Giornalista, scrittrice, attivista e accademica, Ruth First è nota per la sua instancabile denuncia delle politiche di segregazione razziale, che colpirono la popolazione nera dopo l'ascesa del National Party in Sudafrica. un evento cruciale che segnò l'inizio del regime di apartheid, durato dal 1948 al 1991. La sua determinazione e il suo impegno per la verità e la giustizia sono un esempio per le nuove generazioni e assicurano la possibilità di opporsi alle ingiustizie per costruire un mondo più equo. Limiterò al massimo i dati biografici, che sono ben descritti in un articolo apparso su Vitamine vaganti il 9 maggio 2020, a firma di Emma de Pasquale, https://vitaminevaganti.com/2020/05/09/ruth-first/ per soffermarmi sulla sua produzione giornalistica e saggistica. Ruth avrebbe potuto godere dei benefici che il regime dell’apartheid garantiva alla popolazione bianca, invece scelse la via più difficile, quella del dissenso e della lotta politica.
All'Università di Johannesburg aveva conosciuto tra gli altri Nelson Mandela, futuro Presidente del Sudafrica, Joe Slovo, attivista anti-apartheid sudafricano e comunista, che sarebbe diventato suo marito, Eduardo Mondlane, leader del movimento per la libertà del Mozambico. Nell’agosto del 1946 circa ottantamila minatori neri sfruttati scioperarono per una settimana; la rappresaglia dello Stato fu spietata e la protesta soffocata nel sangue. Fu allora che la giovane Ruth decise di intraprendere la carriera di giornalista per denunciare i soprusi del regime. A poco più di vent’anni abbandonò il lavoro al Comune di Johannesburg e varcò la soglia della redazione locale del Guardian, un settimanale all’epoca vicino al Partito Comunista. In breve ne divenne caporedattrice, specializzandosi in reportage di denuncia soprattutto delle condizioni di lavoro delle persone di colore. Insieme al fotografo Joe Gqabi e al pastore anglicano Michael Scott, condusse un'inchiesta sulle condizioni disumane dei lavoratori nelle fattorie di patate di Bethal, nel Transvaal. Il reportage documentava abusi sistematici e maltrattamenti, lavoratori incatenati, frustati e costretti a dormire nudi in stanze sovraffollate e sporche. Pubblicato su The Guardian, scatenò un'ondata di indignazione pubblica e portò l'African National Congress a organizzare un boicottaggio nazionale delle patate.
First continuò a indagare, attraverso il quotidiano, sulle ingiustizie del sistema dell'apartheid, denunciando le condizioni dei lavoratori migranti e gli scioperi degli autisti di autobus, una forma di protesta contro le basse retribuzioni, le lunghe ore di lavoro e la mancanza di diritti per lavoratrici e lavoratori africani. Attaccò la brutalità della polizia e sostenne gli scioperi dei minatori. La ricca presenza di riserve minerarie in Sudafrica aveva generato uno tra i business più remunerativi per il Paese. Tuttavia, la condizione lavorativa soffriva di una costante violazione dei diritti umani. La manodopera che scendeva nelle miniere a scavare era tutta costituita da giovani africani maschi, fisicamente prestanti, che percepivano un salario dieci volte inferiore a quello di un lavoratore bianco. Il 9 agosto del 1956 First era sul posto per documentare la marcia di 20.000 donne contro l’obbligo del lasciapassare col quale le donne avrebbero perso il diritto di muoversi liberamente. Quest’obbligo imponeva alla popolazione di colore dai sedici anni in su di esibire un documento speciale per entrare nelle aree urbane riservate ai bianchi. Era un altro sopruso! Le donne, di ogni razza, provenienti dalle città, dalle riserve e dai villaggi, si unirono per esprimere la loro protesta. L'evento è commemorato ogni anno in Sudafrica come Giornata Nazionale della Donna.
Nel 1952 The Guardian venne bandito, ma riapparve costantemente con nuovi nomi fino alla chiusura definitiva nel 1963. Dal 1954 First aveva iniziato a scrivere anche per il mensile comunista Fighting Talk, del quale in breve tempo assunse la direzione, trasformandolo in una piattaforma per il dibattito politico e la denuncia sociale. Oltre alla lotta contro l'apartheid, sul Fighting Talk First ha denunciato le politiche coloniali e le difficoltà delle giovani nazioni africane indipendenti. Anche Fighting Talk venne soppresso dal governo dell'apartheid nel 1963. La strage di Sharpeville del 21 marzo 1960, nella quale si contarono 69 morti, dimostrò che la lotta non violenta non bastava a difendere i diritti della gente di colore, e il movimento anti-apartheid scelse la lotta armata. Fu in quel momento che i destini di Ruth e di suo marito si separarono. Slovo entrò nell’Alto comando del gruppo paramilitare (MK) guidato da Nelson Mandela, dove fu uno dei principali strateghi dell’organizzazione armata; le uniche armi di Ruth, invece, restarono lo studio, l’insegnamento e la ricerca.
Nel 1961 fu in Namibia, il Paese che il Sudafrica si era annesso unilateralmente subito dopo la Seconda guerra mondiale. Lì svolse una minuziosa indagine per analizzare l’esportazione del modello razziale sudafricano. Il materiale raccolto, che documenta le condizioni oppressive imposte alla popolazione locale, diede vita al suo primo libro, South West Africa, pubblicato a Londra nel 1963. In Sudafrica la sua diffusione fu rigorosamente vietata. Il 9 agosto del 1963 fu sospettata di aver partecipato agli incontri alla fattoria di Rivonia, nei sobborghi di Johannesburg, dove furono arrestati Nelson Mandela e altri sette uomini per aver cospirato contro il governo; detenuta in isolamento per 117 giorni, in base alla legge dei 90 giorni, che prevedeva che una persona potesse essere detenuta, senza processo, per un periodo di tre mesi, tentò il suicidio. Il racconto del periodo di detenzione fu pubblicato col titolo 117 Day nel 1965 e divenne un classico della letteratura di denuncia, da cui è stato tratto anche un film. Il libro offre una testimonianza intensa delle torture psicologiche subite e della sua resistenza morale contro un sistema repressivo. Al suo rilascio, lei e le tre figlie lasciarono il Sudafrica per raggiungere Joe Slovo, già in esilio, in Gran Bretagna, dove continuò la sua attività di scrittrice e ricercatrice. Ebbe prima un incarico di insegnamento all’Università di Manchester (1972), poi a quella di Durham, dove si avvicinò al pensiero femminista. In questo periodo pubblicò diversi libri, oggi considerati pietre miliari del dibattito accademico marxista. In The Barrel of a Gun: The Politics of Coups d’Etat in Africa, Londra 1970, analizzando i colpi di stato in alcuni Paesi africani, mette in luce le fragilità delle giovani democrazie africane, anche attraverso testimonianze dirette.
Co-autrice dell’inchiesta The South African Connection: Western Investment in Apartheid (1972), First analizza le complicità internazionali nel mantenimento del regime sudafricano. Con Libya: The Elusive Revolution, Londra, 1970, indaga la rivoluzione libica guidata da Mu'ammar Gheddafi, le sue promesse e le sue contraddizioni. Ruth First ha curato anche No Easy Walk to Freedom di Mandela (1967), The Peasant's Revolt di Govan Mbeki (1967) e Not Yet Uhuru di Oginda Odinga. Trasferitasi con Joe Slovo in Mozambico nel 1977, assunse l'incarico di direttrice di ricerca presso il Centro di Studi Africani dell'Università Eduardo Mondlane di Maputo, dove condusse ricerche sulla vita dei lavoratori migranti. Pubblicò anche altre opere come The Mozambican Miner: Proletarian and Peasant (1977), dove esamina le condizioni dei minatori mozambicani, il loro sfruttamento e le contraddizioni tra la vita rurale e quella industriale nel Mozambico postcoloniale.
Nel 1982, il 17 agosto, fu brutalmente assassinata da un pacco bomba consegnato nel suo ufficio presso l'Università di Maputo. Presidenti, membri del parlamento e ambasciatori di oltre trenta Paesi e migliaia di persone parteciparono al suo funerale. La sua morte suscitò indignazione internazionale e segnò una grave perdita per la causa della giustizia in Sudafrica.
Il presidente sudafricano Nelson Mandela scopre una targa dedicata a Ruth First e Joe Slovo a Londra
Gli assassini furono in seguito identificati come agenti dello Stato sudafricano. Alle udienze della Commissione per la Verità e la Riconciliazione a Pretoria, nel settembre 1998, Craig Williamson, un maggiore della Polizia sudafricana, affermò di aver ordinato l'omicidio di Ruth First: ottenne, tra le polemiche, l'amnistia dalla Commissione con la motivazione che la morte di Ruth First era avvenuta nel contesto della lotta politica.
A Ruth First sono intitolate diverse strade in Olanda, nel Regno Unito e in Sudafrica.
Ruth First a Pretoria
Traduzione spagnola Sefora Santamaria
Periodista, escritora, activista y profesora académica, Ruth First es conocida por su infatigable denuncia de las políticas de segregación racial que afectaron a la población negra después del ascenso del Partido Nacional en Sudáfrica, evento decisivo que marcó el inicio del régimen de apartheid que duró desde 1948 hasta 1991. Su determinación y su compromiso en favor de la verdad y de la justicia son un ejemplo para las nuevas generaciones y garantizan el derecho a la lucha contra las injusticias con el objetivo de construir un mundo más equitativo. Limitaré al máximo los datos biográficos, que Emma de Pasquale describió muy bien en su artículo publicado en «Vitamine vaganti» el 9 de mayo de 2020 https://vitaminevaganti.com/2020/05/09/ruth-first/, para detenerme en su producción periodística y ensayística. Ruth podía disfrutar de los beneficios que el régimen de apartheid garantizaba a la población blanca, sin embargo, escogió el camino difícil, el del disentimiento y de la lucha política.
En la Universidad de Johanesburgo, Ruth conoció a personajes políticos importantes entre los cuales Nelson Mandela, futuro Presidente de Sudáfrica, Joe Slovo, activista antiapartheid y comunista (con el que iba a casarse al cabo de pocos años) y Eduardo Mondlane, líder del movimiento por la libertad de Mozambique. En el mes de agosto de 1946, alrededor de ochenta mil mineros negros explotados hicieron huelga durante una semana. La represalia del gobierno fue despiadada y la protesta fue reprimida con sangre. Fue entonces cuando la joven Ruth decidió empezar la carrera de periodista para denunciar los atropellos del régimen. Tenía unos veinte años cuando dejó su trabajo en el ayuntamiento de Johanesburgo y cruzó la puerta de la redacción local del «The Guardian», un semanario que en aquel entonces era cercano al Partido Comunista. En poco tiempo se convirtió en redactora jefa, especializándose en la escritura de reportajes de denuncia de las condiciones de trabajo de la gente de color. Junto con el fotógrafo Joe Gqabi y con el pastor anglicano Michael Scott, realizó una investigación sobre las condiciones inhumanas de los trabajadores en las plantaciones de patatas de Bethal, en la región del Transvaal. El reportaje documentaba los abusos sistemáticos, los maltratos, los trabajadores encadenados, azotados y obligados a dormir desnudos en cuartos repletos y sucios. Publicado en el periódico «The Guardian», este artículo generó una oleada de indignación popular y llevó el African National Congress a organizar un boicoteo nacional de las patatas.
First siguió investigando sobre las injusticias del sistema de apartheid, denunciando las condiciones de los trabajadores migratorios, las huelgas de los conductores de autobús, una forma de protesta contra los salarios bajos, las largas horas de trabajo y la falta de derechos que sufrían las obreras y los obreros africanos. Denunció la brutalidad de la policía y apoyó las huelgas de los mineros. La rica presencia de reservas mineras en Sudáfrica generó uno de los negocios más rentables para el país. Sin embargo, la situación laboral estaba caracterizada por una constante violación de los derechos humanos. La mano de obra que bajaba a la mina para excavar consistía en jóvenes hombres africanos, en buena condición física, que recibían un salario diez veces inferior al que percibía un trabajador blanco. El 9 de agosto de 1956, First participó como periodista a la marcha de 20.000 mujeres que protestaban contra el pase obligatorio, debido a que iban a perder el derecho de moverse libremente por el país. Esta obligación imponía que la población de color, a partir de los dieciséis años, presentara un documento especial para entrar en las áreas urbanas reservadas para los blancos. ¡Este era otro atropello! Las mujeres de todas las razas dejaron sus ciudades, sus reservas y sus aldeas y se unieron para expresar su protesta. Este acontecimiento se conmemora cada año en Sudáfrica como el Día Nacional de la Mujer.
En 1952, el gobierno prohibió el periódico «The Guardian», in embargo, este reapareció constantemente bajo nuevos nombres hasta su cierre definitivo en 1963. Desde 1954, First empezó a trabajar como periodista en la revista mensual comunista «Fighting Talk», de la que pronto asumió la dirección, convirtiéndola en una plataforma de debate político y denuncia social. Además de hablar de la lucha contra el apartheid, en el «Fighting Talk», First denunció las políticas coloniales y las dificultades de los jóvenes países africanos independientes. En 1963, el «Fighting Talk» también fue suprimido por el gobierno del apartheid. La masacre de Sharpeville del 21 de marzo de 1960, en la que se contaron 69 muertos, probó que la lucha no violenta no era suficiente para defender los derechos de la gente de color, por consiguiente, el movimiento antiapartheid escogió la lucha armada. Fue en aquel momento cuando los caminos de Ruth y de su marido se separaron. Slovo entró en el Alto Mando del grupo paramilitar (MK) dirigido por Nelson Mandela, donde fue uno de los principales estrategas de la organización armada. Las únicas armas de Ruth, en cambio, siguieron siendo el estudio, la enseñanza y la investigación.
En 1961, First viajó a Namibia, país que Sudáfrica había anexado a sus territorios de manera unilateral después de la Segunda Guerra Mundial. Allí llevó a cabo una minuciosa investigación para analizar la exportación del modelo racial sudafricano a Namibia. El material recogido, que documenta las opresivas condiciones impuestas a la población local, dio vida a su primer libro, South West Africa, publicado en Londres en 1963. En Sudáfrica su difusión fue estrictamente prohibida. El 9 de agosto de 1963, Ruth fue considerada sospechosa de haber participado en las reuniones que tuvieron lugar en la granja de Rivonia, en los suburbios de Johanesburgo, donde apresaron a Nelson Mandela y a otros siete hombres acusados de conspirar contra el gobierno. Recluida en régimen de aislamiento durante 117 días, en base a la ley de los 90 días que preveía que una persona pudiera estar detenida, sin proceso, durante un periodo de tres meses, Ruth intentó suicidarse. El relato de su detencion fue publicado en 1965 en una novela titulada 117 Days (117 días 2017). Convirtiéndose pronto en un clásico de la literatura de denuncia, de esta obra se hizo también una película. El libro ofrece un testimonio intenso de las torturas psicológicas que Ruth sufrió y describe la resistencia moral que opuso contra el sistema represivo sudafricano. Tras su liberación, First y sus tres hijas dejaron el país para reunirse con Joe Slovo, ya en el exilio, en el Reino Unido, lugar donde siguió su actividad de escritora e investigadora. En 1972, le ofrecieron una cátedra en la Universidad de Manchester y después recibió otro encargo en la Universidad de Durham. Fue en este periodo cuando su pensamiento se acercó al Feminismo. Durante de su estancia en el Reino Unido, Ruth publicó varios libros, hoy considerados pilares del debate académico marxista. En el volumen titulado The Barrel of a Gun: The Politics of Coups d’Etat in Africa, Londres 1970, analizando los golpes de estado ocurridos en unos países africanos, la escritora pone de relieve las fragilidades de las jóvenes democracias africanas y lo hace a través de los testimonios directos de la gente.
Co-autora de la investigación The South African Connection: Western Investment in Apartheid (1972), First analiza las complicidades internacionales que permitieron a Sudáfrica mantener el régimen opresivo del apartheid. Con el libro Libya: The Elusive Revolution, Londres 1970, indaga sobre la revolución libia conducida por Mu'ammar Gheddafi, sus promesas y sus contradicciones. Ruth First editó también en 1967 No Easy Walk to Freedom de Mandela (El largo camino hacia la libertad 1995), The Peasant's Revolt de Govan Mbeki (1967) y Not Yet Uhuru de Oginga Odinga. En 1977, se mudò a Mozambique junto con su marido Joe Slovo. En el nuevo país asumió el cargo de directora de investigación del Centro de estudios africanos de la Universidad Eduardo Mondlane de Maputo, donde dirigió varias investigaciones sobre la vida de los trabajadores migratorios. Publicó también otras obras como The Mozambican Miner: Proletarian and Peasant (1977), en la que examina las condiciones de los mineros mozambiqueños, su explotación y las contradicciones entre la vida rural y la industrial en el Mozambique poscolonial.
El 17 de agosto de 1982, Ruth First fue brutalmente asesinada por un paquete bomba que le entregaron a su despacho en la Universidad de Maputo. Los presidentes, los miembros del parlamento, los embajadores de más de treinta países y miles de personas presenciaron su funeral. Su muerte provocó la indignación internacional y representó una gran pérdida para la causa de la justicia en Sudáfrica.
El presidente sudafricano Nelson Mandela inaugura una placa conmemorativa dedicada a Ruth First en Londres.
Los asesinos fueron identificados sucesivamente como agentes del Estado sudafricano. Durante las audiencias ante la Comisión por la Verdad y la Reconciliación en Pretoria, en septiembre de 1998, Craig Williamson, oficial de la Policía sudafricana, afirmó haber encargado el asesinato de Ruth First. No obstante las polémicas, Williamson obtuvo la amnistía por parte de la Comisión motivando que la muerte de Ruth First había occurrido en el contexto de la lucha política.
