, The Citizen, d'inspiration africaniste. Désillusionnée et amère de son expérience politique, elle retourna au Cap et épousa l'année suivante Harold Head, un jeune homme de Pretoria partageant ses intérêts, avec qui elle eut un fils, Howard. À l'époque, tous deux écrivaient pour diverses publications, dont le mensuel The New African, mais rencontraient d'importantes difficultés financières, et leur mariage ne tarda pas à se briser. Entre-temps, Bessie se consacra à la littérature et écrivit sa première œuvre: un récit encore un peu immature d'une centaine de pages, « Les Cardinaux », publié à titre posthume, est sa seule œuvre se déroulant en Afrique du Sud. C'est l'histoire de Miriam : surnommée « souris » par ses collègues du journal African Beat en raison de sa petite taille, de sa timidité et de sa discrétion, elle progresse pourtant de jour en jour, allant jusqu'à corriger le travail de Johnny, son collègue plus âgé et plus expérimenté. Johnny la respecte et s'attache tellement à elle qu'il lui propose de vivre avec lui, en partie pour l'aider à s'épanouir en tant qu'écrivaine.

Mais ils ignorent tous deux une chose : Johnny est son père.

L'histoire se termine sur une note ouverte, avant qu'un événement irréparable ne survienne, mais le tabou est abordé avec délicatesse et les personnages sont attachants, peut-être pour établir un parallèle avec un autre tabou : les mariages mixtes, tout aussi interdits et illicites. Un second thème se dégage du récit, également cher à la sensibilité humaine et professionnelle de Head : comment devenir un bon écrivain, quels sujets traiter, comment construire une intrigue et quels conseils suivre (y compris ceux, parfois indiscrets, de Johnny).

En 1964, elle se sépare de son mari et, munie d'un visa aller simple, s'installe avec son fils au Botswana, où elle demeure réfugiée politique pendant des années jusqu’au 1979, année où elle a finalement obtenu la citoyenneté. Cependant, elle gardera toujours le sentiment d'être une femme inachevée : ni blanche ni noire, ni botswanaise ni sud-africaine, chrétienne mais influencée par l'hindouisme et les enseignements de Gandhi. Africaine ne maîtrisant même pas les langues locales, dans une période de fortes tensions sociales et politiques, elle trouvera sa voie grâce à l'écriture. En 1968, son roman “When Rain Clouds Gather” est publié, d'abord à Londres puis à New York, inspiré par son séjour dans un camp de réfugiés. Il raconte l'histoire d'un Sud-Africain fuyant son pays qui, avec son ami anglais Gilbert, nourrit un projet utopique de modernisation des techniques agricoles traditionnelles. En 2022, le roman figure dans le Big Jubilee Read , la liste des 70 livres d'auteurs du Commonwealth sélectionnés pour célébrer le jubilé de platine de la reine Élisabeth II.

Bessie est atteinte par de graves problèmes de santé mentale qui nécessitent une hospitalisation, mais elle a également été confrontée à une autre forme de racisme, qu'elle explore dans son nouveau roman, Maru. Ce dernier met en lumière la rivalité historique entre deux groupes vivant au Botswana, où elle espérait trouver sérénité et justice. Ici, la population bantoue avait soumis la minorité Masarwa, également connue sous le nom de Bushmen, elle aussi noire, et Bessie, jugée trop claire de peau, se sentait exclue. Les protagonistes du livre sont Maru et son ami Moleka, tous deux amoureux de Margaret, une jeune orpheline élevée par un missionnaire. La vie de Margaret présente de nombreuses similitudes avec celle de l'auteure, à commencer par son métier d'institutrice, son absence de famille et son appartenance à une tribu discriminée. Cependant, ces thèmes sont abordés avec sensibilité et une touche presque féerique. C'est ainsi qu'est né un troisième roman, considéré comme son chef-d'œuvre : Une question de pouvoir, une œuvre complexe, difficile à traduire et à lire, qui se déroule aux abords du désert du Kalahari. L'une des protagonistes, Elizabeth, ressemble beaucoup à Bessie, stigmatisée comme une femme métisse et génétiquement prédestinée à la folie.

L'Encyclopædia Britannica le décrit comme:

«un récit franchement autobiographique, de désorientation et de paranoïa ,dans lequel l'héroïne survit grâce à sa seule force de volonté».

L'ouvrage a été traduit en italien par Adriana Cavarero pour les éditions Lavoro en 1994.

Vers la fin de sa courte vie, elle trouva une certaine paix et un sentiment d'acceptation dans le village de Serowe, où elle étudia les contes, légendes et mythes de ses habitants et s'immergea dans leurs petites communautés, guidée par des traditions ancestrales. L'écriture étant pour elle synonyme de liberté, de communication et de magie, elle trouva son expression idéale dans le recueil de nouvelles « La Collectionneuse de trésors et autres contes villageois du Botswana » (composé en 1974, mais publié trois ans plus tard), où se côtoient de nombreux personnages féminins : femmes épanouies et heureuses, mères d'enfants illégitimes, gardiennes d'un savoir ancestral mais aussi victimes des bouleversements imposés par la colonisation. En Italie, il fut publié sous le titre « La donna dei tesori », traduit par Maria Antonietta Saracino, Lavoro, 1987. Se déroulent également au Botswana le récit historique Serowe : Village of the Rain Wind (écrit en 1974, mais publié seulement en 1981) et le roman historique A Bewitched Crossroad (1984).

Il convient de souligner, comme l'ont souvent fait remarquer les critiques, que son style est raffiné et élégant, sa langue anglaise riche, variée et expressive, et sa maîtrise des outils techniques est magistrale. C'est pourquoi elle est considérée comme la plus grande figure littéraire du Botswana – plus encore que celle d'Afrique du Sud, où elle n'est jamais retournée – malgré son traitement de thèmes universels, de formes de souffrance et de discrimination, dans des contextes vagues et génériques. Des désaccords avec sa maison d'édition et des difficultés de communication ont entraîné chez elle alcoolisme, problèmes de santé, rupture des relations avec son fils et endettement.

Bessie est décédée d'une hépatite à Serowe le 17 avril 1986. Certaines de ses œuvres ont été publiées à titre posthume : « Les Cardinaux » (1993), des lettres, des notes et son récit autobiographique « Une femme seule ». Tous ses documents ont été déposés au musée mémorial Khama III, où sont également exposés aujourd'hui ses effets personnels, notamment sa machine à écrire, de nombreuses photos, des articles de presse et son bureau. En 2003, elle a reçu la plus haute distinction d'Afrique du Sud, l'Ordre de l'Ikhamanga d'or, avec la citation suivante:

«Pour sa contribution extraordinaire à la littérature et à la lutte pour le changement social, la liberté et la paix».

Une organisation à but non lucratif a été créée en son nom afin de perpétuer sa mémoire, de diffuser son œuvre et de décerner des prix littéraires. En 2007, la principale bibliothèque municipale de Msunduzi, à Pietermaritzburg, a été baptisée à son nom. En Italie, son œuvre demeure pratiquement inconnue, bien que les précieuses traductions mentionnées plus haut et la nouvelle « Oranges et Citrons », incluse dans le recueil « La Robe de Velours Rouge. Histoires de femmes Sud-africaines» soient bien connues. Ce recueil a été traduit par Maria Paola Guarducci et a été édité en 2006 grâce aux efforts louables de la petite maison d'édition Gorée, basée à Iesa (Monticiano, Sienne). Une auteure encore à découvrir et à apprécier.


Traduzione spagnola

Martina Mercorillo

The Tragic Life, este es el título de una biografía que se le dedicó, y realmente su existencia fue dolorosa, dramática, diferente de cualquier otra, expresada en la absoluta originalidad de sus obras narrativas, de carácter prevalentemente autobiográfico. El escritor Charles Larson dijo de ella: «Bessie Head, básicamente sola, llevó a un avance intimista de la novela sudafricana» donde fue ella misma con coherencia, sin otros puntos de referencia. En el 1982 Bessie afirmó:

«seguramente existen muchas personas como yo en Sudáfrica nacidas bajo la calamidad y el desastre. Estas personas representan el esqueleto en el armario o el secreto oscuro y aterrador escondido bajo la alfombra. Quizás las circunstancias de mi nacimiento requirieron la eliminación de todo rastro de historia familiar. No tengo ningún familiar en el mundo, ningún árbol genealógico antiguo al que hacer referencia, ninguna herencia. No sé lo que se siente por haber heredado algo del carácter o una inestabilidad emotiva o la forma de las uñas de la mano de una abuela o bisabuela».

¿De dónde deriva, entonces, esta unicidad como ser humano y como escritora y periodista?

Nació en un hospital psiquiátrico el 6 de julio de 1937, en Pietermaritzburg, en la provincia de Natal, en Sudáfrica, porque su madre había cometido un grave error: se llamaba Bessie Amelia Emery y era blanca, pertenecía a una rica familia de origen europeo, pero estaba embarazada de un hombre negro, de condición humilde, que todavía resulta desconocido. Hacía tiempo que tenía problemas psíquicos, especialmente tras la muerte de su primogénito recién nacido. Fue declarada enferma mental y la internaron, aunque en aquella época no se había promulgad0 la ley que oficializaba el apartheid, que es de 1949, las relaciones entre blancos y negros se obstaculizaban en todas las formas posibles. Después de un año, su madre se suicidó, así que la pequeña Bessie pasó de familia en familia: la primera la abandonó pronto por el color de su piel, la segunda era tan pobre que no pudo mantenerla, a pesar de que allí, para ella, estaba su verdadera madre, muy amada, la única que conoció como tal. Fue entonces confiada a un orfanato anglicano en Durban, donde, ya adolescente, descubrió la triste verdad sobre su situación. Aún así, estudió y logró diplomarse como maestra; después de un breve periodo de enseñanza, se interesó por el periodismo y se trasladó a Ciudad del Cabo para comenzar a colaborar con cuentos y artículos con varios periódicos: «New African», «Drum», «Golden City Post», del cual fue la única reportera en una redacción para “no blancos”.

