Federica Montseny
Daniela Fusari



Viola Gesmundo

 

Spagnola, o meglio catalana, anarchica, femminista (pur non volendosi definire tale), ministra, militante sempre. In queste parole è il senso della vita di Federica Montseny, una figura ancora non abbastanza conosciuta, ma la cui opera sulla scena politica europea è stata precorritrice di battaglie i cui obiettivi non sono compiutamente raggiunti oggi. Montseny nasce a Madrid il 12 febbraio 1905. «È nata morta! No, è viva» è il grido liberatorio che riempie la casa dove Teresa Mañé ha dato alla luce Federica, disperazione ed esultanza che ben si comprendono se si considera che tre precedenti gravidanze non avevano avuto lieto fine e che pure Blanquita, nata un anno dopo, non sopravviverà, destinando Federica a rimanere figlia unica. Teresa e il marito, Juan Montseny, sono entrambi militanti anarchici, catalani, impegnati in un’azione di divulgazione del credo libertario che si esprime sia con il pensiero sia con l’azione. Lei è una maestra che impronta la sua attività didattica ai principi libertari, lui un operaio capace di usare le parole per convincere e trascinare il suo pubblico, sia in comizi infuocati sia con articoli divulgativi e testi teatrali. In seguito a un attentato, opera di anarchici individualisti, cultori dell’azione, Juan è dapprima incarcerato e poi espulso dalla Spagna. Conosce così l’esilio. Londra, dove dopo qualche tempo lo raggiunge Teresa, e Parigi sono le tappe del loro peregrinare, ricco però di incontri e stimoli intellettuali. Nel 1898, dopo circa due anni, riescono a rientrare in Spagna e si stabiliscono a Madrid dove fondano un periodico, La Revista Blanca, che ospita articoli della migliore intellettualità spagnola e internazionale, da Miguel Unamuno a Lev Tolstoj e Piotr Kropotkin, fino a Teresa Claramont, ispiratrice delle lotte per l’emancipazione femminile in chiave anarchica. Anche marito e moglie scrivono sulla rivista, lei con lo pseudonimo di Gustavo Soledad e lui con il nome di battaglia di Federico Urales.

Più o meno negli stessi anni, nasce a Barcellona la “Escuela Moderna”, attraverso la quale Francisco Ferrer Guardia, il rivoluzionario catalano suo ideatore, si propone di condurre non solo una battaglia culturale e educativa, ma anche un’azione di lotta contro lo Stato capitalista e oppressore. L’anarchismo in Spagna, come in Italia, nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento, è molto diffuso e ha messo radici profonde soprattutto in Catalogna. Questo è il contesto culturale in cui prende avvio l’avventura di vita di Federica Montseny ed era importante darne conto per comprendere i principi e i valori di cui si è nutrita la sua formazione. Sia La Revista Blanca, sia la “Escuela Moderna” sono costrette a chiudere proprio nello stesso periodo in cui Federica Montseny viene alla luce, ma non per questo si spengono i principi che le hanno ispirate.

Figura dominante nell’educazione di Federica è la madre Teresa che modella la propria pratica pedagogica sulle idee di Rousseau: un’educazione antidogmatica, creativa, libera da condizionamenti imposti in nome della Patria e di Dio. La famiglia, dopo anni di lontananza dalla nativa Catalogna, può infine tornare a vivere nei dintorni di Barcellona dove si mantiene grazie all’allevamento di galline e conigli, ma anche con il lavoro intellettuale: le traduzioni di Teresa, le collaborazioni giornalistiche di Juan che scrive pure testi teatrali. Sulla scena del mondo, intanto, mentre Federica cresce, accadono eventi di portata epocale: la Grande Guerra e la Rivoluzione russa, nei confronti dei quali la galassia anarchica assume posizioni non sempre concordi. Così, mentre Kropotnik e Malatesta, padri storici dell’anarchismo, si schierano per l'interventismo, Angelo Pestana, nel 1920, di ritorno da un viaggio in Russia per vedere come funziona lo Stato nato dalla Rivoluzione bolscevica, scettico e deluso, proclama: «bisogna cambiare la rivoluzione per farla davvero». L’adolescenza di Federica trascorre tra le faccende domestiche, lo studio sotto la guida della madre, la lettura vorace di saggistica e narrativa e la frequentazione, insieme ai genitori, di circoli operai e caffè letterari dove si svolge il dibattito politico-culturale più avanzato e si respira indipendentismo catalano. Ha ereditato dal padre e dalla madre la facilità di scrittura e scrive bene. Le sue prime prove sono novelle a sfondo sociale venate di romanticismo. Nel 1923, in risposta alla svolta autoritaria imposta manu militari dal generale Miguel Primo de Riveira, con tacito assenso della Monarchia e della Chiesa, Juan Monteseny prende posizione dando forma a un progetto di resistenza al direttorio militare, non con le armi da fuoco ma con le armi della cultura. È la rinascita di La Revista Blanca. Il progetto editoriale vuole dare largo spazio ad argomenti di carattere filosofico-letterario, ai temi dell’emancipazione femminile e dell’educazione. Il periodico pubblica articoli di autori prestigiosi che già avevano scritto sulle pagine della precedente edizione, ma anche contributi di nuove firme e trova largo consenso e diffusione. Tutta la famiglia è impegnata nella redazione: Juan si occupa della divulgazione del pensiero di Kropotkin, la madre, Teresa, cura la sezione di storia, Federica scrive storie che sappiano al contempo far sognare ed educare le giovani generazioni. Clara, protagonista di La Victoria, racconta e rende esemplare la vicenda di una giovane donna emancipata dalla sudditanza al maschio, padre o marito, un’eroina che rivendica il diritto a vivere una sessualità libera, andando ben oltre la richiesta del voto alla donne, cavallo di battaglia delle suffragiste in quegli anni. E quella per il libero amore è una campagna che Montseny conduce con determinazione non solo a livello teorico, ma anche nella propria esperienza di vita. Lavorando in redazione, incontra un giovane anarchico, Germinal Esgleas, e con lui si sposa nel 1930. In quell’anno cambia il contesto politico spagnolo: il regime dittatoriale si estingue e prendono piede le istanze repubblicane sostenute da un fronte composito di cui fanno parte ideologie liberali, repubblicane e radicali. Le elezioni sanciscono il nuovo assetto istituzionale. Gli anarchici, pur lasciati liberi di votare, in gran parte si astengono ed è quello che fanno anche gli Urales, cioè i Montseny. Ma questa nuova realtà apre nel fronte anarchico un dibattito acceso tra l’anima “possibilista, riformatrice”, che vede nella repubblica una tappa verso l’emancipazione definitiva e l’affermarsi di una società senza Stato, e quella definita “nichilista, oltranzista” sintetizzata così nelle parole del vecchio anarchico Errico Malatesta: «Se si stabilizza in Spagna la repubblica non c’è da farsi illusioni. […] Il popolo perderà di vista l’impeto delle azioni rivoluzionarie e si adatterà per comodità e senza sforzo a uno status quo basato su riforme e collaborazione di classe». Federica Montseny condivide questa linea politica dura e pura e affianca all’attività di pubblicista e scrittrice sulle pagine di La Revista Blanca e di El Luchador quella di “aratora obrera”, in giro per la Spagna a promuovere e sostenere le lotte operaie e contadine “verso una nuova aurora sociale”.

