Françoise Demulder
Gabriella Milia

Tullia Ciancio

 

Francoise Demulder, anche nota come Fifi, nasce a Parigi nel 1947. Figlia di un ingegnere elettronico, studia filosofia e lavora come modella prima di avvicinarsi per caso alla fotografia. È la prima donna a vincere l'ambito premio World Press Photo of the Year per una foto in bianco e nero, scattata nel 1976 durante l'espulsione di cittadini/e palestinesi dal distretto di Karantina a Beirut. In un periodo in cui è eccezionale per una donna lavorare come fotografa di guerra, Fifi Demulder e le sue colleghe Catherine Leroy e Christine Spengler aprono un varco in quel campo fino ad allora dominato dagli uomini. Negli anni Settanta e Ottanta, diventano le personalità di spicco delle tre agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Sipa con sede a Parigi che allora è il centro del fotogiornalismo mondiale.

È il suo primo fidanzato, il fotografo Yves Billyin, ad avvicinare Demulder alla fotografia. Con lui va in Vietnam con un biglietto di sola andata, inizialmente come turista, ma il suo desiderio di capire meglio la situazione, la spinge a rimanere. Fino a quel momento, ha conosciuto il mondo della fotografia soltanto come modella. «Aveva piuttosto il suo posto dall'altra parte dell'obiettivo. È l'incontro con il Vietnam che l'ha fatta diventare fotografa», racconta Billyin. Dotata di grande talento naturale senza una specifica formazione, si forma direttamente sul campo, impara presto gli ingredienti di base della fotografia di guerra e si muove liberamente nel Paese grazie alla sua intraprendenza. L’Associated Press acquista i suoi scatti e in breve tempo il suo lavoro diventa molto richiesto. «L’unico modo per guadagnarsi da vivere era fare foto. Non ero affatto un fotografo, ma c’era una grande necessità di foto dal Vietnam. Vendevo circa quattro foto al giorno a un ufficio stampa, perché erano gli unici a pagare in contanti. Non c’è mai stato tanto lavoro come allora in Vietnam», dichiara Françoise Demulder nel 1977 in una intervista alla rivista olandese Viva.

Il 30 aprile 1975, quando le/i cittadine/i americani e le altre persone straniere sono evacuate da Saigon, Demulder resta nel palazzo presidenziale e riesce a immortalare l’entrata in città dei carri armati Vietcong, scattando la foto esclusiva di uno di questi che sfonda il cancello principale dell'edificio. La fotografia fa il giro del mondo e diviene il simbolo della sconfitta americana. Da quel momento, Fifi Demulder viaggia molto per incarico delle principali riviste francesi come Paris Match, e internazionali, tra cui Time, Life e Newsweek.

Dopo il Sud-est asiatico si interessa ad altri conflitti in Angola, Libano, Etiopia, Pakistan e Cuba. Va spesso in Medio Oriente, dove stringe amicizia con Yasser Arafat, leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, di cui documenta la partenza definitiva dal Libano verso il Nord Africa via mare, nel 1983. È proprio Arafat che, incapace di pronunciare il suo nome, le darà il soprannome di Fifi. Segue la guerra Iran-Iraq e quella del Golfo, durante la quale è una delle poche giornaliste presenti a Baghdad quando la città viene bombardata. Demulder odia la guerra e sente il dovere di documentare le sofferenze delle creature innocenti; nelle sue foto ci sono il dolore e la disperazione di donne e uomini impotenti di fronte alla crudeltà delle armi.

Yasser Arafat e Françoise Demulder, 1989

La sua carriera è stroncata dalla malattia, una leucemia. «Si è ritrovata all'improvviso, nel 2001, con un cancro, senza un soldo, senza aver mai versato contributi», racconta il regista e fotografo Christian Poveda, che crea l'associazione Des clics et des claques per aiutarla. Circa 360 fotografi e fotografe offrono uno scatto da mettere all'asta. Poi un errore medico la rende paraplegica. «Era la sua ossessione da fotografa di guerra, non essere ferita alle gambe. E, una mattina, si sveglia paralizzata», racconta Yves Billyin. Infine il 3 settembre del 2008 muore a Parigi per un infarto. Una risposta all’orrore della guerra probabilmente non l'aveva ancora trovata, ma le sue immagini lo hanno raccontato, nella speranza che tutto ciò non accadesse più. Fra tutte le sue foto, la più emblematica è Distress in Lebanon, quella che le è valsa il premio World Press Photo nel 1977.

Françoise Demulder riceve il premio World Press Photo ad Amsterdam, 1977

Appena scattata, Demulder spedisce il rullino in taxi a Damasco, dove è caricato su un volo diretto a Parigi e consegnato a Gamma, la sua agenzia fotografica. Inizialmente la fotografia non è apprezzata e viene messa da parte; soltanto quando Demulder torna da Beirut, diverse settimane dopo, viene pubblicata e affissa sui muri della parte della città non controllata dai falangisti. Nella foto in bianco e nero in primo piano un’anziana donna palestinese supplica un miliziano cristiano armato; sullo sfondo, bambine e bambini che fuggono a piedi nudi lungo la strada devastata. Quella mattina di gennaio del 1976, la milizia cristiana falangista attacca la gente palestinese rifugiata nel quartiere di Karantina a Beirut est, dando fuoco alle case e provocando un migliaio di vittime. Ancora oggi, quella donna immortalata dalla fotografa sembra chiedere il perché di tanto odio. Demulder racconterà in seguito alla televisione francese che solo la bambina e il bambino, visibili sullo sfondo, sopravvivono. Il miliziano si suicida giocando alla roulette russa. Questa immagine la perseguita per anni, riportandole alla mente la follia della guerra libanese e la carneficina durante i combattimenti. «Da quel momento in poi non si è trattato più di buoni cristiani e malvagi palestinesi, e i falangisti non mi hanno mai perdonato», ha detto.

Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977

Nel corso della brillante carriera, Françoise Demulder riceve numerosi premi e riconoscimenti per il suo lavoro. Le sue fotografie sono esposte in gallerie e musei di tutto il mondo, contribuendo a sensibilizzare l'opinione pubblica su temi come i diritti umani e la giustizia sociale. I suoi scatti sono poetici e carichi di emozione. Utilizza la luce in modo magistrale, creando atmosfere che riescono a trasmettere la complessità delle situazioni ritratte. La capacità di entrare in contatto con le persone e di guadagnarsi la loro fiducia le consente di catturare momenti autentici e intimi, rendendo il proprio lavoro ancora più potente. Crede fermamente nell'importanza di rappresentare le persone con dignità e rispetto, evitando la spettacolarizzazione del dolore. Il suo lavoro è un atto di responsabilità sociale.

A Françoise Demulder si è ispirato Alan Cowell, scrittore inglese e per molto tempo corrispondente di guerra, nel suo romanzo A Walking Guide pubblicato per la prima volta nel 2003 da Simon & Schuster. La protagonista femminile è Faria Duclos (stesse iniziali di Demulder), una fotografa di guerra francese, ex modella. L'anno seguente, Michael Alan Lerner, ex corrispondente di Newsweek, nel suo film Deadlines, ha creato il personaggio della fotografa Julia Muller, basato su di lei; la pellicola è incentrata su eventi reali e ambientata a Beirut nel 1983 quando la città è dilaniata dalla guerra.

Françoise Demulder, Parigi, 1977

Traduzione francese

Sara Benedetti

Françoise Demulder, dite Fifi, naît à Paris en 1947. Fille d’un ingénieur en électronique, elle fait ses études en philosophie et, avant de s’approcher à la photographie, elle travaille comme mannequin. Elle est la première femme à recevoir le prestigieux World Press Photo of the Year grâce à une photographie en noir et blanc prise en 1976, lors de l’expulsion de palestiniennes et palestiniens du quartier de Karantina à Beyrouth. C’est une période où il est exceptionnel pour une femme de travailler comme photographe de guerre mais Fifi Demulder, avec ses collègues Catherine Leroy et Christine Spengler, ouvrent la voie dans un domaine jusqu’alors dominé par les hommes. Dans les années Soixante-dix et Quatre-vingt, elles deviennent des figures de premier plan des agences photographiques Sygma, Gamma et Sipa à Paris qui représente alors le centre névralgique du photojournalisme mondial.

C’est le photographe Yves Billyin, son fiancé, qui suscite l’intérêt de Demulder pour la photographie. Elle part avec lui au Vietnam avec un billet aller comme touriste mais son désir de mieux comprendre la situation du pays la pousse à rester. Jusqu’alors, elle n’avait connu le monde de la photographie qu’en tant que mannequin. «Sa place était plutôt de l’autre côté de l’objectif. C’est la rencontre avec le Vietnam qui a fait d’elle une photographe», raconte Billyin. Sans formation spécifique mais dotée d’un grand talent naturel, elle se forme sur le terrain, elle apprend rapidement les éléments essentiels de la photographie de guerre et circule librement dans le Pays grâce à son esprit d’initiative. L’Associated Press achète ses clichés et son travail devient rapidement très demandé. «La seule manière de gagner sa vie était de prendre des photos. Je n’étais pas du tout photographe mais il y avait un immense besoin d’images du Vietnam. Je vendais environ quatre photos par jour à un service de presse parce que il était le seul à payer en espèces. Il n’y a jamais eu autant de travail qu’à cette époque-là au Vietnam», déclare Françoise Demulder dans une interview accordée au magazine néerlandais Viva en 1977.

Le 30 avril 1975, quand les citoyennes et citoyens américains ainsi que les autres personnes étrangères sont évacués de Saïgon, Demulder reste dans le palais présidentiel et elle réussit à immortaliser l’entrée des chars Vietcongs dans la ville avec une photo exclusive qui représente l’un d’eux en train de enfoncer la portail principale du bâtiment. La photo fait le tour du monde et devient le symbole de la défaite américaine. À partir de ce moment-là, Fifi Demulder voyage beaucoup pour les principaux magazines français, comme Paris Match, et internationaux comme Time, Life et Newsweek.

En plus de l’Asie du Sud-Est, elle s’intéresse à d’autres conflits en Angola, au Liban, en Éthiopie, au Pakistan et à Cuba. Elle se rend souvent au Moyen-Orient où elle se lie d’amitié avec Yasser Arafat, le leader de l’Organisation de libération de la Palestine, dont elle documente le départ définitif du Liban vers l’Afrique du Nord par voie maritime en 1983. C’est Arafat qui, incapable de prononcer son nom, lui donnera le surnom de Fifi. Elle suit les évènements de la guerre Iran-Irak puis de la guerre du Golfe où elle est l’une des rares journalistes présentes à Bagdad pendant les bombardements de la ville. Demulder déteste la guerre et sent le devoir de documenter les souffrances des êtres innocents; ses photos expriment la douleur et le désespoir des femmes et des hommes impuissants face à la cruauté des armes.

Yasser Arafat et Françoise Demulder, 1989

Sa carrière s’interrompe brutalement à cause de la leucémie. «Elle s’est retrouvée soudainement, en 2001, avec un cancer, sans un sou et sans avoir jamais versé une cotisation», raconte le réalisateur et photographe Christian Poveda qui crée l’association Des clics et des claques pour l’aider. Environ 360 photographes offrent un cliché à mettre aux enchères. Ensuite, une erreur médicale la rend paraplégique. «Ne pas être blessée aux jambes était son obsession de photographe de guerre. Et un matin, elle s’est réveillée paralysée», raconte Yves Billyin. Enfin, le 3 septembre 2008 elle meurt à Paris d’un infarctus. Probablement elle n’avait pas encore trouvé de réponse à l’horreur de la guerre mais ses images l’ont racontée dans l’espoir que cela ne se reproduise plus. Sa photo la plus emblématique est Distress in Lebanon, celle qui lui vaut le prix World Press Photo en 1977.

Françoise Demulder reçoit le prix World Press Photo à Amsterdam, 1977

Demulder envoie toute de suite la pellicule en taxi à Damas où elle est chargée sur un vol pour Paris et remise à Gamma, son agence photographique. Au début, la photo n’est pas appréciée et elle est mise de côté ; ce n’est que plusieurs semaines plus tard, lorsque Demulder rentre de Beyrouth, qu’elle est publiée et affichée sur les murs de la ville non contrôlée par les phalangistes. Sur la photo en noir et blanc au premier plan il y a une vieille femme palestinienne qui supplie un milicien chrétien armé; à l’arrière-plan, des enfants fuient pieds nus le long d’une route dévastée. Ce matin de janvier 1976, la milice chrétienne phalangiste attaque les gens palestiniens réfugiés dans le quartier de Karantina à Beyrouth-Est et met feu aux maisons, en provoquant un millier de victimes. Même aujourd’hui, cette femme immortalisée par la photo semble demander pourquoi tant de haine. Ensuite, Demulder racontera à la télévision française que seulement les enfants à l’arrière-plan ont survécu. Le milicien se suicide en jouant à la roulette russe. Cette image la hantera pendant des années, lui rappelant la folie de la guerre du Liban et le carnage des combats. «À partir de ce moment-là, ce n’était plus une question de bons chrétiens et de mauvais palestiniens, et les phalangistes ne m’ont jamais pardonné», dit elle.

Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977

Au cours de sa brillante carrière, Françoise Demulder reçoit de nombreux prix et distinctions pour son travail. Ses photos sont exposées dans les galeries et les musées du monde entier, ce qui a contribué à la sensibilisation de l’opinion publique aux thèmes des droits humains et de la justice sociale. Ses clichés sont plein de poésie et d’émotion. Elle utilise la lumière avec une maîtrise remarquable, créant des atmosphères capables de transmettre toute la complexité des situations représentées. Sa capacité d’entrer en contact avec les personnes et de gagner leur confiance lui permet de capturer des moments authentiques et intimes qui rendent son travail encore plus puissant. Elle croit profondément à l’importance de représenter les individus avec dignité et respect sans spectaculariser la souffrance. Son travail est un acte de responsabilité sociale.

Alan Cowell, écrivain britannique et correspondant de guerre, s’est inspiré de Françoise Demulder pour son roman A Walking Guide, publié pour la première fois en 2003 chez Simon & Schuster. La protagoniste Faria Duclos (avec les mêmes initiales de Demulder) est une photographe de guerre française ex-mannequin. L’année suivante, Michael Alan Lerner, ex-correspondant de Newsweek, crée dans son film Deadlines le personnage de la photographe Julia Muller, également inspiré d’elle; le film s’appuie sur les événements réels et se déroule à Beyrouth en 1983 quand la ville est déchirée par la guerre.

Françoise Demulder, Paris, 1977

Traduzione spagnola

Irene Maria Leonardi

Francoise Demulder, también conocida como Fifi, nació en París en 1947. Hija de un ingeniero electrónico, estudió filosofía y trabajó como modelo antes de acercarse a la fotografía por casualidad. Fue la primera mujer en ganar el codiciado premio World Press Photo of the Year, que obtuvo por una fotografía en blanco y negro, tomada en 1976 durante la expulsión de ciudadanos/as palestinos/as del distrito de Karantina en Beirut. En una época en la que era excepcional que una mujer trabajara como fotógrafa de guerra, Fifi Demulder y sus compañeras de trabajo Catherine Leroy y Christine Spengler se abrieron paso en un campo hasta entonces dominado por los hombres. En los años setenta y ochenta, se convirtieron en personalidades de relieve de las agencias fotográficas Sygma, Gamma y Sipa, con sede en París que por entonces era el centro del fotoperiodismo mundial.

Fue su primer novio, el fotógrafo Yves Billyin, quien inició a Demulder en la fotografía. Viajó con él a Vietnam con un billete de ida, inicialmente como turista, pero su deseo de comprender mejor la situación, la llevó a quedarse. Hasta entonces, solo había conocido el mundo de la fotografía como modelo. «En realidad, su sitio estaba al otro lado del objetivo. Fue su encuentro con Vietnam lo que la convirtió en fotógrafa», contó Billyin. Dotada de un gran talento natural y sin formación específica, se formó directamente con la experiencia directa, asimilando rápidamente los elementos básicos de la fotografía de guerra, y se movió con total libertad por el país gracias a su intrepidez. La Associated Press compró sus fotografías y, en poco tiempo, su trabajo empezó a ser muy solicitado. «La única manera que tenía de ganarme la vida era haciendo fotos. No era fotógrafa en absoluto, pero había una gran necesidad de fotos de Vietnam. Vendía unas cuatro fotos al día a una agencia de prensa, porque eran los únicos que pagaban en efectivo. Nunca hubo tanto trabajo como entonces en Vietnam», declaró Françoise Demulder en 1977 en una entrevista para la revista holandesa «Viva».

El 30 de abril de 1975, cuando las ciudadanas y los ciudadanos estadounidenses y otros/as extranjeros/as fueron evacuados de Saigon, Demulder permaneció en el palacio presidencial y logró inmortalizar la entrada de los tanques del Vietcong en la ciudad, tomando la foto exclusiva de uno de ellos derribando la puerta principal del palacio. La fotografía dio la vuelta al mundo y se convirtió en el símbolo de la derrota estadounidense. A partir de ese momento, Fifi Demulder viajó mucho por encargo de las principales revistas francesas como «Paris Match», e internacionales, como «Time», «Life» y «Newsweek».

Además de por el sudeste asiático, se interesó por otros conflictos en Angola, Líbano, Etiopía, Pakistán y Cuba. Viajó a menudo a Oriente Medio, donde entabló amistad con Yasser Arafat, líder de la Organización para la liberación de Palestina, de quien documentó la salida definitiva del Líbano hacia el norte de África por mar, en 1983. Precisamente Arafat, incapaz de pronunciar su nombre, le pondrá el apodo de Fifi. Cubrió la guerra entre Irán e Iraq y la del Golfo, durante la cual fue una de las pocas periodistas presentes en Bagdad cuando la ciudad fue bombardeada. Demulder odiaba la guerra, pero sentía el deber de documentar el sufrimiento de las personas inocentes; en sus fotos se refleja el dolor y la desesperación de mujeres y hombres impotentes ante la crueldad de las armas.

Yasser Arafat y Françoise Demulder, 1989

Su carrera fue interrumpida por una enfermedad, la leucemia. «De repente, en 2001, se encontró con un cáncer, sin un céntimo y sin haber cotizado nunca», contó el director y fotógrafo Christian Poveda, quien creó la asociación Des clics et des claques para ayudarla. Unos/as 360 fotógrafos y fotógrafas ofrecieron una foto para subastarla. Luego, un error médico la dejó parapléjica. «Era su obsesión, como fotógrafa de guerra, no ser herida en las piernas. Y, una mañana, se despertó paralizada», contó Yves Billyin. Finalmente, murió de infarto en París el 3 de septiembre de 2008. Probablemente aún no había encontrado una respuesta al horror de la guerra, pero sus fotografías lo han narrado, con la esperanza de que todo aquello no volviera a suceder. Entre todas sus fotografías, la más emblemática es Distress in Lebanon, que le valió el premio World Press Photo en 1977.

Françoise Demulder recibe el premio World Press Photo en Ámsterdam, 1977

Apenas tomada, Demulder envió el carrete en taxi a Damasco, donde fue cargado en un vuelo con destino a París y entregado a Gamma, su agencia fotográfica. La fotografía no fue muy apreciada al principio y la dejaron a un lado; solo cuando Demulder regresó de Beirut, varias semanas después, se publicó y se colocó en las paredes de la parte de la ciudad que no estaba controlada por los falangistas. En la foto en blanco y negro, en primer plano, una mujer anciana palestina suplica a un miliciano cristiano armado; al fondo, niñas y niños que huyen descalzos por la calle devastada. Aquella mañana de enero de 1976, la milicia cristiana falangista atacó a la población palestina refugiada en el barrio de Karantina, en el este de Beirut, incendiando las casas y causando alrededor de un millar de víctimas. Aún hoy, la mujer inmortalizada por la fotógrafa parece preguntarse el motivo de tanto odio. Demulder contó más tarde en la televisión francesa que solo sobrevivieron la niña y el niño, visibles al fondo. El miliciano se suicidó jugando a la ruleta rusa. Esta imagen la persiguió durante años, evocándole la locura de la guerra en el Líbano y la carnicería durante los combates. «A partir de ese momento, ya no se trataba de buenos cristianos y palestinos malvados, y los falangistas nunca me perdonaron», dijo.

Donna palestinese che implora un miliziano delle Falangi a Karantina, Beirut Est, 1977

A lo largo de su carrera brillante, Françoise Demulder recibió numerosos premios y reconocimientos por su trabajo. Sus fotografías están expuestas en galerías y museos de todo el mundo, contribuyendo a sensibilizar a la opinión pública sobre temas como los derechos humanos y la justicia social. Sus fotos son poéticas y están llenas de emoción. Utiliza la luz de forma magistral para crear atmósferas que transmiten la complejidad de las situaciones retratadas. Su capacidad de conectarse con las personas y ganarse su confianza le permitió capturar momentos auténticos e íntimos, lo que hizo que su trabajo fuera aún más impactante. Creía firmemente en la importancia de representar a las personas con dignidad y respeto, evitando la transformar el dolor en espectáculo. Su trabajo era un acto de responsabilidad social.

Françoise Demulder inspiró a Alan Cowell, escritor inglés y corresponsal de guerra durante mucho tiempo, en su novela A Walking Guide, publicada por primera vez en 2003 por Simon & Schuster. La protagonista femenina, Faria Duclos (cuyas iniciales coinciden con las de Demulder), es una fotógrafa de guerra francesa, exmodelo. Al año siguiente, Michael Alan Lerner, ex corresponsal de «Newsweek», creó el personaje de la fotógrafa Julia Muller, basado en Demulder, en su película Deadlines, que se centra en hechos reales y está ambientada en Beirut en 1983, cuando la ciudad se veía devastada por la guerra.

Françoise Demulder, París, 1977

Traduzione inglese

Syd Stapleton

Françoise Demulder, also known as Fifi, was born in Paris in 1947. The daughter of an electrical engineer, she studied philosophy and worked as a model before discovering photography by chance. She was the first woman to win the coveted World Press Photo of the Year award for a black-and-white photo, taken in 1976 during the expulsion of Palestinian citizens from the Karantina district of Beirut. At a time when it was exceptional for a woman to work as a war photographer, Fifi Demulder and her colleagues Catherine Leroy and Christine Spengler broke new ground in a field that had been dominated by men until then. In the 1970s and 1980s, they became the leading figures of the three photo agencies Sygma, Gamma, and Sipa based in Paris, which was then the center of world photojournalism.

It was her first boyfriend, photographer Yves Billyin, who introduced Demulder to photography. She went to Vietnam with him on a one-way ticket, initially as a tourist, but her desire to understand the situation better prompted her to stay. Until then, she had only known the world of photography as a model. "She was more at home on the other side of the lens. It was her encounter with Vietnam that made her a photographer," says Billyin. Gifted with great natural talent but without any specific training, she learned on the job, quickly mastering the basics of war photography and moving freely around the country thanks to her resourcefulness. The Associated Press bought her photos and her work soon became highly sought after. “The only way to make a living was to take pictures. I wasn't a photographer at all, but there was a great need for photos from Vietnam. I sold about four photos a day to a press agency because they were the only ones who paid cash. There has never been as much work as there was then in Vietnam,” Françoise Demulder said in a 1977 interview with the Dutch magazine Viva.

On April 30, 1975, when American citizens and other foreigners were evacuated from Saigon, Demulder remained in the presidential palace and managed to capture the Vietcong tanks entering the city, taking an exclusive photo of one of them breaking through the main gate of the US embassy building. The photograph was seen around the world and became a symbol of American defeat. From that moment on, Fifi Demulder traveled extensively on assignment for major French magazines such as Paris Match, and international magazines including Time, Life, and Newsweek.

After Southeast Asia, she became interested in other conflicts in Angola, Lebanon, Ethiopia, Pakistan, and Cuba. She often traveled to the Middle East, where she befriended Yasser Arafat, leader of the Palestine Liberation Organization, whose final departure from Lebanon to North Africa by sea she documented in 1983. It was Arafat himself who, unable to pronounce her name, gave her the nickname Fifi. She covered the Iran-Iraq War and the Gulf War, during which she was one of the few journalists present in Baghdad when the city was bombed. Demulder hated war and felt a duty to document the suffering of innocent people; her photos show the pain and despair of women and men powerless in the face of the cruelty of weapons.

Yasser Arafat and Françoise Demulder, 1989

Her career was cut short by an illness, leukemia. “She suddenly found herself, in 2001, with cancer, penniless, without ever having paid social security contributions,” says director and photographer Christian Poveda, who created the association Des clics et des claques to help her. Around 360 photographers offered a shot to be auctioned. Then a medical error left her paraplegic. “It was her obsession as a war photographer not to be injured in the legs. And one morning, she woke up paralyzed,” says Yves Billyin. Finally, on September 3, 2008, she died in Paris of a heart attack. She probably hadn't yet found an answer to the horror of war, but her images told the story, in the hope that it would never happen again. Of all her photos, the most emblematic is Distress in Lebanon, which won her the World Press Photo award in 1977.