En Holanda, Reino Unido y Sudáfrica, varias calles llevan hoy el nombre de Ruth First.
Ruth First in Pretoria
Traduzione inglese Syd Stapleton
Journalist, writer, activist, and academic, Ruth First is known for her tireless denunciation of the racial segregation policies that affected the black population after the rise of the National Party in South Africa. This was a crucial event that marked the beginning of the apartheid regime, which lasted from 1948 to 1991. Her determination and commitment to truth and justice are an example for new generations and ensure the possibility of opposing injustice to build a more equitable world. I will limit myself to a few biographical details, which are well described in an article published in Vitamine vaganti on May 9, 2020, by Emma de Pasquale, https://vitaminevaganti.com/2020/05/09/ruth-first/, in order to focus on her journalistic and essayistic work. Ruth could have enjoyed the benefits that the apartheid regime guaranteed to the white population, but instead she chose the more difficult path of dissent and political struggle.
At the University of Johannesburg, she met Nelson Mandela, future president of South Africa, Joe Slovo, South African anti-apartheid activist and communist, who would become her husband, and Eduardo Mondlane, leader of the Mozambican freedom movement. In August 1946, around 80,000 exploited black miners went on strike for a week. The state's retaliation was ruthless and the protest was crushed in blood. It was then that the young Ruth decided to pursue a career in journalism to denounce the regime's abuses. In her early twenties, she left her job at Johannesburg City Council and joined the local editorial office of the Guardian, a weekly newspaper close to the Communist Party at the time. She soon became editor-in-chief, specializing in investigative reporting, particularly on the working conditions of black people. Together with photographer Joe Gqabi and Anglican pastor Michael Scott, she conducted an investigation into the inhumane conditions of workers on potato farms in Bethal, Transvaal. The report documented systematic abuse and mistreatment, workers chained, whipped, and forced to sleep naked in overcrowded and dirty rooms. Published in The Guardian, it sparked a wave of public outrage and led the African National Congress to organize a national boycott of potatoes.
First continued to investigate the injustices of the apartheid system through the newspaper, denouncing the conditions of migrant workers and bus drivers' strikes, a form of protest against low wages, long working hours, and the lack of rights for African workers. It attacked police brutality and supported miners' strikes. The rich mineral reserves in South Africa had generated one of the most lucrative businesses for the country. However, working conditions suffered from constant human rights violations. The laborers who went down into the mines to dig were all young, physically fit African men who earned ten times less than white workers. On August 9, 1956, First was on site to document the march of 20,000 women against the pass requirement, which would have deprived women of their right to move freely. This requirement forced black people aged 16 and over to carry a special document to enter urban areas reserved for whites. It was yet another injustice! Women of all races, from cities, reserves, and villages, joined together to voice their protest. The event is commemorated every year in South Africa as National Women's Day.
In 1952, The Guardian was banned, but it reappeared constantly under new names until it was finally closed down in 1963. In 1954, First had also started writing for the communist monthly Fighting Talk, which she soon took over, turning it into a platform for political debate and social criticism. In addition to the struggle against apartheid, First denounced colonial policies and the difficulties faced by young independent African nations in Fighting Talk. Fighting Talk was also suppressed by the apartheid government in 1963. The Sharpeville massacre of March 21, 1960, in which 69 people were killed, showed that nonviolent struggle was not enough to defend the rights of black people, and the anti-apartheid movement chose armed struggle. It was at that moment that Ruth and her husband's destinies parted ways. Slovo joined the high command of the paramilitary group (MK) led by Nelson Mandela, where he was one of the main strategists of the armed organization. Ruth's only weapons, however, remained her studies, teaching, and research.
In 1961, she was in Namibia, the country that South Africa had unilaterally annexed immediately after World War II. There she carried out a meticulous investigation to analyze the export of the South African racial model. The material she gathered, documenting the oppressive conditions imposed on the local population, gave rise to her first book, South West Africa, published in London in 1963. Its distribution in South Africa was strictly prohibited. On August 9, 1963, she was suspected of participating in meetings at the Rivonia farm in the suburbs of Johannesburg, where Nelson Mandela and seven other men were arrested for conspiring against the government. She was held in solitary confinement for 117 days under the 90-day law, which allowed a person to be detained without trial for a period of three months. She attempted suicide. Her account of her time in detention was published under the title 117 Days in 1965 and became a classic work of protest literature, from which a film was also made. The book offers a powerful testimony to the psychological torture she endured and her moral resistance against a repressive system. Upon her release, she and her three daughters left South Africa to join Joe Slovo, already in exile in Great Britain, where she continued her work as a writer and researcher. She first took up a teaching position at the University of Manchester (1972), then at Durham University, where she became involved in feminist thought. During this period, she published several books, now considered milestones in Marxist academic debate. In The Barrel of a Gun: The Politics of Coups d'Etat in Africa, London 1970, analyzing coups in several African countries, she highlights the fragility of young African democracies, including through direct testimony.
Co-author of the investigation The South African Connection: Western Investment in Apartheid (1972), First analyzed international complicity in maintaining the South African regime. In Libya: The Elusive Revolution, London, 1970, she investigated the Libyan revolution led by Muammar Gaddafi, its promises and its contradictions. Ruth First also edited Mandela's No Easy Walk to Freedom (1967), Govan Mbeki's The Peasant's Revolt (1967), and Oginda Odinga's Not Yet Uhuru. After moving with Joe Slovo to Mozambique in 1977, she took up the post of research director at the Center for African Studies at Eduardo Mondlane University in Maputo, where she conducted research on the lives of migrant workers. She also published other works such as The Mozambican Miner: Proletarian and Peasant (1977), in which she examined the conditions of Mozambican miners, their exploitation, and the contradictions between rural and industrial life in post-colonial Mozambique.
On August 17, 1982, she was brutally assassinated by a parcel bomb delivered to her office at the University of Maputo. Presidents, members of parliament, and ambassadors from over thirty countries and thousands of people attended her funeral. Her death sparked international outrage and marked a serious loss for the cause of justice in South Africa.
South African President Nelson Mandela unveils a plaque dedicated to Ruth First and Joe Slovo in London
Her killers were later identified as agents of the South African state. At the hearings of the Truth and Reconciliation Commission in Pretoria in September 1998, Craig Williamson, a major in the South African Police Service, claimed to have ordered the murder of Ruth First. Amid controversy, he was granted amnesty by the Commission on the grounds that Ruth First's death had occurred in the context of political struggle.
Several streets in the Netherlands, the United Kingdom, and South Africa are named after Ruth First.
Ruth First in Pretoria
Zitkála-Šá Gabriella Milia
Viola Gesmundo
Zitkala-Ša, "Uccello rosso" in lingua Sioux, conosciuta anche con il nome inglese Gertrude Simmons Bonnin, giornalista, scrittrice, attivista e musicista, diede voce alle popolazioni native americane e lottò per la loro dignità e per i loro diritti. La sua attività giornalistica si concentrò sulla denuncia delle ingiustizie subite e sulla promozione della cultura e delle tradizioni indigene, per cui si impegnò tutta la vita.
Nacque il 22 febbraio 1876 in una riserva Sioux nel Dakota del Sud. Figlia di madre Sioux Yankton e padre francese, adottò il nome Zitkala-Ša da adolescente. Il padre abbandonò presto la famiglia e la giovane rimase con la madre nella riserva fino a otto anni quando, insieme ad altri bambini e bambine, fu prelevata dai missionari quaccheri e condotta a studiare al White's Manual Labor Institute, nell'Indiana. Frequentò la scuola per tre anni e lì fu costretta a tagliare i suoi lunghi capelli e a pregare da cristiana soffrendo terribilmente per le forzature imposte dalla classe insegnante, mirate a privare le/gli studenti della loro cultura. Tuttavia imparò con passione a leggere, scrivere e suonare il violino. Quando rientrò nella riserva, si rese conto di essere cambiata: era ancora una Sioux ma in modo diverso, segnata dalla cultura maggioritaria alla quale, però, non si omologò mai. A quindici anni, Zitkala-Ša decise di tornare al White's Manual Labor Institute, dove studiò pianoforte e violino, quindi iniziò a insegnare musica.
«Il mio spirito ferito si librava come un uccello mentre mi esercitavo al pianoforte e al violino», scrisse. (Gina Capaldi, Red Bird Sings: The Story of Zitkala-Sa, Native American Author, Musician, and Activist, Millbrook Press, Minneapolis 2011).
A 19 anni, contro il volere della madre, si iscrisse all'Earlham College di Richmond, anch'essa una scuola quacchera, e si diplomò nel 1897. Durante questo periodo, iniziò a raccogliere storie della tradizione di diverse tribù native e le tradusse in latino e in inglese perché le potessero leggere bambine e bambini. Per due anni insegnò alla Indian industrial school di Carlisle, in Pennsylvania, ma non accettò di condividere la severa disciplina della scuola e il suo programma di studi concepito per insegnare i costumi e la storia euroamericani, sradicando così l'identità culturale nativa americana delle scolaresche. «Forse la mia essenza indiana è come un vento lamentoso che li agita [gli insegnanti] mentre raccontano il loro presente. Ma, per quanto tumultuosa sia la mia interiorità, si manifesta come la voce sommessa di una conchiglia dai colori insoliti, udibile solo da chi è disposto ad ascoltarla con empatia», Bernd C. Peyer, American Indian nonfiction: an anthology of writings, 1760s–1930s, University of Oklahoma Press, Norman, ed. 2007).
Durante il suo soggiorno a Carlisle, Zitkala-Ša pubblicò diversi racconti e saggi autobiografici sulle riviste nazionali The Atlantic Monthly e Harper’s Monthly. Uno dei suoi scritti più noti è Impressions of an indian childhood, in cui narrò la sua infanzia e le sfide affrontate nel bilanciare la cultura nativa con le influenze occidentali. Nell’articolo The school days of an indian girl, pubblicato dall’Atlantic, raccontò la sua esperienza di vita nella scuola per persone bianche descrivendo l’arrivo, le emozioni contrastanti e le difficoltà incontrate. Venne privata dei suoi vestiti tradizionali e costretta a indossare un'uniforme, simbolo della perdita della propria identità culturale. Si sentì alienata e triste, ma allo stesso tempo determinata a imparare e a trovare il suo posto in questo nuovo ambiente. Infatti, nonostante l’esperienza traumatica, si rese conto che l’educazione occidentale e le umiliazioni che comportava erano necessarie per poter combattere le ingiustizie della società bianca, usando le stesse armi. The school days of an indian girl è una riflessione toccante e potente sulla crescita, l’affermazione dell'identità e la lotta per la dignità in un contesto di oppressione culturale. Nel 1901 fu inviata dal fondatore della scuola di Carlisle alla riserva di Yankton per reclutare studenti. Era la sua prima visita dopo diversi anni e rimase molto turbata perché trovò la casa materna in rovina e la famiglia d i suo fratello ridotta in povertà, mentre i coloni bianchi iniziavano a occupare le terre della riserva. Nel 1902 sposò Raymond Talesfase Bonnin, anch’egli euroamericano e Sioux come lei, e insieme si trasferirono in una riserva nello Utah dove vissero per quattordici anni.
Zitkala-Ša divenne corrispondente della Società degli indiani d’America, la prima organizzazione riformista a essere amministrata interamente da nativi americani. Quando fu nominata segretaria nazionale, si trasferì con il marito a Washington e divenne molto attiva politicamente. Tra il 1916 e il 1924 si concentrò sulla scrittura di opere a tema politico. Scrisse diversi articoli per The american indian magazine, una rivista mensile nata nel 1916 per dare voce alle comunità indiane d'America. Inoltre, iniziò a tenere conferenze per sensibilizzare l'opinione pubblica sui problemi delle/dei nativi americani. Negli anni Venti, promosse un movimento panindiano per unire le tribù nella lotta per i diritti di cittadinanza, fino all'approvazione dell'Indian Citizenship Act nel 1924, che garantì la cittadinanza alle persone native che non ne erano già in possesso. Tuttavia, la discriminazione continuava e in alcuni Stati il diritto di voto era ancora negato. Zitkala-Ša si impegnò anche nel movimento per i diritti delle donne, unendosi nel 1921 alla General Federation of Women's clubs (Gfwc), un'organizzazione che dava voce ai problemi femminili. Attraverso di essa, contribuì a lanciare un'indagine governativa sullo sfruttamento delle/dei nativi americani in Oklahoma e sui tentativi di privarli delle loro terre ricche di petrolio.
Nel 1921 fu stampato American Indian Stories, nel quale erano stati raccolti racconti e articoli già pubblicati dall’Atlantic Monthly e da Harper’s Monthly come Impressions of an indian childhood e The school days of an indian girl. Nel 1926 Zitkala-Ša, insieme a suo marito, fondò il Consiglio nazionale degli indiani d'America (Ncai) per unire le tribù e per incoraggiare le persone native ad aiutare sé stesse, a proteggere i loro diritti e a ottenere giustizia sociale, sensibilizzando l’opinione pubblica e le istituzioni. Riguardo lo scopo principale del Consiglio, Zitkala-Ša disse:
«Dobbiamo ricorrere a questo mezzo di protezione reciproca prima o poi e non dobbiamo preoccuparci o trovare da ridire su cose di poco conto; ma guardiamo tutti alle grandi cose che è possibile realizzare se uniamo veramente le nostre forze; se il popolo indiano vuole vivere e vuole che i propri figli vivano, deve ORGANIZZARSI; quindi deve unirsi a noi».
(Julianne Newmark, "Claims to Political Place through the National Council of American Indians: Locating Gertrude and Raymond Bonnin in the Nation's Capital", Modern Language Studies, vol. 45, Northeast Modern Language Association, 2015).
Zitkala-Ša fu presidente del Ncai fino alla morte che sopraggiunse il 26 gennaio 1938 a Washington, all'età di 61 anni. Fu sepolta, con il nome di Gertrude Simmons Bonnin, nel Cimitero nazionale di Arlington, accanto al marito Raymond. Anche il suo ultimo gesto rappresentò una dichiarazione politica, poiché richiese che sulla lapide fosse incisa una tenda indiana, a sottolineare la propria identità indigena in un luogo che onorava cittadine e cittadini americani. Zitkala-Ša si considerò per tutta la vita sia Dakota Sioux che americana, e quel simbolo continua a riflettere questa doppia identità ancora oggi.
Nel 1994, un cratere su Venere di 28,5 km di diametro fu chiamato "Bonnin" in onore di Zitkala-Ša. Nel 2020 le fu intitolato un parco nel quartiere di Lyon Park, nella contea di Arlington, in Virginia, vicino a Washington, dove aveva vissuto per un periodo. Nel 2023 il governo degli Stati Uniti ha scelto di rappresentare Zitkala-Ša sulla moneta da un quarto di dollaro, emessa l'anno successivo; è ritratta mentre indossa un abito tradizionale Yankton Sioux e tiene in mano un libro, che rappresenta il suo lavoro come scrittrice e il suo attivismo per i diritti dei popoli nativi. Un sole stilizzato dietro di lei simboleggia il suo impegno nell'opera The Sun Dance di cui aveva scritto il libretto, mentre un uccello cardinale ne ricorda il nome.
Traduzione francese Camilla Dabini
«Oiseau rouge» en langue sioux, connue aussi sous le nom anglais de Gertrude Simmons Bonnin, journaliste, écrivaine, militante et musicienne, donne une voix aux peuples amérindiens et lutte pour leur dignité et leurs droits. Son activité journalistique se concentre sur la dénonciation des injustices subies et sur la promotion de la culture et des traditions autochtones, cause à laquelle elle consacre toute sa vie.
Naît le 22 février 1876 dans une réserve sioux du Dakota du Sud, fille d’une mère sioux yankton et d’un père français, elle adopte le nom de Zitkala-Ša à l’adolescence. Son père abandonne tôt la famille et la jeune fille reste avec sa mère dans la réserve jusqu’à l’âge de huit ans lorsque, avec d’autres enfants, elle est emmenée par des missionnaires quakers pour étudier au White’s Manual Labor Institute, dans l’Indiana. Elle fréquente l’école pendant trois ans, y est contrainte de couper ses longs cheveux et de prier comme les chrétiennes et souffre terriblement des impositions du corps enseignant, destinées à priver les élèves de leur culture. Toutefois, elle apprit avec passion à lire, à écrire et à jouer du violon. Lorsqu’elle retourne dans la réserve, elle se rend compte d'être changée: elle était toujours sioux, mais autrement, marquée par la culture dominante à laquelle, cependant, elle ne se conforma jamais. À quinze ans, Zitkala-Ša décide de retourner au White’s Manual Labor Institute, où elle étudie le piano et le violon, puis ici, commence à enseigner la musique.
«Mon esprit blessé s’élevait comme un oiseau lorsque je m’exerçais au piano et au violon» écrivit-elle. (Gina Capaldi, Red Bird Sings: The Story of Zitkala-Sa, Native American Author, Musician, and Activist, Millbrook Press, Minneapolis 2011).
À dix-neuf ans, contre la volonté de sa mère, elle s'inscrit à l’Earlham College de Richmond, également une école quaker, et obtient son diplôme en 1897. Pendant cette période, elle commence à recueillir des récits de la tradition de différentes tribus autochtones et les traduit en latin et en anglais afin que les enfants puissent les lire. Pendant deux ans, elle enseignera à l’Indian Industrial School de Carlisle, en Pennsylvanie, mais elle refusera d’adhérer à la discipline sévère de l’école et à son programme d’études conçu pour enseigner les coutumes et l’histoire euro-américaines, déracinant ainsi l’identité culturelle amérindienne des élèves. «Peut-être que mon essence indienne est comme un vent plaintif qui les agite [les enseignants] lorsqu’ils racontent leur présent. Mais, si tumultueuse que soit mon intériorité, elle se manifeste comme la voix assourdie d’un coquillage aux couleurs insolites, audible seulement par ceux qui sont disposés à l’écouter avec empathie», Bernd C. Peyer, American Indian Nonfiction: An Anthology of Writings, 1760s–1930s, University of Oklahoma Press, Norman, éd. 2007).
