Luise Adolpha Le Beau
Barbara Belotti


Katarzina Oliwia

 

Luise Adolpha Le Beau voleva insegnare alle giovani donne del suo tempo che la musica, al di là del piacere di eseguirla e di ascoltarla, può trasformarsi in un percorso di vita indipendente. Un’importante prospettiva per le ragazze del XIX secolo. Per rendere concreta questa opportunità di autonomia, la compositrice e musicista fondò nel 1878 una scuola musicale privata destinata ad accogliere le ragazze delle classi colte nella speranza che riuscissero a costruirsi un futuro indipendente come insegnanti di musica e pianoforte; a questo riguardo scrisse anche due saggi, uno sull'educazione musicale delle giovani donne e l’altro sulla musica come professione femminile. Dedicò gran parte dei suoi studi di musicologa al mondo della composizione musicale femminile, facendo conoscere le opere poco conosciute o del tutto ignorate delle compositrici del passato. Il suo obiettivo era far emergere dall’oblio i nomi e le creazioni di queste artiste e, attraverso un’analisi rigorosa di quanto prodotto musicalmente dalle donne, creare “una genealogia” femminile nel tentativo di evitare lo scontato e continuo confronto, sempre impari, con i compositori maschi.

Luise Adolpha Le Beau, 1872
Copertina del libro Memorie di Luise Adolpha Le Beau

Luise Adolpha Le Beau nacque a Rastatt, nell’allora Granducato di Baden, il 25 aprile del 1850. Il padre Wilhelm, ufficiale dell’esercito, e sua moglie Karoline Barack furono d’accordo nell’incoraggiare i primi passi nel campo musicale della loro bambina che, all’inizio, ebbe come insegnante proprio il padre. Il talento c’era e ancora molto giovane Luise Adolpha, anche se rigorosamente separata dagli studenti maschi, cominciò a studiare pianoforte, violino e a comporre i primi brani. Il debutto avvenne all’età di diciotto anni a Karlsruhe con l’interpretazione, ben accolta, di concerti di Beethoven e di Mendelssohn. Negli anni della formazione furono importanti gli incontri con alcuni protagonisti della musica del tempo come Franz Liszt, Johannes Brahms e Clara Wieck Schumann che, nel 1873, le impartì alcune lezioni di pianoforte. L’anno successivo, nel 1874, Luise Adolpha partì per una serie di concerti nel Paesi Bassi accompagnata dalla madre ma, come ricordò nelle sue Memorie di una compositrice, la tournée ebbe pesanti ricadute sul suo fragile stato di salute.

La formazione e la carriera musicale di Luise Adolpha fecero un salto di qualità significativo quando nel 1876, accompagnata e sostenuta dai genitori, si trasferì a Monaco. Gli anni bavaresi furono per lei molto fruttuosi e inizialmente felici, le sue doti di pianista e di violinista vennero apprezzate dagli addetti ai lavori e dal pubblico, vinse concorsi internazionali di composizione raccogliendo sempre critiche benevole. Dopo due anni dal trasferimento a Monaco, Luise Adolpha fondò la scuola musicale femminile privata impegnandosi direttamente nell’insegnamento della teoria musicale e del pianoforte e, nello stesso periodo, cominciò a scrivere per la rivista Algemeine Deutsche Musik-Zeitung di Berlino, collaborazione che la tenne impegnata fino a quando la giovane artista non decise di cessare il suo contributo, stanca delle manomissioni e dei tagli ai suoi articoli da parte dell’editore. L’attività di compositrice invece proseguì. Nel 1882 vinse il primo premio in un concorso internazionale con la Sonata per violoncello e pianoforte op. 17 e nello stesso anno compose la partitura dell’opera Ruth – Scene bibliche n. 27 per solisti, coro e orchestra.

Luise Adolpha Le Beau

Partitura dell’opera Ruth – Scene bibliche n. 27 per solisti, coro e orchestra

Nonostante l’attenzione ricevuta, la vita artistica di Luise Adolpha a Monaco cominciò a incontrare difficoltà, soprattutto nel trovare musicisti disposti a lavorare con lei e a eseguire i suoi brani. Decise nel 1885, insieme ai genitori ormai in là con l’età ma sempre consapevoli e orgogliosi della figlia, di trasferirsi a Wiesbaden e di proseguire l’attività di composizione alternandola con l’insegnamento di teoria musicale e lezioni di canto; notava, sicuramente con amarezza, le difficoltà che in patria incontravano le sue composizioni, alcune delle quali, però, furono eseguite a Sidney e a Costantinopoli. Nelle sue Memorie Luise Adolpha Le Beau ha riportato il personale dispiacere per gli anni vissuti a Wiesbaden, scrivendo di intrighi contro di lei e la sua attività di compositrice. Forse per questo motivo nel 1890 decise, sempre insieme agli anziani genitori, di trasferirsi a Berlino sperando che l’ambiente della grande città potesse comprendere le sue creazioni e, in maniera continuativa, permetterne l’esecuzione. Ma anche a Berlino le disillusioni e le amarezze per Luise Adolpha furono molteplici. Continuando a insegnare musica, si dedicò alla composizione di brani e a duplicare la partitura musicale e le parti vocali dell’opera Hadumoth. op. 40, scritta precedentemente a Wiesbaden; utilizzò allo scopo un torchio litografico a mano nella speranza, andata poi delusa, di riuscire a far eseguire il suo lavoro.

Partitura per l’ Hadumoth. op. 40

Il mondo musicale maschile concedeva poca attenzione alle sue creazioni e le capitò anche che, inviata la partitura del suo Quartetto d’archi op. 34 al violinista e direttore d’orchestra Joseph Joachim per una revisione, questi la lasciò per un intero anno fra le sue carte senza eseguire quanto la musicista aveva richiesto. Anche nel campo dell’insegnamento le amarezze non mancarono. Nonostante il compositore tedesco Georg Vierling, membro della Accademia reale delle arti di Berlino, l’avesse segnalata per un posto di docente presso la Scuola reale di musica, l’incarico non le venne assegnato perché le regole dell’istituzione musicale berlinese non prevedevano la docenza di una donna. Lasciata Berlino nel 1893, Luise Adolpha e i suoi genitori si trasferirono a Baden-Baden dove alcuni suoi lavori furono eseguiti dall’orchestra cittadina, anche grazie all’interessamento e al sostegno della duchessa Luise von Baden che ne seppe apprezzare il valore. Tra il 1896 e il 1900 morirono i suoi genitori, che mai le avevano fatto mancare il sostegno, anche economico, e Luise Adolpha dedicò loro l’opera fiabesca Il califfo incantato op. 55 che, però, non poté vedere eseguita oltre i confini della città di Baden-Baden. Stanca e delusa Luise Adolpha smise di comporre intorno al 1903.

Come ebbe a ribadire in più di un’occasione e a scrivere nelle sue Memorie di una compositrice, pubblicato nel 1910, i suoi lavori furono accolti con benevolenza e considerazione ma mai con gli stessi riconoscimenti e le stesse valutazioni che sarebbero state rivolte a un uomo. Per sua stessa ammissione i concerti da lei eseguiti e le sue composizioni non ebbero riconoscimenti economici, come pure i suoi scritti di critica musicale. Solo le lezioni le consentirono di poter vivere dignitosamente insieme all’aiuto della famiglia. Eppure la sua è stata una produzione musicale solida, capace di spaziare dai concerti per solo pianoforte (ben 19) ai brani di musica da camera (26), dalle sinfonie alle opere e alle partiture per pianoforte e orchestra, con anche 18 brani per coro e 47 Lieder. Un’eredità musicale corposa ma poco conosciuta e riconosciuta per la quale Luise Adolpha cercò di battersi nonostante i numerosi impedimenti. Quando era ancora in vita, vide la pubblicazione delle canzoni, dei brani per pianoforte e per coro e quelli di musica da camera, mentre furono numerose le opere e le composizioni orchestrate non pubblicate e in molti casi ancora oggi inedite, a eccezione dell’opera Ruth – Scene bibliche n. 27 pubblicata nel 1885 a Lipsia, ma mai ristampata successivamente.

Spartito della Sonata per violino e pianoforte op. 10

Luise Adolpha Le Beau non fu una compositrice innovativa, lavorò nel solco tracciato dai grandi musicisti che costituivano i capisaldi dei suoi interessi e delle sue passioni musicali. Volle affrontare la composizione non limitandosi a scrivere canzoni o brani per solo pianoforte, entrambi campi musicali ritenuti idonei alla creatività femminile, ma si cimentò con opere e sinfonie per le quali servivano partiture orchestrali ricche e complesse. Per eseguire questo tipo di composizioni, però, erano necessari numerosi musicisti, direttori d’orchestra e spazi idonei, cioè avere a disposizione una larga rete di relazioni artistiche, professionali e organizzative che nel tempo non aveva potuto costruire, visto che la sua formazione era avvenuta in modo separato rispetto ai coetanei. Riuscì a far conoscere e ascoltare le sue creazioni ma in maniera episodica, senza la continuità necessaria e rimanendo, di fatto, ai margini di un mondo musicale profondamente maschile e misogino, poco disposto ad aprirsi alla creatività femminile. Gli ultimi anni della sua vita furono difficili. Nel 1914 le sue risorse economiche erano quasi tutte prosciugate, fu costretta a trasferirsi in un alloggio più piccolo ed economico e continuò a mantenersi impartendo lezioni di musica e pianoforte alle ragazze. Solo nel 1922, cinque anni prima di morire, grazie alla generosità del genitore di un suo allievo, ottenne un vitalizio economico. Luise Adolpha Le Beau morì a Baden-Baden il 17 luglio 1927.


Traduzione francese

Ibtisam Zaazoua

Luise Adolpha Le Beau voulait enseigner aux jeunes femmes de son époque que la musique, au-delà du plaisir de la jouer et de l’écouter, pouvait se transformer en un parcours de vie indépendant. Une perspective importante pour les jeunes filles du XIXe siècle. Pour rendre concrète cette opportunité d’autonomie, la compositrice et musicienne fonde en 1878 une école de musique privée destinée à accueillir les filles des classes cultivées dans l’espoir qu’elles réussissent à se construire un avenir indépendant comme enseignantes de musique et de piano ; à cet égard, elle a écrit également deux essais, l’un sur l’éducation musicale des jeunes femmes et l’autre sur la musique comme profession féminine. Elle a consacré une grande partie de ses études de musicologue au monde de la composition musicale féminine, faisant connaître les œuvres peu connues ou totalement ignorées des compositrices du passé. Son objectif était de faire émerger de l’oubli les noms et les créations de ces artistes et, à travers une analyse rigoureuse de ce qui avait été produit musicalement par les femmes, de créer « une généalogie » féminine dans le but d’éviter la comparaison systématique et continue, toujours inégale, avec les compositeurs masculins.

Luise Adolpha Le Beau, 1872
Couverture du livre Mémoires de Luise Adolpha Le Beau

Luise Adolpha Le Beau est née à Rastatt, dans l’ancien Grand-Duché de Bade, le 25 avril 1850. Son père Wilhelm, officier de l’armée, et sa femme Karoline Barack étaient d’accord pour encourager les premiers pas de leur fille dans le domaine musical. Au début, elle eut comme professeur son propre père. Le talent était là et, encore très jeune, Luise Adolpha, bien que strictement séparée des étudiants masculins, commença à étudier le piano, le violon et à composer ses premières pièces. Son début a été à l’âge de dix-huit ans à Karlsruhe avec une interprétation bien accueillie de concertos de Beethoven et de Mendelssohn. Pendant ses années de formation, les rencontres avec quelques protagonistes de la musique de l’époque, comme Franz Liszt, Johannes Brahms et Clara Wieck Schumann, ont été importantes. En 1873, Clara Schumann lui donne quelques leçons de piano. L’année suivante, en 1874, Luise Adolpha parte pour une série de concerts aux Pays-Bas accompagnée par sa mère, mais comme elle le rappelle dans ses Mémoires d’une compositrice, la tournée a eu de lourdes répercussions sur son état de santé fragile.

La formation et la carrière musicale de Luise Adolpha ont fait un saut qualitatif significatif lorsqu’en 1876, accompagnée et soutenue par ses parents, elle s’installe à Munich. Les années bavaroises ont été très fructueuses et initialement heureuses pour elle. Ses talents de pianiste et de violoniste ont été appréciés par les spécialistes et le public, elle remporte des concours internationaux de composition, recevant toujours des critiques bienveillantes. Deux ans après son déménagement à Munich, Luise Adolpha fonde l’école de musique féminine privée, s’engageant directement dans l’enseignement de la théorie musicale et du piano. À la même époque, elle commence à écrire pour le journal Allgemeine Deutsche Musik-Zeitung de Berlin, une collaboration qui l'occupe jusqu’à ce que la jeune artiste décide de cesser sa contribution, fatiguée des manipulations et des coupures de ses articles par l’éditeur. Cependant, son activité de compositrice se poursuit. En 1882, elle remporte le premier prix dans un concours international avec la Sonate pour violoncelle et piano op. 17, et la même année, elle compose la partition de l’œuvre Ruth – Scènes bibliques n. 27 pour solistes, chœur et orchestre.

Luise Adolpha Le Beau

Partition de l'œuvreRuth – Scene bibliche n. 27pour solistes, chœur et orchestre

Malgré l’attention reçue, la vie artistique de Luise Adolpha à Munich commence à rencontrer des difficultés, notamment pour trouver des musiciens disposés à travailler avec elle et à exécuter ses œuvres. En 1885, elle décide, avec ses parents désormais âgés mais toujours conscients et fiers de leur fille, de déménager à Wiesbaden et de poursuivre son activité de composition tout en enseignant la théorie musicale et le chant. Elle remarquait, certainement avec amertume, les difficultés rencontrées par ses compositions dans son pays, certaines d’entre elles étant cependant exécutées à Sydney et à Constantinople. Dans ses Mémoires, Luise Adolpha Le Beau a exprimé son regret personnel pour les années passées à Wiesbaden, évoquant des intrigues contre elle et son activité de compositrice. Peut-être pour cette raison, en 1890, elle décide, toujours accompagnée de ses parents âgés, de déménager à Berlin, espérant que l’environnement de la grande ville comprendrait ses créations et permettrait leur exécution de manière continue. Mais à Berlin aussi, les désillusions et les amertumes furent nombreuses pour Luise Adolpha. Continuant à enseigner la musique, elle se consacre à la composition de pièces et à la duplication de la partition musicale et des parties vocales de l’œuvre Hadumoth. op. 40, précédemment écrite à Wiesbaden ; elle utilise pour cela une presse lithographique manuelle, espérant, sans succès, faire exécuter son travail.

Score pourHadumoth. op. 40

Le monde musical masculin prêtait peu d’attention à ses créations et il lui arriva même, après avoir envoyé la partition de son Quatuor à cordes op. 34 au violoniste et chef d’orchestre Joseph Joachim pour une révision, que ce dernier laisse pendant un an parmi ses papiers sans effectuer ce que la musicienne avait demandé. Même dans le domaine de l’enseignement, les déceptions ne manquent pas. Bien que le compositeur allemand Georg Vierling, membre de l’Académie royale des arts de Berlin, l’ait recommandée pour un poste de professeur à l’École royale de musique, le poste ne lui a été pas attribué car les règles de l’institution musicale berlinoise ne prévoyaient pas l’enseignement par une femme. En 1893, après avoir quitté Berlin, Luise Adolpha et ses parents déménagent à Baden-Baden où certaines de ses œuvres ont été exécutées par l’orchestre de la ville, grâce à l’intérêt et au soutien de la duchesse Luise von Baden qui a su apprécier sa valeur. Entre 1896 et 1900, ses parents, qui ne lui avaient jamais fait défaut en termes de soutien, même économique, meurent et Luise Adolpha leur dédie l'opéra féerique Le Calife enchanté op. 55, qui, cependant, ne peut pas être exécuté en dehors des frontières de la ville de Baden-Baden. Fatiguée et déçue, Luise Adolpha cesse de composer vers 1903.

Comme elle l’a réitéré à plusieurs reprises et écrit dans ses Mémoires d’une compositrice, publiées en 1910, ses œuvres ont été accueilli avec bienveillance et considération, mais jamais avec les mêmes reconnaissances et évaluations que celles qui auraient été accordées à un homme. De son propre aveu, les concerts qu’elle exécute et ses compositions n’obtiennent pas de reconnaissance économique, tout comme ses écrits de critique musicale. Seules les leçons lui permettent de vivre dignement, avec l’aide de sa famille. Pourtant, sa production musicale a été solide, allant des concerts pour piano seul (19) aux pièces de musique de chambre (26), des symphonies aux opéras et aux partitions pour piano et orchestre, avec également 18 pièces pour chœur et 47 Lieder. Un héritage musical substantiel mais peu connu et reconnu pour lequel Luise Adolpha cherche à se battre malgré de nombreux obstacles. De son vivant, elle a vécu la publication de ses chansons, de ses pièces pour piano et pour chœur, ainsi que de ses œuvres de musique de chambre, tandis que de nombreuses œuvres et compositions orchestrales restèrent non publiées et, dans de nombreux cas, encore inédites aujourd’hui, à l’exception de l’œuvre Ruth – Scènes bibliques n. 27 publiée en 1885 à Leipzig, mais jamais réimprimée par la suite.

Partition de la Sonate pour violon et piano op. 10

Luise Adolpha Le Beau n’est pas une compositrice innovante, elle travaille dans la lignée des grands musiciens qui constituaient les piliers de ses intérêts et de ses passions musicales. Elle voulait aborder la composition sans se limiter à écrire des chansons ou des pièces pour piano seul, deux domaines musicaux considérés comme appropriés à la créativité féminine, mais elle s’essaie aux opéras et aux symphonies pour lesquels des partitions orchestrales riches et complexes étaient nécessaires. Pour exécuter ce type de compositions, il fallait cependant de nombreux musiciens, chefs d’orchestre et des espaces appropriés, c’est-à-dire disposer d’un large réseau de relations artistiques, professionnelles et organisationnelles qu’elle n’avait pas pu construire au fil du temps, étant donné que sa formation s’était déroulée de manière séparée de ses contemporains. Elle a réussi à faire connaître et entendre ses créations, mais de manière épisodique, sans la continuité nécessaire et restant, de fait, en marge d’un monde musical profondément masculin et misogyne, peu enclin à s’ouvrir à la créativité féminine. Les dernières années de sa vie ont été difficiles. En 1914, ses ressources économiques étaient presque épuisées, elle a été contrainte de déménager dans un logement plus petit et moins cher, continuant à subvenir à ses besoins en donnant des cours de musique et de piano aux jeunes filles. Ce n’est qu’en 1922, cinq ans avant sa mort, grâce à la générosité du parent d’un de ses élèves, qu’elle obtient une rente viagère. Luise Adolpha Le Beau meurt à Baden-Baden le 17 juillet 1927.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Luise Adolpha Le Beau wanted to teach the young women of her time that music, beyond the pleasure of performing and listening to it, could turn into a path to independent living - an important prospect for 19th-century girls. To make this opportunity for autonomy a reality, the composer and musician founded a private music school in 1878 designed to accommodate girls from the educated classes in the hope that they would be able to build independent futures as music and piano teachers. In this regard she also wrote two essays, one on the musical education of young women and the other on music as a profession for women. She devoted much of her studies as a musicologist to the world of women's music composition, making known the little-known or completely ignored works of women composers of the past. Her goal was to bring out of oblivion the names and creations of these women artists and, through a rigorous analysis of what women produced musically, to create a female "genealogy" in an attempt to avoid the predictable and continually unequal comparison with male composers.

Luise Adolpha Le Beau, 1872
Cover of the book Memoirs of Luise Adolpha Le Beau

Luise Adolpha Le Beau was born in Rastatt, in the then Grand Duchy of Baden, on April 25, 1850. Her father Wilhelm, an army officer, and his wife Karoline Barack agreed to encourage the first steps of their little girl, who, at first, had her own father as her teacher in the field of music. The talent was there and while still very young Luise Adolpha, although strictly separated from the male students, began to study piano, violin and compose her first pieces. Her debut came at the age of eighteen in Karlsruhe with a well-received performance of concertos by Beethoven and Mendelssohn. Important in her formative years were encounters with some of the leading figures in the music of the time, such as Franz Liszt, Johannes Brahms, and Clara Wieck Schumann, who gave her some piano lessons in 1873. The following year, in 1874, Luise Adolpha left for a series of concerts in the Netherlands accompanied by her mother but, as she recalled in her Memoirs of a Composer, the tour took a heavy toll on her fragile health.

Luise Adolpha's musical training and career took a significant leap forward when in 1876, accompanied and supported by her parents, she moved to Munich. The Bavarian years were very fruitful and initially happy for her. Her talents as a pianist and violinist were appreciated by insiders and the public, and she won international composition competitions, always garnering favorable reviews. Within two years of moving to Munich, Luise Adolpha founded a private girls' music school, engaging directly in teaching music theory and piano, and at the same time she began writing for the Berlin-based Algemeine Deutsche Musik-Zeitung magazine, a collaboration that kept her busy until the young artist decided to cease her contribution, tired of the publisher's altering and cutting of her articles. Instead, her activity as a composer continued. In 1882 she won first prize in an international competition with the Sonata for Cello and Piano, Op. 17, and in the same year she composed the score for the opera Ruth - Biblical Scenes No. 27 for soloists, chorus and orchestra.

Luise Adolpha Le Beau

Score of the workRuth – Scene bibliche n. 27 per solisti, coro e orchestra

Despite the attention she received, Luise Adolpha's artistic life in Munich began to encounter difficulties, especially in finding musicians willing to work with her and perform her pieces. She decided in 1885, together with her parents, now aged but still aware of and proud of their daughter, to move to Wiesbaden and continue her composing activity, alternating it with teaching music theory and singing lessons. She noted, no doubt with bitterness, the difficulties her compositions encountered at home, some of which, however, were performed in Sydney and Constantinople. In her Memoirs Luise Adolpha Le Beau reported personal displeasure with the years she lived in Wiesbaden, writing of intrigues against her and her activity as a composer. Perhaps for this reason, in 1890 she decided, again together with her elderly parents, to move to Berlin, hoping that the environment in the big city would favor her creations and, on an ongoing basis, allow them to be performed. But even in Berlin the disillusionments and bitterness were for Luise Adolpha manifold. While continuing to teach music, she devoted herself to composing pieces and to duplicating the musical score and vocal parts of the opera Hadumoth. op. 40, written earlier in Wiesbaden. She used a hand lithographic press for the purpose, in the hope, later dashed, of getting her work performed.