En 1959 se mudó a Johannesburgo para trabajar en el «Home Post», donde recibió un salario regular y tubo su propia columna. Aquí entró en contacto con el mundo cultural y artístico y la comunidad de los panafricanistas, tanto que se inscribió en el movimiento anti-apartheid Pan-Africanist Congress. En el 1960 la arrestaron por su dedicación; posteriormente la violaron, y este acontecimiento la llevó a intentar suicidarse y a la depresión, de la cual logró salir adelante varios meses después, gracias a la fundación de un periódico, «The Citizen», de inspiración africanista. Decepcionada y amargada por su experiencia política, regresó a Ciudad del Cabo, donde, el año siguiente, se casó con Harold Head, un joven de Pretoria que compartía sus intereses, con quien tuvo su hijo Howard. En aquel periodo ambos escribían para varias redacciones, entre ellas el mensual «The New African», pero tenían considerables problemas económicos y muy pronto el matrimonio naufragó. Mientras tanto, Bessie se dedicaba a la literatura y escribió su primera obra; se trata de un largo relato todavía un poco inmaduro, de poco más de cien páginas, The Cardinals, que se publicó póstumamente, y es su único texto ambientado en Sudáfrica. Es la historia de Miriam, llamada mouse, ratoncito, por sus colegas de la oficina editorial del «African Beat» por ser pequeña, tímida, silenciosa; sin embargo, se vuelve cada día más hábil, hasta el punto de corregir los textos de su compañero más anciano y experto Johnny. El hombre la estima y se encariña mucho con ella, tanto que le pide que vaya a vivir con él, incluso para ayudarla a destacar como escritora.

Sin embargo, hay algo que ambos ignoran: Johnny es su padre.

La historia se concluye de forma abierta, antes de que suceda algo irreparable, pero el tabú se trata con delicadeza y los personajes con simpatía, tal vez para crear un paralelismo con el otro tabú: las uniones mixtas, igualmente prohibidas e ilícitas. Un segundo tema emerge del relato y también es cercano a la sensibilidad humana y profesional de Head, es decir cómo convertirse en una buena escritora, qué asuntos tratar, cómo desarrollar las tramas, a qué consejos prestar atención (incluyendo los un poco invasivos de Johnny).

En el 1964 se separó de su marido y, marchándose con un visado de solo ida, se estableció con su hijo en Botsuana donde durante años fue una refugiada política, hasta el 1979, cuando por fin obtuvo la ciudadanía. Sin embargo, siguió sintiéndose una mujer inconclusa, a medias: ni blanca ni negra, ni botsuana, ni sudafricana, cristiana pero influenciada por el hinduismo y por las enseñanzas de Gandhi, una africana que ni siquiera conocía los idiomas locales, en un periodo de fuertes tensiones sociales y políticas, en el que lograría encontrar su camino a través de la escritura. En 1968 se publica, primero en Londres y luego en Nueva York, la novela When Rain Clouds Gather, inspirada en su estancia en un campo de refugiados; es la historia de un sudafricano que huye de su propio país que, junto a su amigo inglés Gilbert, tiene un proyecto utópico para modernizar las técnicas agrícolas tradicionales. En 2022 fue incluída en el «Big Jubilee Read», un registro de 70 libros de autores y autoras del Commonwealth, producidas para celebrar el Jubileo de Platino de la reina Isabel II.

Bessie sufre serios problemas psíquicos por los que es hospitalizada, y mientras tanto experimenta otra forma de racismo, que va a tratar en su nueva novela Maru, en la que destaca la rivalidad histórica entre dos grupos residentes en Botsuana, lugar donde se había hecho la ilusión de encontrar serenidad y justicia. Aquí la población Bantu había sometido a la minoría Masarwa, también llamada Bushmen, es decir ‘los hombres de la selva’, igualmente de piel negra, y Bessie se consideraba demasiado clara, por lo que se sentía excluida. En el libro los protagonistas son Maru y su amigo Moleka, ambos enamorados de Margaret, una joven huérfana criada por una misionera, cuya existencia tiene muchos puntos en común con la vida real de la autora, empezando por la profesión como profesora, por la ausencia de una familia, por pertenecer a una tribu discriminada, pero los temas se tratan con delicadeza y con un estilo casi de cuento de hadas. Nace, en este momento, una tercera novela, considerada su obra maestra: A Question of Power, una obra compleja, difícil de traducir y leer, ambientada en los márgenes del desierto de Kalahari, en la que una de los protagonistas, Elizabeth, se parece mucho a Bessie, estigmatizada por ser mestiza y destinada genéticamente a la locura.

La Enciclopedia Británica lo describe como un:

«un relato francamente autobiográfico de desorientación y paranoia en el que la heroína sobrevive gracias a su pura fuerza de voluntad».

En Italia, Adriana Cavarero la tradujo para las ed. Lavoro en 1994 (no tiene traducción al español).

Casi al final de su breve vida, encuentra un poco de paz y hospitalidad en el pueblo de Serowe donde estudia las historias, leyendas y mitos de aquella población y se adentra en las pequeñas realidades, impulsado por antiguas tradiciones. Puesto que escribir para ella significa libertad, comunicación y magia, encuentra su forma de expresión ideal en una colección de cuentos breves: The Collector of Treasure and Other Botswana Village Tales (producida en el 1974, pero publicada tres años después) en los que se encuentran numerosos personajes femeninos: tanto mujeres realizadas y contentas, como madres de hijos ilegítimos, depositarias de la sabiduría milenaria pero incluso víctimas de cambios causados por la colonización. En Italia se publicó con el título La donna dei tesori, traducción de Maria Antonietta Saracino, ed. Lavoro, 1987 (la traducción al español La coleccionista de tesoros y otros cuentos de los pueblos de Botsuana es de 2003). También están ambientados en Botsuana el relato histórico Serowe: Village of the Rain Wind (incluso este compuesto en 1974, pero publicado solamente en 1981) y la novela histórica A Bewitched Crossroad (1984).

Cabe destacar, como ha señalado a menudo la crítica unánime, que su estilo es bien cuidado y elegante, su inglés sumamente rico, vario y expresivo, el control de los medios técnicos es sabio, por eso se considera como la mayor representante literaria del Botsuana – más que de Sudáfrica, donde nunca volvió – a pesar de tratar temas universales, formas de incomodidades, discriminaciones, incluidas en entornos vagos y genéricos. Los desacuerdos con la casa editorial y las dificultades para relacionarse la llevaron al alcoholismo, a problemas de salud, a cortar las relaciones con su hijo y a endeudarse.

En Serowe Bessie murió de hepatitis el 17 de abril de 1986 y algunas de sus obras se publicaron póstumamente: The Cardinals (1993), cartas, apuntes, los escritos autobiográficos A Woman Alone. Todos sus documentos se depositaron en el Memorial Museum Khama III, donde hoy se pueden observar también objetos que le pertenecieron, como su máquina de escribir, numerosas fotos, artículos de periódico y su escritorio. En 2003 le fue concedida, a título póstumo, la máxima condecoración sudafricana, el orden de Ikhamanga en oro, con la motivación:

«por su contribución excepcional a la literatura y a la lucha por el cambio social, por la libertad y la paz».

En su nombre se creó una asociación sin fines de lucro cuyo objetivo es tener vivo el recuerdo de la escritora, divulgar sus obras y otorgar premios literarios. En 2007 la principal biblioteca municipal de Msunduzi en Pietermaritzburg recibió su nombre. En Italia, su producción resulta casi desconocida, aunque existen las valiosas traducciones ya mencionadas y el relato Arance e limoni, incluido en la colección Il vestito di velluto rosso. Racconti di donne sudafricane, 2006, traducido por Maria Paola Guarducci, gracias a la meritoria actividad de la pequeña editorial Gorée, cuya sede se encuentra en Iesa (Monticiano, Siena). Una autora, por tanto, aún por descubrir y valorar. Al español se ha traducido también Nubes de lluvia (Palabrero Press 2017).


Traduzione inglese

Syd Stapleton

The Tragic Life is the title of a biography dedicated to her. Her existence was indeed painful, dramatic, and unlike any other, expressed in the absolute originality of her narrative works, which were mainly autobiographical. The writer Charles Larson said of her: “Bessie Head, practically alone, brought about an intimate turning point in South African fiction,” in which she was consistently herself, without any other points of reference. In 1982, Bessie said: 

«There are certainly many people like me in South Africa who were born under the sign of calamity and disaster. Such people represent the skeleton in the closet or the dark and frightening secret hidden under the carpet. Perhaps it was the circumstances of my birth that made it necessary to eliminate all traces of family history. I have no relatives on earth, no family tree to refer to, no inheritance. I don't know what it's like to have inherited some aspect of character or emotional instability or the shape of your fingernails from a grandmother or great-grandmother».

But where does this uniqueness come from, as a human being and as a writer and journalist?

She was born in a psychiatric hospital on July 6, 1937, in Pietermaritzburg, in the province of Natal, South Africa, because her mother had committed a serious crime. Her name was Bessie Amelia Emery and she was white, belonging to a wealthy family of European origin, but she was pregnant by a black man of humble origins, who remained unknown. She had been suffering from mental health problems for some time, especially after the death of her firstborn son. She was deemed mentally ill and institutionalized, even though the law formalizing apartheid had not yet been enacted in 1949 - but relations between whites and blacks were opposed in every way. After a year, Bessie’s mother committed suicide, and little Bessie was passed from family to family. The first one soon abandoned her because of the color of her skin, the second was so poor that they could not support her, yet for her, they were her real mother, whom she loved dearly, the only one she knew as such. She was then placed in an Anglican orphanage in Durban, where, as a young girl, she discovered the sad truth about her situation. However, she studied and managed to graduate as a teacher. After a short period of teaching, she became interested in journalism and moved to Cape Town to start contributing stories and articles to various newspapers: New African, Drum, and Golden City Post, where she was the only reporter for a newspaper for “non-whites.”