Durant son séjour à Carlisle, Zitkala-Ša publie plusieurs récits et essais autobiographiques dans les revues nationales The Atlantic Monthly et Harper’s Monthly. L’un de ses écrits les plus connus est Impressions of an Indian Childhood, dans lequel elle raconte son enfance et les défis rencontrés pour concilier la culture autochtone et les influences occidentales. Dans l’article The School Days of an Indian Girl, publié par The Atlantic, elle raconte son expérience dans une école pour blancs, décrivant son arrivée, ses émotions contrastées et les difficultés affrontées. Elle sera privée de ses vêtements traditionnels et contrainte de porter un uniforme, symbole de la perte de son identité culturelle. Elle se sentira aliénée et triste, mais en même temps déterminée à apprendre et à trouver sa place dans ce nouvel environnement. En effet, malgré l’expérience traumatisante, elle comprit que l’éducation occidentale et les humiliations qu’elle a subit sont nécessaires pour pouvoir combattre les injustices de la société blanche en utilisant les mêmes armes. The School Days of an Indian Girl est une réflexion émouvante et puissante sur la croissance, l’affirmation de l’identité et la lutte pour la dignité dans un contexte d’oppression culturelle.En 1901, elle est envoyée par le fondateur de l’école de Carlisle dans la réserve de Yankton pour recruter des élèves. C’est sa première visite après plusieurs années et elle en est profondément bouleversée: elle trouve la maison maternelle en ruine et la famille de son frère réduite à la pauvreté, tandis que des colons blancs commencent à occuper les terres de la réserve. En 1902, elle épouse Raymond Talesfase Bonnin, lui aussi à la fois euro-américain et sioux, et ils s'installent ensemble dans une réserve en Utah, où ils vivront pendant quatorze ans.
Zitkala-Ša devient correspondante de la Société des Indiens d’Amérique, la première organisation réformiste administrée entièrement par des Amérindiens. Lorsqu’elle est nommée secrétaire nationale, elle s’installe avec son mari à Washington et devient très active politiquement. Entre 1916 et 1924, elle se consacre à l’écriture d’ouvrages à caractère politique. Elle rédige plusieurs articles pour The American Indian Magazine, revue mensuelle fondée en 1916 pour donner une voix aux communautés amérindiennes. Elle commence également à donner des conférences afin de sensibiliser l’opinion publique aux problèmes des peuples autochtones. Dans les années 1920, elle promeut un mouvement panindien visant à unir les tribus dans la lutte pour les droits de citoyenneté, jusqu’à l’adoption de l’Indian Citizenship Act en 1924, qui accorde la citoyenneté aux Amérindiens qui ne la possédaient pas encore. Toutefois, la discrimination persiste et, dans certains États, le droit de vote leur est encore refusé. Zitkala-Ša s'engage également dans le mouvement pour les droits des femmes, en adhérant en 1921 à la General Federation of Women’s Clubs (GFWC), une organisation qui donne une voix aux questions féminines. Par son intermédiaire, elle contribue à lancer une enquête gouvernementale sur l’exploitation des Amérindiens en Oklahoma et sur les tentatives de les priver de leurs terres riches en pétrole.
En 1921 le journal American Indian Stories, publie une recueil rassemblant des récits et articles déjà parus dans The Atlantic Monthly et Harper’s Monthly, tels que Impressions of an Indian Childhood et The School Days of an Indian Girl. En 1926, Zitkala-Ša, avec son mari, fonde le Conseil national des Indiens d’Amérique (NCAI) afin d’unir les tribus et d’encourager les Autochtones à s’entraider, à protéger leurs droits et à obtenir la justice sociale, tout en sensibilisant l’opinion publique et les institutions. À propos de l’objectif principal du Conseil, elle déclara:
«Nous devons recourir tôt ou tard à ce moyen de protection mutuelle et ne pas nous inquiéter ni trouver à redire sur des choses de peu d’importance ; regardons plutôt les grandes choses qu’il est possible d’accomplir si nous unissons réellement nos forces ; si le peuple indien veut vivre et veut que ses enfants vivent, il doit S’ORGANISER; il doit donc se joindre à nous».
(Julianne Newmark, «Claims to Political Place through the National Council of American Indians: Locating Gertrude and Raymond Bonnin in the Nation’s Capital», Modern Language Studies, vol. 45, Northeast Modern Language Association, 2015).
Zitkala-Ša sera présidente du NCAI jusqu’à sa mort, survenue le 26 janvier 1938 à Washington, à l’âge de 61 ans. Elle sera enterrée, sous le nom de Gertrude Simmons Bonnin, au cimetière national d’Arlington, aux côtés de son mari Raymond. Son dernier geste sera lui aussi une déclaration politique: elle demandera qu’un tipi indien soit gravé sur sa pierre tombale, afin d’affirmer son identité autochtone dans un lieu honorant les citoyens américains. Zitkala-Ša se considéra toute sa vie à la fois comme Dakota Sioux et comme Américaine, et ce symbole continue aujourd’hui encore à refléter cette double identité.
En 1994, un cratère de 28,5 km de diamètre sur Vénus sera nommé «Bonnin» en son honneur. En 2020, un parc du quartier de Lyon Park, dans le comté d’Arlington, en Virginie, près de Washington, où elle avait vécu un temps, recevra son nom. En 2023, le gouvernement des États-Unis choisit de représenter Zitkala-Ša sur une pièce de vingt-cinq cents, émise l’année suivante: elle y est représentée portant une robe traditionnelle yankton sioux et tenant un livre, symbole de son travail d’écrivaine et de son engagement pour les droits des peuples autochtones. Un soleil stylisé derrière elle évoque son implication dans l’œuvre The Sun Dance, dont elle avait écrit le livret, tandis qu’un cardinal rappelle son nom, «Oiseau rouge».
Traduzione spagnola Francesca Cannata
Zitkála-Šá, «Pájaro rojo» en lengua Sioux, conocida también con el nombre inglés Gertrude Simmons Bonnin, periodista, escritora, activista y música, dio voz a los pueblos nativos americanos y luchó por sus dignidades y por sus derechos. Su actividad periodística se enfocó en la denuncia de las injusticias sufridas y en la promoción de la cultura y de las tradiciones indígenas, con las que se comprometió toda su vida.
Nació el 22 de febrero de 1876 en una reserva Sioux en el Dakota del sur. Hija de madre Sioux Yankton y padre francés, adoptó el nombre Zitkála-Šá, desde adolescente. Pronto, su padre abandonó a la familia y la joven se quedó con la madre en la reserva hasta los ocho años cuando, junto a otros niños y niñas, unos misioneros cuáqueros se la llevaron y la mandaron a estudiar en el White's Manual Labor Institute, en Indiana. Frecuentó la escuela durante tres años y allí la obligaron a cortar su pelo largo y a rezar como cristiana, sufriendo terriblemente a causa de las imposiciones del profesorado, finalizado a privar a los/las estudiantes de su cultura. Sin embargo, aprendió con gusto a leer, escribir y tocar el violín. Cuando regresó a la reserva, se dio cuenta de que había cambiado: todavía era una Sioux, pero de manera diferente, marcada per la cultura mayoritaria a la que nunca se homologó. A los quince años, Zitkála-Šá, decidió a volver al White's Manual Labor Institute, en el que estudió piano y violín, y luego empezó a enseñar música.
«Mi espíritu herido planeaba como un pájaro mientras me ejercitaba con el piano y el violín» escribió. (Gina Capaldi, Red Bird Sings: The Story of Zitkala-Sa, Native American Author, Musician, and Activist, Millbrook Press, Minneapolis 2011).
A los 19 años, contra la voluntad de su madre, se matriculó en el Earlham College de Richmond, otra escuela cuáquera, y se diplomó en 1897. Durante este periodo, empezó a recoger historias de las tradiciones de distintas tribus nativas y las tradujo al latín y al inglés para que las niñas y los niños pudieran leerlas. Durante dos años enseñó en la Indian industrial school de Carlisle, en Pennsylvania, pero no aceptó compartir la rigurosa disciplina de la escuela y su programa de estudios pensado para enseñar las costumbres y la historia euroamericana, desarraigando así la identidad cultural nativa americana de sus escolares. «Tal vez mi esencia india es como un viento quejoso que los agita [a los enseñantes] mientras cuentan su presente. Pero, por muy tumultuosa que sea mi interioridad, se manifiesta como la voz sumisa de una concha de colores inusuales, que solo pueden oir quienes están despuestos a escucharla con empatía», (Bernd C. Peyer, American Indian nonfiction: an anthology of writings, 1760s–1930s, University of Oklahoma Press, Norman, ed. 2007).
Durante su permanencia en Carlisle, Zitkala-Ša publicó distintos cuentos y ensayos autobiográficos en las revistas nacionales «The Atlantic Monthly» y «Harper’s Monthly». Uno de sus escritos más conocidos es Impressions of an indian childhood, en el que contó su infancia y los desafíos enfrentados al contrapesar la cultura nativa con las influencias occidentales. En el artículo The school days of an indian girl, publicado por el «Atlantic», contó su experiencia de vida en la escuela para personas blancas describiendo su llegada, las emociones contrapuestas y las dificultades encontradas. La privaron de sus vestidos tradicionales y la obligaron a ponerse una uniforme, símbolo de la pérdida de su propria identidad cultural. Se sintió transtornada y triste, pero al mismo tiempo, determinada a aprender y encontrar su puesto en ese nuevo ambiente. Por eso, a pesar de la experiencia traumática, se dio cuenta de que la educación occidental y las humillaciones que conllevaba eran necesarias para poder luchar contra las injusticias de la sociedad blanca, utilizando sus mismas armas. The school days of an indian girl es una reflexión conmovedora y poderosa sobre el crecimiento, la afirmación de la identidad y la lucha por la dignidad en un contexto de opresión cultural. En 1901 fue invitada por el fundador de la escuela de Carlisle a la reserva de Yankton para reclutar estudiantes. Era su primera visita después de distintos años y se sintió perturbada porque encontró su casa materna en ruinas y la familia de su hermano reducida a la pobreza, mientras que los colonos blancos empezaban a ocupar las tierras de la reserva. En 1902 se casó con Raymond Talesfase Bonnin, también euroamericano y Sioux como ella, y juntos se trasladaron a una reserva en Utah donde vivieron catorce años.
Zitkála-Šá fue corresponsal de la Sociedad de los indios de América, la primera organización reformista administrada enteramente por nativos americanos. Cuando fue nombrada secretaria nacional, se trasladó con el marido a Washington y fue muy activa políticamente. Entre el 1916 y el 1924 se centró en escribir obras de temática política. Escribió distintos artículos para «The american indian magazine», una revista mensual nacida en 1916 para dar voz a las comunidades indias de América. Además, comenzó a dictar conferencias para sensibilizar a la opinión pública sobre los problemas de las nativas y nativos americanos. En los años Veinte promovió un movimiento panindio para unir las tribus en la lucha por los derechos de ciudadanía, hasta la aprobación del Indian Citizenship Act en 1924, que garantizó la ciudadanía a los/las nativos/as que aún no la tenían. Sin embargo, la discriminación seguía y en algunos Estados aún se negaba el derecho al voto. Zitkála-Šá se comprometió también con el movimiento para los derechos de las mujeres, uniéndose en 1921 a la General Federation of Women's clubs (Gfwc), una organización que daba voz a los problemas femeninos. A través suyo, contribuyó a lanzar una indagación gobernativa sobre las explotaciones de las nativas y nativos americanos/as en Oklahoma y los intentos de privarles de sus tierras ricas en petróleo.
En 1921 se publicó American Indian Stories, donde se recogían relatos y artículos ya publicados por el «Atlantic Monthly» y por «Harper’s Monthly» como Impressions of an indian childhood y The school days of an indian girl. En 1926 Zitkála-Šá, junto a su marido, fundó el Consejo nacional de los indios de América (NCAI) para unir las tribus y para animar a los nativos a ayudarse entre ellos, a proteger sus derechos y a obtener justicia social, sensibilizando a la opinión pública y las instituciones. En cuanto al objetivo principal del Consejo, Zitkála-Šá dijo:
«Antes o después, deberemos recurrir a este medio de protección recíproca y no tenemos que preocuparnos u objetar por cosas sin importancia; sino fijarnos en las grandes cosas que podemos lograr si unimos nuestras fuerzas de verdad; si el pueblo indio quiere vivir y quiere que sus hijos vivan, deben ORGANIZARSE; entonces deben unirse con nosotros».
(Julianne Newmark, Claims to Political Place through the National Council of American Indians: Locating Gertrude and Raymond Bonnin in the Nation's Capital, «Modern Language Studies», vol. 45, Northeast Modern Language Association, 2015).
Zitkála-Šá fue presidente del NCAI hasta su muerte, que ocurrió el 26 de enero de 1938 en Washington, a la edad de 61 años. Fue enterrada, con el nombre de Gertrude Simmons Bonnin, en el Cementerio nacional de Arlington, al lado de su marido Raymond. También su último gesto representó una declaración política, ya que pidió que en la lápida se grabara una tienda india, para subrayar su propria identidad indígena en un lugar que honraba a ciudadanas y ciudadanos americanos. Zitkála-Šá se consideró por toda su vida tanto Dakota Sioux como estadounidense, y aún hoy ese símbolo sigue reflejando semejante doble identidad.
En 1994, un cráter en Venus de 28,5 km de diámetro fue llamado “Bonnin” en honor a Zitkála-Šá. En 2020 le titularon un parque en el barrio de Lyon Park, en el distrito de Arlington, en Virginia, cerca de Washington, donde vivió un período. En 2023 el gobierno de los Estados Unidos decidió representar a Zitkála-Šá en la moneda de un cuarto de dólar, emitida el año siguiente; aparece retratada mientras lleva un vestido tradicional Yankton Sioux y con la mano sujeta un libro que representa su trabajo como escritora y su activismo por los derechos de los pueblos nativos. Un sol estilizado detrás de ella simboliza su compromiso en la ópera The Sun Dance (Ópera de la Danza del Sol, 2019) de la que había escrito el libreto, mientras un pájaro cardenal nos recuerda su nombre.
Traduzione inglese Syd Stapleton
Zitkala-Ša, “Redbird” in the Sioux language, also known by her English name Gertrude Simmons Bonnin, was a journalist, writer, activist, and musician who gave voice to Native American peoples and fought for their dignity and rights. Her journalistic work focused on denouncing the injustices suffered by her people and promoting indigenous culture and traditions, to which she devoted her entire life.
She was born on February 22, 1876, on a Sioux reservation in South Dakota. The daughter of a Yankton Sioux mother and a French father, she adopted the name Zitkala-Ša as a teenager. Her father abandoned the family early on, and she remained with her mother on the reservation until she was eight years old, when she was taken, along with other children, by Quaker missionaries and sent to study at the White's Manual Labor Institute in Indiana. She attended school for three years, where she was forced to cut her long hair and pray as a Christian, suffering terribly from the constraints imposed by the teaching staff, who aimed to deprive the students of their culture. However, she passionately learned to read, write, and play the violin. When she returned to the reservation, she realized she had changed: she was still a Sioux, but in a different way, marked by the majority culture, to which she never conformed. At the age of fifteen, Zitkala-Ša decided to return to White's Manual Labor Institute, where she studied piano and violin, then began teaching music.
«My wounded spirit soared like a bird as I practiced the piano and violin» she wrote. (Gina Capaldi, Red Bird Sings: The Story of Zitkala-Sa, Native American Author, Musician, and Activist, Millbrook Press, Minneapolis 2011).
At the age of 19, against her mother's wishes, she enrolled at Earlham College in Richmond, also a Quaker school, and graduated in 1897. During this period, she began collecting stories from the traditions of various Native American tribes and translated them into Latin and English so that girls and boys could read them. For two years, she taught at the Indian Industrial School in Carlisle, Pennsylvania, but she refused to share the school's strict discipline and its curriculum designed to teach Euro-American customs and history, thereby eradicating the Native American cultural identity of the schoolchildren. "Perhaps my Indian essence is like a mournful wind that stirs them [the teachers] as they tell their present. But, however tumultuous my inner self may be, it manifests itself as the soft voice of an unusually colored shell, audible only to those who are willing to listen to it with empathy," Bernd C. Peyer, American Indian nonfiction: an anthology of writings, 1760s–1930s, University of Oklahoma Press, Norman, ed. 2007).
During her stay in Carlisle, Zitkala-Ša published several autobiographical stories and essays in the national magazines The Atlantic Monthly and Harper's Monthly. One of her best-known writings is Impressions of an Indian Childhood, in which she recounted her childhood and the challenges she faced in balancing her native culture with Western influences. In the article The School Days of an Indian Girl, published by The Atlantic, she recounted her experience of life in a school for white people, describing her arrival, her mixed emotions, and the difficulties she encountered. She was deprived of her traditional clothes and forced to wear a uniform, a symbol of the loss of her cultural identity. She felt alienated and sad, but at the same time determined to learn and find her place in this new environment. In fact, despite her traumatic experience, she realized that Western education and the humiliation it entailed were necessary in order to fight the injustices of white society using the same weapons. The School Days of an Indian Girl is a touching and powerful reflection on growing up, asserting one's identity, and fighting for dignity in a context of cultural oppression. In 1901, she was sent by the founder of the Carlisle school to the Yankton reservation to recruit students. It was her first visit in several years, and she was very upset to find her mother's house in ruins and her brother's family reduced to poverty, while white settlers were beginning to occupy the reservation's land. In 1902, she married Raymond Talesfase Bonnin, who was also European American and Sioux like her, and together they moved to a reservation in Utah where they lived for fourteen years.