Il governo repubblicano è esitante nel varare le riforme e le proteste popolari si moltiplicano. Scioperi, manifestazioni, violente repressioni si susseguono. Federica non risparmia le energie che investe nella lotta, se non per il periodo della sua maternità. E, nel 1933, nasce una bambina, Vida, il cui nome è lo stesso della protagonista della novella La Indomabile. «Per legge naturale i figli appartengono alla madre», aveva affermato in un testo del 1927, rivendicando la necessità di sottrarre l’educazione della prole al volere/potere dei padri. Certo è che la maternità “emancipata”, così come Federica la intende, le impone la costante ricerca di un difficile equilibrio tra le necessità di cura e accudimento della bambina e la volontà indomabile di essere parte attiva nel processo politico in atto in Spagna. Le elezioni politiche del 1934 regalano il governo del Paese a una coalizione di nazionalisti e monarchici, il cui successo, ancora una volta, è dovuto all’astensionismo delle migliaia di iscritti alle organizzazioni anarchiche Cnt (Confederación Nacional del Trabajo) e Fai (Federación Anarquista Ibérica). A questa deriva reazionaria reagiscono i sindacati con scioperi e insorgenze violente in Aragona, nelle Asturie e in Catalogna, tutte represse nel sangue.

Federica Montseny è parte attiva nel dibattito seguìto alla sconfitta del movimento e si pone domande sull’efficacia dell’alleanza con i comunisti e i socialisti, compagni di lotta nelle insurrezioni appena fallite. Il suo ruolo politico all’interno dell’anarchismo spagnolo è in continua ascesa: a cavallo tra il 1934 e il ’35, la direzione di La Revista Blanca passa nelle sue mani, non senza attriti con il padre, che non accetta di buon grado di essere sostituito. Giorgio Cosmacini che ha recentemente pubblicato una biografia di Montseny, fonte preziosa di informazioni per la stesura di queste brevi note, così afferma: «Il vero significato della diatriba non è quello, banale, di una lite in famiglia, […]; è invece quello epocale, di una competizione generazionale e di genere, per cui una voce femminile si contrappone con pari vigoria argomentativa a una voce maschile e, al tempo stesso, una generazione di donne emancipate si affianca sempre più numerosa a una generazione di uomini nella lotta per il conseguimento dei comuni ideali». Le elezioni del 1936 vedono la vittoria del Fronte popolare di cui fanno parte i partiti Repubblicano, Socialista, Comunista, il Poum (Partido Obrero de Unificaciòn Marxista) e il Partido Sindacalista, la Ugt, ma non la Cnt. Questa volta, però, la maggioranza degli anarchici ha votato, contribuendo così al successo. Lo scarto è stato di soli quattrocentomila voti su otto milioni di votanti. Così Cosmacini descrive la situazione creatasi: «La Spagna è sul punto di spaccarsi in due: una è la Spagna che ha fede nella repubblica e che vuole rinnovarsi, con le riforme o con la rivoluzione; l’altra è la Spagna che alla repubblica democratica vuole sostituire la nazione autoritaria, ancorata alle istituzioni tradizionali – esercito e Chiesa…». Il 17 luglio 1936 la spaccatura si palesa nel colpo di Stato dei quattro generali, il cosiddetto alzamiento. Federica Montseny è tra coloro che ritengono indispensabile una immediata azione armata di popolo per superare i tentennamenti del governo, che pensa ancora di poter contare sulle forze dell’esercito rimaste fedeli alla Repubblica. Finalmente, il 19 luglio, Radio Barcellona trasmette il proclama che dà il via libera alla lotta armata. George Orwell, accorso in Spagna come osservatore e combattente, nel suo Omaggio alla Catalogna analizza e così descrive la situazione delle forze che si oppongono ai nemici della Repubblica: «… in Catalogna solo tre partiti contano veramente: il Psuc, il Poum e la Cnt insieme alla Fai». Il Partido Socialista Unificado de Cataluna rappresenta lo schieramento socialcomunista che aderisce alla Terza Internazionale; la Cnt e la Fai sono le organizzazioni del sindacalismo anarchico; il Poum è costituito da dissidenti antistalinisti di ispirazione trotzkista. Alla fine di luglio si conclude la parabola di La Revista Blanca. Federica Montseny depone la penna, ma continua a mettere la sua voce al servizio della difesa della Repubblica e per la causa rivoluzionaria: è infatti una delle voci più ascoltate della Emisora Cnt-Fai, l’emittente anarchica che affianca e spesso supera a sinistra Radio Barcellona. Nel 1936 prende anche avvio l’esperienza delle Mujeres Libres, un’associazione di donne anarchiche che danno vita dapprima alla rivista omonima e poco dopo a una rete di circoli radicati in diversi territori della penisola iberica. In Catalogna le Mujeres Libres arrivano ad avere 40 gruppi, a Madrid 13, 15 nel Centro, 28 nel Levante, 14 in Aragona, per un totale di 147 gruppi che affiliano circa 20.000 donne, per lo più appartenenti alla classe operaia. Il Casal de la Dona Treballadora e l'Instituto de Mujeres Libres a Barcellona organizzano corsi scolastici gratuiti, con un migliaio di iscritte nell'arco di pochi mesi. Tre i punti basilari dell’organizzazione: l’affermazione dell’esistenza di uno specifico problema femminile; l’adesione formale all’anarchismo come ideale rivoluzionario ugualitario per la costruzione del comunismo libertario; la denuncia di una palese contraddizione fra teoria e pratica in seno al movimento anarchico spagnolo. Federica Montseny tuttavia non aderisce alle Mujeres Libres, negando anzi la necessità di una simile organizzazione specifica femminile. La posizione viene più volte ribadita da Montseny, che scrive infatti: «Non siamo state, non siamo, non saremo femministe. Riteniamo che l’emancipazione della donna sia intimamente legata a quella dell’uomo. Per questo ci basta chiamarci anarchiche. Ma ci è sembrato che, sopratutto in Spagna, il nostro movimento soffriva di un eccesso di mascolinità; in generale all’uomo non piace che la donna lo rappresenti». E Montseny, a maggior ragione, respinge il femminismo borghese suffragista e individualista: pensa che non miri all’uguaglianza ma ad allineare la condizione delle donne a quella degli uomini, soprattutto negli aspetti negativi e senza farsi carico delle esigenze di una radicale trasformazione delle strutture sociali ed economiche. Intanto la Guerra civile esplode. A difesa della Repubblica si organizzano le Brigate internazionali, cui partecipano militanti e intellettuali antifascisti provenienti da diversi Paesi europei, visto che Francia e Inghilterra scelgono la linea del non intervento, mentre scende in campo l’Unione Sovietica inviando armi. Le forze ribelli hanno invece il pesante appoggio, in uomini e mezzi, dei regimi totalitari al potere in Italia e Germania. Il 4 settembre 1936 si insedia il Governo di unità nazionale, sostenuto da socialisti, comunisti e repubblicani, con a capo Largo Caballero. A Barcellona, il 26 settembre, entrano a far parte della Generalitat de Catalunya tre esponenti della Cnt. È la prima volta che degli anarchici partecipano a un’istituzione statale ed è il precedente che induce Caballero a rivolgere un analogo invito perché gli anarchici si prestino anche a condividere le responsabilità del governo centrale. Gli/le anarchici/che hanno piena consapevolezza del rischio di tradire l’Ideale, rinnegando l’assunto secondo cui lo Stato, qualunque forma assuma, non può che essere oppressivo e liberticida. Ma la situazione è drammatica, c’è in gioco la sopravvivenza della Repubblica. Quindi gli esponenti della Cnt-Fai accettano l’offerta di Caballero. Dei cinque ministeri richiesti ne ottengono quattro: il Ministero della Giustizia, quello del Commercio, quello dell’Industria e quello della Sanità. Proprio quest’ultimo, di nuova istituzione e di importanza cruciale, viene assegnato a Federica Montseny che diventa così la prima donna in Europa a ricoprire la carica di ministra.

