Izabela Textorisovà
Federica Nicolosi



Giulia Canetto

 

Quella di Izabela Textorisová è una storia le cui caratteristiche principali sono la perseveranza e la voglia di imparare anche quando ci sono tanti ostacoli. Parliamo di una donna che ha dato e continua a dare un grande esempio di coraggio, con la sua ostinazione nel rompere gli stereotipi che ai tempi limitavano la sua libertà. Izabela è stata la prima botanica slovacca, una donna piena di risorse che è stata in grado di scoprire i segreti della natura, nonostante la sua professione ne fosse ben lontana.

La sua storia inizia il 16 marzo 1866. Nata in una famiglia di avvocati a Ratková, un comune della Slovacchia facente parte del distretto di Revúca, Izabela manifesta fin da piccola un grande interesse per la natura. Sebbene la voglia di imparare fosse tanta, i suoi rapporti con la scuola si chiudono abbastanza presto, nel 1877. Ciò nonostante, la giovane continua gli studi da autodidatta, dando notevole esempio della sua tenacia. Voleva diventare un'insegnante, ma suo padre aveva altri piani per lei e per questo l'ha indotta a fare la postina. Nel 1886 supera un esame a Revúca per lavorare presso il servizio postale di Blatnica, dove passerà il resto della sua vita. Qui non vi è ancora l’elettricità, per cui Izabela è costretta a utilizzare una lampada a cherosene in una stanza dove vive con i genitori e le sorelle, riuscendo comunque a imparare diverse lingue senza perdersi d’animo nonostante i pregiudizi della società contro il lavoro femminile ai suoi tempi. Izabela vive in un'epoca in cui mestieri di tipo scientifico non sono considerati adatti alle donne, infatti era impensabile essere una medica o una botanica. Tuttavia, gli ostacoli non la fermano e così riesce a imparare il latino, il tedesco, il francese, il russo, un po' di italiano, il rumeno, l’ungherese e successivamente, dopo aver pubblicato su alcune riviste ceche, impara anche questa lingua. La necessità di istruirsi così tanto era dovuta pure alla volontà di condividere e commentare le sue scoperte con esperti esteri.

Oltre alle lingue, si dedica intensamente allo studio delle scienze naturali, motivo principale per cui la conosciamo oggi, come piante, minerali e speleologia. La sua passione per la natura è sostenuta da Václav Vraný, un insegnante di scuola elementare che le fa apprendere le basi della botanica, persuadendo Izabela a creare un erbario. Il naturalista slovacco Andrej Kmeť la conduce invece a uno studio più approfondito della botanica, incoraggiandola a raccogliere e identificare non solo piante, ma anche muschi e licheni. Nel suo lavoro usa solo una lente d'ingrandimento e alcune opere botaniche ceche, ungheresi e tedesche. Inoltre, si confronta regolarmente con Jozef Ľudovít Holuby, che la aiuta a verificare i suoi disegni sulle piante e a identificare specie particolarmente rare. Il suo nome è inserito definitivamente nella nomenclatura botanica nel 1893, quando scopre un interessante cardo sulla collina di Tlstá, fino ad allora sconosciuto, che in seguito prenderà il suo nome: Carduus textorisianus Marg. Nel 1913 pubblica nella rivista ungherese Flora Data from the County of Turiec un articolo in cui classifica oltre 100 specie di piante fino a quel momento non in elenco nelle zone del Turiec e sulle montagne circostanti di Mala Fatra e Veľká Fatra, come la dafne rosa Daphne Cneorum, il ciclamino di Fatrzan e la stella alpina Leontopodium alpinum. Pubblica altri lavori su diverse riviste professionali ma perlopiù sotto pseudonimo. Inoltre, Izabela si impegna ad avere un ruolo attivo nella vita culturale e civile del suo popolo e fa la conoscenza di numerose/i intellettuali, per lo più scrittori e scrittrici: ha infatti stretti rapporti con Máša Haľamová, una poeta slovacca, autrice di testi puramente femminili. Pubblica anche piccoli articoli letterari su riviste rivolte alle donne come Listy žien (Women's Letters) e Svet dievčat (Girls 'World), raccoglie materiale sui dialetti slovacchi e collabora con rappresentanti dei movimenti femminili slovacchi e cechi. La sua storia si conclude nel 1949, quando si ammala gravemente. Nonostante le cure in ospedale le sue condizioni non migliorano, quindi viene trasferita a Krupina dalla sorella più giovane, dove si spegne il 12 settembre 1949. I suoi resti si trovano adesso al cimitero nazionale di Martin, dimora di molte personalità di spicco della storia slovacca, dove sono state trasferite nel 1981.

La sua ricca collezione di erbari storici composta da circa 5000 articoli, conservata presso il Dipartimento di Botanica all’Università Comenius di Bratislava, è tuttora consultata da studiosi e studiose di botanica. Ѐ necessario aggiungere che molti esemplari di vegetazione identificati da Izabela sono scomparsi e che la loro ultima traccia è presente solo nella sua collezione. Questo è uno dei motivi per cui il suo lavoro è di così alto valore e suscita un interesse costante. Senza Izabela e il suo grande contributo, ad oggi l'immagine della vegetazione del Turiec sarebbe molto più povera.

A una donna tanto importante sono stati dedicati dei tributi per tenerla ancora viva nel presente. In occasione del centesimo anniversario della nascita, le è stata dedicata una targa a Blatnica e successivamente, nel 1987, è stata inaugurata una sala commemorativa. Il 3 maggio 1996, per l’anniversario dell'apertura dell'ufficio postale di Blatnica e della nascita di Izabela, il Ministero dei trasporti, delle poste e delle telecomunicazioni della Repubblica slovacca ha emesso dei francobolli commemorativi con un focus tematico sulle donne importanti. Su uno di essi c'è il suo ritratto, su un altro una rappresentazione della specie del Carduus textorisianus Marg. Uno dei tributi più recenti e originali è un asteroide scoperto il 30 aprile 2000 dall'astronomo slovacco Petr Kušnirák che porta il suo nome. Allora, a fronte di tutto ciò, è davvero possibile considerare conclusa la storia di Izabela?

La risposta può essere solo una: no.

La storia di Izabela non si è affatto conclusa, perché questa preziosa donna continua a vivere grazie al contributo che ha lasciato al mondo della botanica, regalandoci la possibilità di avere a disposizione delle conoscenze che senza di lei non si sarebbero mai diffuse.

 

Traduzione francese
Valentina Simi

L'histoire d'Izabela Textorisová est une histoire dont les principales caractéristiques sont la persévérance et le désir d'apprendre même lorsqu'il y a plein d'obstacles. Il s’agit d'une femme qui a donné et continue de donner un bel exemple de courage, avec son obstination à briser les stéréotypes qui limitaient à l'époque sa liberté. Izabela a été la première botaniste slovaque, une femme débrouillarde qui a su découvrir les secrets de la nature, bien que sa profession en soit éloignée.

Son histoire commence le 16 mars 1866. Issue d'une famille d'avocats à Ratková, commune slovaque du district de Revúca, Izabela manifeste dès son plus jeune âge un grand intérêt pour la nature. Bien que le désir d'apprendre soit grand, ses relations avec l'école se terminent assez tôt, en 1877. Néanmoins, la jeune femme poursuit ses études en autodidacte, donnant un exemple remarquable de sa ténacité. Elle voulait être enseignante, mais son père avait d'autres projets pour elle, et cela l'a amenée à devenir postière. En 1886, elle réussit l’examen à Revúca pour travailler au service postal de Blatnica, où elle passera le reste de sa vie. Il n'y avait toujours pas d'électricité là-bas, alors Izabela était obligée d'utiliser une lampe à pétrole dans une pièce où elle vivait avec ses parents et ses sœurs, réussissant quand même à apprendre plusieurs langues, sans se décourager malgré les préjugés de la société contre le travail féminin à son époque. Izabela a vécu à une époque où les professions scientifiques ne sont pas considérées comme adaptées aux femmes, en fait, il était impensable pour une fille de pouvoir devenir médecin ou botaniste. Pourtant, ces obstacles ne l’arrêtent pas, et elle réussit à apprendre le latin, l’allemand, le français, le russe et un peu d’italien, le roumain, le hongrois et, successivement, après avoir publié des articles sur certaines revues tchèques, elle apprend aussi cette langue. Le besoin de tant d'éducation était également dû à la volonté de partager et de commenter ses découvertes avec des experts étrangers.

En plus des langues, elle se consacre intensément à l'étude des sciences naturelles, la raison principale pour laquelle nous la connaissons aujourd'hui, comme les plantes, les minéraux et la spéléologie. Sa passion pour la nature est soutenue par Václav Vraný, un enseignant du primaire qui lui enseigne les bases de la botanique, persuadant Izabela de créer un herbier. Le naturaliste slovaque Andrej Kmeť la conduit, en outre, à une étude plus approfondie de la botanique, l'encourageant à collecter et à identifier non seulement des plantes, mais aussi des mousses et des lichens. Dans son travail, elle n'utilise qu'une loupe et quelques ouvrages botaniques tchèques, hongrois et allemands. De plus, elle discute régulièrement avec Jozef Ľudovít Holuby, qui l'aide à vérifier ses dessins sur les plantes et à identifier des espèces particulièrement rares. Son nom a été définitivement inscrit dans la nomenclature botanique en 1893, lorsqu'elle découvrit un intéressant chardon sur la colline de Tlstá, jusqu'alors inconnu, qui prendra plus tard son nom : Carduus textorisianus Marg. En 1913, elle publie dans la revue hongroise Flora Data from the Country of Turiec un article dans lequel elle classe plus de 100 espèces de plantes non répertoriées jusque-là dans les régions de Turiec et dans les montagnes environnantes de Mala Fatra et Veľká Fatra, comme le daphné rose Daphne Cneorum, le cyclamen de Fatrzan et l’edelweiss Leontopodium alpinum. Elle publie d'autres ouvrages dans diverses revues professionnelles, mais le plus souvent sous un pseudonyme. Par ailleurs, Izabela s'attache à jouer un rôle actif dans la vie culturelle et civile de son peuple et fait la connaissance de nombreux intellectuels, pour la plupart des écrivain.e.s : elle entretient en effet des relations étroites avec Máša Haľamová, une poète slovaque, auteure de textes purement féminins. Elle publie également de petits articles littéraires dans des magazines féminins tels que Listy žien (Lettres des femmes) et Svet dievčat (Le monde des filles), rassemble des documents sur les dialectes slovaques et collabore avec des représentantes des mouvements de femmes slovaques et tchèques. Son histoire se termine en 1949, lorsqu'elle tombe gravement malade. Bien qu'elle soit soignée à l'hôpital, son état ne s'améliore pas, elle est donc transférée à Krupina par sa sœur cadette, où elle meurt le 12 septembre 1949. Ses restes se trouvent maintenant où ils ont été déplacés en 1981 : au cimetière national de Martin, qui abrite de nombreuses personnalités éminentes de l'histoire slovaque.

Sa riche collection d'herbiers historiques composée d'environ 5000 pièces, conservée au Département de botanique de l'Université Comenius de Bratislava, est toujours consultée par les universitaires et les botanistes. Il faut ajouter que de nombreux spécimens de végétation identifiés par Izabela ont disparu et que leur dernière trace n'est présente que dans sa collection. C'est l'une des raisons pour lesquelles son travail est d'une telle valeur et suscite un intérêt constant. Sans Izabela et sa grande contribution, aujourd'hui l'image de la végétation du Turiec serait bien plus pauvre.

Des hommages ont été dédiés à cette femme si importante pour la maintenir en vie dans le présent : à l'occasion du 100e anniversaire de sa naissance, une plaque lui a été dédiée à Blatnica et plus tard, en 1987, une salle commémorative a été inaugurée. Le 3 mai 1996, à l'occasion de l'anniversaire de l'ouverture du bureau de poste de Blatnica et de la naissance d'Izabela, le ministère des Transports, des Postes et des Télécommunications de la République slovaque a émis des timbres commémoratifs thématiques sur les femmes importantes. Sur l'un d'eux se trouve son portrait, sur un autre, une représentation de l'espèce de Carduus textorisianus Marg. L'un des hommages les plus récents et originaux est un astéroïde découvert le 30 avril 2000 par l'astronome slovaque Petr Kušnirák, qui porte son nom. Alors, face à tout cela, est-il vraiment possible de considérer l'histoire d'Izabela comme terminée?

La réponse ne peut être qu'une: non.

L'histoire d'Izabela n'est pas terminée du tout, car cette précieuse femme continue de vivre grâce à la contribution qu'elle a laissée au monde de la botanique, nous donnant l'opportunité de disposer de connaissances qui ne se seraient jamais diffusées sans elle.

 

Traduzione inglese
Chiara Celeste Ryan

Izabela Textorisová’s story is one of perseverance and the desire to learn, even in the face of numerous obstacles. She was a woman who provided and still continues to provide a great example of courage, with her determination to break down the stereotypes that in her day limited her freedom. Notwithstanding the fact that she worked in a completely different field, Izabela, a resourceful woman who was able to discover the secrets of nature, became the first female Slovak botanist.

Her story began on 16 March 1866. Born into a family of lawyers in Ratková, a Slovakian municipality in the district of Revúca, Izabela showed a great interest in nature from an early age. Although she was eager to learn, her formal education ended all too soon, in 1877. Nonetheless, the young girl continued her studies on her own, a remarkable example of her tenacity. She wanted to become a teacher, but her father had other plans for her and persuaded her to become a postmistress. In 1886 she passed an exam in Revúca to work in the Blatnica postal service, where she would work for the rest of her life.Electrical lighting was not yet available and so Izabela studied by the light of a paraffin lamp in a room where she lived together with her parents and sisters. She succeeded in learning several languages notwithstanding the prevalent prejudices held against professional women. Izabela lived at a time when scientific vocations were not considered suitable for women: it was unthinkable that she be a doctor or botanist. However, all this did not prevent her from learning Latin, German, French, Russian, a little Italian, Romanian, Hungarian and later, after publishing in Czech magazines, she also learned that language. The aspiration to educate herself was due in part to the desire to share and comment on her findings with foreign experts.

In addition to languages, she was dedicated to the study of natural sciences, particularly botany, mineralogy and speleology, in which subjects her name is renowned to this day. Izabela was supported in her passion for nature by Václav Vraný, a primary school teacher, who taught her the basics of botany and persuaded her to create a herbarium. The Slovak naturalist Andrej Kmeť, encouraged her to focus on the study botany in greater depth, encouraging her to collect and identify not only plants but also mosses and lichens. Her tools were merely a magnifying glass and a few Czech, Hungarian and German botanical texts. She regularly exchanged views with Jozef Ľudovít Holuby, who assisted with the verification of her botanical drawings and helped with the identification of particularly rare species. Her name became part of botanical nomenclature owing to the discovery she made in 1893 of a hitherto unknown thistle on the hills of Tlstá, which was later named in her honour: Carduus textorisianus Marg. In 1913 she published in a Hungarian journal an article entitled “Flora Data from the County of Turiec”, in which she classified more than 100 previously unlisted plant species from the area of Turiec and the nearby mountains of Mala Fatra and Veľká Fatra, such as the rose daphne Daphne Cneorum L., the Cyclamen fatrense and the edelweiss Leontopodium alpinum Cass. She published other articles in various professional journals, but mostly under a pseudonym. Izabela strove to play an active role in Slovakia’s cultural and civic life and made the acquaintance of numerous intellectuals, mostly writers. She formed a close friendship with Máša Haľamová, a Slovak poet and author of feminist texts. She also published articles in women’s magazines such as Listy žien (Women’s Letters) and Svet dievčat (The World of Girls), collected material on Slovak dialects and collaborated with representatives of the Slovak and Czech women’s movements. Her story ended in 1949 when she became seriously ill. Despite hospital treatment her condition did not improve, and was then taken to Krupina by her younger sister, where she died on 12 September 1949. In 1981 her remains were transferred to the National Cemetery in Martin, the final resting place of many prominent figures in Slovak history.

Her extensive herbarium kept at the Department of Botany at the Comenius University in Bratislava is made up of about 5,000 items, and is still consulted by botany scholars to this day. It is important to note that many of the specimens identified by Izabela have become extinct, her collection being their last known trace. This is one of the reasons why her work is considered so highly and arouses constant interest. Without Izabela and her notable contribution, the knowledge of the vegetation of the Turiec region would be significantly poorer today.

Many tributes have been dedicated to this important woman, to keep her memory alive. A plaque was dedicated to her in Blatnica on the 100th anniversary of her birth, and in 1987 a memorial hall was opened. As part of a European initiative of issuing commemorative stamps focused on important women, on 3 May 1996, for the anniversary of the opening of the post office in Blatnica and of Izabela's birth, the Slovak Ministry of transportation, post and telecommunication printed two postage stamps featuring her portrait, one of which also depicted the species Carduus textorisianus Marg. One of the most recent and original tributes is an asteroid, discovered on 30 April 2000 by Slovakian astronomer Petr Kušnirák, that bears her name. So, in view of all this, can the story of Izabela really be considered over? The answer can only be no. Izabela’s story is not over, because this important woman lives on through her contribution to the world of botany, providing us with knowledge that would never have been available without her.

 

Traduzione spagnola
Anastasia Grasso

La historia de Izabela Textorisová es una historia cuyas características principales son la perseverancia y la voluntad de aprender incluso cuando hay muchos obstáculos. Estamos hablando de una mujer que ha dado y sigue dando un gran ejemplo de valentía, con su obstinación en romper los estereotipos que en aquella época limitaban su libertad. Izabela fue la primera botánica eslovaca, una mujer llena de recursos que fue capaz de descubrir los secretos de la naturaleza, a pesar de que su profesión estuviera muy lejos. 

Su historia comienza el 16 de marzo de 1866. Nacida en el seno de una familia de abogados en Ratková, un municipio de Eslovaquia perteneciente al distrito de Revúca, Izabela mostró un gran interés por la naturaleza desde edad muy temprana . Aunque estaba ansiosa por aprender, su relación con la escuela terminó muy pronto, en 1877. No obstante, la joven continuó sus estudios como autodidacta, dando un ejemplo notable de su tenacidad. Quería ser maestra, pero su padre tenía otros planes para ella y por eso la indujo a trabajar en correos. En 1886 aprobó un examen en Revúca para trabajar en el servicio postal de Blatnica, donde pasaría el resto de su vida. Si bien las ganas de aprender eran grandes, su relación con la escuela terminó muy pronto, en 1877. Sin embargo, la joven continuó sus estudios como autodidacta, dando un ejemplo notable de su tenacidad. Quería ser maestra, pero su padre tenía otros planes para ella y por eso la indujo a convertirse en una cartera. En 1886 aprobó un examen en Revúca para trabajar en el servicio postal de Blatnica, donde pasaría el resto de su vida. Aquí aún no hay electricidad, por lo que Izabela se ve obligada a utilizar una lámpara de queroseno en la habitación donde vive con sus padres y hermanas, sin embargo logra aprender varios idiomas sin desanimarse, a pesar de los prejuicios de la sociedad sobre el trabajo femenino en su época. Izabela vive en una época en la que las profesiones científicas no se consideran adecuadas para las mujeres; era impensable ser médica o botánica. Sin embargo, los obstáculos no la detienen y así consigue aprender latín, alemán, francés, ruso, un poco de italiano, rumano, húngaro y más tarde, tras publicar en algunas revistas checas, también aprende este idioma. La necesidad de instruirse tanto se debió también al deseo de compartir y comentar sus hallazgos con expertos extranjeros.