Zitkala-Ša became a correspondent for the Society of American Indians, the first reformist organization to be run entirely by Native Americans. When she was appointed national secretary, she moved with her husband to Washington and became very active politically. Between 1916 and 1924, she focused on writing politically themed works. She wrote several articles for The American Indian Magazine, a monthly magazine founded in 1916 to give a voice to Native American communities. She also began giving lectures to raise public awareness of Native American issues. In the 1920s, she promoted a pan-Indian movement to unite tribes in the fight for citizenship rights, culminating in the passage of the Indian Citizenship Act in 1924, which granted citizenship to Native Americans who did not already have it. However, discrimination continued and in some states the right to vote was still denied. Zitkala-Ša was also involved in the women's rights movement, joining the General Federation of Women's Clubs (GFWC) in 1921, an organization that gave voice to women's issues. Through this organization, she helped launch a government investigation into the exploitation of Native Americans in Oklahoma and attempts to deprive them of their oil-rich lands.
In 1921, American Indian Stories was published, a collection of stories and articles previously published in the Atlantic Monthly and Harper's Monthly, such as Impressions of an Indian Childhood and The School Days of an Indian Girl. In 1926, Zitkala-Ša, together with her husband, founded the National Council of American Indians (NCAI) to unite tribes and encourage Native people to help themselves, protect their rights, and achieve social justice by raising awareness among the public and institutions. Regarding the main purpose of the Council, Zitkala-Ša said:
«We must resort to this means of mutual protection sooner or later, and we must not worry or find fault with trifles; but let us all look at the great things that can be accomplished if we truly unite our forces; if the Indian people want to live and want their children to live, they must ORGANIZE; therefore, they must join us».
(Julianne Newmark, “Claims to Political Place through the National Council of American Indians: Locating Gertrude and Raymond Bonnin in the Nation's Capital,” Modern Language Studies, vol. 45, Northeast Modern Language Association, 2015).
Zitkala-Ša was president of the NCAI until her death on January 26, 1938, in Washington, at the age of 61. She was buried, under the name Gertrude Simmons Bonnin, in Arlington National Cemetery, next to her husband Raymond. Even her last act was a political statement, as she requested that an Indian teepee be engraved on her tombstone to emphasize her indigenous identity in a place that honored American citizens. Zitkala-Ša considered herself both Dakota Sioux and American throughout her life, and that symbol continues to reflect this dual identity today.
In 1994, a crater on Venus measuring 28.5 km in diameter was named ‘Bonnin’ in honor of Zitkala-Ša. In 2020, a park was named after her in the Lyon Park neighborhood of Arlington County, Virginia, near Washington, where she had lived for a time. In 2023, the US government chose to feature Zitkala-Ša on a quarter coin, issued the following year. She is depicted wearing a traditional Yankton Sioux dress and holding a book, representing her work as a writer and her activism for the rights of Native peoples. A stylized sun behind her symbolizes her commitment to the work The Sun Dance, for which she wrote the libretto, while a cardinal bird recalls her name.
27 febbraio 2026 - ore 18.00-19.00 on line
Evento Coffee talk: non solo mogli e madri Un viaggio nell'invisibilità delle donne.
23 febbraio 2026 - alle ore 10:00 - Montecatini Terme - Palazzo del Turismo, Viale Verdi 68, (PT)
presso il Palazzo del Turismo, inaugurazione della Mostra Donne e Scienza: esplora il mondo Stem. L'esposizione, che sarà visitabile gratuitamente fino al 12 marzo, è stata organizzata dall'Amministrazione comunale di Montecatini in collaborazione con Tf e l'Istituto comprensivo "Galileo Chini"
Venerdì 20 febbraio 2026 ore 17:00
All'interno del Progetto Cosmopolita patrocinato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, il 20 febbraio 2026 ci sarà il Salotto virtuale dedicato alle Nobel per la pace, con Fiorenza Taricone e Laura Candiani. Modererà l'incontro Sara Marsico.
Martedì 17 febbraio 2026 ore 18, Museo Broggi di Melegnano (MI)
nella sede del Museo Broggi di Melegnano, Toponomastica femminile, con Sara Marsico e Tina Secondo presenteranno il libro di Raffaella Calgaro Dove sei madre, in collaborazione con la Commissione Cultura della sezione del Cai Melegnano. Letture a cura di Laila Temporin del Cai Melegnano..
Sabato 14 febbraio 2026, ore 18:00, Piazza della Vittoria, Lodi (LO)
nell'ambito di LoveLodi 2026 - performance che parte dal silenzio della piazza per esplodere in una coreografia Afro-Urban Fusion - si riprenderà OBR alle ore 18.00 per coinvolgere la cittadinanza in un San Valentino all'insegna di meno cioccolatini e più rispetto e libertà.
Venerdì 13 febbraio 2026, dalle ore 11:00 alle ore 13:00, Piazza Castello, Lodi (LO)
si terrà in piazza Castello a Lodi, dalle ore 11.30 alle 13.00, il flash mob OBR-ONE BILLION RISING, in preparazione di un San Valentino di rispetto e parità, rivolto a scolaresche e cittadinanza.
Una città tutta per noi, Passeggiata a Barletta, tra patrimonio storico e memoria delle donne.
Domenica 25 gennaio 2026, alle ore 16.30, a Lodi, presso il Museo Archinti (LO)
Presentazione del libro GRAZIA di Federica Seneghini, con un saggio di Marco Giani.
Ida Bell Wells Rossana Laterza
Viola Gesmundo
Era nata in schiavitù a Holly Springs (Mississippi) nel 1862 primogenita di James Wells e Elisabeth Warren entrambi schiavi: lui figlio del padrone e di una schiava e lei originaria della Virginia, arrivata in Mississippi dopo essere stata venduta due volte dai mercanti. Sposati da schiavi, dopo l’Emancipation Proclamation del 1863 si risposarono da liberi. Nell’autobiografia Crusade for Justice Wells ne ricorda la ricerca identitaria delle radici nella dispersione e il coraggio di pretendere il rispetto dei propri diritti. La madre continuava a mandare lettere «da qualche parte in Virginia» senza mai ricevere risposta e il padre falegname, licenziato dopo essersi rifiutato di votare per i democratici come gli aveva ordinato il datore di lavoro bianco, era riuscito ad avviare un’attività in proprio prosperando negli affari e impegnandosi in azioni solidali e nell’elevazione culturale della comunità.
Finita la Guerra Civile cominciò il difficile periodo della Ricostruzione durante il quale gli Stati del Sud non vollero riconoscere i diritti della popolazione afroamericana sanciti dagli emendamenti costituzionali XIII, XIV e XV: proibizione della schiavitù, estensione della cittadinanza alla popolazione afroamericana e divieto di negare il diritto di voto in ragione della razza, del colore o della precedente condizione di schiavitù. Ovunque al Sud si scatenò la violenza razziale dei suprematisti bianchi, ex proprietari di schiavi, isolati cittadini, membri di organizzazioni segrete o paramilitari come il Ku Klux Klan e la White League. I feroci massacri furono documentati dalle stesse autorità e dall’esercito inviati al Sud. Nella prefazione all’autobiografia Crusade for Justice Wells dichiarò che mancava una storia razziale del periodo della Ricostruzione scritta dalle persone nere che documentasse le lotte della popolazione afroamericana in difesa dei diritti appena concessi dal governo e che le giovani generazioni avrebbero dovuto conoscere per trarne esempi e modelli virtuosi.
«Abbiamo la storia della schiavitù di Frederick Douglass così come lui la conobbe e la visse. Ma del periodo di tempesta e tensione seguito alla Guerra Civile, del Ku Klux Klan, dei brogli elettorali, degli omicidi indiscriminati di neri che cercavano di esercitare i loro nuovi diritti di uomini e cittadini liberi, dell’invasione dei Carpetbag, su cui il Sud bianco ha pubblicato così tante falsità e della vita politica dei neri di quell’epoca, la nostra razza ha ben poco di proprio che si possa definire autentico… La storia di questo intero periodo che ha riversato gloria sulla razza dovrebbe essere conosciuta… la maggior parte di essa è sepolta nell’oblio mentre nelle biblioteche pubbliche e nei testi universitari si trovano solo le false interpretazioni dell’uomo bianco del Sud».
Entrambi i genitori morirono di febbre gialla e a quattordici anni Wells, che aveva frequentato la scuola pubblica con successo, rifiutò di dividere i fratelli e le sorelle minori fra cui una disabile, affidandoli ad altre famiglie e con l’aiuto della nonna se ne prese cura personalmente. Avendo sostenuto l’esame per diventare maestra di campagna fu assunta a venticinque dollari al mese:
«Tornavo a casa ogni venerdì pomeriggio, percorrendo le sei miglia a dorso di un grosso mulo. Passavo il sabato e la domenica a lavare, stirare e cucinare per i bambini, e tornavo alla scuola di campagna la domenica pomeriggio».
Morta la nonna si trasferì a Memphis su invito di una zia portando con sé le sorelle, mentre i fratelli rimasero a lavorare in una fattoria. Sostenne l’esame per diventare insegnante comunale nella contea di Shelby che raggiungeva in treno. Intanto mentre al Sud le leggi locali aggiravano gli emendamenti costituzionali della Ricostruzione impedendo agli individui afroamericani l’esercizio del diritto di voto, la Corte Suprema degli Stati Uniti legittimava la segregazione razziale delle Jim Crow Laws, di fatto già operanti in tutti gli Stati del Sud in nome del principio «separati, ma uguali». Tutti potevano accedere ai servizi, ma in modalità diverse dividendo le attività dei bianchi da quelle dei neri. Si applicò in tutti gli ambiti una rigida separazione razziale gerarchica finalizzata a mantenere in condizioni di degrado e inferiorità la popolazione afroamericana. Differenziato l’accesso all’istruzione, ai trasporti, ai ristoranti, agli ospedali, ai posti di lavoro, ai servizi igienici, alle sale d’aspetto, a tutti i locali pubblici, destinando alle persone coloured i servizi peggiori e più scadenti per mantenerle al rango di cittadinanza di serie B.
Durante uno dei suoi viaggi in treno, prima dell’adozione ufficiale delle famigerate leggi in Mississippi, Wells morse la mano di un controllore che voleva costringerla con la forza a trasferirsi dalla carrozza per signore al vagone dove erano stipati fumatori e gente nera. Il controllore chiamò in aiuto un facchino e i due faticarono non poco per riuscire a trascinarla via dal suo posto. Alla fine Wells, tra la derisione e gli insulti di donne e uomini bianchi che avevano assistito alla scena, preferì scendere dal treno. Era il 1884 e fece causa alla Chesapeake & Ohio Railroad ingaggiando un avvocato afroamericano, ma avendo scoperto che era stato comprato dalle ferrovie si rivolse a un legale bianco ottenendo un risarcimento di 500 dollari. Il caso fece clamore, ma l’appello delle ferrovie alla corte suprema del Tennessee fece annullare il verdetto nel 1887 e Wells venne attaccata dalla stampa bianca. Intanto approfondiva la sua formazione culturale leggendo autonomamente e frequentando la scuola domenicale; divenne collaboratrice dell’Evening Star, un giornale afroamericano di cui presto assunse la direzione. I suoi articoli erano molto apprezzati perché in modo chiaro e accessibile trattavano questioni, problemi e ingiustizie comuni nella vita quotidiana della gente di colore. Estese la sua collaborazione al settimanale Living Way scrivendo con lo pseudonimo di Iola articoli che venivano copiati e commentati anche da altri giornali neri del Paese. Trasferitasi in California al seguito della zia per la quale sentiva un debito di riconoscenza, trovò lavoro in scuole diverse, ma riconfermata insegnante a Memphis preferì tornarvi per continuare a svolgere anche l’attività di giornalista. Presto le venne offerto di collaborare all’American Baptist di Louisville, Kentucky. Fu un trampolino di lancio, le sue collaborazioni con i principali giornali afroamericani si moltiplicarono:
«Era la prima volta che qualcuno si offriva di pagarmi per il lavoro che avevo svolto con piacere. Non avevo mai sognato di ricevere un compenso, perché ero troppo felice al pensiero che i giornali mi dessero spazio».
Prima rappresentante donna, fece parte dello staff della Coloured Press Association; eletta segretaria della National Press Association alla conferenza stampa di Washington D.C. nel 1889 entrò in contatto con i più illustri esponenti dell’attivismo e del giornalismo afroamericano:
«È diventata famosa come una delle poche nostre donne che maneggiano una penna d’oca con punta di diamante con la stessa facilità di qualsiasi uomo nel giornalismo… Ha un bel carattere ed è acuta come una trappola d’acciaio… Nessuna scrittrice, compresa la comunità maschile, è stata citata più ampiamente, nessuna ha inferto colpi più duri ai torti e alle debolezze della razza».
Così Timothy F. Fortune sul New York Age, uno dei giornali afroamericani più influenti. Per garantirsi un’entrata stabile continuava a fare anche l’insegnante e nel 1889 acquistò una quota del Free Speech Headlight di Memphis (che chiamò semplicemente Free Speech) diventandone direttrice. Ma a seguito di un articolo fortemente critico sulle condizioni deplorevoli degli edifici delle scuole segregate per afroamericane/i e sui sistemi di reclutamento del personale docente incompetente venne licenziata.
«Avevo corso un rischio nell’interesse dei bambini della nostra razza e avevo perso. La parte peggiore fu la mancanza di apprezzamento dei genitori…"non avresti dovuto farlo; avresti dovuto sapere che ti avrebbero licenziata”…Fino a quel momento avevo pensato che qualsiasi lotta intrapresa nell’interesse della razza avrebbe avuto il suo appoggio. Imparai allora che non potevo contare su questo».
Sul Free Speech criticò aspramente la «clausola di comprensione» del Mississippi del 1890 che, come le altre barriere innalzate dagli Stati del Sud (test di alfabetizzazione, tassa elettorale ecc), limitava di fatto l’esercizio del diritto di voto delle persone afroamericane:
«qualsiasi cittadino in grado di comprendere una clausola della Costituzione, quando gli viene letta, sarà dichiarato avente diritto al voto. Fu facile (per i bianchi) decidere che pochissimi neri capivano le clausole della Costituzione che avevano deciso di leggere loro».
Quando attaccò parte del clero afroamericano accusandolo di essere intellettualmente impreparato e non all’altezza di guidare la popolazione afroamericana venne stigmatizzata dall’alleanza dei predicatori che rischiava di perdere la propria influenza. Viaggiava per promuovere la diffusione del giornale raccogliendo abbonamenti, sottoscrizioni e reclutando corrispondenti e si trovava a Natchez (Mississippi) quando nel marzo del 1892 a Memphis furono linciati i tre afroamericani Calvin Mac Dowell, Henry Stuart e Thomas Moss, noto alla comunità per essere un cittadino onesto e operoso e amico di Wells che aveva fatto da madrina alla sua bambina. I tre erano titolari della People’s Grocery Company, una drogheria bene avviata in un quartiere a maggioranza afroamericana chiamato Curve. Per ragioni di rivalità commerciale M. H. Barrett, il bianco che fino al loro arrivo aveva avuto il monopolio del commercio nel quartiere, non perdeva occasione per molestarli e cercare pretesti per provocare risse due delle quali misero in fuga i bianchi. A quel punto Barrett denunciò i droghieri e, informatosi del giorno in cui gli agenti avrebbero notificato la denuncia, fece girare la voce falsa che i bianchi avrebbero assalito la People’s Grocery Company. Mentre per le strade si riunivano assembramenti di bianchi gli afroamericani, consultato un legale sull’opportunità di armarsi, si misero di guardia sul retro del negozio e scambiando gli agenti per assalitori ne ferirono alcuni. I droghieri furono arrestati e l’evento, duramente condannato dalla stampa bianca razzista, fu il pretesto per perquisizioni, arresti, saccheggi e maltrattamenti ai danni della comunità afroamericana. Quattro giorni dopo avvenne il linciaggio: le autorità politiche locali disarmarono i Tennessee Riflees, la milizia nera che presidiava la prigione per respingere eventuali linciatori, e lasciarono il via libera alla folla di bianchi. I prigionieri prelevati dalla prigione e condotti su una locomotiva di manovra delle ferrovie oltre i confini della città furono assassinati brutalmente. Il giorno dopo un giornale del mattino riportava i particolari del linciaggio, segno che c’erano dei testimoni oculari. A Mac Dowell che si era difeso lottando avevano cavato gli occhi mentre le ultime parole di Moss erano state: «Dite alla mia gente di andare all’Ovest. Qui non c’è giustizia per loro». Al ritorno Wells fece proprio il messaggio di Moss e sul Free Speech invitò la sua gente a lasciare la città. Di fronte ai linciaggi non si poteva fare nulla, ai neri era proibito comprare armi per difendersi.
«C’è quindi solo una cosa che possiamo fare : risparmiare i nostri soldi e lasciare una città che non proteggerà le nostre vite e le nostre proprietà, né ci concederà un giusto processo in tribunale, ma ci porterà fuori e ci ucciderà a sangue freddo quando accusati da persone bianche».