Fa chi le chiede conto della scelta del movimento di farsi Stato, Montseny risponde che la mutevole realtà spagnola ha richiesto e richiede via via un adeguamento politico sociale dell’"anarchismo militante". Per combattere il fascismo e per vincerlo è necessario che sia il proletariato a porsi alla guida della lotta contro il nemico ed è altrettanto necessaria l’unità di tutte le forze, persino con i comunisti statalisti/stalinisti e con gli esponenti della borghesia rappresentati nel Governo di unità nazionale. «Il nostro ingresso nel Governo ebbe per noi il significato di un passaggio sofferto, ma che si imponeva perché indispensabile» dice Montseny nel Consuntivo Sanitario che redige a conclusione del suo mandato. E ancora: «al di sopra dei nostri stessi ideali, s’è pensato di porre una nuova ragione, una ragione di carattere generale, tale da non compromettere l’unità del fronte di lotta, da non rinunciare a dirigere la rivoluzione spagnola e con essa i destini della Spagna. Dovevamo stare sia nel mezzo del guado, sia al comando sul ponte». Le cose da fare sono molte. Innanzi tutto Montseny organizza il Ministero in due Consigli distinti, uno di Sanità e l’altro di Assistenza sociale e sceglie di svolgere la sua funzione in modo collegiale, nominando delle sottosegretarie competenti che sono donne e mediche: una è Mercedes Maestre per la Sanità, con il compito di organizzare il servizio emotrasfusionale per il pronto soccorso sia sui fronti di guerra che in ambito civile; l’altra è Amparo Poch Gascón, una delle fondatrici di Mujeres Libres, direttrice del già menzionato Casal de la Dona Treballadora, esperta di contraccezione e puericultura, cui affida il settore Assistenza sociale. Il Ministero di nuova istituzione deve far fronte a un gran numero di servizi assistenziali che sappiano dare risposte alle esigenze di mutilati e feriti, di malati e sfollati, di vecchi, donne e bambini/e. La Società delle Nazioni, cui Montseny si rivolge per ricevere aiuti, allineandosi con la politica internazionale del “non intervento”, non riconosce lo stato di estrema necessità sanitaria e sociale della Spagna e non concede l’aiuto richiesto. Intanto, nel governo si sta palesando in modo sempre più evidente l’egemonia comunista. Il peso delle armi inviate dall’Urss sposta l’asse verso le direttive inviate dal Comintern e dalla III Internazionale. Il malcontento popolare cresce a causa dell’inflazione, del rincaro dei prezzi dei generi di prima necessità, della forte presenza di immigrati e sfollati e le manifestazioni di piazza si susseguono. Il clima diventa incandescente. Le forze governative reprimono le rivolte, il Poum e gli anarchici, fedeli all’ideale rivoluzionario per il quale hanno accettato il compromesso dell’istituzionalizzazione, attaccano l’esercito e accusano il governo di tradimento. Ormai l’unità antifascista non c’è più e alla guerra contro il comune nemico si è sovrapposta quella interna al fronte repubblicano in cui gli stalinisti avranno il sopravvento, a costo dell’annientamento fisico di anarchici e trotzkisti.