Françoise Demulder receives the World Press Photo award in Amsterdam, 1977

As soon as she took it, Demulder sent the film roll by taxi to Damascus, where it was loaded onto a flight to Paris and delivered to Gamma, her photo agency. Initially, the photograph was not appreciated and was set aside; only when Demulder returned from Beirut several weeks later was it published and posted on the walls of the part of the city not controlled by the Phalangists. The black-and-white photo shows an elderly Palestinian woman begging an armed Christian militiaman in the foreground, with children fleeing barefoot along the devastated street in the background. On that January morning in 1976, the Christian Phalangist militia attacked Palestinian refugees in the Karantina neighborhood of East Beirut, setting houses on fire and killing around a thousand people. Even today, the woman immortalized by the photographer seems to be asking why there is so much hatred. Demulder later told French television that only the little girl and boy visible in the background survived. The militiaman committed suicide by playing Russian roulette. This image haunted her for years, bringing back memories of the madness of the Lebanese war and the carnage during the fighting. “From that moment on, it was no longer about good Christians and evil Palestinians, and the Phalangists never forgave me,” she said.

Palestinian woman pleading with a Phalangist militiaman in Karantina, East Beirut, 1977

Throughout her brilliant career, Françoise Demulder received numerous awards and honors for her work. Her photographs are exhibited in galleries and museums around the world, helping to raise public awareness of issues such as human rights and social justice. Her shots are poetic and emotionally charged. She uses light masterfully, creating atmospheres that convey the complexity of the situations she portrays. Her ability to connect with people and earn their trust allowed her to capture authentic and intimate moments, making her work even more powerful. She firmly believed in the importance of representing people with dignity and respect, avoiding the sensationalization of pain. Her work was an act of social responsibility.

Françoise Demulder inspired Alan Cowell, an English writer and long-time war correspondent, in his novel A Walking Guide, first published in 2003 by Simon & Schuster. The female protagonist is Faria Duclos (same initials as Demulder), a French war photographer and former model. The following year, Michael Alan Lerner, a former Newsweek correspondent, created the character of photographer Julia Muller, based on Demulder, in his film Deadlines. The film is based on real events and set in Beirut in 1983 when the city was torn apart by war.

Françoise Demulder, Paris, 1977

 

Jane Jacobs
Barbara Belotti

Carola Pignati

 

Le Jane’s walk si organizzano nel primo fine settimana di maggio, ogni anno in ogni parte del mondo, anche in Italia. È un sistema globale di camminate tra i quartieri delle città per ricordare e celebrare Jane Jacobs, l’attivista e giornalista statunitense che ha a lungo contestato i modelli e le pianificazioni dello sviluppo urbano.

Se fosse ancora viva (si è spenta a Toronto nel 2006) sarebbe ancora oggi in prima fila a criticare e avversare i progetti senza freni dei grandi costruttori e dei grandi magnati dell’edilizia che, in tutto il mondo, garantiscono enormi profitti a pochi individui condannando molto spesso cittadine e cittadine a vivere peggio. Le passeggiate sono un modo pacifico ma determinato di ripensare i centri urbani, capaci di mettere in risalto il valore della mobilità sostenibile contro la congestione del nostro traffico, soverchiante e inquinante; di riscoprire le bellezze storico-artistiche intorno a noi e di ricordarci come il patrimonio culturale sia un bene comune da rispettare e tutelare; di porre in primo piano il verde e gli spazi aperti, mai troppo difesi e protetti dall’espansione incontrollata di costruzioni, cemento e asfalto. Passeggiare insieme e vivere in modo collettivo e socializzante l’esperienza, consente di conoscere e riflettere su idee di città a misura di persone e di vita, secondo una visione concreta della realtà urbana in cui i fatti, i dati e le esigenze di chi ci vive non sono soffocate e stravolte da teorie astratte di programmazione urbanistica. Temi molto discussi e ancora molto attuali che Jane Jacobs, appassionata attivista e giornalista controcorrente, ha cominciato a porsi e a porre molto tempo fa.

Jane Jacobs, il cui cognome di famiglia è Butzner, nasce in Pennsylvania nel 1916 in una famiglia aperta e attenta al libero sviluppo delle sue capacità. A diciotto anni si trasferisce a New York per lavorare e la città diviene la realtà tangibile su cui formare le sue convinzioni e il suo pensiero; vivrà a lungo a Manhattan, almeno fino al 1968 quando si sposterà con marito e prole in Canada, a Toronto. A New York, dopo aver svolto lavori di dattilografa e stenografa, Jane approda alla rivista Vogue e comincia a occuparsi di alcune attività economiche e dei riflessi che queste determinano sui quartieri cittadini in cui gravitano. Nasce così il suo sguardo appassionato e libero sulla realtà urbana, sulla sua complessità, sulle dinamiche che l’attraversano. Jane studia presso la Columbia University senza conseguire la laurea; contemporaneamente scrive sull’organo dell’industria metallurgica The Iron Age, e, fino al 1952, anche per l’Office of War Information e la rivista del Dipartimento di Stato Amerika. Sono tutti organismi e agenzie di Stato e il suo pensiero non allineato non sempre ha vita facile, arrivando a subire per due volte, negli anni del maccartismo, indagini e interrogatori per sospette simpatie comuniste. A sua difesa, in quelle difficili occasioni, Jane Jacobs ricorda il principio fondamentale del diritto di espressione:

«Non sono d'accordo con gli estremisti né di destra né di sinistra, ma penso che si debba permettere loro di parlare e di pubblicare, sia perché hanno, e dovrebbero avere, dei diritti, sia perché, una volta che i loro diritti vengono meno, i diritti di tutti noi sono difficilmente al sicuro».

Edmund Bacon con il plastico delle Society Hill Towers di Philadelpia, 1960 ca.

Dopo queste esperienze, Jacobs comincia a scrivere per la rivista Architectural Forum e anche qui propone idee indipendenti e originali, mai supine nei confronti delle posizioni di potere. Come quando, soffermandosi sulle Society Hill Towers di Philadelphia progettate dall’architetto e urbanista Edmund Bacon, non lesina critiche evidenziando come le comunità afroamericane presenti nel quartiere fossero state trascurate dal progetto. Per lei i quartieri urbani sono elementi dinamici, poliformi e complessi, composti da persone, spazi, edifici, attività che non devono essere ignorate e silenziate; secondo il suo pensiero l’architettura e l’urbanistica dovrebbero imparare a non essere aggressive, a «rispettare, nel senso più profondo del termine, le strisce di caos che hanno una strana saggezza propria non ancora compresa nel nostro concetto di ordine urbano». Queste le parole con cui si rivolge nel 1956 ad architetti e urbanisti presenti all’Università di Harvard per parlare del quartiere di East Harlem. Una lezione su nuove e possibili prospettive con cui affacciarsi sulle realtà cittadine. «Le strisce di caos» che emanano saggezza sono i percorsi che nel tempo hanno definito e reso unici i quartieri con i loro edifici disomogenei per forme, stili e materiali, ma pulsanti di vita e attività economiche di prossimità.

Le sue idee cominciano a diffondersi: nel ’58 la Fondazione Rockefeller le assegna fondi per condurre uno studio critico sulla pianificazione urbana e sulla vita urbana negli Stati Uniti. Il messaggio comincia a essere condiviso: individuare priorità sociali giuste, cercare soluzioni che possano migliorare le città e portare a progettazioni in grado di sviluppare positivamente le molteplici realtà urbane, senza mai dimenticare, anzi ponendoli in evidenza, i valori culturali e umani. Da queste posizioni, Jacobs critica i metodi di pianificazione e progettazione urbanistica e rigenerazione urbana che prevedono imponenti demolizioni di quartieri, ampie arterie urbane di grande comunicazione, delocalizzazioni forzate di abitanti e piccole attività economiche, restrizione (quando non cancellazione) di aree e spazi comuni in cui le persone possono incontrarsi, discutere e socializzare.

Jane Jacobs, 1961

Sono le radici da cui nasce il suo libro più famoso The death and life of great american cities del 1961. Come spesso le accade, le sue idee e il suo scritto dividono: riceve grande sostegno ma anche feroci critiche, soprattutto da architetti, progettisti e urbanisti che non tollerano che una donna, per di più non laureata, intervenga in campi che non le “appartengono”. Da sempre predominio maschile, il mondo dell’architettura e dell’urbanistica attacca le sue teorie ma, soprattutto, attacca la sua persona definendola una dilettante del settore capace solo di ciance da bar, una “casalinga” prestata all’architettura, una «dama militante». Ma Jane non demorde e nel ’62, lasciata la rivista Architectural Forum, si dedica all’attività di scrittrice e di attivista.

Jane Jacobs way, Greenwich Village, Manhattan, New York

Fedele alle sue idee, Jacobs combatte in prima linea per le cause in cui crede, come la difesa del Greenwich Village, il quartiere in cui vive con la sua famiglia e che l’architetto e urbanista Robert Moses, promotore per decenni dei piani di ristrutturazione di New York, individua per nuove trasformazioni negli anni ’50 e ’60. Jane, insieme a comitati e cittadinanza, si batte contro la realizzazione di grandi strade ad alta densità di traffico, vere autostrade urbane che irrompono violentemente nei tessuti urbani; è contro la demolizione indiscriminata ‒ spesso spacciata per “rigerazione” urbana ‒ di aree ritenute “degradate” che in realtà nasconde appetiti speculativi. Dopo la mobilitazione per il Greenwich Village, si impegna per la zona di Lower Manhattan, contro la sua trasformazione e la costruzione del complesso del Trade World Center: dietro il vessillo del rinnovamento e del decoro urbano vede speculazioni edilizie e interessi finanziari che sacrificano, con ottiche sociali distorte, interi quartieri, aree urbane vive, abitate e stratificate.

Jane Jacobs Weg, Vienna

Nel 1968 viene arrestata durante un’udienza pubblica finita in tafferugli, accusata di istigazione alla sommossa, intralcio alla pubblica amministrazione e danneggiamenti, accuse in seguito ridimensionate. Poco tempo dopo decide di lasciare per sempre gli Usa e di trasferirsi con la sua famiglia in Canada, a Toronto, dove vivrà per oltre trent’anni fino alla morte. Parte della decisione dipende anche dall’impegno militare statunitense in Vietnam che Jane, attivista contro la guerra, vede come una minaccia per i suoi figli che rischiano la chiamata alle armi. Toronto è una seconda opportunità per lei che, anche qui, diviene protagonista di campagne in favore di un diverso sviluppo urbano. La sua attività di saggista prosegue negli anni canadesi: scrive The Economy of Cities del 1969 (in Italia dal 1971 con il titolo L’economia delle città), Cities and the Wealth of Nations (1984), Systems of Survival (1992), The Nature of Economies (2000), Dark Age Ahead (2004), l’ultimo suo libro.

Jane Jacobs, 2004

Per le sue pubblicazioni nel 1996 è stata nominata Ufficiale dell’Ordine del Canada, la più alta onorificenza concessa da questo Paese. La motivazione individua nel suo impegno di attivista e autrice il grande impulso che ha prodotto un significativo cambiamento di mentalità sia tra chi lavora nel campo della pianificazione architettonica e urbanistica, sia tra le cittadine e i cittadini:

«Attivista sociale e sostenitrice del principio di pensare globalmente e agire localmente, ha lasciato la sua impronta indelebile sul paesaggio di Toronto. Stimolando la discussione, il cambiamento e l'azione, ha contribuito a rendere le strade della città canadesi e i quartieri vivaci, vivibili e funzionali per tutti».bba permettere loro di parlare e di pubblicare, sia perché hanno, e dovrebbero avere, dei diritti, sia perché, una volta che i loro diritti vengono meno, i diritti di tutti noi sono difficilmente al sicuro».


Traduzione francese

Giorgia Corvino

Les « Jane’s Walks » sont organisées chaque année durant le premier week-end de mai, partout dans le monde, y compris en Italie. Il s'agit d'un réseau mondial de marches citadines à travers les quartiers pour commémorer et célébrer Jane Jacobs, l'activiste et journaliste américaine qui a longtemps contesté les modèles et les planifications du développement urbain.