Además de a los idiomas, se dedica intensamente al estudio de las ciencias naturales, que es la principal razón por la que hoy la conocemos, como las plantas, los minerales y la espeleología. Su pasión por la naturaleza cuenta con el apoyo de Václav Vraný, un maestro de primaria que le enseña los fundamentos de la botánica y persuade a Izabela para que cree un herbario. En cambio, el naturalista eslovaco Andrej Kmeť la lleva a un estudio más profundo de la botánica, animándola a recoger e identificar no sólo plantas, sino también musgos y líquenes. En su trabajo sólo utiliza una lupa y algunas obras botánicas checas, húngaras y alemanas. También consulta regularmente a Jozef Ľudovít Holuby, que le ayuda a verificar sus dibujos de plantas y a identificar especies especialmente raras. Su nombre se incluyó definitivamente en la nomenclatura botánica en 1893, cuando descubrió en el cerro de Tlstá un interesante cardo, hasta entonces desconocido, que luego tomó su nombre: Carduus textorisianus Marg. En 1913, publicó un artículo en la revista húngara Flora Data from the County of Turiec en el que clasificaba más de 100 especies de plantas hasta entonces no catalogadas en las zonas de Turiec y las montañas circundantes de Mala Fatra y Veľká Fatra, como la dafne rosa Daphne Cneorum, el ciclamen Fatrzan y el edelweiss Leontopodium alpinum. Publica otros trabajos en diversas revistas profesionales, pero principalmente bajo seudónimo. Además, Izabela se esfuerza por desempeñar un papel activo en la vida cultural y cívica de su pueblo y conoce a numerosos intelectuales, sobre todo escritores y escritoras: efectivamente mantiene una estrecha relación con Máša Haľamová, poeta eslovaca y autora de textos puramente femeninos. También publica pequeños artículos literarios en revistas dirigidas a las mujeres, como Listy žien (Cartas femeninas) y Svet dievčat (Mundo de las chicas), recopila material sobre los dialectos eslovacos y colabora con representantes de los movimientos femeninos eslovacos y checos. Su historia termina en 1949, cuando se enferma gravemente. A pesar del tratamiento en el hospital, su estado no mejora, por lo que su hermana menor la traslada a Krupina , donde muer el 12 de septiembre de 1949. Sus restos se encuentran ahora en el Cementerio Nacional de Martin, hogar de muchas figuras prominentes de la historia eslovaca, donde fueron trasladados en 1981.

Su rica colección de herbarios históricos, compuesta por unos 5.000 ejemplares, que se conserva en el Departamento de Botánica de la Universidad Comenius de Bratislava, sigue siendo consultada por los estudiosos y estudiosas de la botánica. Hay que añadir que muchos de los ejemplares de vegetación identificados por Izabela han desaparecido y su último rastro sólo está presente en su colección. Esta es una de las razones por las que su obra tiene tanto valor y despierta un interés constante. Sin Izabela y su gran contribución, la imagen de la vegetación de Turiec sería hoy mucho más pobre.

Se han hecho homenajes a esta mujer tan importante para mantenerla viva en el presente. En el centenario de su nacimiento, se le dedicó una placa en Blatnica, y más tarde, en 1987, se abrió una sala conmemorativa. El 3 de mayo de 1996, en el aniversario de la apertura de la oficina de correos de Blatnica y del nacimiento de Izabela, el Ministerio de Transportes, Correos y Telecomunicaciones de la República Eslovaca emitió sellos conmemorativos con una temática centrada en mujeres importantes. Uno de los sellos lleva su retrato, otro una representación de la especie Carduus textorisianus Marg. Uno de los homenajes más recientes y originales es un asteroide descubierto el 30 de abril de 2000 por el astrónomo eslovaco Petr Kušnirák que lleva su nombre. Entonces, a la vista de todo esto, ¿se puede considerar que la historia de Izabela ha terminado realmente?

La respuesta sólo puede ser una: no.

La historia de Izabela no ha terminado en absoluto, porque esta valiosa mujer sigue viva gracias a su contribución en el mundo de la botánica, proporcionándonos conocimientos que nunca se habrían divulgado sin ella.

 

Mall Vaasma



Giulia Canetto

 

Mall Vaasma (22 febbraio 1945 - 4 dicembre 2009) è stata in Estonia una personalità di spicco nel campo della micologia. Diplomatasi alla scuola secondaria di Põltsamaa nel 1963, fino al 1966 ha lavorato come insegnante di lingua russa presso la scuola elementare di Päinurme e dal 1967 al 1969 ha cominciato a interessarsi della coltivazione di funghi presso la base sperimentale del Ministero dell'Alimentazione. Nel 1969 si è iscritta all'Università di Tartu e nel 1974 si è laureata in Botanica ed Ecologia, con una specializzazione in Micologia; già un anno prima di laurearsi è entrata a far parte dell'Istituto estone di Zoologia e Botanica dell'Accademia delle scienze (l'ex università agraria estone, fondata nel 1951 e ribattezzata e ristrutturata nel novembre 2005 Università estone di scienze della vita, Eesti Maaülikool , EMÜ), con sede a Tartu, dove è rimasta a lavorare per il resto della sua vita. È stata assistente senior di laboratorio per il Dipartimento di Micologia; dal 2008 ha lavorato anche presso il Museo di Storia Naturale dell'Università di Tartu fino alla morte, avvenuta tragicamente nel 2009: è stata investita da un'auto mentre attraversava la strada. Nel numero di dicembre 2009 la rivista Eesti Loodus (Natura estone), annunciando la sua morte, le dedicò un articolo commemorativo.

Era una persona estremamente modesta e ha lavorato tutta la vita come assistente di laboratorio, anche se per le sue conoscenze avrebbe meritato un titolo accademico. Ha condotto innumerevoli spedizioni dai Paesi baltici all'estremo oriente russo, dove ha raccolto numerosi campioni di funghi che ora, essiccati, sono conservati nella biblioteca dell'Università estone di Scienze. Un suo grande merito è stata la realizzazione di un database dei funghi di larice, funghi che crescono appunto sotto i larici, con cui vivono in simbiosi, completo di tutti i dati della loro presenza, habitat, fenologia, fasi e tempi di sviluppo. Oltre a quanto pubblicato, la nostra biologa ha reso un inestimabile contributo allo sviluppo della micologia estone anche attraverso il lavoro quotidiano che ha svolto affiancando l'attività di tanti colleghi e colleghe. Ha collaborato con Erast Parmasto, direttore dell'Istituto estone di Zoologia e Botanica e professore di Botanica ed ecologia presso l'Università di Tartu, per la creazione del database delle specie di funghi in Estonia. Con Elmar Emil Leppik, altro micologo estone, ha contribuito a costituire un erbario micologico presso l'Università di Tartu. È stata anche coautrice di uno studio sui funghi del Caucasus National Wildlife Refuge (Riserva naturale nazionale del Caucaso). Ha pubblicato circa trenta articoli scientifici. Il suo ultimo articolo è stato uno studio sull’agarico muscario (Amanita muscaria), recentemente pubblicato nella rivista Folia Cryptogamica Estonica. Il nome di questo fungo, “muscario”, deriva da “mosca”, in quanto gli insetti sono attratti dai cappelli del fungo e ne rimangono stecchiti. Tant’è che il fungo è conosciuto anche come “amanita ammazzamosche”. Sino a poco tempo fa in diverse regioni italiane i suoi cappelli venivano collocati sui davanzali delle finestre e utilizzati a mo’ di insetticida. Le mosche “vittime” dell’agarico muscario sembrano morte, in realtà, se si lasciano dove sono, dopo un po’ di tempo riprendono vita e volano via: le mosche quindi non muoiono a contatto col fungo, bensì cadono in uno stato letargico. Un altro studio di Mall ha riguardato l'Heterobasidion annosum, un fungo che causa la putrefazione delle radici e delle estremità delle conifere, infetta i ceppi di pino appena tagliati e poi si diffonde nelle radici. Tramite il terreno passa poi nelle radici degli alberi vicini, che uccide. Se la superficie del moncone viene però inoculata con oidia del fungo Phleviopsis gigantea (Peniophora), un tipo di spora fungina, subito dopo l'abbattimento dell'albero, quest’operazione riduce o annulla la patogenicità dell’Heterobasidion nel ceppo, proteggendo così gli alberi vicini.

Mall ha organizzato anche diversi campi internazionali, primaverili e autunnali, della Mycological Society of the Estonian Society of Naturalists, eventi congiunti con micologi baltici e finlandesi. Per decenni ha partecipato a stage di micologia guidando gli/le studenti dell'Università di Tartu: organizzava passeggiate nei boschi in cui si raccoglievano funghi, che poi servivano per allestire mostre. Sapeva bene che tipi di funghi nascevano in determinate regioni del Paese: ad esempio i finferli sono più comuni nell’Estonia sud-orientale, nelle cui foreste abbondano funghi commestibili; mentre il cappuccino rossastro (Lactarius rufus) si trova nel parco nazionale di Lahemaa, un’area naturale protetta situata nell'Estonia settentrionale. Nella contea di Raplamaa, nella parte occidentale, invece, la specie più frequente è il fungo del miele, Armillaria mellea. Le foreste con lo spettro di specie più vario sono però su due isole estoni del mar Baltico, Saaremaa e Hiiumaa. Mall ci ha insegnato che in Estonia non c’è un metro quadrato di terreno senza funghi, a meno che non sia completamente sterile. Anche dopo un incendio ci sono funghi nel terreno e rimane il micelio fungino. La sabbia della riva del mare può essere priva di funghi perché viene lavata dall'acqua, ma anche qui ci sono funghi acquosi nel mare. I suoi studi sono stati pubblicati su riviste, come Eesti Loodus, dove con entusiasmo ha introdotto l’argomento dei funghi, e Folia Cryptogamica Estonica, e pubblicizzati anche attraverso diversi canali mediatici. In Italia, nel settembre del 1997, ha partecipato a un meeting europeo per la conservazione dei funghi a Vipiteno ed è uscito un suo studio nel febbraio del 1998 pubblicato dall’Università degli Studi di Siena.

Grazie alla sua eccezionale esperienza sulla commestibilità e tossicità dei funghi, Mall ha svolto un’intensa opera di consulenza nelle scuole, nei centri comunitari e altrove. Ogni stagione dei funghi, soprattutto in autunno, riceveva molte telefonate da giornalisti, lettere e ceste di funghi con richieste di definizioni e spiegazioni, e a tutti rispondeva con cortesia e affabilità. La sua opera di divulgazione ha contribuito a prevenire l'avvelenamento da funghi, triste fenomeno piuttosto frequente per chi si avventura nei boschi senza un’adeguata conoscenza. Chiunque l’abbia conosciuta, ne ricorda l’infinita cordialità, disponibilità e contagiosa allegria. Il suo contributo alla micologia estone è inestimabile E certamente per le sue conoscenze e la voglia di comunicarle Mall si può senz’altro definire un pilastro della micologia estone.

 

Traduzione francese

Mall Vaasma (22 février 1945 - 4 décembre 2009) a été une personnalité éminente en Estonie dans le domaine de la mycologie. Diplômée de l’école secondaire de Põltsamaa en 1963, Jusqu’en 1966, elle a travaillé comme professeur de langue russe à l’école primaire de Päinurme et, de 1967 à 1969, elle a commencé à s’intéresser à la culture de champignons à la base expérimentale du ministère de l’Alimentation. En 1969 elle s’inscrit à l’Université de Tartu et en 1974 elle est diplômée en Botanique et Écologie, avec une spécialisation en Mycologie; déjà un an avant d’être diplômée elle a fait partie de l’Institut estonien de Zoologie et Botanique de l’Académie des Sciences (l’ancienne université agricole estonienne, fondée en 1951 et rebaptisée et restructurée en novembre 2005 Université estonienne des sciences de la vie, Eesti Maaülikool , EMÜ), basée à Tartu, où elle est restée pour le reste de sa vie.Depuis 2008, elle travaille au Musée d’histoire naturelle de l’université de Tartu jusqu’à sa mort tragique en 2009 : elle a été renversée par une voiture alors qu’elle traversait la rue. Dans son numéro de décembre 2009, le magazine Eesti Loodus (Natura estone), annonçant sa mort, lui consacre un article commémoratif.

Elle était une personne extrêmement modeste et elle a travaillé toute sa vie comme assistante de laboratoire, bien que pour ses connaissances, elle mérite un diplôme universitaire. Elle a mené d’innombrables expéditions des pays baltes vers l’Extrême-Orient russe, où elle a recueilli de nombreux échantillons de champignons qui, maintenant séchés, sont conservés dans la bibliothèque de l’Université estonienne des sciences. L’un de ses grands mérites a été la création d’une base de données des champignons de mélèze, champignons qui poussent précisément sous les mélèzes, avec lesquels ils vivent en symbiose, avec toutes les données de leur présence, habitat, phénologie, phases et temps de développement. En plus de ce qui a été publié, notre biologiste a apporté une contribution inestimable au développement de la mycologie estonienne, notamment à travers le travail quotidien qu’elle a effectué en accompagnant l’activité de nombreux collègues. Elle a collaboré avec Erast Parmasto, directeur de l’Institut estonien de zoologie et de botanique et professeur de botanique et d’écologie à l’Université de Tartu, pour la création de la base de données des espèces de champignons en Estonie. Avec Elmar Emil Leppik, un autre mycologue estonien, elle a contribué à la constitution d’un herbier mycologique à l’Université de Tartu. Elle a également été co-auteur d’une étude sur les champignons du Caucasus National Wildlife Refuge (Réserve naturelle nationale du Caucase). Elle a publié une trentaine d’articles scientifiques. Son dernier article était une étude sur l’agaric muscario (Amanita muscaria), récemment publiée dans la revue Folia Cryptogamica Estonica. Le nom de ce champignon, "muscaire", vient de "mouche", car les insectes sont attirés par les chapeaux du champignon et restent immobiles. Tant et si bien que le champignon est également connu sous le nom de "amanita killer mouches". Jusqu’à récemment, dans différentes régions d’Italie, ses chapeaux étaient placés sur les rebords de fenêtres et utilisés comme insecticide. Les mouches "victimes" de l’agaric muscaire semblent mortes, en réalité, si elles se laissent où elles sont, après un certain temps, elles reprennent vie et s’envolent : les mouches ne meurent donc pas au contact du champignon, mais tombent dans un état léthargique. Une autre étude de Mall a porté sur Heterobasidion annosum, un champignon qui provoque la putréfaction des racines et des extrémités des conifères, infecte les souches de pin fraîchement coupées, puis se propage dans les racines. Il commence par le sol, et passe ensuite par les racines des arbres voisins, pour ensuite les tuer. Toutefois, si la surface de la souche est inoculée avec l’oïdie du champignon Phleviopsis gigantea (Peniophora), un type de spore fongique, immédiatement après l’abattage de l’arbre, cette opération réduit ou annule la pathogénicité de l’Heterobasidion dans la souche, en protégeant les arbres voisins.

Mall a également organisé plusieurs camps internationaux, de printemps et d’automne, de la Mycological Society of the Estonian Society of Naturalists, des événements conjoints avec des mycologues baltes et finlandais. Pendant des décennies, elle a participé à des stages de mycologie en guidant les étudiants et les étudiantes de l’Université de Tartu : elle organisait des promenades dans les bois où l’on cueillait des champignons, qui servaient ensuite à organiser des expositions. Elle savait bien quels types de champignons étaient nés dans certaines régions du pays : par exemple, les fenouils sont plus fréquents dans le sud-est de l’Estonie, où les forêts regorgent de champignons comestibles; tandis que le cappuccino rougeâtre (Lactarius rufus) se trouve dans le parc national de Lahemaa, une zone naturelle protégée située dans le nord de l’Estonie. Dans le comté de Raplamaa, à l’ouest, l’espèce la plus fréquente est le champignon du miel, Armillaria mellea. Les forêts présentant le spectre d’espèces le plus varié se trouvent toutefois sur deux îles estoniennes de la mer Baltique, Saaremaa et Hiiumaa. Mall nous a appris qu’en Estonie, il n’y a pas un mètre carré de sol sans champignons, à moins qu’il ne soit complètement stérile. Même après un incendie, il y a des champignons dans le sol et il reste du mycélium fongique. Le sable du rivage peut être exempt de champignons car il est lavé par l’eau, mais ici aussi, il y a des champignons aqueux dans la mer. Ses études ont été publiées dans des revues, telles que Eesti Loodus, où elle a présenté avec enthousiasme le sujet des champignons, et Folia Cryptogamica Estonica, et ont également fait l’objet d’une publicité par différents moyens de communication. En Italie, en septembre 1997, elle a participé à une réunion européenne pour la conservation des champignons à Vipiteno et elle a publié son étude en février 1998, publiée par l’Université de Sienne.

Grâce à son expérience exceptionnelle sur la comestibilité et la toxicité des champignons, Mall a réalisé un travail intense de conseil dans les écoles, les centres communautaires et ailleurs. Chaque saison des champignons, surtout en automne, elle recevait de nombreux appels téléphoniques de journalistes, de lettres et de paniers de champignons avec des demandes de définitions et d’explications, et elle répondait à tous avec courtoisie et amabilité. Son travail de vulgarisation a contribué à prévenir l’empoisonnement aux champignons, un triste phénomène assez fréquent pour ceux qui s’aventurent dans les bois sans connaissance adéquate. Quiconque l’a connue, se souvient de sa cordialité infinie, de sa disponibilité et de sa joie contagieuse. Sa contribution à la mycologie estonienne est inestimable Et certainement en raison de ses connaissances et de son désir de communiquer Mall, elle peut être appelé un pilier de la mycologie estonienne.

 

Traduzione inglese
Stefania Sorrentino

Mall Vaasma (February 22, 1945 - December 4, 2009) was a leading figure in the field of mycology in Estonia. She graduated from Põltsamaa secondary school in 1963, and worked as a Russian language teacher at the Päinurme elementary school. Between 1967 and 1969 she experimented with mushroom cultivation at the Ministry of Food. In 1969 she enrolled at the University of Tartu and in 1974 she graduated in Botany and Ecology, with a specialization in Mycology; a year before graduating she joined the Estonian Institute of Zoology and Botany of the Academy of Sciences (the former Estonian agricultural university, founded in 1951 and renovated and renamed in November 2005 Estonian University of Life Sciences, Eesti Maaülikool, EMÜ), based in Tartu, where she remained working for the rest of her life. She was a senior laboratory assistant for the Department of Mycology; since 2008 she also worked at the Museum of Natural History of the University of Tartu until her death, which occurred tragically in 2009: she was hit by a car while she was crossing the road. In the December 2009 issue the magazine Eesti Loodus (Estonian Nature), announcing her death, dedicated a commemorative article to her.She was an extremely modest person, and she has worked all her life as a laboratory assistant, even though she would have earned an academic degree because of her knowledge. She has led countless expeditions from the Baltic countries to the Russian Far East, where she has collected numerous samples of mushrooms which are now preserved dried in the library of the Estonian University of Sciences. A great merit of her was the creation of a database of larch mushrooms, mushrooms that grow under the larches, with which they live in symbiosis. The database is comprehensive of all the data of their presence, habitat, phenology, stages and times of development. In addition to what has been published, our biologist has made an invaluable contribution to the development of Estonian mycology also through the daily work that she has carried out alongside the work of many colleagues. She collaborated with Erast Parmasto, director of the Estonian Institute of Zoology and Botany and Professor of Botany and Ecology at the University of Tartu, to create the database of mushroom species in Estonia. With Elmar Emil Leppik, another Estonian mycologist, she helped set up a mycological herbarium at the University of Tartu. She was also co-author of a study on mushrooms from the Caucasus National Wildlife Refuge. She published nearly thirty scientific articles. Her last article was a study on muscarium agaric (Amanita muscaria), recently published in the journal Folia Cryptogamica Estonica. The name of this mushroom, “muscario”, derives from “fly”, as these insects are attracted to the mushroom's hats and remain dry. In fact, this mushroom is also known as "fly kill amanita". Until recently, in various Italian regions, its hats were placed on window sills and used as an insecticide. The flies "victims" of the agaric fly seem dead, in reality, if they are left where they are, after some time they come back to life and fly away: the flies therefore do not die in contact with the fungus, but fall into a lethargic state. Another Mall study involved heterobasidion annosum, a fungus that causes root and end rot in conifers, infects freshly cut pine stumps and then spreads into the roots. It then spreads through the soil into the roots of nearby trees, which it kills. However, if the surface of the stump is inoculated with oidia of the fungus Phleviopsis gigantea (Peniophora), a type of fungal spore, immediately after the tree has been cut down, this operation reduces or cancels the pathogenicity of heterobasidion in the strain, thus protecting the nearby trees.