In 1959, she moved to Johannesburg to work at the Home Post, where she received a regular salary and had her own column. There she made contacts in the cultural and artistic world and the Pan-Africanist community, so much so that she joined the anti-apartheid movement Pan-Africanist Congress. In 1960, she was arrested for her activism, then raped, which led to a suicide attempt and depression, from which she recovered several months later thanks to the founding of an Africanist-inspired newspaper, The Citizen. Disillusioned and embittered by her political experience, she returned to Cape Town and the following year married Harold Head, a young man from Pretoria who shared her interests, with whom she had a son, Howard. At that time, both were writing for various publications, including the monthly magazine The New African, but they had considerable financial problems and their marriage soon broke down. Meanwhile, Bessie devoted herself to literature and wrote her first work, a somewhat immature novella of just over 100 pages, The Cardinals, which was published posthumously and is her only work set in South Africa. It is the story of Miriam, nicknamed ‘mouse’ by her colleagues at the African Beat newspaper because she is small, shy, and quiet; yet she becomes more skilled with each passing day, to the point of correcting the texts of her older and more experienced colleague Johnny. He respects her and becomes so fond of her that he asks her to live with him, partly to help her emerge as a writer.

But there is one thing they both don't know - Johnny is her father.

The story ends openly, before anything irreparable happens, but the taboo is treated with grace and the characters with sympathy, perhaps to create a parallel with another taboo: mixed marriages, which are equally forbidden and illicit. A second theme emerges in the story, also close to Head's human and professional sensibility, namely how to become a good writer, what topics to cover, how to develop plots, what advice to listen to (including Johnny's somewhat intrusive advice).

In 1964, she separated from her husband and, leaving with a one-way visa, settled with her son in Botswana, where she was a political refugee for years until 1979, when she finally obtained citizenship. However, she always felt like an unfinished woman, halfway between two worlds: neither white nor black, neither Botswanan nor South African, Christian but influenced by Hinduism and the teachings of Gandhi. She was an African who did not even know the local languages, in a period of serious social and political tension in which she managed to find her way through writing. In 1968, her novel When Rain Clouds Gather, inspired by her stay in the refugee camp, was published first in London and then in New York. It tells the story of a South African fleeing his country who, with his English friend Gilbert, has a utopian plan to modernize traditional agricultural techniques. In 2022, it was included in the Big Jubilee Read, a list of 70 books by Commonwealth authors produced to celebrate Queen Elizabeth II's Platinum Jubilee.

Bessie had serious mental health issues and was admitted to a hospital, but in the meantime she experienced another form of racism, which she explored in her new novel Maru, which highlights the historical rivalry between two groups living in Botswana, where she had hoped to find peace and justice. There, the Bantu population had subjugated the Masarwa minority, also known as Bushmen, who were equally black-skinned, and Bessie was considered too light-skinned, so she felt excluded. The protagonists of the book are Maru and his friend Moleka, both in love with Margaret, a young orphan raised by a missionary, whose existence has many points of contact with the author's real life, starting with her profession as a teacher, the absence of a family, and her belonging to a discriminated tribe, but the themes are treated with delicacy and an almost fairy-tale touch. This led to a third novel, considered her masterpiece: A Question of Power, a complex work, difficult to translate and difficult to read, set on the edge of the Kalahari Desert, in which one of the protagonists, Elizabeth, closely resembles Bessie, stigmatized as a mestizo and genetically destined for madness.

The Encyclopedia Britannica describes it as a

«frankly autobiographical tale of disorientation and paranoia in which the heroine survives through sheer force of will».

In Italy, it was translated by Adriana Cavarero for Edizioni Lavoro in 1994.

Towards the end of her short life, she found some peace and acceptance in the village of Serowe, where she studied the stories, legends, and myths of the local people and immersed herself in their small-scale reality, guided by ancient traditions. Since writing was freedom for her, communication, and magic, she found her ideal form of expression in the collection of short stories The Collector of Treasure and Other Botswana Village Tales (written in 1974 but published three years later), in which we meet numerous female characters - both fulfilled and happy women and mothers of illegitimate children, repositories of ancient wisdom but also victims of the changes imposed by colonization. In Italy, it was published under the title La donna dei tesori, translated by Maria Antonietta Saracino, ed. Lavoro, 1987. Also set in Botswana are the historical story Serowe: Village of the Rain Wind (also written in 1974 but published only in 1981) and the historical novel A Bewitched Crossroad (1984).

It should be noted, as critics have often pointed out, that her style is very refined and elegant, her English rich, varied, and expressive, and her control of technical means is skillful, which is why she is considered the greatest literary exponent of Botswana—more so than South Africa, where she never returned—despite dealing with universal themes, forms of hardship, and discrimination, set in vague and generic environments. Disagreements with her publisher and difficulties in relating to others led her to alcoholism, health problems, a breakdown in her relationship with her son, and debt.

Bessie died of hepatitis in Serowe on April 17, 1986, and some of her works were published posthumously: The Cardinals (1993), letters, notes, and the autobiographical writings A Woman Alone. All her papers were deposited at the Khama III Memorial Museum, where objects that belonged to her are now on display, including her typewriter, numerous photos, newspaper articles, and her desk. In 2003, she was posthumously awarded South Africa's highest honor, the Order of Ikhamanga, with the following citation:

«For her extraordinary contribution to literature and the struggle for social change, freedom, and peace».

A non-profit association has been set up in her name with the aim of keeping her memory alive, promoting her works and awarding literary prizes. In 2007, the main municipal library in Msunduzi, Pietermaritzburg, was named after her. In Italy, her work remains virtually unknown, although there are some valuable translations, as mentioned above, and the story Arance e limoni (Oranges and Lemons), included in the collection Il vestito di velluto rosso. Racconti di donne sudafricane (The Red Velvet Dress: Stories of South African Women), 2006, translated by Maria Paola Guarducci, thanks to the commendable work of the small publishing house Gorée, based in Iesa (Monticiano, Siena). An author, therefore, who is still to be discovered and appreciated.

 

Shireen Abu Akleh
Virginia Mariani

Viola Gesmundo

 

La sua morte ha lasciato un vuoto profondo nel giornalismo arabo e mondiale. La sua figura è diventata un simbolo non solo della libertà di stampa sotto attacco, ma anche della lotta del popolo palestinese per essere ascoltato. Il suo volto è apparso su murales a Ramallah, Beirut, Dublino, Parigi e in altre città. Il suo nome è stato invocato da giornalisti/e, attivisti/e e politici/che e, come ha scritto un collega:

«Shireen è stata la nostra voce quando avevamo solo il silenzio. Anche se oggi è assente, continuerà a parlare, ogni volta che qualcuno racconterà la verità».

Murale per Shireen a Gaza, 2022, foto di Adel Hana

Shireen Abu Akleh, nata a Gerusalemme il 3 aprile 1971 e uccisa l’11 maggio 2022 a Jenin, è stata una delle giornaliste più riconoscibili e rispettate del mondo arabo. Di origini palestinesi e cittadina statunitense, ha lavorato per oltre due decenni come corrispondente per la rete Al Jazeera, diventando una figura emblematica nel racconto del conflitto israelo-palestinese. Il suo assassinio, durante un’operazione militare israeliana in Cisgiordania, ha scosso profondamente l’opinione pubblica internazionale e sollevato interrogativi cruciali sulla libertà di stampa, sulla sicurezza di giornaliste e giornalisti in zone di conflitto e sulla giustizia per le vittime civili.

Shireen nasce in una famiglia cristiana melchita di Betlemme e cresce a Gerusalemme Est, in un contesto segnato dall’occupazione israeliana e dalle tensioni politiche costanti. Dopo aver terminato gli studi superiori presso la Rosary Sisters' School, una prestigiosa scuola cattolica di Gerusalemme, si trasferisce negli Stati Uniti per frequentare l’università.Ottenuta la cittadinanza statunitense grazie ai legami familiari, completa gli studi in giornalismo presso la Yarmouk University in Giordania, dove si laurea in Giornalismo e comunicazione. Tornata nei Territori palestinesi, inizia la sua carriera professionale con determinazione e un chiaro senso di missione: raccontare al mondo la realtà palestinese sotto occupazione. Shireen inizia così il proprio percorso nel giornalismo lavorando per diverse emittenti, tra cui Radio Monte Carlo e la Cnn araba. Ma è nel 1997, quando entra a far parte della nascente redazione araba di Al Jazeera, che la sua carriera decolla. Diviene una delle prime corrispondenti sul campo della rete, con il compito di coprire notizie dai Territori palestinesi, in particolare dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza.

Durante gli anni della Seconda Intifada (2000–2005), acquisisce una reputazione di giornalista seria, empatica e instancabile. Con il suo caratteristico giubbotto antiproiettile con la scritta “Press”, diviene un volto familiare per milioni di telespettatori e telespettatrici arabe. I suoi reportage sono sempre dettagliati, umani, e spesso rischiosi. Racconta la sofferenza delle popolazioni civili, le incursioni militari, gli scontri armati, le demolizioni, ma anche la vita quotidiana che continua nonostante tutto.Diviene man mano conosciuta per il suo approccio equilibrato, attento ai dettagli, capace di mantenere professionalità e umanità anche nelle situazioni più drammatiche. «Ho scelto il giornalismo per essere vicina alle persone». Dice.

«Forse non è facile cambiare la realtà, ma almeno posso far sentire la loro voce al mondo».

Nel corso della sua carriera, Shireen ha coperto tutti i momenti cruciali della storia palestinese contemporanea: dalle guerre su Gaza agli scontri a Gerusalemme, dalle elezioni palestinesi ai processi di pace falliti. È stata più volte elogiata per il suo coraggio e per la sua integrità giornalistica. Numerosi colleghi e colleghe la descrivevano come una professionista rigorosa, umile e sempre pronta ad aiutare le più giovani nella professione. Ha formato generazioni di giornaliste e giornalisti arabi, non solo con l'esempio, ma anche attraverso workshop, interventi universitari e mentorship.

Nonostante non abbia ricevuto premi internazionali in vita, il valore del suo lavoro è stato successivamente riconosciuto da organizzazioni per la libertà di stampa e i diritti umani. Dopo la sua morte, Al Jazeera ha istituito in suo onore una borsa di studio per aspiranti giornaliste palestinesi. L’11 maggio 2022, durante un’operazione militare dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin, Shireen Abu Akleh è stata colpita da un proiettile alla testa mentre indossava l’equipaggiamento che la identificava chiaramente come giornalista. Stava seguendo un raid israeliano assieme ad altri reporter. Le prime testimonianze sul posto, comprese quelle di giornaliste/i presenti, indicano le forze israeliane come responsabili. L’esercito israeliano inizialmente nega, sostenendo che il fuoco potesse essere venuto da miliziani palestinesi, ma successivamente modifica la versione, ammettendo che "è possibile" che un soldato israeliano l’abbia colpita "per errore".