Si elle était encore en vie (elle s'est éteinte à Toronto en 2006), elle serait aujourd'hui encore en première ligne pour critiquer et combattre les projets effrénés des grands bâtisseurs et des magnats de l'immobilier qui, à travers le globe, garantissent d'énormes profits à quelques individus tout en condamnant bien souvent les citadins à une dégradation de leur qualité de vie. Ces promenades sont une manière pacifique mais déterminée de repenser les centres urbains. Elles mettent en exergue la valeur de la mobilité durable face à la congestion d'un trafic envahissant et polluant ; elles permettent de redécouvrir les beautés historico-artistiques qui nous entourent et de nous rappeler que le patrimoine culturel est un bien commun à respecter et à protéger ; elles placent au premier plan les espaces verts et les lieux ouverts, jamais assez défendus contre l'expansion incontrôlée du béton et de l'asphalte. Se promener ensemble et vivre cette expérience de manière collective et socialisante permet de réfléchir à une idée de la ville à taille humaine. C'est une vision concrète de la réalité urbaine où les faits, les données et les besoins des habitants ne sont pas étouffés par des théories abstraites de programmation urbanistique. Ce sont des thèmes brûlants d'actualité que Jane Jacobs, activiste passionnée et journaliste à contre-courant, a commencé à soulever il y a bien longtemps.

Jane Jacobs, née Butzner, voit le jour en Pennsylvanie en 1916 au sein d'une famille ouverte, attentive au libre développement de ses capacités. À dix-huit ans, elle s'installe à New York pour travailler. La métropole devient la réalité tangible sur laquelle elle forge ses convictions. Elle vivra longtemps à Manhattan, jusqu'en 1968, date à laquelle elle partira avec son mari et ses enfants pour le Canada, à Toronto. À New York, après avoir été dactylographe et sténographe, Jane rejoint le magazine Vogue et commence à s'intéresser aux activités économiques et à leurs répercussions sur les quartiers. C'est ainsi que naît son regard libre sur la complexité urbaine et les dynamiques qui la traversent. Elle étudie à l'Université de Columbia sans obtenir de diplôme, tout en écrivant pour l'organe de l'industrie métallurgique The Iron Age et, jusqu'en 1952, pour l'Office of War Information et la revue du Département d'État Amerika. Travaillant pour des organismes d'État, sa pensée non-alignée n'est pas toujours bien accueillie: durant les années du maccarthysme, elle subit par deux fois des interrogatoires pour de suspectes sympathies communistes. Pour sa défense, elle invoque le principe fondamental de la liberté d'expression:

«Je ne suis d'accord avec les extrémistes ni de droite ni de gauche, mais je pense qu'on doit leur permettre de parler et de publier, d'une part parce qu'ils ont des droits, et d'autre part parce que, une fois que leurs droits sont bafoués, les droits de nous tous ne sont plus en sécurité».

Edmund Bacon avec le plastique des Society Hill Towers de Philadelpia, 1960 ca.

Après ces expériences, Jacobs écrit pour la revue Architectural Forum. Là encore, elle propose des idées indépendantes, jamais soumises aux positions de pouvoir. Lorsqu'elle étudie les Society Hill Towers de Philadelphie, conçues par l'urbaniste Edmund Bacon, elle ne ménage pas ses critiques, soulignant que les communautés afro-américaines du quartier ont été totalement négligées par le projet. Pour elle, les quartiers sont des éléments dynamiques et complexes composés de personnes, d'espaces et d'activités qui ne doivent pas être réduits au silence. Selon elle, l'architecture et l'urbanisme devraient apprendre à ne pas être agressifs, à « respecter, dans le sens le plus profond du terme, les lisières de chaos qui possèdent une sagesse propre, pas encore comprise par notre concept d'ordre urbain ». C'est avec ces mots qu'elle s'adresse en 1956 aux architectes de l'Université de Harvard à propos du quartier d'East Harlem. Une leçon sur de nouvelles perspectives possibles : ces « lisières de chaos » pleines de sagesse sont les parcours qui, au fil du temps, ont rendu les quartiers uniques, avec leurs édifices hétérogènes mais vibrants de vie et d'économie de proximité.

Ses idées se diffusent : en 1958, la Fondation Rockefeller lui octroie des fonds pour mener une étude critique sur la planification et la vie urbaine aux États-Unis. Son message commence à être partagé : identifier des priorités sociales justes et chercher des solutions capables de développer positivement les réalités urbaines sans jamais oublier les valeurs humaines. Jacobs critique les méthodes de régénération urbaine qui prévoient des démolitions massives, de larges artères de communication, des délocalisations forcées d'habitants et la suppression des espaces communs où les gens peuvent se rencontrer.

Jane Jacobs, 1961

C'est sur ce terreau que naît en 1961 son livre le plus célèbre, The Death and Life of Great American Cities (Déclin et survie des grandes villes américaines). Comme souvent, ses écrits divisent : elle reçoit un grand soutien mais aussi des critiques féroces, surtout de la part d'architectes et d'urbanistes qui ne tolèrent pas qu'une femme, de surcroît non diplômée, intervienne dans des domaines qui ne lui « appartiennent » pas. Ce monde, alors prédominance masculine, attaque ses théories mais s'en prend surtout à sa personne, la qualifiant d'amateur capable seulement de « discussions de comptoir », de « ménagère » égarée dans l'architecture ou de « dame militante ». Mais Jane ne cède pas et, en 1962, elle quitte Architectural Forum pour se consacrer entièrement à son travail d'autrice et d'activiste.

Jane Jacobs way, Greenwich Village, Manhattan, New York

Fidèle à ses idées, Jacobs se bat en première ligne pour les causes auxquelles elle croit, comme la défense de Greenwich Village. Ce quartier, où elle vit, est visé dans les années 50 et 60 par les plans de restructuration de l'urbaniste Robert Moses. Jane, aux côtés de comités de citoyens, lutte contre la création de grandes routes à haute densité de trafic, de véritables autoroutes urbaines qui déchirent le tissu social. Elle s'oppose à la démolition aveugle de zones jugées « dégradées » — souvent présentée sous le vernis de la « régénération » — qui cache en réalité des appétits spéculatifs. Après la mobilisation pour Greenwich Village, elle s'engage pour le secteur du Lower Manhattan contre la construction du complexe du World Trade Center : derrière l'étendard du renouveau, elle voit des spéculations immobilières et des intérêts financiers sacrifiant des quartiers vivants et stratifiés.

Jane Jacobs Weg, Vienna

En 1968, elle est arrêtée lors d'une audience publique qui tourne à l'altercation. Accusée d'incitation à l'émeute et d'entrave à l'administration publique, les charges seront plus tard réduites. Peu après, elle décide de quitter définitivement les États-Unis pour s'installer à Toronto, au Canada, où elle vivra plus de trente ans. Cette décision est en partie motivée par l'engagement militaire américain au Vietnam ; activiste anti-guerre, elle voit dans ce conflit une menace pour ses fils qui risquent la conscription. Toronto est une seconde chance pour elle. Là encore, elle devient la figure de proue de campagnes en faveur d'un développement urbain différent. Son activité d'essayiste se poursuit : elle publie The Economy of Cities (1969), Cities and the Wealth of Nations (1984), Systems of Survival (1992), The Nature of Economies (2000) et son dernier ouvrage, Dark Age Ahead (2004).

Jane Jacobs, 2004

Pour ses publications, elle a été nommée Officier de l'Ordre du Canada en 1996, la plus haute distinction du pays. La motivation souligne que son engagement a produit un changement de mentalité significatif:

«Activiste sociale et partisane du principe de penser globalement et agir localement, elle a laissé une empreinte indélébile sur le paysage de Toronto. En stimulant la discussion et l'action, elle a contribué à rendre les rues et les quartiers des villes canadiennes vivants, habitables et fonctionnels pour tous».


Traduzione spagnola

Irene Maria Leonardi

Las Paseos de Jane se organizan el primer fin de semana de mayo, cada año en todo el mundo, también en Italia y en España. Se trata de una iniciativa global que consiste en dar paseos por los barrios de las ciudades para recordar y rendir homenaje a Jane Jacobs, la activista y periodista estadounidense que durante mucho tiempo cuestionó los modelos y las planificaciones de desarrollo urbano.

Si aún estuviera viva (murió en Toronto en 2006), hoy seguiría en primera línea criticando y oponiéndose a los proyectos sin frenos de los grandes constructores y magnates de la construcción que, en todo el mundo, garantizan enormes beneficios a unos pocos individuos y condenan muy a menudo a la ciudadanía a vivir en peores condiciones. Los paseos son una forma pacífica, pero efectiva, de recalificar los centros urbanos y dar realce al valor de la movilidad sostenible contra la congestión de nuestro tráfico, aplastante y contaminante. Nos permiten redescubrir las bellezas histórico-artísticas que nos rodean y nos recuerdan que el patrimonio cultural es un bien común que debemos respetar y proteger. Además, ponen en primer plano las zonas verdes y los espacios abiertos, que nunca están suficientemente defendidos y protegidos de la expansión descontrolada de las construcciones, el hormigón y el asfalto. Pasear juntos y vivir la experiencia de manera colectiva y sociable permite conocer modelos de ciudades a medida de las personas centrados en la vida cotidiana, y reflexionar sobre ellos según una visión concreta de la realidad urbana en la que los hechos, los datos y las exigencias de quienes la habitan no resultan sofocados ni distorsionados por teorías abstractas de planificación urbana. Estos son temas muy debatidos y aún muy actuales que Jane Jacobs, activista apasionada y periodista inconformista, comenzó a plantearse y a introducir hace mucho tiempo.

Jane Jacobs, cuyo apellido era Butzner, nació en Pensilvania en 1916 en una familia abierta y atenta al libre desarrollo de sus capacidades. A los dieciocho años se trasladó a Nueva York para trabajar y la ciudad se convirtió en el escenario tangible en el que formó sus convicciones y su pensamiento. Vivió mucho tiempo en Manhattan, al menos hasta 1968, cuando se trasladó con su marido y prole a Canadá, a Toronto. En Nueva York, después de trabajar como dactilógrafa y taquígrafa, Jane entró a formar parte de la revista «Vogue», donde empezó a ocuparse de ciertas actividades económicas y de su repercusión en los barrios de la ciudad. Así nació su mirada apasionada y libre sobre el espacio urbano, su complejidad y las dinámicas que lo atraviesan. Jane estudió en la Columbia University, aunque no llegó a graduarse; al mismo tiempo, escribía en la revista de la industria metalúrgica «The Iron Age» y, hasta 1952, para el Office of War Information y la revista del Departamento de Estado, «Amerika». Se trataba de organismos y agencias de Estado, y su pensamiento disonante le dificultó el camino: llegó a sufrir, en dos ocasiones durante los años del macartismo, investigaciones e interrogatorios por sospechas de simpatías comunistas. En su defensa, en esas difíciles ocasiones, Jane Jacobs recordó el principio fundamental del derecho a la libertad de expresión:

«No estoy de acuerdo con los extremistas, ni de derechas ni de izquierdas, pero creo que hay que permitirles hablar y publicar, tanto porque tienen y deberían tener derechos, como porque, cuando se violan esos derechos, también los nuestros difícilmente estarán a salvo».

Edmund Bacon con la maqueta de las Society Hill Towers de Philadelpia, 1960 aprox

Tras estas experiencias, Jacobs comenzó a escribir para la revista «Architectural Forum», donde también proponía ideas independientes y originales, nunca subyugadas a las posiciones de poder. Por ejemplo, cuando se detuvo en las Society Hill Towers de Filadelfia, diseñadas por el arquitecto y urbanista Edmund Bacon, no escatimó críticas, señalando cómo las comunidades afroamericanas presentes en el barrio habían sido ignoradas por el proyecto. En su opinión, los barrios urbanos eran elementos dinámicos, poliformes y complejos, compuestos por personas, zonas, edificios y actividades que no se podían ignorar ni silenciar. Consideraba que la arquitectura y el urbanismo debían aprender a no ser agresivos y a «respetar, en el sentido más profundo del término, las franjas de caos que se caracterizan por una extraña sabiduría que aún no se ha comprendido en nuestro concepto de orden urbano». Estas fueron las palabras que dirigió en 1956 a los arquitectos y urbanistas presentes en la Universidad de Harvard para hablar del barrio de East Harlem. Una lección sobre nuevas y posibles perspectivas desde las cuales examinar la realidad urbana. «Las franjas de caos» que emanan sabiduría son los caminos que, a lo largo del tiempo, han definido y conferido unicidad a los barrios, con sus edificios no homogéneos en cuanto a formas, estilos y materiales, pero llenos de vida y de actividades económicas de proximidad.