Mall has also organized several international spring and autumn camps of the Mycological Society of the Estonian Society of Naturalists, joint events with Baltic and Finnish mycologists. For decades she participated in mycology internships guiding students of the University of Tartu: she organized walks in the woods during which mushrooms were collected and then used to set up exhibitions. She knew very well what types of mushrooms were born in certain regions of Estonia: for example, chanterelles are more common in south-eastern Estonia, where edible mushrooms abound in the forests; while the reddish capuchin (Lactarius rufus) is found in the Lahemaa National Park, a protected natural area located in northern Estonia. In the county of Raplamaa, located in the western part of the country, however, the most frequent species is the honey fungus, Armillaria mellea. However, the forests with the most diverse species spectrum are on two Estonian Baltic islands, Saaremaa and Hiiumaa. Mall taught us that in Estonia there is not a square meter of land without mushrooms, unless it is completely sterile. Even after a fire there are fungi in the soil and the fungal mycelium remains. The sand of the seashore may be free of fungus because it is washed by seawater, but even here there are watery fungi in the sea. Her studies of mushrooms have been published in magazines, such as Eesti Loodus, where she enthusiastically introduced this topic, and Folia Cryptogamica Estonica, and also advertised through various media channels. In Italy, in September 1997 she participated in a European meeting for the conservation of mushrooms in Vipiteno, and a study was published in February 1998 by the University of Siena.

Thanks to her exceptional experience in the edibility and toxicity of mushrooms, Mall has carried out an intense consultancy work, in schools, community centers and elsewhere. Every mushroom season, especially in autumn, she would receive many phone calls from journalists, letters and baskets of mushrooms with requests for definitions and explanations, and she would respond to all of them with courtesy and affability. Her dissemination helped to prevent the sad phenomenon, which is quite frequent for those who venture into the woods without adequate knowledge, of mushroom poisoning. Anyone who has known her remembers her infinite cordiality, availability and contagious joy. Her contribution to Estonian mycology is invaluable. And thanks to her knowledge and desire of spreading this, Mall can certainly be defined as a pillar of Estonian mycology.

 

Traduzione spagnola
Federica Agosta

Mall Vaasma (22 de febrero de 1945 – 4 de diciembre de 2009) fue una personalidad de relieve en el ámbito de la micología en Estonia. Tras su diploma en la secundaria de Põltsamaa en 1963, Mall trabajó como maestra de ruso en la escuela primaria de Päinurme hasta 1966 y entre 1967 y 1969 empezó su interés por la cultivación de hongos en la base experimental del Ministerio de la Alimentación. En 1969 se matriculó en la Universidad de Tartu y en 1974 se graduó en Botánica y Ecología, con una especialización en Micología; ya un año antes de su licenciatura había ingresado en el Instituto Estonio de Zoología y Botánica de la Academia de Ciencias (anteriormente, Universidad Agraria estonia, fundada en 1951 y rebautizada y reestructurada en noviembre de 2005 como Universidad estonia de Ciencias de la vida, Eesti Maaülikool, EMÜ), con sede en Tartu, donde trabajó durante toda su vida. Fue asistente sénior de laboratorio para el Departamento de Micología; en 2008 también empezó a trabajar en el Museo de Historia Natural de la Universidad de Tartu hasta su muerte, ocurrida trágicamente en 2009: fue atropellada por un coche mientras estaba cruzando la calle. En el número de diciembre de 2009 la revista Eesti Loodus (Naturaleza estonia), anunciando su muerte, le dedicó un artículo conmemorativo.

Era una persona increíblemente modesta y trabajó durante toda su vida como asistente de laboratorio, aunque por sus conocimientos habría merecído un título académico. Llevó a cabo innumerables expediciones desde los países Bálticos hasta el extremo oriente ruso, donde recogió numerosas muestras de hongos que ahora, desecadas, se conservan en la biblioteca de Ciencias de la Universidad estonia . Un gran mérito suyo fue la realización de una base de datos de los hongos de alerce, hongos que justamente crecen bajo los alerces, con los cuales viven en simbiosis; una base de datos completa de todo lo relacionado con su presencia, el hábitat, la fenología, las fases y tiempo de desarrollo. Además de lo publicado, nuestra bióloga prestó una inestimable contribución al desarrollo de la micología estonia también por medio de una actividad cotidiana/que llevó a cabo ayudando a diferentes colegas. Colaboró con Erast Parmasto, director del Instituto estonio de Zoología y Botánica y profesor de Botánica y Ecología en la Universidad de Tartu, para la creación de la base de datos de las especies de hongos en Estonia. Con Elmar Emil Leppik, otro micólogo estonio, contribuyó a la creación de un herbario micológico en la Universidad de Tartu. Fue también coautora de un estudio acerca de los hongos de la Reserva natural nacional del Cáucaso. Publicó aproximadamente treinta artículos científicos. Su último artículo fue un estudio acerca del agárico muscario (Amanita muscaria), recientemente publicado en la revista Folia Cryptogamica Estonica. El nombre este hongo, “muscario” procede de “mosca” en cuanto los insectos se ven atraídos por los sombreros de los hongos y mueren en el acto. Tanto es así que este hongo se conoce también como “amanita matamoscas”. Hasta hace poco en algunas regiones italianas sus sombreros se colocaban en los alfeizares de las ventanas y se utilizaban como insecticida. Las moscas “víctimas” del agárico muscario parecen muertas pero en realidad, si se dejan donde están, poco después, recobran vida y vuelan lejos: las moscas, por lo tanto, no mueren en contacto con el hongo, sino que caen en un estado létargico. Otro estudio de Mall se refería al Heterobasidion annosum, un hongo que causa la putrefacción de las raíces y de las extremidades de las coníferas, infecta las cepas de los pinos recién cortados y luego se extiende a todas las raíces. A través del terreno, luego se difunde por las raíces de los árboles cercanos, que mata. Si la superficie del tocón se inocula con el oídio del hongo Phleviopsis gigantea (Peniophora), un tipo de espora micótica, inmediatamente después de la tala del árbol, dicha operación reduce o anula la patogenicidad del Heterobasidion en la cepa, protegiendo así los árboles cercanos.

Mall organizó también algunos campos internacionales, primaveriles y otoñales, de la Mycological Society of the Estonian Society of Naturalists, eventos conjuntos con micólogos bálticos y finlandeses. Durante décadas tomó parte en estancias de micología guiando a los y a las estudiantes de la Universidad de Tartu: organizaba paseos por los bosques durante los cuales se recolectaban los hongos que luego servían para montar exposiciones. Conocía bien los tipos de hongos que nacían en determinadas regiones del país: por ejemplo, los rebozuelos son más comunes en la Estonia suroriental, cuyas forestas abundan en setas comestibles; mientras que el lactario rojizo (Lactarius rufus) se encuentra en el parque nacional de Lahemaa, una reserva natural protegida ubicada en la Estonia del norte. En el condado de Raplamaa, en la parte occidental, en cambio, la especie más frecuente es el hongo de la miel, Armillaria mellea. Sin embargo, los bosques con un amplio espectro de especies están en dos islas estonias del Mar Báltico, Saaremaa y Hiiumaa. Mall nos enseñó que en Estonia no existe un metro cuadrado de terreno sin hongos, a no ser que no sea completamente estéril. También tras un incendio hay hongos en el terreno y permanece el micelio micótico. La arena de la orilla del mar puede carecer de hongos porque se ve lavada por el agua, pero ahí también hay hongos marinos. Sus estudios fueron publicados en revistas –como Eesti Loodus, donde introdujo el tema de los hongos con entuasiasmo, y Folia Cryptogamica Estonica–, y divulgados a través de varios medios de comunicación. En Italia, en septiembre de 1997, tomo parté en un encuentro europeo para la conservación de los hongos en Vipiteno y en febrero de 1998 la Universidad de Siena publicó un estudio suyo.

Gracias a su excepcional experiencia con respecto a la comestibilidad y toxicidad de los hongos, Mall llevó a cabo una intensa actividad de información en las escuelas, en los municipios y otros lugares. Durante cada estación de los hongos, especialmente en otoño, recibía muchas llamadas de periodistas, cartas y cestas de hongos con dudas en busca de definiciones y explicaciones, y contestaba a todo el mundo con cortesía y amabilidad. Su obra de divulgación ayudó a prevenir intoxicaciones por hongos, triste fenómeno bastante frecuente para las personas que se aventuran por los bosques sin un adecuado conocimiento. Quienquiera que la haya conocido la recuerda por su infinita cordialidad, amabilidad y alegría contagiosa. Su contribución a la micología estonia es inestimable. Por sus conocimientos y por su deseo de divulgarlos, sin duda podemos considerar a Mall un pilar de la micología estonia.

 

Katia Krafft
Linda Zennaro



Giulia Canetto

 

Catherine nasce a Soultz-Haut-Rhin, in Alsazia, il 17 aprile del 1942. La madre Madeleine, maestra, e il padre Charles, operaio, scelgono per lei e il suo temperamento di fuoco una prima formazione cattolica. A quindici anni, grazie al carattere risoluto, vince il concorso per l’École normale supérieure di Parigi e intraprende poi gli studi universitari in fisica e geochimica presso l’Università di Strasburgo. Nel 1966, in una pausa dalle lezioni del vulcanologo Haroun Tazieff, incontra su una panchina dell’università Maurice Krafft, studente di geologia di quattro anni più giovane, con cui fonda due anni più tardi il Centre de Volcanologie di Cernay (Alsazia).

Per i suoi lavori di vulcanologia, nel 1969 Katia riceve il Premio della Vocazione. L’anno seguente sposa Maurice – che sarà suo compagno di vita e di celebre morte – e parte con lui in luna di miele per l’isola vulcanica di Santorini. Da qui è un’avventura senza fine: ricercatori indipendenti dalle comunità scientifiche, passano gli anni inseguendo e scoprendo siti eruttivi nei cinque continenti, dove spesso arrivano per primi – da qui la fama di vulcanologi “più veloci del mondo”. Nel 1971 pubblicano Volcans et tremblements de terre, il primo di una ventina di libri di divulgazione scientifica.

Zelanti, brillanti ed eterni studenti, collezionano arte e letteratura riguardo ai vulcani. Inizialmente vengono screditati dalla comunità scientifica francese per tanta audace autonomia – dopo una spigolosa esperienza sull’Etna assieme al loro docente comune optano per rimanere indipendenti dai percorsi accademici – e nel 1975 ricevono il Premio de la Société de Géographie de Paris; nello stesso anno il presidente della repubblica Valéry Giscard d'Estaing gli conferisce il Premio dell’Esplorazione. I “Volcano devils”, generosi e temerari divulgatori, sono i pionieri indiscussi nella pratica di documentare i vulcani a distanza ravvicinata, forse «too closed», come racconta Werner Herzog nel suo documentario Dentro l’Inferno (2016). A loro si deve un ineguagliabile patrimonio audiovisivo sui vulcani – 300 mila diapositive e 800 bobine di video – conservato dal Centre Regional de l’Image di Nancy. Partecipano a numerosissime conferenze e trasmissioni radio-televisive – tra cui puntate della BBC – e nel 1988 a Kagoshima si inaugura la mostra L’Homme face aux volcans, che l’anno seguente sarà riproposta a Fontainebleau. La passione per l’incandescente materia di studio è accesa di poesia romantica e cieca attrazione al sublime. «è un’avventura perpetua. Prima si mette la tenda, ma il suolo è caldo, vediamo del rosso nelle fessure e vuol dire che è in fusione. Gli sbuffi di gas mangiano la tenda, mangiano anche un po’ di polmoni e la tenda è presto ridotta in brandelli. Tutto trema di continuo: si ha l’impressione di dormire sul dorso di un gigantesco dragone che s’agita, è davvero qualcosa di esaltante. E la sera al posto di un volgare tramonto, noi andiamo a vedere la lava scoppiettare: è come assistere alla Genesi, vedere l’inizio del mondo crearsi». All’età di 25 anni la coppia ha assistito a più di centocinquanta eruzioni, che Katia fotografa e Maurice riprende per finanziare le loro bollenti ricerche.

L’operare visionario e disobbediente – come il cuore della scienza, direbbe Carlo Rovelli – incoraggia gli studi di geologia in Francia e aiuta a volgarizzare la teoria della tettonica delle placche. Nel 1990 producono per Unesco e IAVCEI (International Association of Volcanology and Chemistry of the Earth's Interior) il video Understandig Volcanoes Hazards – 25 minuti di immagini mozzafiato riguardo i sette tipi di eventi vulcanici imprevisti: nubi ardenti, flussi piroclastici, colate di fango, frane, tsunami vulcanici, colate di lava e gas vulcanici. Il loro lavoro non è solo scienza, ma una missione civile per il futuro della specie. Osservare, capire e registrare le attività dei vulcani è infatti fondamentale per prevenire ed evitare potenziali catastrofi. Possiamo citare un caso emblematico in cui l’operare di Katia e Maurice è stato determinante per la storia della civiltà umana: nel giugno del 1991, grazie alla campagna di diffusione locale del recente film sui rischi vulcanici, le autorità filippine trovarono immediata risposta della popolazione nell’evacuare l’isola di Luçon, salvando così circa 20 mila vite dal risveglio improvviso del vulcano Pinatumbo: fu la seconda maggiore eruzione del secolo scorso e la prima a livello d’impatto in un’area densamente popolata.

 Ma questo incommensurabile merito Katia e Maurice non fecero in tempo a conoscerlo. Solo pochi giorni prima la coppia si trova sull’isola di Kyushu, in Giappone, assieme al ricercatore californiano Herry Glicken, per filmare un’eruzione del monte Unzen ed ultimare un altro video-documentario. Secondo un mito giapponese, le eruzioni vulcaniche ed i terremoti sono provocati dall’agitarsi di un grande pesce-gatto, di norma bloccato dagli dei negli abissi per mezzo di una grande roccia. Quel giorno – è il 3 giugno del 1991 – il pesce è riuscito a scappare. «Who knows when the gods that we can’t see will take there vacation?» scrive John Calderazzo in un commovente saggio sugli ultimi istanti dei nostri diavoli francesi. Una colata piroclastica d’enorme e imprevista entità appare in diretta nelle televisioni giapponesi, ma la camera è troppo vicina per poterla inquadrare tutta. Ottocentoquarantasette persone perdono la vita. Katia e Maurice perdono il loro terreno alle Hawaii ai piedi del monte Kileaua, anche detto “vulcano drive-in”, dove sognavano di costruire una casa-museo da cui vedere eruzioni in poltrona. I loro nomi, con quello di Herry e di tutte le celebri morti in ambito vulcanico, appaiono nel Bollettino di Vulcanologia, il giornale ufficiale dell’IAVCEI. L’università Hawaiana di Hilo apre un fondo a loro nome per finanziare l’International Training Program, che si occupa di sviluppare l’autosufficienza nel monitoraggio di vulcani a studenti e ricercatori stranieri. Si può contribuire alla causa comperando un ritratto che Katia fa a Pele, la dea hawaiana dei vulcani, scattata nel 1984 durante l’eruzione del Mauna Loa (questo il link per l’acquisto del poster: https://hilo.hawaii.edu/csav/krafft.php. Nel 2002 a Saint-Ours-les-Roches, in Alvernia, apre Vulcania, il sogno europeo di Katia e Maurice: un parco dei divertimenti e museo interamente dedicato ai vulcani. Sono esposti in mostra permanente molti frammenti minerali raccolti da loro in persona. Il resto della collezione Krafft è stata spartita tra il Muséum d’Histoire Naturelle de Paris e l’associazione Images et Volcans.

La maggior parte delle fotografie di Katia che si trovano su internet la mostrano in cima a un vulcano, con le gote arrossate che arrampica o posa al fianco di Maurice, entrambi col capo coperto da un iconico ed esuberante berretto scarlatto; contrasto che scuote teneramente le viscere – l’estetica sembra d’un film di Wes Anderson, dove l’amore è «tutto tenerezza è finali agrodolci»: su un fondo marrone di terra e rosso di lava sorridono in camera i due innamorati.

 

Traduzione francese

 

Catherine naît à Soultz-Haut-Rhin, en Alsace, le 17 avril 1942. Sa mère Madeleine, institutrice, et son père Charles, ouvrier, choisit une première éducation catholique pour elle et son tempérament fougueux. À l'âge de quinze ans, grâce à son caractère résolu, elle remporte le concours de l'École normale supérieure de Paris et poursuit des études de physique et de géochimie à l'université de Strasbourg. En 1966, lors d'une pause dans les conférences du volcanologue Haroun Tazieff, elle rencontre sur un banc de l'université Maurice Krafft, étudiant en géologie de quatre ans son cadet, et fonde avec lui, deux ans plus tard, le Centre de Volcanologie de Cernay (Alsace).

Pour ses travaux en volcanologie, Katia reçoit le prix de la Vocation en 1969. L'année suivante, elle épouse Maurice - qui sera son partenaire dans la vie et dans leur mort célèbre - et part avec lui en lune de miel sur l'île volcanique de Santorin. À partir de là, c'est une aventure sans fin : chercheurs indépendants de la communauté scientifique, ils passent des années à traquer et à découvrir des sites éruptifs sur les cinq continents, où ils arrivent souvent les premiers - d'où leur réputation de volcanologues “ les plus rapides du monde". En 1971, ils ont publié Volcans et tremblements de terre, le premier d'une vingtaine de livres de vulgarisation scientifique.

Éternels étudiants zélés et brillants, ils collectionnent l'art et la littérature sur les volcans. D'abord discrédités par la communauté scientifique française pour leur audacieuse grande autonomie - après une expérience mouvementée sur l'Etna avec leur professeur commun, ils ont choisi de rester indépendants des parcours académiques - ils ont reçu le Prix de la Société de Géographie de Paris en 1975 ; la même année, le Président de la République Valéry Giscard d'Estaing leur a remis le Prix de l'Exploration. Les “Volcano devils ”, diffuseurs généreux et audacieux, sont les pionniers incontestés de la pratique consistant à documenter les volcans de près, peut-être “too closed ”, comme le raconte Werner Herzog dans son documentaire Dentro l'Inferno (2016). Ils sont à l'origine d'un patrimoine audiovisuel inégalé sur les volcans - 300 000 diapositives et 800 bobines de vidéo - conservé par le Centre régional de l'image à Nancy. Ils participent à de nombreuses conférences et émissions de radio et de télévision - dont des épisodes sur la BBC - et en 1988, l'exposition L'Homme face aux volcans a été inaugurée à Kagoshima, pour être reprise l'année suivante à Fontainebleau. La passion pour l’incandescente matière d’études est avivée par la poésie romantique et une attirance aveugle pour le sublime. «C'est une aventure perpétuelle. Nous montons d'abord la tente, mais le sol est chaud, nous voyons du rouge dans les fissures et cela signifie qu'il est en train de fondre. Les bouffées de gaz rongent la tente, rongent même un peu les poumons et la tente est bientôt en lambeaux. Tout tremble en permanence: on a l'impression de dormir sur le dos d'un gigantesque dragon qui s’agite, ce qui est vraiment très excitant. Et le soir, au lieu d'un vulgaire coucher de soleil, nous allons voir la lave crépiter : c'est comme assister à la Genèse, voir le début du monde se créer». À l'âge de 25 ans, le couple avait assisté à plus de 150 éruptions, que Katia photographie et Maurice filme pour financer leurs recherches sur la chaleur.