Shireen presso il campo profughi di Jenin, 2022

Tuttavia, indagini indipendenti condotte da organizzazioni, quotidiani e riviste come Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, Cnn, New York Times e Washington Post concludono che il colpo mortale è provenuto da posizioni israeliane e che non vi sono stati scontri armati nel momento preciso della sparatoria. Nessun combattente palestinese si trovava nelle vicinanze della troupe. La sua uccisione scatena una vasta ondata di indignazione internazionale. Le Nazioni Unite chiedono un’indagine indipendente. L’Unione Europea, la Commissione Interamericana per i Diritti umani e numerosi Stati arabi e occidentali condannano l’accaduto. Anche il Dipartimento di Stato Usa, sotto pressione da parte di membri del Senato e attiviste/i, chiede trasparenza, senza però prendere iniziative vincolanti.

Al funerale di Shireen, tenutosi a Gerusalemme, si verificano scontri tra la polizia israeliana e le persone partecipanti: le forze dell’ordine, infatti, attaccano i portatori della bara e il corteo funebre, provocando ulteriore sdegno e condanna. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) ha inserito il suo caso tra i più gravi crimini impuniti contro reporter, mentre la famiglia ha portato il caso davanti alla Corte penale internazionale (Cpi) e ad altri organismi per i diritti umani, in cerca di giustizia, ma fino a oggi nessuno è stato incriminato per la sua morte prematura.

Shireen Abu Akleh è stata molto più che una giornalista: è stata una cronista della verità in una delle zone più complesse e delicate del pianeta. La sua voce, ferma e appassionata, è stata per anni la colonna sonora dei bollettini di Al Jazeera, testimone degli eventi che molti governi e personaggi politici avrebbero preferito ignorare. La sua uccisione ha messo in evidenza i pericoli a cui sono esposti coloro che si trovano in aree di conflitto, soprattutto quando operano in contesti di occupazione, censura o violenza sistemica, ma il suo esempio continua a ispirare giovani reporter, attivisti/e per i diritti umani e semplici cittadini/e che credono nel potere dell’informazione.


Traduzione francese

Michela Rocchi

Sa mort a laissé un vide profond dans le journalisme arabe et international. Sa figure est devenue un symbole non seulement de la liberté de la presse attaquée, mais aussi du combat du peuple palestinien pour être entendu. Son visage est apparu sur des peintures murales à Ramallah, Beyrouth, Dublin, Paris et dans d’autres villes. Des journalistes, des activistes, des politicien.ne.s ont invoqué son nom, et, comme l’a dit un collègue:

«Shireen a été notre voix lorsque nous n’avions que le silence. Même si au jourd’hui elle n’est pas là, elle continuera à parler chaque fois que quelqu’un racontera la vérité».

Murale pour Shireen à Gaza, 2022, photo d’Adel Hana

Shireen Abu Akleh, née à Jérusalem le 3 avril 1971 et tuée le 11 mai 2022 à Jénine, a été l’une des journalistes les plus reconnues et respectées du monde arabe. D’origine palestinienne et citoyenne des Étas Unis, elle a travaillé pendant plus de vingt ans comme correspondante pour le réseau Al Jazeera, devenant une figure emblématique du récit du conflit israélo-palestinien. Son assassinat, lors d’une opération militaire israélienne en Cisjordanie, a profondément choqué l’opinion publique internationale et a soulevé des interrogations cruciales sur la liberté de la presse, la sécurité des journalistes dans les zones de conflit et la justice pour les victimes civiles.

Shireen naît dans une famille chrétienne melkite de Bethléem et grandit à Jérusalem-Est, dans un contexte marqué par l’occupation israélienne et par les tensions politiques constantes. Après avoir terminé ses études à la Rosary Sisters’ School, une prestigieuse école catholique de Jérusalem, elle part aux Étas Unis pour étudier à l’université. Ayant obtenu la citoyenneté étasunienne grâce à ses liens familiaux, elle complète sa formation en journalisme à la Yarmouk University, en Jordanie, où elle obtient son diplôme en Journalisme et communication. De retour dans les territoires palestiniens, elle entame sa carrière professionnelle avec détermination et une mission bien claire: raconter au monde la réalité palestinienne sous l’occupation. C’est comme ça que Shireen commence son parcours dans le journalisme, elle travaille pour des émetteurs tels que Radio Monte Carlo ou la Cnn arabe. Mais sa carrière prend un véritable essor en 1997, lorsqu’elle rejoint la jeune rédaction arabe d’Al-Jazeera. Elle devient l’une des premières correspondantes de terrain de la chaîne, chargée de couvrir l’actualité des territoires palestiniens, notamment en Cisjordanie et dans la bande de Gaza.

Pendant les années de la Seconde Intifada (2000-2005) elle acquiert une réputation de journaliste sérieuse, empathique et infatigable. Avec son gilet pare-balles portant l’inscription « Press », elle devient un visage familier pour des millions de téléspectateurs et téléspectatrices arabes. Ses reportages sont toujours détaillés, humains et souvent dangereux. Elle raconte la souffrance des populations civiles, les incursions militaires, les affrontements armés, les démolitions, mais aussi la vie quotidienne qui continue malgré tout. Elle se fait progressivement connaître pour son approche équilibrée, attentive aux détails, capable de préserver professionnalisme et humanité même dans les situations les plus dramatiques. «J’ai choisi le journalisme pour être proche des gens», disait-elle.

«Il n’est peut-être pas facile de changer la réalité, mais au moins je peux faire entendre leur voix au monde».

Au cours de sa carrière, Shireen couvre tous les moments cruciaux de l’histoire palestinienne contemporaine : des guerres à Gaza aux affrontements à Jérusalem, des élections palestiniennes aux processus de paix avortés. Elle a étée saluée à plusieurs reprises pour son courage et son intégrité journalistique. De nombreux collègues la décrivaient comme une professionnelle rigoureuse, humble et toujours prête à soutenir les femmes plus jeunes dans la profession. Elle a formé des générations de journalistes arabes, non seulement par l’exemple, mais aussi à travers d’ateliers, d’interventions universitaires et du mentorat.

Bien qu’elle n’ait pas reçu de prix internationaux de son vivant, la valeur de son travail a été reconnue par la suite par des organisations de défense de la liberté de la presse et des droits humains. Après sa mort, Al Jazeera a créé en son honneur une bourse destinée aux aspirantes journalistes palestiniennes. Le 11 mai 2022, lors d’une opération militaire de l’armée israélienne dans le camp de réfugiés de Jénine, Shireen Abu Akleh est touchée d’une balle à la tête alors qu’elle porte un équipement l’identifiant clairement comme journaliste. Elle couvrait un raid israélien avec d’autres reporters. Les premiers témoignages sur place, y compris ceux de journalistes présent.e.s, désignent les forces israéliennes comme responsables. L’armée israélienne nie d’abord toute implication, affirmant que les tirs auraient pu provenir de militants palestiniens, avant de modifier sa version et d’admettre qu’« il est possible » qu’un soldat israélien l’ait touchée «par erreur».

Shireen au camp de réfugiés de Jenin, 2022

Toutefois, des enquêtes indépendantes menées par des organisations et par des médias internationaux tels que Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, Cnn, New York Times et Washington Post concluent que le tir mortel provenait de positions israéliennes et qu’aucun affrontement armé n’était en cours au moment précis de la fusillade. Aucun combattant palestinien ne se trouvait à proximité de l’équipe de presse. Son assassinat provoque une vague d’indignation internationale. Les Nations unies appellent à une enquête indépendante. L’Union européenne, la Commission interaméricaine des droits de l’homme ainsi que de nombreux États arabes et occidentaux condamnent les faits. Même le Département d’État américain, sous la pression de membres du Sénat et d'activistes, demande également davantage de transparence, sans toutefois prendre de mesures contraignantes.

Lors de ses funérailles à Jérusalem, des affrontements éclatent entre la police israélienne et les personnes qui participaient: les forces de l’ordre attaquent les porteurs du cercueil et le cortège funèbre, suscitant une indignation et une condamnation supplémentaires. Le Comité pour la protection des journalistes (CPJ) a inscrit son cas parmi les crimes les plus graves restés impunis contre des reporters. Sa famille a saisi la Cour pénale internationale ainsi que d’autres instances de défense des droits humains dans sa quête de justice, mais à ce jour, personne n’a été inculpé pour sa mort prématurée.

Shireen Abu Akleh a été bien plus qu’une journaliste : elle a été une chroniqueuse de la vérité dans l’une des régions les plus complexes et sensibles de la planète. Sa voix, ferme et passionnée, a longtemps accompagné les bulletins d’information d’Al Jazeera, témoin d’événements que de nombreux gouvernements et responsables politiques auraient préféré ignorer. Son assassinat a mis en lumière les dangers auxquels sont exposés celles et ceux qui travaillent dans des zones de conflit, en particulier dans des contextes d’occupation, de censure ou de violence systémique. Mais son exemple continue d’inspirer de jeunes reporters, des défenseurs des droits humains et des citoyens qui croient au pouvoir de l’information.


Traduzione spagnola

Maria Leonardi

Su muerte ha dejado un gran vacío en el periodismo árabe y mundial. Su figura se ha convertido en un símbolo no solo de la libertad de prensa bajo ataque, sino también de la lucha del pueblo palestino por ser escuchado. Su rostro apareció en murales de Ramallah, Beirut, Dublín, París y otras ciudades. Periodistas, activistas y políticos/as invocaron su nombre y, como escribió un colega:

«Shireen fue nuestra voz cuando solo teníamos silencio. Aunque hoy esté ausente, seguirá hablando cada vez que alguien diga la verdad».

Mural para Shireen en Gaza, 2022, foto de Adel Hana

Shireen Abu Akleh, nacida en Jerusalén el 3 de abril de 1971 y asesinada el 11 de mayo de 2022 en Jenin, fue una de las periodistas más reconocidas y respetadas del mundo árabe. De origen palestino y nacionalidad estadounidense, trabajó durante más de dos décadas como corresponsal de la cadena Al Jazeera, convirtiéndose en una figura emblemática en la cobertura del conflicto israelí-palestino. Su asesinato, durante una operación militar israelí en Cisjordania, conmocionó profundamente a la opinión pública internacional y planteó preguntas cruciales sobre la libertad de prensa, la seguridad de los/las periodistas en zonas de conflicto y la justicia para las víctimas civiles.