Dopo otto mesi e mezzo, per le forti tensioni interne tra le diverse componenti, il governo di Caballero cade e finisce l’esperienza di Federica Montseny nel ruolo di ministra. Ciò che accade dopo in Spagna è noto. Anche se per tutto il 1937 le speranze di vittoria del fronte repubblicano sono ancora vive, nell’anno successivo l’arretramento e la perdita di posizioni, a tutto vantaggio delle forze italo-spagnole al servizio di Franco, è palese. La resa definitiva avviene nei primi mesi del 1939. Il regime franchista finirà solo nel 1977 con la morte del dittatore. E cosa ne è di Federica Montseny? I due anni che precedono la disfatta repubblicana la vedono prima impegnata nel ruolo di Secretaria de Propaganda della Cnt e poi occupata a prendersi cura della madre malata. Contemporaneamente affronta la seconda gravidanza e, seppur presa da queste incombenze, torna a dedicarsi alla scrittura con la stesura della biografia di Anselmo Lorenzo, padre dell’anarchismo iberico. Agli inizi del 1939, quando ormai le forze di Franco hanno vinto, comincia l’esodo di massa delle/dei combattenti che hanno difeso, fino all’ultimo, la Repubblica, per sottrarsi alla repressione del regime fascista. La famiglia di Federica Montseny, seppur separata e dispersa, riesce a mettersi in salvo in Francia. La madre, tanto importante nella sua formazione e presente anche nella sua vita adulta, muore poco dopo. In esilio Montseny conoscerà pure il carcere, ma la sua vita continuerà a scorrere dividendo il proprio tempo tra la dimensione domestica e quella pubblica, fatta di militanza, viaggi e scrittura.

Ritorna in Spagna nel 1977, dopo la morte di Franco, e partecipa da protagonista alla storica riunione della Cnt a Barcellona. Ma non va a vivere nella sua Catalogna. Muore infatti a Tolosa, a quasi novant’anni, il 14 gennaio del 1994. . «Il nostro mondo è diverso e migliore» aveva scritto allora Montseny. Noi diciamo oggi:«Un altro mondo è possibile», ma quanta strada c’è ancora da fare per renderlo reale.

 

Traduzione francese
Daniela Fusari

Espagnole, ou plutôt catalane, anarchiste, féministe (bien que ne voulant pas se définir ainsi), ministre, militante toujours. Ce sont les mots qui résument la vie de Federica Montseny, une figure encore trop peu connue, mais dont le travail sur la scène politique européenne a été précurseur de batailles dont les objectifs ne sont pas encore totalement atteints aujourd'hui. Montseny naît à Madrid le 12 février 1905. "'Elle est née morte ! Non, elle est vivante", c'est le cri de libération qui remplit la maison où Teresa Mañé a donné naissance à Federica, un désespoir et une exultation compréhensibles quand on sait que trois grossesses précédentes n'avaient pas connu de fin heureuse et que Blanquita, née un an plus tard, ne survivra pas, condamnant Federica à rester une enfant unique. Teresa et son mari, Juan Montseny, sont tous deux des anarchistes militants, catalans, engagés dans une action de diffusion des convictions libertaires qui s'expriment tant en pensée qu'en action. Elle est une enseignante qui imprime ses activités pédagogiques aux principes libertaires, il est un travailleur capable d'utiliser les mots pour convaincre et entraîner son auditoire, tant dans des rassemblements enflammés qu'avec des articles populaires et des textes théâtraux. Suite à une tentative d'assassinat par des anarchistes individualistes, amateurs d'action, Juan est d'abord emprisonné puis expulsé d'Espagne. Il a ainsi connu l'exil. Londres, où Teresa le rejoint peu après, et Paris sont les étapes de leurs pérégrinations, mais elles sont riches en rencontres et en stimulations intellectuelles. En 1898, après environ deux ans, ils parviennent à rentrer en Espagne et s'installent à Madrid où ils fondent un périodique, La Revista Blanca, qui publie des articles des meilleurs intellectuels espagnols et internationaux, de Miguel Unamuno à Lev Tolstoï et Piotr Kropotkine, et de Teresa Claramont, qui inspire la lutte pour l'émancipation des femmes d'un point de vue anarchiste. Le mari et la femme écrivent également dans le magazine, elle sous le pseudonyme de Gustavo Soledad et lui sous le nom de guerre Federico Urales.

Plus ou moins dans les mêmes années, l'"Escuela Moderna" est née à Barcelone, à travers laquelle Francisco Ferrer Guardia, le révolutionnaire catalan qui l'a créée, se proposait de mener non seulement une bataille culturelle et éducative, mais aussi une action de lutte contre l'État capitaliste et oppresseur. L'anarchisme en Espagne, comme en Italie, dans les décennies entre le XIXe et le XXe siècle, est très répandu et s'est profondément enraciné surtout en Catalogne. C'est dans ce contexte culturel que commence l'aventure de vie de Federica Montseny, et il était important d'en rendre compte pour comprendre les principes et les valeurs qui ont nourri sa formation. La Revista Blanca et l'"Escuela Moderna" ont dû fermer leurs portes au moment où Federica Montseny est née, mais les principes qui les inspiraient ne se sont pas éteints.