Score for Hadumoth. op. 40

The male musical world granted little attention to her creations, and it even happened that, having sent the score of her String Quartet op. 34 to violinist and conductor Joseph Joachim for revision, he left it for a whole year among his papers without doing what the musician had requested. In the field of teaching, too, there was no shortage of bitterness. Despite the fact that German composer Georg Vierling, a member of the Royal Academy of Arts in Berlin, had recommended her for a teaching position at the Royal School of Music, the position was not awarded to her because the rules of the Berlin music institution did not allow for a female professor. Leaving Berlin in 1893, Luise Adolpha and her parents moved to Baden-Baden, where some of her works were performed by the city orchestra, thanks in part to the interest and support of Duchess Luise von Baden, who appreciated her value. Between 1896 and 1900 her parents, who had never failed to support her, including financial support, died, and Luise Adolpha dedicated to them the fairy-tale opera The Enchanted Caliph, Op. 55, which, however, she would never see performed beyond the city limits of Baden-Baden. Tired and disappointed Luise Adolpha stopped composing around 1903.

As she had to reiterate on more than one occasion and to write in her Memoirs of a Composer, published in 1910, that her works were received with benevolence and consideration but never with the same recognition and appraisal as they would have been given if they had been the works of a man. She pointed out that the concerts she performed and her compositions had not received financial recognition, nor did her writings on music criticism. Only the lessons allowed her to be able to live with dignity along with the help of her family. Yet hers was a solid musical output, capable of ranging from solo piano concertos (as many as 19) to chamber music pieces (26), and to symphonies, operas, and scores for piano and orchestra - and even 18 pieces for choir and 47 Lieder. It was a full-bodied but little-known and little-recognized musical legacy for which Luise Adolpha tried to fight despite numerous impediments. While she was still alive, she saw the publication of songs, pieces for piano and choir, and those of chamber music, while there were numerous unpublished and in many cases still unpublished works and orchestrated compositions, with the exception of the opera Ruth - Biblical Scenes No. 27 published in 1885 in Leipzig, but never reprinted thereafter.

Score of the Sonata for violin and piano op. 10

Luise Adolpha Le Beau was not an innovative composer - she worked in the genre of the great musicians who formed the cornerstones of her musical interests and passions. She wanted to tackle composition by not limiting herself to writing songs or pieces for piano alone, both fields of music deemed suitable for female creativity, but tried her hand at operas and symphonies for which rich and complex orchestral scores were needed. Performing these kinds of compositions, however, required numerous musicians, conductors and suitable spaces, that is, having at her disposal a wide network of artistic, professional and organizational relationships that she had not been able to build over time, since her training had taken place separately from her male peers. She succeeded in getting her creations known and heard, but in an episodic manner, without the necessary continuity - remaining on the margins of a profoundly masculine and misogynistic musical world, unwilling to open up to female creativity. The last years of her life were difficult. By 1914 her financial resources had all but dried up, she was forced to move to smaller, cheaper housing and continued to support herself by giving music and piano lessons to girls. Only in 1922, five years before her death, thanks to the generosity of the parents of one of her pupils, did she obtain a financial annuity. Luise Adolpha Le Beau died in Baden-Baden on July 17, 1927.


Traduzione spagnola

Aurora Di Stefano

Luise Adolpha Le Beau quería enseñar a las jóvenes mujeres de su época que la música, más allá del placer de ejecutarla y de escucharla, puede transformarse en un camino de vida independiente. Una importante perspectiva para las chicas del siglo XIX. Para concretar esta oportunidad de autonomía, la compositora y música en 1878 fundó una escuela privada de música destinada a acoger a las chicas de las clases cultas con la esperanza de que lograran construirse un futuro independiente como docentes de música y de piano; con respecto a esto, también escribió dos ensayos, uno sobre la educación musical de las jóvenes mujeres y el otro sobre la música como profesión femenina. Dedicó gran parte de sus estudios de musicóloga al mundo de la composición musical femenina, dando a conocer las obras poco conocidas o totalmente ignoradas de las compositoras del pasado. Su objetivo era sacar del olvido los nombres y las creaciones de estas artistas y, a través de un análisis riguroso de la música producida por las mujeres, crear una “genealogía” femenina en un intento de evitar la obvia y continua comparación, siempre desigual, con los compositores de otro sexlo.

Luise Adolpha Le Beau, 1872
Portada del libro Memorias de Luise Adolpha Le Beau

Luise Adolphe Le Beau nació en Rastatt, en el que entonces era el Gran Ducado de Baden, el 25 de abril de 1850. Su padre Wilhelm, oficial del ejército, y su mujer Karoline Barack estuvieron de acuerdo en fomentar los primeros pasos en el campo de la música de su hija que al principio tuvo como maestro a su propio padre. Tenía talento y aún muy joven Luise Adolpha, aunque rigurosamente separada de los varones, empezó a estudiar piano y violín y a componer sus primeras piezas. Debutó a los dieciocho años en Karlsruhe con la interpretación, bien recibida, de conciertos de Beethoven y de Mendelssohn. En los años de su formación fueron importantes los encuentros con algunos de los protagonistas de la música de la época como Franz Liszt, Johannes Brahms y Clara Wieck Schumann quien, en 1873, le impartió algunas clases de piano. El año siguiente, en 1874, Luise Adolpha viajó para una serie de conciertos a los Países Bajos acompañada por su madre pero, como recordó en sus Memorias de una mujer compositora, la gira acarreó graves repercusiones sobre su frágil estado de salud.

La formación y la carrera musical de Luise Adolpha dieron un salto de calidad significativo cuando en 1876, acompañada y apoyada por sus padres, se mudó a Mónaco. Los años bávaros para ella fueron muy fructíferos y al principio felices, sus dotes de pianista y de violinista fueron apreciadas por los expertos del sector y por el público. Dos años después de su mudanza a Mónaco, Luise Adolpha fundó su escuela de música privada femenina comprometiéndose directamente con la enseñanza de la teoría musical y del piano y, durante el mismo período, empezó a escribir para el periódico Algemeine Deutshe Musik-Zeiting de Berlín, una colaboración que la ocupó hasta cuando la joven artista decidió acabar con su contribución, harta de las manipulaciones y de los recortes en sus artículos por parte del editor. En cambio, prosiguió su actividad de compositora. En 1882 ganó el primer premio en un concurso internacional con su Sonata para violonchelo y piano op. 17 y ese mismo año compuso la partitura de la obra Ruth op. 27 para solistas, coro y orquesta.

Luise Adolpha Le Beau

Puntuación de la obraRuth – Scene bibliche n. 27 per solisti, coro e orchestra

A pesar de la atención recibida, la vida artística de Luise Adolpha en Mónaco empezó a encontrar dificultades, sobre todo en hallar músicos dispuestos a trabajar con ella y a ejecutar sus piezas. En 1885 decidió, junto a sus padres ya no muy jóvenes pero siempre conscientes y orgullosos de su hija, mudarse a Wiesbaden y proseguir su actividad de composición alternándola con la enseñanza de Teoría musical y con las clases de canto; se percataba, sin duda con amargura, de las dificultades que sus composiciones encontraban en su propia patria , algunas de las cuales , sin embargo, habían sido ejecutadas en Sídney y Constantinopla. En sus Memorias Luise Adolpha Le Beau escribió sobre su pena por los años vividos en Wiesbaden, narrando las intrigas contra de ella y sobre su actividad de compositora. Tal vez por esta razón en 1890 decidió, otra vez junto a sus ancianos padres, mudarse a Berlín esperando que el ambiente de la gran ciudad pudiera comprender sus creaciones y permitir la ejecución de las mismas con frecuencia. Sin embargo, también en Berlín la amargura y las desilusiones fueron muchas para Luise Adolpha. Siguió enseñando música y mientras tanto se dedicó a la composición de piezas y a duplicar la partitura musical y las partes vocales de la obra Hadumoth op. 40, que había escrito anteriormente en Wiesbaden; utilizando para esto una prensa litográfica manual con la esperanza, que se convertiría en una esperanza frustrada, de permitir su ejecución

Puntuación para Hadumoth. op. 40

Los hombres del mundo de la música prestaban poca atención a sus creaciones: por ejemplo, enviada la partitura de su Cuarteto de cuerda op.34 al violinista y director de orquesta Joseph Joachin para una revisión, él la dejó durante un año entero entre sus papeles, sin llevar a cabo lo que ella le había pedido. Tampoco en el campo de la enseñanza le faltaron decepciones. A pesar de que el compositor alemán Georg Vierlin, miembro de la Academia de las artes de Berlín, la hubiera recomendado para un empleo como docente en la Escuela real de música, no le asignaron el puesto porque las reglas de la institución musical berlinesa no contemplaban la docencia de una mujer. Después de haber dejado Berlín en 1893, Luise Adolpha y sus padres se mudaron a Baden-Baden donde algunas de sus piezas fueron ejecutadas por la orquesta de la ciudad, gracias también a la intervención y al apoyo de la duquesa Luise von Baden que supo apreciar su valor. Entre 1896 y 1900 fallecieron sus padres, quienes nunca le habían hecho faltar su apoyo, incluso económico, y Luisa Adolpha les dedicó la obra fabulosa El califa encantado op. 55 que, sin embargo, no pudo verla ejecutada más allá de las fronteras de la ciudad de Baden-Baden. Harta y decepcionada, Luise Adolpha dejó de componer alrededor del año 1903.

Como reiteró en más de una ocasión y como escribió en sus Memorias de una mujer compositora, publicado en 1910, sus trabajos fueron acogidos con benevolencia y consideración, pero nunca con los mismos reconocimientos y las mismas valoraciones que hubieran sido dirigidas a un hombre. Según su propia admisión, los conciertos ejecutados por ella y sus composiciones no tuvieron compensaciones económicas, y tampoco las tuvieron sus escritos de crítica musical. Solo las clases y la ayuda de su familia le permitieron vivir dignamente. Aún así su producción musical fue sólida, capaz de abarcar los conciertos solo para piano (19), las piezas de música de cámara (26), las sinfonías, las óperas, las partituras para piano y orquesta, y también 18 piezas para coro y 47 lieder. Una herencia musical consistente pero poco conocida y reconocida por la que trató de luchar a pesar de numerosos obstáculos. Cuando todavía estaba viva, vio la publicación de las canciones, de las piezas para piano y para coro y las de música de cámara, mientras que han sido numerosas las obras y las composiciones orquestales no publicadas e inéditas en muchos casos hasta el día de hoy, excepto la obra Ruth op. 27, publicada en 1885 en Leipzig, pero nunca reimprimida posteriormente.

Partitura de la Sonata para violín y piano op. 10

 Luise Adolpha Le Beau no fue una compositora innovadora, su trabajo siguió las huellas de los grandes músicos que constituían los cimientos de sus intereses y de sus pasiones musicales. Quiso enfrentar la composición sin limitarse a escribir canciones o piezas solo para piano, ambos campos musicales considerados idóneos para la creatividad femenina, de modo que se enfrentó con obras y sinfonías para las que servían partituras orquestales ricas y complejas. Pero para ejecutar esa clase de composiciones se necesitaban músicos y músicas, directores de orquesta y espacios adecuados, es decir disponer de una amplia red de relaciones artísticas, profesionales y organizativas que con el tiempo no había podido construir, ya que se había formado por separado de sus coetáneos. Logró dar a conocer y hacer escuchar sus creaciones, pero de manera episódica, sin la continuidad necesaria y quedándose, de hecho, al margen de un mundo musical profundamente masculino y misógino, poco dispuesto a abrirse a la creatividad femenina. Los últimos años de su vida fueron difíciles. En 1914 sus recursos económicos casi se habían agotado, se vio obligada a mudarse a un piso más pequeño y barato y siguió manteniéndose gracias las clases de música y de piano que impartía a chicas. Sólo en 1922, cinco años antes de fallecer, gracias a la generosidad del padre de un estudiante suyo, consiguió un vitalicio económico. Luise Adolpha Le Beau murió en Baden-Baden el 17 de julio de 1927.

 

Marianne von Martinez
Milena Gammaitoni


Katarzina Oliwia

 

Il padre era Maestro di Cerimonie del Nunzio Papale, dove la famiglia viveva in un palazzo storico, condividendo il piano con l’anziano Pietro Metastasio – poeta di corte – cui offrì supporto e assistenza fino alla morte. ll poeta fu mentore di Marianne insieme ad Haydn, che visse nello stesso palazzo per molti anni. Insieme contribuirono alla sua educazione musicale: pianoforte con Haydn, canto con Porpora, e composizione con Hasse.

Marianne parlava e scriveva in italiano, inglese e francese, e fin da giovane si dedicò alla composizione, diventando la prima donna a ricoprire il ruolo di membro dell’Accademia Filarmonica di Bologna presieduta da Padre Martini. Compose diverse opere per una voce solista e i suoi biografi (Godt, Wessely) ritengono che la prima ad eseguire questi pezzi fosse la compositrice stessa. Se così fosse, essi costituiscono una prova evidente della sua genialità, in quanto la musica è composta con «diverse colorature, salti di intervalli molto ampi e trilli, che indicano che lei stessa dovesse essere un'ottima cantante». (Wessely). Il riconoscimento per le sue doti fu sempre confermato dall’Imperatrice Maria Teresa, che la convocava per eseguire le sue composizioni.

Divenne Accademica della Filarmonica di Bologna, per la sua genialità e precisione nelle composizioni. Nel 1761 entrò come cantante e clavicembalista alla Corte di Vienna, dove rappresentò la sua prima Messa. Si dovette difendere da molti rivali, tra cui anche Maria Teresa Von Paradis, che la considerava una mediocrità… Ma con il passare degli anni la sua reputazione si diffuse ben oltre Vienna.

Citata da Charles Burney con toni lusinghieri per le sue doti compositive e vocali, Marianne scrisse quattro Messe, ufficialmente rappresentate a Vienna, due Oratori, dei Salmi, molte sonate per tastiera, gran parte delle quali distrutte da un incendio nel 1927, un Concerto e musica vocale. Le sue opere per il clavicembalo furono paragonate allo stile di Carl Philipp Emanuel Bach. Altri studiosi ipotizzano che Mozart modellò la sua Messa K. 139 del 1768 sul Christe della Messa No. 1 in Re Maggiore di Martinez. In particolare l’Oratorio Isacco figura del Redentore, composta a 22 anni, è una miniera di ricchezze musicali: dall’intonazione dei salmi per coro, voci sole e basso continuo, un trattato di fluidità armonica – fino alle 31 sonate per tastiera.

Quando morì il padre, Marianna e le sue sorelle decisero di organizzare incontri musicali nella propria casa, divenendo un luogo di incontro per diversi musicisti/e e artisti/e di passaggio a Vienna, fra cui Beethoven e Mozart, con il quale resta la testimonianza di aver suonato insieme a quattro mani una sonata composta da lui. Nel 1790 fonda una scuola di canto, con sede sempre nella sua casa e insegnò fino al 1812, anno della sua morte. Fu sepolta nello stesso cimitero di Mozart.

Discografia

Marianna Martines: Psalm Cantatas, Elke Mascha Blankenburg, Koch Schwann B000001SOK, 1995. Compact disc.

Marianna Martines: Il primo amore, concertos and cantatas. Núria Rial, DHM 2011 Compact disc.

Selezione

in 8th Century Woman Composers, Barbara Harbach, fortepiano. Gasparo Records: B000025YJJ, 1995. Compact Disc.

in Haydn, Martines and Auenbrugger, Monica Jakuc Leverett, fortepiano. Titanic, B000001I7X, 1993. Compact disc.

in Women Composers and the Men in Their Lives. Leanne Rees, Fleur de Son, B0000479BH, 2000. Compact disc.


Traduzione francese

Ibtisam Zaazoua

Son père était Maître des Cérémonies du Nonce Papal, où la famille vivait dans un palais historique, partageant l'étage avec l'ancien Pietro Metastasio - poète de cour - auquel elle a offert soutien et assistance jusqu'à sa mort. Le poète était un mentor pour Marianne aux côtés de Haydn, qui vivait également dans le même palais depuis de nombreuses années. Ensemble, ils ont contribué à son éducation musicale : piano avec Haydn, chant avec Porpora, et composition avec Hasse.

Marianne parlait et écrivait en italien, anglais et français, et dès son jeune âge, elle s’est consacrée à la composition, devenant la première femme à être membre de l'Académie Philharmonique de Bologne sous la présidence du Père Martini. Elle a composé plusieurs œuvres pour voix solistes, et ses biographes (Godt, Wessely) pensaient que les premières à interpréter ces pièces étaient la compositrice elle-même. Si tel était le cas, cela constituerait une preuve évidente de son génie, car la musique était composée de «diverses coloratures, de grands sauts d'intervalle et de trilles, ce qui indiquait qu'elle devait elle-même être une excellente chanteuse». (Wessely). Son talent était toujours reconnu par l'Impératrice Marie-Thérèse, qui la convoquait pour interpréter ses compositions.

Elle devient Académicienne de la Philharmonique de Bologne en raison de sa créativité et de sa précision dans la composition. En 1761, elle entre à la Cour de Vienne en tant que chanteuse et claveciniste, où elle présente sa première messe. Elle devait se défendre contre de nombreux rivaux, y compris Marie Thérèse Von Paradis, qui la considérait comme une médiocrité... Mais au fil des ans, sa réputation s'étend bien au-delà de Vienne.

Charles Burney la citait favorablement pour ses talents de compositrice et de chanteuse. Marianne a écrit quatre Messes, officiellement représentées à Vienne, deux Oratorios, des Psaumes, de nombreuses sonates pour clavier (dont la plupart étaient détruites dans un incendie en 1927), un Concert et de la musique vocale. Ses œuvres pour clavecin étaient comparées au style de Carl Philipp Emanuel Bach. Certains chercheurs pensaient que Mozart modelait sa Messe K. 139 de 1768 sur le Christe de la Messe n°1 en Re Majeur de Martinez. En particulier, l'Oratorio Isacco figura del Redentore, composé à l'âge de 22 ans, regorgeait de richesses musicales : des intonations des psaumes pour chœur, voix solistes et basse continue, un traité de fluidité harmonique, jusqu'à 31 sonates pour clavier.

Après la mort de son père, Marianne et ses sœurs décident d'organiser des soirées musicales chez elles, devenant un lieu de rencontre pour de nombreux musiciens et artistes de passage à Vienne, parmi lesquels Beethoven et Mozart, avec qui elle avait joué en duo une sonate composée par ce dernier. En 1790, elle fonde une école de chant dans sa maison et y enseigne jusqu'à sa mort en 1812. Elle a été enterrée dans le même cimetière que Mozart.

Discographie

Marianna Martines : Psalm Cantatas, Elke Mascha Blankenburg, Koch Schwann B000001SOK, 1995. Compact Disc.

Marianna Martines : Il primo amore, concertos and cantatas. Núria Rial, DHM 2011 Compact Disc.

Sélection

in 8th Century Woman Composers, Barbara Harbach, fortepiano. Gasparo Records : B000025YJJ, 1995. Compact Disc.

in Haydn, Martines and Auenbrugger, Monica Jakuc Leverett, fortepiano. Titanic, B000001I7X, 1993. Compact Disc.

in Women Composers and the Men in Their Lives. Leanne Rees, Fleur de Son, B0000479BH, 2000. Compact Disc.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Her father was Master of Ceremonies at the Papal Nuncio, where the family lived in a historic palace, sharing the piano with the elderly Pietro Metastasio - court poet - to whom he offered support and assistance until his death. The poet was Marianne's mentor along with Haydn, who lived in the same palace for many years. Together they contributed to her musical education - piano with Haydn, singing with Porpora, and composition with Hasse.

Marianne spoke and wrote in Italian, English, and French, and from an early age devoted herself to composition, becoming the first woman to serve as a member of the Accademia Filarmonica of Bologna, presided over by Padre Martini. She composed several works for solo voice, and her biographers (Godt, Wessely) believe that the first to perform these pieces was the composer herself. If so, they are clear evidence of her genius, as the music is composed with "several coloraturas, very wide interval jumps and trills, which indicate that she herself must have been an excellent singer" (Wessely). Recognition for her talents was confirmed by the Empress Maria Theresa, who summoned her to perform her compositions.

She was inducted into the Accademica della Filarmonica of Bologna, for the brilliance and precision of her compositions. In 1761 she performed as a singer and harpsichordist at the Court of Vienna, where she performed her first Mass. She had to defend herself against many rivals, including Maria Theresa Von Paradis, who considered her a mediocrity... But as the years went by, her reputation spread far beyond Vienna.

Cited flatteringly by Charles Burney for her compositional and vocal gifts, Marianne wrote four Masses, officially performed in Vienna, two Oratories, Psalms, many keyboard sonatas, most of which were destroyed by fire in 1927, a Concerto and vocal music. Her works for the harpsichord were compared to the style of Carl Philipp Emanuel Bach. Other scholars speculate that Mozart modeled his 1768 Mass K. 139 on the Christe from Martinez's Mass No. 1 in D Major. In particular, the oratorio Isaac Figure of the Redeemer, composed when she was 22, is a treasure trove of musical riches, from the intonation of psalms for choir, solo voices and basso continuo, a treatise on harmonic fluidity, to the sonatas for the 31 key harpsichord.

When her father died, Marianne and her sisters decided to organize musical gatherings in their home, which became a meeting place for various musicians and artists passing through Vienna, including Beethoven and Mozart, with whom there is a record of playing a sonata composed by her as a piece for four hands. In 1790 she founded a singing school, also based in her home, and taught until 1812, the year of her death. She was buried in the same cemetery as Mozart.

Discography

Marianna Martines: Psalm Cantatas, Elke Mascha Blankenburg, Koch Schwann B000001SOK, 1995. Compact disc.

Marianna Martines: First love, concertos and cantatas. Núria Rial, DHM 2011 Compact disc.

Selections

In 8th Century Woman Composers, Barbara Harbach, fortepiano. Gasparo Records: B000025YJJ, 1995. Compact disc.

In Haydn, Martines and Auenbrugger, Monica Jakuc Leverett, piano forte. Titanic, B000001I7X, 1993. Compact disc.

In Women Composers and the Men in Their Lives. Leanne Rees, Fleur de Son, B0000479BH, 2000. Compact disc.