Si verificò un esodo da Memphis che assunse l’aspetto di un boicottaggio generale in quanto molte famiglie vendettero le proprietà e abbandonarono le case e il lavoro partendo con i carri o a piedi per non usare la ferrovia e i tram al punto che gli affari crollarono, non si trovava personale che lavorasse e i consumi si contrassero. Wells riferì che i rappresentanti della City Railway Company chiedendole di usare la sua influenza per far tornare la gente a usare i tram dichiararono: «La compagnia dei tram non c’entra nulla con i linciaggi… È di proprietà dei capitalisti del Nord», ma lei aveva risposto: «È gestita dai linciatori del Sud». Aveva saputo che tutta la popolazione bianca di Memphis era al corrente del linciaggio e lo aveva approvato e che lo stesso giudice del tribunale penale aveva fatto parte dei linciatori. Nessuno sarebbe stato mai arrestato o punito perché tutti erano colpevoli. Con il linciaggio di Memphis il suo punto di vista cambiò. Fino a quel momento aveva creduto che i linciaggi fossero praticati per punire le violenze sessuali ed era stata propensa a considerarli una pratica feroce, ma in qualche modo giustificabile se ricondotta alla difesa dell’onore delle donne bianche stuprate. Un’interpretazione largamente condivisa e influenzata, soprattutto fra la gente bianca, dalla rete di pregiudizi e falsi miti che rappresentavano la popolazione nera. Il linciaggio per stupro era giustificato in quanto difendeva l’onore delle donne bianche viste sempre come prede indifese e innocenti, vittime di uomini neri naturalmente portati a manifestare una sessualità bestiale e primitiva. E quando al contrario erano i bianchi a stuprare le donne nere la colpa ricadeva sulle afroamericane considerate appartenenti a una razza degradata, provocatrici e naturalmente ninfomani che rendevano i maschi bianchi vittime della loro lussuria. Il linciaggio di Memphis non rientrava nella casistica e Wells cominciò a indagare a fondo raccogliendo documenti, articoli, dati, testimonianze e statistiche, dimostrando che solo un terzo dei linciaggi aveva avuto come motivazione presunta aggressioni di uomini neri nei confronti di donne bianche e che in tutti i casi si trattava di accuse false fabbricate ad arte. Le relazioni interrazziali consensuali clandestine erano numerose e, una volta scoperte, venivano fatte passare per stupri allo scopo di giustificare l’eliminazione fisica dei neri che violavano le norme sociali.
«Le leggi contro il meticciato del Sud impedivano le unioni legali, ma lasciavano libero l’uomo bianco di sedurre le ragazze nere… mentre c’era la morte per il nero che cedeva alle avances delle donne bianche».
Già l’editore afroamericano del Montgomery Herald aveva scritto un articolo chiedendosi perché fossero aumentati i casi di rapporti interrazziali e aveva concluso:
«… noi sospettiamo fortemente che dipenda dal crescente apprezzamento di bianche Giuliette per colorati Romei».
Venne cacciato dalla città dopo aver firmato una dichiarazione in cui negava di aver voluto calunniare le donne bianche del Sud. Wells documentò molti casi di relazioni consenzienti che, una volta scoperte, avevano scatenato la furia omicida. Molte donne erano state costrette con la forza ad accusare i partner neri di stupro, altre li accusavano per timore di essere rimaste incinte con il rischio di dare alla luce bambine/i neri o perché temevano la riprovazione sociale, c’era chi, ingannando la famiglia, era riuscita a fuggire al Nord con il partner e altre ancora che, avendo protetto i partner tacendone l’identità, venivano ostracizzate dalla comunità. Tutte le accuse risultavano essere false e le prove dell’innocenza venivano distrutte. Wells registrò scrupolosamente le testimonianze della violenza efferata della folla che infliggeva torture, impiccava, bruciava vive le vittime trasformandole in torce umane raccogliendone alla fine ceneri, ossa, bottoni, denti o altri souvenir da mostrare orgogliosamente. Si rese conto che lo stupro era la scusa che giustificava le persone bianche ad agire oltre la legge e la ragione per cui anche la popolazione afroamericana del Nord non manifestava un’indignazione pubblica commisurata alla gravità dei fatti. Intendeva far emergere tutta la verità allo scopo di scuotere la coscienza di un Paese che, di fronte alla violazione del diritto e alla pratica sistematica della violenza di massa contro la popolazione afroamericana del Sud, si girava dall’altra parte. Il 21 maggio 1892, mentre si trovava in viaggio al Nord per valutare l’opportunità di trasferire la sede del giornale e prendere contatti con istituzioni impegnate sul fronte dei diritti civili, il Free Speech pubblicò il suo editoriale Otto neri linciati dall’ultimo numero del Free Speech:
«tre per aver ucciso un uomo bianco e cinque per stupro di donne bianche… Nessuno in questa parte dello Stato crede più alla vecchia storia falsa del nero che stupra le donne bianche. Se i bianchi del Sud non stanno attenti… si giungerà a una conclusione molto dannosa per la moralità delle loro donne»..
Per tutta risposta una folla razzista fomentata dalla stampa avversa, forte dell’impunità di cui godeva da parte delle forze di polizia e dei tribunali, distrusse la sede del Free Speech costringendo il comproprietario alla fuga e minacciando di morte Wells se fosse tornata in città. Lei si era già procurata una pistola per difendersi, ma, sempre più determinata a continuare a indagare per documentare tutta la verità, accettò l’offerta di lavoro di Timothy F. Fortune pubblicando due rubriche a settimana sul New York Age. Dietro richiesta di alcune lettrici cominciò a partecipare a piccole riunioni fino a quando si formò un comitato di duecentocinquanta donne che decisero di riunirsi per ascoltarla. estendendo l’invito anche ad altre cittadine di Brooklyn e di New York. La sera del 5 ottobre 1892, presso la Lyric Hall di New York gremita di afroamericane, Wells, che non aveva mai parlato a un pubblico così numeroso, seppe tenere inchiodata l’attenzione di tutte esprimendosi, come era nel suo stile, in modo chiaro e convincente. Raccontò gli eventi nei dettagli e riportò prove e testimonianze mentre per tutto il tempo copiose lacrime continuavano a rigarle il volto. La commozione era dovuta soprattutto al fatto di aver sentito la grande partecipazione emotiva delle astanti che gremivano la sala fra cui spiccavano «le principali donne di colore di Boston e Filadelfia», l’élite sociale e intellettuale afroamericana che avrebbe contribuito a sostenere la sua lotta contro la lynch law : non era più una voce solitaria e inascoltata.
Quelle donne avrebbero dato vita alla Wlu (Women’s Loyal Union), il primo club femminile afroamericano di New York seguito poi dalla Women’s Era di Boston che avrebbe preso il nome di Ida B. Wells Club. In quell’occasione Wells ricevette in dono una spilla a forma di penna che indossò sempre e il denaro che le permise di pubblicare l’opuscolo Southern Horrors: Linch Laws in All Its Phases con la prefazione di Frederick Douglass. Da quel momento al giornalismo investigativo militante Wells affiancò l’attività di conferenziera per combattere la sua «crociata per la giustizia». Ma mentre la stampa bianca «era muta» di fronte ai linciaggi, lei aveva attirato l’interesse di attiviste inglesi per i diritti umani in viaggio negli Stati Uniti e nel 1893 partì per un tour di conferenze in Gran Bretagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e gli organi di stampa. Ebbe un grande successo riuscendo a ottenere risoluzioni di condanna dei linciaggi dalle numerose assemblee religiose e laiche riunite per ascoltarla nelle principali città del Paese e calamitando l’interesse e l’ammirazione della stampa britannica. Tornò in patria convinta della necessità di rendere pubblica il più possibile la propria causa. A Chicago erano in corso le celebrazioni dell’Esposizione Universale Colombiana del 1893 da cui era stata esclusa la delegazione afroamericana che, con Frederick Douglass, aveva trovato ospitalità nel padiglione di Haiti. Wells organizzò immediatamente una raccolta fondi fra la popolazione nera delle diverse chiese di Chicago per stampare l’appello di Douglass intitolato La ragione per cui l’americano di colore non partecipa all’Esposizione Colombiana Mondiale,
«una chiara e semplice esposizione dei fatti riguardanti l’oppressione inflitta alla gente di colore in questa terra di libertà e patria di coraggiosi».
Diecimila copie dell’opuscolo furono distribuite alle persone in visita all’Esposizione. L’anno dopo tornò nuovamente in Gran Bretagna per una seconda campagna di sensibilizzazione contro i linciaggi che ottenesse di fare pressione presso la stampa, la politica e l’opinione pubblica statunitensi e di fatto i giornali riportarono i suoi successi, anche se ci fu chi la criticò per aver danneggiato l’immagine degli Stati Uniti all’estero. Prima del suo ritorno in patria si formò un Comitato Britannico Antilinciaggio che, oltre a personalità di spicco dell’area liberale, includeva lo stesso lo stesso Arcivescovo di Canterbury. Senza nominare direttamente Wells, il Comitato condannava la pratica dei linciaggi e, rispondendo alle richieste di aiuto della popolazione afroamericana, «intendeva ottenere informazioni attendibili sul tema dei linciaggi e degli attentati di massa in America». Nel 1895 in The Red Record (basato sull’analisi degli articoli pubblicati dai principali giornali bianchi) rivelò un numero impressionante di linciaggi di persone nere, fornendo statistiche sui presunti reati, distribuzione geografica e entità dei linciaggi e dimostrando che la quantità di vittime cresceva nella misura in cui aumentava la paura che la popolazione afroamericana potesse effettivamente accedere al potere politico e economico.
Dopo aver sposato Ferdinand L. Barnett, editore di The Chicago Conservator, Wells si sottrasse per un breve periodo agli impegni pubblici per dedicarsi alla famiglia e alla prole. Fondatrice dell’Alpha Suffrage Club di Chicago, la prima associazione suffragista di afroamericane, fu in conflitto con le femministe bianche della prima ondata per il razzismo delle loro scelte e il 3 marzo 1913, durante la prima parata suffragista di Washington, rifiutando di marciare in fondo, come era stato stabilito dalle leader, partecipò alla sfilata rimanendo alla testa del corteo. Nel 1930 fu la prima donna e afroamericana a candidarsi, senza successo, come senatrice dell’Illinois. Morì l’anno dopo.
Il fatto di aver «realizzato l’attivismo attraverso il giornalismo» come altre sue contemporanee ne ha misconosciuto il ruolo preponderante rappresentato nella storia del giornalismo (Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists). Ma per il metodo rigoroso e l’accuratezza con cui ha condotto le sue inchieste va annoverata a pieno titolo fra le pioniere del miglior giornalismo investigativo muckraker.
Per approfondire:
Ida B. Wells, Crusade for Justice, University Chicago Press, 2020
Jinx Coleman Broussard , Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists, Routledge New York & London, 2004
Elle était née comme esclave à Holly Springs au Mississippi en 1862, la première fille aînée de James Wells et Elisabeth Warren tous deux esclaves: lui, c’était le fils du maître et d’une esclave, et elle originaire de Virginie, qui était arrivée au Mississippi après avoir été vendue deux fois par des marchands. Mariés comme esclaves, après l'Emancipation Proclamation de 1863 ils se sont remariés comme personnes libres. Dans son autobiographie Crusade for Justice, Wells évoque sa quête d’identité et de ses racines, faite de désespoir et de courage dont elle fit preuve pour revendiquer le respect de ses droits. Sa mère continuait d’envoyer des lettres «quelque part en Virginie» sans jamais recevoir de réponse et son père qui était menuisier, licencié pour avoir refusé de voter pour les démocrates comme son employeur blanc le lui avait ordonné; il réussit à creer son entreprise en se renseignant sur le monde des affaires et en s’engageant dans des actions solidaires et surtout pour l’émancipation culturelle de la communauté.
À la fin de la guerre civile, commença la difficile période de la Reconstruction, durant laquelle les Etats du Sud refusèrent de reconnaître les droits de la population afro- américaine établis par les amendements constitutionnels XIII, XIV, XV: l’abolition de l’esclavage, l’extension de la citoyennetê à la population afro-américaine et l’interdiction de nier le droit de vote en raison de la race, de la couleur ou d’un ancien statut sur la condition d’esclavage. La violence raciale a éclaté partout dans le Sud: suprémacistes blancs, anciens propriétaires d’esclaves, citoyens isolés, membres d’organisations paramilitaires ou de groupes sectaires comme le Ku Klux Klan et la White League. Les massacres féroces ont été documentés par les mêmes autorità et par une armée envoyéé dans le Sud. Dans la préface de son autobiographie Crusade for Justice, Wells,a déclaré qu’il n’existait aucune histoire raciale de la période de la Reconstruction écrite par des personnes Noires, qui documenterait les luttes de la population afro- américaine pour la défense des droits récemment accordés par le gouvernement et que les jeunes générations devraient connaître afin de’en tirer des exemples et des modèles vertueux.
«Nous avons l'histoire de l’esclavage de Frederick Douglass telle qu’il l'a connue et vécue. Mais de la tempête et de la tension qui suivit la Guerre Civile, du Ku Klux Khan, des fraudes électorales, des meurtres indiscriminés de Noirs qui tentaient d’exercer leurs nouveaux droits d’hommes et de citoyens libres, de l'invasion des Carpebaggers, au sujet de laquelle le Sud blanc publia tant de mensonges, et de la vie politique des Noirs de cette époque; notre peuple possède bien peu de récits authentiques qui lui concernent vraiment…L’histoire de cette entière période qui a réservé à notre peuple sa gloire, devrait être connue…la plupart de cette histoire est tombée dans l’oubli, tandis que dans les bibliothèques publiques et les manuels universitaires on ne trouve que les fausses interprétations de l’homme blanc du Sud»..
Ses deux parents moururent de la fièvre jaune et, à quatorze ans, Wells, qui avait fréquenté avec succés l’école publique, refusa de séparer ses jeunes frères et soeurs, dot l’une était handicapée, les confiant à d’autres familles et en prenant soin d’eux personnellement avec l’aide de sa grand- mère. Ayant réussi l’examen pour devenir institutrice de campagne, elle fut embauchée pour vingt cinq dollars par mois:
«Je rentrais chez moi chaque vendredi après- midi parcourant les six miles à dos d’un gros mulet. Je passais le samedi et le dimanche à laver, repasser et cuisiner pour les enfants, et je retournais à l’école de campagne le dimanche après- midi».
À la mort de sa grand-mère, elle partit à Memphis à l’invitation d’une tante, emmenant avec elle ses soeurs, tandis que ses frères retournaient travailler dans une ferme. Elle a passé l’examen pour devenir institutrice communale dans le Comté de Shelby, qu’elle rejoignait en train. Cependant, alors que dans le Sud les lois locale contournaient les amendements contitutionnels de la Reconstruction empêchant les afro- américains d’exercer leur droit de vote, la Cour Suprême des Etats Unis légitimait la ségrégation raciale des Jim Crow Laws, qui était déjà en vigueur dans tous les Etats du Sud au nom du principe «séparés, mais égaux». Tout le monde pouvait accéder aux services, mais d’une manière différente, ce qui séparait les activités des Blancs de celles des Noirs. Une séparation raciale hiérarchique et rigide était appliquée dans tous les domaines, visant à maintenir la population afro- américaine dans un état de dégradation et d’infériorité. L’accès à l’instruction, aux transports, aux restaurants, aux hôpitaux, aux emplois, aux toilettes, aux salles d’attente, à tous les lieux publics, était différencié, réservant aux personnes de couleuur, les plus rudimentaires afin de les maintenir dans le statut de citoyens de seconde catégorie.
Lors d’un de ses voyages en train avant l’adoption officielle de ces lois tristement célèbres au Mississippi, Wells mordit la main d’un contrôleur qui voulait la forcer à quitter le compartiment réservé aux dames pour aller dans le wagon où s’entassaient fumeurs et Noirs. Le contrôleur appela un porteur à l’aide et tous les deux réussirent à la trainer hors de son siège. Finalement sous les moqueries et les insultes des femmes etdes hommes blancs qui avaient assistés à la scène,elle prêfèra descendre du train. C’êtait en1884. Elle intenta une cause contre la Chesapeake & Ohio Railroad avec l’aide d’un avocat afro- américain mais ayant découvert qu’il avait êté acheté par la compagnie des chemins de fer, elle se tourna vers un avocat blanc et obtint 500 dollars pour tous les dommages. L’affaire fit un grand bruit, mais l’appeldevant la Cour Suprême du Tennessee fit annuler le verdict en 1887 et Wells fut attaquée par la presse blanche. Entre- temps, elle approfondissait sa formation culturelle en lisant très bien et en fréquentant l’école du dimanche: elle devint collaboratrice de l’Evening Star, un journal afro-américain dont elle a pris la direction. Ses articles étaient très appréciés parce qu’ils traitaient de façon claire et accessible des questions, des problèmes et des injustices de la vie quotidienne des gens de couleur. Elle étendit sa collaboration a l’hebdomadaire Living Way, écrivant sous le pseudonyme de Iola des articles qui étaient copiés et commentés par d’autres journaux noirs du pays. Elle partit en Californie pour accompagner sa tante pour laquelle elle éprouvait une dette de reconnaìssance, elle trouva du travail dans différentes écoles, mais elle fut reconfirmée comme enseignante à Memphis et elle préféra y retourner afin de poursuivre également son activité de journaliste. on lui proposa aussi de collaborer à l’American Baptist de Louisville dans le Kentucky. Ce fut un véritable tremplin; ses collaborations avec les principaux journaux afro-américains se multiplièrent:
«C’était la première fois que quelqu’un m’offrait de me payer pour un travail que j’avais accompli avec plaisir. Je n’avais jamais rêvé de recevoir une rémunération, car j’étais trop heureuse à l’idêe que les journaux me donnent de l’espace».