Leur travail visionnaire et désobéissant - comme le cœur de la science, dirait Carlo Rovelli - encourage l'étude de la géologie en France et contribue à vulgariser la théorie de la tectonique des plaques. En 1990, ils ont produit pour l'Unesco et l'IAVCEI (International Association of Volcanology and Chemistry of the Earth's Interior) la vidéo Understandig Volcanoes Hazards - 25 minutes d'images à couper le souffle sur les sept types d'événements volcaniques inattendus : nuées ardentes, coulées pyroclastiques, coulées de boue, glissements de terrain, tsunamis volcaniques, coulées de lave et gaz volcaniques. Leur travail n'est pas seulement de la science, mais une mission civile pour l'avenir de l'espèce. L'observation, la compréhension et l'enregistrement des activités des volcans sont essentiels pour prévenir et éviter les catastrophes potentielles. Nous pouvons citer un cas emblématique dans lequel le travail de Katia et Maurice a été décisif pour l'histoire de la civilisation humaine: en juin 1991, grâce à la campagne de diffusion locale du récent film sur les risques volcaniques, les autorités philippines ont trouvé une réponse immédiate de la population en évacuant l'île de Luçon, sauvant ainsi environ 20 000 vies du réveil soudain du volcan Pinatumbo : il s'agissait de la deuxième plus grande éruption du siècle dernier et de la première en termes d'impact dans une zone densément peuplée.

Mais cet incommensurable mérite, Katia et Maurice n'ont pas eu le temps de le connaître. Quelques jours auparavant, le couple se trouvait sur l'île de Kyushu, au Japon, avec le chercheur californien Herry Glicken, pour filmer une éruption du mont Unzen et réaliser un autre documentaire vidéo. Selon un mythe japonais, les éruptions volcaniques et les tremblements de terre sont provoqués par le battement d'un grand poisson-chat, qui est généralement bloqué par les dieux dans les profondeurs par un gros rocher. Ce jour-là - le 3 juin 1991 - le poisson-chat a réussi à s'échapper. "Who knows when the gods that we can’t see will take there vacation?" écrit John Calderazzo dans un essai émouvant sur les derniers moments de nos diables français. Un flux pyroclastique d'une magnitude énorme et imprévue apparaît en direct à la télévision japonaise, mais la caméra est trop proche pour tout cadrer. Huit cent quarante-sept personnes perdent la vie. Katia et Maurice perdent leur terrain à Hawaï, au pied du Mont Kileaua, aussi appelé “Volcan drive-in” où ils rêvaient de construire une maison-musée d'où on aurait pu assister aux éruptions en fauteuil. Leurs noms, ainsi que celui de Herry et de tous les autres décès volcaniques célèbres, apparaissent dans le Bulletin de volcanologie, le journal officiel de l'IAVCEI. L'université hawaïenne de Hilo a ouvert un fonds à leur nom pour financer le l’International Training Program, qui vise à développer l'autosuffisance en matière de surveillance des volcans pour les étudiants et chercheurs étrangers. Vous pouvez contribuer à la cause en achetant un portrait que Katia a pris de Pelé, la déesse hawaïenne des volcans, en 1984 lors de l'éruption du Mauna Loa (voici le lien pour acheter le poster: https://hilo.hawaii.edu/csav/krafft.php). En 2002, Vulcania, le rêve européen de Katia et Maurice, a ouvert à Saint-Ours-les-Roches, en Auvergne: un parc d'attractions et un musée entièrement consacrés aux volcans. De nombreux fragments de minéraux qu'ils ont collectés en personne y sont exposés. Le reste de la collection Krafft a été réparti entre le Muséum d'Histoire Naturelle de Paris et l'association Images et Volcans.

La plupart des photos de Katia trouvées sur Internet la montrent au sommet d'un volcan, les joues rougies alors qu'elle grimpe ou pose aux côtés de Maurice, tous deux la tête couverte d'un iconique et exubérant bonnet écarlate ; un contraste qui secoue tendrement les entrailles - l'esthétique semble provenir d'un film de Wes Anderson, où l'amour est “ toute tendresse est finales aigres-douces“ : sur un fond de terre brune et de lave rouge, les deux amoureux sourient à l'appareil photo.

 

Traduzione inglese

Catherine was born in Soultz-Haut-Rhin, Alsace, on April 17, 1942. Her mother Madeleine, a teacher, and her father Charles, a worker, chose, for her and her fiery temperament, an early Catholic education. At fifteen, thanks to her resolute character, she won the competition for the École norma supérieure in Paris and then began university studies in physics and geochemistry at the University of Strasbourg. In 1966, during a break from the lessons of the volcanologist Haroun Tazieff, she met Maurice Krafft, a geology student four years younger than herself, on a university bench, with whom she founded the Center de Volcanologie in Cernay, Alsace two years later.

After marrying Maurice in 1970, she was known as Katia Krafft, and Maurice became her partner in life, and also in their famous death. They celebrated their honeymoon on the volcanic island of Santorini. From there on it was an endless adventure. As researchers independent from the scientific communities, they spent years chasing and discovering eruptive sites on the five continents, where they often arrived first – becoming known as "the fastest volcanologists in the world.” In 1971 they published Volcans et tremblements de terre, the first of some twenty popular science books.

Zealous, brilliant, and inexhaustible students, they collected art and literature about volcanoes. Initially they were not accepted by the French scientific community because of their audacious autonomy - after a harsh experience on Etna together with their common teacher they opted to remain independent from academia – yet in 1975 they received the Premio de la Société de Géographie de Paris, and in the same year the President of the Republic Valéry Giscard d'Estaing conferred on them the Exploration Award. The "Volcano Devils", generous and reckless popularizers, became the undisputed pioneers in the practice of documenting volcanoes at close range, perhaps "too close", as said by Werner Herzog in his documentary Inside Hell (2016). They were responsible for an unparalleled audiovisual heritage on volcanoes - 300,000 slides and 800 reels of video - preserved by the Center Regional de l’Image in Nancy. They participated in numerous conferences and radio and television broadcasts - including episodes on the BBC - and in 1988 the exhibition L’Homme face aux volcans was inaugurated in Kagoshima, which the following year was re-presented in Fontainebleau. Their passion for this incandescent subject of study is illuminated by romantic poetry and a deep attraction to the sublime. "It is a perpetual adventure. First the tent is put up, but the ground is hot, we see from some red in the cracks that it is melting. The puffs of gas buffet the tent, they also eat some at our lungs and the tent is soon torn to shreds. Everything trembles constantly - you have the impression of sleeping on the back of a giant, stirring dragon. It’s really something thrilling. And in the evening instead of an ordinary sunset, we see the lava crackling. It‘s like witnessing Genesis, seeing the beginning of the world being created ." During their 25 years together, the couple witnessed more than one hundred and fifty eruptions, which Katia and Maurice photographed and filmed as a way to finance their research.

Their “visionary and disobedient” work - like the heart of science, Carlo Rovelli would say - encouraged the study of geology in France and helped to popularize the theory of plate tectonics. In 1990 they produced for UNESCO and IAVCEI (International Association of Volcanology and Chemistry of the Earth's Interior) the video Understanding Volcanoes Hazards - 25 minutes of breathtaking images of the seven types of unexpected volcanic events: burning clouds, pyroclastic flows, mudslides, landslides, volcanic tsunamis, eruptions of lava and volcanic gases. Their work was not just science, but a civic undertaking for the future of the species. Observing, understanding and recording the activities of volcanoes is essential to anticipating and avoiding potential catastrophes. We can cite an emblematic case in which the work of Katia and Maurice was decisive for the history of human civilization. In June 1991, thanks to a campaign of local diffusion of their recent film on volcanic hazards, the Philippine authorities were able to get an immediate response from the population. in evacuating areas of the island of Luzon, thus saving some 20,000 lives from the sudden awakening of the Pinatubo volcano. It was its second major eruption of the last century, and the most dangerous in terms of potential impact on a densely populated area.

But Katia and Maurice did not have a chance to learn of this great accomplishment. Just a few days earlier, the couple was on the island of Kyushu, Japan, together with the Californian researcher Herry Glicken, to film an eruption of Mount Unzen and complete another video-documentary. According to a Japanese myth, volcanic eruptions and earthquakes are caused by the agitation of a large catfish, usually blocked by the gods in an abyss by means of a large rock. That day - June 3, 1991 - the fish managed to escape. "Who knows when the gods that we can't see will take their vacation?" John Calderazzo writes in a moving essay on the last moments of our French devils. A pyroclastic flow of enormous and unexpected volume appeared live on Japanese televisions, but the camera was too close to be able to frame it all. Eight hundred forty-seven people lost their lives, together with Katia and Maurice. Katia and Maurice were never able complete their dream of building a “home/museum” on their property in Hawaii at the foot of Mount Kileaua, also known as the “volcano drive-in”, from which they hoped to see eruptions from their armchairs. Their names, along with that of Herry and all the famous volcanic deaths, appear in the Bulletin of Volcanology, the official journal of the IAVCEI. The University of Hawaii, Hilo created a fund in their name to finance its International Training Program, which aims to develop self-sufficiency in monitoring volcanoes for foreign students and researchers. You can contribute to the cause by buying a portrait that Katia made of Pele, the Hawaiian goddess of volcanoes, in the form of a photo taken in 1984 during the eruption of Mauna Loa (this is the link to purchase the poster: https://hilo.hawaii.edu /csav/krafft.php). In 2002 in Saint-Ours-les-Roches, in Auvergne, Vulcania, the European dream of Katia and Maurice, opened. It is an amusement park and museum entirely dedicated to volcanoes. Many mineral fragments collected by them in person are on permanent display. The rest of the Krafft collection was divided between the Muséum d’Histoire Naturelle de Paris and the Images et Volcans association. 

Most of the photographs of Katia found on the internet show her, red-cheeked, on top of a volcano, climbing, or posing next to Maurice, both with their heads covered in iconic and exuberant scarlet caps. The images are deeply touching - the aesthetics seem like a Wes Anderson film, where love is "all tenderness and bittersweet endings" - the two lovers sweetly smiling at the camera, with brown earth and red lava in the background.

 

Traduzione spagnola
Federica Agosta

 

Catherine nace en Soultz-Haut-Rhin, en Alsacia, el 17 de abril de 1942. Su madre Madeleine, maestra, y su padre Charles, obrero, eligen para su hija una primera formación católica, debido a su carácter impetuoso. A los quince años, gracias a su determinación, gana el concurso para la École normale supérieure de París; más tarde emprende los estudios universitarios en física y geoquímica en la Universidad de Estrasburgo. En 1966, durante una pausa de las clases del vulcanólogo Haroun Tazieff, en un banco de la universidad, conoce a Maurice Krafft, estudiante de geología cuatro años más joven, con el cual dos años más tarde funda el Centre de Volcanologie de Cernay (Alsacia).

Por sus obras acerca de la vulcanología, en 1969 Catherine recibe el Premio de la Vocación. El año siguiente se casa con Maurice – que será su compañero de vida y de célebre muerte– y van de luna de miel a la isla volcánica de Santorini. A partir de ahí, más conocida como Katia Krafft, todo se convierte para ella y su esposo en una aventura sin fin: investigadores independientes con respecto a las comunidades científicas, pasan el tiempo buscando y descubriendo sitios eruptivos por los cinco continentes, donde a menudo llegan antes que nadie– de ahí la fama de ser los vulcanólogos “más rápidos del mundo”. En 1971 publican Volcans et tremblements de terre, el primero de una veintena de libros de divulgación científica.

Rigurosos, brillantes y eternos estudiantes, coleccionan arte y literatura acerca de los volcanes. Al comienzo se ven desacreditados por la comunidad científica francesa por tanta audaz autonomía –tras una complicada experiencia en el Etna junto a su docente común optan por permanecer independientes con respecto a las formaciones académicas– y en 1975 reciben el Premio de la Société de Géographie de Paris; ese mismo año el Presidente de la República Valéry Giscard d'Estaing les otorga el Premio de la Exploración. Los Volcano devils, generosos y temerarios divulgadores, son los pioneros indiscutidos en la práctica de documentar los volcanes desde cerca, probablemente «too closed», como cuenta Werner Herzog en su documental Dentro del volcán (2016). A ellos se debe un incomparable patrimonio audiovisual sobre los volcanes –300 mil diapositivas y 800 carretes de vídeo– conservado en el Centre Regional de l’Image de Nancy. Participan en numerosísimas conferencias y programas de radio y televisión –entre los cuales unos episodios de la BBC– y en 1988 en Kagoshima se inaugura la exposición L’Homme face aux volcans, que el año siguiente se volverá a proponer en Fontainebleau. La pasión por la incandescente materia de estudio se enciende de poesía romántica y ciega atracción hacia lo sublime. «Es una aventura perpetua. Primero se monta la tienda, pero el suelo está caliente, vemos un poco de rojo en las hendiduras y esto significa que está en fusión. Las exhalaciones de gas se comen la tienda, se comen también un poco de pulmones y la tienda temprano queda hecha jirones. Todo tiembla continuamente: uno tiene la impresión de dormir sobre el dorso de un gigantesco dragón que forcejea, es de veras algo excitante. Y por la tarde, en lugar de una comúnpuesta de sol, vamos a ver la lava chisporrotear: es como asistir a la Génesis, ver la creación del mundo». A los 25 la pareja ya ha asistido a más de ciento cincuenta erupciones, de las cuales Katia saca fotos y que Maurice filma para financiar sus ardientes investigaciones.

Su actuación visionaria y desobediente –como el corazón de la ciencia, diría Carlo Rovelli– anima los estudios de geología en Francia y ayuda a vulgarizar la teoría de la tectónica de las placas. En 1990 producen para la Unesco y la IAVCEI (International Association of Volcanology and Chemistry of the Earth's Interior) el video Understandig Volcanoes Hazards – 25 minutos de imágenes impresionantes acerca de los siete tipos de acontecimientos volcánicos imprevistos: nubes ardientes, flujos piroclásticos, aludes de lodo, deslizamientos de tierra, tsunamis volcánicos, flujos de lava y gases volcánicos. Su trabajo no es solamente ciencia, sino una misión civil para el futuro de la especie. En efecto, observar, comprender y filmar las actividades volcánicas es fundamental para prevenir y evitar potenciales calamidades. Podríamos citar un caso emblemático durante el cual la actuación de Katia y Maurice fue determinante para la historia de la civilización humana: en junio de 1991, gracias a la campaña de divulgación local de la reciente película acerca de los riesgos volcánicos, las autoridades filipinas encontraron una inmediata respuesta de la población al evacuar la isla de Luçon, salvando así aproximadamente 20 mil vidas del despertar repentino del volcán Pinatumbo: fue la segunda de las mayores erupciones del siglo pasado y la primera a nivel de impacto en una región densamente poblada.

 Sin embargo, este incommensurable mérito Katia y Maurice no llegaron a conocerlo. Solamente unos días antes la pareja se encontraba en la isla de Kyushu, en Japón, junto al investigador californiano Herry Glicken, para filmar una erupción del monte Unzen y terminar otro video-documental. De acuerdo con un mito japonés, las erupciones volcánicas y los terremotos se producen por la inquietud de un gran pez gato, por lo general bloqueado por las divinidades en los abismos por medio de una gran roca. Aquel día –era el 3 de junio de 1991– el pez logró huir. «Who knows when the gods that we can’t see will take there vacation?» escribe John Calderazzo en un conmovedor ensayo sobre los últimos instantes de nuestros diablos franceses. Un flujo piroclástico de enorme e inesperada entidad apareció en directo en las televisiones japonesas, pero la cámara estaba demasiado cerca para enfocarla enteramente. Ochociento cuarenta y siete personas perdieron la vida. Katia y Maurice pierden su terreno en las islas Hawaii a los pies del monte Kileaua, conocido también como “volcán drive-in”, donde soñaban con construir una casa-museo desde donde ver las erupciones en sentado en un sillón. Sus nombres, con el de Herry y de todas las célebres muertes en ámbito volcánico, aparecen en el Boletín de Vulcanología, la revista oficial del IAVCEI. La universidad hawaiiana de Hilo abrió un fondo a su nombre para financiar el International Training Program, que se ocupa de fomentar la autosuficiencia en la monitorización de los volcanes para estudiantes e investigadores extranjeros. Se puede contribuir a la causa comprando un retrato que Katia le dedica a Pele, la diosa hawaiiana de los volcanes, realizado en 1984 durante la erupción del Mauna Loa (aquí el enlace para adquirir el póster: https://hilo.hawaii.edu/csav/krafft.php). En 2022 en Saint-les-Roches, en Alvernia, abrió Vulcania, el sueño europeo de Katia y Maurice: un parque temático y museo enteramente dedicado a los volcanes. Están expuestos de manera permanente muchos fragmentos de minerales recogidos por ellos mismos. El resto de la colección Krafft fue dividido entre el Muséum d’Histoire Naturelle de Paris y la asociación Images et Volcans.

La mayoría de las fotografías de Katia que se encuentran en internet la muestran en la cima de un volcán, con las mejillas enrojecidas mientras trepa o posa junto a Maurice, ambos con las cabezas cubiertas por una icónica y exuberante gorra escarlata; contraste que agita tiernamente las entrañas –la estética parece la de una película de Wes Anderson, donde el amor es «toda ternura y finales socarrones»: en un fondo marrón de tierra y rojo de lava sonríen a la cámara los dos enamorados.

Rosa Luxemburg
Sara Balzerano



Giulia Tassi

 

Ci sono storie che andrebbero raccontate dalla fine, dall’ultimo atto, dall’istante immobile e sospeso che precede la chiusura del sipario. Sono semi, queste storie, germogli non ancora spuntati che hanno il destino di servire nel futuro, generazione e generazione, ancora e ancora, preziosi come le provviste inaspettate in un inverno rigido e interminabile. La fine di questa storia, la zolla di terra che copre l’ultimo scampolo di sole è il 15 gennaio 1919. Siamo a Berlino. Un uomo e una donna vengono prelevati da squadracce paramilitari nel quartiere di Wilmersdorf e condotti all’Hotel Eden. Qui vengono interrogati, torturati e uccisi. Lui, fucilato; lei, picchiata con il calcio delle armi e poi finita con un colpo alla testa; tutti e due sono poi gettati nelle fangose e gelide acque del Landwehrkanal. I nomi di questo uomo e questa donna sono Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg. Entrambi cittadini tedeschi. Entrambi fondatori della Lega di Spartaco — lo Spartakusbund — il movimento della sinistra radicale marxista sorto in Germania nel 1916 e nucleo embrionale di quello che sarà poi il Kommunistische Partei Deutschlands, il Kpd. Entrambi radicali, in un mondo ancora traballante e impolverato da ciò che ne restava dopo la mattanza della Prima guerra mondiale. Entrambi rivoluzionari, decisi a cambiare le vecchie rovine sulle quali, ormai, non poggia più nulla, se non idee e voci che il movimento della storia, orizzontale e verticale, sta cacciando via. Entrambi in prima fila, sul campo, nella regìa e nelle strade, affinché alle parole seguano azioni che mostrino quanto puro e reale sia il loro impegno. Ma lei è anche altro. È talmente tanto altro che le definizioni sembrano contraddirla perché essa stessa pare contraddirsi, pur rimanendo sempre salda e ferma nei princìpi e nei valori che sorreggerà e che la sorreggeranno per tutta la vita. Sarà indipendente e militerà in un partito; esprimerà le sue idee chiaramente e convintamente e non penserà mai di organizzare queste stesse idee in una forma sistemica; sarà una rivoluzionaria marxista e sarà una convinta pacifista nello stralcio di secolo che pare essersi dimenticato il silenzio di grida e armi; lotterà, contro i suoi compagni di lotta, per difendere la sua autonomia di pensiero e i suoi sentimenti di totale amore verso il mondo.