Sus ideas comenzaron a difundirse: en 1958, la Fundación Rockefeller le concedió fondos para llevar a cabo un estudio crítico sobre la planificación y la vida urbana en Estados Unidos. Su mensaje empezó a tener impacto: identificar las prioridades sociales correctas, buscar soluciones que pudieran mejorar las ciudades y crear proyectos que contribuyeran positivamente al desarollo de las múltiples realidades urbanas, sin olvidar nunca –sino más bien poniendo de relieve– los valores culturales y humanos. Desde estas perspectivas, Jacobs criticó los métodos de planificación y de proyecto urbanístico y de regeneración urbana que preveían demoliciones masivas de barrios, grandes arterias urbanas de comunicación, el desplazamiento forzoso de habitantes y pequeñas empresas, así como la restricción (o incluso la eliminación) de zonas y espacios comunes en los que las personas pudieran reunirse, discutir y socializar.

Jane Jacobs, 1961

Esas son las raíces de las que nació su libro más famoso The death and life of great american cities de 1961. Como le ocurría a menudo, sus ideas y su obra dividían a la opinión pública: recibió un gran apoyo, pero también feroces críticas, especialmente de arquitectos, diseñadores y urbanistas que no toleraban que una mujer, y además sin título universitario, interviniera en ámbitos que no le «correspondían». Tradicionalmente dominado por los hombres, el mundo de la arquitectura y el urbanismo atacó sus teorías y, sobre todo, a su persona, definiéndola como una aficionada del sector, capaz solo de charlatanería de bar, una «ama de casa» dedicada a la arquitectura, una «dama militante». Sin embargo, Jane no desistió y, en 1962, tras dejar la revista «Architectural Forum», se dedicó a la profesión de escritora y activista.

Jane Jacobs way, Greenwich Village, Manhattan, Nueva York

Fiel a sus ideas, Jacobs luchó en primera línea por las causas en las que creía, como la defensa de Greenwich Village, el barrio en el que vivía con su familia y que el arquitecto y urbanista Robert Moses, impulsor de los planes de reestructuración de Nueva York durante décadas, eligió para nuevas transformaciones en los años cincuenta y sesenta. Jane, junto con los comités y la ciudadanía, luchó contra la realización de grandes vías de intenso tráfico, auténticas autopistas urbanas que irrumpían violentamente en los tejidos urbanos. Se opuso a la demolición indiscriminada –a menudo disfrazada de “regeneración” urbana– de zonas consideradas “degradadas”, que en realidad ocultaba intereses especulativos. Tras la movilización a favor de Greenwich Village, se comprometió con la zona de Lower Manhattan, oponiéndose a su transformación y a la construcción del complejo del Trade World Center. Bajo la bandera de la renovación y el decoro urbano, veía especulaciones inmobiliarias e intereses financieros que, con una visión social distorsionada, sacrificaban barrios enteros y zonas urbanas vivas, habitadas y estratificadas.

Jane Jacobs Weg, Viena

En 1968, fue arrestada durante una reunión pública que degeneró en tumultos, acusada de instigar la rebelión, obstruir la pública administración y otros daños, cargos que posteriormente se suavizaron. Poco después, decidió abandonar definitivamente Estados Unidos y establecerse con su familia en Canadá, en Toronto, donde vivió durante más de treinta años hasta su muerte. Esta decisión también se vio influida por la intervención militar estadounidense en Vietnam, que Jane, como activista contra la guerra, consideraba una amenaza para sus hijos, que corrían el riesgo de ser llamados a filas. Toronto fue una segunda oportunidad para ella que,también aquí, se convirtió en protagonista de campañas a favor de un desarrollo urbano diferente. Su actividad como ensayista continuó durante sus años en Canadá: escribió The Economy of Cities en 1969 (publicado en español en 1971 con el título La economía de las ciudades), Cities and the Wealth of Nations (1984; trad. es. Las ciudades y la riqueza de las naciones: Los principios de la vida económica 1986), Systems of Survival (1992; trad. es. Sistemas de supervivencia: Un diálogo sobre los fundamentos morales del comercio y la política 2014), The Nature of Economies (2000; trad. es. La naturaleza de las economías 2000) y Dark Age Ahead (2004; trad. es. La Edad Sombría que se avecina 2023), que fue su último libro.

Jane Jacobs, 2004

En 1996 fue nombrada Oficial de la Orden de Canadá, la máxima distinción que concedía este país, por sus publicaciones. La motivación indica que su compromiso como activista y escritora ha generado un cambio de mentalidad significativo entre quienes trabajan en el ámbito de la planificación arquitectónica y urbanística, así como entre las ciudadanas y los ciudadanos:

«Activista social y defensora del principio de pensar globalmente y actuar localmente, Jane Jacobs ha dejado su huella indeleble en el paisaje de Toronto. Al fomentar el intercambio de ideas, la innovación y la acción, ha contribuido a que las calles y los barrios de las ciudades canadienses sean lugares dinámicos, habitables y funcionales para todas las personas».


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Jane's Walks are organized on the first weekend of May every year all over the world, including Italy. It is a global system of walks through city neighborhoods to remember and celebrate Jane Jacobs, the American activist and journalist who long challenged urban development models and planning.

If she were still alive (she died in Toronto in 2006), she would still be at the forefront of criticism and opposition to the unbridled projects of large construction companies and real estate magnates who, all over the world, guarantee huge profits for a few individuals, often condemning citizens to a worse life. Walking is a peaceful but determined way to rethink urban centers, highlighting the value of sustainable mobility against our overwhelming and polluting traffic congestion. to rediscover the historical and artistic beauty around us and remind ourselves that cultural heritage is a common good to be respected and protected; to put green spaces and open spaces at the forefront, which are never too well defended and protected from the uncontrolled expansion of buildings, concrete, and asphalt. Walking together and experiencing life in a collective and social way allows us to learn about and reflect on ideas for cities that are people - and life - friendly, based on a concrete vision of urban reality in which the facts, data, and needs of those who live there are not suffocated and distorted by abstract urban planning theories. These are much-discussed and still very topical issues that Jane Jacobs, a passionate activist and counter-current journalist, began to raise and pose a long time ago.

Jane Jacobs, whose family name is Butzner, was born in Pennsylvania in 1916 into an open-minded family that encouraged the free development of her abilities. At the age of eighteen, she moved to New York to work, and the city became the tangible reality on which she formed her convictions and thinking. She lived in Manhattan for a long time, at least until 1968, when she moved with her husband and children to Toronto, Canada. In New York, after working as a typist and stenographer, Jane landed a job at Vogue magazine and began to take an interest in certain economic activities and their impact on the city neighborhoods where they took place. This gave rise to her passionate and free-spirited view of urban reality, its complexity, and the dynamics that shape it. Jane studied at Columbia University without graduating; at the same time, she wrote for the metallurgical industry magazine The Iron Age and, until 1952, also for the Office of War Information and the State Department magazine Amerika. These were all state bodies and agencies, and her non-conformist thinking did not always have an easy life, leading her to be investigated and interrogated twice during the McCarthy era on suspicion of communist sympathies. In her defense, on those difficult occasions, Jane Jacobs recalled the fundamental principle of freedom of expression:

«I don't agree with extremists on either the right or the left, but I think they should be allowed to speak and publish, both because they have, and should have, rights, and because once their rights are gone, the rights of all of us are hardly safe».

Edmund Bacon with a model of the Society Hill Towers in Philadelphia, ca. 1960

After these experiences, Jacobs began writing for the magazine Architectural Forum, where she also proposed independent and original ideas, never submissive to positions of power. For example, when discussing the Society Hill Towers in Philadelphia, designed by architect and urban planner Edmund Bacon, she did not hold back in her criticism, highlighting how the African American communities in the neighborhood had been neglected by the project. For her, urban neighborhoods were dynamic, multifaceted, and complex elements, composed of people, spaces, buildings, and activities that should not be ignored or silenced. According to her thinking, architecture and urban planning should learn to not be aggressive, to “respect, in the deepest sense of the word, the strips of chaos that have a strange wisdom of their own not yet understood in our concept of urban order.” These are the words she used in 1956 to address architects and urban planners at Harvard University when talking about the East Harlem neighborhood. It was a lesson on new and possible perspectives from which to view urban realities. The “streaks of chaos” that emanate wisdom are the paths that over time have defined and made neighborhoods unique, with their buildings that are heterogeneous in form, style, and materials, but pulsating with life and local economic activity.

Her ideas began to spread: in 1958, the Rockefeller Foundation awarded her funds to conduct a critical study of urban planning and urban life in the United States. The message began to be shared: identify the right social priorities, seek solutions that can improve cities and lead to designs that can positively develop multiple urban realities, without ever forgetting, but rather highlighting, cultural and human values. From this position, Jacobs criticized urban planning and design methods and urban regeneration that involved the demolition of neighborhoods, the construction of large urban thoroughfares, the forced relocation of residents and small businesses, and the restriction (if not elimination) of common areas and spaces where people could meet, discuss, and socialize.

Jane Jacobs, 1961

These are the roots of her most famous book, The Death and Life of Great American Cities, published in 1961. As is often the case, her ideas and writing were divisive: she received great support but also fierce criticism, especially from architects, designers, and urban planners who could not tolerate a woman, especially one without a degree, intervening in fields that did not ‘belong’ to her. The world of architecture and urban planning, which had always been male-dominated, attacked her theories but, above all, attacked her personally, calling her an amateur in the field, capable only of barroom chatter, a “housewife” dabbling in architecture, a “militant lady.” But Jane did not give up and in 1962, after leaving the magazine Architectural Forum, she devoted herself to writing and activism.

Jane Jacobs Way, Greenwich Village, Manhattan, New York

True to her ideas, Jacobs fought on the front lines for the causes she believed in, such as the defense of Greenwich Village, the neighborhood where she lived with her family and which architect and urban planner Robert Moses, promoter of New York's redevelopment plans for decades, identified for new transformations in the 1950s and 1960s. Jane, together with committees and citizens, fought against the construction of large, high-traffic roads, veritable urban highways that violently disrupted the urban fabric. She was against the indiscriminate demolition—often passed off as urban “regeneration”—of areas considered “degraded” but which in reality concealed speculative appetites. After the Greenwich Village campaign, she committed herself to the Lower Manhattan area, opposing its transformation and the construction of the World Trade Center complex. Behind the banner of urban renewal and decorum, she saw real estate speculation and financial interests that sacrificed entire neighborhoods, lively, inhabited, and stratified urban areas, with a distorted social perspective.

Jane Jacobs Weg, Vienna

In 1968, she was arrested during a public hearing that ended in a brawl, accused of inciting a riot, obstructing public administration, and damage to property, charges that were later reduced. Shortly afterwards, she decided to leave the US for good and move with her family to Toronto, Canada, where she lived for over thirty years until her death. Part of her decision was also influenced by the US military involvement in Vietnam, which Jane, as an antiwar activist, saw as a threat to her children, who were at risk of being called up for military service. Toronto was a second chance for her, and here too she became a leading figure in campaigns for a different kind of urban development. She continued her work as an essayist during her years in Canada, writing The Economy of Cities in 1969, Cities and the Wealth of Nations in 1984, Systems of Survival in 1992, The Nature of Economies (2000), Dark Age Ahead (2004), her last book.

Jane Jacobs, 2004

For her publications, she was named an Officer of the Order of Canada in 1996, the highest honor awarded by that country. The citation recognized her commitment as an activist and author as a major force in bringing about a significant change in attitudes among those working in architectural and urban planning, as well as among citizens:

«A social activist and advocate of the principle of thinking globally and acting locally, she left an indelible mark on the landscape of Toronto. By stimulating discussion, change, and action, she helped make Canada's streets and neighborhoods vibrant, livable, and functional for all».

Rachel Louise Carson
Laura Candiani

Carola Pignati

 

Dobbiamo a un bel libro di Danilo Selvaggi, Rachel dei pettirossi (Pandion edizioni, 2022), se in Italia si sta ampliando la conoscenza di questa studiosa indomita, ritenuta la madre dell'ecologismo, «una gigante della cultura del Novecento», una grande donna. (Vv n. 205 e n. 143) Il volume racconta la vita e le esperienze di Rachel Carson prima della stesura della sua opera più celebre: Silent Spring (Primavera silenziosa) uscita il 27 settembre 1962 e tradotta da noi nel 1963 da Feltrinelli; fa poi una sintesi dei principali casi e temi affrontati; quindi riferisce i numerosi avvenimenti successivi a quella pubblicazione, con le sue straordinarie conseguenze sotto il profilo normativo e culturale. Parla infine di quanto il suo esempio ci ha lasciato, del significato inestimabile del suo lavoro, della spinta che continua a darci.