Elle devint la première femme représentante, elle fit partie de l’équipe de la Coloured Press Association. Elle fut élue secrétaire de la National Press Association lors de la conférence de Washington D.C., en 1889 elle entra en contact avec les représentants les plus illustres de l’activisme et du journalisme afro-américain:
Elle est devenue fameuse comme l’une des rares femmes de notre race qui écrit avec une plume à pointe de diamant et avec autant d’aisance que n’importe quel homme dans le journalisme.. Elle a un beau caractère et elle est vive comme un piège d’acier… Aucune femme écrivain, y compris les hommes,n’a été si citée; aucune n’a porté des coups plus durs aux torts et aux faiblesses de la race».
Ainsi êcrivait Timothy F. Fortune dans le New York Age, l’un des journaux afro-américains les plus influents. Pour se garantir un revenu stable, elle continuait d’enseigner et, en 1889, elle acheta des actions du Free Speech Headlight de Memphis ( qu’elle appela simplement Free Speech ), en devenant directrice. Mais à la suite d’ un article très critique sur les conditions déplorables des bâtiments des écoles ségréguées pour Afro-américains et pour les méthodes de recrutement d’enseignants incompétents, elle fut licencée.
«J’avais pris un risque dans l’intérêt des enfants de notre race et j’avais perdu. La pire chose fut le manque d’appréciation des parents…" tu n’aurais pas dû faire ça,tu aurais dû savoir qu 'ils t’auraient licencié "… Jusqu’alors, j’avais penséque toute lutte entreprise dans l’intérêt raciale aurait son soutien. J’appris alors que je ne pouvais pas compter sur ça».
Dans Free Speech, elle critica durement la «clause de compréhention» du Mississippi ( 1890 )qui, comme les autres barrières érigées par les Etats du Sud ( tests d’alphabétisation, taxe électorale,ect ), limitait en fait l’exercice du droit de vote des Afo- américains:
«tout citoyen capable de comprendre une clause de la Constitution losqu’on la lui lit sera déclaré apte à voter. Cela fut facile ( pour les Blancs ) de décider que très peu de Noirs comprenaient les clauses de la Constitution, qu’ils avaient choisi de leur lire».
Quand elle a attaqué une partie du Clergé afro-américain, on l’accusa de n’être intellectuellement pas préparé et incapable de guider le peuple afro- américain, elle fut stigmstisée par l’alliance des prédicateurs qui risquait de perdre son influence. Elle voyageait pour promouvoir la diffusion de son journal, recueillant abonnements et souscriptions et reclutant des correspondants. Elle se trouvait à Natchez ( Mississippi ) lorsqu’en mars 1892, à Memphis, trois afro-américains - Cavin Mac Dowell, Henry Stuart et Thomas Moss - ont été lynchés. Moss, qui était un ami de Wells parce que marraine de sa fille, était connu comme un citoyen honnête et travailleur. Les trois hommes étaient propriétaires de la People’s Grocery Compagny, une épicerie bien étabie située dans un quartier avec une majorité d’afro- américains appelé Curve. Pour des raisons de rivalité commerciales, M. H. Barrett, un Blanc qui avait auparavant le monopole du commerce dans le quartier, les harcelait et cherchait des prétextes pour provoquer les bagarres, dont deux mirent les Blancs en fuite. À ce moment là Barrett les dénonça et ensuite il fit circuler la fausse rumeur qu’une attaque blanche était imminente contre la’épicerie People’s Grocery Compagny. Tandis que des rassemblements de Blancs se formaient, les Afro-Américains, après avoir consulté un avocat sur l’opportunité de s’armer, ils montèrent la garde derrière le magasin et échangèrent les agents pour des assaillants, et en blessèrent certains. Les épiciers furent arrêtés et l’évènement violent fut condamné par la presse blanche raciste, a servi de prétexte à des arrestations, perquisitions, pillages et à de mauvais traitements contre la communauté Afro- Américaine. Quadre jours plus tard le lynchage a eu lieu: les autorités locales désarmèrent les Tennessee Rifles, la milice noire qui gardait la prison pour empêcher le lynchage laissèrent la foule des blancs libre d’agir. Les prisonniers furent sortis de la prison et conduits sur une locomotive de manoeuvres ( au- delà des limites de la ville ) et ils furent brutalement assassinés. Le lendemain, un journal du matin rapportait les détails du lynchage, un signe qu’il y avait des témoins oculaires. Mac Dowell, qui s’était défendu eut les yeux arrachés; les derniers mots de Moss furent: «Dites à mon peuple de se diriger vers l’Ouest. Il n’y a pas de justice ici pour eux». À son retour, Wells annonça le message de Moss et dans le " Free Speech, il invita son peuple à quitter la ville. Face aux lynchages, on ne pouvait rien faire; il était interdit aux Noirs d’acheter des armes pour se dêfendre:
«Il n’y a donc qu’une seule chose à faire: économiser notre argent et quitter une ville qui ne protègera ni nos biens ni nos vies, qui ne nous accordera pas un juste procès au tribunal, mais qui nous conduira dehors et nous tuera de sang froid lorsque nous serons accusés par les Blancs».
Un exode a eu lieu à Memphis ayant l’aspect d’un boycottage général: de nombreuse familles vendirent leurs propriétés, elles quittèrent maisons et emplois, partant en chariots ou à pied pour ne pas utiliser les chemins de fer ni les tamways. À ce point là les affaires s’éffondrèrent, la main- d’oeuvre manqua e la consommation diminua. Wells rapporta que les reprêsentants de la City Railway Compagny lui demandèrent d’user son influence pour faire revenir les passagers en affirmant «La compagnie de tramways n’avait rien à voir avec les lynchages… la compagnie appartient aux capitalistes du Nord», mais elle répondit: «Elle est dirigée par les lyncheurs du Sud». Elle apprit que toute la population blanche de Memphis était au courant du lynchage et qu’elle l’avait approuvé et que le même juge du tribunal pénal faisait partie des lyncheurs. Personne ne serait arrêtè ni puni, car ils étaient tous coupables. Avec le lynchage de Memphis, son point de vue changea. Jusqu’ à ce moment, elle avait cru que les lynchages étaient pratiqués pour punir les violences sexuelles et ele avait été encline les considérant comme une pratique féroce mais, d’une certaine manière, justifiable si cela était liée à la défense de l’honneur des femmes blanches violées. une interprétation très partagée et infuencée, surtout parmi les Blancs, par un réseaude préjugés et de faux mythes représentant la population noire. Le lynchage pour viol était justifié comme défense de l’honneur des femmes blanches, toujours représentées comme des proies innocentes et sans dêfense, victimes d’hommes noirs, naturellement enclins à démontrer une sexualité bestiale et primitive. Au contraire, lorsque des hommes blancs violaient des femmes noires, la faute retombait sur ces dernières qui étaient considérées comme appartenant à une race dégradée, provocatrices et naturellement nymphomanes, transformant les hommes blancs comme victimes de leur luxure. Le lynchage de Memphis ne correspondait pas ce schéma, et Wells entreprit une enquête approdondie, rassemblant documents, articles, dnnées, témoignages et statistiques. Elle démontra que seul un tiers desl lynchages avait pour motif présumé des agressions d’hommes noirs contre des femmes blanches, et que, dans tous les cas, il s’agissait d’accusations fausses fabriquées avec art. Les relations interraciales consensuelles clandestines étaient nombreuses et une fois découvertes, elles étaient présentées comme des viols afin de justifier l’élimination physique des Noirs qui violaient les normes sociales.
«Les lois contre le métissage du Sud empêchaient les unions légales, mais laissaient l’homme blanc librede séduire les jeunes filles noires… tandis que la mort attendait l’homme noir qui cédait aux avances des femmes blanches».
Un éditeur afro- américain du Montgomery Herald avait déjà écrit un article se demandant pourquoi les cas de relations interraciales avaient augmenté, en concluant:
«… nous soupçonnons très fort que cela dépend de l’appréciation croissante des " Juliette " blanches pour les " Roméo " de couleur»...
Montgomery Herald fut expulsé de la ville après avoir signé une déclaration niant d’avoir voulu calomnier les femmes blanches du Sud. Wells documenta de nombreux cas de relations consensuelles qui, une fois découvertes, déclenchaient une rage meurtrière. Certaines femmes furent contraintes d’accuser leurs partenaires noirs de viol; d’autres le firent par peur d’être enceintes et de donner naissance à des enfants noirs, ou par crainte de la désapprobation sociale. Certaines femmes réussirent à fuir vers le Nord avec leur partenaire, trompant leur famille; d’autres, ayant protégé leur compagnon en ne révélant pas son identité, furent ostracisées par la communauté. Toutes les accusations se révélaient fausses, et ainsi les preuves d’innocence étaient détruites. Wells a noté soigneusement les témoignages des violences effroyables de la foule: tortures, pendaisons, victimes brûlées vives transformées comme des torches humaines; puis les cendres, les os,les boutons, les dents et d’autres souvenirs recueillis et exibés avec fierté. Elle comprit que le viol n’était qu’un prétexte permettant aux blancs d’agir au- delà de la loi et de la raison pour laquelle la population afro- américaine du Nord ne manifestait pas une indignation publique proportionnée à la gravité des faits. Elle voulait faire émerger toute la vérité avec comme but celui d’éveiller la conscience d’un pays qui, face à la violation du droit et à toute la violence de masse contre la population afro- américaine du Sud; cette conscience détournait le regard. Le 21 mai 1892, alors qu’elle se trouvait en voyage dans le Nord pour envisager le transfert du siège de son journal et pour établir des contacts avec des institutions engagées dans les droits civiques, Free Speech publia son éditorial Huit Noirs Lynchés, déclarant:
««trois pour avoir tué un homme blanc et cinq pour viol de femmes blanches…Plus personne dans cette partie de l’État ne croit pas à la vieille histoire mensongère du Noir qui viole les femmes blanches. Si les Blancs du Sud n’ y prennent pas garde… on arrivera à une conclusion très dommageable pour la moralité de leurs femmes»..
En réponse, une foule raciste, encouragée par la presse hostile et forte de l’impunité dont elle jouissait de la part des policiers et des tribunaux, détruisit les locaux du Free Speech, et forçant son copropriétaire à fuir et en menaçant de mort Wells si elle revenait en ville. Déjà armée de son pistolet pour se défendre, elle accepta l’offre de Timothy F. Fortune et publia deux chroniques par semaine dans le New York Age. À la demande de certaines lectrices, elle commença de participer à de petites réunions,jusqu’à ce qu’un comité de 250 femmes se constitue pour l’écouter, élargissant l’invitation à d’autres citoyennes de Brooklyn et de New York. Le 5 octobre 1892, à la Lyric Hall de New York, devant une salle comble d’Afro-Américaines, Wells - qui n’avait jamais parlé devant un public aussi nombreux - sut captiver l’attention en s’exprimant avec clarté et conviction. Elle raconta les évènements en détail, apportant preuves et témoignages, tandis que des larmes coulaient sur son visage. L’émotion était profonde, d’autant plus qu’elle sentait la participation intense des auditrices dans la salle, parmi lesquelles figuraient «les principales femmes de couleur de Boston et de Philadelphie, l’élite sociale et intellectuelle afro- américaine qui aurait soutenu sa lutte contre la Lynch Law: ce n’était pas une voix solitaire et inaudible.
Ces femmes fondèrent la WLU ( Women 's Loyal Union ), premier club féminin afo-américain de New York, suivie par la Women’s Era de Boston, qui prit par la suite le nom d’Ida B. Wells Club. Ce soir là, Wells reçut une broche en forme de plume qu’elle porta toujours ainsi que l’argent qui lui permit de publier la brochure Southern Horrors: Lynch Laws in All Its Phases, avec une préface de Frederick Douglass. Dès lors, à son journalisme d’investigation militant, elle ajouta une activité de conférencière pour poursuivre sa «croisade pour la justice». Alors que la presse blanche restait«muette» face aux lynchages, elle attira l’interêt d’activistes anglaises des droits humains en visite aux Etats Unis et elle partit en 1893 pour une tournée de conférences en Grande- Bretagne pour sensibiliser le public et la presse. Elle eut un grand succè, obtenant des résolutions de condamnation des lynchages de la part d’assemblées religieuses et laïques dans les principales villes, et suscitant l admiration de la presse britannique. De retour aux Etats Unis, convaincue du besoin de rendre sa cause publique autant que possible, elle partecipa en 1893 aux initiatives liées à l’Exposition Universelle Colombienne de Chicago, dont la délégation afro-américaineavait été exclue. C’est avec Frederick Douglass qu’elle fut accueillie au pavillon d’Haiti. Elle organisa une collecte de fonds dans de nombreuses êglises de Chicago, pour imprimer l’appel de Douglass intitulé La raison pour laquelle l’américain de couleur ne participe pas à l’Exposition Colombienne Mondiale,
«en exposant clairement les faits concernant l’oppression subie par les Afro-Américains»..
Dix mille exemplaires furent distribués aux visiteurs de l’Exposition. En 1894, elle retourna en Grande- Bretagne pour une seconde campagne et surtout pour faire pression sur la presse, les politiciens et l’opinion publique américaine. Les journaux ont relaté ses succès, même si certains lui reprochaient d’avoir terni l’image des Etats Unis à l’étranger. Avant son retour fut crée ce Comité Britannique où participèrent d’autre personalités libérales et l’archevêque de Canterbury. Sans la nommer directement, le Comité codamnait les lynchages et déclarait vouloir obtenir des informations fiables sur ces attentats et ces violences de masse en Amérique. En 1895, dans The Red Record, fondé sur l’analyse des principaux journaux blancs, elle révéla un nombre impressionant de lynchages, fournissant statistiques, répartition géographique et motifs allégués, et elle démontra que le nombre de victimes augmentait à mesure que croissait la peur d’un accès réel des Afro- Amêricains au pouvoir politique et économique.
Après son mariage avec Ferdinand L. Barnett, êditeur du Chicago Conservator, elle se retira brièvement de la vie publique pour se consacrer à sa famille et à sa fille. Fondatrice de L’Alpha Suffrage Club de Chicago, première association suffragata afro-amércaine, elle entra en conflit avec les fêministes blanches en raison de leur racisme et de leur choix. Le 3 mars 1913, lors de la première parade suffragiste à Washington, refusant de marcher à l’arrière comme l’avaient décidé les dirigeantes, elle participa et défila en tête du cortège. En 1930, elle fut la première femme afro- américaine à se présenter au Sénat de l’Illinois, sans succès. Elle mourut l’année suivante.
Le fait d’avoir «réalisé l’activisme à travers le journalisme», comme d’autres contemporaines, à conduit à sous estimer son rôle majeur dans l’histoire du journalisme (Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists). Pourtant, par la rigueur méthodoligique et la précision de ses enquêtes, elle doit être complètement et pleinement reconnue comme l’une des pionnières du meilleur journalisme d’investigation de type muckraker.
Pour approfondir:
Ida B. Wells, Crusade for Justice, University Chicago Press, 2020
Jinx Coleman Broussard , Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists, Routledge New York & London, 2004
Nació en la esclavitud en Holly Springs (Mississippi) en 1862, primogénita de James Wells y Elisabeth Warren, ambos esclavos. Él era hijo del amo y de una esclava y ella era originaria de Virginia, llegó a Mississippi tras haber sido vendida dos veces por mercaderes. Aunque se casaron como esclavos, tras la Emancipation Proclamation (Proclamación de Emancipación) de 1863 volvieron a casarse como personas libres. En su autobiografía Crusade for Justice, Wells recuerda la búsqueda de identidad y raíces en medio de la dispersión y el valor de exigir el respeto de sus derechos. Su madre seguía enviando cartas “a algún lugar de Virginia”, sin recibir respuesta alguna, y su padre, un carpintero despedido tras negarse a votar por los demócratas como le había ordenado su empleador blanco, había conseguido poner en marcha su propio negocio, prosperando y comprometiéndose con acciones solidarias y la elevación cultural de su comunidad.
Terminada la Guerra Civil, comenzó el difícil período de la Reconstrucción, durante el cual los Estados del Sur no quisieron reconocer los derechos de la población afroamericana sancionados por las enmiendas constitucionales XIII, XIV y XV: prohibición de la esclavitud, extensión de la ciudadanía a la población afroamericana y prohibición de negar el derecho de voto debido a la raza, el color o la previa condición de esclavitud. Por todas partes en el Sur se desató la violencia racial de los supremacistas blancos, ex propietarios de esclavos, ciudadanos aislados, miembros de organizaciones secretas o paramilitares como el Ku Klux Klan y la White League. Las feroces masacres fueron documentadas por las mismas autoridades y por el ejército enviado al Sur. En el prefacio a su autobiografía Crusade for Justice, Wells declaró que faltaba una historia racial del período de la Reconstrucción escrita por las personas negras que documentase las luchas de la población afroamericana en defensa de los derechos recién concedidos por el gobierno y que las jóvenes generaciones deberían conocer para sacar de ella ejemplos y modelos virtuosos.
«Tenemos la historia de la esclavitud de Frederick Douglass tal como él la conoció y vivió. Pero del periodo de tormenta y tensión que siguió a la Guerra Civil, del Ku Klux Klan, del fraude electoral, de los asesinatos indiscriminados de negros que intentaban ejercer sus nuevos derechos de personas y ciudadanos/as libres, de la invasión de los Carpetbag (políticos oportunistas del Norte), sobre la cual el Sur blanco ha publicado tantas falsedades y de la vida política de los negros de aquella época, nuestra raza tiene muy poco de propio que se pueda definir como auténtico… La historia de este periodo entero que ha derramado gloria sobre la raza debería ser conocida… la mayor parte de ella está enterrada en el olvido mientras que en las bibliotecas públicas y en los textos universitarios se encuentran solo las falsas interpretaciones del hombre blanco del Sur».