Shireen nació en una familia cristiana melquita de Belén y creció en Jerusalén Este, en un contexto marcado por la ocupación israelí y las constantes tensiones políticas. Al terminar sus estudios en la Rosary Sisters' School, un prestigioso colegio católico de Jerusalén, se trasladó a Estados Unidos para ir a la universidad. Tras obtener la nacionalidad estadounidense gracias a sus lazos familiares, completó sus estudios de periodismo en la Yarmouk University en Jordania, donde se licenció en Periodismo y comunicación. De vuelta en los Territorios Palestinos, comenzó su carrera profesional con determinación y un claro sentido de la misión: mostrar al mundo la condición del pueblo palestino bajo ocupación. Shireen comenzó así su carrera en el periodismo, trabajando para varias emisoras, como Radio Monte Carlo y la CNN árabe. Sin embargo, su carrera no despegó hasta 1997, cuando entró a formar parte de la nueva redacción árabe de Al Jazeera, . Se convirtió en una de las primeras corresponsales sobre el terreno de dicha cadena, encargada de cubrir las noticias de los Territorios Palestinos, en particular de Cisjordania y la Franja de Gaza.

Durante los años de la Segunda Intifada (2000-2005), se ganó la reputación de ser una periodista seria, empática e incansable. Gracias a su característico chaleco antibalas con la inscripción “Press”, llegó a ser un rostro familiar para millones de televidentes árabes. Sus reportajes eran siempre detallados, humanos y, a menudo, temerarios. Describía el padecimiento de la población civil, las incursiones militares, los conflictos armados y las demoliciones, pero también la vida cotidiana que proseguía a pesar de todo. Poco a poco se ha dado a conocer por su enfoque equilibrado, atento a los detalles, capaz de mantener profesionalidad y humanidad incluso en las situaciones más dramáticas.

«Elegí el periodismo para estar cerca de la gente», afirmaba. «Quizás no sea fácil cambiar la realidad, pero al menos puedo hacer que su voz se escuche en el mundo».

En el curso de su carrera, Shireen cubrió todos los momentos cruciales de la historia contemporánea palestina: desde las guerras de Gaza hasta los enfrentamientos de Jerusalén, incluso las elecciones palestinas y los procesos de paz fallidos. Fue elogiada muchas veces por su coraje y su integridad periodística. Muchas/os de sus compañeras/os de trabajo la describían como una profesional rigurosa, humilde y siempre dispuesta a ayudar a las novatas/principiantes. Formó a generaciones de periodistas árabes, no solo con su ejemplo, sino también a través de la organización de talleres, conferencias universitarias y mentoría.

Aunque no recibió premios internacionales en vida, el mérito de su trabajo fue reconocido posteriormente por organizaciones en defensa de la libertad de prensa y de los derechos humanos. Después de su muerte, Al Jazeera instituyó una beca en su honor para aspirantes periodistas palestinas. El 11 de mayo de 2022, durante una operación militar del ejército israelí en el campo de refugiados de Jenin, Shireen Abu Akleh recibió un proyectil en la cabeza a pesar de llevar el equipamiento que la identificaba claramente como periodista. Estaba cubriendo una incursión israelí junto con otros reporteros. Los primeros testimonios del lugar, incluidos los de las/los periodistas que estaban allí, señalaron a las fuerzas israelíes como responsables. Inicialmente, el ejército israelí lo negó, afirmando que el disparo podría haber provenido de milicianos palestinos, pero posteriormente modificó su versión y admitió que “era posible” que le hubiera disparado “por error” un soldado israelí.

Shireen en el campo de refugiados de Jenin, 2022

No obstante, investigaciones independientes llevadas a cabo por organizaciones y periódicos como Bellingcat, Human Rights Watch, Amnesty International, CNN, «The New York Times» y «The Washington Post» confirmaron que el tiro mortal había partido de posiciones israelíes y que no se habían producido enfrentamientos armados en el momento preciso del tiroteo. Ningún combatiente palestino estaba cerca de la troupe. Su asesinato provocó una oleada de indignación internacional. Las Naciones Unidas abrieron una investigación independiente. La Unión Europea, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos y numerosos Estados árabes y occidentales condenaron los hechos. El Departamento de Estado de EE. UU., bajo la presión de parte del senado y activistas, también pidió transparencia, aunque sin adoptar medidas vinculantes.

Durante el funeral de Shireen, celebrado en Jerusalén, se produjeron enfrentamientos entre la policía israelí y los asistentes: las fuerzas del orden atacaron a los portadores del féretro y al cortejo fúnebre, provocando aún más indignación y condena. El Comité para la Protección de Periodistas (CPJ) ha incluido el caso de Shireen entre los crímenes más graves contra periodistas que han quedado impunes, mientras que su familia ha llevado el caso ante la Corte Penal Internacional (CPI) y otros organismos de derechos humanos, en busca de justicia. No obstante, hasta hoy nadie ha sido acusado por su asesinato.

Shireen Abu Akleh fue mucho más que una periodista: fue una cronista de la verdad en una de las zonas más complejas y delicadas del planeta. Su voz, firme y apasionada, fue por años la banda sonora de los boletines de Al Jazeera, siendo testigo de acontecimientos que muchos líderes políticos hubieran preferido ignorar. Su asesinato puso en evidencia los peligros a los que se enfrentan quienes trabajan en zonas de conflicto, especialmente en contextos de ocupación, censura o violencia sistémica. Sin embargo, su ejemplo sigue inspirando a jóvenes periodistas, activistas de derechos humanos y civiles que creen en el poder de la información.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

 

Margaret Bourke-White
Livia Capasso

Tullia Ciancio

 

Gran parte della sua vita ha lavorato come fotoreporter per Life, rivista statunitense entrata nella storia del giornalismo con sensazionali e storici servizi. Il 23 novembre 1936 viene pubblicato il primo numero, con una foto in copertina della diga di Fort Peck, firmata da Margaret Bourke-White. La rivista, rilanciata dall’editore americano Henry Luce come periodico illustrato, si caratterizzava perché mostrava le immagini delle notizie, interpretate dagli occhi di chi le aveva viste direttamente. Prevedeva pertanto servizi fotografici ampi, esaustivi, efficaci.

Copertina di Life, 23 novembre 1936 – La diga di Fort Peck

La foto della prima copertina ritraeva la diga di Fort Peck nel fiume Missouri in Montana, seconda tra le dighe più grandi del mondo, espressione della acutezza dell’occhio di Margaret, ma anche manifesto della potenza costruttiva americana; innalzata per prevenire le inondazioni, produrre energia elettrica, favorire l'irrigazione e nello stesso tempo l'economia del Paese, fu il prodotto del New Deal rooseveltiano, il periodo delle riforme economiche e sociali promosse dal presidente Roosevelt allo scopo di risollevare il Paese dalla Grande Depressione che lo aveva colpito sul finire degli anni Venti. Il servizio fotografico all’interno della rivista è un documento umano della vita di frontiera americana, capace di catturare, con il suo stile pulito e allo stesso tempo potente, oltre l’impatto dell'audace progetto, anche la vita più intima delle persone coinvolte. Fort Peck nelle foto di Margaret appare stipata di operai edili, ingegneri, saldatori, bariste, signore eleganti; gente che vive in roulotte, capanne, in un luogo arido, con lo scopo di costruire una delle principali meraviglie ingegneristiche dell'epoca, e, finito il lavoro, si rifugia a notte nei bar.

Lavoratori all’opera della diga di Fort Peck, Montana, 1936 Bar Fort Peck, Montana, 1936 Lavoratori della diga di Fort Peck dopo il lavoro, 1936.

La carriera di Bourke-White (New York, 1904 – Stamford, Connecticut, 1971) era già iniziata nella rivista Fortune con le prime esperienze di fotografia industriale. Diceva: «l'industria è il vero luogo dell'arte» e «i ponti, le navi, le officine hanno una bellezza inconscia e riflettono lo spirito del momento». La nazione aveva bisogno di credere e sognare nella tecnologia, per allontanare la paura della Depressione. E allora Margaret documenta il boom industriale americano, sale in cima al Chrysler Building a New York e si fa fotografare dal suo assistente, sorvola la città a bordo di un aereo passeggeri DC-4 sopra il centro di Manhattan, si spinge negli ambienti più pericolosi e malsani degli stabilimenti industriali, scatta foto incurante delle alte temperature degli altiforni. Si arrampica sulle impalcature delle acciaierie Otis di Cleveland, vola in Germania per fotografare le acciaierie Krupp, poi in Russia, prima fotografa professionista occidentale autorizzata a entrare nell'Unione Sovietica e documentare il piano quinquennale per l’industrializzazione del Paese.

Margaret Bourke-White scatta una foto dall'alto di un edificio di New York (sin) – Veduta aerea di New York (dex), 1935

Acciaieria Otis, Ohio, 1929 (sin) - Un operaio russo alla diga di Zaporizhzhya, Ucraina, 1930 (dex)

Fiduciosa nel potere della macchina e della tecnologia, mostra la vita pulsante delle nuove metropoli. E in ogni fotografia noi contempliamo il suo sguardo sicuro sul mondo, la rielaborazione fatta da una donna audace, ostinata e ambiziosa. Voleva essere "gli occhi dei tempi" e le sue fotografie testimoniano (come lei stessa ha detto) il suo «insaziabile desiderio di essere lì quando si fa la storia». Dai reportage sulle industrie statunitensi e sovietiche passa poi a osservare la società e le sue lotte, la povertà, la segregazione razziale nel Sud degli Stati Uniti, dove la popolazione era stata messa in ginocchio dalla crisi economica. Cambia inevitabilmente il focus della sua fotografia, e i nuovi monumenti delle sue immagini diventano ora le persone. Nel numero del 15 febbraio 1937 della rivista Life Bourke-White fotografa le vittime della siccità del Dust Bowl, e pubblica la sua famosa fotografia di alluvionati afroamericani in fila per ricevere cibo e vestiti da un centro di soccorso della Croce Rossa, davanti a un cartellone raffigurante una famiglia bianca e lo stridente slogan “Il più alto tenore di vita del mondo / Non c’è altra strada che quella americana”.