Traduzione spagnola

Federica la Spina

Su padre era maestro de ceremonias del nuncio papal; la familia vivía en un palacio histórico y compartía rellano con el anciano Pietro Metastasio, poeta de la corte, a quien ofreció apoyo y asistencia hasta su muerte. El poeta fue el mentor de Marianne junto con Haydn, quien vivió en el mismo palacio durante muchos años. s que : Haydn con el piano, Porpora con el canto y Hasse con la composición contribuyeron a su educación musical.

Marianne hablaba y escribía en italiano, inglés y francés; desde joven se dedicó a la composición, convirtiéndose en la primera mujer en desempeñar un papel como componente de la Academia Filarmónica de Bolonia presidida por Padre Martini. Compuso diferentes obras para voz solista y sus biógrafos (Godt, Wessely) consideran que la primera en interpretarlas fue ella misma. Si así fuera, serían una prueba evidente de su genialidad, ya que la música está compuesta con «varias coloraturas, saltos de intervalos muy amplios y trinos, que indican que ella misma debía ser una excelente cantante». (Wessely). El reconocimiento de sus dotes siempre fue confirmado por la emperatriz María Teresa, quien la convocaba para ejecutar sus composiciones.

Se convirtió en académica de la Filarmónica de Bolonia, por su genialidad y precisión en sus composiciones. En 1761, entró como cantante y clavecinista en la Corte de Viena, donde interpretó su primera Misa. Tuvo que defenderse de una multitud de rivales, incluso de María Teresa Von Paradis, que la consideraba una mediocre... Pero con los años, su reputación se extendió mucho más allá de Viena.

Mencionada por Charles Burney en tono halagador por sus dotes compositivas y vocales, Marianne compuso cuatro Misas, interpretadas oficialmente en Viena, dos Oratorios, unos Salmos, muchas sonatas para teclado -destruidas en su mayoría por un incendio en 1927-, un Concierto y música vocal. Sus obras para clavecín fueron comparadas con el estilo de Carl Philipp Emanuel Bach. Parte de la crítica especula que Mozart modeló su Missa Solemnis en do menor K. 139/47a de 1768 a partir del Christe de la Primera Misa en re mayor de Martínez. El oratorio Isacco figura del Redentore, compuesto a los veintidós años, es, en particular, una fuente de riquezas musicales: desde la entonación de los salmos para coro, voces solistas y bajo continuo,–un tratado sobre la fluidez armónica–, hasta las treintaiuno sonatas para teclado.

A la muerte de su padre, Marianne y sus hermanas decidieron organizar encuentros musicales en su propia casa, convirtiéndola enu n lugar de encuentro de músicos, músicas y artistas de tránsito por Viena, entre ellos Beethoven y Mozart, con quienes hay testimonio de que tocaron a cuatro manos una sonata compuesta por este último. En 1790 fundó una escuela de canto,–también en su casa– en la que enseñó hasta 1812, el año de su muerte. Fue enterrada en el mismo cementerio que Mozart.

Discografia

Marianna Martines: Psalm Cantatas, Elke Mascha Blankenburg, Koch Schwann B000001SOK, 1995. Compact disc.

Marianna Martines: Il primo amore, concertos and cantatas. Núria Rial, DHM 2011 Compact disc.

Selezione

in 8th Century Woman Composers, Barbara Harbach, fortepiano. Gasparo Records: B000025YJJ, 1995. Compact Disc.

in Haydn, Martines and Auenbrugger, Monica Jakuc Leverett, fortepiano. Titanic, B000001I7X, 1993. Compact disc.

in Women Composers and the Men in Their Lives. Leanne Rees, Fleur de Son, B0000479BH, 2000. Compact disc.

 

Giovanna Daffini
Chiara De Luca


Giada Ionà

 

Giovanna Daffini, nata a Villa Saviola di Motteggiana (Mantova) il 22 aprile 1914, proveniente da una modesta famiglia di campagna, iniziò fin da giovane il lavoro stagionale di mondina nelle risaie piemontesi e della Lomellina, che svolse per lunghi anni, dal 1927 al 1952. In tale contesto ebbe la possibilità di apprendere i canti di lavoro del repertorio delle “squadre” di mondariso, originari in prevalenza dai villaggi padani. Si vennero a creare, così, i fondamenti canori per intraprendere la futura attività artistica.

Un’ulteriore spinta verso la musica la ebbe dalla madre, una sarta che le insegnò le canzoni della tradizione locale, e dal padre, suonatore di violino, inizialmente accompagnatore-commentatore musicale delle proiezioni del cinema muto e, in seguito, a causa della crisi venutasi a determinare con l’avvento del sonoro, costretto a esibirsi come musicista ambulante. Seguendolo nei vari spettacoli, la ragazza apprese i primi rudimenti della chitarra, avviando una fase esistenziale che la condurrà a calcare il palco negli spazi di intrattenimento tradizionale, dall’osteria alla chiesa, dalle sagre alle cerimonie nuziali, passando per le feste familiari e le celebrazioni civili.

Nel 1933 incontrò il violinista Vittorio Carpi, di Santa Vittoria di Gualtieri (Reggio Emilia), appartenente a una nota famiglia di studiosi dello strumento, e con lui darà inizio a un lungo sodalizio artistico e sentimentale. Nel 1936 si sposarono e si stabilirono a Gualtieri, nella vicina pianura reggiana, dove Giovanna fece da mamma ai quattro figli del marito vedovo, in una casa modestissima. Nel 1937 diede alla luce il figlio Ermanno. Nonostante le difficoltà economiche che la famiglia dovette affrontare, la voce di Giovanna continuò a farsi strada, divenendo sempre più matura e riconoscibile e conquistando, in tal modo, le persone che ebbero il privilegio di vederla e ascoltarla sul palco. A testimonianza di ciò, il critico musicale Gustavo Marchesi scrisse nel febbraio 1973 su La Gazzetta di Parma: «Trattavano un genere poco nobile e nessuno sapeva che la Daffini sarebbe diventata una delle voci più celebri del mezzo secolo […]. Parlavano di verità atroci col sorriso in gola».

L’eterogeneo repertorio della musicista e cantante riusciva a conquistare tutto il pubblico, ammaliato dalla sua estensione vocale. Intonava i canti della tradizione mondina, categorizzati da una certa critica come “musica leggera”, ma che in realtà spaziavano dalle storie d’amore, spesso di tragico epilogo (Amore mio non piangere, Il fischio del vapore), alla denuncia delle pessime condizioni di lavoro (Bella ciao delle mondine, Sciur padrun da li beli braghi bianchi, Saluteremo il signor padrone, L'amarezza delle mondine), per poi passare ai canti di protesta appresi durante la Resistenza (A morte la casa Savoia, Compagni fratelli Cervi, La brigata Garibaldi) e a quelli politici, come Vi ricordate quel diciotto aprile, continuando con i canti di festa (L’uva fogarina) e di rievocazione di personaggi o episodi storici. Si segnalano ad esempio La morte di Anita Garibaldi, Sacco e Vanzetti e Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio. Non mancavano le canzoni di tipo "narrativo" tipiche della Pianura Padana, di cui il caso più celebre ed eseguito in mille varianti è Donna Lombarda. Fu pure capace di dare prova della sua estrema versatilità nel "trattare" a modo suo un successo popolare del tempo, la notissima Marina, trasformata in ruvida ballata.

Una delle canzoni sopra citate, Bella ciao delle mondine, ha conquistato una notorietà maggiore delle altre, in quanto strettamente collegata alla più fortunata Bella ciao, canto italiano simbolo della lotta partigiana. Quest’ultimo raggiunse la fama negli anni Sessanta, divenendo l’inno degli scioperi operai e delle manifestazioni studentesche. La prima attestazione risale al 1953, sulla rivista La Lapa di Alberto Mario Cirese; nel 1955 venne inserito nella raccolta Canzoni partigiane e democratiche, a opera della commissione giovanile del Psi. Per quanto riguarda Bella ciao delle mondine, fu registrata da Daffini nel 1962, per poi essere presentata da lei nel 1964 al Festival di Spoleto. In molti, nel corso degli anni, si domandarono quale delle due fosse antecedente all’altra; l’unico dato certo è rappresentato da tali date, confermate dallo storico Cesare Bermani, per il quale la versione di Daffini fu composta successivamente il periodo del conflitto mondiale, dal mondino di Gualtieri Vasco Scansani.

Il 1962 fu un anno importante per Giovanna Daffini, in quanto conobbe − grazie al sindaco di Gualtieri Serafino Prati − Gianni Bosio e Roberto Leydi, arrivati nel paese attratti dal personaggio ormai molto noto del pittore Ligabue. In seguito all’incontro, insieme al marito venne inserita nel gruppo musicale Nuovo Canzoniere Italiano, pioniere nella riproposta del canto tradizionale e nella diffusione del canto politico di quel momento storico. Leydi affermò: «Mi resi conto, con sorpresa, che avevo incontrato una cantante che, lontano dalla tradizione stilistica, che già allora conoscevo abbastanza bene, dei cantastorie padani e alla quale, in un primo momento, avevo ritenuto di poterla accostare, sapeva trasformare, in termini che mi parvero assolutamente personali, canti tradizionali in “canzoni” da intrattenimento popolare». Nell’arco di cinque anni, dal 1963 al 1968, la cantante partecipò a 273 spettacoli del complesso musicale, conquistando consensi a livello nazionale e internazionale. Esemplificative di tale successo sono la vasta discografia e alcune delle più indimenticabili esibizioni, tra le quali si ricorda lo spettacolo Bella ciao al citato Festival dei Due mondi di Spoleto, dove intonò entrambe le versioni della canzone, quella partigiana e quella mondina, in apertura e in chiusura (lo spettacolo venne ripetuto per altre quarantadue volte tra il 1964 e il 1965). Altro concerto di grande rilievo, rimasto negli annali, Ci ragiono e canto del 1966, rappresentato settantanove volte in Italia sotto la regia di Dario Fo.

Nel 1964 uscì il primo Lp di Daffini, intitolato La mariuleina - Canzoni padane, tre anni dopo fu la volta di: Una voce e un paese, anch'esso pubblicato dai Dischi del Sole, con l’accompagnamento musicale del marito e del suo violino. Racchiude canzoni di successo della tradizione popolare, seguite da altre più originali e meno note. Lo stesso anno comparve anche il singolo contenente due brani: Festa d'aprile/Ama chi ti ama. Molti di questi canti si possono ascoltare su YouTube e pure vedere l'esibizione grazie a filmati d'epoca. Ancora una volta la forza rivoluzionaria di Giovanna emerse nitidamente: lo stampo tutt'altro che accademico e il suo carattere amichevole e duro al tempo stesso la rendono il perfetto connubio tra i movimenti sociali e il mondo contadino dei quali fu parte attiva. Lei stessa ammise queste sue caratteristiche, in una conversazione con Cesare Bermani: «Le canzoni mi piacciono tutte purché le senta […]. Quello che faccio lo sento nell’orecchio, e cerco di fare il meglio di me stessa».

La sua figura diede una direzione ben precisa alla produzione dell’epoca: le canzoni popolari dovevano suscitare un’analisi critica, non solo intrattenere; in tal modo si poté avviare un processo di cambiamento sociale, che Giovanna Daffini manovrava con la sua voce, con spontaneità ma senza improvvisazione, scegliendone l’intensità. Dopo una lunga malattia, si spense a Gualtieri il 7 luglio 1969. Nonostante la sua carriera si sia interrotta prematuramente, la forza della sua voce e della sua personalità vivrà in eterno. Ne sono esempi il concorso nazionale organizzato annualmente dal paese natale, rivolto a testi inediti di cantastorie, e il "Giorno di Giovanna", giornata culturale in cui vengono organizzati convegni e spettacoli. A Motteggiana si trova l'Archivio nazionale "Giovanna Daffini" che raccoglie materiali e fa opera di divulgazione. Sono usciti postumi gli Lp: Amore mio non piangere (I Dischi del Sole, 1975) e L'amata genitrice (I Dischi del Mulo, 1991). Concludiamo citando le sue intense parole poste in nota all'ultimo disco:

«Di nuovo oggi, su treni fuori orario, o bici da montagna, mondariso emancipate, migrano la mattina presto, e colmano i luoghi di convergenza: agenzie di turismo, filiali di banche, assicurative, postelegrafoniche Iva Aci Inps.

Dattilografe vellutate e respingenti, le maniche arrotolate, i volti cotti dal sole ultravioletto, si immergono fino alla cintola nelle nuove paludi loro assegnate, per riemergerne soltanto al tramonto.

Sotto maschere di fondotinta, dopobarba, antirughe, eyeliner si rivelano residui di sofferenze arcaiche e patimenti. Artriti croniche, reumi endemici. Casalinghe, metallari, sportivi, lavoratori, non-garantiti: Giovanna Daffini, l’amata genitrice canta ai rovinati dell’oggi come a quelli di ieri. Voce e chitarra, mille volte più potenti del brusio di mille ruspe (automobili)(televisori).

Canzoni che affratellano e consolano, e liberano memorie. Questa non è musica per parassiti. Che, anzi, ne proveran vergogna».


Traduzione francese

Ibtisam Zaazoua

Giovanna Daffini, née à Villa Saviola di Motteggiana (Mantoue) le 22 avril 1914, est issue d'une famille modeste de la campagne et a commencé très jeune un travail saisonnier de mondina (cueilleuse de riz) dans les rizières du Piémont et de la Lomellina, qu'elle a exercé pendant de nombreuses années, de 1927 à 1952. C'est dans ce contexte qu'elle a eu l'occasion d'apprendre les chants de travail du répertoire des "squadre" de mondariso (sarcleurs de riz), originaires pour la plupart des villages de la plaine du Pô. C'est ainsi que les bases du chant ont été créées pour sa future activité artistique.

Sa mère, couturière, lui apprend les chants traditionnels de la région, ce qui la pousse à se tourner vers la musique. Sa mère, couturière, lui apprend les chants traditionnels locaux et son père, violoniste, est d'abord accompagnateur musical lors des projections de films muets, puis, en raison de la crise provoquée par l'avènement du son, il est contraint de se produire en tant que musicien itinérant. En le suivant dans divers spectacles, la jeune fille apprend les premiers rudiments de la guitare, ce qui marque le début d'une phase existentielle. Guitare, initiant ainsi une phase existentielle qui l'amènera à fouler la scène des lieux de divertissement traditionnels, de la taverne à l'église, des fêtes aux cérémonies de mariage, en passant par les fêtes de famille et les célébrations civiles.

En 1933, elle rencontre le violoniste Vittorio Carpi, originaire de Santa Vittoria di Gualtieri (Reggio Emilia), qui appartenait à une célèbre famille d'érudits de l'instrument, et avec lui commence une longue association artistique et sentimentale. En 1936, ils se marient et s'installent à Gualtieri, dans la plaine voisine de la Reggiana, où Giovanna élève les quatre enfants de son mari veuf dans une maison très modeste. En 1937, elle donne naissance à leur fils Ermanno. Malgré les difficultés économiques auxquelles la famille doit faire face, la voix de Giovanna continue à faire son chemin, devenant de plus en plus mûre et reconnaissable, et gagnant ainsi l'adhésion du public. de plus en plus mûre et reconnaissable, séduisant ainsi les personnes qui ont le privilège de la voir et de l'entendre sur scène. Pour preuve, le critique musical Gustavo Marchesi écrivait en février 1973 dans La Gazzetta di Parma : «Il s'agissait d'un genre peu noble et personne ne savait que Daffini deviendrait l'une des voix les plus célèbres du demi-siècle [...]. Ils parlaient de vérités atroces avec un sourire dans la gorge».

Le répertoire hétéroclite de la musicienne et chanteuse a su conquérir le public, captivé par son registre vocal. Elle chantait les chansons traditionnelles des travailleurs du riz, qualifiées par certains critiques de "musique légère", mais qui en réalité allaient des histoires d'amour, avec des épilogues souvent tragiques (Amore mio non piangere, Il fischio del vapore), aux dénonciations des mauvaises conditions de travail (Bella ciao delle mondine, Sciur padrun da li beli braghi bianchi, Saluteremo il signor padrone, L’ amarezza delle mondine), puis aux chansons de protestation apprises pendant la Résistance (A morte la casa Savoia, Compagni fratelli Cervi, La brigata Garibaldi) et à des chansons politiques, comme Vi ricordate quel diciotto aprile (Souviens-toi de ce 18 avril), en passant par des chansons festives (L'uva fogarina) et des réévocations de personnages ou d'épisodes historiques. La morte di Anita Garibaldi, Sacco et Vanzetti et Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio en sont des exemples. Les chansons “narratives” typiques de la plaine du Pô n'ont pas manqué, dont la plus célèbre et la plus jouée en mille variantes est Donna Lombarda. Il a également su démontrer son extrême polyvalence en "traitant" à sa manière un succès populaire de l'époque, la célèbre Marina, transformée en ballade rude.

L'une des chansons susmentionnées, Bella ciao delle mondine, a acquis une plus grande notoriété que les autres, car elle est étroitement liée à Bella ciao, une chanson italienne qui symbolise la lutte des partisans et qui a connu un plus grand succès. Cette dernière a connu la célébrité dans les années 1960, devenant l'hymne des grèves ouvrières et des manifestations étudiantes. Elle a été enregistrée pour la première fois en 1953, dans la revue La Lapa d'Alberto Mario Cirese ; en 1955, elle a été incluse dans le recueil Canzoni partigiane e democratiche du comité de jeunesse du PSI. Quant à Bella ciao delle mondine, elle a été enregistrée par Daffini en 1962, puis présentée par elle en 1964 au festival de Spoleto. Nombreux sont ceux qui, au fil des ans, se sont demandé laquelle des deux œuvres était antérieure à l'autre ; la seule certitude réside dans les dates, confirmées par l'historien Cesare Bermani, pour qui la version de Daffini a été composée après la période du conflit mondial, par le mondain Gualtieri Vasco Scansani.

1962 est une année importante pour Giovanna Daffini, car elle connaît - grâce au maire de Gualtieri Serafino Prati - Gianni Bosio et Roberto Leydi, qui étaient arrivés dans la ville attirés par la figure désormais bien connue du peintre Ligabue. À la suite de cette rencontre, elle et son mari rejoignent le groupe musical Nuovo Canzoniere Italiano, pionnier dans la renaissance des chants traditionnels et la diffusion du chant politique à cette époque de l'histoire. Leydi a déclaré : «Je me suis rendu compte, avec surprise, que j'avais rencontré une chanteuse qui, loin de la tradition stylistique des conteurs de la vallée du Pô, que je connaissais déjà assez bien et à laquelle, au début, j'avais pensé pouvoir l'assimiler, savait transformer, en des termes qui me semblaient absolument personnels, des chansons traditionnelles en "chansons" de divertissement populaire». Pendant cinq ans, de 1963 à 1968, la chanteuse a participé à 273 représentations de l'ensemble musical, ce qui lui a valu une renommée nationale et internationale. Ce succès est illustré par une vaste discographie et quelques-unes des représentations les plus inoubliables, dont le spectacle Bella ciao au Festival dei Due mondi de Spoleto, déjà mentionné, où il chante les deux versions de la chanson, la partisane et la mondaine, à l'ouverture et à la clôture (le spectacle a été répété quarante-deux fois entre 1964 et 1965). Un autre concert de grande importance est resté dans les annales, Ci ragiono e canto de 1966, donné soixante-dix-neuf fois en Italie sous la direction de Dario Fo.

En 1964, Daffini sort son premier disque microsillon, intitulé La mariuleina - Canzoni Padane, trois ans plus tard c'est au tour de : Una voce e un paese, également publié par Dischi del Sole avec l'accompagnement musical de son mari et de son violon. Il comprend des chansons à succès issues de la tradition folklorique, suivies d'autres plus originales et moins connues. La même année est paru un single contenant deux chansons : Festa d’aprile/Ama chi ti ama. Plusieurs de ces chansons peuvent être écoutées sur YouTube, et la performance peut également être vue grâce à des images d'époque. Une fois de plus, la force révolutionnaire de Giovanna est apparue clairement : son moule tout sauf académique et son caractère à la fois amical et dur la rendait idéale pour les mouvements sociaux et le monde paysan auxquels elle participait activement. Elle a elle-même reconnu ces caractéristiques lors d'une conversation avec Cesare Bermani : «J'aime toutes les chansons à condition de les entendre [...]. Ce que je fais, je l'entends dans mon oreille, et j'essaie de faire mon mieux».

Sa figure a donné une orientation très précise à la production de l'époque : les chansons populaires devaient provoquer une analyse critique, et pas seulement divertir ; de cette façon, un processus de changement social pouvait être initié, que Giovanna Daffini manœuvrait avec sa voix, spontanément mais sans improvisation, en choisissant son intensité. Après une longue maladie, elle s'éteint à Gualtieri le 7 juillet 1969. Bien que sa carrière ait pris fin prématurément, la force de sa voix et sa personnalité resteront à jamais gravées dans les mémoires. En témoignent le concours national organisé chaque année par sa ville natale, destiné aux textes inédits des conteurs, et le "Giorno di Giovanna", une journée culturelle au cours de laquelle sont organisés des conférences et des spectacles. Motteggiana abrite les archives nationales "Giovanna Daffini", qui recueillent des documents et effectuent un travail de vulgarisation. Les 33 tours suivants ont été publiés à titre posthume : Amore mio non piangere (I Dischi del Sole, 1975) et L’amata genitrice (I Dischi del Mulo, 1991). Nous conclurons en citant les mots intenses qu'elle a placés dans une note sur son dernier disque:

"Aujourd'hui encore, en train après les heures de travail ou en vélo tout terrain, les mondains émancipés migrent tôt le matin et remplissent les lieux de convergence: agences de tourisme, succursales bancaires, compagnies d'assurance, Vat Aci Inps de la poste.

Dactylographes veloutées et repoussantes, manches retroussées, visages cuits par les ultraviolets du soleil, elles plongent jusqu'à la taille dans les nouveaux marécages qui leur sont assignés, pour n'en ressortir qu'au coucher du soleil.

Sous les masques de fond de teint, d'après-rasage, d'antirides, d'eyeliner se révèlent les vestiges de souffrances et d'afflictions archaïques. Arthrite chronique, rhumatisme endémique. Femmes au foyer, métalleux, sportifs, travailleurs, non-garantis : Giovanna Daffini, le parent bien-aimé chante aux ruinés d'aujourd'hui comme à ceux d'hier. Voix et guitare, mille fois plus puissantes que le bourdonnement de mille bulldozers (voitures)(télévisions).