Sus padres murieron de fiebre amarilla y a los catorce años Wells, que había asistido a la escuela pública con éxito, se negó a dividir a sus hermanos y hermanas menores, entre ellos una discapacitada, confiándolos a otras familias y, con la ayuda de su abuela, se hizo cargo de ellos personalmente. Tras haber aprobado el examen para convertirse en maestra rural, fue contratada por veinticinco dólares al mes:
«Regresaba a casa cada viernes por la tarde, recorriendo las seis millas a lomos de una gran mula. Pasaba el sábado y el domingo lavando, planchando y cocinando para los niños, y regresaba a la escuela rural el domingo por la tarde».
Tras la muerte de su abuela, se trasladó a Memphis invitada por una tía suya, y se llevó consigo a sus hermanas, mientras que sus hermanos se quedaron trabajando en una granja. Hizo el examen de maestra municipal en el condado de Shelby, al cual llegaba en tren. Mientras tanto, mientras en el Sur las leyes locales eludían las enmiendas constitucionales de la Reconstrucción, impidiendo a los individuos afroamericanos el ejercicio del derecho al voto, la Corte Suprema de los Estados Unidos legitimaba la segregación racial de las leyes Jim Crow, que ya estaban en funcionamiento en todos los Estados del Sur en nombre del principio «separados, pero iguales». Todos podían acceder a los servicios, pero en modalidades distintas, dividiendo las actividades de los blancos de aquellas de los negros. Se aplicó en todos los ámbitos una rígida separación racial jerárquica, finalizada a mantener en condiciones de degradación e inferioridad a la población afroamericana. Se diferenció el acceso a la educación, a los transportes, a los restaurantes, a los hospitales, a los puestos de trabajo, a los servicios higiénicos, a las salas de espera, a todos los locales públicos, destinando a las personas coloured (de color) los servicios peores y más pobres para mantenerlas en el rango de ciudadanía de segunda clase.
Durante uno de sus viajes en tren, antes de la adopción oficial de las famosas leyes en Mississippi, Wells mordió la mano de un revisor que quería obligarla por la fuerza a trasladarse del vagón para señoras al vagón donde estaban hacinados fumadores y gente negra. El revisor llamó en su ayuda a un mozo y los dos se esforzaron mucho para lograr arrastrarla fuera de su asiento. Al final Wells, entre la burla y los insultos de mujeres y hombres blancos que habían asistido a la escena, prefirió bajarse del tren. Ocurrió en 1884 y ella demandó a la Chesapeake & Ohio Railroad contratando a un abogado afroamericano, pero tras descubrir que había sido comprado por el ferrocarril, recurrió a un abogado blanco y obtuvo una indemnización de 500 dólares. El caso tuvo resonancia, pero la apelación del ferrocarril ante la corte suprema de Tennessee hizo que en 1887 se anulara el veredicto y Wells fue atacada por la prensa blanca. Mientras tanto, profundizaba su formación cultural leyendo de forma autónoma y asistiendo a la escuela dominical; se convirtió en colaboradora del «Evening Star», un periódico afroamericano del cual pronto asumió la dirección. Sus artículos eran muy apreciados porque, de manera clara y accesible, trataban cuestiones, problemas e injusticias comunes en la vida cotidiana de la gente de color. Extendió su colaboración al semanario «Living Way», escribiendo bajo el seudónimo de “Iola” artículos que fueron copiados y comentados también por otros periódicos negros del país. Tras haberse trasladado a California siguiendo a su tía, hacia quien sentía una deuda de gratitud, encontró trabajo en diferentes escuelas, pero al haber sido confirmada como maestra en Memphis prefirió regresar allí para continuar ejerciendo también su actividad como periodista. Pronto se le ofreció la posibilidad de colaborar en el «American Baptist» de Louisville, Kentucky. Fue un trampolín, sus colaboraciones con los principales periódicos afroamericanos se multiplicaron:
«Era la primera vez que alguien se ofrecía a pagarme por el trabajo que había realizado con placer. Nunca había soñado con recibir una compensación, porque era muy feliz con la idea de que los periódicos me dieran espacio».
Primera mujer representante , formó parte del personal de la Coloured Press Association; fue elegida secretaria de la National Press Association en la conferencia de prensa de Washington D.C. en 1889 y entró en contacto con los más ilustres exponentes del activismo y del periodismo afroamericano:
«Se ha vuelto famosa como una de las pocas de nuestras mujeres que manejan una pluma de ave con punta de diamante con la misma facilidad que cualquier hombre en el periodismo… Tiene un gran carácter y es aguda como una trampa de acero… Ninguna escritora, incluida la comunidad masculina, ha sido citada más ampliamente, ninguna ha asestado golpes más duros a los agravios y a las debilidades de la raza”».
afirmaba Timothy F. Fortune en el «New York Age», uno de los periódicos afroamericanos más influyentes. Para garantizarse una entrada estable seguía trabajando también como maestra y en 1889 compró una parte del «Free Speech Headlight» de Memphis (que llamó simplemente «Free Speech»), convirtiéndose en su directora. Pero, tras un artículo fuertemente crítico sobre las condiciones lamentables de los edificios de las escuelas segregadas para afroamericanos/as y sobre los sistemas de reclutamiento del personal docente incompetente, fue despedida.
«Había corrido un riesgo en el interés de los niños de nuestra raza y había perdido. La peor parte fue la falta de apreciación de los padres... “No deberías haberlo hecho; deberías haber sabido que te iban a despedir...” Hasta ese momento había pensado que cualquier lucha emprendida en el interés de la raza contaría con su apoyo. Aprendí entonces que no podía contar con esto».
En el «Free Speech» criticó duramente la «cláusula de comprensión» de Mississippi de 1890 que, como las otras barreras levantadas por los Estados del Sur (test de alfabetización, impuesto electoral, etc.), de hecho limitaba el ejercicio del derecho al voto de las personas afroamericanas:
«cualquier ciudadano capaz de comprender una cláusula de la Constitución, cuando se le lea, será declarado con derecho al voto. Fue fácil (para los blancos) decidir que muy pocos negros entendían las cláusulas de la Constitución que habían decidido leerles».
Cuando atacó a parte del clero afroamericano acusándolo de estar intelectualmente mal preparado y de no estar a la altura de guiar a la población afroamericana, fue estigmatizada por la alianza de predicadores que corría el riesgo de perder su propia influencia. Viajaba para promover la difusión de su periódico recogiendo suscripciones y reclutando corresponsales y estaba en Natchez (Mississippi) cuando, en marzo de 1892, en Memphis, fueron linchados tres afroamericanos, Calvin Mac Dowell, Henry Stuart y Thomas Moss, este último conocido por la comunidad por ser un ciudadano honesto y laborioso y amigo de Wells, quien había sido la madrina de su hija. Los tres eran los propietarios de la People’s Grocery Company, una tienda de comestibles bien establecida en un barrio de mayoría afroamericana llamado Curve. Por razones de rivalidad comercial, M. H. Barrett, el hombre blanco que hasta su llegada había tenido el monopolio del comercio en el barrio, no perdía ocasión para molestarlos y buscar pretextos para provocar riñas, dos de las cuales pusieron en fuga a los blancos. En ese momento, Barrett denunció a los tenderos y, tras informarse del día en el que los agentes iban a notificar la denuncia, hizo correr el rumor falso de que los blancos iban a asaltar la People’s Grocery Company. Mientras por las calles se reunían aglomeraciones de blancos, los afroamericanos, tras consultar un abogado sobre la oportunidad de armarse, se pusieron en guardia en la parte trasera de la tienda y, confundiendo a los agentes con asaltantes, hirieron a algunos de ellos. Los tenderos fueron arrestados y el evento, condenado duramente por la prensa blanca racista, fue el pretexto para registros, arrestos, saqueos y maltratos contra la comunidad afroamericana. Cuatro días después ocurrió el linchamiento: las autoridades políticas locales desarmaron a los Tennessee Riflees, la milicia negra que estaba en la cárcel para rechazar a posibles linchadores, y dejaron vía libre a la multitud de blancos. Los prisioneros, sacados de la cárcel y llevados en una locomotora de maniobras ferroviarias, más allá de los límites de la ciudad, fueron asesinados brutalmente. Al día siguiente, un periódico matutino informaba de los detalles del linchamiento, señal de que hubo testigos oculares. A McDowell, que se había defendido luchando, le habían sacado los ojos, mientras que las últimas palabras de Moss habían sido: “Digan a mi gente que vaya al Oeste. Aquí no hay justicia para ellos”. A su regreso, Wells hizo suyo el mensaje de Moss y en el «Free Speech» invitó a su gente a dejar la ciudad. Frente a los linchamientos no se podía hacer nada, a los negros se les prohibía comprar armas para defenderse:
«Hay solo una cosa que podemos hacer entonces: ahorrar nuestro dinero y dejar una ciudad que no protegerá nuestras vidas ni nuestras propiedades, ni nos concederá un juicio justo en un tribunal, sino que nos sacará y nos matará a sangre fría cuando seamos acusados por personas blancas».
Hubo un éxodo de Memphis que asumió el aspecto de un boicot general, ya que muchas familias vendieron sus propiedades y abandonaron sus casas y trabajos, partiendo en carros o a pie para no usar el ferrocarril ni los tranvías, hasta el punto de que los negocios colapsaron, no se encontraba personal para trabajar y el consumo se contrajo. Wells informó que los representantes de la City Railway Company, pidiéndole que usara su influencia para que la gente volviese a usar los tranvías, declararon: “La compañía de los tranvías no tiene nada que ver con los linchamientos… es propiedad de los capitalistas del Norte”, pero ella respondió: “Es gestionada por los linchadores del Sur”. Supo que toda la población blanca de Memphis estaba al tanto del linchamiento y lo había aprobado y que el mismo juez del tribunal penal había formado parte de los linchadores. Nadie jamás sería arrestado ni castigado porque todos eran culpables. Con el linchamiento de Memphis, su punto de vista cambió. Hasta ese momento había creído que los linchamientos se practicaban para castigar las violencias sexuales y había sido propensa a considerarlos una práctica feroz, pero de algún modo justificable si se atribuía a la defensa del honor de las mujeres blancas violadas. Una interpretación ampliamente compartida e influenciada, sobre todo entre la gente blanca, por la red de prejuicios y falsos mitos que representaban a la población negra. El linchamiento por violación se justificaba en cuanto defendía el honor de las mujeres blancas, vistas siempre como presas indefensas e inocentes, víctimas de hombres negros naturalmente inclinados a manifestar una sexualidad bestial y primitiva. Y cuando, por el contrario, eran los blancos quienes violaban a las mujeres negras, la culpa recaía sobre las afroamericanas, consideradas pertenecientes a una raza degradada, provocadoras y naturalmente ninfómanas que convertían a los hombres blancos en víctimas de su lujuria. El linchamiento de Memphis no entraba en esa casuística y Wells comenzó a investigar a fondo recogiendo documentos, artículos, datos, testimonios y estadísticas, demostrando que solo un tercio de los linchamientos había tenido como motivación presunta agresiones de hombres negros hacia mujeres blancas y que, en todos los casos, se trataba de falsas acusaciones inventadas. Las relaciones interraciales consensuadas clandestinas eran numerosas y, una vez descubiertas, se hacían pasar por violaciones con el fin de justificar la eliminación física de los negros que violaban las normas sociales.
«Las leyes contra el mestizaje del Sur impedían las uniones legales, pero dejaban libre al hombre blanco para seducir a las mujeres negras… mientras que se castigaba con la muerte al negro que cedía a los avances de las mujeres blancas».
Ya el editor afroamericano del «Montgomery Herald» había escrito un artículo preguntándose por qué los casos de relaciones interraciales habían aumentado y había concluido:
«… sospechamos fuertemente que depende del creciente aprecio de blancas Julietas para Romeos de color».
Fue expulsado de la ciudad tras haber firmado una declaración en la que negaba haber querido calumniar a las mujeres blancas del Sur. Wells documentó muchos casos de relaciones consensuadas que, una vez descubiertas, habían desencadenado la furia homicida. Muchas mujeres habían sido obligadas por la fuerza a acusar a sus parejas negras de violación, otras les acusaban por temor a haberse quedado embarazadas con el riesgo de dar a luz a niños/as negros o porque temían la desaprobación social; había quienes, engañando a la familia, habían logrado huir al Norte con su pareja y otras más que, habiendo protegido a sus parejas callando su identidad, eran excluidas de la comunidad. Todas las acusaciones resultaban ser falsas y las pruebas de la inocencia eran destruidas. Wells registró escrupulosamente los testimonios de la violencia atroz de la multitud que infligía torturas, ahorcaba, quemaba vivas a las victimas transformándolas en antorchas humanas, y al final recogía cenizas, huesos, botones, dientes u otros “recuerdos” para mostrarlos orgullosamente. Se dio cuenta de que la violación era la excusa que justificaba a las personas blancas para actuar más allá de la ley y la razón por la cual incluso la población afroamericana del Norte no manifestaba una indignación pública proporcional a la gravedad de los hechos. Pretendía sacar a la luz toda la verdad con el objetivo de despertar la conciencia de un país que, frente a la violación del derecho y a la práctica sistemática de la violencia de masas contra la población afroamericana del Sur, miraba hacia otro lado. El 21 de mayo de 1892, mientras estaba viajando al Norte para evaluar la oportunidad de trasladar la sede del periódico y establecer contactos con instituciones comprometidas en el frente de los derechos civiles, el «Free Speech» publicó su editorial «Ocho negros linchados desde el último número del Free Speech»:
«Tres por el asesinato de un hombre blanco y cinco por violación de mujeres blancas… Nadie en esta parte del Estado cree ya en la vieja historia falsa del negro que viola a las mujeres blancas. Si los blancos del Sur no tienen cuidado… se llegará a una conclusión muy perjudicial para la moralidad de sus mujeres».
Como respuesta, una multitud racista fomentada por la prensa adversa, valiéndose de la impunidad de la que gozaba por parte de las fuerzas de policía y de los tribunales, destruyó la sede del «Free Speech», obligando al copropietario a huir y amenazando de muerte a Wells si regresaba a la ciudad. Ella ya se había conseguido un arma para defenderse, pero, cada vez más decidida a seguir investigando para documentar toda la verdad, aceptó la oferta de trabajo de Timothy F. Fortune, publicando dos columnas por semana en el «New York Age». A petición de algunas lectoras, comenzó a participar en pequeñas reuniones hasta que se formó un comité de doscientas cincuenta mujeres que decidieron reunirse para escucharla, extendiendo la invitación también a otras ciudadanas de Brooklyn y de Nueva York. La noche del 5 de octubre de 1892, en la Lyric Hall de Nueva York, llena de mujeres afroamericanas, Wells, que nunca había hablado ante un público tan numeroso, supo cautivar la atención de todas, expresándose, fiel a su estilo, de manera clara y convincente. Relató los hechos con detalle y presentó pruebas y testimonios mientras, durante todo el tiempo, abundantes lágrimas llenaban su rostro. La conmoción se debía, sobre todo, al hecho de sentir la gran participación emocional de las presentes que llenaban la sala, entre quienes destacaban “las principales mujeres de color de Boston y Filadelfia”, la élite social e intelectual afroamericana que contribuiría a sostener su lucha contra la lynch law (ley de linchamiento): ya no era una voz solitaria e inaudita.
Aquellas mujeres iban a dar vida a la WLU (Women’s Loyal Union) (Unión Leal de Mujeres), el primer club femenino afroamericano de Nueva York, seguido después por la Women’s Era (Era de las Mujeres) de Boston, que tomaría el nombre de Ida B. Wells Club. En aquella ocasión, Wells recibió como regalo un broche en forma de pluma que llevó siempre y el dinero que le permitió publicar el folleto «Southern Horrors: Lynch Laws in All Its Phases» (Horrores del Sur: La Ley de Lynch en todas sus fases), con el prefacio de Frederick Douglass. A partir de ese momento, Wells sumó a su periodismo de investigación militante la actividad de conferenciante para llevar a cabo su “cruzada por la justicia”. Pero mientras la prensa blanca “permanecía muda” ante los linchamientos, ella había atraído el interés de activistas inglesas por los derechos humanos que viajaban por los Estados Unidos y, en 1893, partió para una gira de conferencias en Gran Bretaña para sensibilizar a la opinión pública y a los medios de comunicación. Tuvo un gran éxito, logrando obtener resoluciones de condena contra los linchamientos por parte de las numerosas asambleas religiosas y laicas reunidas para escucharla en las principales ciudades del país y atrayendo el interés y la admiración de la prensa británica. Regresó a su patria convencida de la necesidad de hacer pública su causa lo más posible. En Chicago se estaban realizando las celebraciones de la Exposición Universal Colombina de 1893, de la cual había sido excluida la delegación afroamericana que, junto con Frederick Douglass, había encontrado hospitalidad en el pabellón de Haití. Wells organizó inmediatamente una recaudación de fondos entre la población negra de las diferentes iglesias de Chicago para imprimir el llamamiento de Douglass titulado “La razón por la cual el americano de color no participa en la Exposición Colombina Mundial”,
«una clara y sencilla exposición de los hechos relativos a la opresión infligida a la gente de color en esta tierra de libertad y patria de valientes».