Comunque la si osservi, la si legga e la si conosca, Rosa Luxemburg ci appare come una sfumatura della tinta ben più complessa e preziosa che è stata. Nasce a Zamość, una città della Polonia sudorientale, nel voivodato di Lublino, il 5 marzo del 1871. La sua famiglia è di fede ebraica ashkenazita, agiata, con il padre commerciante di legname, di idee liberali, e la madre, donna religiosa e profondamente istruita che la indirizza allo studio della Torah e alla lettura dei grandi classici delle letterature polacca e tedesca. La sua infanzia, dunque, vive e respira già di altro, di libri e di cultura. E la piccola Rosa sembra raccogliere a piene mani questa compresenza e commistione: impara a leggere e a scrivere in tenera età e da autodidatta, e darà sempre alla scrittura una funzione di assoluta preziosità, tanto che, in una lettera del 23 giugno 1898 indirizzata a Robert Seidel, afferma: «Sono scontenta della maniera in cui la maggioranza dei membri del Partito scrive i propri articoli. Sono tutti così convenzionali, così legnosi, così stereotipati. […] Quando scrivo, mi impongo di non dimenticare mai di guardarmi dentro e di entusiasmarmi per quello che sto dicendo».

La politica la accompagna praticamente sempre: già nel 1884, mentre frequenta un liceo femminile di Varsavia, si avvicina al gruppo clandestino rivoluzionario Proletariat e, per sfuggire all’arresto dei suoi membri, nel 1889 attraversa il confine austro-ungarico nascosta in un carro di fieno. Si trasferisce quindi in Svizzera e a Zurigo frequenta prima la facoltà di filosofia e poi quella di giurisprudenza, nel 1892, dove si laurea nel 1897 con la tesi Die industrielle Entwicklung Polens (Lo sviluppo industriale della Polonia). Accanto a questi studi, però, Rosa Luxemburg segue anche corsi di matematica e — soprattutto — di botanica. E così sarà per il resto della sua vita. Alle barricate e alle piazze affianca l’amore e il bisogno fisico della natura, anche se questa le mostra quanto l’essere umano sia niente al suo confronto: «Credo che al cospetto del mare, di fronte alla sua perpetua, immutabile, sublime indifferenza non si possa che esseri colti dallo sconvolgente sentimento della propria nullità. […] È il nemico della vanità umana che è convinta di essere qualcosa e d’improvviso invece collassa nel nulla». Alle gonne infangate dell’eterno cammino verso uguaglianza e giustizia, affianca il desiderio di vedere i propri vestiti sporchi semplicemente di colori, olii e pastelli: «Ah, Dudu, se per due anni potessi dedicarmi solo alla pittura! Mi divorerebbe completamente. Non andrei a lezione da nessun pittore e non chiederei neppure consigli, vorrei imparare solo dipingendo e facendo magari qualche domanda a te di tanto in tanto. Ma questi sono sogni vani, non posso farlo. La mia miserabile pittura non serve a nessuno, e invece dei miei articoli le persone hanno bisogno». Alle sbarre serrate di una prigione contrappone il senso di libertà che sente invaderla al solo pensare alla vita, al fatto di esserlo ancora, viva, a ciò che fuori da quelle nere mura di costrizione la sta aspettando: «Me ne sto qui, ad esempio, in questa cella oscura, sopra un materasso duro come la pietra, intorno a me nell’edificio regna come di regola un silenzio di tomba, sembra di essere rinchiusi in un sepolcro: attraverso la finestra si disegna sul soffitto il riflesso della lanterna accesa l’intera notte davanti al carcere. Di tanto in tanto si sente, cupo, lo sferragliare di un treno che passa in lontananza; oppure, più vicina, proprio sotto la finestra, la guardia che si schiarisce la voce e per sgranchirsi le gambe fa lentamente qualche passo con i suoi stivaloni. La sabbia stride in modo così disperato, sotto quei passi, che nella notte scura e umida si sente risuonare tutta la desolazione e lo sconforto dell’esistenza. Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell’oscurità, della noia, della prigionia invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità».

È una donna libera, Rosa Luxemburg, indomita, mai remissiva, che sa andare anche contro i suoi stessi compagni quando si sente spodestata del proprio ruolo, della parola, della propria personalità: «Devo ammettere che a Jena ero furiosa con lei perché si era preso la briga di volermi difendere e la sua strategia tutta sbagliata mi ha causato più danni che altro. Voleva difendere la mia morale e per questo ha sacrificato la mia posizione politica. Ha fatto l’esatto contrario di quello che doveva. La mia morale non ha bisogno di alcuna difesa» (lettera a Konrad Haenisch, 2 dicembre 1911). Non ha mai sopportato l’addomesticazione del pensiero femminile, né da parte del partito né da parte degli uomini che la affiancano nella sua vita. Ecco cosa scrive a Leo Jogiches, conosciuto in Svizzera nel 1890: «Tu non ti accorgi affatto che tutta la tua corrispondenza ha un carattere disgustoso: il tono generale è quello di una predica noiosa e pedante, come le lettere del maestro a un caro alunno… Questa è la conseguenza di un tuo vecchio vizio che ha rovinato completamente la nostra convivenza, cioè il tuo vizio di far da mentore, per cui ti senti continuamente chiamato a insegnarmi e a fare sempre e in tutto la parte del mio maestro… Di fronte a questo, non posso che limitarmi a scrollare le spalle».

Il riscatto non lo cerca soltanto per le classi povere e sfruttate, ma anche per la natura in tutte le sue forme. Difende le ragioni degli ultimi e delle ultime, che sia in una cella o su una barricata. Combatte per cancellare brutture e orrori. E sa godere del più piccolo segnale che l’esistenza che le respira intorno le manda da cogliere. Pare vedere nel fermo immagine del carcere un sipario pronto a schiudersi su uno spettacolo sempre nuovo. Fa della gioia un’arte, di essa gode e si stupisce, e la mangia e la assapora, e sa, vuole, che essa sia per tutti e tutte. Si batte per la bellezza. Per la verità, che è bellezza. Per l’uguaglianza, che è bellezza. Per la giustizia, che è bellezza. Per la bellezza fine a sé stessa, che riesce a pareggiare — forse e in una qualche maniera — i conti che, nel calcolo del capitalismo e della guerra, non tornano mai. È un’aquila, così come Lenin l’ha definita, perché dell’aquila ha lo sguardo dall’alto, lo slancio di reni che le permette di volare dal battuto impervio e insanguinato della strada alle vette pulite e fresche, lì dove c’è ossigeno e fiato profondo. Eppure, anche lei che si indica come una cinciallegra — tanto da chiedere a una sua amica che sulla propria lapide sia inciso solo zvì zvì, il verso di questo piccolo uccellino — non sbaglia. Perché questo passero è intelligente e intraprendente, chiacchierone ed esploratore, e prezioso, poiché avverte col suo canto le persone di un pericolo imminente, prevedendo così il futuro. E cos’è una rivoluzionaria se non questo? E cosa fa una donna che cerca, sa, trova la felicità ovunque, se non questo? Rosa Luxemburg spende la propria vita nel tentare di combattere le sofferenze altrui, mentre lei, le proprie, non le esibisce mai, celandole nel pudore e nella speranza. Eppure, per la crudele ironia di cui a volte la vita si ammanta, le barbarie che soffre per mano dei suoi assassini sono invece ben visibili sul suo corpo martoriato. Ci sono storie che devono essere raccontate dalla fine, dall’ultimo atto, dall’istante immobile e sospeso che precede la chiusura del sipario. Di Rosa Luxemburg, quel 15 gennaio 1919 non rimane che una scarpa, raccolta da mano anonima e misericordiosa, e salvata dalla fanghiglia che la stava ricoprendo.

Quella scarpa ha bloccato l’ingranaggio del sipario, ha permesso al sole di arrivare e far germogliare il seme che si è provato a far seccare per sempre. «Vede, dappertutto è la felicità, se ne può trovare e raccogliere un po’ a ogni angolo della strada, e di continuo ci viene ricordato che la vita è bella e ricca».

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

There are stories that should be told from the end, from the last act, from the motionless and suspended instant that precedes the closing of the curtain. They are seeds, these stories, not yet sprouted shoots that have a destiny to serve in the future, generation after generation, again and again, as precious as unexpected supplies in a harsh and interminable winter. The end of this story, the lump of earth that covers the last remnant of the sun, is January 15, 1919. We are in Berlin. A man and a woman are picked up by paramilitary squads in the Wilmersdorf neighborhood and taken to the Eden Hotel. There they are interrogated, tortured and killed. He, shot; her, beaten with the butts of guns and then finished with a blow to the head. Both are then thrown into the icy, muddy waters of the Landwehrkanal. The names of this man and this woman are Karl Liebknecht and Rosa Luxemburg. Both German citizens. Both founders of the League of Spartacus - the Spartakusbund - the movement of the radical Marxist left born in Germany in 1916 and the embryonic nucleus of what would later become the Kommunistische Partei Deutschlands, the KPD. Both radicals, in a world still shaken and ravaged as a consequence of the slaughter that was the First World War. Both revolutionaries, determined to change the old ruins on which, by now, nothing rests, except ideas and voices that the movement of history, horizontal and vertical, is chasing away away. Both on the front lines, in the field of action, in the leadership and on the streets, such that their words are followed by actions that show how pure and real their commitment is. But she is also something else. She is so much more that definitions seem to contradict themselves, because she seems to be a contradiction herself, always remaining steadfast and firm in the principles and values ​​that she will uphold and that will sustain her throughout her life. She will be independent and will be active in a party; she will express her ideas clearly and with conviction, yet will never think of organizing these same ideas in a systemic form. She will be a Marxist revolutionary and she will also be a convinced pacifist at the turn of a century that seems to have forgotten that angry voices and weapons could be silent. She will fight, against her fellow fighters, to defend her autonomy of thought and her feelings of total love for the world.

However you look at her, read her and get to know her, Rosa Luxemburg will appears to us in much more complex and precious shades of color. She was born in Zamość, a city in southeastern Poland, in the Voivodeship (Duchy) of Lublin, on March 5, 1871. Her family was of the Ashkenazi Jewish faith, prosperous, her father a timber merchant of liberal ideas, and her mother, a religious and deeply educated woman who directed her to the study of the Torah and the reading of the great classics of Polish and German literature. Thus, her childhood already lived and breathed that “something else” - books and culture. And the little Rosa seemed to fully absorb and reflect this mixture. She learned to read and write at an early age, and as a self-taught person always had within her writing an absolute and precious independence, so much so that in a June 23, 1898 letter that she addressed to Robert Seidel, she said, «I am dissatisfied with the way in which the majority of Party members write their articles. They are all so conventional, so wooden, so stereotypical. […] When I write, I make it my duty never to forget to look inside myself and get excited about what I'm saying.»

She was almost always engaged in, and by, politics. Already in 1884, while attending a girls' high school in Warsaw, she joined with the underground revolutionary group Proletariat and in 1889, to escape the arrest of its members, she crossed the Austro-Hungarian border hidden in cartload of hay. She then moved to Switzerland and in Zurich she first attended the faculty of philosophy and, in 1892, that of law, where she graduated in 1897 with the thesis Die Industrielle Entwicklung Polens (The Industrial Development of Poland). Alongside these studies, however, Rosa Luxemburg also followed courses in mathematics and - above all - in botany. And she would for the rest of her life. Alongside the barricades and city squares she combined a love of and a physical need for nature, even if this showed her how much the human being is nothing in comparison. «I believe that in the presence of the sea, in the face of its perpetual, immutable, sublime indifference one cannot but be caught by the overwhelming feeling of one's own nothingness. [...] It is that enemy, human vanity, that is convinced of being something and then suddenly collapses into nothingness.» Alongside the muddy skirts of the eternal journey towards equality and justice, she also had the desire to see her clothes simply dirty with colors, oils and pastels: «Ah, Dudu, if I could only devote myself to painting for two years! It would consume me completely. I would not go to any painter’s class and I would not even ask for advice. I would like to learn only by painting and maybe by asking you a few questions from time to time. But these are empty dreams, I can't do it. My miserable painting is of no use to anyone, and instead, people need my articles.» To the locked bars of a prison, she contrasted the sense of freedom that she felt invading her just thinking about life, the fact that she is still alive, and with what is waiting for her outside those constraining black walls. «I am here, for example, in this dark cell, on a mattress as hard as stone, a grave-like silence reigns around me in the building as a rule, it seems like being enclosed in a tomb. Through the window the light of a lantern, lighted whole night in front of the prison, is shining on the ceiling. From time to time we hear the distant gloomy rattle of a train passing in the distance, or, closer, just under the window, the guard who clears his throat and stretches his legs slowly by taking a few steps with his boots. The sand screeches so desperately, under those boots, that in the dark and humid night you can hear all the echoing desolation and despair of existence. I lie here, alone, in silence, wrapped in these multiple black sheets of darkness, of boredom, of winter captivity - and meanwhile my heart beats with an incomprehensible and unknown inner joy, as if I were walking in the radiant sun. on a flowery meadow. And in the dark I smile at life, as if I were aware of some secret enchantment capable of unraveling every sad and evil thing and turning it into splendor and happiness.»

Rosa Luxemburg lived as a free woman, indomitable, never submissive, who also knew how to Stand up against her own companions when she feels dispossessed of her role, of speech, of her personality: "I must admit that I was furious with you in Jena precisely because, while you undertook to defend me, with your totally inappropriate strategy you stabbed me right in the back. You meant to defend my “morality” and to that end surrendered my political position; it was the worst possible way to proceed. My “morality” needs no defense.” (Letter to Konrad Haenisch, December 2, 1911). She never permitted the domestication of female thought, either by the party or by the men who were alongside her in her life. Here is what she wrote to Leo Jogiches, who she knew in Switzerland, in 1890: «You do not realize at all that all your correspondence has a disgusting character: the general tone is that of a boring and pedantic sermon, like the teacher's letters to a dear pupil. ... This is the consequence of an old vice of yours that has completely ruined our relationship, that is your vice of being a mentor, for which you feel continually called to teach me and always and in everything play the part of my teacher ... at this, I can only shrug my shoulders.»

She sought redemption not only for the poor and exploited classes, but also for nature in all its forms. She defended reason to the end, whether in a cell or on a barricade. She fought to erase ugliness and horrors. And she knew how to enjoy the smallest sign that the existence that breathed around her sent for her to grasp. She seemed to see in the still image of the prison a curtain ready to open on an ever new spectacle. She made joy an art, she enjoyed it and was amazed, and ate it and savored it, and she knew it was, wanted it to be, for everyone. She fought for beauty. For the truth, which is beauty. For equality, which is beauty. For justice, which is beauty. For beauty as an end in itself, which would equalize - perhaps and in some way - the accounts that, in the calculations of capitalism and war, never add up. She was an eagle, such as Lenin defined, because an eagle has the view from above, the impulse of adrenaline, that allows it to fly from the bloody beaten path to the clean and fresh peaks, where there is oxygen to breathe free. This is not wrong, even if she saw herself as a small songbird, the tomtit - so much so that she asked one of her friends to have only “zvì zvì” (a tomtit’s song) engraved on her tombstone. Because this small bird is intelligent and resourceful, talkative and an explorer, and precious, as it warns people of imminent danger with its song, thus foreseeing the future. And what is a revolutionary if not this? And what is a woman who seeks, and finds happiness everywhere, if not this? Rosa Luxemburg spent her entire life trying to fight the sufferings of others, while she never exhibited her own sufferings, hiding them with modesty and with hope. Yet, in the cruel irony with which life sometimes wraps itself, the barbarity she suffered at the hands of her murderers was clearly visible on her martyred body. There are stories that must be told from the end, from the last act, from the motionless and suspended instant that precedes the closing of the curtain. Of Rosa Luxemburg, that January 15, 1919, all that remained was a shoe, picked up by an anonymous and merciful hand, and saved from the mud that was covering it.

That shoe blocked the gears of the curtain, it allowed the sun to arrive and sprout the seed that they tried to stamp out forever. «Look, happiness is everywhere, you can find and collect a little on every street corner, and we are constantly reminded that life is beautiful and rich.»

 

Traduzione spagnola
Daniela Leonardi

Hay historias que habría que contar desde el final, desde el último acto, el instante inmóvil y suspendido que precede al cierre del telón. Son semillas, estas historias, brotes por nacer que tienen el destino de servir en el futuro, generación tras generación, una y otra vez, tan valiosos como las provisiones inesperadas en un invierno rígido e interminable. El final de esta historia, el terrón de tierra que cubre la última franja de sol es el 15 de enero de 1919. Estamos en Berlín. Un hombre y una mujer son detenidos por escuadrones paramilitares en el barrio de Wilmersdorf y conducidos al hotel Edén. Ahí son interrogados, torturados y asesinados. Él, fusilado; a ella, la golpearon con la culata de las armas y luego la mataron con un tiro en la cabeza; luego los dos son arrojados en las fangosas y heladas aguas del Landwehrkanal. Los nombres de este hombre y esta mujer son Karl Liebknecht y Rosa Luxemburg. Ambos ciudadanos alemanes. Ambos fundadores de la Liga de Espartaco –el Spartakusbund– el movimiento de izquierda marxista radical surgido en Alemania en 1916 y el núcleo embrionario de lo que luego será el Kommunistische Partei Deutschlands, el KPD. Ambos radicales, en un mundo todavía inestable y polvoriento por lo que quedaba de él después de la matanza de la Primera Guerra Mundial. Ambos revolucionarios, decididos a cambiar las viejas ruinas sobre las que ya no descansa nada, sino ideas y voces que el movimiento de la historia, horizontal y vertical, está desterrando. Ambos en primera fila, en los lugares de mando y en las calles, para que a las palabras sigan acciones que muestren cuán puro y real es su compromiso. Pero ella es mucho más. Es hasta tal punto mucho más que las definiciones parecen contradecirla porque ella misma parece contradecirse, aunque siempre se mantiene sólida y firme en los principios y en los valores que sostendrá y que la sostendrán durante toda su vida. Será independiente y militará en un partido; expresará sus ideas con claridad y convicción y nunca pensará en organizar estas mismas ideas de una manera sistémica; será una revolucionaria marxista y será una convencida pacifista en ese recorte de siglo que parece haber olvidado el silencio de gritos y armas; luchará, contra sus compañeros de lucha, para defender su autonomía de pensamiento y sus sentimientos de total amor hacia el mundo.