La figure dominante de l'éducation de Federica est sa mère Teresa, qui a modelé sa propre pratique pédagogique sur les idées de Rousseau : une éducation anti-dogmatique, créative, libre de tout conditionnement imposé au nom de la patrie et de Dieu. Après des années passées loin de leur Catalogne natale, la famille a finalement pu revenir vivre dans la banlieue de Barcelone, où elle subvient à ses besoins en élevant des poulets et des lapins, mais aussi par le travail intellectuel : les traductions de Teresa, les collaborations journalistiques de Juan et l'écriture de pièces de théâtre. Pendant ce temps, sur la scène mondiale, alors que Federica grandit, des événements d'une importance capitale se produisent : la Grande Guerre et la Révolution russe, vis-à-vis desquelles la galaxie anarchiste prend des positions pas toujours en accord. Ainsi, alors que Kropotnik et Malatesta, pères historiques de l'anarchisme, se rangent du côté de l'interventionnisme, Angelo Pestana, en 1920, de retour d'un voyage en Russie pour voir comment fonctionne l'État né de la révolution bolchevique, sceptique et déçu, proclame : "il faut changer la révolution pour vraiment la faire.” L'adolescence de Federica se passe entre les tâches ménagères, les études sous la direction de sa mère, la lecture vorace d'ouvrages de fiction et de non-fiction et la fréquentation, avec ses parents, des clubs ouvriers et des cafés littéraires où se déroulent les débats politiques et culturels les plus pointus et où l'indépendance de la Catalogne est dans l'air. Elle a hérité des talents d'écrivain de son père et de sa mère et elle écrit bien. Ses premières œuvres sont des romans à caractère social, teintés de romantisme. En 1923, en réponse au tournant autoritaire imposé manu militari par le général Miguel Primo de Riveira, avec le consentement tacite de la monarchie et de l'Église, Juan Monteseny prend position en élaborant un projet de résistance au directoire militaire, non pas avec des armes à feu mais avec les armes de la culture. C'est la renaissance de La Revista Blanca. Le projet éditorial vise à donner une large place aux sujets philosophiques et littéraires, à l'émancipation féminine et à l'éducation. Le périodique publie des articles d'auteurs prestigieux qui avaient déjà écrit dans les pages de l'édition précédente, ainsi que des contributions de nouvelles signatures, et trouve une large approbation et diffusion. Toute la famille est impliquée dans la rédaction : Juan se charge de diffuser la pensée de Kropotkine, sa mère, Teresa, s'occupe de la section historique, et Federica écrit des histoires qui peuvent à la fois faire rêver et éduquer les jeunes générations. Clara, la protagoniste de La Victoria, raconte et illustre l'histoire d'une jeune femme émancipée de la sujétion au mâle, père ou mari, une héroïne qui revendique le droit de vivre une sexualité libre, allant bien au-delà de la revendication du vote des femmes, cheval de bataille des suffragettes de ces années-là. Et la campagne pour l'amour libre est une campagne que Montseny mène avec détermination non seulement sur le plan théorique, mais aussi dans sa propre expérience de vie. Alors qu'elle travaille à la rédaction, elle rencontre un jeune anarchiste, Germinal Esgleas, qu'elle épouse en 1930. Cette année-là, le contexte politique espagnol change : le régime dictatorial prend fin et les revendications républicaines s'imposent, soutenues par un front composite d'idéologies libérales, républicaines et radicales. Les élections ont sanctionné le nouveau dispositif institutionnel. Les anarchistes, bien que laissés libres de voter, s'abstinrent pour la plupart, de même que les Urales, c'est-à-dire les Montseny. Mais cette nouvelle réalité ouvre sur le front anarchiste un débat passionné entre l'âme "possibiliste, réformiste", qui voit dans la république un pas vers l'émancipation finale et l'instauration d'une société sans État, et celle définie comme "nihiliste, extrémiste" résumée dans les mots du vieil anarchiste Errico Malatesta : "Si on stabilise la république en Espagne, il n'y a pas d'illusion. [...] Le peuple perdra de vue l'élan des actions révolutionnaires et s'adaptera confortablement et sans effort à un statu quo basé sur les réformes et la collaboration de classe". Federica Montseny partage cette ligne politique dure et pure et combine son activité de publiciste et d'écrivain dans les pages de La Revista Blanca et El Luchador avec celle d'"aratora obrera", parcourant l'Espagne pour promouvoir et soutenir les luttes ouvrières et paysannes "vers une nouvelle aube sociale”.

Le gouvernement républicain hésite à adopter des réformes et les protestations populaires se multiplient. Grèves, manifestations et répressions violentes se succèdent. Federica ne ménage pas l'énergie qu'elle investit dans la lutte, sauf pendant la période de son congé de maternité. Et en 1933, une petite fille naît, Vida, dont le nom est le même que celui de la protagoniste du roman La Indomabile. "Par droit naturel, les enfants appartiennent à leur mère", affirme-t-elle dans un texte de 1927, revendiquant la nécessité de soustraire l'éducation de la progéniture à la volonté/au pouvoir des pères. Il est certain que la maternité "émancipée", telle que Federica la conçoit, lui impose la recherche constante d'un équilibre difficile entre la nécessité de s'occuper de l'enfant et de le soigner et le désir indomptable de prendre une part active au processus politique en cours en Espagne. Les élections générales de 1934 donnent le gouvernement du pays à une coalition de nationalistes et de monarchistes, dont le succès, une fois encore, est dû à l'abstentionnisme de milliers de membres des organisations anarchistes Cnt (Confederación Nacional del Trabajo) et Fai (Federación Anarquista Ibérica). Les syndicats réagissent à cette dérive réactionnaire par des grèves et des soulèvements violents en Aragon, dans les Asturies et en Catalogne, qui sont tous réprimés dans le sang.