Rachel era nata a Springdale (Usa) il 27 maggio 1907, dove visse a stretto contatto di boschi, colture, prati. Portata per le lettere e la scrittura fin da ragazzina, spostò poi il suo interesse verso l'ambito scientifico e l'osservazione della natura, guidata dalla mamma Maria. Prima si laureò brillantemente in Biologia marina e poi in Zoologia, iniziando a insegnare quella disciplina nel Maryland. La morte del padre, nel 1932, la costrinse ad abbandonare studi specialistici e a occuparsi della famiglia, cercando un lavoro stabile e più redditizio. Dal 1936 ottenne l'opportunità davvero unica di essere assunta (seconda donna) al Dipartimento della pesca degli Usa come scrittrice scientifica; ebbe così la fortuna di imbarcarsi su navi di ricerca e di esplorare mari e oceani. La sua abilità la portò a scrivere degli argomenti più vari e un suo articolo, inviato quasi per caso alla rivista The Atlantic Monthly, venne pubblicato con il titolo Undersea. Da un editore le fu chiesto di ampliarlo e di farlo diventare un libro; le ci vollero alcuni anni, ma poi arrivò Under the Sea-Wind (1941, Al vento del mare, Casini, 1955), un piccolo gioiello apprezzato dai più fini studiosi, che però non fu un successo di vendite perché il momento storico era tutt'altro che favorevole.

Intanto curò una lunga serie di trasmissioni radiofoniche sul mare e fece carriera nel Dipartimento. Il nuovo libro che intanto aveva scritto non trovò facilmente un editore, perciò fu smembrato, ridotto in capitoli e pubblicato sulla rivista Nature, finché uscì nel 1951 con il titolo The Sea Around Us (Il mare intorno a noi, Einaudi, 1973), diventando un bestseller pluripremiato che fruttò all'autrice due dottorati onorari e ispirò un documentario vincitore di un Oscar. I proventi le dettero sicurezza economica, così poté dedicarsi a tempo pieno alla ricerca e alla scrittura.

Nel 1953 acquistò un cottage sulle coste del Maine, a Southport Island, e ciò le permise di stringere in estate un’affettuosa amicizia con Dorothy Murdoch Freeman (1898-1978) che divenne ben presto una preziosa compagna di escursioni nella natura incontaminata, nell'osservazione delle farfalle in migrazione, nella condivisione di comuni passioni, come la musica classica. Nel 1955 Carson completò la trilogia dedicata al mare con il volume The Edge of the Sea, per il quale ebbe la collaborazione del disegnatore naturalistico Bob Hines e una presentazione della scrittrice e giornalista Sue Hubbel (1935-2018), mentre continuava le collaborazioni con varie riviste popolari. Nella sua vita privata tuttavia era alle prese con gravissimi problemi familiari perché si doveva occupare della madre anziana e delle figlie della sorella rimaste orfane, poi anche del nipote Roger, il figlioletto di una di queste, morta giovanissima. L'acquisto di una casa rurale nel Maryland dove far crescere il piccolo da lei adottato impresse una svolta ulteriore alle sue ricerche che già dagli anni Quaranta avevano cominciato a rivolgersi all'ambiente, alla sua salvaguardia, all'abuso di pesticidi e fitofarmaci, all'uso smodato di Ddt con le relative conseguenze.

Nacque così, dai suoi studi rigorosi e inattaccabili scientificamente, Primavera silenziosa, che trae il titolo dalla suggestione dei versi di John Keats: «È secco il canneto del lago, e non sento alcun uccello cantare», nella ballata La Belle Dame Sans Merci. La primavera è diventata. silenziosa perché, all'arrivo della bella stagione, gli uccelli non cantano più, sono morti insieme a parassiti e insetti, sterminati dai veleni sparsi in abbondanza sui campi, i boschi, i giardini. I pettirossi citati in più occasioni, nell'edizione italiana, in realtà sono gli american robin appartenenti al genere dei tordi, simili al pettirosso europeo perché hanno sia il petto che l'addome di colore rosso-arancio. Merita notare che il libro ha una dedica quantomai significativa ad Albert Schweitzer che aveva detto, in modo profetico: «L'uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra». Un dettaglio non banale riguarda lo stile adottato, forte, potente, coinvolgente, non di rado poetico in modo da toccare la sensibilità di lettori e lettrici, quasi si trattasse di un romanzo. 

La vicenda umana e professionale di Carson è particolarmente interessante perché fu vittima dei pregiudizi allora fortissimi contro le scienziate, "aggravati" nel suo caso dalla circostanza che non era sposata ed era una birdwatcher, fatto considerato ai tempi assai bizzarro, specie per una donna; inoltre le si rimproverava di non essere specializzata in biochimica, e nonostante questo di occuparsene. Addirittura si scatenò contro di lei un violento attacco da parte del mondo dell'industria chimica, dell'agricoltura e di certa politica, arrivando ad accusarla di essere una spia sovietica, una comunista, una "isterica": su una rivista fu ritratta a cavallo di una scopa come una strega. Nel suo volume rivoluzionario venivano, senza mezzi termini, denunciati i danni enormi derivati dall'uso indiscriminato del Ddt che colpivano l'intera catena alimentare danneggiando la vita a vari livelli, dagli insetti fino agli uccelli e oltre.

A un pettirosso bastava mangiare undici lombrichi contaminati per cadere al suolo morto, ma i rischi erano anche per gli animali allevati e per quelli domestici e pure per le famiglie residenti vicino ai luoghi dove le sostanze velenose venivano sparse generosamente con gli aerei, senza considerare il pericolo per gli operai e gli agricoltori. Fu accusata di aver chiesto l'abolizione del Ddt, reputato all'epoca invece come una conquista che avrebbe fatto progredire l'agricoltura, in realtà Rachel ne aveva solo evidenziato l'abuso privo di regole; fu in sostanza ritenuta colpevole di voler riportare al Medioevo la società e di essere contro il progresso. Proprio in quel periodo così difficile la studiosa si ammalò di cancro al seno e subì vari interventi, tuttavia non si lasciò piegare e continuò per la propria strada, senza rendere nota la sua malattia per evitare possibili strumentalizzazioni; ecco perché, grazie al suo lavoro rigoroso e documentatissimo e alla sua determinazione, è considerata la madre dell'ambientalismo moderno. La natura, attraverso l'impegno comune e diffuso nella salvaguardia degli ambienti naturali e della biodiversità, deve essere protetta non solo perché garantisce agli esseri umani una vita sana, ma anche per la sua intrinseca bellezza che è fondamentale per il nostro più generale benessere.

Dopo la pubblicazione di Primavera silenziosa il dibattito si fece acceso e si parlò finalmente del tema sui giornali, alla televisione, in commissioni politiche, in convegni; Carson venne riconosciuta la grande scienziata che era, ricevette premi e onori e fu eletta all'Accademia americana delle Scienze. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche fu di fronte alla Commissione Consultiva Scientifica voluta dal presidente J.F. Kennedy, che in una relazione aveva già manifestato di appoggiare le sue teorie. Purtroppo Carson non fece in tempo a vedere la messa al bando del Ddt in agricoltura, avvenuta nel 1972 (nel 1978 in Italia), perché morì a Silver Spring il 14 aprile 1964. Nel 1980 venne premiata post mortem con la Medaglia Presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile americana.

In Italia sono state tradotte le opere più importanti e, di recente, anche alcuni testi divulgativi rivolti a un pubblico giovanile, come Brevi lezioni di meraviglia. Elogio della natura per genitori e figli e Una favola per il futuro. E altre cronache dal mondo naturale, a testimonianza della sua spiccata capacità comunicativa. Affascinante e originale, arricchito da splendide illustrazioni, uscito nel 1955 e tradotto solo nel 2022, La vita che brilla sulla riva del mare. Le piante e gli animali che popolano i litorali rocciosi, le spiagge sabbiose e le barriere coralline è un saggio lungimirante in cui l’autrice offre non solo uno studio precisissimo sull’ecologia della costa, ma anche un racconto potente ed evocativo sul fragile equilibrio della vita che si trova in riva al mare.

Numerosi eventi, intitolazioni, spettacoli, celebrazioni si sono susseguite per ricordare sia il centesimo anniversario della nascita sia il sessantesimo della pubblicazione del suo libro prezioso, utile a farci riflettere ancora oggi sui rischi che l'umanità e la fauna corrono per il profitto sfrenato, visto che pesticidi e fitofarmaci continuano a essere largamente utilizzati nelle colture in tutto il mondo.


Traduzione francese

Giorgia Corvino

Nous devons à un bel ouvrage de Danilo Selvaggi, Rachel dei pettirossi (Edizioni Pandion, 2022), l'approfondissement en Italie de la connaissance de cette chercheuse indomptable, considérée come la mère de l'écologie, « une géante de la culture du XXe siècle », une grande femme. Le volume retrace la vie et les expériences de Rachel Carson avant la rédaction de son œuvre la plus célèbre : Silent Spring (Printemps silencieux), parue le 27 septembre 1962 (traduite chez nous en 1963 par Feltrinelli) ; il propose ensuite une synthèse des principaux cas et thèmes abordés, puis relate les nombreux événements ayant suivi cette publication, avec ses conséquences extraordinaires sur les plans normatif et culturel. Enfin, il évoque l'héritage qu'elle ci a laissé, la valeur inestimable de son travail et l'élan qu'il continue de nous insuffler.

Rachel était née à Springdale (États-Unis) le 27 mai 1907, où elle vécut au contact étroit des forêts, des cultures et des prairies. Douée pour les lettres et l'écriture dès son plus jeune âge, elle tourna ensuite son intérêt vers le domaine scientifique et l'observation de la nature, guidée par sa mère Maria. Elle obtint d'abord brillamment une licence en biologie marine, puis en zoologie, avant de commencer à enseigner cette discipline dans le Maryland. La mort de son père, in 1932, la contraignit à abandonner ses études spécialisées pour s'occuper della sa famille, en cherchant un emploi stable et plus rémunérateur. À partir de 1936, elle eut l'opportunité vraiment unique d'être embauchée (deuxième femme à ce poste) au Département de la Pêche des États-Unis en tant que rédactrice scientifique ; elle eut ainsi la chance d'embarquer sur des navires de recherche et d'explorer les mers et les océans. Son talent l'amena à écrire sur les sujets les plus divers e l'un de ses articles, envoyé presque par hasard à la revue The Atlantic Monthly, fut publié sous le titre Undersea. Un éditeur lui demanda de le développer pour en faire un livre ; il lui fallut quelques années, mais parut ensuite Under the Sea-Wind (1941, Al vento del mare), un petit bijou apprécié des plus fins érudits, qui ne connut pourtant pas un grand succès commercial, le moment historique étant tout sauf favorable.

Entre-temps, elle s'occupa d'une longue série d'émissions radiophoniques sur la mer et fit carrière au sein du Département. Le nouvel ouvrage qu'elle avait écrit entre-temps ne trouva pas facilement d'éditeur ; il fut donc démembré, réduit en chapitres et publié dans la revue Nature, jusqu'à sa sortie en 1951 sous le titre The Sea Around Us (La mer autour de nous). Ce livre devint un best-seller multi-récompensé qui valut à l'autrice deux doctorats honoris causa et inspira un documentaire lauréat d'un Oscar. Les revenus lui assurèrent une sécurité financière, lui permettant de se consacrer à plein temps à la recherche et à l'écriture.

En 1953, elle acheta un cottage sur les côtes du Maine, à Southport Island, ce qui lui permit de nouer, l'été, une amitié affectueuse avec Dorothy Murdoch Freeman (1898-1978). Celle-ci devint rapidement une précieuse compagne d'excursions dans la nature sauvage, pour l'observation des papillons en migration e le partage de passions communes, comme la musique classique. En 1955, Carson compléta sa trilogie dédiée à la mer avec le volume The Edge of the Sea (La Vie entre les marées), pour lequel elle bénéficia de la collaboration du dessinateur naturaliste Bob Hines et d'une présentation de l'écrivaine et journaliste Sue Hubbel (1935-2018), tout en poursuivant ses collaborations avec diverses revues populaires. Dans sa vie privée, elle était pourtant aux prises avec de très graves problèmes familiaux : elle devait s'occuper de sa mère âgée e des filles de sa sœur restées orphelines, puis de son petit-neveu Roger, fils de l'une d'elles, morte très jeune. L'achat d'une maison rurale dans le Maryland pour y faire grandir le petit garçon qu'elle avait adopté imprima un nouveau tournant à ses recherches. Celles-ci, dès les années 1940, avaient commencé à se porter sur l'environnement, sa sauvegarde, l'abus des pesticides et des produits phytosanitaires, et l'usage immodéré du DDT avec ses conséquences.