Des chansons qui rassemblent et consolent, et libèrent les mémoires. Ce n'est pas une musique pour parasites. Qui, d'ailleurs, en auront honte".


Traduzione inglese

Syd Stapleton

Giovanna Daffini, was born in Villa Saviola di Motteggiana (Mantua, Italy) on April 22, 1914. She was born into a modest country family, and began the seasonal work of weeding in the rice fields of Piedmont and Lomellina an early age. She did it for many years - from 1927 to 1952. In that context she had the opportunity to learn the working songs from the repertoire of the "squads" of rice workers (mondine), originating mostly from the villages of the Po Valley. Thus, the singing foundations were created to underlie her future artistic activity.

She received a further push toward music from her mother, a seamstress who taught her the songs of local traditions, and from her father, a violin player, initially musical accompanist and commentator of silent films and, later, because of the crisis that came about with the advent of sound, he was forced to perform as a traveling musician. Following him to various shows, she learned the first rudiments of the guitar, initiating an existential phase that would lead her to tread the stage in traditional entertainment spaces, from the taverns to churches, from festivals to wedding ceremonies, participating in family festivals and civil celebrations.

In 1933 she met violinist Vittorio Carpi, from Santa Vittoria di Gualtieri (Reggio Emilia, Italy), who belonged to a well-known family of scholars of the instrument, and she began a long artistic and sentimental association with him. In 1936 they married and settled in Gualtieri, in the nearby Reggio Emilia plain, where Giovanna cared for her widower husband's four children in a very modest home. In 1937 she gave birth to their son Ermanno. Despite the economic difficulties that the family had to face, Giovanna's voice continued to make its way, becoming more and more mature and recognizable and thus winning over the people who had the privilege of seeing and hearing her on stage. Testifying to this, music critic Gustavo Marchesi wrote in February 1973 in La Gazzetta di Parma, "They were dealing with a not very noble genre and no one knew that Daffini would become one of the most celebrated voices of the half-century [...]. They spoke of atrocious truths with a smile on their faces."

The musician and singer's heterogeneous repertoire managed to win over many audiences, captivated by her vocal range. She sang the songs of the rice field workers’ (mondine) tradition, categorized by some critics as "light music," but which actually ranged from love stories, often with a tragic ending, (Amore mio non piangere, Il fischio del vapore), to the denunciation of poor working conditions (Bella ciao delle mondine, Sciur padrun da li beli braghi bianchi, Saluteremo il signor padrone, L'amarezza delle mondine), and then on to protest songs learned during the Resistance (A morte la casa Savoia, Compagni fratelli Cervi, La brigata Garibaldi) and political songs, such as Vi ricordate quel diciotto aprile, continuing with songs of celebration (L'uva fogarina) and of re-enactment of historical figures or episodes. Examples include La morte di Anita Garibaldi, Sacco e Vanzetti and Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio. There was no lack of "narrative" type songs typical of the Po Valley, of which the most famous case, performed in a thousand variations, is Donna Lombarda. She was also able to prove her extreme versatility in "treating" in her own way a popular hit of the time, the well-known Marina, transformed into a rough ballad.

One of the aforementioned songs, Bella ciao delle mondine, gained greater notoriety than the others, as it was closely related to the more successful Bella ciao, an Italian song symbolic of the partisan struggle. The latter achieved fame in the 1960s, becoming the anthem of workers' strikes and student demonstrations. It was first noted in 1953, in Alberto Mario Cirese's magazine La Lapa. In 1955 it was included in the collection Canzoni partigiane e democratiche (Partisan and Democratic Songs), by the Psi youth committee. As for Bella ciao delle mondine, it was recorded by Daffini in 1962, and then presented by her in 1964 at the Spoleto Festival. Many, over the years, wondered which of the two predated the other. The only certain facts are represented by these dates, confirmed by historian Cesare Bermani, for whom Daffini's version was composed after the period of the world conflict, by the mondine of Gualtieri Vasco Scansani.

1962 was an important year for Giovanna Daffini, as she met - thanks to the mayor of Gualtieri Serafino Prati - Gianni Bosio and Roberto Leydi, who had arrived in the town attracted by the now well-known character of the painter Ligabue. As a result of the meeting she was included, together with her husband, into the musical group Nuovo Canzoniere Italiano, a pioneer in the revival of traditional singing and the dissemination of political singing at that time in history. Leydi affirmed, "I realized, with surprise, that I had met a singer who, far from the stylistic tradition, which I was already quite familiar with at the time, of the Po Valley storytellers and to which, at first, I had thought I could approach her, knew how to transform, in terms that seemed to me absolutely personal, traditional songs into songs for popular entertainment." Over a period of five years, from 1963 to 1968, the singer participated in 273 performances of the musical ensemble, winning acclaim nationally and internationally. Exemplary of this success are the vast discography and some of the most unforgettable performances, including the Bella ciao show at the aforementioned Festival of Two Worlds in Spoleto, where she sang both versions of the song, the partisan and the worldly one, at the opening and closing (the singing of the two songs was repeated for another forty-two times between 1964 and 1965). Another major concert that has remained in the annals is Ci ragiono e canto of 1966, performed seventy-nine times in Italy under the direction of Dario Fo.

In 1964 Daffini's first LP was released, entitled La mariuleina - Canzoni padane, three years later it was the turn of Una voce e un paese, also released by Dischi del Sole, with musical accompaniment by her husband and her violin. It encompasses hit songs from the folk tradition, followed by more original and less well-known ones. The single containing two songs, Festa d'aprile/Ama chi ti ama, also appeared the same year. Many of these songs can be heard and seen on YouTube thanks to footage from the period. Once again, Giovanna's revolutionary strength emerged sharply. Her anything-but-academic mold and her friendly yet tough character made her the perfect blend of the social movements and the peasant world of which she was an active part. She herself admitted these characteristics, in a conversation with Cesare Bermani: "I like all the songs as long as I hear them [...]. What I do I hear in my ear, and I try to do the best I can."

She gave a very precise direction to the production of the time. Popular songs had to provoke critical analysis, not just entertain - in this way a process of social change could be initiated, which Giovanna Daffini guided with her voice, with spontaneity but without improvisation, choosing its intensity. After a long illness, she passed away in Gualtieri on July 7, 1969. Although her career was cut short prematurely, the strength of her voice and personality will live on forever. Examples are the national competition organized annually by her hometown, focusing on unpublished lyrics by storytellers, and the "Giovanna Day," a cultural day when conferences and performances are organized. Motteggiana is home to the "Giovanna Daffini" National Archive, which collects materials and does outreach work. Posthumously released are the LP: Amore mio non piangere (I Dischi del Sole, 1975) and L'amata genitrice (I Dischi del Mulo, 1991). We conclude by quoting the intense words placed in a note to the last record:

"Again today, on trains out of schedule, or mountain bikes, emancipated mondine migrate early in the morning, and fill places of convergence: tourism agencies, bank branches, insurance, and mail and telephone centers.

Well-dressed typists, sleeves rolled up, faces baked by the ultraviolet sun, plunge up to their waists into the new swamps assigned to them, only to re-emerge at sunset.

Under masks of foundation, aftershave, anti-wrinkle, eyeliner are revealed remnants of archaic suffering and afflictions. Chronic arthritis, endemic rheumatism. Housewives, metalheads, sports fans, workers, non-grantees: Giovanna Daffini, the beloved mother sings to the ruined of today as to those of yesterday. Voice and guitar, a thousand times more powerful than the buzz of a thousand bulldozers (cars)(televisions).

Songs that brother and comfort, and liberate memories. This is not music for parasites. Who, indeed, will feel ashamed of it."


Traduzione spagnola

Aurora di Stefano e Maria carreras i Goicoechea

Giovanna Daffini, nacida en un pequeño pueblo de la provincia de Mantua el 22 de abril de 1914, procedente de una modesta familia del campo, empezó desde joven con el trabajo temporero de escardadora en los arrozales piamonteses y de la Lomellina al que se dedicó durante muchos años, desde 1927 hasta 1952. En dicho contexto tuvo la posibilidad de aprender los cantos de trabajo del repertorio de los “equipos” de escardadoras de arroz, originarios principalmente de los pueblos padanos. Fue así como se fueron creando las bases para emprender su futura actividad artística.

Tuvo otro impulso hacia la música por su madre, una costurera que le enseñó las canciones de la tradición local, y por su padre, violinista, que empezó como acompañante y comentarista musical de las proyecciones del cine mudo y que, más tarde, debido a la crisis provocada por la llegada del cine sonoro, se vio obligado a actuar como músico ambulante. La joven aprendió los primeros rudimentos de la guitarra siguiéndolo en varias actuaciones, e inició una etapa de su vida que la llevaría a pisar el escenario en los espacios de entretenimiento tradicional, desde las posadas hasta las iglesias pasando por las ferias, fiestas familiares, celebraciones civiles y nupciales.

En 1933 conoció al violinista Vittorio Carpi, de Santa Vittoria di Gualtieri, en la provincia de Reggio Emilia, perteneciente a una conocida familia de eruditos del violín, y con él dará comienzo a larga una alianza artística y sentimental. Se casaron en 1936 y se mudaron a Gualtieri, en la cercana llanura de Reggio Emilia, donde Giovanna crió a los cuatro hijos de su marido viudo, en una casa muy modesta. En 1937 dio a luz a su hijo Ermanno. A pesar de las dificultades económicas que tuvo que afrontar la familia, la voz de Giovanna siguió abriéndose camino, volviéndose cada vez más madura y reconocible de mod que conquistó a las personas que tuvieron el privilegio de verla en el escenario y escucharla. El crítico musical Gustavo Marchesi dio testimonio de ello en un artículo suyo publicado en La Gazzetta di Parma en febrero de 1973: “Trataban un género poco noble y nadie sabía que Daffini iba a convertirse en una de las voces más célebres de la primera mitad del siglo […]. Hablaban de verdades atroces con la sonrisa en la garganta.”

El heterogéneo repertorio de la música y cantante lograba conquistar a todo el público, hechizado por su extensión vocal. Entonaba los cantos de la tradición arrocera, considerados por una cierta crítica como “música ligera”, pero que en realidad pasaban de las historias de amor, a menudo con un epílogo trágico (como en Amore mio non piangere, Il fischio del vapore), a denunciar las pésimas condiciones de trabajo (como en Bella ciao delle mondine, Sciur padrun da li beli braghi bianchi, Saluteremo il signor padrone, L'amarezza delle mondine), para pasar a los cantos de protesta aprendidos durante la Resistencia (A morte la casa Savoia, Compagni fratelli Cervi, La brigata Garibaldi) y a los políticos (Vi ricordate quel diciotto aprile), los cantos de fiesta (L’uva fogarina) y de evocación de personajes o episodios históricos (como por ejemplo La morte di Anita Garibaldi, Sacco e Vanzetti e Le ultime ore e la decapitazione di Sante Caserio). Tampoco faltaban las canciones de tipo “narrativo” típicas de la llanura Padana. Incluso dio prueba de su extremada versatilidad “afrontando” a su manera un éxito popular de su época, la famosa Marina, que transformó en una áspera balada.

Una de las canciones mencionadas, Bella ciao delle mondine, conquistó mayor notoriedad respecto a las otras porque estríctamente relacionada con la más afortunada Bella ciao, canto italiano símbolo de la lucha partisana. Bella ciao alcanzó la fama en los años sesenta y se convirtió en el himno de las huelgas de obreros y en las manifestaciones estudiantiles. Su primer testimonio se remonta a 1953, en la revista “La Lapa” dirigida por Eugenio y Alberto Mario Cirese; en 1955 el comité juvenil del partido Socialista Italiano la añadió a su recolección Canzoni partigiane e democratiche. Por otro lado, Daffini grabó Bella ciao delle mondine en 1962 y la presentó en el Festival de Spoleto en 1964. Durante años muchos se han preguntado cuál de las dos era la antecedente de la otra; el único dato cierto son estas dos fechas (1953 y 1962), confirmadas por el historiador Cesare Bermani, según el cual la versión de Daffini fue compuesta después del conflicto mundial por Vasco Scansani, un escardador de Gualtieri.

1962 fue un año importante para Giovanna Daffini, pues gracias al alcalde de su Gualtieri, Serafino Prati, conoció a Gianni Bosio e Roberto Leydi, que habían llegado al pueblo atraídos por el pintor Ligabue, ya muy famoso. Tras ese encuentro, ella y su esposo entraron a formar parte del conjunto musical Nuovo Canzoniere Italiano, pionero en volver a proponer el canto tradicional y en difundir el canto político de aquel momento histórico. Leydi afirmó: “Me di cuenta, con sorpresa, de haber conocido a una cantante que, lejos de la tradición estilística, que en aquel entonces ya conocía bastante bien, de los cantastorie padanos, tradición a la que en un primer momento había creído poder asociarla, sabía transformar –en términos que me parecierons totalmente personales– los cantos tradicionales en ‘canciones’ de entretenimiento popular”. En el arco de cinco años, de 1963 a 1968, la cantante participó a 273 espectáculos del conjunto musical, obteniendo la aprobación nacional e internacional. Son prueba de ello la amplia discografía y algunas de sus inolvidables exhibiciones,entre las cuales recordamos el espectáculo Bella ciao en el citado “Festival dei Due mondi” de Spoleto, donde cantó las dos versiones de la canción, la partisana y la de los arrozales, en la apertura y el cierre (espectáculo que se llegó a repetir cuarenta y dos veces entre 1964 y 1965). Otro concierto muy relevante, que ha pasado a la historia, fue Ci ragiono e canto de 1966, llevado a escena setenta y nueve veces en Italia bajo la dirección de Dario Fo.

En 1964 salió el primer LP de Daffini, titulado La mariuleina - Canzoni padane, tres años más tarde le tocó a Una voce e un paese, ambos publicados por Dischi del Sole, con el acompañamiento musical del violino de su esposo. Contiene canciones exitosas de la tradición popular junto a otras más originales y menos conocidas. Ese mismo año apareció un single con dos canciones Festa d'aprile/Ama chi ti ama. Muchos de estos cantos se pueden escuchar en YouTube e incluso se pueden ver algunas actuaciones gracias a imágenes de aquella época. Otra vez la fuerza revolucionaria de Giovanna emerge nítidamente: su modelo nada académico y su carácter amigable y duro al mismo tiempo la covierten en la perfecta combinación entre los movimientos sociales y el mundo campesino en los que participó activamente. Ella misma reconoció estas características suyas en una conversación con Cesare Bermani: “Las canciones me gustan todas siempre que las sienta […]. Lo que hago lo percibo en el oído, e intento sacar lo mejor de mí misma”.

Su figura indicó una dirección bien definida a la producción de aquella época: las canciones populares tenían que suscitar un análisis crítico, no bastaba con entretener; de este modo fue posible poner en marcha un proceso de cambio social, que Giovanna Daffini maniobrava con su voz, de manera espontánea pero sin improvisar, escogiendo su intensidad. Tras una larga enfermedad, murió en Gualtieri el 7 de julio de 1967. A pesar de que su carrera se interrumpiera de forma prematura, la fuerza de su voz y de su personalidad vivirán para siempre. Son ejemplo de ello el concurso italiano organizado anualmente por su pueblo natal, dedicado a textos inéditos de cantastorie, y el "Giorno di Giovanna", jornada cultural en la que se organizan congresos y espectáculos. En Motteggiana se encuentra el Archivo nacional “Giovanna Daffini” que recoge materiales y se encarga de divulgación. Se han publicado póstumos los LPs Amore mio non piangere (I Dischi del Sole, 1975) y L'amata genitrice (I Dischi del Mulo, 1991). Para concluir, citaremos estas intensas palabras suyas que acompañan el último disco:

«También hoy, en trenes fuera de horario, o en bicicletas de montaña, escardadoras emancipadas, migran temprano en la mañana y llenan los lugares de convergencia: agencias de turismo, sucursales bancarias, compañías de seguros, oficinas de correos del IVA Aci Inps.

Mecanógrafas aterciopeladas y distantes, con las mangas arremangadas y el rostro tostado por el sol ultravioleta, se sumergen hasta la cintura en los nuevos pantanos que les han sido asignados, para resurgir sólo al atardecer.

Bajo la base de maquillaje, aftershave, antiarrugas, delineador de ojos, se revelan residuos de sufrimiento y sufrimiento arcaicos. Artritis crónica, reuma endémico. Amas de casa, metaleros, deportistas, trabajadores, personas sin seguridad: Giovanna Daffini, la querida madre, canta tanto a los arruinados de hoy como a los de ayer. Voz y guitarra, mil veces más potentes que el zumbido de mil bulldozers (coches) (televisores).

Canciones que unen y consuelan, y liberan recuerdos. Esta no es música para parásitos. De hecho, se sentirán avergonzados».

 

Violeta Parra
Sasy Spinelli


Giada Ionà

 

«Io canto alla chillaneja, se devo dire qualcosa. Io non prendo la chitarra per conseguire un applauso. Io canto la differenza che c'è tra il vero e il falso. Altrimenti, non canto».

Violeta del Carmen Parra Sandoval, artista poliedrica, è nata a San Carlos, un paesino agricolo del sud del Cile, il 4 ottobre 1917, terza di dieci fra figli e figlie di Clarisa del Carmen Sandoval Navarrete, modista di origini contadine, e di Nicanor Parra Alarcón, professore di musica. L’infanzia di Violeta è caratterizzata da ristrettezze economiche e dalla necessità di trovare sempre un modo per aiutare la famiglia. Mentre il fratello maggiore e futuro “antipoeta”, Nicanor Parra, dà lezioni private, i\le più piccole formano un gruppo unito e guadagnano qualche soldo come lavapiatti o finanche con le pulizie delle tombe al cimitero. E poi c’è il canto. Violeta un giorno scopre il nascondiglio dove sua madre tiene nascosta la chitarra e, da autodidatta, impara a suonarla. Lei e sua sorella Hilda iniziano così a esibirsi ovunque in cambio di pochi spiccioli. Nel 1934 la famiglia Parra è tutta a Santiago: i quattro fratelli cantano nei locali i generi popolari dell’epoca. In uno di questi locali Violeta conosce il suo primo marito, Luis Cereceda, macchinista e militante comunista. Al momento dell’incontro Luis ha diciotto anni e lei diciannove: una sera, lui va a sentirla cantare a Curacavì, quartiere popolare e malfamato. Poco dopo vanno a vivere insieme, nascono Ángel e Isabel, che in seguito seguiranno le orme della madre, diventando anche loro cantanti.

Violeta, in questi anni, resta affascinata dalla musica dei\delle rifugiate spagnole: partecipa al concorso organizzato dalla loro comunità, vincendolo. La situazione politica e sociale in Cile, però, dopo la Seconda guerra mondiale, è piuttosto complicata e inquieta. Violeta partecipa a cortei e manifestazioni in favore del candidato Gabriel González Videla, appoggiato anche dal Partido comunista, ed eletto Presidente nel 1946. Con l’inizio della Guerra fredda, però, Videla promulga la Ley de defensa de la democracia che rende fuorilegge gli/le aderenti al Partito comunista: arriveranno presto persecuzioni, fughe, il campo di concentramento di Pisagua e il celebre discorso Yo acuso del senatore Pablo Neruda. L’aria in casa già assai tesa esplode quando Violeta scopre relazioni extraconiugali di Luis. Nel 1948 decide di chiudere il suo primo matrimonio e anche con la musica spagnola: capisce, infatti, che fino ad allora cantava canzonette commerciali, opere leggere tanto quanto ciò che ascoltava in Cile. È qui che nasce in lei la voglia di esplorare le sue radici, la Terra in cui è nata. Desiderio che si consolida quando conosce “la Pelusita”, nonna del suo secondo marito, Luis Arce, con cui avrà altre due figlie, Carmen Luisa e Rosita Clara, morta dopo ventotto giorni e per la quale scriverà Versos para la niña muerta.

Questa donna, vissuta nei piccolissimi paesi di campagna, è pregna di tutte le tradizioni di quei luoghi: sarà un faro luminoso per la sua ricerca. Con i ricordi della donna che, nonostante l’età, riporta alla memoria versi e canti, Violeta ricostruisce miracolosamente armonie e ballate perse nel tempo: da questo lavoro verrà fuori Casamiento de negros, canzone sulle ingiustizie sociali, che diventerà uno dei suoi primi successi.

Nel frattempo anche il fratello maggiore Nicanor sta svolgendo uno studio sulla poesia popolare cilena e la spinge ad andare oltre il folklore commerciale. Iniziano così i viaggi che la porteranno, per la sua ricerca antropologica, nei luoghi più sperduti del Cile, lì dove la cultura originaria si poteva ritrovare parlando con le persone anziane, nel racconto dei loro ricordi, delle leggende, delle ricorrenze contadine, dei canti di festa e per i funerali. Violeta lascia il duo formato con la sorella Hilda e va avanti da sola. Viene ingaggiata dalle stazioni radio per diffondere la vera tradizione cilena e continua a percorrere il Paese e a raccogliere storie di tanta gente, soprattutto donne, forgiando il suo grido a favore dei più deboli, dell’uguaglianza e della giustizia sociale. Di ritorno da una tournée, nel 1959, si ammala di epatite; durante il periodo di degenza ricama arazzi e dipinge opere in cui racconta le vicende del popolo cileno, «come canzoni dipinte». Nello stesso anno partecipa alla Fiera delle Arti Plastiche e, nel 1964, diverrà la prima donna latinoamericana a esporre in una mostra individuale al Museo delle arti decorative del Louvre. Nel frattempo entra nell’immaginario culturale cileno, tanto che Neruda le dedica la famosa Elegìa para cantar. Riprende il suo viaggio, stavolta verso l’Europa: resta per un po’ in Polonia per poi trasferirsi a Parigi, dove viene apprezzata da diversi intellettuali francesi, in particolare da Paul Rivet, antropologo e direttore del Musée de l’Homme, col quale registrerà, nella Fonoteca Nazionale della Sorbonne, il disco Cantos del Chile. Nel 1960 incontra il musicologo e antropologo svizzero Gilbert Favre, che diventerà l'ultimo e più grande amore della sua vita e al quale dedica centinaia di canzoni. Nel 1961, accompagnata dai figli Isabel e Ángel per una lunga tournée, si esibisce anche in Italia.