Diez mil copias del folleto fueron distribuidas a las personas que visitaban la Exposición. Al año siguiente regresó nuevamente a Gran Bretaña para una segunda campaña anti linchamientos con el fin de ejercer presión sobre la prensa, la política y la opinión pública de los Estados Unidos y, de hecho, los periódicos informaron de sus éxitos, aunque hubo quien la criticó por haber dañado la imagen de los Estados Unidos en el extranjero. Antes de su regreso a su patria, se formó un Comité Británico Anti linchamiento que, además de personalidades destacadas del ámbito liberal, incluía al propio Arzobispo de Canterbury. Sin nombrar directamente a Wells, el Comité condenaba la práctica de los linchamientos y, respondiendo a las peticiones de ayuda de la población afroamericana, “pretendía obtener información fidedigna sobre el tema de los linchamientos y los atentados de masas en América”. En 1895, en «The Red Record» (basado en el análisis de artículos publicados por los principales periódicos blancos), reveló un número impresionante de linchamientos de personas negras, proporcionando estadísticas sobre los presuntos delitos, la distribución geográfica y la magnitud de los linchamientos, demostrando que la cantidad de víctimas crecía a medida que aumentaba el miedo a que la población afroamericana pudiera acceder efectivamente al poder político y económico.
Después de casarse con Ferdinand L. Barnett, editor de «The Chicago Conservator», Wells se retiró por un breve periodo de los compromisos públicos para dedicarse a la familia y a sus hijos. Fundadora del Alpha Suffrage Club de Chicago, la primera asociación sufragista de afroamericanas, estuvo en conflicto con las feministas blancas de la primera ola por el racismo de sus decisiones y el 3 de marzo de 1913, durante el primer desfile sufragista de Washington, negándose a marchar al final, como habían establecido las líderes, participó en el desfile permaneciendo a la cabeza de la manifestación. En 1930 fue la primera mujer y afroamericana en postularse, sin éxito, para senadora de Illinois. Murió al año siguiente.
El hecho de haber “realizado el activismo a través del periodismo”, al igual que otras de sus contemporáneas, ha causado el desconocimiento del papel preponderante que representó en la historia del periodismo (Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists). Sin embargo, por el método riguroso y la precisión con la que llevó a cabo sus investigaciones, debe ser incluida de pleno derecho entre las pioneras del mejor periodismo de investigación muckraker (periodista de investigación).
Para profundizar
Ida B. Wells, Crusade for Justice, University Chicago Press, 2020
Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists, Routledge New York & London, 2004
She was born into slavery in Holly Springs, Mississippi, in 1862, the eldest child of James Wells and Elisabeth Warren, both slaves. Her father was the son of the owner and a slave woman, and her mother was originally from Virginia, arriving in Mississippi after being sold twice by slave traders. Married as slaves, they remarried as free people after the Emancipation Proclamation of 1863. In her autobiography Crusade for Justice, Wells recalls her search for her identity amid dispersion and her courage in demanding respect for her rights. Her mother continued to send letters “from somewhere in Virginia” without ever receiving a reply, and her father, a carpenter who was fired after refusing to vote for the Democrats as his white employer had ordered him to do, managed to start his own business, prospering in trade and engaging in solidarity actions and the cultural elevation of the community.
After the Civil War, the difficult period of Reconstruction began, during which the Southern states refused to recognize the rights of the African American population enshrined in the 13th, 14th, and 15th amendments to the Constitution: the prohibition of slavery, the extension of citizenship to the African American population, and the prohibition of denying the right to vote on the basis of race, color, or previous condition of slavery. Racial violence broke out throughout the South, perpetrated by white supremacists, former slave owners, isolated citizens, and members of secret or paramilitary organizations such as the Ku Klux Klan and the White League. The ferocious massacres were documented by the authorities themselves and by the army sent to the South. In the preface to her autobiography Crusade for Justice, Wells stated that there was no racial history of the Reconstruction period written by black people documenting the struggles of the African American population in defense of the rights newly granted by the government, which the younger generations should know in order to draw examples and virtuous models from them.
«We have the history of slavery as Frederick Douglass knew and lived it. But of the period of turmoil and tension that followed the Civil War, of the Ku Klux Klan, of the election fraud, of the indiscriminate murders of blacks trying to exercise their new rights as free men and citizens, of the invasion of the Carpetbaggers, about which the white South has published so many falsehoods, and of the political life of blacks at that time, our race has very little of its own that can be called authentic... The history of this entire period, which brought glory to the race, should be known... Most of it is buried in oblivion, while public libraries and university textbooks contain only the false interpretations of the white man of the South».
Both her parents died of yellow fever, and at the age of fourteen, Wells, who had attended public school successfully, refused to separate her younger brothers and sisters, one of whom was disabled, entrusting them to other families and, with the help of her grandmother, took care of them herself. Having passed the exam to become a country schoolteacher, she was hired at twenty-five dollars a month:
«I would return home every Friday afternoon, riding six miles on the back of a big mule. I spent Saturdays and Sundays washing, ironing, and cooking for the children, and returned to the country school on Sunday afternoons».
When her grandmother died, she moved to Memphis at the invitation of an aunt, taking her sisters with her, while her brothers remained to work on a farm. She passed the exam to become a municipal teacher in Shelby County, which she reached by train. Meanwhile, while local laws in the South circumvented the constitutional amendments of Reconstruction by preventing African Americans from exercising their right to vote, the US Supreme Court legitimized the racial segregation of the Jim Crow Laws, which were already in effect in all Southern states under the principle of “separate but equal.” Everyone had access to services, but in different ways, with activities for whites separated from those for blacks. A strict hierarchical racial segregation was applied in all areas, aimed at keeping the African American population in conditions of degradation and inferiority. Access to education, transportation, restaurants, hospitals, jobs, restrooms, waiting rooms, and all public places was differentiated, with the worst and most substandard services being reserved for people of color in order to keep them in the position of second-class citizens.
During one of her train journeys, before the infamous laws were officially adopted in Mississippi, Wells bit the hand of a conductor who wanted to force her to move from the ladies' carriage to the carriage where smokers and black people were crammed together. The conductor called a porter for help, and the two struggled to drag her away from her seat. In the end, amid the jeers and insults of the white men and women who had witnessed the scene, Wells chose to get off the train. It was 1884, and she sued the Chesapeake & Ohio Railroad, hiring an African-American lawyer, but upon discovering that he had been bought off by the railroad, she turned to a white lawyer and was awarded $500 in damages. The case caused an uproar, but the railroad's appeal to the Tennessee Supreme Court overturned the verdict in 1887, and Wells was attacked by the white press. Meanwhile, she furthered her cultural education by reading on her own and attending Sunday school; she became a contributor to the Evening Star, an African American newspaper, which she soon took over as editor. Her articles were highly regarded because they dealt in a clear and accessible way with issues, problems, and injustices common in the daily lives of black people. She extended her collaboration to the weekly Living Way, writing articles under the pseudonym Iola, which were copied and commented on by other black newspapers across the country. She moved to California to live with her aunt, to whom she felt indebted, and found work in various schools, but when she was offered a teaching position in Memphis, she preferred to return there to continue her work as a journalist. She was soon offered a position at the American Baptist in Louisville, Kentucky. It was a springboard, and her collaborations with leading African American newspapers multiplied: “It was the first time anyone had offered to pay me for the work I had done with pleasure. I had never dreamed of receiving compensation because I was too happy that the newspapers would give me space.” The first female representative, she was part of the staff of the Colored Press Association; elected secretary of the National Press Association at the press conference in Washington, D.C., in 1889, she came into contact with the most illustrious figures in African-American activism and journalism:
«She became famous as one of the few women who could wield a diamond-tipped pen with the same ease as any man in journalism... She has a fine character and is as sharp as a steel trap... No writer, including the male community, has been more widely quoted, none has dealt harder blows to the wrongs and weaknesses of the race».
So wrote Timothy F. Fortune in the New York Age, one of the most influential African American newspapers. To ensure a steady income, she continued to teach and in 1889 bought a share of the Memphis Free Speech Headlight (which she simply called Free Speech) and became its editor. But following a strongly critical article on the deplorable conditions of segregated schools for African Americans and the recruitment of incompetent teaching staff, she was fired.
«I had taken a risk in the interests of the children of our race and I had lost. The worst part was the lack of appreciation from the parents... ‘You shouldn't have done that; you should have known they would fire you’... Until then, I had thought that any struggle undertaken in the interests of the race would have their support. I learned then that I could not count on that».
In Free Speech, she harshly criticized the 1890 Mississippi “understanding clause” which, like other barriers erected by the Southern states (literacy tests, poll taxes, etc.), effectively limited the exercise of African Americans' right to vote.
«Any citizen who can understand a clause of the Constitution, when read to him, shall be declared entitled to vote. It was easy (for whites) to decide that very few blacks understood the clauses of the Constitution they had decided to read to them».
When she attacked part of the African American clergy, accusing them of being intellectually unprepared and unfit to lead the African American population, she was stigmatized by the alliance of preachers who risked losing their influence. She traveled to promote the newspaper, collecting subscriptions and recruiting correspondents, and was in Natchez, Mississippi, when three African Americans, Calvin Mac Dowell, Henry Stuart, and Thomas Moss, known to the community as honest, hard-working citizens and friends of Wells, who had been godmother to her daughter, were lynched in Memphis in March 1892. The three were owners of the People's Grocery Company, a well-established grocery store in a predominantly African American neighborhood called Curve. For reasons of commercial rivalry, M. H. Barrett, the white man who had had a monopoly on trade in the neighborhood until their arrival, never missed an opportunity to harass them and look for excuses to provoke fights, two of which caused the whites to flee. At that point, Barrett reported the grocers to the police and, having found out the day the officers would serve the complaint, spread a false rumor that the whites were going to attack the People's Grocery Company. While crowds of white people gathered in the streets, the African Americans, after consulting a lawyer about whether to arm themselves, stood guard at the back of the store and, mistaking the police for attackers, wounded several of them. The grocers were arrested and the event, harshly condemned by the racist white press, was used as a pretext for searches, arrests, looting, and mistreatment of the African American community. Four days later, the lynching took place: the local political authorities disarmed the Tennessee Rifles, the black militia guarding the prison to repel any lynch mobs, and gave the white crowd free rein. The prisoners were taken from the prison and driven on a railway siding beyond the city limits, where they were brutally murdered. The next day, a morning newspaper reported the details of the lynching, a sign that there were eyewitnesses. Mac Dowell, who had defended himself by fighting, had his eyes gouged out, while Moss's last words were: “Tell my people to go West. There is no justice for them here.” On her return, Wells took up Moss's message and, in the Free Speech, called on her people to leave the city. Faced with lynching, there was nothing that could be done. Black people were forbidden to buy weapons to defend themselves:
«There is therefore only one thing we can do: save our money and leave a city that will not protect our lives and property, nor grant us a fair trial in court, but will take us out and kill us in cold blood when accused by white people».
There was an exodus from Memphis that took the form of a general boycott, as many families sold their property and abandoned their homes and jobs, leaving by wagon or on foot to avoid using the railroad and streetcars, to the point that business collapsed, no workers could be found, and consumption contracted. Wells reported that representatives of the City Railway Company, asking her to use her influence to get people to return to using the streetcars, declared, “The streetcar company has nothing to do with the lynchings... It is owned by Northern capitalists,” but she replied, “It is run by Southern lynch mobs.” She had learned that the entire white population of Memphis knew about the lynching and approved of it, and that the criminal court judge himself had been one of the lynchers. No one would ever be arrested or punished because everyone was guilty. The Memphis lynching changed her point of view. Until then, she had believed that lynchings were carried out to punish sexual violence and had been inclined to consider them a brutal practice, but somehow justifiable when linked to the defense of the honor of raped white women. This interpretation was widely shared and influenced, especially among white people, by the network of prejudices and false myths that represented the black population. Lynching for rape was justified because it defended the honor of white women, who were always seen as defenseless and innocent prey, victims of black men naturally inclined to express a bestial and primitive sexuality. And when, on the contrary, it was white men who raped black women, the blame fell on African-American women, who were considered to belong to a degraded race, provocative and naturally nymphomaniac, making white men victims of their lust. The Memphis lynching was not one such case, and Wells began to investigate thoroughly, collecting documents, articles, data, testimonies, and statistics, proving that only a third of lynchings were allegedly motivated by attacks by black men on white women and that in all cases the accusations were false and fabricated. Consensual interracial relationships were numerous and, once discovered, were passed off as rape in order to justify the physical elimination of blacks who violated social norms.
«The laws against miscegenation in the South prevented legal unions, but left white men free to seduce black girls... while death was the fate of black men who succumbed to the advances of white women».
The African-American editor of the Montgomery Herald had already written an article wondering why cases of interracial relationships were on the rise and concluded:
«... we strongly suspect that it is due to the growing appreciation of white Juliets for colored Romeos».
He was driven out of town after signing a statement denying that he had intended to slander white women in the South. Wells documented many cases of consensual relationships that, once discovered, had sparked murderous rage. Many women had been forced to accuse their black partners of rape, others accused them for fear of becoming pregnant with black children or because they feared social disapproval, Some had deceived their families and managed to flee to the North with their partners, while others, having protected their partners by keeping their identities secret, were ostracized by the community. All the accusations turned out to be false and the evidence of innocence was destroyed. Wells scrupulously recorded testimonies of the brutal violence of the mob, which tortured, hanged, and burned victims alive, turning them into human torches and collecting their ashes, bones, buttons, teeth, and other souvenirs to display proudly. She realized that rape was the excuse that justified white people acting beyond the law and the reason why even the African American population in the North did not express public outrage commensurate with the gravity of the facts. She wanted to bring the whole truth to light in order to shake the conscience of a country that turned a blind eye to the violation of rights and the systematic practice of mass violence against the African American population in the South. On May 21, 1892, while traveling north to evaluate the possibility of moving the newspaper's headquarters and making contacts with civil rights organizations, the Free Speech published its editorial
«Eight Blacks Lynched Since the Last Issue of the Free Speech: three for killing a white man and five for raping white women... No one in this part of the state believes the old false story of the black man raping white women anymore. If the whites of the South are not careful... it will come to a very damaging conclusion for the morality of their women».
In response, a racist mob, incited by the hostile press and emboldened by the impunity they enjoyed from the police and the courts, destroyed the Free Speech headquarters, forcing the co-owner to flee and threatening Wells with death if she returned to town. She had already obtained a gun to defend herself, but, increasingly determined to continue investigating and documenting the whole truth, she accepted Timothy F. Fortune's offer of a job writing two columns a week for the New York Age. At the request of some of her readers, she began attending small meetings until a committee of 250 women was formed who decided to meet to hear her speak. They extended the invitation to other women in Brooklyn and New York City. On the evening of October 5, 1892, at the Lyric Hall in New York, packed with African American women, Wells, who had never spoken to such a large audience, held everyone's attention, expressing herself, as was her style, clearly and convincingly. She recounted the events in detail and presented evidence and testimonies, while tears streamed down her face. The emotion was due above all to the fact that she felt the great emotional involvement of the audience that filled the hall, among whom stood out “the leading women of color from Boston and Philadelphia,” the African American social and intellectual elite who would help support her fight against lynch law: she was no longer a lone, unheard voice.
These women would go on to found the WLU (Women's Loyal Union), the first African-American women's club in New York, followed by the Women's Era in Boston, which would take the name Ida B. Wells Club. On that occasion, Wells received a pen-shaped brooch, which she always wore, and the money that enabled her to publish the pamphlet Southern Horrors: Lynch Laws in All Its Phases, with a preface by Frederick Douglass. From that moment on, Wells combined militant investigative journalism with lecturing to fight her “crusade for justice.” But while the white press remained silent in the face of lynchings, she attracted the interest of British human rights activists traveling in the United States, and in 1893 she left for a lecture tour in Great Britain to raise awareness among the public and the press. She was highly successful, obtaining resolutions condemning lynching from numerous religious and secular assemblies gathered to hear her in major cities across the country and attracting the interest and admiration of the British press. She returned home convinced of the need to publicize her cause as widely as possible. Chicago was hosting the 1893 World's Columbian Exposition, from which the African-American delegation had been excluded. With Frederick Douglass, they found hospitality in the Haitian pavilion. Wells immediately organized a fundraiser among the black population of various churches in Chicago to print Douglass's appeal entitled “The Reason the Colored American Does Not Participate in the World's Columbian Exposition”
«a clear and simple statement of the facts concerning the oppression inflicted upon the colored people in this land of liberty and home of the brave».
Ten thousand copies of the pamphlet were distributed to visitors to the Exhibition. The following year, she returned to Great Britain for a second awareness campaign against lynching, which succeeded in putting pressure on the US press, politicians, and public opinion. The newspapers reported on her successes, although some criticized her for damaging the image of the United States abroad. Before her return home, a British Anti-Lynching Committee was formed, which included prominent figures from the liberal camp, as well as the Archbishop of Canterbury himself. Without directly naming Wells, the Committee condemned the practice of lynching and, responding to requests for help from the African American population, “intended to obtain reliable information on the subject of lynching and mass attacks in America.” In 1895, in The Red Record (based on an analysis of articles published in the main white newspapers), she revealed an impressive number of lynchings of black people, providing statistics on alleged crimes, geographical distribution, and the extent of lynching, and demonstrating that the number of victims grew as the fear that the African American population could actually gain political and economic power increased.
After marrying Ferdinand L. Barnett, editor of The Chicago Conservator, Wells withdrew from public life for a short time to devote herself to her family and children. Founder of the Alpha Suffrage Club of Chicago, the first African-American women's suffrage association, she was in conflict with the white feminists of the first wave over the racism of their choices and on March 3, 1913, during the first suffrage parade in Washington, refusing to march at the back, as had been decided by the leaders, she took part in the parade at the head of the procession. In 1930, she was the first woman and African American to run unsuccessfully for senator of Illinois. She died the following year.
The fact that she ‘achieved activism through journalism’ like other women of her time has led to her leading role in the history of journalism being overlooked (Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists). However, her rigorous method and accuracy in conducting her investigations mean that she should be considered one of the pioneers of the best investigative journalism, known as ‘muckraking’.
Further reading
Ida B. Wells, Crusade for Justice, University of Chicago Press, 2020
Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists, Routledge New York & London, 2004