Alluvionati afroamericani in fila a un centro di soccorso della Croce Rossa, 1937

Col romanziere Erskine Caldwell, suo futuro marito, collabora a una spedizione di fotoreporter nel Sud rurale del Paese, che produce il libro You have seen their faces (1937). Per questa indagine Bourke-White scatta le foto, mentre Caldwell scrive il testo.

Foto da You have seen their faces

Il loro sodalizio continua: insieme viaggiano in Europa per documentare gli effetti del nazismo. Fotografa la Cecoslovacchia invasa dai tedeschi nel 1939, unica fotografa americana testimone dell'evento. Nel 1941, su invito dello stesso governo sovietico, Margaret Bourke-White torna in Russia, questa volta concentrandosi maggiormente sulla popolazione del Paese, per un volume che ha per titolo Eyes on Russia. Riesce anche a ritrarre Stalin sorridente e bonario.

Donne che lavorano nei campi in Unione Sovietica, 1941

Ritratto di Stalin, 1941

È la sola fotografa straniera a Mosca, quando nella notte del 26 luglio 1941, mentre si trovava all’ambasciata americana, è testimone di un evento cruciale: l’attacco tedesco all’Unione Sovietica; dal tetto dell'ambasciata, posizionando cinque apparecchi con lunghi tempi di posa, fotografa il bombardamento notturno, in quella che lei ha definito «una delle notti eccezionali della mia vita».

L’immagine dell’attacco al Cremlino

Rientrata negli Stati Uniti Margaret chiede di diventare reporter di guerra sulla prima linea del fronte. Mai nessuna donna era stata accreditata dall'esercito americano sui teatri di guerra. Le viene affidato il compito di documentare la Seconda guerra mondiale in Europa. Sui primati di Margaret Bourke-White e per approfondire notizie sulla vita e sul suo stile fotografico rimando a due articoli pubblicati su Vitamine vaganti a questi link:

https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/

https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/

In Italia Margaret assiste alla battaglia di Cassino, su cui scriverà anche un libro, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. E poi le foto della distruzione della guerra, come quella di Norimberga dopo i bombardamenti, o quella coi soldati americani che si inginocchiano a pregare tra le macerie della cattedrale di Colonia, mentre un cappellano dell'esercito celebra la prima messa dopo il bombardamento del 2 marzo. E sempre al seguito delle truppe statunitensi Margaret entra nel campo di concentramento di Buchenwald il giorno dopo la liberazione dei prigionieri e documenta l’orrore: uomini e donne ridotti a scheletri, affamati, sdraiati in cuccette di legno, guardano stupiti i loro liberatori. Quello dell’autrice è un viaggio nello stravolgimento del Novecento, e nella sua rinascita. Ancora una volta le sue foto pubblicate da Life sono sensazionali.

Cacciatori di mine, dal libro Purple Heart Valley Margaret inviata di guerra (sin) - Soldati americani nella cattedrale di Colonia (dex) Norimberga dopo i bombardamenti 1945 Prigionieri nel campo di Buchenwald, 1945

Tra il 1946 e il 1948 è in India a immortalare la delicata fase della nascita del Pakistan e fotografa Gandhi mentre legge vicino a un arcolaio nella sua casa di Pune. E assiste alla migrazione che accompagnò l'indipendenza e la divisione dell'India, il più grande movimento migratorio nella storia umana. Nella foto la miseria di un popolo espropriato si riflette sul volto del ragazzo appollaiato sul muro a Nuova Delhi. Sotto di lui migliaia di persone cercano di sopravvivere in attesa di organizzare un convoglio verso il Pakistan. Non hanno da mangiare, sono circondati dalla sporcizia e molti moriranno senza mai lasciare l'accampamento.

Gandhi, 1946 La migrazione verso il Pakistan, 1947

Nel 1952 Margaret è testimone della guerra di Corea. Alla fine della guerra è in Sudafrica per fotografare gli effetti dell’apartheid, scende nelle miniere d’oro e documenta le terribili condizioni di lavoro dei minatori di Johannesburg.

Minatori di Johannesburg, 1950 Bambini sudafricani, 1950

Una cameriera afroamericana prepara la cena per una famiglia bianca a Greenville, Carolina del Sud, 1956

Nel 1953 le viene diagnosticato il morbo di Parkinson e comincia a maneggiare con difficoltà la macchina fotografica. Nonostante il suo approccio coraggioso e ottimistico alla malattia, nel 1957 firma il suo ultimo reportage per Life. Negli ultimi anni si dedica alla scrittura e nel 1963 pubblica l’autobiografia Portrait of Myself. Muore a seguito di una caduta accidentale nel 1971, a 67 anni.


Traduzione francese

Concetta Laratta

Une grande partie de sa vie, elle a travaillé comme photoreporter pour Life, le magazine américain entré dans l'histoire du journalisme grâce à ses reportages sensationnels et historiques. Le 23 novembre 1936, le premier numéro est publié, avec en couverture une photo du barrage de Fort Peck, signée Margaret Bourke-White. La revue, relancée par l'éditeur américain Henry Luce comme périodique illustré, se caractérisait par la mise en avant de l'actualité en images, interprétée par le regard de ceux qui l'avaient vécue directement. Elle proposait ainsi des reportages photographiques vastes, exhaustifs et percutants

Couverture de Life, 23 novembre 1936 – Le barrage de Fort Peck

La photo de la première couverture représentait le barrage de Fort Peck sur le fleuve Missouri, dans le Montana, le deuxième plus grand barrage au monde. Elle était l'expression de l'acuité du regard de Margaret, mais aussi un manifeste de la puissance constructive américaine. Érigé pour prévenir les inondations, produire de l'électricité, favoriser l'irrigation et, par extension, l'économie du pays, il fut le produit du New Deal rooseveltien — cette période de réformes économiques et sociales promues par le président Roosevelt afin de relever le pays après la Grande Dépression de la fin des années vingt. Le reportage photographique à l'intérieur du magazine est un document humain sur la vie à la frontière américaine, capable de capturer, avec un style à la fois épuré et puissant, non seulement l'impact de ce projet audacieux, mais aussi l'intimité des personnes impliquées. Dans les photos de Margaret, Fort Peck apparaît bondé d'ouvriers du bâtiment, d'ingénieurs, de soudeurs, de serveuses et de dames élégantes; des gens vivant dans des caravanes ou des cabanes, dans un lieu aride, dans le but de construire l'une des principales merveilles d'ingénierie de l'époque, et qui, une fois le travail terminé, se réfugient la nuit dans les bars.

Travailleurs à l'œuvre sur le barrage de Fort Peck, Montana, 1936 Bar Fort Peck, Montana, 1936 Travailleurs du barrage de Fort Peck après le travail, 1936.

La carrière de Bourke-White (New York, 1904 – Stamford, Connecticut, 1971) avait déjà débuté au sein de la revue Fortune avec ses premières expériences de photographie industrielle. Elle disait: «L'industrie est le véritable lieu de l'art» et «les ponts, les navires, les usines possèdent une beauté inconsciente et reflètent l'esprit du moment». La nation avait besoin de croire et de rêver de technologie pour dissiper la peur de la Dépression. Margaret documente alors le boom industriel américain: elle monte au sommet du Chrysler Building à New York pour se faire photographier par son assistant, survole la ville à bord d'un avion de passagers DC-4 au-dessus de Manhattan, s'aventure dans les environnements les plus dangereux et insalubres des complexes industriels, et prend des clichés sans se soucier des hautes températures des hauts fourneaux. Elle grimpe sur les échafaudages des aciéries Otis à Cleveland, s'envole pour l'Allemagne afin de photographier les usines Krupp, puis se rend en Russie, devenant la première photographe professionnelle occidentale autorisée à entrer en Union soviétique pour documenter le plan quinquennal d'industrialisation du pays.

Margaret Bourke-White prenant une photo du haut d'un immeuble de New York (gauche) – Vue aérienne de New York (droite), 1935

Aciérie Otis, Ohio, 1929 (gauche) - Un ouvrier russe au barrage de Zaporijia, Ukraine, 1930 (droite)

Confiante dans le pouvoir de la machine et de la technologie, elle montre la vie pulsante des nouvelles métropoles. Dans chaque photographie, nous contemplons son regard assuré sur le monde, la réinterprétation faite par une femme audacieuse, obstinée et ambitieuse. Elle voulait être «les yeux du temps» et ses photographies témoignent (comme elle l'a dit elle-même) de son «désir insatiable d'être présente lorsque l'histoire s'écrit». Des reportages sur les industries américaines et soviétiques, elle passe ensuite à l'observation de la société et de ses luttes: la pauvreté, la ségrégation raciale dans le Sud des États-Unis, où la population avait été mise à genoux par la crise économique. Le centre de gravité de sa photographie change inévitablement, et les nouveaux «monuments» de ses images deviennent les êtres humains. Dans le numéro du 15 février 1937 de Life, Bourke-White photographie les victimes de la sécheresse du Dust Bowl et publie sa célèbre photographie de sinistrés afro-américains faisant la queue pour recevoir de la nourriture et des vêtements dans un centre de secours de la Croix-Rouge, devant un panneau publicitaire représentant une famille blanche et le slogan frappant : «World’s Highest Standard of Living / There’s no way like the American Way» (Le plus haut niveau de vie au monde / Il n'y a pas d'autre voie que la voie américaine).

Sinistrés afro-américains faisant la queue devant un centre de secours de la Croix-Rouge, 1937

Avec le romancier Erskine Caldwell, son futur mari, elle collabore à une expédition de photoreportage dans le Sud rural du pays, qui donnera naissance au livre You Have Seen Their Faces (1937). Pour cette enquête, Bourke-White prend les photos tandis que Caldwell écrit le texte.

Photo extraite deYou Have Seen Their Faces

Leur collaboration se poursuit: ensemble, ils voyagent en Europe pour documenter les effets du nazisme. Elle photographie la Tchécoslovaquie envahie par les Allemands en 1939, étant la seule photographe américaine témoin de l'événement. En 1941, sur invitation du gouvernement soviétique lui-même, Margaret Bourke-White retourne en Russie, se concentrant cette fois davantage sur la population du pays pour un volume intitulé Eyes on Russia. Elle réussit également à portraiturer un Staline souriant et débonnaire.