Federica Montseny prend une part active au débat qui suit la défaite du mouvement et remet en question l'efficacité de l'alliance avec les communistes et les socialistes, qui ont lutté à leurs côtés lors des soulèvements qui venaient d’échouer. Son rôle politique au sein de l'anarchisme espagnol est en constante augmentation : entre 1934 et 35, la direction de La Revista Blanca passe entre ses mains, non sans friction avec son père, qui n'accepte pas volontiers d'être remplacé. Giorgio Cosmacini, qui a récemment publié une biographie de Montseny, une source d'information précieuse pour la rédaction de ces brèves notes, affirme : "Le véritable sens de la diatribe n'est pas celui, trivial, d'une querelle de famille, [...] ; c'est au contraire celui, d'époque, d'une compétition de génération et de genre, par laquelle une voix féminine s'oppose à une voix masculine avec une égale vigueur argumentative et, en même temps, une génération de femmes émancipées rejoint une génération d'hommes de plus en plus nombreuse dans la lutte pour la réalisation d'idéaux communs ". Les élections de 1936 voient la victoire du Front populaire, qui regroupe les partis républicain, socialiste et communiste, le Poum (Partido Obrero de Unificaciòn Marxista) et le Partido Sindacalista, l'UGT, mais pas la CNT. Cette fois, cependant, la majorité des anarchistes votent, contribuant ainsi au succès. La différence n'est que de quatre cent mille voix sur huit millions d'électeurs. Cosmacini décrit la situation comme suit : "L'Espagne est sur le point de se diviser en deux : l'une est l'Espagne qui a foi en la république et veut se renouveler, par des réformes ou une révolution ; l'autre est l'Espagne qui veut remplacer la république démocratique par la nation autoritaire, ancrée dans les institutions traditionnelles - armée et église...". Le 17 juillet 1936, la scission se manifeste par le coup d'État des quatre généraux, le fameux alzamiento. Federica Montseny est de ceux qui pensent qu'une action armée immédiate du peuple est indispensable pour vaincre les hésitations du gouvernement, qui pense encore pouvoir compter sur les forces armées restées fidèles à la République. Enfin, le 19 juillet, Radio Barcelona diffuse la proclamation donnant le feu vert à la lutte armée. George Orwell, venu en Espagne en tant qu'observateur et combattant, analyse et décrit la situation des forces opposées aux ennemis de la République dans son Hommage à la Catalogne : "... en Catalogne, seuls trois partis comptent vraiment : le Psuc, le Poum et le Cnt avec le Fai". Le Partido Socialista Unificado de Cataluna représente le camp social-communiste qui adhère à la Troisième Internationale ; la CNT et la Fai sont des organisations syndicales anarchistes ; le Poum est composé de dissidents anti-staliniens d'inspiration trotskiste. A la fin du mois de juillet, la parabole de La Revista Blanca se termine. Federica Montseny pose sa plume, mais continue à mettre sa voix au service de la défense de la République et de la cause révolutionnaire : elle est en effet l'une des voix les plus écoutées d'Emisora Cnt-Fai, la station anarchiste qui soutient et souvent dépasse Radio Barcelona sur la gauche. En 1936 commence également l'expérience des Mujeres Libres, une association de femmes anarchistes qui donne d'abord vie à la revue du même nom et peu après à un réseau de cercles enracinés dans différents territoires de la péninsule ibérique. En Catalogne, les Mujeres Libres comptent 40 groupes, à Madrid 13, 15 dans le Centre, 28 dans le Levante, 14 en Aragon, pour un total de 147 groupes qui affilient quelque 20 000 femmes, principalement de la classe ouvrière. Le Casal de la Dona Treballadora et l'Instituto de Mujeres Libres de Barcelone organisent des cours gratuits, avec un millier d'inscrits en l'espace de quelques mois. L'organisation repose sur trois points fondamentaux : l'affirmation de l'existence d'un problème féminin spécifique ; l'adhésion formelle à l'anarchisme en tant qu'idéal égalitaire révolutionnaire pour la construction du communisme libertaire ; la dénonciation d'une contradiction évidente entre la théorie et la pratique au sein du mouvement anarchiste espagnol. Federica Montseny, en revanche, n'adhère pas aux Mujeres Libres, niant même la nécessité d'une organisation féminine aussi spécifique. Cette position est réitérée à plusieurs reprises par Montseny, qui écrit : "Nous n'avons pas été, nous ne sommes pas, nous ne serons pas des féministes. Nous pensons que l'émancipation des femmes est intimement liée à celle des hommes. C'est pourquoi il nous suffit de nous appeler anarchistes. Mais il nous a semblé que, surtout en Espagne, notre mouvement souffrait d'un excès de masculinité ; en général, l'homme n'aime pas que la femme le représente". Et Montseny, à plus forte raison, rejette le féminisme bourgeois suffragiste et individualiste : elle pense qu'il ne vise pas l'égalité mais l'alignement de la condition des femmes sur celle des hommes, surtout dans ses aspects négatifs et sans prendre en compte les exigences d'une transformation radicale des structures sociales et économiques. Pendant ce temps, la guerre civile explose. Pour défendre la République, les Brigades internationales s’organisent, avec la participation de militants et d'intellectuels antifascistes de différents pays européens, étant donné que la France et l'Angleterre ont choisi la ligne de non-intervention, tandis que l'Union soviétique entre en scène en envoyant des armes. Les forces rebelles bénéficient du soutien massif, en hommes et en moyens, des régimes totalitaires au pouvoir en Italie et en Allemagne. Le 4 septembre 1936, le gouvernement d'unité nationale, soutenu par les socialistes, les communistes et les républicains, entre en fonction, avec à sa tête Largo Caballero. A Barcelone, le 26 septembre, trois exposants de la CNT rejoignent la Generalitat de Catalunya. C'est la première fois que des anarchistes participent à une institution étatique et c'est le précédent qui conduit Caballero à faire une invitation similaire pour que les anarchistes partagent les responsabilités du gouvernement central. Les anarchistes sont pleinement conscients du risque de trahir l'Idéal, en niant le postulat selon lequel l'État, quelle que soit sa forme, ne peut être qu'oppressif et liberticide. Mais la situation est dramatique, la survie de la République est en jeu. Par conséquent, les exposants du Cnt-Fai acceptent l'offre de Caballero. Sur les cinq ministères demandés, ils en obtiennent quatre : le ministère de la justice, le ministère du commerce, le ministère de l'industrie et le ministère de la santé. Ce dernier, nouvellement créé et d'une importance cruciale, est confié à Federica Montseny, qui devient ainsi la première femme en Europe à occuper le poste de ministre.