Tornata in Cile decide di installare un grande tendone alle porte della capitale, con l’intenzione di farlo diventare un centro culturale dedicato alla ricerca sul folclore cileno. Sono gli anni, infatti, di un nuovo fermento e della nascita del movimento musicale denominato Nueva canción chilena: artisti come Víctor Jara, fondatore del gruppo Quilapayún, di Rolando Alarcón, del duo Isabel e Ángel Parra, che costruiscono repertori di denuncia e di impegno sociale. La Carpa de la Reina, impresa per cui Violeta impegna tutte le sue forze e le sue precarie risorse economiche, viene inaugurata a dicembre del 1965. Lo stesso mese Gilbert parte definitivamente per la Bolivia, evento che le lascia un grande dolore ed ispira la bellissima Run run se fue pa ’l norte. Nonostante la storia finita e l’avvio stentato del progetto, dalla sofferenza personale Violeta tira fuori canzoni straordinarie ancora per il Cile, incise nel suo ultimo disco: Las últimas composiciones de Violeta Parra. Nell’album si trovano testi d’amore, di lotta, di dolore, ironici e rabbiosi: tra tutti Maldigo del alto del cielo, che sembra presagire il futuro che di lì a poco avrebbe colpito il suo Paese con il golpe di Pinochet, e Mazúrquica modérnica. Si ascolta il grido di un’artista che, forse, ha già in mente la sua fine. C’è pure la celeberrima Gracias a la vida, considerata il suo testamento spirituale e artistico. Sarà Mercedes Sosa tra le prime a lanciarla, seguita da interpreti quali Joan Baez e, in Italia, Gabriella Ferri.

Domenica 5 febbraio 1967 Violeta del Carmen Parra Sandoval decide di terminare il suo viaggio: con un colpo di pistola, nel suo umile monolocale, mette fine alla sua vita. Uno sparo che rimbomba come il frastuono di un fulmine che porterà il Cile verso un futuro più oscuro. Perché Violeta è figlia cilena ma è anche la donna che ha ripartorito il Cile: viaggiando nelle sue viscere, ne ha rimesso al mondo l’anima e le radici. Piccolina, con abiti semplici, senza trucco e con i segni del vaiolo che l’aveva colpita da bambina, con i suoi lunghi capelli, è rimasta fino alla fine donna indomita, indipendente, piena di amore e di dolore. Alla chillaneja, unica, “la Violeta”.


Traduzione francese

Ibtisam Zaazoua

«Je chante à la Chillaneja quand j’ai quelque chose à dire. Je ne prends pas la guitare pour recevoir des applaudissements. Je chante la différence entre le vrai et le faux. Sinon, je ne chante pas.»

Violeta del Carmen Parra Sandoval, artiste polyvalente, née à San Carlos, un petit village agricole du sud du Chili, le 4 octobre 1917, troisième de dix enfants de Clarisa del Carmen Sandoval Navarrete, modiste d’origine paysanne, et de Nicanor Parra Alarcón, professeur de musique. L’enfance de Violeta est marquée par des difficultés économiques et par la nécessité de toujours trouver un moyen d’aider sa famille. Alors que son frère aîné, le futur "anti-poète" Nicanor Parra, donne des cours particuliers, les plus jeunes forment un groupe soudé et gagnent un peu d’argent en lavant la vaisselle ou même en nettoyant des tombes au cimetière. Et puis il y a le chant. Un jour, Violeta découvre la cachette où sa mère dissimule la guitare et, en autodidacte, apprend à en jouer. Elle et sa sœur Hilda commencent à se produire partout en échange de quelques pièces. En 1934, toute la famille Parra se retrouve à Santiago : les quatre frères et sœurs chantent dans les locaux, interprétant les genres populaires de l’époque. Dans l’un de ces locaux, Violeta rencontre son premier mari, Luis Cereceda, machiniste et militant communiste. Au moment de leur rencontre, Luis a dix-huit ans et elle en a dix-neuf : un soir, il vient l’écouter chanter à Curacaví, un quartier populaire et malfamé. Peu de temps après, ils commencent à vivre ensemble et naissent Ángel et Isabel, qui suivront ensuite les traces de leur mère en devenant chanteurs.

Pendant ces années, Violeta est fascinée par la musique des réfugiés espagnols : elle participe au concours organisé par leur communauté et le remporte. Cependant, la situation politique et sociale au Chili après la Seconde Guerre mondiale est plutôt compliquée et inquiétante. Violeta participe à des cortèges et manifestations en faveur du candidat Gabriel González Videla, également soutenu par le Parti communiste, et élu président en 1946. Mais avec le début de la Guerre froide, Videla promulgue la Ley de defensa de la democracia (Loi pour la Défense de la Démocratie), qui rend illégaux les membres du Parti communiste : s’ensuivent bientôt des persécutions, des fuites, le camp de concentration de Pisagua et le célèbre discours “Yo acuso” (J’accuse) du sénateur Pablo Neruda. L’atmosphère déjà tendue à la maison explose lorsque Violeta découvre les relations extraconjugales de Luis. En 1948, elle décide de mettre fin à son premier mariage ainsi qu’à sa relation avec la musique espagnole : elle comprend qu’elle chantait jusqu’alors des chansonnettes commerciales, œuvres légères autant que ce qu’on écoutait au Chili. C’est ici que naît en elle le désir d’explorer ses racines, la Terre où elle est née. Désir qui se consolide lorsqu’elle rencontre “la Pelusita”, grand-mère de son second mari, Luis Arce, avec qui elle a deux autres filles, Carmen Luisa et Rosita Clara, décédée après vingt-huit jours et pour laquelle elle écrit Versos para la niña muerta.

Cette femme, ayant vécu dans de tout petits villages de campagne, est imprégnée de toutes les traditions de ces lieux : elle devient un phare lumineux pour sa recherche. Avec les souvenirs de cette femme qui, malgré son âge, se souvient des vers et des chants, Violeta reconstruit miraculeusement des harmonies et des ballades perdues dans le temps : de ce travail naît Casamiento de negros, chanson sur les injustices sociales, qui devient l’un de ses premiers succès.

Pendant ce temps, son frère aîné Nicanor mène également une étude sur la poésie populaire chilienne et l’encourage à aller au-delà du folklore commercial. Commencent alors les voyages qui la mènent, pour ses recherches anthropologiques, dans les endroits les plus reculés du Chili, là où la culture originelle se retrouve en parlant avec les personnes âgées, dans le récit de leurs souvenirs, des légendes, des coutumes rurales, des chants de fête et des chants funéraires. Violeta quitte le duo formé avec sa sœur Hilda et continue seule. Elle est engagée par les stations de radio pour diffuser la véritable tradition chilienne et continue à parcourir le pays et à recueillir les histoires de nombreuses personnes, surtout des femmes, forgeant ainsi son cri en faveur des plus faibles, de l’égalité et de la justice sociale. De retour d’une tournée en 1959, elle tombe malade de l’hépatite ; pendant sa convalescence, elle brode des tapisseries et peint des œuvres qui racontent les histoires du peuple chilien, « comme des chansons peintes ». La même année, elle participe à la Foire des Arts Plastiques et, en 1964, elle devient la première femme latino-américaine à exposer dans une exposition individuelle au Musée des Arts Décoratifs du Louvre. Entre-temps, elle entre dans l’imaginaire culturel chilien, au point que Neruda lui dédie la célèbre Elegía para cantar. Elle reprend son voyage, cette fois vers l’Europe : elle reste quelque temps en Pologne avant de s’installer à Paris, où elle est appréciée par plusieurs intellectuels français, notamment par Paul Rivet, anthropologue et directeur du Musée de l’Homme, avec qui elle enregistre l’album Cantos del Chile dans la Phonothèque Nationale de la Sorbonne. En 1960, elle rencontre le musicologue et anthropologue suisse Gilbert Favre, qui devient le dernier et plus grand amour de sa vie, à qui elle dédie des centaines de chansons. En 1961, accompagnée de ses enfants Isabel et Ángel lors d’une longue tournée, elle se produit également en Italie.

De retour au Chili, elle décide d’installer une grande tente aux portes de la capitale, avec l’intention d’en faire un centre culturel dédié à la recherche sur le folklore chilien. Ce sont les années d’un nouveau dynamisme et de la naissance du mouvement musical appelé Nueva canción chilena : des artistes comme Víctor Jara, fondateur du groupe Quilapayún, Rolando Alarcón, et le duo Isabel et Ángel Parra, qui construisent des répertoires de dénonciation sociale et d’engagement. La Carpa de la Reina, entreprise pour laquelle Violeta engage toutes ses forces et ses ressources économiques précaires, est inaugurée en décembre 1965. Ce même mois, Gilbert part définitivement pour la Bolivie, événement qui lui cause une grande douleur et inspire la magnifique Run run se fue pa’l norte. Malgré la rupture et le démarrage difficile du projet, Violeta tire de sa souffrance personnelle des chansons extraordinaires encore pour le Chili, enregistrées dans son dernier album : Las últimas composiciones de Violeta Parra. Dans cet album se trouvent des textes d’amour, de lutte, de douleur, ironiques et colériques : parmi eux, Maldigo del alto del cielo, qui semble présager l’avenir qui frappera bientôt son pays avec le coup d’État de Pinochet, et Mazúrquica modérnica. On entend le cri d’une artiste qui, peut-être, a déjà en tête sa fin. On y trouve également la célèbre Gracias a la vida, considérée comme son testament spirituel et artistique. Mercedes Sosa sera parmi les premières à la populariser, suivie d’interprètes tels que Joan Baez et, en Italie, Gabriella Ferri.

Le dimanche 5 février 1967, Violeta del Carmen Parra Sandoval décide de mettre fin à son voyage : d’un coup de pistolet, dans sa modeste chambre, elle met fin à sa vie. Un coup qui résonne comme le fracas d’un éclair qui mènera le Chili vers un avenir plus sombre. Car Violeta est une fille chilienne, mais elle est aussi la femme qui a donné une nouvelle naissance au Chili : en voyageant dans ses entrailles, elle a ramené à la vie l’âme et les racines de ce pays. Petite, vêtue simplement, sans maquillage, marquée par les traces de la variole qui l’avait frappée enfant, avec ses longs cheveux, elle est restée jusqu’à la fin une femme indomptable, indépendante, pleine d’amour et de douleur. À la Chillaneja, unique, “la Violeta”.


Traduzione inglese

Syd Stapleton

"I sing chillaneja, if I have to say something. I don't take up the guitar to receive applause. I sing the difference between the true and the false. Otherwise, I don't sing."

Violeta del Carmen Parra Sandoval, a multifaceted artist, was born in San Carlos, an agricultural town in southern Chile, on October 4, 1917, the third of ten sons and daughters of Clarisa del Carmen Sandoval Navarrete, a milliner of peasant origins, and Nicanor Parra Alarcón, a music professor. Violeta's childhood was marked by economic hardship and the need to always find a way to help the family. While her older brother and future "anti-poet," Nicanor Parra, gave private lessons, the smaller ones formed a united group and earn some money as dishwashers or even by cleaning graves at the cemetery. And then there was singing. Violeta one day discovered the hiding place where her mother kept her guitar hidden and, self-taught, learned to play it. She and her sister Hilda thus began to perform everywhere in exchange for a few pennies. In 1934 the Parra family was all in Santiago - the four siblings sang the popular genres of the time in clubs. In one of these clubs Violeta met her first husband, Luis Cereceda, a machinist and militant communist. At the time of their meeting Luis was eighteen years old and she was nineteen. One evening, he went to hear her sing in Curacavì, a popular and infamous neighborhood. Soon after they moved in together, Ángel and Isabel are born, who later followed in their mother's footsteps, also becoming singers.

Violeta, during those years, became fascinated by the music of the Spanish refugees: she participated in a competition organized by their community, and won. The political and social situation in Chile, however, after World War II, was quite complicated and restless. Violeta participated in marches and demonstrations in favor of candidate Gabriel González Videla, also supported by the Partido Communista, and elected President in 1946. With the onset of the Cold War, however, Videla enacted the Ley de defensa de la democracia, which outlawed Communist Party adherents: persecution, disappearances, the Pisagua concentration camp, and Senator Pablo Neruda's famous Yo acuso speech soon arrived. The already very tense air at home exploded when Violeta discovered Luis's extramarital affairs. In 1948 she decided to end her first marriage and also to finish with music from Spain. She realized, that until then she had been singing commercial ditties, works as light as what she heard in Chile. It was here that a desire arose in her to explore her roots, the land where she was born. A desire that was consolidated when she met "la Pelusita," the grandmother of her second husband, Luis Arce, with whom she would have two more daughters, Carmen Luisa and Rosita Clara, who died after twenty-eight days and for whom she would write Versos para la niña muerta.

This woman, the grandmother, who lived in very small country towns, was steeped in all the traditions of those places. She would be a shining beacon for her research. With the memories of the woman who, despite her age, brought back verses and songs, Violeta miraculously reconstructed harmonies and ballads lost in time: out of this work would come Casamiento de negros, a song about social injustices, which will become one of her first hits.

Meanwhile, her older brother Nicanor was also conducting a study of Chilean folk poetry and urged her to go beyond commercial folklore. Thus began the journeys that would take her, for her anthropological research, to the most remote places in Chile, there where the original culture could be found by talking to the elderly people, in the telling of their memories, legends, peasant recurrences, festive songs and funerals. Violeta left the duo formed with her sister Hilda and went on alone. She was hired by radio stations to spread the true Chilean tradition and continued to travel the country and collect stories of so many people, especially women, forging her cry for the weakest, for equality and social justice. On her return from a tour in 1959, she fell ill with hepatitis. During her hospitalization she embroidered tapestries and painted works in which she recounted the vicissitudes of the Chilean people, "like painted songs." That same year she participated in the Plastic Arts Fair and, in 1964, became the first Latin American woman to exhibit in a one-person show at the Louvre's Museum of Decorative Arts. Meanwhile, she entered the Chilean cultural imagination, so much so that Neruda dedicated the famous Elegìa para cantar to her. She resumed her travels, this time to Europe. She stayed for a while in Poland and then moved to Paris, where she was appreciated by several French intellectuals, particularly Paul Rivet, anthropologist and director of the Musée de l'Homme, with whom she would record, in the Phonotheque National de la Sorbonne, the record Cantos del Chile. In 1960 she met Swiss musicologist and anthropologist Gilbert Favre, who would become the last and greatest love of her life and to whom she dedicated hundreds of songs. In 1961, accompanied by her children Isabel and Ángel on a long tour, she also performed in Italy.

Back in Chile she decided to set up a large tent on the outskirts of the capital, with the intention of making it a cultural center dedicated to research on Chilean folklore. These were the years of a new ferment and the birth of the musical movement called Nueva canción chilena: artists such as Víctor Jara, founder of the group Quilapayún, Rolando Alarcón, and the duo Isabel and Ángel Parra, who built repertoires of denunciation and social commitment. La Carpa de la Reina, an enterprise to which Violeta committed all her strength and precarious economic resources, was inaugurated in December 1965. The same month Gilbert left for good for Bolivia, an event that left her in great pain and inspired the beautiful Run run se fue pa 'l norte. Despite the ended affair and the stunted start of the project, out of personal suffering Violeta pulled out extraordinary songs still for Chile, recorded on her last album, Las últimas composiciones de Violeta Parra. The album features lyrics of love, struggle, pain, ironic and angry - among them Maldigo del alto del cielo, which seems to foreshadow the future that would shortly hit her country with Pinochet's coup, and Mazúrquica modérnica. One hears the cry of an artist who, perhaps, already has her end in mind. There is also the celebrated Gracias a la vida, considered her spiritual and artistic testament. Mercedes Sosa was the first to launch it, followed by performers such as Joan Baez and, in Italy, Gabriella Ferri.

On Sunday, February 5, 1967, Violeta del Carmen Parra Sandoval decided to end her journey. With a gunshot, in her humble studio apartment, she ended her life. A shot that rumbled like the rumble of lightning that would lead Chile into a darker future. For Violeta is Chile's daughter, but she was also the woman who re-partitioned Chile: traveling into its bowels, she put its soul and roots back into the world. Petite, in simple clothes, without makeup and with signs of the smallpox that had struck her as a child, with her long hair, she remained until the end an indomitable, independent woman, full of love and pain. To the chillaneja, unique, "la Violeta."


Traduzione spagnola

Rosa Balistreri
Ester Rizzo


Giada Ionà

 

La vita di Rosa Balistreri somiglia alla trama di un romanzo: sin da quando vide la luce, la sua esistenza fu un susseguirsi vertiginoso di eventi tragici, luttuosi che si alternarono a momenti di gioia e successi. Si stenta a credere che tutti questi avvenimenti possano essere stati vissuti da un’unica persona. Rosa è stata sicuramente una delle personalità femminili indipendenti più significative nella storia della musica popolare, di cui è stata interprete ma anche autrice, lasciandoci incise ben 120 canzoni. Alcune di queste ci raccontano la gioia delle festività natalizie o il dolore dei giorni della Settimana santa e della Crocifissione; altri sono testi politici, testi contro la mafia, per la maggior parte scritti da Ignazio Buttitta e Ciccio Busaccca e da lei interpretati.

Suo il grande merito di aver riportato alla ribalta il patrimonio musicale della canzone popolare siciliana, frugando in un archivio che non ha documenti ma voci di popolo che raccontano usi, costumi, avvenimenti. Cantautrice e cantastorie : così viene definita, ma anche l’“Amalia Rodriguez italiana” o “la Cantatrice del Sud”.Era nata a Licata il 21 Marzo del 1917 da Emanuele e Vincenza Gibaldi e visse la sua infanzia nel quartiere Marina: un dedalo di vicoli e viuzze dove abitavano poche famiglie abbienti e la maggior parte della popolazione viveva una vita di miseria e di rinunce. Il suo canto, sin da ragazzina, si intrufolava tra quelle pietre antiche. Erano gli anni del regime fascista e dell’emigrazione di massa.

A sedici anni è costretta a sposare Gioacchino Torregrossa (Iachinazzu), un uomo violento, un ubriacone che venderà il corredino della figlia per saldare i debiti di gioco. A quel punto Rosa, accecata dalla rabbia e dall’esasperazione, aggredì e ferì il marito e per quella sua reazione, rubricata come tentato omicidio, scontò sei mesi di carcere. Non era certo stato un matrimonio d’amore. Il suo cuore aveva sussultato, prima, per il cugino Angelino e poi per Frank, un soldato americano ma lei era troppo povera, non possedeva dote per potersi sposare con chi desiderava. Erano aspirazioni irrealizzabili in quel tempo e in quel contesto. Rosa, uscita dal carcere, svolse vari lavori: raccoglieva lumache, capperi, spighe, verdure varie e si impegnava nella salatura delle sarde per pochi spiccioli. Quando la assunsero in una vetreria, un giorno venne stuprata dal proprietario. Esasperata da quel destino avverso decise di recarsi a Palermo dove sistemò la figlioletta in un collegio e si” mise a servizio” di una famiglia benestante, il cui rampollo squattrinato e indebitato per il vizio del gioco, la convinse ad avere rapporti sessuali. Rosa restò incinta, lui le promise di non abbandonarla e la convinse al contempo a rubare dei gioielli alla madre per iniziare quella vita in comune. Ma era solo un vile stratagemma per pagare altri debiti di gioco.

Rosa, perseguitata dalla malasorte, trovò lavoro come custode della Chiesa Santa Maria degli Agonizzanti e dopo un periodo di relativa quiete, venne molestata dal nuovo prete che appena arrivato. A quel punto la misura è colma, Rosa ruba i soldi della cassetta delle elemosine e compra due biglietti di sola andata per Firenze: per sé e il fratello paralitico. In seguito la raggiungeranno gli altri familiari, anche loro decisi a recidere il legame con l’ingrata terra siciliana. In terra toscana la violenza del destino la colpirà duramente: sua sorella Maria verrà uccisa dal marito e il padre per la disperazione si impiccherà a un albero del Lungarno. Dopo il dolore e la disperazione riuscì a reagire: aprì un banchetto di frutta e verdura nel quartiere San Lorenzo, e lì, negli anni sessanta incontrò il pittore Manfredi Lombardi. Nacquero così due grandi amori: quello per l’artista e quello per la chitarra. Tramite Manfredi si inserì nel mondo artistico e iniziò a cantare ammaliando i critici dell’epoca e i suoi nuovi amici intellettuali. Iniziarono i concerti: cantava in dialetto siciliano, cantava nelle Feste dell’Unità, con la sua voce graffiante in cui si percepiva la disperazione della vita vissuta, ma anche la dolcezza delle nenie della sua terra. Dario Fo la scelse per rappresentare la Sicilia in una rassegna. Fu un successo travolgente e i suoi concerti venivano richiesti non solo in Europa ma anche in America e in Australia. Incontrò in questi nuovi mondi milioni di emigrati che la acclamavano, la riverivano apprezzando quel suo timbro di voce quasi arcaico e primordiale.

Rosa Balistreri, Sanremo 1973

Nel frattempo Manfredi l’aveva lasciata per un’altra donna e anche questa volta Rosa, dopo il grande dolore che l’aveva spinta al suicidio, reagì. Importanti anche le sue esperienze teatrali: non aveva alle spalle alcuno studio ma la sua autenticità era la chiave del suo successo. Debuttò a Firenze, nel 1968, con il Teatro stabile di Catania in La rosa di Zolfo e poi in altri spettacoli tra cui La ballata del sale, scritta appositamente per lei dal giornalista Salvo Licata. Reciterà e canterà anche ne La Lupa con Anna Proclemer e ne La lunga notte di Medea, con Piera degli Espositi. Nel 1970 ritornò in Sicilia con la madre e il nipote Luca. Andò a vivere a Palermo circondata dai suoi amici, tra cui Renato Guttuso e Giuseppe Ganduscio. Partecipò anche a un Festival di Sanremo, ma all’ultima selezione venne esclusa. Non era facile comprendere il senso della sua voce straziata e straziante, frutto del suo tormentato vissuto, della sua sofferenza e della sua insofferenza, del suo grande orgoglio, della sua forza e della sua dignità. Così dichiarò dopo l’esclusione:

«Ho deciso di gridare le mie proteste, le mie accuse, il dolore della mia terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’abbandonano, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie… era questo il mio scopo»

«Ho deciso di gridare le mie proteste, le mie accuse, il dolore della mia terra, dei poveri che la abitano, di quelli che l’abbandonano, dei compagni operai, dei braccianti, dei disoccupati, delle donne siciliane che vivono come bestie… era questo il mio scopo». Rosa è stata la voce della gente povera, anzi miserabile, delle ultime e degli ultimi fra gli ultimi, dei braccianti senza terra, dei minatori, delle donne stuprate e vittime di violenze. La sua era la voce di un popolo che reclamava il diritto a una vita migliore e a un lavoro dignitoso.