C'est ainsi que naquit, de ses études rigoureuses et scientifiquement inattaquables, Printemps silencieux. Le titre s'inspire de la suggestion des vers de John Keats : «Le jonc s'est desséché au bord du lac, et aucun oiseau ne chante», tirés de la ballade La Belle Dame sans merci. Le printemps est devenu silencieux car, à l'arrivée de la belle saison, les oiseaux ne chantent plus ; ils sont morts en même temps que les parasites et les insectes, exterminés par les poisons répandus en abondance sur les champs, les bois et les jardins. Les « pettirossi » (rouge-gorges) cités à plusieurs reprises dans l'édition italienne sono en réalité des American robins (merles d'Amérique), appartenant au genre des grives, semblables au rouge-gorge européen car ils ont la poitrine et l'abdomen d'un rouge orangé. Il convient de noter que le livre comporte une dédicace on ne peut plus significative à Albert Schweitzer, qui avait déclaré de manière prophétique : « L'homme a perdu la capacité de prévenir et de prévoir. Il finira par détruire la Terre ». Un détail non négligeable concerne le style adopté : fort, puissant, immersif, souvent poétique afin de toucher la sensibilité des lecteurs et lectrices, presque comme s'il s'agissait d'un roman.

Le parcours humain et professionnel de Carson est particulièrement intéressant car elle fut victime des préjugés, alors très forts, contre les femmes de science, « aggravés » dans son cas par le fait qu'elle n'était pas mariée et qu'elle pratiquait l'observation des oiseaux (birdwatching), une activité jugée à l'époque fort bizarre, surtout pour une femme. De plus, on lui reprochait de ne pas être spécialisée en biochimie, tout en s'occupant de ce domaine. Une violente attaque se déchaîna même contre elle de la part du monde de l'industrie chimique, de l'agriculture et d'une certaine classe politique, allant jusqu'à l'accuser d'être une espionne soviétique, une communiste, une « hystérique » ; dans une revue, elle fut même représentée sur un balai telle une sorcière. Dans son ouvrage révolutionnaire, elle dénonçait sans détour les dommages considérables dérivant de l'usage aveugle du DDT, qui frappaient l'ensemble de la chaîne alimentaire et nuisaient à la vie à divers niveaux, des insectes aux oiseaux et au-delà.

Il suffisait à un merle d'Amérique de manger onze lombrics contaminés pour tomber raide mort, mais les risques concernaient aussi les animaux d'élevage, les animaux domestiques et les familles résidant à proximité des lieux où les substances toxiques étaient généreusement répandues par avion, sans compter le danger pour les ouvriers et les agriculteurs. On l'accusa d'avoir demandé l'abolition du DDT, considéré à l'époque comme une conquête devant faire progresser l'agriculture ; en réalité, Rachel n'en avait souligné que l'abus dépourvu de règles. Elle fut, en somme, jugée coupable de vouloir ramener la société au Moyen Âge et d'être contre le progrès. C'est précisément durant cette période si difficile que la chercheuse tomba malade d'un cancer du sein et subit plusieurs interventions. Elle ne se laissa pourtant pas abattre et poursuivit sa route sans révéler sa maladie pour éviter d'éventuelles instrumentalisations. C'est pourquoi, grâce à son travail rigoureux et extrêmement documenté ainsi qu'à sa détermination, elle est considérée comme la mère de l'environnementalisme moderne. La nature, à travers l'engagement commun pour la sauvegarde des milieux naturels et de la biodiversité, doit être protégée non seulement parce qu'elle garantit aux êtres humains une vie saine, mais aussi pour sa beauté intrinsèque, fondamentale pour notre bien-être général.

Après la publication de Printemps silencieux, le débat s'enflamma et le sujet fut enfin abordé dans les journaux, à la télévision, au sein de commissions politiques et lors de congrès. Carson fut reconnue comme la grande scientifique qu'elle était, reçut des prix et des honneurs, et fut élue à l'Académie américaine des Sciences. L'une de ses dernières apparitions publiques se fit devant le Comité consultatif scientifique voulu par le président J.F. Kennedy, qui avait déjà manifesté son soutien à ses théories dans un rapport. Malheureusement, Carson n'eut pas le temps de voir l'interdiction du DDT en agriculture, survenue en 1972 (en 1978 en Italie), car elle mourut à Silver Spring le 14 avril 1964. En 1980, elle fut décorée à titre posthume de la Médaille présidentielle de la Liberté, la plus haute distinction civile américaine.

En Italie, ses œuvres les plus importantes ont été traduites et, récemment, certains textes de vulgarisation destinés au jeune public, comme Brevi lezioni di meraviglia (Le Sens de la merveille) et Una favola per il futuro, témoignent de son talent de communicatrice. Fascinant et original, enrichi de splendides illustrations, paru en 1955 et traduit seulement en 2022 [en italien], La vita che brilla sulla riva del mare (La Vie entre les marées) est un essai visionnaire dans lequel l'autrice offre non seulement une étude très précise de l'écologie côtière, mais aussi un récit puissant et évocateur sur le fragile équilibre de la vie au bord de la mer.

De nombreux événements, hommages, spectacles et célébrations se sont succédé pour commémorer tant le centième anniversaire de sa naissance que le soixantième de la publication de son précieux livre, utile pour nous faire réfléchir encore aujourd'hui aux risques que l'humanité et la faune encourent au nom du profit effréné, alors que les pesticides et les produits phytosanitaires continuent d'être largement utilisés dans les cultures du monde entier.


Traduzione spagnola

Maria Carreras i Goicoechea

Le debemos a un magnífico libro de Danilo Selvaggi, Rachel dei pettirossi (Pandion Edizioni, 2022), el creciente reconocimiento en Italia de esta indomable académica, considerada la madre del ecologismo, «una figura clave de la cultura del siglo XX» y una gran mujer (Vols. 205 y 143). El volumen narra la vida y las experiencias de Rachel Carson antes de escribir su obra más famosa, Primavera silenciosa, publicada el 27 de septiembre de 1962 (traducida al italiano por Feltrinelli en 1963 y al español en 1964 por Caralt). A continuación, resume los principales casos y temas abordados; luego relata los numerosos acontecimientos que siguieron a dicha publicación, con sus extraordinarias consecuencias normativas y culturales. Finalmente, analiza el legado que nos ha dejado su ejemplo, la inestimable importancia de su obra y el impulso que sigue inspirándonos.

Rachel nació en Springdale, Nueva York, el 27 de mayo de 1907, donde vivió rodeada de bosques, campos y prados. Con un talento innato para la literatura y la escritura desde temprana edad, más tarde, guiada por su madre, María, se interesó por la ciencia y la observación de la naturaleza. Se graduó con honores en biología marina y luego en zoología, comenzando a impartir clases de esta materia en Maryland. La muerte de su padre en 1932 la obligó a abandonar sus estudios especializados y a dedicarse a ocuparse de su familia, buscando un trabajo estable y mejor remunerado. En 1936, tuvo la oportunidad única de ser contratada (la segunda mujer) por el Departamento de Pesca de los Estados Unidos como escritora científica; así, tuvo la fortuna de embarcarse en buques de investigación y explorar mares y océanos. Su talento la llevó a escribir sobre una amplia variedad de temas, y uno de sus artículos, enviado casi por casualidad a «The Atlantic Monthly», se publicó con el título Undersea (Bajo el mar). Un editor le pidió que lo ampliara y lo convirtiera en un libro; le llevó algunos años, pero entonces llegó Under the Sea-Wind (1941), una pequeña joya apreciada por los más destacados académicos, pero que no tuvo éxito comercial debido a que el contexto histórico no era nada favorable.

Mientras tanto, editó una larga serie de programas de radio sobre el mar y ascendió en el escalafón del Departamento. El nuevo libro que había escrito no encontró fácilmente editor, por lo que fue fragmentado, reducido a capítulos y publicado en la revista Nature. Finalmente, se publicó en 1951 con el título de The Sea Around Us (Einaudi, 1973; El mar que nos rodea, México 1957), convirtiéndose en un éxito de ventas galardonado que le valió a la autora dos doctorados honoris causa e inspiró un documental ganador del Óscar. Las ganancias le proporcionaron seguridad económica, lo que le permitió dedicarse por completo a la investigación y la escritura.

En 1953, compró una casa de campo en la costa de Maine, en la isla de Southport, donde entabló una cálida amistad durante los veranos con Dorothy Murdoch Freeman (1898-1978), quien pronto se convirtió en una valiosa compañera en excursiones a la naturaleza virgen, observando mariposas migratorias y compartiendo pasiones comunes, como la música clásica. En 1955, Carson completó su trilogía dedicada al mar con el volumen The edge of the sea (Al borde del mar), para el cual colaboró ​​con el ilustrador de naturaleza Bob Hines y contó con una introducción de la escritora y periodista Sue Hubbel (1935-2018), mientras continuaba colaborando con diversas revistas populares. En su vida privada, sin embargo, lidiaba con graves problemas familiares: debía cuidar de su anciana madre y de las hijas huérfanas de su hermana, así como de su sobrino Roger, hijo de una de ellas, quien falleció muy joven. La compra de una casa rural en Maryland para criar a su hijo adoptivo profundizó aún más su investigación, que desde la década de 1940 se había centrado en el medio ambiente, su protección, el uso excesivo de pesticidas y agroquímicos, y el uso desmedido de DDT y sus consecuencias.

Así, de sus estudios rigurosos e irrefutables desde el punto de vista científico, nació Primavera silenciosa, cuyo título proviene de los versos de John Keats: «Los juncos junto al lago están secos, y no oigo cantar a ningún pájaro» en la balada La Belle Dame Sans Merci. La primavera se ha vuelto silenciosa porque, con la llegada del buen tiempo, los pájaros ya no cantan; han muerto, junto con parásitos e insectos, exterminados por los venenos esparcidos en abundancia por los campos, bosques y jardines. Los petirrojos mencionados repetidamente son en realidad petirrojos americanos, pertenecientes al género de los tordos, similares al petirrojo europeo por tener el pecho y el abdomen de color rojo anaranjado. Cabe destacar que el libro incluye una dedicatoria muy significativa a Albert Schweitzer, quien proféticamente dijo: «El hombre ha perdido la capacidad de prevenir y predecir. Acabará destruyendo la Tierra». Un detalle no trivial se refiere al estilo adoptado: fuerte, poderoso, cautivador, a menudo poético con el fin de conmover tanto a lectores masculinos como femeninos, casi como si se tratara de una novela.

La historia personal y profesional de Carson resulta particularmente interesante porque fue víctima del fuerte prejuicio contra las científicas de la época, agravado en su caso por el hecho de ser soltera y observadora de aves, algo considerado sumamente extraño entonces, especialmente para una mujer. Además, fue criticada por dedicarse a la bioquímica, sin estar especializada en ella. Incluso fue objeto de un violento ataque por parte de la industria química, la agricultura y ciertos círculos políticos, que llegaron a acusarla de ser una espía soviética, comunista e histérica: en una revista, la retrataron montada en una escoba como una bruja. Su innovador libro denunció inequívocamente el enorme daño causado por el uso indiscriminado del DDT, que afectó a toda la cadena alimentaria, perjudicando la vida en diversos niveles, desde insectos hasta aves y más allá.

A un petirrojo le bastaba con comer once lombrices contaminadas para caer muerto al suelo, pero el riesgo también afectaba a los animales de granja y a las mascotas, así como a las familias que vivían cerca de los lugares donde se rociaban indiscriminadamente sustancias tóxicas desde aviones, sin tener en cuenta el peligro para los trabajadores y los agricultores. Fue acusada de abogar por la abolición del DDT, lo que en aquel entonces se consideraba un logro que impulsaría la agricultura, pero en realidad, Rachel solo había denunciado su uso indiscriminado; en suma, fue declarada culpable de querer retroceder a la Edad Media y de oponerse al progreso. Durante ese difícil periodo, la académica contrajo cáncer de mama y se sometió a varias operaciones. Sin embargo, se negó a desanimarse y continuó su camino, ocultando su enfermedad para evitar una posible explotación; por ello, gracias a su riguroso y bien documentado trabajo y a su determinación, es considerada la madre del ecologismo moderno. La naturaleza, mediante un compromiso compartido y generalizado con la protección de los entornos naturales y la biodiversidad, debe ser protegida no solo porque garantiza una vida sana a los seres humanos, sino también por su belleza intrínseca, fundamental para nuestro bienestar general.