Se mire como se mire, se lea como se lea y se conozca como se conozca, Rosa Luxemburg se nos aparece como un matiz de lo que realmente fue, algo mucho más complejo y valioso. Nació en Zamość, una ciudad del sureste de Polonia, en el voivodato de Lublin, el 5 de marzo de 1871. Su familia era de fe judía ashkenazita, acomodada, con el padre comerciante de madera, de ideas liberales, y su madre, mujer religiosa y profundamente instruida que la dirigió al estudio de la Torá y a la lectura de los grandes clásicos de las literaturas polaca y alemana. En su infancia, pues, vivió y respiró ya otras cosas, libros y cultura. Y la pequeña Rosa parece recoger a manos llenas esta conmoción y mezcla: aprende a leer y a escribir a temprana edad y como autodidacta, y dará siempre a la escritura una función de absoluto valor, tanto que, en una carta del 23 de junio de 1898 dirigida a Robert Seidel, afirma: «Estoy descontenta con la forma en que la mayoría de los miembros del Partido escribe sus artículos. Todos son tan convencionales, tan adustos, tan estereotipados. [...] Cuando escribo, me obligo a no olvidarme nunca de mirarme dentro y entusiasmarme por lo que estoy diciendo».

La política la acompaña prácticamente siempre: ya en 1884, mientras frecuentaba un liceo femenino de Varsovia, se acercó al grupo clandestino revolucionario Proletariat y, para escapar del arresto de sus miembros, en 1889 cruzó la frontera austrohúngara escondida en un carro de heno. Luego se trasladó a Suiza y en Zúrich asistió primero a la facultad de filosofía y luego, en 1892, a la de derecho, donde se graduó en 1897 con la tesis Die industrielle Entwicklung Polens (El desarrollo industrial de Polonia). Junto a estos estudios, sin embargo, Rosa Luxemburg también siguó cursos de matemáticas y –sobre todo– de botánica. Y así será el resto de su vida. A las barricadas y a las plazas une el amor y la necesidad física de la naturaleza, aunque ésta le muestra que el ser humano no es nada en comparación con ella: «Creo que ante la presencia del mar, ante su perpetua, inmutable y sublime indiferencia, no se puede más que percibir el estremecedor sentimiento de la propia nulidad. [...] Es el enemigo de la vanidad humana que está convencida de ser algo mientras que, de repente, colapsa en la nada». A la ropa manchada por el eterno camino hacia la igualdad y la justicia, acompaña el deseo de ver sus vestidos sucios simplemente de colores, aceites y pasteles: «¡Ah, Dudu, si durante dos años pudiera dedicarme solo a la pintura! Me devoraría por completo. No iría a clase con ningún pintor y ni siquiera pediría consejos, solo aprendería pintando y quizás haciéndote algunas preguntas de vez en cuando. Pero estos son sueños vanos, no puedo hacerlo. Mi miserable pintura no le sirve a nadie, y en cambio las personas necesitan mis artículos». A los barrotes cerrados de una prisión contrapone el sentido de libertad que siente que la invade con solo pensar en la vida, en el hecho de estar todavía viva, a lo que afuera de esos negros muros de constricción la está esperando: «Estoy aquí, por ejemplo, en esta celda oscura, sobre un colchón duro como la piedra, a mi alrededor en el edificio reina como siempre un silencio de tumba, parece que esté encerrada en un sepulcro: a través de la ventana se dibuja en el techo el reflejo de la linterna encendida toda la noche delante de la prisión. De vez en cuando se oye, sombrío, el ruido de un tren que pasa a lo lejos; o, más cerca, justo debajo de la ventana, el guardia que se aclara la voz y para estirar las piernas hace lentamente unos pasos con sus botas. La arena chirría tan desesperadamente, bajo esos pasos, que en la noche oscura y húmeda se oye resonar toda la desolación y el desaliento de la existencia. Estoy aquí tumbada, sola, en silencio, envuelta en estas múltiples y negras sábanas de la oscuridad, del aburrimiento, de la prisión invernal –y mientras tanto mi corazón late de una alegría interior incomprensible y desconocida, como si caminara bajo el sol radiante en un prado de flores. Y en la oscuridad sonrío a la vida, como si conociera algún secreto mágico capaz de destripar todas las cosas tristes y malvadas y convertirlas en esplendor y felicidad».

Barbora Rezlerová-Švarcová
Marta Vischi



Giulia Tassi

 

Barbora Rezlerová-Švarcová è purtroppo una figura poco conosciuta, rimasta dimenticata nella generica militanza comunista e nascosta in qualche libro di storia al femminile. Una donna che, sotto molti aspetti, ha precorso i tempi parlando con anni di anticipo di importanti tematiche di genere e che ha sempre lottato per i diritti delle donne cecoslovacche, e non solo. Se dovessimo in qualche modo riassumere in una unica parola l’essenza di Barbora, questa potrebbe essere: “lavoratrice”; la sua intera vita è scandita dal suo instancabile lavoro, da quello svolto in fabbrica a quello di redazione fino a quello politico. Barbora Rezlerová nasce in Baviera, a Blaibach, il 7 luglio 1890. Suo padre, che era stato uno dei fondatori del Partito social-democratico ceco, è un operaio tessile, trasferitosi con la famiglia in Germania per cercare nuove opportunità professionali. La figlia si contraddistingue per essere una lavoratrice tenace; durante la giovinezza, infatti, lavora nell’industria tessile insieme al padre e al resto della famiglia (ha, infatti, cinque tra fratelli e sorelle).

Poi, allo scoppio della Prima guerra mondiale, si trova a svolgere il mestiere di cuoca a Praga, una città vivace e multiculturale. Durante gli anni della guerra si avvicina ai movimenti femminili e conosce il futuro marito, Ladislav Švarc, un attivista del Partito comunista, con il quale diventa una figura politica di riferimento per uomini e donne. Dal matrimonio nasceranno due figli maschi. Nel 1921 lui viene eletto segretario regionale del Partito comunista cecoslovacco, così la famiglia si trasferisce a Banska Bystrika. Barbora conosce personalmente le difficoltà della classe operaia e delle donne ed ha un fine ben preciso: aiutare le lavoratrici. Ha anche un talento non trascurabile: è bravissima nel tenere discorsi e nel parlare in pubblico. Non è difficile quindi per lei intraprendere la carriera politica: negli anni Venti è infatti la segretaria dell’Organizzazione delle donne slovacche Slovenské Zeny.

Barbora Rezlerová-Švarcová è poi conosciuta soprattutto per il suo lavoro editoriale: è stata la prima direttrice della rivista Proletarka (Proletarie) e la prima giornalista del suo Paese a scrivere ed occuparsi di diritti femminili, affrontando tematiche quali il divorzio, l'aborto, la parità di genere e i diritti sul lavoro con un notevole anticipo rispetto alla storia. Sotto la sua guida Proletarka passa dal vendere 120 copie settimanali a 2000, confermando così che le sue parole e le sue idee trovano terreno fertile nel pubblico femminile slovacco, nonostante si sappia che quasi tutte le conquiste sociali verranno raggiunte solo molti anni dopo. Barbora non è ben vista pubblicamente e spesso utilizza uno pseudonimo: Kamila Kmet’ovà. Nei suoi discorsi e scritti politici non ha paura di tenere posizioni apertamente critiche nei confronti del governo della Repubblica cecoslovacca: per questo viene più volte arrestata e processata, fino a quando nel biennio tra il 1925 e il 1926 non è costretta a fuggire con il marito, prima verso la Germania, poi in Unione Sovietica. Appena arrivata a Mosca si iscrive alla scuola di giornalismo e continua a inviare articoli nel suo Paese, allo stesso tempo scrivendo per il giornale Izvestia e lavorando per la stazione radio del Comintern. Nel 1930 lei e suo marito divorziano, un fatto abbastanza fuori dal comune per i tempi. Durante il periodo del ‘Grande Terrore’ in Urss, nel 1937 Barbora perde il lavoro e per sopravvivere inizia a insegnare la lingua ceca alle guide turistiche. Con il crescere delle tensioni politiche viene espulsa dal Partito comunista e arrestata nel 1941, per poi essere fucilata il 2 settembre dello stesso anno. La sua memoria viene riabilitata e le sue qualità personali degnamente riconosciute in Cecoslovacchia solo parecchio tempo dopo, alla fine della "guerra fredda" e alla caduta del muro di Berlino.

È possibile osservare come questa donna nata nel XIX secolo e vissuta nella prima metà del Novecento sia in realtà estremamente attuale: non possiamo non notare infatti una stretta vicinanza fra i suoi ideali e diversi obiettivi europei per l’Agenda 2030, in particolare gli obiettivi 5 (parità di genere), 8 (lavoro dignitoso e crescita economica), 10 (riduzione delle disuguaglianze) e 16 (pace, giustizia e istituzioni solide). L’intera esistenza di Barbora è stata dedicata al miglioramento della vita del prossimo. Come ha scritto una sua biografa, Jana Juranová, che si trattasse di diritto all'istruzione e alla salute, di libertà di pensiero e di parola, questa figura femminile si è sempre distinta, nonostante il suo Paese abbia compreso i suoi sforzi e le sue attività a distanza di anni dalla tragica morte. E noi, consapevoli di quanto questi valori siano stati in passato, siano oggi e saranno in futuro fondamentali, non possiamo dimenticare la storia di una lavoratrice attenta ai bisogni della comunità, che ha dedicato la sua vita a parlare di donne, emancipazione e diritti, e a operare di conseguenza.

 

 

Traduzione francese
Guenoah Mroue

Barbora Rezlerová-Švarcová est malheureusement une figure peu connue, oubliée et cachée dans les livres d’histoire au féminin. Une femme qui, à bien des égards, a devancé le temps en parlant 50 ans à l’avance de questions de genre importantes et qui a toujours lutté pour les droits des femmes slovaques. Si nous devions en quelque sorte résumer en un seul mot l’essence de Barbora, je crois que celle-ci est : "travailleuse"; toute sa vie est rythmée par son inlassable travail, de celui effectué en usine à celui de rédaction. Barbora Rezlerová-Švarcová est née en Bavière, à Blaibach, le 7 juillet 1890. Son père est un ouvrier textile qui a déménagé avec sa famille en Allemagne pour chercher de nouvelles opportunités d’emploi. Barbora se distingue par le fait d’être une travailleuse infatigable; pendant sa jeunesse, en effet, elle travaille dans l’industrie textile avec son père et le reste de sa famille (elle a en effet, cinq frères et sœurs).

Puis, au début de la Première Guerre mondiale, elle travaille comme cuisinière à Prague, une ville animée et multiculturelle. Pendant les années de guerre, elle se rapproche des mouvements féminins et fait la connaissance de son mari, Ladislav Švarc, un activiste du parti communiste, avec lequel elle devient une figure politique centrale pour les hommes et les femmes slovaques. Barbora connaît bien les difficultés de la classe ouvrière et des femmes et a un but bien précis : aider les travailleuses. Elle a également un talent non négligeable : elle est très douée pour faire des discours et parler en public. Dans les années 1920, elle est secrétaire de l’organisation des femmes slovaques Slovenské Zeny.

Barbora Rezlerová-Švarcová est surtout connue pour son travail éditorial : en effet, elle a été la première directrice de la revue Proletarka ("Prolétaires") et la première journaliste de son pays à écrire et s’occuper des droits des femmes, aborder des questions telles que le divorce, l’avortement, l’égalité des sexes et les droits au travail bien avant l’histoire. Sous sa direction, Proletarka passe de 120 exemplaires hebdomadaires à 2000, confirmant ainsi que ses paroles et ses idées trouvent un terrain fertile dans le public féminin slovaque, bien que nous sachions que certains acquis féminins ne seront atteints que de nombreuses années plus tard. Barbora n’est pas bien vue publiquement et publie sous le nom de Kamila Kmet’ovà (c’est son pseudonyme). Dans ses discours et ses écrits politiques, elle n’a pas peur de tenir des positions ouvertement critiques à l’égard de la République tchécoslovaque : c’est pourquoi elle est arrêtée et jugée à plusieurs reprises, jusqu’à ce qu’elle soit contrainte de fuir avec son mari en 1925-1926, d’abord vers l’Allemagne, puis en Union soviétique. Dès son arrivée à Moscou, elle s’inscrit à l’école de journalisme et continue à envoyer des articles dans son pays, tout en travaillant pour le journal Izvestia et pour la station de radio du Komintern. En 1930, elle et son mari divorcent, un fait assez inhabituel pour l’époque. En 1937, Barbora Rezlerová-Švarcová perd son emploi et commence à enseigner le tchèque aux guides touristiques. À mesure que les tensions politiques augmentent, Barbora est expulsée du parti communiste et arrêtée en 1941, avant d’être fusillée le 2 septembre de la même année. Sa mémoire est réhabilitée et reconnue en Slovaquie seulement dix ans plus tard.

On peut observer que cette figure née et vécue il y a près d’un siècle est en réalité extrêmement actuelle : on ne peut pas ne pas remarquer des voisinages étroits avec différents objectifs européens pour l’Agenda 2030, en particulier avec les objectifs 5 (égalité des sexes), 8 (travail décent et croissance économique), 10 (réduction des inégalités) et 16 (paix, justice et institutions solides). En effet, toute la vie de Barbora a toujours été consacrée à l’amélioration de la vie des autres. Qu’il s’agisse de droits, d’éducation, de liberté de pensée et de parole, cette figure féminine s’est toujours distinguée, bien que son pays n’ait réhabilité ses efforts et ses activités que par la suite. Et nous, conscients de combien ces valeurs ont été et seront toujours fondamentales, nous ne pouvons pas oublier l’histoire d’une travailleuse attentive aux besoins de sa communauté et qui a consacré sa vie à parler de femmes, de libertés et de droits.

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

Barbora Rezlerová-Švarcová, unfortunately, is a little-known figure who has remained forgotten in the category of generic communist militancy and tucked away in a few women's history books. A woman who, in many ways, was far ahead of her time, speaking out years in advance on important gender issues, and who always fought for the rights of Czechoslovakian women and more. category of generic communist militancy and tucked away in a few women's history books. A woman who, in many ways, was far ahead of her time, speaking out years in advance on important gender issues, and who always fought for the rights of Czechoslovakian women and more. If we were to somehow summarize the essence of Barbora in one word, it might be "worker". Her entire life was marked by her tireless work, from factory work to editorial work to political work. Barbora Rezlerová was born in Bavaria, in Blaibach, on July 7, 1890. Her father, who had been one of the founders of the Czech Social Democratic Party, was a textile worker who moved with his family to Germany to seek new professional opportunities. His daughter stood out as a tenacious worker, and during her youth she worked in the textile industry along with her father and the rest of the family (she had five brothers and sisters).

Then, at the outbreak of World War I, she found herself working as a cook in Prague, a vibrant and multicultural city. During the war years she became involved in women's movements and met her future husband, Ladislav Švarc, a Communist Party activist, and both became important political figures for both men and women. Two sons were born from the marriage. In 1921 her husband was elected regional secretary of the Czechoslovak Communist Party, so the family moved to Banska Bystrika. Barbora personally knew the difficulties of the working class and women and had a clear purpose - to help women workers. She also had a not inconsiderable talent - she was very good in political discussions and at public speaking. It was therefore not difficult for her to pursue a political career. In the 1920s she served as the secretary of the Slovak Women's Organization Slovenské Zeny.

Barbora Rezlerová-Švarcová then became best known for her editorial work. She was the first editor of the magazine Proletarka (Proletarians) and the first journalist in her country to write and cover women's rights, tackling issues such as divorce, abortion, gender equality, and labor rights in a way that was well in advance the times. Under her leadership Proletarka went from selling 120 copies per week to 2,000, confirming that her words and ideas found fertile ground in the Slovak female population, despite the fact that it was known that almost all social advances would not occur until many years later. Barbora was not well known publicly and often used a pseudonym - Kamila Kmet'ovà. In her political speeches and writings she was not afraid to take positions openly critical of the government of the Czechoslovak Republic. As a result, she was repeatedly arrested and prosecuted, until in the two years between 1925 and 1926 she was forced to flee with her husband, first to Germany, then to the Soviet Union. As soon as she arrived in Moscow, she enrolled in journalism school and continued to send articles back home, at the same time writing for the newspaper Izvestia and working for the Comintern radio station. In 1930 she and her husband divorced, a fairly uncommon occurrence for the times. During the period of the 'Great Terror' in the USSR, in 1937 Barbora lost her job, and to survive began teaching the Czech language to tour guides. As political tensions grew, she was expelled from the Communist Party and arrested in 1941, only to be shot on September 2 of that year. Her memory was rehabilitated and her personal qualities once again honored in Czechoslovakia only decades later, at the end of the "cold war" and the fall of the Berlin Wall.

It is possible to see how this woman, who was born in the 19th century and lived in the first half of the 20th century, is in fact extremely relevant today. Indeed, we cannot fail to notice a close relationship between her ideals and several European goals for the 2030 Agenda, in particular Goals 5 (gender equality), 8 (decent work and economic growth), 10 (reduced inequality) and 16 (peace, justice and strong institutions). Barbora's entire existence was dedicated to improving the lives of others. As one of her biographers, Jana Juranová, wrote, whether it was the right to education and health, or freedom of thought and speech, this female figure always stood out, even though her country only recognized her efforts and activities years after her tragic death. And we, aware of how fundamental these values have been in the past, are today and will be in the future, cannot forget the story of a worker who cared about the needs of the community, who dedicated her life to talking about women, emancipation and rights, and working accordingly.

 

Traduzione spagnola
Maria Carreras i Goicoechea

Lamentablemente Barbora Rezlerová-Švarcová es una figura poco conocida, prácticamente olvidada y escondida en los libros de historia mujeril. Una mujer que, bajo muchos aspectos, fue precursora, como con los temas relacionados con el género, que anticipó unos 50 años; también luchó siempre por los derechos de las mujeres eslovacas. Si tuviéramos que resumir de algún modo con una sola palabra la esencia de Barbora, creo que esta sería “trabajadora” pues toda su vida estuvo marcada por el fatigoso trabajo, tanto el realizado en la fábrica como el de redacción. Barbora Rezlerová-Švarcová nació en Blaibach (en Baviera) el 7 de julio de 1890. Su padre era un obrero textil que se había trasladado con su familia a Alemania para buscar nuevas oportunidades de trabajo. Barbora ya se caracterizó por ser una trabajadora inagotable desde jovencita; en efecto trabajó en la industria textil junto a su padre y al resto de su familia (con ella eran 6 hermanos entre chicos y chicas).

Cuando estalló la Primera Guerra Mundial, trabajó como cocinera en Praga, una ciudad vivaz y multicultural. Durante los años de la guerra se acercó a los movimientos femeninos y conoció a su futuro esposo Ladislav Švarc, un activista del partido comunista, junto al cual se convirtió en una figura política central para los hombres y las mujeres eslovacas. Barbora conoce bien las dificultades de la clase obrera y de las mujeres y tiene un objetivo determinado: ayudar a las trabajadoras. También tiene un talento digno de mención: su capacidad de hablar en público y de pronunciar discursos. Así pues, no se le hace difícil emprender la carrera polítca: efectivamente, en los años 20 ya es Secretaria de la organización de las mujeres eslovacas (Slovenské Zeny).