In particolare nella canzone Mafia e parrini (Mafia e preti) denuncia la sopraffazione degli ordini religiosi sulla povera gente, li definisce come delle sanguisughe; persone che nulla hanno da spartire con il senso autentico della sua religiosità. In molti testi è presente l’opposizione netta al fenomeno mafioso con denunce chiare e coraggiose: «La mafia disonora questa terra povera e onesta che vuole solo pane e lavoro, libertà e giustizia». Il canto di Rosa inquietava le coscienze: una voce scomoda per chi preferiva chiudere gli occhi e girare indifferente le spalle alla miseria e alla violenza di quel mondo da lei quasi gridato.

Dopo i successi ritorna anche nella sua Licata, ma non viene accolta con il calore che solitamente il pubblico le riservava. Era rimasta per le sue e i suoi concittadini, semplicemente “la moglie di Iachinazzo”. È morta a Palermo il 20 Settembre del 1990. Così dichiarò in un’intervista: «Si può fare politica e protestare in mille modi. Io canto.ma non sono una cantante… diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra».

Il suo grande impegno e il suo talento oggi sono ampiamente riconosciuti quasi a voler esaudire un suo desiderio espresso nella canzone Quannu moru:

«Quando morirò pensatemi ogni tanto, perché per questa terra in croce sarò morta senza voce»

Traduzione francese

Ibtisam Zaazoua

La vie de Rosa Balistreri ressemble à l'intrigue d'un roman : dès sa naissance, son existence est un enchaînement vertigineux d'événements tragiques, de deuils, qui se sont alternés à des moments de joie et de succès. Il est difficile de croire qu'une seule personne ait pu vivre tous ces événements. Rosa est sûrement l'une des personnalités féminines indépendantes les plus significatives de l'histoire de la musique populaire, dont elle a été non seulement interprète mais aussi auteure, en nous laissant pas moins de 120 chansons enregistrées. Certaines de ces chansons racontent la joie des fêtes de Noël ou la douleur des jours de la Semaine Sainte et de la Crucifixion; d'autres sont des textes politiques, des textes contre la mafia, pour la plupart écrits par Ignazio Buttitta et Ciccio Busacca et interprétés par elle.

Elle a eu le grand mérite de remettre en lumière le patrimoine musical de la chanson populaire sicilienne, en fouillant dans un archive qui n'a pas de documents mais des voix du peuple racontant des coutumes, des usages, des événements. Chanteuse et conteuse : c'est ainsi qu'elle est définie, mais aussi "l'Amalia Rodriguez italienne" ou "la Chanteuse du Sud". Elle est née à Licata le 21 mars 1917 de Emanuele et Vincenza Gibaldi et a vécu son enfance dans le quartier Marina : un dédale de ruelles où vivaient quelques familles aisées tandis que la majorité de la population menait une vie de misère et de privations. Dès son plus jeune âge, sa voix se faufilait parmi ces vieilles pierres. C'étaient les années du régime fasciste et de l'émigration de masse.

À seize ans, elle est contrainte d'épouser Gioacchino Torregrossa (Iachinazzu), un homme violent, un ivrogne qui vendra le trousseau de leur fille pour payer ses dettes de jeu. À ce moment-là, Rosa, aveuglée par la colère et l'exaspération, attaque et blesse son mari et, pour cette réaction, qualifiée de tentative de meurtre, elle purgera six mois de prison. Ce n'était certainement pas un mariage d'amour. Son cœur avait battu, auparavant, pour son cousin Angelino puis pour Frank, un soldat américain, mais elle était trop pauvre, elle n'avait pas de dot pour pouvoir se marier avec celui qu'elle désirait. C'étaient des aspirations irréalisables en ce temps-là et dans ce contexte. Après être sortie de prison, Rosa a exercé divers métiers : elle récoltait des escargots, des câpres, des épis, divers légumes et elle s'occupait de la salaison des sardines pour quelques sous. Lorsqu'elle fut embauchée dans une verrerie, un jour, elle fut violée par le propriétaire. Exaspérée par ce destin contraire, elle décide de se rendre à Palerme où elle place sa petite fille dans un internat et se "met au service" d'une famille aisée, dont le fils sans le sou et endetté à cause de son vice du jeu, la convainc d'avoir des relations sexuelles. Rosa tombe enceinte, il lui promet de ne pas l'abandonner et la convainc en même temps de voler des bijoux à sa mère pour commencer leur vie commune. Mais ce n'était qu'un stratagème vil pour payer d'autres dettes de jeu.

Rosa, poursuivie par la malchance, trouve un emploi de gardienne à l'église Santa Maria degli Agonizzanti et après une période de relative tranquillité, elle est harcelée par le nouveau prêtre à peine arrivé. À ce stade, elle en a assez, elle vole l'argent de la boîte des aumônes et achète deux billets aller simple pour Florence : pour elle et son frère paralytique. Par la suite, d'autres membres de sa famille la rejoindront, eux aussi décidés à couper les liens avec la terre ingrate de la Sicile. En terre toscane, la violence du destin la frappera durement : sa sœur Maria sera tuée par son mari et son père, dans le désespoir, se pendra à un arbre sur les bords de l'Arno. Après la douleur et le désespoir, elle réussit à réagir : elle ouvre un étal de fruits et légumes dans le quartier San Lorenzo, et c'est là, dans les années soixante, qu'elle rencontre le peintre Manfredi Lombardi. Deux grands amours naissent ainsi : celui pour l'artiste et celui pour la guitare. Par l'intermédiaire de Manfredi, elle s'intègre dans le monde artistique et commence à chanter, envoûtant les critiques de l'époque et ses nouveaux amis intellectuels. Les concerts commencent : elle chantait en dialecte sicilien, chantait aux Fêtes de l'Unité, avec sa voix rugueuse dans laquelle on percevait le désespoir de la vie vécue, mais aussi la douceur des berceuses de sa terre. Dario Fo la choisit pour représenter la Sicile dans un festival. Ce fut un succès retentissant et ses concerts étaient demandés non seulement en Europe mais aussi en Amérique et en Australie. Dans ces nouveaux mondes, elle a rencontré des millions d'émigrés qui l'acclamaient, la vénéraient en appréciant son timbre de voix presque archaïque et primitif.

Rosa Balistreri, Sanremo 1973

Entre-temps, Manfredi l'avait quittée pour une autre femme et cette fois encore Rosa, après la grande douleur qui l'avait poussée au suicide, réagit. Ses expériences théâtrales sont également importantes : elle n'avait aucune formation, mais son authenticité était la clé de son succès. Elle débute à Florence, en 1968, avec le Teatro Stabile de Catane dans "La rosa di Zolfo" puis dans d'autres spectacles, dont "La ballata del sale", écrite spécialement pour elle par le journaliste Salvo Licata. Elle jouera et chantera également dans "La Lupa" avec Anna Proclemer et dans "La lunga notte di Medea", avec Piera degli Espositi. En 1970, elle retourne en Sicile avec sa mère et son neveu Luca. Elle s'installe à Palerme entourée de ses amis, parmi lesquels Renato Guttuso et Giuseppe Ganduscio. Elle participe également à un Festival de Sanremo, mais à la dernière sélection, elle est exclue. Il n'était pas facile de comprendre le sens de sa voix déchirante et déchirée, fruit de sa vie tourmentée, de sa souffrance et de son impatience, de sa grande fierté, de sa force et de sa dignité. Voici ce qu'elle déclara après son exclusion:

«J'ai décidé de crier mes protestations, mes accusations, la douleur de ma terre, des pauvres qui l'habitent, de ceux qui l'abandonnent, des compagnons ouvriers, des paysans, des chômeurs, des femmes siciliennes qui vivent comme des bêtes… c'était là mon but».

Rosa a été la voix des gens pauvres, voire misérables, des derniers et des dernières parmi les derniers, des paysans sans terre, des mineurs, des femmes violées et victimes de violences. C'était la voix d'un peuple qui réclamait le droit à une vie meilleure et à un travail digne.

En particulier dans la chanson "Mafia e parrini" (Mafia et prêtres), elle dénonce la domination des ordres religieux sur les pauvres, les qualifiant de sangsues; des personnes qui n'ont rien à voir avec le sens authentique de sa religiosité. Dans de nombreux textes, on trouve une opposition nette au phénomène mafieux avec des dénonciations claires et courageuses : "La mafia déshonore cette terre pauvre et honnête qui ne veut que du pain et du travail, de la liberté et de la justice." Le chant de Rosa troublait les consciences : une voix gênante pour ceux qui préféraient fermer les yeux et tourner le dos indifférent à la misère et à la violence de ce monde qu'elle exprimait presque en criant.

Après ses succès, elle retourne également dans sa Licata, mais elle n'est pas accueillie avec la chaleur que le public lui réservait habituellement. Elle était restée pour ses concitoyens simplement "la femme de Iachinazzu". Elle est décédée à Palerme le 20 septembre 1990. Voici ce qu'elle déclara dans une interview : "On peut faire de la politique et protester de mille manières. Moi, je chante… mais je ne suis pas une chanteuse… disons que je suis une militante qui fait des discours avec la guitare."

Son grand engagement et son talent sont aujourd'hui largement reconnus, comme pour exaucer un de ses souhaits exprimés dans la chanson Quannu moru:

«Quand je mourrai, pensez à moi de temps en temps, car pour cette terre en croix je mourrai sans voix»

Traduzione inglese

Syd Stapleton

Rosa Balistreri's life resembles the plot of a novel. Ever since she first saw light, her existence was a dizzying succession of tragic, mournful events that alternated with moments of joy and success. One can hardly believe that all these things could have been experienced by a single person. Rosa was certainly one of the most significant independent female personalities in the history of popular music. She was not only a performer but also a songwriter, leaving us with as many as 120 recorded songs. Some of these tell us about the joy of the Christmas holidays or the pain of the days of Holy Week and the Crucifixion. Others are political lyrics, lyrics against the Mafia, mostly written by Ignazio Buttitta and Ciccio Busaccca and interpreted by her.

It is her great merit to have brought back to the forefront the musical heritage of Sicilian folk song, rummaging through an archive that has no documents but voices of the people telling of customs, traditions and events. Singer-songwriter and storyteller - so she is called, but also the "Italian Amalia Rodriguez" or "the Singer of the South." She was born in Licata on March 21, 1917, to Emanuele and Vincenza Gibaldi, and lived her childhood in Licata’s Marina district - a maze of alleys and lanes where few wealthy families lived and most of the population lived a life of misery and deprivation. Her singing, even as a young girl, intruded among those ancient stones. Those were the years of the fascist regime and mass emigration.

At sixteen she was forced to marry Gioacchino Torregrossa (Iachinazzu), a violent man, a drunkard who would sell his daughter's layette to pay off gambling debts. At that point Rosa, blinded by rage and exasperation, attacked and wounded her husband, and for that reaction, judged to be attempted murder, she served six months in prison. It had certainly not been a loving marriage. Her heart had yearned, first, for her cousin Angelino and then for Frank, an American soldier, but she was too poor and possessed no dowry to marry whomever she wished. These were unattainable aspirations in that time and context. Rosa came out of prison and worked at various jobs: picking snails, capers, ears of corn, various vegetables and engaged in salting sardines for pennies. When she was hired in a glassworks, one day she was raped by the owner. Exasperated by that outrage, she decided to go to Palermo, where she placed her little daughter in a boarding school and "put herself at the service" of a wealthy family, whose penniless scion, indebted to the vice of gambling, convinced her to have sexual relations. Rosa became pregnant, he promised not to abandon her and at the same time persuaded her to steal jewelry from his mother to begin that life together. But it was just a cowardly ploy to pay off more gambling debts.

Rosa, haunted by ill fortune, got a job as janitor of the Church of St. Mary of the Agonizing, and after a period of relative quiet, she was harassed by the newly arrived priest. At that point the measure was full - Rosa stole money from the alms box and bought two one-way tickets to Florence, for herself and her paralytic brother. She was later joined by other family members, who were also determined to sever ties with the ungrateful Sicilian land. In Tuscany the violence of fate hit her hard: her sister Maria was killed by her husband, and her father, in deep depression, hung himself from a tree on the Lungarno. After all the pain and despair she managed to react. She opened a fruit and vegetable stall in the San Lorenzo district, and there, in the 1960s, she met the painter Manfredi Lombardi. Thus two great loves were born - that for the artist and that for the guitar. Through Manfredi she entered the artistic world and began to sing, bewitching the critics of the time and her new intellectual friends. The concerts began - she sang in the Sicilian language, she sang in the Feste dell'Unità, with her scratchy voice in which the desperation of life lived could be perceived, but also the sweetness of the anthems of her land. Dario Fo chose her to represent Sicily in a review. It was an overwhelming success and her concerts were in demand not only in Europe but also in America and Australia. In these new worlds she was heard by millions of emigrants who acclaimed her, revered her, appreciating that almost archaic and primordial timbre of her voice.

Rosa Balistreri, Sanremo 1973

In the meantime Manfredi had left her for another woman, and again Rosa, after the great pain that nearly drove her to suicide, continued. Also important were her theatrical experiences. She had no formal education behind her, but her authenticity was the key to her success. She debuted in Florence, in 1968, with the Teatro stabile di Catania in La rosa di Zolfo and then in other plays including La ballata del sale, written especially for her by journalist Salvo Licata. She also acted and sang in La Lupa with Anna Proclemer and in La lunga notte di Medea, with Piera degli Espositi. In 1970 she returned to Sicily with her mother and grandson Luca. She went to live in Palermo surrounded by her friends, including Renato Guttuso and Giuseppe Ganduscio. She also participated in a San Remo Festival, but at the final selection she was excluded. It was not easy to understand the meaning of her ragged and heartbreaking voice, the result of her tormented life, her suffering and impatience, her great pride, strength and dignity. This is what she declared after her exclusion:

«I decided to shout out my protests, my accusations, the pain of my land, of the poor who inhabit it, of those who abandon it, of fellow workers, laborers, the unemployed, Sicilian women who live like beasts... that was my purpose».

Rosa was the voice of the poor, indeed miserable people, of the last and the last among the last, the landless laborers, the miners, the raped and abused women. Hers was the voice of a people claiming the right to a better life and decent work.

Particularly in the song Mafia e parrini (Mafia and Priests) she denounces the domination of religious orders over the poor people, she defines them as leeches - people who have nothing to do with an authentic sense of religiosity. Clear opposition to the Mafia is present in many texts with clear and courageous denunciations, "The Mafia dishonors this poor and honest land that only wants bread and work, freedom and justice." Rosa's song troubled consciences – hers was an uncomfortable voice for those who preferred to close their eyes and indifferently turn their backs on the misery and violence of that world that she almost shouted out.

After her successes she also returned to her Licata, but was not greeted with the warmth that the public usually reserved for her. She had remained for fellow citizens, simply "Iachinazzo's wife." She died in Palermo on September 20, 1990. She declared in an interview, "You can do politics and protest in a thousand ways. I sing, but I'm not a singer...let's say I'm an activist who creates protests with a guitar."

Her great commitment and talent today are widely recognized almost as if to fulfill a wish she expressed in the song Quannu moru:

«When I die, think of me now and then, because in this crucified land, I died without a voice»

Traduzione spagnola

Maria Carreras

La vida de Rosa Balistreri se parece a la trama de una novela: desde su nacimiento, su existencia fue una vertigionsa serie de eventos trágicos, lutos que se alternaron a momentos de felicidad y de éxito. Parece imposible que todos estos acontecimientos los haya vivido una sola persona. Sin duda Rosa fue una de las personalidades femeninas independientes más significativas de la historia de la música popular, de la que fue intérprete y autora, dejándonos 120 canciones. Algunas de ellas nos cuentan la felicidad de las fiestas navideñas o el dolor de los días de Semana santa y de la Crucificación; otras son textos políticos, textos en contra de la mafia, la mayoría de estos últimos escritos por Ignazio Buttita y Ciccio Busacca e interpretados por ella.

Es suyo el gran mérito de haber recuperado el patrimonio musical de la canción popular siciliana, rastreando en un archivo que no contiene documentos sino voces del pueblo que cuentan usos, costumbres, eventos. Cantautora y cantastorie, ha sido definida “la Amalia Rodríguez italiana” y “la Cantante del Sur”. Nació en Licata el 21 de marzo de 1917 hija de Emanuele y Vincenza Gibaldi y pasó su infancia en el barrio Marina: una maraña de callejuelas y callejones donde vivían unas pocas familias bienestantes mientras la mayoría de la población llevaba una vida de miseria y de renuncias. Su canto, desde chica, se metía por todas partes entre aquellas piedras antiguas. Eran los años del régimen fascista y de la emigración masiva.

A los dieciséis años la obligaron a casarse con Gioacchino Torregrossa (apodado Iachinazzu), un hombre violento, un borracho que vendería la ropita de su hija para pagar deudas de juego. Rosa, cegada por la rabia y la exasperación, agredió a su esposo hiriéndolo, y por aquella reacción suya, clasificada como delito por intento de asesinato, pasó seis meses en la cárcel. Sin duda no se habían casado por amor. Su corazón había latido primero por su primo Angelo y más tarde por Frank, un soldado estadounidense, pero ella era demasiado pobre, no tenía dote para poderse casar con quien deseaba. Eran aspiraciones irrealizables en aquella época y en aquel contexto. Al salir de la cárcel, Rosa realizó distintos trabajos: recogía caracoles, alcaparras, espigas, varios tipos de verdura y se dedicaba a salar sardinas por unas pocas monedas. Tras encontrar trabajo en una vidriería, el propietario un día la violó. Exasperada por aquel destino cruel, decidió irse a Palermo donde dejó a su hija en un internado y se “puso a servir” en casa de una familia bienestante, cuyo vástago sin dinero y lleno de deudas de juego la convenció a mantener relaciones sexuales. Rosa se quedó embarazada, él le prometió que no la abandonaría y la convenció a robarle algunas joyas a su madre para empezar una vida juntos, pero no era más que una vil artimaña para pagar otras deudas de juego.

Rosa, perseguida por la mala suerte, encontró trabajo como sacristana de la Iglesia de Santa María de los Agonizantes pero, tras un periodo de relativa tranquilidad, un nuevo cura recién llegado la acosó sexualmente. De modo que, harta de todo, robó el dinero de la caja de las limosnas y compró dos billetes de ida para Florencia: uno para ella y otro para su hermano paralítico. Más tarde la siguieron otros familiares, decididos como ella a cortar toda relación con la ingrata tierra siciliana. En la Toscana la violencia del destino la golpea duramente: su hermana Maria es asesinada por su esposo y el padre de Rosa, desesperado, se ahorca de un árbol en la orilla del Arno. Tras el dolor y la desesperación, logró reaccionar: abrió una paradita de fruta y verdura en el barrio de San Lorenzo donde, en los años sesenta, conoció al pintor Manfredi Lombardi. Así nacieron dos grandes amores: uno por el artista y otro por la guitarra. Gracias a Manfredi se introdujo en el mundo artístico y empezó a cantar fascinando a los críticos de su época y a sus nuevos amigos intelectuales. Empezaron los conciertos: cantaba en siciliano, cantaba en las Feste dell’Unità (los festivales organizados en verano por el partido comunista italiano), con su voz rasgada en la que se percibía la desesperación de la vida vivida, junto a la dulzura de las tonadas de su tierra. Dario Fo la escogió para representar a Sicilia en un espectáculo suyo. Fue un éxito brutal y solicitaban sus conciertos no solo en toda Europa sino también en estados Unidos y en Australia. En estos nuevos mundos conoció a millones de emigrados que la aclamaban, la veneraban apreciando aquel timbre de voz casi arcaico y primordial.

Rosa Balistreri, Sanremo 1973

Mientras tanto Manfredi la había dejado por otra mujer y de nuevo, tras un terrible dolor que la había llevado a intentar suicidarse, Rosa reaccionó. También fueron importantes sus experiencias teatrales; no había realizado ningún tipo de estudio pero la autenticidad era la clave de su éxito. Debutó en Florencia, en 1968, con el Teatro Stabile di Catania en La rosa di Zolfo del autor catanés Antonio Aniante, luego participó en otros espectáculos como La ballata del sale, escrito expresamente para ella por el periodista Salvo Licata. Actuó y cantó en La Lupa de Verga con Anna Proclemer y en La lunga notte di Medea con Piera degli Espositi. En 1970 volvió a Sicilia con su madre y su nieto Luca. Se fue a vivir a Palermo rodeada de sus amistades, entre quienes se encontraban Renato Guttuso y Giuseppe Ganduscio. Participó a un Festival de San Remo pero la excluyeron en la última fase de selección. No era fácil comprender el sentido de su voz lacerada y lacerante, fruto de una vida atormentada, de su sufrimiento y de su repugnancia, de su enorme orgullo, de su fuerza y de su dignidad. Tras la exclusión de San Remo dijo:

«He decidido gritar mis protestas, mis acusaciones, el dolor de mi tierra, de los pobres que viven en ella, de quienes la abandonan, de los compañeros obreros, de los campesinos, de los parados, de las mujeres sicilianas que viven como animales… este era mi objetivo».

Rosa fue la voz de la gente pobre, es más miserable, de las últimas y de los últimos entre los últimos, de los campesinos sin tierra, de los mineros, de las mujeres violadas y víctimas de violencia. La suya era la voz de un pueblo que reclamaba el derecho a una vida mejor y a un trabajo digno.

En particular, en la canción Mafia e parrini (Mafia y curas) denuncia el abuso de las órdenes religiosas respecto a la pobre gente, las define unas sanguijuelas; personas que no tienen nada que ver con el sentido auténtico de su religiosidad. En muchos textos se aprecia una oposición clara al fenómeno mafioso con denuncias precisas y valientes: «La mafia deshonra esta tierra pobre y honesta que solo quiere pan y trabajo, libertad y justicia». El canto de Rosa inquietaba las conciencias: una voz incómoda para quienes preferían cerrar los ojos y dar la espalda indiferentes a la miseria y a la violencia de aquel mundo que ella denunciaba casi gritando.

Tras el éxito vuelve a su Licata pero no la acogen con el calor que el público solía reservarle. Para sus conciudadanos y conciudadanas seguía siendo simplemente ‘la mujer de Iachinazzo’. Murió en Palermo el 20 de septiembre de 1990. En una entrevista había declarado: «Se puede hacer política y protestar de mil maneras. Yo canto. Sin embargo no soy una cantante… digamos que soy una activista que hace mítines con la guitarra.»