À ceux qui lui demandent de rendre compte du choix du mouvement de se transformer en État, Montseny répond que l'évolution de la réalité espagnole a exigé et exige une adaptation politique et sociale de "l'anarchisme militant". Afin de combattre le fascisme et de le vaincre, il est nécessaire que le prolétariat mène la lutte contre l'ennemi et il est également nécessaire d'avoir l'unité de toutes les forces, même avec les communistes étatiques/stalinistes et avec les représentants de la bourgeoisie représentés dans le gouvernement d'unité nationale. "Notre entrée au gouvernement a été pour nous une étape douloureuse mais nécessaire", déclare Montseny dans le rapport sur la santé qu'elle rédige à la fin de son mandat. Et encore : "au-dessus de nos propres idéaux, on a pensé placer une nouvelle raison, une raison d'ordre général, comme celle de ne pas compromettre l'unité du front de combat, de ne pas renoncer directement à la révolution espagnole et avec elle au destin de l'Espagne. Nous devions être à la fois au milieu du gué et aux commandes sur le pont". Il y avait beaucoup de choses à faire. Tout d'abord, Montseny organise le ministère en deux conseils distincts, l'un pour la santé et l'autre pour l'assistance sociale, et choisit d'exercer sa fonction de manière collégiale, en nommant des sous-secrétaires compétents qui sont des femmes et des médecins : L'une est Mercedes Maestre pour la Santé, chargée d'organiser le service d'hémotransfusion pour les premiers secours tant sur les fronts de guerre que dans la sphère civile ; l'autre est Amparo Poch Gascón, l'une des fondatrices de Mujeres Libres, directrice du déjà mentionné Casal de la Dona Treballadora, experte en contraception et en puériculture, à qui elle confie le secteur de l'Assistance sociale. Le ministère nouvellement créé devait fournir un grand nombre de services sociaux pour répondre aux besoins des mutilés et des blessés, des malades et des personnes évacuées, des personnes âgées, des femmes et des enfants. La Société des Nations, à laquelle Montseny s'adresse pour obtenir de l'aide, conformément à la politique internationale de "non-intervention", ne reconnaît pas l'état d'extrême nécessité sanitaire et sociale de l'Espagne et n'accorde pas l'aide demandée. Pendant ce temps, l'hégémonie communiste devient de plus en plus évidente au sein du gouvernement. Le poids des armes envoyées par l'URSS déplace l'axe vers les directives envoyées par le Comintern et la Troisième Internationale. Le mécontentement populaire s'accroît en raison de l'inflation, de la hausse des prix des produits de première nécessité, du grand nombre d'immigrants et de personnes déplacées, et les manifestations de rue se succèdent. Le climat devient incandescent. Les forces gouvernementales répriment les révoltes, le Poum et les anarchistes, fidèles à l'idéal révolutionnaire pour lequel ils avaient accepté le compromis de l'institutionnalisation, attaquent l'armée et accusent le gouvernement de trahison. A présent, l'unité antifasciste n'existe plus et à la guerre contre l'ennemi commun s'est superposée la guerre au sein du front républicain dans laquelle les staliniens auront le dessus, au prix de l'anéantissement physique des anarchistes et des trotskistes.

Après huit mois et demi, en raison des fortes tensions internes entre les différentes composantes, le gouvernement de Caballero tombe et l'expérience de Federica Montseny comme ministre prend fin. Ce qui se passe ensuite en Espagne est bien connu. Si, tout au long de l'année 1937, les espoirs de victoire du front républicain sont toujours présents, l'année suivante, le recul et la perte de positions, au profit des forces italo-espagnoles au service de Franco, sont évidents. La capitulation définitive a lieu dans les premiers mois de 1939. Le régime franquiste ne prendra fin qu'en 1977 avec la mort du dictateur. Et que dire de Federica Montseny ? Au cours des deux années précédant la défaite républicaine, elle a d'abord été employée à la Secretaria de Propaganda de la CTN, puis s'est occupée de sa mère malade. Dans le même temps, elle doit faire face à sa deuxième grossesse et, bien qu'elle soit occupée par ces tâches, elle revient à l'écriture avec la biographie d'Anselmo Lorenzo, père de l'anarchisme ibérique. Au début de 1939, lorsque les forces de Franco sont victorieuses, commence l'exode massif des combattants qui ont défendu la République jusqu'au bout, afin d'échapper à la répression du régime fasciste. La famille de Federica Montseny, bien que séparée et dispersée, réussit à trouver la sécurité en France. Sa mère, qui a été si importante dans son éducation et également présente dans sa vie d’adulte, décède peu après. Pendant son exil, Montseny connaîtra même la prison, mais sa vie continue de se dérouler, partageant son temps entre sa vie domestique et sa vie publique, faite de militantisme, de voyages et d'écriture.

Elle retourne en Espagne en 1977, après la mort de Franco, et joue un rôle de premier plan dans la réunion historique du CNT à Barcelone. Mais elle ne va pas vivre dans sa Catalogne natale. Elle meurt à Toulouse, à presque 90 ans, le 14 janvier 1994. "Notre monde est différent et meilleur", écrivait Montseny à l'époque. Nous disons aujourd'hui : "Un autre monde est possible", mais combien de chemin il nous reste à parcourir pour le rendre réel.

 

Traduzione inglese
Daniela Fusari

Spanish, or rather Catalan, anarchist, feminist (although she didn’t want to define herself as such), minister, always militant. These words convey the core of the life of Federica Montseny, a figure still not sufficiently known, but whose work on the European political scene was a precursor to battles whose objectives are not fully achieved today. Montseny was born in Madrid on February 12, 1905. “She was born dead! No, she is alive!” was the liberating cry that filled the house where Teresa Mañé gave birth to Federica, desperation and exultation that are well understood if we consider that three previous pregnancies had not had a happy ending and that Blanquita too, born a year later, will not survive, destining Federica to remain an only child. Teresa and her husband, Juan Montseny, both anarchist militants and Catalans, engaged to spread the libertarian creed, expressed in both thought and action. She was a teacher who grounded her teaching in libertarian principles. He was a worker capable of using words to convince and motivate his audience, both in fiery speeches and with popular articles and theatrical texts. Following an attack launched by individualistic anarchists, lovers of action, Juan was first imprisoned and then expelled from Spain. He became an exile in London, where Teresa joined him after some time, and also in Paris, during the stages of their wanderings, full of encounters and intellectual stimuli. In 1898, after about two years, they managed to return to Spain and settle in Madrid. There they founded a periodical, La Revista Blanca, which hosted articles reflecting the best of Spanish and international intellectual life, from Miguel Unamuno to Leo Tolstoy and Piotr Kropotkin, to Teresa Claramont, an inspirer of struggles for women's emancipation in an anarchic key. Teresa and Juan also wrote in the magazine, she with the pseudonym of Gustavo Soledad and he with the nom de guerre of Federico Urales.

More or less in the same years, the "Escuela Moderna" was born in Barcelona, ​​through which its creator, the Catalan revolutionary Francisco Ferrer Guardia, intended to wage not only a cultural and educational battle, but also an action to fight against the capitalist and oppressor state. Anarchism in Spain, as in Italy, in the decades at the end of the nineteenth and beginning of the twentieth centuries, was very widespread, and it had especially deep roots in Catalonia. This was the cultural context in which Federica Montseny's life adventure began and it is important to take this into account in order to understand the principles and values ​​that nurtured her education. Both La Revista Blanca and the “Escuela Moderna” were forced to close just at the time Federica Montseny came into the world, but the principles that inspired them continued.