Barbora Rezlerová-Švarcová también es muy conocida por su trabajo editorial: de hecho fue la primera directora de la revista Proletarka (“Proletarias”) y la primera periodista de su país que se ocupó de los derechos de las mujeres y que escribió sobre estos, afrontado temas como el divorcio, el aborto, la igualdad de género y los derechos de las trabajadoras con un adelanto considerable respecto a la historia. Bajo su dirección, Proletarka pasó de vender 120 ejemplares semanales a 2000, confirmando así que sus palabras y sus ideas encontraban terreno fértil en el público femenino eslovaco, si bien sabemos que algunas de las conquistas de las mujeres no llegaron hasta muchos años después. Barbora no estaba bien vista públicamente y por ello firmaba con el pseudónimo Kamila Kmet’ovà. En sus discursos y escritos políticos no temía asumir posiciones abiertamente críticas hacia la República checoslovaca, motivo por el que la arrestaron y procesaron en más de una ocasión, hasta que –entre 1925 y 1926– se vio obligada a huir con su esposo, primero a Alemania y luego a la Unión Soviética. Nada más llegar a Moscú, se matriculó en la escuela de periodismo y siguió enviando artículos a su país, al mismo tiempo que colaboraba con el periódico ruso Isvetzia (Известия) y para la radio de la III Internacional Comunista (Коминтерн). En 1930 ella y su esposo se divorciaron, algo fuera de lo común en aquella época. Durante la fase del “Gran Terror” en Rusia, en 1937 Barbora Rezlerová-Švarcová perdió su trabajo y para sobrevivir empezó a enseñar checo a los/las guías de turismo. Con el aumento de las tensiones políticas, en 1941 fue expulsada del partido comunista, arrestada y, el 2 de septiembre del mismo año, fusilada. Su memoria fue rehabilitada y reconocida en Eslovaquia solo diez años más tarde.

Es posible observar como esta figura, que nació y vivió hace casi un siglo ya, en realidad es sumamente actual; efectivamente, no se pueden pasar por alto algunas coincidencias con una serie de objetivos europeos de la agenda 2030, en especial los objetivos n° 5 (Igualdad de género), 8 (Trabajo decente y crecimiento económico), 10 (Reducción de las desigualdades) y 16 (Paz, justicia e instituciones sólidas). En efecto, toda la vida de Barbora estuvo dedicada a la mejora de la vida de los y las demás. Ya se tratara de derechos, de instrucción o de libertad de pensamiento y de palabra, esta figura femenina siempre sobresalió, a pesar de que su país solo rehabilitara sus esfuerzos y actividades a posteriori. Concientes de la importancia de estos valores, fundamentales en el pasado, ahora y siempre, no podemos olvidar su historia de trabajadora atenta a las necesidades de su comunidad, quien dedicó su vida a hablar de mujeres, derechos y libertad.

 

Lucía Sánchez Saorni
Rosanna de Longis



Giulia Tassi

 

È impossibile non leggere la vicenda biografica di Lucía Sánchez Saornil come un rispecchiamento di momenti ed esperienze cruciali del Novecento e delle donne che in questo secolo sono vissute. La sua figura è emersa dall’oscurità grazie all’antologia curata nel 1975 da Mary Nash, tradotta successivamente in italiano (Mujeres libres - Donne libere: Spagna 1936-1939, Ragusa, La Fiaccola, 1991), dedicata al periodico e all’omonima organizzazione delle donne anarchiche fondati da Lucía nel corso della Guerra civile spagnola; ma è merito della recente e documentata ricerca di Michela Cimbalo (Ho sempre detto noi: Lucía Sánchez Saornil, femminista e anarchica nella Spagna della Guerra Civile, Roma, Viella, 2020) averne ricostruito la biografia in tutto il suo spessore e la sua ricchezza. Sánchez Saornil nasce a Madrid il 13 dicembre 1895 da una famiglia di braccianti agricoli emigrata due anni prima dalla meseta settentrionale in cerca di migliori opportunità nella capitale in piena espansione economica e urbanistica. Tuttavia, condizioni di lavoro precarie e alto costo della vita non consentono alla giovane coppia – Eugenio e Gabriela – e ai loro quattro figli – due dei quali moriranno in tenera età – di risollevare le proprie sorti e condurre una esistenza meno dura. Nel 1908, quando Lucía ha dodici anni e sua sorella Concepción due di meno, la madre muore durante un’epidemia di tubercolosi. Figlia di genitori analfabeti, dotata di scarsissimi mezzi, la ragazza è tuttavia animata da una grande fame di sapere: riceve sicuramente un’istruzione di base se a diciotto anni padroneggia a tal punto la scrittura da inviare a un giornale madrileno, La Correspondencia de España, una lettera nella quale auspicava che fosse istituita anche per le ragazze un’associazione analoga a quella dei giovani esploratori: era in realtà una timida rivendicazione a favore delle donne spagnole, prive di spazi e costrette a vivere senza ossigeno nelle strade cittadine. D’altro canto – sosteneva – godere di una maggiore libertà di movimento avrebbe consentito alle donne di adempiere meglio alle loro funzioni di spose e madri. Lucía si firmava come alunna del Centro de Hijos de Madrid, un’istituzione benefica fondata da imprenditori e intellettuali che offriva opportunità di istruzione e di formazione professionale alle fasce più bisognose della popolazione con un’attenzione particolare alle donne.

All’inizio dell’anno seguente il settimanale Avante pubblicava le prime prove poetiche di Lucía Sánchez Saornil, presentandola come una giovane e promettente scrittrice. La vena letteraria si svilupperà negli anni successivi portando Lucía a pubblicare su numerose altre testate fino ad approdare nel 1916 sulle pagine di Los Quijotes, una rivista letteraria edita a Madrid. Firmando con lo pseudonimo maschile di Luciano de San Saor – quasi un anagramma del proprio nome – Lucía si esprime in versi carichi di passione e di desiderio rivolti a una donna. La partecipazione a Los Quijotes si rivela un punto di svolta per la maturazione della giovane, sia sotto il profilo artistico che politico: nel 1918 il gruppo redazionale della rivista confluirà nel movimento dell’avanguardia spagnola noto come Ultraismo e in quello stesso ambiente Lucía verrà a contatto con l’anarchismo. L’Ultraismo fu un movimento ibrido che attinse a diverse tendenze artistiche degli inizi del secolo, dal futurismo al dadaismo al cubismo, da cui mutuò alcune parole d’ordine come l’antipassatismo, lo sperimentalismo linguistico ed estetico, l’esaltazione della scienza e della tecnica come tratti distintivi della modernità. Fino all’esaurirsi della parabola ultraista, nel corso degli anni Venti, Lucía continuò a pubblicare sulle testate vicine al movimento, come Gran Guiñol, Tableros, Ultra, Vertices, Plural e sull’importante rivista argentina Martin Fierro alla quale contribuiva Jorge Luis Borges.

Nel 1916 Lucía aveva iniziato a lavorare presso una compagnia telefonica di Madrid. Le società telefoniche, in Spagna come altrove, impiegavano infatti in larga parte manodopera femminile, specie ai livelli più bassi e meno qualificati della struttura aziendale: era tuttavia un impiego che non aveva i tratti e le caratteristiche del lavoro operaio, né si svolgeva in fabbrica. Era perciò appetibile sia dalle donne di ceto medio sia dalle proletarie, per le quali poteva rappresentare una possibilità di ascesa economica e sociale, come nel caso di Lucía. Era comunque un lavoro estremamente duro, con orari gravosi, obblighi e norme che influivano pesantemente sulla vita privata, come la clausola di nubilato. Nel 1924 l’azienda dove lavorava Lucía venne assorbita dalla Compañia Telefónica Nacional de España. A questa società anonima il governo dittatoriale di Primo de Rivera, salito al potere nel 1923, affidò in regime di monopolio la riorganizzazione del servizio telefonico del Paese. La maggiore azionista della Ctn era la società statunitense Itt (International Telephone and Telegraphic), che mirava a introdurre forme di razionalizzazione tayloristica nel lavoro al fine di ottimizzare i tempi e conseguire un maggiore rendimento. Le forti agitazioni che segnarono questa fase di modernizzazione del servizio telefonico riguardarono soprattutto la manodopera maschile: poche le donne che vi presero parte, tra queste Lucía, che nel 1927 venne trasferita a Valencia. Quattro anni dopo, nel 1931, veniva licenziata. Cadute nel 1930 la dittatura di Primo de Rivera e, l’anno dopo, la monarchia, a seguito delle elezioni che avevano espresso una maggioranza repubblicano-socialista, non si era attenuata la conflittualità sociale: lavoratrici e lavoratori della Telefónica scesero in agitazione in opposizione al monopolio privato dei servizi telefonici introdotto dalla dittatura. In realtà nei conflitti di lavoro i governi repubblicani, dopo alcune iniziali promesse, non avevano cambiato rotta e avevano continuato a favorire le forme di conciliazione già introdotte in precedenza, metodi che il sindacato anarchico, la Cnt, a differenza di quello socialista, l’Ugt, aveva sempre respinto: le proteste sindacali videro perciò non solo lo scontro diretto tra governo e Cnt, ma anche gravi contrasti tra i due principali sindacati spagnoli.

Una volta licenziata, Lucía iniziò a guadagnarsi da vivere come giornalista e attivista anarchica. Collaborò a molti giornali, tra cui El Libertario, settimanale dalla vita assai discontinua legato alla Federación Anarquista Ibérica (Fai); dal 1933 entrò, unica donna, nella redazione del quotidiano Cnt, organo del sindacato nazionale. Al centro dell’attenzione di Lucía e dei suoi interventi sulla stampa fu la “questione femminile”, un tema da sempre caro al pensiero anarchico, che affrontò da una prospettiva se non eterodossa certamente indipendente da quella assunta dal movimento. In un’ottica autenticamente anarchica di contestazione del sistema rappresentativo, Lucía critica il diritto di voto che la repubblica ha concesso alle donne, in assenza di una rivendicazione da parte delle donne stesse: tuttavia non si limita ad affermare che esso rappresenta una strumentalizzazione e un’assimilazione delle donne alle logiche dello Stato, ma afferma la necessità di una specifica iniziativa delle anarchiche, in totale autonomia – politica e organizzativa – dal movimento. Di fatto è l’annuncio di quanto Lucía realizzerà pochi anni dopo, fondando nell’aprile 1936, insieme con Mercedes Comaposada, il periodico Mujeres Libres, luogo di discussione e di aggregazione politica delle donne, vicino all’anarchismo ma del tutto indipendente. Identificando nel termine femminismo una parola d’ordine tesa a ottenere una mera equiparazione con gli uomini, Lucía e le sue compagne della redazione ne rifiutano gli obiettivi in nome di una visione radicale che considera le donne avanguardia di una società futura. La Guerra civile che scoppia di lì a poco è il terreno su cui si misura la capacità di iniziativa femminile. L’organizzazione Mujeres libres, che arriverà a riunire ventimila donne, presterà aiuto ai combattenti e alle loro famiglie, si adopererà negli approvvigionamenti e nella distribuzione di viveri, nell’assistenza alla popolazione e all’infanzia, organizzando mense, asili, corsi di alfabetizzazione e di puericultura. E il ruolo delle donne diventò ancora più incisivo nella dimensione internazionale: Lucía Sánchez fu tra le principali responsabili del progetto di sostegno intorno a cui nacque Solidaridad Internacional Antifascista (Sia); anche questa rete dedicò molta attenzione all'infanzia non limitandosi all’assistenza ma propugnando nuovi metodi educativi. Lucía organizzò colonie per bambine/i e adolescenti, rivolte soprattutto ad accogliere figli e figlie dei militanti anarchici, con lo scopo di assicurare alla gioventù un ambiente protetto dalle violenze della guerra.

Nel 1937, ritornata nuovamente a Valencia, Lucía vi conobbe América Barroso detta Mery, che sarà da allora la sua compagna di vita. Alla caduta della repubblica, nel 1939, fuggì in Francia, con quella che sarebbe stata da allora in avanti la sua famiglia: Mery, il padre Eugenio e la sorella Concepción con i quali si era riunita. Ma dopo l’occupazione nazista del Paese e la nascita del governo di Vichy, Lucía e i suoi sono costretti nuovamente a fuggire e a rientrare clandestinamente in Spagna, stabilendosi prima a Madrid e poi, definitivamente, a Valencia grazie all’aiuto della famiglia Barroso. Lucía muore il 2 giugno 1970, per un tumore ai polmoni; Mery le sopravvive per sette anni. Nell'ultimo periodo dell'esistenza, Lucía riprende a scrivere poesie, rimaste in gran parte inedite, molto diverse da quelle composte in gioventù, segnate dalla passione. Lontani ormai gli anni della militanza, cifra degli ultimi scritti non è più il “noi”, la dimensione collettiva, ma l’accento intimista, percorso dalle angosce della sconfitta, dalla paura della malattia e della morte incombente, e anche da un sentimento religioso incerto, tuttavia alimentato dalla speranza che la vita non sia finita. Sopra un fascio di poesie inedite conservato dalla famiglia Barroso si legge un titolo vergato dalla mano di Lucía: Siempre puede volver la esperanza (Poemas).

 

Traduzione francese
Guenoah Mroue

Il est impossible de ne pas lire l’histoire biographique de Lucia Sánchez Saornil comme un reflet des moments et des expériences cruciales du XXe siècle et des femmes qui ont vécu au cours de ce siècle. Sa personne est sortie de l’obscurité grâce à l’anthologie éditée en 1975 par Mary Nash, traduite ensuite en italien (Mujeres libres - Femmes libres : Espagne 1936-1939, Ragusa, La Fiaccola, 1991), dédiée au périodique et à l’organisation homonyme des femmes anarchistes fondées par Lucia au cours de la guerre civile espagnole; mais c’est grâce à la recherche récente et documentée de Michela Cimbalo (J’ai toujours dit: Lucia Sánchez Saornil, féministe et anarchiste en Espagne de la Guerre Civile, Rome, Viella, 2020) en a reconstruit la biographie dans toute son épaisseur et sa richesse. Sánchez Saornil est né à Madrid, le 13 décembre 1895, dans une famille d’ouvriers agricoles émigrés deux ans plus tôt de la meseta du Nord à la recherche de meilleures opportunités dans la capitale en pleine expansion économique et urbaine. Cependant, les conditions de travail précaires et le coût élevé de la vie ne permettent pas au jeune couple - Eugène et Gabriel - et à leurs quatre enfants - dont deux mourront en âge prècoce- de redresser leur sort et de mener une existence moins dure. En 1908, quand Lucia a douze ans et sa sœur Concepción plus jeune de deux ans, sa mère meurt lors d’une épidémie de tuberculose. Fille de parents analphabètes, dotée de moyens très faibles, elle est cependant animée d’une grande faim de savoir : elle reçoit sûrement une instruction de base si, à dix-huit ans, elle maîtrise à tel point l’écriture qu’elle envoie à un journal madrilène, La Dencorresponcia de España, une lettre dans laquelle elle souhaitait qu’une association analogue soit instituée pour les jeunes filles à celle des jeunes explorateurs : c’était en réalité une revendication timide en faveur des femmes espagnoles, privées d’espace et contraintes à vivre sans oxygène dans les rues de la ville. D’autre part - soutenait-elle - jouir d’une plus grande liberté de mouvement permettrait aux femmes de mieux remplir leurs fonctions d’épouses et de mères. Lucia se signa comme élève du Centro de Hijos de Madrid, une institution caritative fondée par des entrepreneurs et des intellectuels qui offrait des possibilités d’éducation et de formation professionnelle aux couches les plus nécessiteuses de la population avec une attention particulière pour les femmes.

Au début de l’année suivante, l’hebdomadaire Avante publiait les premières épreuves poétiques de Lucia Sánchez Saornil, la présentant comme une jeune et prometteuse écrivain. La veine littéraire se développa dans les années suivantes, conduisant Lucia à publier dans de nombreux autres journaux jusqu’à arriver en 1916 sur les pages de Los Quijotes, une revue littéraire éditée à Madrid. En signant sous le pseudonyme masculin de Luciano de San Saor - presque un anagramme de son nom - Luciano de San Saor s’exprime dans des vers chargés de passion et de désir adressés à une femme. La participation à Los Quijotes se révèle un tournant pour la maturation de la jeune fille, tant du point de vue artistique que politique : En 1918, le groupe de rédaction de la revue fusionnera avec le mouvement de l’avant-garde espagnole connu sous le nom d’ultraisme et dans ce même milieu, Lucia entrera en contact avec l’anarchisme. L’Ultraisme fut un mouvement hybride puisant dans différentes tendances artistiques du début du siècle, du futurisme au dadaïsme en passant par le cubisme, d’où elle emprunta quelques mots d’ordre comme l’antipaxysme, l’expérimentalisme linguistique et esthétique, l’exaltation de la science et de la technique comme traits distinctifs de la modernité. Jusqu’à l’épuisement de la parabole ultraiste, au cours des années 1920, Lucia a continué à publier dans les journaux proches du mouvement, comme Gran Guiñol, Tableros, Ultra, Vertices, Plural et l’importante revue argentine Martin Fierro à laquelle contribuait Jorge Luis Borges.

En 1916, Lucia a commencé à travailler dans une compagnie de téléphone à Madrid. En effet, les sociétés de téléphone, en Espagne comme ailleurs, employaient en grande partie de la main-d’œuvre féminine, notamment aux niveaux les plus bas et les moins qualifiés de la structure de l’entreprise : c’était pourtant un emploi qui n’avait pas les traits et les caractéristiques du travail ouvrier, elle ne se déroulait pas à l’usine. Elle était donc attractive aussi bien pour les femmes de classe moyenne que pour les prolétaires, pour lesquelles elle pouvait représenter une possibilité d’ascension économique et sociale, comme dans le cas de Lucia. C’était un travail extrêmement difficile, avec des horaires pénibles, des obligations et des règles qui affectaient lourdement la vie privée, comme la clause de célibat. En 1924, l’entreprise où travaillait Lucia fut absorbée par la Compañia Telefónica Nacional de España. C’est à cette société anonyme que le gouvernement dictatorial de Primo de Rivera, arrivé au pouvoir en 1923, confia en monopole la réorganisation du service téléphonique du pays. Le principal actionnaire de la CTN était la société américaine ITT (International Telephone and Telegraphic), qui visait à introduire des formes de rationalisation tayloristique dans le travail afin d’optimiser les temps et d’obtenir un rendement plus élevé. Les fortes agitations qui marquèrent cette phase de modernisation du service téléphonique touchèrent surtout la main-d’œuvre masculine : peu de femmes qui y prirent part, parmi lesquelles Lucia, qui en 1927 fut transférée à Valence. Quatre ans plus tard, en 1931, elle a été licenciée. La dictature de Primo de Rivera est tombée en 1930 et, l’année suivante, la monarchie, à la suite des élections qui avaient exprimé une majorité républicaine-socialiste, n’a pas atténué la conflictualité sociale : les travailleuses et les travailleurs de Telefónica sont tombés dans l’agitation en opposition au monopole privé des services téléphoniques introduit par la dictature. En réalité, dans les conflits du travail, les gouvernements républicains, après quelques promesses initiales, n’avaient pas changé de cap et avaient continué à favoriser les formes de conciliation déjà introduites auparavant, méthodes que le syndicat anarchiste, la CNT, contrairement au syndicat socialiste, l’Ugt, avait toujours rejeté : les protestations syndicales virent donc non seulement l’affrontement direct entre le gouvernement et le CNT, mais aussi de graves oppositions entre les deux principaux syndicats espagnols.