Su gran compromiso y su talento hoy resultan ampliamente reconocidos, haciendo real su deseo expresado en la canción (Cuando me muera) Quannu moru:

«Cuando me muera de vez en cuando pensad en mí, porque me habré muerto sin voz para esta tierra crucificada»..

 

Miriam Makeba
Elisabetta Uboldi


Giada Ionà

 

«Osservo una formica e vedo me stessa: una sudafricana dotata dalla natura di una forza molto più grande del suo stesso corpo, per poter sostenere il peso di un razzismo che ne frantuma lo spirito. Guardo un uccello volare e vedo me stessa: una sudafricana che si innalza al di sopra delle ingiustizie dell’apartheid con ali di orgoglio, l’orgoglio di uno splendido popolo. Guardo un ruscello e vedo me stessa: una sudafricana che fluttua irresistibilmente al di sopra di ostacoli insormontabili fino a che questi non si riducono, per poi un giorno scomparire».

L’incipit del libro Miriam Makeba - La mia storia (Edizioni lavoro coordinamento donne e sviluppo, 1989), scritto a quattro mani con James Hall, regala fin da subito l’immagine di una donna che, nonostante la sofferenza e le privazioni, si è sempre spesa per la liberazione del suo popolo.

Miriam Makeba in uno studio di registrazione

Nata il 4 marzo del 1932 a Johannesburg, nel Sudafrica del colonialismo in cui il mondo bianco vive alle spese del mondo nero, conosce fin da bambina il significato della discriminazione razziale e della negazione dei diritti fondamentali. Ha solo pochi giorni di vita quando la madre viene incarcerata con l’accusa di vendere alcolici, il cui consumo è vietato ai neri, e passa con lei i sei mesi della detenzione in una cella angusta e sporca. A 5 anni perde il padre e rimane a vivere con il resto della famiglia nella casa della nonna, mentre la madre trova lavoro come domestica e si trasferisce a Pretoria. È il 1947 quando nel linguaggio di tutto il popolo sudafricano fa il suo ingresso la parola apartheid, termine derivato da apart, che nella lingua afrikaans significa separato. Da quel momento in poi ci saranno ospedali, scuole, mezzi di trasporto, supermercati, chiese, ristoranti divisi per la popolazione bianca e per quella nera. In questo modo i colonizzatori riescono a rendere invisibile e a rimuovere dallo scenario sociale intere etnie autoctone del Paese. Nel 1948 viene introdotto anche il lasciapassare, ovvero un documento che tutta la popolazione nera deve portare con sé, pena l’arresto, e sta a indicare che una persona nera ha il permesso di trovarsi in un determinato luogo, rendendo legale la sua presenza.

Esplicitate le dovute premesse storiche, è indubbio che la vita di Miriam Makeba sarà segnata dal razzismo e dalla discriminazione, ma grazie alla musica il suo futuro potrà essere riscritto: il coro della chiesa e le gare di canto a scuola le permettono di muovere i primi passi in questo mondo e renderla consapevole della sua bravura. A soli 16 anni si vede però costretta ad abbandonare gli studi per lavorare come cameriera in una famiglia bianca e a 17 partorisce la sua prima e unica figlia, Bongi. Per evitare che la bambina cresca fuori dal matrimonio, si sposa con il padre e fidanzato dell’epoca, ma si ritrova a essere vittima di violenza domestica; decide quindi di divorziare e tornare a vivere con la madre che nel frattempo ha fatto rientro dalla capitale.

La svolta avviene quando partecipa al concerto di un gruppo musicale poco conosciuto e viene notata dal frontman della band che le chiede di cantare per loro: a 19 anni si esibisce per la prima volta di fronte a un pubblico, anche se in parecchi la criticano perché non è consono per una donna calcare un palcoscenico. La fortuna continua a girare perché, proprio durante un’esibizione, il leader del gruppo Manhattan Brothers rimane incantato dalla sua performance e le propone di diventare la voce solista. Grazie a questo trampolino di lancio, molto presto compone e incide le sue prime canzoni, con l’appoggio di una casa discografica.

Miriam Makeba insieme a Dizzie Gillespie in concerto a Deauville, 20 giugno 1991, Roland Godefroy

Il suo primo brano, dal titolo originale Lakutshuna Ilangu, attraversa l’oceano e diventa famoso negli Stati Uniti; le arrivano proposte da ogni dove per incidere anche dischi in inglese, ma il Sudafrica dell’apartheid permette alla popolazione nera di esprimersi solo nella lingua indigena ed è vietato l’insegnamento dell’inglese pure nelle scuole. Una sera, dopo un concerto con i Manhattan Brothers, Miriam conosce tra il pubblico un giovanissimo Nelson Mandela che le rivolge apprezzamenti per il suo stile canoro unico e straordinario.

La sua vera possibilità di svolta arriva quando il regista americano Lionel Rogosin la scopre mentre si esibisce in un piccolo locale di Johannesburg. Le propone di interpretare sé stessa in un documentario sulla musica africana, sostenendo che un talento come il suo non può rimanere relegato al Sudafrica, ma merita di essere conosciuto in tutto il mondo. Riesce così a convincerla e in breve tempo Miriam si ritrova su un aereo che la porta ad Amsterdam e nel novembre del 1959 inizia la sua carriera tra New York e Los Angeles, dove si esibisce in diversi locali e viene invitata a partecipare a una delle trasmissioni televisive più seguite negli States, condotta da Steve Allen. Grazie alla sua comparsa sul piccolo schermo, sempre più persone la notano e la riconoscono per le strade; in breve tempo diventa una celebrità. Qualche mese più tardi, la madre la contatta dal Sudafrica, informandola che per motivi di salute non è più in grado di occuparsi di Bongi, quindi, dopo aver richiesto tutti i permessi necessari, anche la figlia la raggiunge in America. I suoi spettacoli continuano ed è sempre più richiesta, persino dal Presidente Kennedy che è intenzionato a conoscerla e la invita a partecipare al party per il proprio compleanno. Nella sua vita incontrerà diverse figure di spicco del mondo dello spettacolo come Marlon Brando, con cui intesserà una profonda amicizia, Marilyn Monroe, Aretha Franklin, Stevie Wonder e tante altre. Ma il suo cuore non dimentica che la sua casa è l’Africa e nel 1963 tiene un discorso dinanzi agli undici membri della Commissione speciale per i problemi dell’apartheid istituita presso le Nazioni Unite. Questa scelta le costa molto cara, poiché il Sudafrica la considera una traditrice della patria e la condanna all’esilio, mettendo anche al bando la vendita di tutti i suoi dischi. Proprio nello stesso periodo Nelson Mandela viene arrestato e condannato all’ergastolo per la lotta contro l’apartheid.

La scoperta di un cancro al collo dell’utero la obbliga a fermarsi e ritirarsi dalle scene per diversi mesi, costringendola a rinunciare a partecipare alla grande marcia per i diritti civili, in programma a Washington, guidata da Martin Luther King. L’intervento per rimuovere il tumore va a buon fine, Miriam si riprende totalmente e inizia a viaggiare in vari Stati africani, quali il Kenya, la Namibia, il Ghana, la Nigeria, il Mozambico e la Guinea che diventerà la sua seconda casa per diverso tempo. Il Presidente della Guinea Sékou Touré prende Miriam sotto la sua ala protettrice e la ospita in diverse occasioni nella sua dimora, chiedendole di diventare ambasciatrice del Paese presso le Nazioni Unite, richiesta che Miriam accetta di buon grado. I due manterranno un saldo e reciproco rapporto di amicizia fino alla morte di Touré avvenuta nel 1984.

Agli inizi di giugno del 1967, si combatte la Guerra dei sei giorni che vede contrapposti Israele e tre nazioni coalizzate: Egitto, Siria e Giordania. Il panorama politico arriva a influenzare anche la tournée estiva che Miriam sta per intraprendere come tutti gli anni: viene infatti avvicinata dai delegati africani delle Nazioni Unite che le chiedono di escludere dalla scaletta dei suoi concerti una canzone ebraica, in solidarietà con l’Egitto, in guerra contro Israele. Decide di parlarne subito con il suo manager Harry Belafonte, chiamato anche Big Brother, ribadendo che la musica non ha nulla a che vedere con la politica e che le canzoni sono solo canzoni, ma l’uomo contatta i giornali per informarli che Miriam ha deciso di non cantare volutamente una canzone ebraica, finendo per diffamarla e consegnarla in pasto all’opinione pubblica che la taccia di antisemitismo. Questo avvenimento segna l’epilogo della sua amicizia con Big Brother e l’inizio della fine della sua permanenza in America, infatti nell’estate del 1968 lascia definitivamente New York per trasferirsi in Guinea.

Anche il matrimonio con l’attivista per l’indipendenza nera, Stokely Carmichael, arreca diversi problemi alla sua carriera musicale, poiché l’uomo è nella lista nera degli agenti federali come pericoloso dissidente politico. La cantante si vede costretta a dover rispondere delle azioni del marito ogni volta che viene incarcerato per le sue proteste. Il matrimonio finisce nel 1973, quando il presidente Touré accetta di concedere il divorzio alla coppia. L’Onu dichiara il 1976 “anno internazionale contro l’apartheid” e Miriam viene incaricata di pronunciare un altro discorso di apertura presso le Nazioni Unite, parlando delle discriminazioni e delle violazioni dei diritti di cui lei stessa è stata vittima e alle quali soggiacciono ancora le popolazioni indigene del Sudafrica.

Anche la figlia di Miriam, Bongi, affronta un periodo difficile: dopo il primo matrimonio e la nascita di due figli, dal secondo marito ha un altro figlio che morirà all’età di un anno, lasciando tutta la famiglia nella disperazione. Miriam è una presenza costante per la figlia e i nipoti, li aiuta a studiare, compra loro una casa e li invita a vivere insieme a lei in Guinea. Bongi conosce un uomo, se ne innamora e si sposa per la terza volta, rimanendo incinta, ma muore poco più che trentenne qualche giorno dopo il parto cesareo effettuato d’urgenza. Per Miriam questo è il lutto più grande della sua vita, dopo la morte della madre avvenuta in Sudafrica, senza che lei potesse farvi ritorno per salutarla un’ultima volta. Nel 1990 si esibisce in Italia al Festival di Sanremo con la canzone Give me a reason e grazie all’intercessione di Nelson Mandela, scarcerato lo stesso anno, riesce a tornare in patria, dopo un’assenza di più di tre decenni: il suo impegno per aiutare le popolazioni schiacciate dall’apartheid non si ferma neanche un singolo giorno, fino all’abolizione delle leggi razziali il 27 aprile 1991.

Nel 1992 accetta un ruolo nel film Sarafina! Il profumo della libertà che racconta la storia della rivolta di Soweto, un sobborgo di Johannesburg in cui per diversi giorni molte/i giovani hanno protestato contro la segregazione razziale. Miriam ricopre il ruolo della madre dell’attivista Sarafina che partecipa, rischiando la vita, alle proteste. Le manifestazioni vengono soffocate nel sangue e l’evento colpisce fortemente l’opinione pubblica mondiale, provocando una serie di rivolte anche negli Stati Uniti da parte del movimento per il riconoscimento di pari diritti alle persone nere. Sempre continuando i suoi concerti in giro per il mondo, nel 1999 viene nominata ambasciatrice di buona volontà dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), nel 2001 riceve la Medaglia Otto Hahn per la Pace, nel 2002 prende parte a un nuovo documentario sull’apartheid e vince il Polar Music Prize, premio internazionale assegnato per meriti raggiunti in ambito musicale. Nel 2005 organizza il suo tour mondiale di addio alle scene, anche se malferma di salute. Nell'autunno 2008 partecipa in Italia a un concerto in memoria dei sei immigrati africani uccisi dalla camorra nella cosiddetta strage di Castel Volturno, in provincia di Caserta. Muore proprio a Castel Volturno il 9 novembre all’età di 76 anni, per un arresto cardiaco sopraggiunto poche ore dopo la sua ultima esibizione.

Miriam Makeba, detta Mama Africa, la cui vita è stata irrimediabilmente segnata da lutti, perdite, violenza, discriminazione e sofferenza, ha dimostrato che la musica ha un valore universale che può unire intere popolazioni, indipendentemente dalla lingua e dal colore della pelle. Come lei stessa ha scritto nel suo libro autobiografico:

«se mi fosse stato dato di scegliere, avrei certamente preferito essere ciò che sono: una fra gli oppressi, anziché una fra gli oppressori, ma in verità non ho avuto scelta. […] Ma ci sono tre cose con le quali sono venuta al mondo, tre cose che rimarranno con me fino al giorno in cui morirò: speranza, determinazione e la mia musica».


Traduzione francese

Rachele Stanchina

“J’observe une fourmi et je me reconnais: une Sud-Africaine douée par la nature d’une force bien plus grande que son propre corps afin de pouvoir soutenir le poids d’un racisme qui brise son esprit. Je regarde un oiseau qui vole et je me reconnais: une Sud-Africaine qui se lève au-dessus des injustices de l’apartheid avec les ailes de l’orgueil, l’orgueil d’un peuple merveilleux. Je regarde un ruisseau et je me reconnais: une Sud-Africaine qui flotte invinciblement au-dessus des obstacles insurmontables, jusqu’a ce qu’ils ne se réduisent et finalement ne s’évanouissent.”

Les premières lignes du livre MIRIAM MAKEBA-MON HISTOIRE (Edizioni lavoro coordinamento donne e sviluppo, 1989, écrit à quatre mains avec James Hall) nous décrivent l’image d’une femme qui a toujours lutté pour l’affranchissement de son peuple et le respect des droits civiques.

Miriam Makeba dans un studio d'enregistrement

Miriam naît le 4 mars 1932 à Johannesburg, en Afrique du Sud, là où le colonialisme permet au monde blanc de vivre aux dépens de celui noir. Dès son enfance, elle connaît la discrimination raciale et la négation des droits fondamentaux. Elle vient de naitre lorsque sa mère est condamnée à six mois de prison pour avoir produit et vendu de l’alcool dont la consommation était interdite aux noirs. Elle passe donc les premiers mois de sa vie avec sa mère dans une cellule de détention petite et insalubre. Son père décède alors qu’elle n’ a que cinq ans. Sa mère décide de partir pour Pretoria pour travailler comme femme de ménage tandis qu’elle est accueillie dans la famille de sa grand-mère. En 1947 le mot APARTHEID (qui prend son origine de APART, séparé d’après la langue afrikaans) fait son entrée dans la langue de tout le peuple Sud-Africain. A partir de là, il y aura des hôpitaux, des écoles, des supermarchés, des moyens de transport, des églises, des restaurants différents pour les blancs et les noirs. Ainsi, de nombreuses ethnies autochtones du Pays sont rendues invisibles et effacées du scénario social par les colonisateurs. En 1948, le laisser-passer est introduit, c’est-à-dire un document que toute la population noire doit porter avec soi sous peine d’arrestation et qui déclare qu’un individu noir a la permission de se trouver dans un certain endroit, ce qui rend légale sa présence.

Dans ce contexte historique, la vie de Miriam Makeba aurait pu être marquée par le racisme et la discrimination, mais son futur prendra une autre direction grâce à la musique. Sa participation à la chorale de l’église et les compétitions de chant à l’école lui donnent la possibilité de faire ses premiers pas dans le milieu musical tout en lui faisant prendre conscience de son talent. Cependant, elle n’a que seize ans lorsqu’elle est obligée d’abandonner ses études pour travailler comme servante dans une famille blanche. À dix-sept ans, elle met au monde sa première et unique fille Bongi. Pour donner à la petite une vie familiale stable, Miriam se marie avec le père de sa fille, qui était son fiancé à l’époque, mais très vite elle est victime de violences domestiques. Elle décide alors de divorcer et de vivre avec sa mère à Johannesburg.

Sa vie change lorsqu’elle participe au concert d’un groupe musical peu connu. En effet, elle est remarquée par le frontman qui lui propose de chanter avec eux: à 19 ans, elle se produit pour la première fois devant un public même si elle est critiquée par certains hostiles à l’exhibition d’une femme sur une scène. Sa bonne étoile ne la quittera pas: lors d’ un concert, le leader du groupe Manhattan Brothers est frappé par la performance de Miriam et lui propose d’être la chanteuse principale du groupe. Grâce à ce tremplin, elle compose et enregistre ses premières chansons avec l’appui d’une maison de disques.

Miriam Makeba avec Dizzie Gillespie en concert à Deauville, le 20 juin 1991, Roland Godefroy

Son premier disque, au titre original LAKUTSUHUNA ILANGU, franchit l’Océan et devient célèbre aux Etats Unis. Miriam reçoit un grand nombre d’offres pour enregistrer des disques en anglais, mais les lois en Afrique du Sud ne permettent aux noirs de s’exprimer dans une langue autre que la leur, l’enseignement de l’anglais étant interdit même dans les écoles. Un soir, après le concert avec les Manhattan Brothers, Miriam fait la connaissance parmi le public d’un jeune homme nommé Nelson Mandela qui lui déclare son admiration pour le style extraordinaire et original de son interprétation vocale.

Mais le grand changement se produit lorsque le cinéaste américain Lionel Rogosin participe à une exhibition de Miriam dans un petit local de Johannesburg: il lui propose d’interpréter son propre personnage dans un documentaire sur la musique africaine, tout en soutenant que son talent ne pouvait pas demeurer confiné en Afrique du Sud, il méritait d’ être connu partout dans le monde. Convaincue, Miriam se retrouve en peu de temps à Amsterdam, et, au mois de novembre 1959, elle débute sa carrière entre New York et Los Angeles où elle se produit sur plusieurs scènes. Elle est invitée à participer aux émissions télévisées les plus célèbres, conduites par Steve Allen. C’est grâce à cette participation sur le petit écran qu’un nombre toujours plus grand de personnes la reconnaît dans la rue et devient rapidement une célébrité. Quelque mois plus tard, sa mère lui annonce que pour des raisons de santé elle ne peut plus s’occuper de Bongi: une fois obtenus les documents nécessaires, Miriam accueille sa fille aux Etats Unis. Les concerts se multiplient. Elle est également plébiscitée par le Président Kennedy qui souhaite la connaître et l’invite à participer à la réception donnée pour son anniversaire. Toute sa vie, elle rencontrera des personnalités de premier plan du monde du spectacle telles que Marlon Brando (qui deviendra un bon ami), Marilyn Monroe, Aretha Franklin, Stevie Wonder et tant d’autres. Cependant, son cœur n’oublie pas ses origines africaines : en 1963 elle tient un discours face à onze membres de la Commission Spéciale des Nations Unies sur la question de l’apartheid. Cette intervention lui coûtera très cher car, par réaction, l’Afrique du Sud la déclarera une traître pour son pays et la condamne à l’exil, tout en interdisant la vente de ses disques. Durant cette même période, Nelson Mandela est enfermé et condamné à la prison à vie pour sa lutte contre l’apartheid.

A la suite de la découverte d’un cancer du col de l’utérus, elle est forcée durant plusieurs mois de supprimer ses concerts et de se retirer de la scène. Elle doit également renoncer à participer à la grande marche pour les droits civils conduite par Martin Luther King à Washington. L’intervention chirurgicale pour retirer la tumeur est une réussite: Miriam reprend des forces et commence à voyager dans plusieurs Etats africains tels que la Namibie, le Ghana, le Kenya, le Nigéria, le Mozambique et la Guinée qui deviendra comme sa deuxième maison pendant plusieurs années. Le Président de la Guinée, Sékou Touré prend Miriam sous sa protection et l’accueille à plusieurs occasions dans sa demeure tout en lui demandant de devenir ambassadrice du Pays au sein des Nations Unies, ce qu’elle acceptera de bon gré. Leur amitié restera solide et réciproque jusqu’à la mort de Touré en 1984.

Au début du mois de juin 1967 éclate la Guerre des six jours qui voit Israel combattre contre une coalition composée de l’Egypte, la Syrie et la Jordanie. Le climat politique arrive à influencer la tournée d’été que Miriam, comme chaque année, va bientôt entamer. Les délégués africains des Nations Unies lui demandent d’exclure du programme de ses concerts une chanson juive en solidarité avec l’Egypte qui est en guerre contre Israel. Miriam decide d’en parler avec son manager Harry Belafonte, nommé aussi Big Brother, soutenant que la musique n’a rien à voir avec la politique mais Belafonte contacte les journaliste et déclare que Miriam a décidé personnellement de ne pas interpréter la chanson juive. En agissant ainsi, Miriam est soumise à l’opinion publique qui l’accuse d’antisémitisme. Cet événement marquera non seulement la fin de son amitié avec Big Brother mais remettra aussi en question sa permanence aux Etats-Unis. Durant l’été 1968, elle quitte définitivement New York et s’installe en Guinée.

Son mariage avec l’activiste pour l’indépendance des noirs Stokely Carmichael, aura des conséquences sur sa carrière musicale: l’homme est inscrit dans la liste noire des agents fédéraux comme un dangereux dissident politique. Chaque fois que son époux est emprisonné pour ses contestations, elle est obligée de répondre aux exactions de son mari. Finalement, en 1973, le Président Touré accepte la demande de divorce du couple. L’année 1976 est déclarée par l’ONU “Année internationale contre l’Apartheid” et Miriam est chargée de prononcer un discours d’ouverture aux Nations Unies pour parler des discriminations et des violations des droits dont elle-même a été victime et qui frappent encore les populations indigènes de l’Afrique du Sud.

C’est une période difficile aussi pour la fille de Miriam, Bongi: après un premier mariage et la naissance de deux enfants, elle aura de son deuxième époux un autre fils qui mourra à l’âge de un an, laissant ainsi dans la douleur toute une famille. Miriam est un soutien constant pour sa fille et ses petits-enfants. Elle les aide dans les études, leur achète une maison et les invite à vivre avec elle en Guinée. Bongi connaît un autre homme et se marie pour la troisième fois. Elle meurt à l’âge de trente ans peu après son accouchement, à la suite d’une césarienne en urgence L e décès de sa fille sera pour Miriam la plus grande douleur de sa vie, après celle ressentie par la mort de sa mère survenue en Afrique du Sud alors qu’elle n’était pas à ses côtés lors de ses derniers instants. En 1990, elle se produit en Italie au Festival de San Remo avec la chanson GIVE ME A REASON et grâce à l’intervention de Nelson Mandela, libéré cette même année, elle réussit à retourner dans son pays natal après une absence de presque trente ans. Elle poursuit son engagement quotidien, sans faille, pour aider les populations suffoquées par l’apartheid et ce jusqu’à l’abolition des lois raciales le 27 avril 1991.