Tras la publicación de Primavera Silenciosa, el debate se intensificó y el tema finalmente se discutió en periódicos, televisión, comités políticos y conferencias. Carson fue reconocida como la gran científica que era, recibiendo premios y honores y siendo elegida miembro de la Academia Estadounidense de Ciencias. Una de sus últimas apariciones públicas fue ante la Comisión Asesora Científica establecida por el presidente J.F. Kennedy, quien ya había expresado su apoyo a sus teorías en un informe. Desafortunadamente, Carson no vivió para ver la prohibición del DDT en la agricultura, que se produjo en 1972 (en 1977 en España y en 1978 en Italia), ya que falleció en Silver Spring el 14 de abril de 1964. En 1980, recibió póstumamente la Medalla Presidencial de la Libertad, la máxima distinción civil de Estados Unidos.

Sus obras más importantes han sido traducidas al italiano y al español, e incluso algunos textos populares dirigidos a un público joven, como Brevi lezioni di meraviglia (Feltrinelli) y El sentido del asombro (Encuentro 2021), que dan testimonio de su extraordinaria capacidad comunicativa. Fascinante y original, enriquecido con espléndidas ilustraciones, publicado en 1955 y traducido recién en 2022, Al borde del mar (Altea 1992) es un ensayo visionario en el que la autora ofrece no solo un estudio meticuloso de la ecología costera, sino también un relato poderoso y evocador sobre el frágil equilibrio de la vida en la costa.

Numerosos eventos, homenajes, actuaciones y celebraciones se han sucedido para conmemorar tanto el centenario de su nacimiento como el sexagésimo aniversario de la publicación de su valioso libro, que aún hoy nos invita a reflexionar sobre los riesgos que afrontan la humanidad y la vida silvestre debido al afán de lucro desenfrenado, dado que los pesticidas y los agroquímicos siguen utilizándose ampliamente en los cultivos de todo el mundo.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

We owe it to a beautiful book by Danilo Selvaggi, Rachel dei pettirossi (Pandion edizioni, 2022), that awareness of this indomitable scholar, considered the mother of environmentalism, “a giant of twentieth-century culture,” and a great woman, is growing in Italy. (Vv n. 205 and n. 143) The book recounts the life and experiences of Rachel Carson before she wrote her most famous work: Silent Spring, published on September 27, 1962, and translated for us in 1963 by Feltrinelli. It then summarizes the main cases and issues addressed, before recounting the numerous events that followed its publication, with its extraordinary consequences in terms of legislation and culture. Finally, it discusses what her example has left us, the inestimable significance of her work, and the impetus she continues to give us.

Rachel was born in Springdale (USA) on May 27, 1907, where she lived in close contact with woods, crops, and meadows. With a talent for literature and writing from an early age, she then shifted her interest to science and observation of nature, guided by her mother Maria. She first graduated with honors in marine biology and then in zoology, beginning to teach that subject in Maryland. The death of her father in 1932 forced her to abandon her specialized studies and take care of her family, seeking a stable and more lucrative job. In 1936, she had the unique opportunity to be hired (the second woman ever) by the US Department of Fisheries as a scientific writer, which allowed her to embark on research ships and explore the seas and oceans. Her skill led her to write about a wide variety of topics, and one of her articles, sent almost by chance to The Atlantic Monthly magazine, was published under the title Undersea. A publisher asked her to expand it into a book. It took her several years, but then Under the Sea-Wind (1941) was published, a little gem appreciated by the finest scholars, but it was not a commercial success because the historical moment was anything but favorable.

Meanwhile, she edited a long series of radio programs on the sea and made a career in the Department. The new book she had written in the meantime did not easily find a publisher, so it was broken up, reduced to chapters, and published in the magazine Nature, until it came out in 1951 under the title The Sea Around Us (Il mare intorno a noi, Einaudi, 1973), It became a multi-award-winning bestseller that earned the author two honorary doctorates and inspired an Oscar-winning documentary. The proceeds gave her financial security, allowing her to devote herself full-time to research and writing.

In 1953, she bought a cottage on the coast of Maine, on Southport Island, which allowed her to form a close friendship with Dorothy Murdoch Freeman (1898-1978) during the summers. Freeman soon became a valued companion on excursions into unspoiled nature, observing migrating butterflies and sharing common passions such as classical music. In 1955, Carson completed her trilogy dedicated to the sea with the volume The Edge of the Sea, for which she collaborated with naturalist illustrator Bob Hines and received a foreword by writer and journalist Sue Hubbel (1935-2018), while continuing to contribute to various popular magazines. In her private life, however, she was grappling with serious family problems, as she had to care for her elderly mother and her sister's orphaned daughters, and later also her nephew Roger, the young son of one of her sisters who had died at a young age. The purchase of a rural house in Maryland where she could raise her adopted son marked a further turning point in her research, which since the 1940s had begun to focus on the environment, its protection, the abuse of pesticides and plant protection products, and the excessive use of DDT with its related consequences.

Thus, from her rigorous and scientifically unassailable studies, Silent Spring was born, taking its title from the evocative lines of John Keats' ballad La Belle Dame Sans Merci: “The reeds are dry in the lake, and I hear no birds singing.” Spring had become silent because, with the arrival of the warm season, the birds no longer sing; they had died along with the parasites and insects, exterminated by the poisons spread in abundance on the fields, in the woods, and in the gardens. The robins mentioned several times in the Italian edition are actually American robins belonging to the thrush family, similar to the European robin because they have both a red-orange chest and abdomen. It is worth noting that the book has a very significant dedication to Albert Schweitzer, who said prophetically: "Man has lost the ability to prevent and predict. He will end up destroying the Earth." A significant detail concerns the style adopted, which is strong, powerful, engaging, and often poetic, touching the sensibilities of readers as if it were a novel.

Carson's personal and professional life is particularly interesting because she was a victim of the strong prejudices against women scientists at the time, which were “aggravated” in her case by the fact that she was unmarried and a birdwatcher, something considered very bizarre at the time, especially for a woman. She was also criticized for not being a specialist in biochemistry, despite her work in the field. She was even subjected to a violent attacks by the chemical industry, agriculture, and certain politicians, who went so far as to accuse her of being a Soviet spy, a communist, and a “hysterical woman.” She was portrayed in a magazine riding a broomstick like a witch. Her revolutionary book denounced, in no uncertain terms, the enormous damage caused by the indiscriminate use of DDT, which affected the entire food chain, damaging life at various levels, from insects to birds and beyond.

A robin only needed to eat eleven contaminated earthworms to fall dead to the ground, but the risks also extended to farm animals and pets, as well as families living near the places where the poisonous substances were widely sprayed from planes, without considering the danger to workers and farmers. She was accused of calling for the abolition of DDT, which at the time was considered an achievement that would advance agriculture. In reality, Rachel had only highlighted its unregulated abuse; she was essentially found guilty of wanting to take society back to the Middle Ages and of being against progress. During this difficult period, the scholar was diagnosed with breast cancer and underwent several operations, but she did not give up and continued on her path, keeping her illness secret to avoid possible exploitation. Thanks to her rigorous and well-documented work and her determination, she is considered the mother of modern environmentalism. Nature, through a common and widespread commitment to the protection of natural environments and biodiversity, must be protected not only because it guarantees a healthy life for human beings, but also because of its intrinsic beauty, which is fundamental to our general well-being.

After the publication of Silent Spring, the debate became heated and the issue was finally discussed in newspapers, on television, in political committees, and at conferences. Carson was recognized as the great scientist she was, received awards and honors, and was elected to the American Academy of Sciences. One of her last public appearances was before the Scientific Advisory Committee established by President J.F. Kennedy, who had already expressed his support for her theories in a report. Unfortunately, Carson did not live to see the ban on DDT in agriculture, which came into effect in 1972 (in Italy in 1978), as she died in Silver Spring on April 14, 1964. In 1980, she was posthumously awarded the Presidential Medal of Freedom, the highest civilian honor in the United States.

Her most important works have been translated into Italian, and recently some popular works aimed at young readers have also been published, such as Brevi lezioni di meraviglia. Elogio della natura per genitori e figli (Brief Lessons of Wonder: In Praise of Nature for Parents and Children) and Una favola per il futuro (A Fairy Tale for the Future), And other chronicles from the natural world, testifying to her remarkable communicative skills. Fascinating and original, enriched with beautiful illustrations, published in 1955 and translated only in 2022, The Life That Glows on the Seashore. The plants and animals that inhabit rocky shores, sandy beaches, and coral reefs is a forward-thinking essay in which the author offers not only a highly accurate study of coastal ecology, but also a powerful and evocative account of the fragile balance of the life found near the sea.

Numerous events, dedications, shows, and celebrations have taken place to commemorate both the 100th anniversary of her birth and the 60th anniversary of the publication of her valuable book, which still serves to remind us of the risks that humanity and wildlife face due to unbridled profit, given that pesticides and plant protection products continue to be widely used in crops around the world.

Le Giornaliste

Come altre professioni anche quella del giornalismo è stata ritenuta a lungo di esclusiva pertinenza maschile. Nel tempo le donne hanno saputo conquistare i loro spazi, pur a seguito di percorsi non facili, né rapidi. Lo scarso accesso femminile alla cultura, la poca autonomia delle donne, i carichi del lavoro di cura, i limiti morali e sociali imposti alle loro libertà di movimento e azione sono stati, per moltissimo tempo, i maggiori ostacoli da superare. Le donne, cui si è resa a lungo difficile l’entrata nelle redazioni dei giornali, sono però state assidue lettrici e consumatrici di riviste. La stampa cosiddetta femminile, che nel panorama editoriale del XIX secolo divenne un vero e proprio affare commerciale, proponeva soprattutto consigli pratici e suggerimenti per l’abbigliamento e la toilette, indicazioni morali su comportamenti e atteggiamenti, esortazioni ai doveri di buona moglie e brava madre. Accanto a periodici che si impegnavano a impartire lezioni di morale, eleganza e bon-ton, ci furono però anche pubblicazioni più attente ai mutamenti sociali e politici e alle nuove idee di emancipazione femminile.

Ci sono voluti decenni e decenni perché le donne trovassero i loro spazi nell’esercizio del giornalismo e il cammino, lento e complicato, non si è ancora concluso. Un cammino spesso sbarrato per questioni di genere: nel 1932 la Bbc stabilì per le proprie dipendenti il licenziamento automatico se sposate, perché ritenute non idonee a conciliare la professione con gli impegni familiari. Ma il problema permane. Ancora adesso la conciliazione tra lavoro retribuito e lavoro di cura familiare ostacola la carriera delle giornaliste per le quali i turni prolungati in redazione, gli orari flessibili, le reperibilità costituiscono scogli difficili da superare, soprattutto in un quadro di sempre maggior precarizzazione del lavoro per le giornaliste più giovani. Tredici pannelli per attraversare il loro mondo.

La presenza femminile nelle arti minori

L’inizio della suddivisione tra “arti maggiori” e “arti minori” si ha nel Rinascimento quando la pittura, la scultura e l’architettura, da semplici arti meccaniche, ambiscono a far parte di quelle liberali che comprendevano la grammatica, la retorica e la dialettica (il Trivio); l’aritmetica, la geometria, la musica, l’astronomia (il Quadrivio). Comincia così l’idea che pittura, scultura e architettura siano superiori perché più intellettuali e meno meccaniche di altre. Da quel momento e per lungo tempo, il ruolo delle “arti minori” viene sostanzialmente a coincidere con la definizione di artigianato, pur se di elevato valore artistico e accompagnato da grande perizia tecnica.

Tredici pannelli fotografico-documentari attraversano il mondo artistico-artigianale per restituire visibilità a miniaturiste, incisore, interpreti delle arti tessili, virtuose delle pietre e dei metalli, smaltatrici e mastre vetraie, progettiste di tessuti, illustratrici, ceramiste, scenografe, costumiste, mosaiciste, maestre di arti applicate e decorative.

La mostra è corredata di un catalogo, a uso didattico.

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