Une fois licenciée, Lucia commence à gagner sa vie en tant que journaliste et militante anarchiste. Elle collabore à de nombreux journaux, dont El Libertario, hebdomadaire à vie très discontinue lié à la Federación Anarquista Ibérica (FAI); à partir de 1933, elle entre, seule femme, dans la rédaction du quotidien Cnt, organe du syndicat national. Au centre de l’attention de Lucia et de ses interventions sur la presse fut la "question féminine", un thème depuis toujours cher à la pensée anarchiste, qu’elle affronta d’une perspective sinon hétérodoxe certainement indépendante de celle assumée par le mouvement. Dans une optique authentiquement anarchiste de contestation du système représentatif, Lucia critique le droit de vote que la république a accordé aux femmes, en l’absence de revendication de la part des femmes elles-mêmes : cependant, elle ne se limite pas à affirmer qu’elle représente une instrumentalisation et une assimilation des femmes aux logiques de l’État, mais elle affirme la nécessité d’une initiative spécifique des anarchistes, en totale autonomie - politique et organisationnelle - du mouvement. En effet, c’est l’annonce de ce que Lucia réalisera quelques années plus tard, en fondant en avril 1936, avec Mercedes Comaposada, le périodique Mujeres Libres, lieu de discussion et d’agrégation politique des femmes, proche de l’anarchisme mais tout à fait indépendant. Identifiant dans le terme féminisme un mot d’ordre visant à obtenir une simple égalisation avec les hommes, Lucia et ses compagnes de la rédaction rejettent ses objectifs au nom d’une vision radicale qui considère les femmes avant-gardistes d’une société future. La guerre civile qui éclate peu à peu est le terrain sur lequel se mesure la capacité d’initiative féminine. L’organisation Mujeres libres, qui parviendra à réunir vingt mille femmes, prêtera aide aux combattants et à leurs familles, s’emploiera dans les approvisionnements et dans la distribution de nourritures, dans l’assistance à la population et à l’enfance, en organisant des cantines, des crèches, des cours d’alphabétisation et de puériculture. Et le rôle des femmes devint encore plus incisif dans la dimension internationale : Lucia Sánchez fut parmi les principales responsables du projet de soutien autour duquel naquit Solidaridad Internacional Antifascista (Sia), ce réseau a également consacré beaucoup d’attention à l’enfance, non seulement en ce qui concerne les soins, mais aussi en ce qui concerne les nouvelles méthodes d’éducation. Lucia organisa des colonies pour les filles/adolescents, destinées surtout à accueillir les fils et les filles des militants anarchistes, dans le but d’assurer à la jeunesse un milieu protégé des violences de la guerre.

En 1937, de retour à Valence, Lucia y fait la connaissance d’América Barroso dite Mery, qui depuis, sera sa compagne de vie. À la chute de la République, en 1939, elle s’enfuit en France, avec ce qui sera désormais sa famille : Mery, son père Eugène et sa sœur Concepción avec qui elle s’était réunie. Mais après l’occupation nazie du pays et la naissance du gouvernement de Vichy, Lucia et ses hommes sont à nouveau contraints de fuir et de rentrer clandestinement en Espagne, s’installant d’abord à Madrid puis, définitivement, à Valence grâce à l’aide de la famille Barroso. Lucia meurt le 2 juin 1970 d’un cancer du poumon ; Mery lui survit pendant sept ans. Dans la dernière période de son existence, Lucia recommence à écrire des poèmes, restés en grande partie inédits, très différents de ceux composés dans sa jeunesse, marqués par la passion. Après les années de militantisme, le chiffre des derniers écrits n’est plus le "nous", la dimension collective, mais l’accent intimiste, parcouru par les angoisses de la défaite, par la peur de la maladie et de la mort imminente, et aussi par un sentiment religieux incertain, mais nourri par l’espoir que la vie n’est pas finie. Sur un paquet de poèmes inédits conservés par la famille Barroso, on peut lire un titre écrit par la main de Lucia : Siempre puede volver la esperanza (Poemas).

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

It is impossible not to read the biographical story of Lucía Sánchez Saornil as a reflection of crucial moments and experiences of the twentieth century, and of the women who lived in that century. Her figure emerged from obscurity thanks to the anthology edited in 1975 by Mary Nash, subsequently translated into Italian (Mujeres libres - Donne libere: Spagna 1936-1939, Ragusa, La Fiaccola, 1991), dedicated to the periodical and to the anarchist women's organization of the same name, founded by Lucía during the Spanish Civil War. But it is thanks to the recent and documented research of Michela Cimbalo (Ho sempre detto noi: Lucía Sánchez Saornil, femminista e anarchica nella Spagna della Guerra Civile, Rome, Viella, 2020) that we have her biography reconstructed in all its depth and richness. Sánchez Saornil was born in Madrid on December 13, 1895 to a family of farm laborers who emigrated two years earlier from the northern plateau in search of better opportunities in the capital, at that point in full economic and urban expansion. However, precarious working conditions and the high cost of living didn’t allow the young couple - Eugenio and Gabriela - and their four children (two of whom died at an early age) to raise their fortunes and lead a less difficult existence. In 1908, when Lucía was twelve and her sister Concepción was two years younger, her mother died during an epidemic of tuberculosis. The daughter of illiterate parents in difficult economic circumstances, Lucia as a young girl was nevertheless animated by a great hunger for knowledge. She certainly received a basic education, since at eighteen she had mastered writing to the point of sending a letter to a Madrid newspaper, La Correspondencia de España, in which she said she hoped that an association similar to that of the young explorers would also be established for girls. It was actually a modest request, in favor of Spanish women, deprived of space and forced to live without oxygen in the city streets. She argued that enjoying greater freedom of movement would allow women to better fulfill their functions as wives and mothers. Lucía signed up as a student of the Centro de Hijos de Madrid, a charity institution founded by entrepreneurs and intellectuals that offered education and professional training opportunities to the poorest sections of the population with particular attention to women.

At the beginning of the following year, the weekly Avante first published poetry by Lucía Sánchez Saornil, presenting her as a young and promising writer. Her literary output developed in the following years to the point that Lucía was published in numerous other newspapers, until arriving in 1916 on the pages of Los Quijotes, a literary magazine published in Madrid. Signing with the male pseudonym of Luciano de San Saor - almost an anagram of her own name - she expressed herself in verses addressed to a woman, full of passion and desire. Participation in Los Quijotes proved to be a turning point in the young woman's development, both from an artistic and political point of view. In 1918 the editorial team of the magazine merged into the Spanish avant-garde movement known as Ultraismo and in that same environment Lucía came into contact with anarchism. Ultraism was a hybrid movement that drew on different artistic trends of the beginning of the century, from futurism to Dadaism to cubism, from which it borrowed ideas such as antipassatismo (down with the past), linguistic and aesthetic experimentalism, and the exaltation of science and of technology as hallmarks of modernity. Until the ultraist movement dissapated during the 1920s, Lucía continued to be published in newspapers close to the movement, such as Gran Guiñol, Tableros, Ultra, Vertices, Plural and in the important Argentine magazine Martin Fierro to which Jorge Luis Borges contributed.

In 1916 Lucía started working for a Madrid telephone company. The telephone companies, in Spain as elsewhere, largely employed female labor, especially at the lowest levels of the company structure. Nevertheless, it was work that didn’t have the characteristics of blue-collar work, nor was it carried out in a factory. It was therefore attractive to both middle-class women and proletarians, for whom it could represent a possibility of economic and social ascent, as in the case of Lucía. It was, however, extremely hard work, with long hours, obligations and rules that heavily affected private life, such as forbidding female workers to marry (clausola di nubilato). In 1924 the company where Lucía worked was absorbed by the Compañia Telefónica Nacional de España. The dictatorial government of Primo de Rivera, which came to power in 1923, entrusted the reorganization of the country's telephone service to this corporation. The largest shareholder of CTN was the US company IT&T (International Telephone and Telegraphic), which aimed to introduce forms of Taylorist rationalization in work in order to optimize time and achieve greater profits. The turmoil that marked this phase of modernization of the telephone service mainly concerned the male workforce - few women took part in it, including Lucía, who in 1927 was transferred to Valencia. Four years later, in 1931, she was fired. After the fall of Primo de Rivera's dictatorship in 1930 and, the following year, the monarchy, following the elections that had expressed a republican-socialist majority, the social conflict had not subsided. Workers from Telefónica organized in opposition to the private monopoly of telephone services introduced by the dictatorship. In reality, the republican government, after some initial promises, had not changed course in labor conflicts, and had continued to favor the forms of conciliation already introduced, methods that the anarchist union, the CNT, had always rejected, unlike the socialist UGT. The trade union protests therefore involved not only the direct clash between the government and the CTN, but also serious conflicts between the two main Spanish unions.

Once fired, Lucía began earning a living as a journalist and anarchist activist. She collaborated with many newspapers, including El Libertario, an irregularly published weekly linked to the Federación Anarquista Ibérica (FAI). In 1933 she was the only woman in the editorial office of the CNT newspaper, the organ of the national union. At the center of Lucía's attention and her interventions in the press was the "women's question", a theme that has always been dear to anarchist thought, which she tackled from a perspective which was, if not unorthodox, certainly independent from that assumed by the movement. From an authentically anarchic viewpoint, of contesting the parliamentary system, Lucía criticized the right to vote that the republic granted to women, in the absence of demands by women themselves. Further, she didn’t limit herself to stating that it represented an exploitation and an assimilation of women to the logic of the state, but asserted the need for specific initiatives by anarchist women, in total autonomy - political and organizational - from the movement. The assertion of these ideas foreshadowed what Lucía would achieve a few years later. In April 1936, together with Mercedes Comaposada, she founded the periodical Mujeres Libres, a place for discussion and political organization by women, close to anarchism but completely independent. By identifying in the term feminism a slogan aimed at obtaining a mere equality with men, Lucía and her editorial teammates rejected that objective in the name of a radical vision that considered women to be the vanguard of a future society. The Civil War that broke out shortly thereafter became the terrain on which women's capacity for initiative was tested. The Mujeres Libres organization, which brought together twenty thousand women, helped the fighters and their families, worked in procurement and distribution of food, in assisting the population and children, organizing canteens, kindergartens, literacy courses and childcare. And the role of women became even more incisive on the international scene. Lucía Sánchez was among the main leaders of the support project around which Solidaridad Internacional Antifascista (SIA) was born. This network also devoted a lot of attention to children, not limiting itself to assistance but advocating new educational methods. Lucía organized colonies for young children and adolescents, aimed above all at accepting the sons and daughters of anarchist militants, with the aim of ensuring the youth an environment protected from the violence of war.

In 1937, when she returned to Valencia, Lucía met América Barroso, known as Mery, who became her life-long partner. At the fall of the republic, in 1939, she fled to France, with what would henceforth be her family - her father Eugenio, her sister Concepción, with whom she was reunited, and Mery. But after the Nazi occupation of the country and the birth of the Vichy government, Lucía and her family were again forced to flee and returned illegally to Spain, settling first in Madrid and then, finally, in Valencia thanks to the help of the Barroso family. Lucía died on June 2, 1970, of lung cancer. Mery survived her for another seven years. In the last period of her existence, Lucía resumed writing poems, largely unpublished, marked by her passion, and very different from those composed in her youth. Gone were the years of militancy - the central figure of the later writings is no longer the "we", the collective dimension, but an intimate accent, marked by the anguish of defeat, by the fear of illness and impending death, and also by a generic religious sentiment, fueled by the hope that life is never over. Above a bundle of unpublished poems preserved by the Barroso family we can read a title written by the hand of Lucía: Siempre puede volver la esperanza [Hope can always return] (Poemas).

 

Traduzione spagnola
Giulia Calì

Es imposible no leer la biografía de Lucía Sánchez Saornil como el reflejo de momentos y experiencias cruciales del siglo XX y de las mujeres que vivieron durante ese siglo. Su figura emergió de la oscuridad gracias a la antología editada por Mary Nash en 1975 (Barcelona, Tusquets), luego traducida al italiano (Mujeres libres - Donne libere: Spagna 1936-1939, Ragusa, La Fiaccola, 1991), dedicada al periódico y a la homónima organización de mujeres anarquistas fundados por Lucía durante la Guerra Civil española; pero solo gracias a la reciente y documentada investigación de Michela Cimbalo se pudo reconstruir la biografía en todo su importancia y riqueza. Sánchez Saornil nació en Madrid el 13 de diciembre de 1985 en una familia de obreros agrícolas que dos años antes había emigrado de la meseta septentrional en busca de mejores oportunidades en la capital en plena expansión económica y urbanística. Sin embargo, condiciones de trabajo precarias y un alto costo de la vida no le permitieron a la joven pareja –Eugenio y Gabriela– y a sus cuatro hijos –dos de los cuales morirán a temprana edad– mejorar su propio destino y llevar una existencia menos dura. En 1908, cuando Lucía tenía doce años y su hermana Concepción dos menos, su madre murió durante una epidemia de tuberculosis. A pesar de ser hija de padres analfabetos y pobre de recursos, la chica estaba animada su por gran hambre de conocimiento: recibió sin duda una educación básica pues con dieciocho años dominaba hasta tal punto la escritura que envió una carta a un periódico madrileño, La Correspondencia de España, en la que deseaba que también se instituyera una asociación análoga a la de los jóvenes exploradores para las chicas: en realidad se trataba de una tímida reivindicación en favor de las mujeres españolas, privadas de un espacio propio y obligadas a vivir sin oxígeno en las calles de la ciudad. Por otra parte –sostenía– gozar de mayor libertad de movimiento permitiría a las mujeres cumplir mejor con sus funciones de esposas y madres. Lucía se firmaba como alumna del Centro de Hijos de Madrid, una institución benéfica fundada por emprendedores e intelectuales que ofrecía oportunidades de educación y formación profesional a las capas más necesitadas de población, con especial atención a las mujeres.

A principios del año siguiente el semanario Avante publicaba las primeras pruebas poéticas de Lucía Sánchez Saornil, presentándola como una escritora joven y prometedora. Su vena literaria se irá desarrollando en los años siguientes llevándola a publicar en muchos otros periódicos hasta llegar en 1916 a las paginas de Los Quijotes, una revista literaria editada en Madrid. Firmando con el seudónimo masculino de Luciano de San Saor –casi un anagrama de su nombre– Lucía se expresa en versos cargados de pasión y deseo hacia una mujer. La participación en Los Quijotes se revela un punto de inflexión para la maduración de la joven, tanto desde el punto de vista artístico como político: en 1918 el grupo de redacción de la revista confluirá en el movimiento de vanguardia española conocido como Ultraísmo y en ese mismo ambiente Lucía entrará en contacto con el anarquismo. El Ultraísmo fue un movimiento híbrido que recurrió a diferentes tendencias artísticas de principios de siglo, desde el futurismo hasta el dadaísmo y el cubismo, de los que tomó algunas palabras clave como el antipasatismo, el experimentalismo lingüístico y estético, la exaltación de la ciencia y de la técnica como rasgos distintivos de la modernidad. A lo largo de los años Veinte, hasta que se agotó la parábola ultraísta, Lucía siguió publicando en los periódicos cercanos al movimiento, como Gran Guiñol, Tableros, Ultra, Vertices, Plural y la importante revista argentina Martin Fierro a la que contribuía Jorge Luis Borges.

En 1916 Lucía había empezado a trabajar en una compañía telefónica de Madrid. De hecho, las empresas telefónicas en España, como en otras partes, empleaban en gran medida mano de obra femenina, sobre todo en los niveles más bajos y menos cualificados de la estructura empresarial: sin embargo, era un empleo que no tenía los rasgos del trabajo obrero, ni se llevaba a cabo en la fábrica. Por eso era atractivo tanto para las mujeres de clase media como para las proletarias, para las que podía representar una posibilidad de ascenso económico y social, como en el caso de Lucía. Aun así, era un trabajo muy duro, con horarios pesados, obligaciones y normas que influían notablemente en la vida privada, como la cláusula de soltería. En 1924 la empresa donde trabajaba Lucía fue absorbida por la Compañía Telefónica Nacional de España. El gobierno dictatorial de Primo de Rivera, que llegó al poder en 1923, confió la reorganización del servicio telefónico del país en régimen de monopolio a esta empresa anónima. La mayor accionista de la CTN era la empresa estadounidense ITT (International Telephone and Telegraphic), que aspiraba a introducir formas de racionalización taylorista en el trabajo con el objetivo de optimizar tiempos y obtener un mayor rendimiento. Las fuertes protestas que marcaron esta etapa de modernización del servicio telefónico afectaron sobre todo a la mano de obra masculina: pocas mujeres tomaron parte en ellas, entre ellas a Lucía, que en 1927 fue trasladada a Valencia. Cuatro años después, en 1931, la despidieron. Cuando cayeron la dictadura de Primo de Rivera, en 1930, y la monarquía el año siguiente, tras las elecciones que habían expresado una mayoría republicano-socialista, no se había atenuado la conflictividad social: la clase trabajadora de la Telefónica se levantó contra el monopolio privado de los servicios telefónicos introducido por la dictadura. En realidad, los gobiernos republicanos, tras algunos compromisos iniciales, no habían cambiado de rumbo en los conflictos laborales y seguían favoreciendo formas de conciliación ya antes introducidas, métodos que el sindicato anarquista, la CNT, al contrario que el socialista, la UGT, siempre había rechazado: así que las protestas sindicales vieron no solo el enfrentamiento directo entre gobierno y CNT, sino también graves contrastes entre los dos principales sindicatos españoles.

Tras su despido, Lucía empezó a ganarse la vida como periodista y activista anarquista. Colaboró en muchos periódicos, entre los cuales El Libertario, semanario con publicación discontinua asociado a la Federación Anarquista Ibérica (Fai); desde 1933 entró en la redacción del periódico CNT, órgano del sindicato nacional donde era la única mujer. El foco de atención de Lucía y de sus intervenciones en la prensa fue la “cuestión de la mujer”, un tema importante para el pensamiento anarquista, que lo abordó desde una perspectiva si no heterodoxa, sin duda independiente de la adoptada por el movimiento. En una óptica auténticamente anarquista de refutación del sistema representativo, Lucía critica el derecho de voto que la República concedió a las mujeres, sin que lo hubieran reivindicado ellas mismas: sin embargo, no se limita a afirmar que eso representa una instrumentalización y una asimilación de las mujeres a las lógicas del Estado, sino que afirma la necesidad de una iniciativa específica de las anarquistas, en total autonomía –política y organizativa– del movimiento. De hecho, es el anuncio de lo que Lucía realizará pocos años después, fundando en abril de 1936, junto con Mercedes Comaposada, el periódico Mujeres libres, lugar de debate y de agregación política de las mujeres, cercano al anarquismo pero totalmente independiente. Identificando en el término feminismo una palabra clave dirigida a obtener una mera equiparación con los hombres, Lucía y sus compañeras de la redacción rechazan sus objetivos en nombre de una visión radical que considera a las mujeres como vanguardia de una sociedad futura. La Guerra Civil que estalla poco después es el terreno en el que se mide la capacidad de iniciativa de las mujeres. La organización Mujeres libres, que llegará a reunir a veinte mil mujeres, prestará ayuda a los combatientes y a sus familias, trabajará en el abastecimiento y en la distribución de víveres, en la asistencia a la población y a la infancia, organizando comedores, guarderías, cursos de alfabetización y de puericultura. Y el rol de las mujeres se hizo aún más decisivo en la dimensión internacional: Lucía Sánchez fue una de las principales responsables del proyecto de apoyo alrededor del cual nació Solidaridad Internacional Antifascista (SIA); también esta red dedicó mucha atención a la infancia, sin limitarse a la asistencia sino propugnando nuevos métodos educativos. Lucía organizó colonias para infantes y adolescentes, dirigidas sobre todo a acoger a los hijos e hijas de los militantes anarquistas, con el fin de asegurar a la juventud un ambiente protegido de las violencias de la guerra.

En 1937 Lucía volvió nuevamente a Valencia, donde conoció a América Barroso, llamada Mery, quien desde ese entonces será su compañera de vida. A la caída de la república en 1939 huyó a Francia, con la que de ahí en adelante sería su familia: Mery, su padre Eugenio y su hermana Concepción, con los que se había reunido. Pero después de la ocupación nazi del país y del nacimiento del gobierno de Vichy, Lucía y los suyos se vieron obligados a huir nuevamente y a volver clandestinamente a España, estableciéndose primero en Madrid y después definitivamente en Valencia gracias a la ayuda de la familia Barroso. Lucía murió el 2 de junio de 1970 por un cáncer de pecho.

 

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