En 1992, elle accepte un rôle dans long métrage intitulé SERAFINA! LE PARFUM DE LA LIBERTE’ qui raconte l’histoire de l’insurrection de Soweto, un faubourg de Johannesburg où pendant plusieurs jours un gran nombre de jeunes s’étaient élevés contre la ségrégation raciale. Miriam y joue le personnage de la mère de l’activiste Serafina qui participe, au risque de sa propre vie, aux événements. Les manifestations sont réprimées dans le sang. Cependant l’opinion publique du monde entier est violemment frappée par ce film, au point que même aux Etats Unis se déclenche toute une série de révoltes de la part du mouvement qui vise la reconnaissance de l’égalité des droits pour les noirs. Tout en continuant ses concerts autour du monde, en 1999, Miriam est nommée ambassadrice de bonne volonté de l’ONU pour l’alimentation et l’agriculture (FAO). En 2001, elle obtient la Médaille Otto Han pour la Paix. En 2002, elle a un rôle dans un nouveau documentaire sur l’Apartheid et elle gagne le Polar Music Prize, un prix International attribué pour récompenser toute personne ou institution ayant contribué favorablement à la musique. En 2005, elle organise un tour mondial pour ses adieux à la scène, tout en étant en mauvaise santé. Durant l’automne 2008 elle participe en Italie au concert organisé en mémoire des six immigrés africains tués par la camorra dans ce qui sera appelé la STRAGE DI CASTEL VOLTURNO, près de Caserte. Elle meurt à Castel Volturno le 9 novembre, agée de 76 ans, à la suite d’une crise cardiaque survenue quelques heures après sa dernière exhibition.

Miriam Makeba, dite Mama Africa, malgré une vie marquée de deuils, de pertes, de violences, de discriminations et de souffrances, a montré que la musique a une valeur universelle, une force qui permet l’union des populations malgré leurs différences de langues et de couleurs de peau. Dans son autobiographie, elle écrit:

«Si j’avais pu choisir, j’aurais sûrement préféré être ce que je suis: une femme parmi les opprimés plutôt qu’une femme parmi les oppresseurs, mais en réalité je n’ai pas eu la possibilité de choisir. (…) Mais je suis venue au monde avec trois choses qui resteront avec moi jusqu’à ma mort: l’espoir, la determination et ma musique».


Traduzione inglese

Syd Stapleton

“"I look at an ant and see myself: a South African endowed by nature with a strength far greater than her own body to be able to bear the weight of a racism that shatters her spirit. I look at a bird flying and I see myself: a South African rising above the injustices of apartheid with wings of pride, the pride of a beautiful people. I look at a stream and I see myself: a South African floating irresistibly above insurmountable obstacles until they diminish, and then one day disappear."

From the opening of the book Miriam Makeba - My Story (Women's Coordination Work and Development Editions, 1989), co-written with James Hall, giving from the outset the image of a woman who, despite suffering and hardship, always spent herself for the liberation of her people.

Miriam Makeba in a recording studio

Born on March 4, 1932, in Johannesburg, in the South Africa of colonialism where the white world lived at the expense of the black world, she knew from childhood the meaning of racial discrimination and the denial of basic rights. She was only a few days old when her mother was imprisoned on charges of selling alcohol, the consumption of which was forbidden to blacks, and she spent the six months of her mother’s imprisonment with her in a cramped and dirty cell. At age 5, she lost her father and then lived with the remainder of the family in her grandmother's house, while her mother found work as a maid and moved to Pretoria. It was 1947 when the word apartheid, a term derived from “apart”, which in the Afrikaans language means separated, made its entrance into the language of all South African people. From then on there would be hospitals, schools, transportation, supermarkets, churches, and restaurants divided for the white and black population. In this way the colonizers succeeded in rendering invisible and removing from the social scene entire ethnic groups indigenous to the country. In 1948, the pass was also introduced, which was a document that all black people had to carry, under penalty of arrest, and stood to indicate that a black person has permission to be in a particular place, making their presence legal.

After stating the necessary historical premises, there could be no doubt that Miriam Makeba's life would be marked by racism and discrimination, but thanks to music her future could be rewritten. The church choir and singing competitions at school allowed her to take her first steps in this world and made her aware of her strength. At only 16, however, she was forced to abandon her studies to work as a maid for a white family, and at 17 she gave birth to her first and only daughter, Bongi. To prevent the child from growing up out of wedlock, she married her boyfriend at the time, father of the girl, but found herself a victim of domestic violence. She then decided to divorce and return to live with her mother, who had since returned from the capital.

The turning point came when she attended a concert of a little-known musical group and was noticed by the band's frontman who asked her to sing for them. At 19, she performed for the first time in front of an audience, although several people criticized her because it was not considered appropriate for a woman to perform on stage. Her luck kept rolling because, during one performance, the leader of the group Manhattan Brothers was enchanted by her performance and offered her to be the lead vocalist. Thanks to this springboard, she was very soon composing and recording her first songs, with the support of a record company.

Miriam Makeba with Dizzie Gillespie in concert in Deauville, 20 June 1991, Roland Godefroy

Her first song, with the original title Lakutshuna Ilangu, crossed the ocean and became famous in the United States. She got proposals from all over to also record records in English, but apartheid South Africa allowed the black population to express themselves only in indigenous language and it was forbidden to teach English even in schools. One evening, after a concert with the Manhattan Brothers, Miriam met a very young Nelson Mandela in the audience, who expressed appreciation for her unique and extraordinary singing style.

Her real breakthrough opportunity came when American director Lionel Rogosin discovered her performing in a small Johannesburg club. He offered her an opportunity play herself in a documentary about African music, arguing that a talent like hers cannot remain relegated to South Africa, but deserves to be known worldwide. He thus succeeded in convincing her, and before long Miriam found herself on a plane to Amsterdam, and in November 1959 she began her career between New York and Los Angeles, where she performed in various venues and was invited to participate in one of the most-watched television shows in the United States, hosted by Steve Allen. Thanks to her appearance on the small screen, more and more people noticed and recognized her on the streets. In a short time she became a celebrity. A few months later, her mother contacted her from South Africa, informing her that for health reasons she was no longer able to take care of Bongi, so after applying for all the necessary permits, her daughter also joined her in America. Her performances continued and she was increasingly in demand, even by President Kennedy who was intent on meeting her and invited her to attend his own birthday party. In her life she would meet several prominent figures from the world of show business such as Marlon Brando, with whom she wove a deep friendship, Marilyn Monroe, Aretha Franklin, Stevie Wonder and many others. But her heart did not forget that her home was Africa, and in 1963 she delivered a speech before the eleven members of the Special Commission on Apartheid Problems established at the United Nations. This choice cost her dearly, as South Africa considered her a traitor to her homeland and condemned her to exile, also banning the sale of all her records. At the very same time Nelson Mandela was arrested and sentenced to life in prison for his struggle against apartheid.

The discovery of cervical cancer forced her to withdraw from the stage for several months, and to forgo participating in the great civil rights march scheduled to take place in Washington, DC, led by Martin Luther King. The surgery to remove the tumor was successful, Miriam made a full recovery and began traveling to various African states, such as Kenya, Namibia, Ghana, Nigeria, Mozambique and Guinea, which would become her second home for quite some time. Guinea's President Sékou Touré took Miriam under his wing and hosted her on several occasions at his residence, asking her to become the country's ambassador to the United Nations, a request that Miriam willingly accepted. The two would maintain a firm and mutual friendship until Touré's death in 1984.

In early June 1967, the Six-Day War was fought, pitting Israel against three coalesced nations - Egypt, Syria and Jordan. The political landscape affected even the summer tour that Miriam was about to embark on as she did every year. She was approached by the African delegates of the United Nations who asked her to exclude a Jewish song from her concert set list, in solidarity with Egypt, which is at war with Israel. She decided to talk about it right away with her manager Harry Belafonte, also called “Big Brother”, reiterating that music has nothing to do with politics and that songs are just songs, but the man contacted the newspapers to inform them that Miriam had decided not to sing a Jewish song on purpose, ending up defaming her in public opinion, which branded her with anti-Semitism. This event marked the end of her friendship with “Big Brother” and the beginning of the end of her stay in America. In the summer of 1968 she left New York for good and moved to Guinea.

Her marriage to black independence activist Stokely Carmichael also brought several problems to her musical career, as the man was blacklisted by U.S. federal agents as a dangerous political dissident. The singer was forced to answer for her husband's actions whenever he was jailed for his protests. The marriage ended in 1973, when President Touré agrees to grant the couple a divorce. The UN declared 1976 as the "International Year Against Apartheid," and Miriam was commissioned to deliver another keynote address at the United Nations, speaking about the discrimination and rights violations she herself had been a victim of and which South Africa's indigenous peoples still suffered.

Miriam's daughter Bongi also faced a difficult time. After her first marriage and the birth of two children, she had another child, by her second husband, who died at the age of one year, leaving the whole family in despair. Miriam was a constant presence for her daughter and grandchildren, helping them study, buying them a house, and inviting them to live with her in Guinea. Bongi met a man, fell in love with him and married for the third time, becoming pregnant, but died in her early thirties a few days after an emergency C-section delivery. For Miriam this was the greatest grief of her life, after her mother's death in South Africa, without her being able to return to say goodbye one last time. In 1990 she performed in Italy at the San Remo Festival with the song Give Me a Reason, and thanks to the intercession of Nelson Mandela, who was released from prison the same year, she was able to return to her homeland, after an absence of more than three decades. Her commitment to help the people crushed by apartheid did not stop a single day, until the abolition of the racial laws on April 27, 1991.

In 1992 she accepted a role in the film Sarafina! The Scent of Freedom, which tells the story of the uprising in Soweto, a suburb of Johannesburg where for several days many people protested against racial segregation. Miriam plays the role of the mother of young activist Sarafina who participates, risking her life, in the protests. The demonstrations are suppressed in blood and the event strongly affects world opinion, causing a series of riots even in the United States by the movement for equal rights for black people. Still continuing her concerts around the world, in 1999 she was appointed goodwill ambassador of the Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), in 2001 she received the Otto Hahn Medal for Peace, in 2002 she took part in a new documentary on apartheid, and won the Polar Music Prize, an international award given for merits achieved in the field of music. In 2005 she organized her farewell world tour to the stage, although she was in ill health. In 2008 she participated in a concert in Italy in memory of the six African immigrants killed by the Camorra in the so-called Castel Volturno massacre, in the province of Caserta. She died in Castel Volturno on Nov. 9 at the age of 76, from cardiac arrest, a few hours after her last performance

Miriam Makeba, known as Mama Africa, whose life was irreparably marked by grief, loss, violence, discrimination and suffering, proved that music has a universal value that can unite entire populations, regardless of language or skin color. As she wrote in her autobiographical book:

«If I had been given a choice, I would certainly have preferred to be what I am: one among the oppressed, rather than one among the oppressors, but in truth I had no choice. [...] But there are three things with which I came into the world, three things that will stay with me until the day I die: hope, determination and my music».


Traduzione spagnola

Simone Addario

“ «Observo una hormiga y me veo a mí misma: una sudafricana dotada por la naturaleza con una fuerza mucho mayor que su propio cuerpo, para poder soportar el peso de un racismo que destroza su espíritu. Veo un pájaro volar y me veo a mí misma: una sudafricana que se eleva por encima de las injusticias del apartheid con alas de orgullo, el orgullo de un pueblo espléndido. Veo un arroyo y me veo a mí misma: una sudafricana que flota irresistiblemente por encima de obstáculos insuperables hasta que estos se reducen, para luego un día desaparecer.»

El comienzo del libro Miriam Makeba. My history (Denöel 1988), escrito a cuatro manos con James Hall, ofrece desde el principio la imagen de una mujer que, a pesar del sufrimiento y las privaciones, siempre se ha esforzado por la liberación de su pueblo.

 Miriam Makeba en un estudio de grabación

Nacida el 4 de marzo de 1932 en Johannesburgo, en la Sudáfrica del colonialismo donde el mundo blanco vive a costa del mundo negro, conoce desde niña el significado de la discriminación racial y la negación de los derechos fundamentales. Tiene solo pocos días de vida cuando encarcelan a su madre acusada de vender alcohol, cuyo consumo les está prohibido a los negros, y pasa con ella los seis meses de detención en una celda estrecha y sucia. A los 5 años pierde a su padre y se queda a vivir con el resto de la familia en la casa de su abuela, mientras su madre encuentra trabajo como empleada doméstica y se traslada a Pretoria. Es 1947 cuando en el lenguaje de todo el pueblo sudafricano hace su entrada la palabra apartheid, término derivado de apart, que en afrikáans significa ‘separado’. Desde ese momento habrá hospitales, escuelas, medios de transporte, supermercados, iglesias, restaurantes separados para la población blanca y para la negra. De esta manera, los colonizadores logran hacer invisibles y eliminar del escenario social a enteras (etnias autóctonas) del país. En 1948 también se introduce el salvoconducto, es decir, un documento que toda la población negra debe llevar consigo, bajo pena de arresto, y que indica que una persona negra tiene permiso para estar en un determinado lugar, legalizando su presencia.

Explicadas las debidas premisas históricas, es indudable que la vida de Miriam Makeba resulte marcada por el racismo y la discriminación, sin embargo gracias a la música se podrá reescribir su futurosu futuro podrá ser reescrito: el coro de la iglesia y las competiciones de canto en la escuela le permiten dar sus primeros pasos en este mundo y tomar conciencia de su talento. A los 16 años se ve obligada a abandonar sus estudios para trabajar como camarera en una familia blanca y a los 17 da a luz a su primera y única hija, Bongi. Para evitar que la niña crezca fuera del matrimonio, se casa con padre de la niña, que era su novio , peroes es víctima de violencia doméstica; decide entonces divorciarse y volver a vivir con su madre que mientras tanto ha regresado de la capital.

El cambio se produce cuando participa en el concierto de un grupo musical poco conocido y el líder de la banda la nota y le pide que cante para ellos: a los 19 años se presenta por primera vez ante un público, aunque muchos la critican porque no es apropiado para una mujer subirse a un escenario. La suerte le sigue sonriendo porque, durante una actuación, el líder del grupo Manhattan Brothers queda encantado con su actuación y le propone convertirse en la voz solista. Gracias a este trampolín, muy pronto compone y graba sus primeras canciones, con el apoyo de una discográfica.

Miriam Makeba con Dizzie Gillespie en concierto en Deauville, 20 de junio de 1991, Roland Godefroy

Su primera canción, titulada Lakutshona Ilanga, cruza el océano y se hace famosa en Estados Unidos; recibe propuestas de todas partes también para grabar discos en inglés, pero el Sudáfrica del apartheid solo permite a la población negra expresarse en la lengua indígena y está prohibida la enseñanza del inglés incluso en las escuelas. Una noche, después de un concierto con los Manhattan Brothers, Miriam conoce entre el público a un jovencísimo Nelson Mandela que la elogia por su estilo vocal único y extraordinario.

Su verdadera oportunidad de cambio llega cuando el director estadounidense Lionel Rogosin la descubre mientras actúa en un pequeño local de Johannesburgo. Le propone interpretarse a sí misma en un documental sobre la música africana, argumentando que un talento como el suyo no puede quedar relegado a Sudáfrica, sino que merece ser conocido en todo el mundo. Logra convencerla y en poco tiempo Miriam se encuentra en un avión que la lleva a Ámsterdam y en noviembre de 1959 comienza su carrera entre Nueva York y Los Ángeles, donde actúa en varios locales y la invitan a participar en uno de los programas de televisión más vistos de Estados Unidos, conducido por Steve Allen. Gracias a esta aparición en la pequeña pantalla, cada vez más personas la notan y la reconocen por las calles; en poco tiempo se convierte en una celebridad. Unos meses más tarde, su madre la contacta desde Sudáfrica, informándole que por motivos de salud ya no puede ocuparse de Bongi, así que, después de solicitar todos los permisos necesarios, su hija se reúne con ella en América. Sus espectáculos continúan y cada vez es más solicitada, incluso por el presidente Kennedy que está interesado en conocerla y la invita a participar en la fiesta de su cumpleaños. En su vida conocerá a varias figuras destacadas del mundo del espectáculo como Marlon Brando, con quien entablará una profunda amistad, Marilyn Monroe, Aretha Franklin, Stevie Wonder y muchas otras. Pero su corazón no olvida que su hogar es África y en 1963 pronuncia un discurso ante los once miembros de la Comisión Especial para los Problemas del Apartheid establecida en las Naciones Unidas. Esta elección le cuesta muy cara, ya que Sudáfrica la considera una traidora a la patria y la condena al exilio, prohibiendo también la venta de todos sus discos. Justo en ese mismo periodo, Nelson Mandela es arrestado y condenado a cadena perpetua por la lucha contra la segregación racial.

El descubrimiento de un cáncer de cuello uterino la obliga a detenerse y retirarse de los escenarios durante varios meses, obligándola a renunciar a participar en la gran marcha por los derechos civiles, programada en Washington, liderada por Martin Luther King. La cirugía para extirpar el tumor resulta exitosa, Miriam se recupera totalmente y comienza a viajar por varios estados africanos, como Kenia, Namibia, Ghana, Nigeria, Mozambique y Guinea, que se convertirá en su segundo hogar durante mucho tiempo. El presidente de Guinea, Sékou Touré, toma a Miriam bajo su protección y la hospeda en varias ocasiones en su residencia, pidiéndole que se convierta en embajadora del país ante las Naciones Unidas, solicitud que Miriam acepta con gusto. Los dos mantendrán una sólida y mutua amistad hasta la muerte de Touré en 1984.

A principios de junio de 1967, se libra la Guerra de los Seis Días que enfrenta a Israel y tres naciones coaligadas: Egipto, Siria y Jordania. El panorama político también influye en la gira de verano que Miriam está a punto de emprender como todos los años: los delegados africanos de las Naciones Unidas la abordan para pedirele que excluya de la lista de sus conciertos una canción hebrea, en solidaridad con Egipto, en guerra contra Israel. Decide hablarlo inmediatamente con su manager Harry Belafonte, también llamado Big Brother, reiterando que la música no tiene nada que ver con la política y que las canciones son solo canciones, pero el hombre contacta a los periódicos para informarles de que Miriam ha decidido no cantar deliberadamente una canción hebrea, acabando por difamarla y entregarla a la opinión pública que la tacha de antisemita. Este acontecimiento marca el final de su amistad con Big Brother y el comienzo del fin de su estancia en Estados Unidos, ya que en el verano de 1968 deja definitivamente Nueva York para trasladarse a Guinea.

También el matrimonio con el activista por la independencia negra, Stokely Carmichael, causa varios problemas a su carrera musical, ya que el hombre está en la lista negra de los agentes federales como un peligroso disidente político. La cantante se ve obligada a tener que responder por las acciones de su marido cada vez que es encarcelado por sus protestas. El matrimonio termina en 1973, cuando el presidente Touré acepta conceder el divorcio a la pareja. La ONU declara 1976 "año internacional contra el apartheid" y Miriam es la encargada de pronunciar otro discurso de apertura en las Naciones Unidas, hablando de las discriminaciones y violaciones de derechos que ella misma ha sufrido y de aquellas a las que aún están sujetas las poblaciones indígenas de Sudáfrica.

También la hija de Miriam, Bongi, enfrenta un periodo difícil: después de su primer matrimonio y el nacimiento de dos hijos, tiene otro hijo de su segundo esposo que morirá a la edad de un año, dejando a toda la familia en la desesperación. Miriam es una presencia constante para su hija y sus nietos, los ayuda a estudiar, les compra una casa y los invita a vivir con ella en Guinea. Bongi conoce a un hombre, se enamora de él y se casa por tercera vez, y se quedando embarazada, pero muere con poco más de treinta años después de parto por cesárea realizado de urgencia. Para Miriam esta es la mayor pérdida de su vida, después de la muerte de su madre ocurrida en Sudáfrica, sin poder regresar para despedirse de ella. En 1990 participa al Festival de San Remo (Italia) con la canción Give me a reason y gracias a la mediación de Nelson Mandela, que ese mismo año había salido de la cárcel, puede volver a su patria tras tres décadas de ausencia: su compromiso para ayudar a las poblaciones pisoteadas por la segregación racial no se detiene un solo día, hasta la abolición de las leyes raciales el 27 de abril de 1991.

En 1992 acepta un papel en la película Sarafina! que narra la historia del levantamiento de Soweto, un suburvio de Johannesburgo donde durante varios días muchas y muchos jóvenes protestaron contra la segregación racial. En la película Miriam tiene el papel de la madre de la activista Sarafina que participa a las protestas arriesgando su vida. Las manifestaciones fueron reprimidas con violencia y este hecho llamó la atención de la opinión pública mundial, provocando una serie de levantamientos en los Estados Unidos por parte del movimiento para el reconocimiento de la igualdad de derechos de las personas negras. Sin interrumpir sus conciertos por todo el mundo, en 1999 recibe el nombramiento de Embajadora de buena voluntad de la Organización de las Naciones Unidas para la alimentación y la agricultura (FAO), en 2001 recibe la medalla de la Paz Otto Hahn, en 2002 participa en un nuevo documental sobre el apartheid y gana el Polar Music Prize, un premio internacional otorgado por méritos enel ámbito musical. En 2005 organiza su gira mundial de despedida del escenario, aunque con poca salud. En otoño de 2008 participa en un concierto en Italia en memoria de seis migrantes africanos asesinados por la camorra en la que se conoce como la ‘matanza de Castel Volturno’, en la región de Campania. Muere justamente en Castel Volturno el 9 de noviembre con 76 años de edad por un ataque de corazón pocas horas tras su exhibición.

Miriam Makeba, conocida como Mamá África, cuya vida había quedado irreparablemente marcada por duelos, pérdidas, violencia, discriminación y sufrimiento, ha demostrado que la música tiene un valor universal que puede unir a poblaciones, independientemete de la lengua y del color de la piel. Como ella misma escribió en su autobiografía:

«Si me hubieran dado a elegir, sin duda habría preferido ser lo que soy: una entre los oprimidos, en lugar de una entre los opresores, aunque en realidad no tenía elección. [...] Pero hay tres cosas con las que vine a este mundo, tres cosas que me acompañarán hasta el día de mi muerte: la esperanza, la determinación y mi música».

 

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