Femmes travaillant dans les champs en Union soviétique, 1941

Portrait de Staline, 1941

Elle est la seule photographe étrangère à Moscou lorsque, dans la nuit du 26 juillet 1941, alors qu'elle se trouvait à l'ambassade américaine, elle est témoin d'un événement crucial: l'attaque allemande contre l'Union soviétique. Depuis le toit de l'ambassade, en positionnant cinq appareils avec de longs temps de pose, elle photographie le bombardement nocturne, dans ce qu'elle a défini comme «l'une des nuits exceptionnelles de ma vie».

L'image de l'attaque sur le Kremlin

De retour aux États-Unis, Margaret demande à devenir reporter de guerre sur la ligne de front. Jamais aucune femme n'avait été accréditée par l'armée américaine sur les théâtres de guerre. Elle se voit confier la tâche de documenter la Seconde Guerre mondiale en Europe. Sur les primats de Margaret Bourke-White et pour approfondir des informations sur sa vie et son style photographique, je renvoie à deux articles publiés sur Vitamine Vaganti aux liens suivants:

https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/

https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/

En Italie, Margaret assiste à la bataille de Cassino, sur laquelle elle écrira également un livre, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. Viennent ensuite les photos de la destruction de la guerre, comme celle de Nuremberg après les bombardements, ou celle montrant des soldats américains agenouillés pour prier parmi les décombres de la cathédrale de Cologne, pendant qu'un aumônier militaire célèbre la première messe après le bombardement du 2 mars. Toujours à la suite des troupes américaines, Margaret entre dans le camp de concentration de Buchenwald le lendemain de la libération des prisonniers et documente l'horreur: des hommes et des femmes réduits à l'état de squelettes, affamés, allongés sur des couchettes en bois, regardant avec stupeur leurs libérateurs. Le voyage de l'auteure est une immersion dans les bouleversements du XXe siècle et dans sa renaissance. Une fois de plus, ses photos publiées par Life sont sensationnelles.

Chasseurs de mines, du livre Purple Heart Valley Margaret envoyée de guerre (gauche) - Soldats américains dans la cathédrale de Cologne (droite) Nuremberg après les bombardements, 1945 Prisonniers dans le camp de Buchenwald, 1945

Entre 1946 et 1948, elle est en Inde pour immortaliser la phase délicate de la naissance du Pakistan. Elle photographie Gandhi lisant près d'un rouet dans sa maison de Pune. Elle assiste à la migration qui accompagna l'indépendance et la partition de l'Inde, le plus grand mouvement migratoire de l'histoire humaine. Sur la photo, la misère d'un peuple exproprié se reflète sur le visage du garçon perché sur un mur à New Delhi. Sous lui, des milliers de personnes tentent de survivre en attendant d'organiser un convoi vers le Pakistan. Ils n'ont rien à manger, sont entourés d'immondices, et beaucoup mourront sans jamais quitter le campement.

Gandhi, 1946 La migration vers le Pakistan, 1947

En 1952, Margaret est témoin de la guerre de Corée. À la fin de la guerre, elle se rend en Afrique du Sud pour photographier les effets de l'apartheid; elle descend dans les mines d'or et documente les terribles conditions de travail des mineurs de Johannesburg.

Mineurs de Johannesburg, 1950 Enfants sud-africains, 1950

Une domestique afro-américaine prépare le dîner pour une famille blanche à Greenville, Caroline du Sud, 1956

En 1953, on lui diagnostique la maladie de Parkinson et elle commence à manipuler son appareil photo avec difficulté. Malgré son approche courageuse et optimiste de la maladie, elle signe en 1957 son dernier reportage pour Life. Durant ses dernières années, elle se consacre à l'écriture et publie en 1963 son autobiographie, Portrait of Myself. Elle meurt des suites d'une chute accidentelle en 1971, à l'âge de 67 ans.


Traduzione spagnola

Maria Ilenia Musarra

Durante casi toda su vida trabajó como fotoperiodista para ‹‹Life››, revista estadounidense que pasó a la historia del periodismo gracias a extraordinarios y significativos reportajes fotográficos. El 23 de noviembre de 1936 se publicó, en su portada, el primer número con la fotografía de la Presa de Fort Peck firmada por Margaret Bourke-White. La revista, relanzada por el editor estadounidense Henry Luce como periódico ilustrado, se distinguía por el hecho de que mostraba las fotos de las noticias, interpretadas por quienes las habían visto directamente. Por lo tanto, planificaba reportajes fotográficos amplios, exhaustivos y eficaces.

Portada de ‹‹Life››, 23 de noviembre de 1936 - La Presa de Fort.

La fotografía de la primera portada representaba la Presa de Fort en el río Missouri, en Montana, que es la segunda más grande del mundo; expresión no solo de la agudeza del ojo de Margaret, sino también un claro ejemplo de la potencia constructiva de Estados Unidos, construida para prevenir inundaciones, generar energía eléctrica y favorecer tanto la irrigación como la economía del país. Fue un producto del Nuevo Pacto, es decir, el periodo de reformas sociales y económicas impulsadas por el presidente (Franklin) Roosevelt con el objetivo de sacar al país de la Gran Depresión que lo azotó a finales de los años veinte. El reportaje fotográfico en la revista es un documento humano que atestigua la vida de la frontera estadounidense, capaz de captar, gracias a su estilo elegante pero al mismo tiempo poderoso, no solo el impacto del audaz proyecto , sino también la vida más íntima de las personas involucradas. En las fotografías de Margaret, la Presa de Fort Peck aparece abarrotada de albañiles, ingenieros, soldadores, baristas, señoras elegantes; gente que vive en caravanas, chozas, en un lugar árido, con el objetivo de construir una de las principales maravillas de la ingeniería de la época, y que después de acabar el trabajo, busca refugio en los bares.

Trabajadores en la construcción de la Presa de Fort Peck, Montana, 1936 Bar de Fort Peck, Montana, 1936 Trabajadores de la Presa de Fort Peck después del trabajo, 1936

La carrera de Bourke-White (Nueva York, 1904 - Stamford, Connecticut, 1971) ya había empezado en la revista ‹‹Fortune››, con sus primeras experiencias en fotografía industrial. Decía: “La industria es el verdadero lugar del arte” y “los puentes, los barcos, las fábricas tienen una belleza inconsciente y reflejan el ánimo del momento”. La nación necesitaba creer y confiar en la tecnología para alejar el miedo a la Gran Depresión. Por consiguiente, Margaret documenta el boom industrial estadounidense, sube a la cima del Chrysler Building en Nueva York y pide a su asistente que le haga una foto; sobrevuela el centro de la ciudad de Manhattan a bordo del avión (Douglas) DC-4 e, incluso en los lugares más peligrosos y nocivos de los establecimientos industriales, toma fotografías sin preocuparse por las elevadas temperaturas de los altos hornos.Se sube a los andamios de las acerías Otis de Cleveland, sobrevuela Alemania para fotografiar las acerías Krupp, y luego en Rusia, es la primera fotógrafa profesional de occidente que obtiene un permiso para entrar en la Unión Soviética y documentar el plan quinquenal para la industrialización del país.

Margaret Bourke-White toma una foto desde lo alto de un edificio de Nueva York (izq.) – Vista aérea de Nueva York (der.), 1935

Acería Otis, Ohio, 1929 (izq.) – un obrero ruso en la Presa de Zaporizhzhya, Ucrania, 1930 (der.).

Tenía confianza en el poder de la cámara fotográfica y de la tecnología, y mostraba la vida dinámica de las nuevas metrópolis. En cada fotografía contemplamos su mirada segura sobre el mundo, la relaboración hecha por una mujer audaz, obstinada y ambiciosa. Quería ser “el testigo de su época” y sus fotografías atestiguan (según sus propias palabras) “su insaciable deseo de estar allí cuando se hace la historia”. Después de realizar reportajes fotográficos sobre las fábricas de Estados Unidos y de la Unión Soviética, dirige su atención hacia la sociedad y sus luchas, la pobreza, la segregación racial en el sur de Estados Unidos, donde la población estaba arruinada por la crisis económica. El tema de sus fotografías cambió de forma inevitable, y remplazó las fábricas con las personas. En el número del 15 de febrero de 1937 de la revista ‹‹Life››, Bourke White fotografía los damnificados afroamericanos por las inundaciones mientras esperan en fila para recibir comida y ropa por parte de un centro de socorro de la Cruz Roja, delante de un cartel que representaba a una familia blanca y el estridente lema “El más alto nivel de vida del mundo/ No hay otro camino que el camino estadounidense”.

Damnificados afroamericanos por las inundaciones en fila en un centro de socorro de la Cruz Roja, 1937.

Con el novelista Erskine Caldwell, su futuro esposo, colabora en una expedición como fotoperiodista en el sur del país. Durante esta expedición, el hombre escribió su libro You Have seen their faces (Has visto sus caras), mientras que Bourke-White tomó las fotografías.

Fotografías del libroYou Have Seen Their Faces

Su colaboración continúa: juntos viajan por Europa para documentar las consecuencias del nazismo. Fotografía Cecoslavaquia invadida por los alemanes en 1939; fue la única fotógrafa estadounidense testigo del acontecimiento. En 1941, por invitación del propio gobierno soviético, Margaret Bourke-White volvió a Rusia; esta vez se concentró principalmente en la población, para un volumen intitulado Eyes on Rusia. Además, logró inmortalizar a Stalin sonriente y afable.

Mujeres que trabajan en los campos de la Unión Soviética,1941.

Retrato de Stalin, 1941.

Es la única fotógrafa extranjera que, en la noche del 26 de julio de 1941 en Moscú, mientras estaba en la embajada de los Estados Unidos, es testigo de un acontecimiento crucial: el ataque alemán a la Unión Soviética; desde el techo de la embajada coloca cinco cámaras fotográficas de larga exposición, fotografía el bombardero nocturno en la noche que ella misma definió como: “una de las más extraordinarias de mi vida”.

Fotografía del ataque al Kremlin.

Cuando vuelve a Estados Unidos, Margaret pide convertirse en reportera de guerra en primera línea de frente. Nunca antes el ejército estadounidense había acreditado a una mujer en el escenario de la guerra. Fue encargada para documentar la Segunda Guerra Mundial, en Europa. Para conocer los logros pioneros de Margaret Bourke-White y profundizar en su vida y su estilo fotográfico, se remite a dos artículos publicados en ‹‹Vitamine Vaganti›› en los siguientes enlaces:

https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/

https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/

En Italia, Margaret presenció la batalla de Monte Cassino, sobre esta batalla también escribirá un libro, Purple Heart Valley. A combat chronicle of the war in Italy. Sus fotografías documentan la destrucción provocada por la guerra, como la de Núremberg (después de los bombarderos); una de sus fotografías inmortaliza a los soldados estadounidenses, mientras, de rodillas, rezan entre los desechos de la catedral de Colonia, cuando el capellán del ejército celebra la primera misa después del bombardeo del 2 de marzo. Y también siguiendo a las tropas estadounidenses, Margaret entra en el campo de concentración de Buchenwald , el día después de la liberación de los prisioneros y documenta el horror: hombres y mujeres reducidos a esqueletos, hambrientos, acostados en literas de matera, miran con asombro a sus libertadores. El de la fotógrafa es un viaje en la conmoción del siglo XX, y en su renacimiento. Otra vez, sus fotografías, publicadas por ‹‹Life››, son sensacionales.

Cazadores de minas, del libro Purple Heart Valley. Margaret enviada de guerra (izq.). Soldados estadounidenses en la catedral de Colonia (der.). Núremberg después de los bombardeos, 1945. Prisioneros del campo de concentración de Buchenwald, 1945.

Entre 1946 y 1948 va a India con el objetivo de inmortalizar la delicada fase del nacimiento del Pakistán y fotografía a Gandhi mientras está leyendo, cerca de una rueca, en su residencia en Pune. Fue testigo de una de las mayores migraciones de la historia de la humanidad que acompañó a la independencia y partición de la India. En la fotografía, el rostro de un chico agachado sobre un muro de Nueva Delhi refleja la miseria de un pueblo expropiado. Al pie del muro, miles de personas intentan sobrevivir a la espera de organizar su expatriación hacia Pakistán. Pasan hambre, viven en la suciedad y muchos morirán antes de que dejen el campamento.

Gandhi, 1946 Migración hacia Pakistán, 1947.

En 1952, Margaret es testigo de la guerra de Corea. Al final de la guerra, en Sudáfrica, fotografía las consecuencias del Apartheid; baja a las minas de oro para documentar las horrorosas condiciones de los mineros en Johannesburgo.

Los mineros de Johannesburgo. Niños surafricanos, 1950

Una camarera afroamericana cocina la cena para una familia blanca en Greenville, Carolina del Sur, 1956.

En 1953, le diagnosticaron la enfermedad del Parkinson y, por consiguiente, empezó a tener dificultades para sujetar la cámara fotográfica. A pesar de que afrontó su enfermedad con coraje y optimismo, en 1957 firmó su último reportaje para ‹‹Life››. Durante sus últimos años de vida, se dedicó a la escritura, y en 1953 públicó su autobiografía titulada Portrait of Myself. Falleció en 1971 a la edad de 67 años debido a una caída accidental.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

She spent most of her life working as a photojournalist for Life, an American magazine that made journalism history with its sensational and historic reports. The first issue was published on November 23, 1936, with a photo of the Fort Peck Dam on the cover, taken by Margaret Bourke-White. The magazine, relaunched by American publisher Henry Luce as an illustrated periodical, was characterized by its images of news stories interpreted through the eyes of those who had witnessed them firsthand. It therefore featured extensive, comprehensive, and effective photo reports.

Cover of Life, November 23, 1936 – Fort Peck Dam

The photo on the first cover showed the Fort Peck Dam on the Missouri River in Montana, the second largest dam in the world, demonstrating Margaret's keen eye, but also a manifestation of American construction power. Built to prevent flooding, generate electricity, promote irrigation and, at the same time, boost the country's economy, it was the product of Roosevelt's New Deal, the period of economic and social reforms promoted by President Roosevelt to lift the country out of the Great Depression that had hit it in the late 1920s. The photo essay inside the magazine is a human document of American frontier life, capable of capturing, with its clean yet powerful style, not only the impact of the daring project but also the most intimate lives of the people involved. Fort Peck in Margaret's photos appears crowded with construction workers, engineers, welders, bartenders, elegant ladies; people living in trailers and shacks in an arid place, with the aim of building one of the major engineering marvels of the time, and, once their work is done, taking refuge in bars at night.

Workers at the Fort Peck Dam, Montana, 1936 Bar Fort Peck, Montana, 1936 Workers at the Fort Peck dam after work, 1936.

Bourke-White's career (born in New York, 1904 – died in Stamford, Connecticut, 1971) had already begun in Fortune magazine with her first experiences in industrial photography. She said, “Industry is the real place for art” and “bridges, ships, and factories have an unconscious beauty and reflect the spirit of the moment.” The nation needed to believe and dream in technology to dispel the fear of the Depression. So, Margaret documented the American industrial boom, climbed to the top of the Chrysler Building in New York and had her assistant take her picture, flew over the city in a DC-4 passenger plane above downtown Manhattan, ventured into the most dangerous and unhealthy environments of industrial plants, and took photos regardless of the high temperatures of the blast furnaces. She climbed the scaffolding of the Otis steelworks in Cleveland, flew to Germany to photograph the Krupp steelworks, then to Russia, where she became the first Western professional photographer authorized to enter the Soviet Union and document the five-year plan for the country's industrialization.

Margaret Bourke-White takes a photo from the top of a building in New York (left) – Aerial view of New York (right), 1935

Otis steelworks, Ohio, 1929 (left) – A Russian worker at the Zaporizhzhya dam, Ukraine, 1930 (right)

Confident in the power of machines and technology, she showed the pulsating life of the new metropolises. And in every photograph we contemplate her confident gaze on the world, the reworking done by a bold, stubborn, and ambitious woman. She wanted to be “the eyes of the times” and her photographs bear witness (as she herself said) to her “insatiable desire to be there when history is made.” From reportage on US and Soviet industries, she moved on to observing society and its struggles, poverty, and racial segregation in the southern United States, where the population had been brought to its knees by the economic crisis. The focus of her photography inevitably changed, and the new monuments of her images now became people. In the February 15, 1937 issue of Life magazine, Bourke-White photographed the victims of the Dust Bowl drought and published her famous photograph of African Americans lined up for food and clothing at a Red Cross relief center, in front of a billboard depicting a white family and the jarring slogan "The highest standard of living in the world / There is no American way."

African-American flood victims lining up at a Red Cross relief center, 1937

With novelist Erskine Caldwell, her future husband, she collaborated on a photojournalism expedition to the rural South of the country, which produced the book You Have Seen Their Faces (1937). Bourke-White took the photos for this investigation, while Caldwell wrote the text.

Photo extraite deYou Have Seen Their Faces

Their partnership continued: they traveled together to Europe to document the effects of Nazism. She photographed Czechoslovakia invaded by the Germans in 1939, the only American photographer to witness the event. In 1941, at the invitation of the Soviet government itself, Margaret Bourke-White returned to Russia, this time focusing more on the country's population, for a book entitled Eyes on Russia. She also managed to portray Stalin smiling and good-natured.

Women working in the fields in the Soviet Union, 1941

Portrait of Stalin, 1941

She was the only foreign photographer in Moscow when, on the night of July 26, 1941, while at the American embassy, she witnessed a crucial event - the first German attack on the Soviet Union. From the roof of the embassy, positioning five cameras with long exposure times, she photographed the night bombing in what she called “one of the most exceptional nights of my life.”

The image of the attack on the Kremlin

Upon her return to the United States, Margaret asked to become a war reporter on the front lines. No woman had ever been accredited by the US Army in a war zone. She was given the task of documenting World War II in Europe. For more information on Margaret Bourke-White's achievements and to learn more about her life and photographic style, please refer to two articles published on Vitamine vaganti at these links:

https://vitaminevaganti.com/2022/05/14/i-primati-di-margaret-bourke-white/

https://vitaminevaganti.com/2022/09/03/la-meta-dellarte-bourke-white-e-hassani/

In Italy, Margaret witnessed the Battle of Cassino, about which she also wrote a book, Purple Heart Valley: A Combat Chronicle of the War in Italy. Then there were the photos of the destruction of war, such as Nuremberg after the bombings, or American soldiers kneeling in prayer amid the rubble of Cologne Cathedral while an army chaplain celebrated the first Mass after the bombing on March 2. Still following the US troops, Margaret entered the Buchenwald concentration camp the day after the prisoners were liberated and documented the horror - men and women reduced to skeletons, starving, lying on wooden bunks, staring in amazement at their liberators. The author's journey is one through the upheaval of the 20th century and its rebirth. Once again, her photos published by Life are sensational.

Mine hunters, from the book Purple Heart Valley Margaret as a war correspondent (left) - American soldiers in Cologne Cathedral (right) Nuremberg after the bombing, 1945 Prisoners in Buchenwald camp, 1945

Between 1946 and 1948, she was in India to capture the delicate phase of Pakistan's birth and photographed Gandhi reading near a spinning wheel in his home in Pune. She witnessed the migration that accompanied India's independence and division, the largest migratory movement in human history. In the photo, the misery of an expropriated people is reflected in the face of a boy perched on the wall in New Delhi. Below him, thousands of people are trying to survive while waiting to organize a convoy to Pakistan. They have nothing to eat, are surrounded by filth, and many will die without ever leaving the camp.

Gandhi, 1946 Migration to Pakistan, 1947

In 1952, Margaret witnessed the Korean War. At the end of the war, she was in South Africa to photograph the effects of apartheid, descending into the gold mines and documenting the terrible working conditions of the miners in Johannesburg.

Miners in Johannesburg, 1950 South African children, 1950

An African-American maid prepares dinner for a white family in Greenville, South Carolina, 1956

In 1953, she was diagnosed with Parkinson's disease and began to have difficulty handling her camera. Despite her courageous and optimistic approach to the disease, she signed her last report for Life in 1957. In her later years, she devoted herself to writing and published her autobiography, Portrait of Myself, in 1963. She died following an accidental fall in 1971, at the age of 67.

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