The dominant figure in Federica's education was her mother, Teresa, who modeled her pedagogical practice on Rousseau's ideas: an anti-dogmatic, creative education, free from conditioning imposed in the name of the Fatherland and of God. The family, after years of being away from their native Catalonia, finally was able to return to live in the surroundings of Barcelona. They supported themselves by the breeding of hens and rabbits, but also with intellectual work: the translations of Teresa and the journalistic work of Juan, who also wrote theatrical texts. Meanwhile, as Federica grew up, epochal events took place on the world stage. Among these were the World War I and the Russian Revolution, with regard to which the anarchist galaxy didn’t always agree on positions. Thus, while Kropotnik and Malatesta, historical fathers of anarchism, came out for interventionism, Angelo Pestana, returning, skeptical and disappointed, from 1920 a trip to Russia to see how the state born of the Bolshevik Revolution worked, proclaimed, "The revolution will have to change to become a true revolution.” Federica's adolescence was spent between household chores, studying under the guidance of her mother, voracious reading of non-fiction and fiction and frequenting, together with her parents, workers' circles and literary cafes where the most advanced political-cultural debates took place, and breathed in the spirit of Catalan independence. She inherited an ease of writing from her father and mother and wrote well. Her first efforts were stories with a social context, tinged with romance. In 1923, in response to the authoritarian regime imposed by General Miguel Primo de Riveira, with the tacit consent of the Monarchy and the Church, Juan Monteseny took a stand giving shape to a project of resistance to the military directorate, not with firearms but with the weapons of culture. It was the rebirth of La Revista Blanca. The editorial project intended to give ample space to philosophical-literary topics, to the themes of female emancipation and education. The periodical published articles by prestigious authors who had already written in the pages of the previous edition, but also contributions from new writers, and it was widely accepted and disseminated. The whole family was involved in the editing. Juan took care of the dissemination of Kropotkin's thought, and Federica’s mother, Teresa, took care of the history section. Federica herself wrote stories that knew how to make the younger generation dream while educating them at the same time. Clara, the protagonist of Federica Monteseny’s novel, La Victoria, tells and exemplifies the story of a young woman emancipated from subjection by males, father or husband, a heroine who claims the right to live a free sexuality, going well beyond the request for women’s right to vote, the workhorse demand of the suffragists in those years. And that campaign for free love was one that Montseny conducted with determination not only on a theoretical level, but also in her own life experience. Working in the editorial office, she met a young anarchist, Germinal Esgleas, and married him in 1930. That year saw a major change in Spanish political life. The dictatorial regime of Primo de Riveira was defeated by a republican composite front made up of supporters of liberal, republican and radical ideologies. The elections confirmed a new institutional structure. But the anarchists, even though free to vote, largely abstained and that’s what the Urales, that is, the Montseny, also did. But this new reality provoked a heated debate in the anarchist front, between the "possibilist, reformer" current, which saw in the new republic a step towards definitive emancipation and the affirmation of a society without a state, and another current, defined as "nihilist, extremist". The view of this latter group was summarized in the words of the old anarchist Errico Malatesta, “If the republic is stabilized in Spain, there is no need to have any illusions. [...] The people will lose sight of the impetus of revolutionary actions and will adapt comfortably and effortlessly to a status quo based on reforms and class collaboration." Federica Montseny shared this hard and pure political line, which became reflected in her activity as a publicist and writer on the pages of La Revista Blanca and El Luchador, and her work as an "aratora obrera" (workers’ knight), who traveled around Spain to promote and support workers' and peasant struggles "towards a new social dawn”.

The Republican government was hesitant to pass reforms and popular protests multiplied. Strikes, demonstrations, and violent repressions followed one after another. Federica poured great energy into this fight, despite her pregnancy. And, in 1933, she delivered a little girl, Vida, whose name is the same as the protagonist of her novel La Indomabile. "By natural law the children belong to the mother,” she had asserted in a text in 1927, claiming the need to remove the education of offspring from the power of their fathers. What is certain is that "emancipated" motherhood, as Federica understood it, required her to constantly search for the difficult balance between the needs of the child and the unquenchable desire to be an active part of the political process underway in Spain. The Spanish elections of 1934 won the government of the country for a coalition of nationalists and monarchists, whose success, once again, was at least partly due to the abstention of the thousands of members of the anarchist organizations, the CNT (Confederación Nacional del Trabajo) and the FAI (Federación Anarquista Ibérica). The trade unions reacted to this reactionary shift of power with strikes and violent insurgencies in Aragon, Asturias and Catalonia, all repressed in blood.

Federica Montseny was an active part in the debate following the defeats suffered by the movement and wondered about the effectiveness of the alliance with the Communists and Socialists, comrades in the recently failed uprisings. Her political role within Spanish anarchism was constantly growing - between 1934 and 1935, the direction of La Revista Blanca passed into her hands, not without friction with her father, who did not gracefully accept his replacement. Giorgio Cosmacini, who recently published a biography of Montseny, a precious source of information for the drafting of these brief notes, states, regarding the difficulty between father and daughter, “The true meaning of this conflict is not that of a banal family quarrel […]; it is, instead, an epochal one, of a generational and gender competition, whereby a female voice is counterposed, with equal argumentative force, to a male voice and, at the same time, a generation of emancipated women joins an increasingly numerous generation of men in the struggle for the achievement of common ideals.” The elections of 1936 saw the victory of the Popular Front which included the Republican, Socialist, Communist parties, the POUM (Partido Obrero de Unificaciòn Marxista) and the Partido Sindacalista, and the UGT, but not the CNT. This time, however, the majority of anarchists voted, thus contributing to the success. The difference was only four hundred thousand votes out of eight million voters. This is how Cosmacini describes the situation that arose: “Spain is on the point of splitting in two: one is a Spain which has faith in the republic and which wants to renew itself, with reforms or with the revolution; the other is a Spain which wants to replace the democratic republic with the authoritarian nation, anchored to traditional institutions – the army and Church ..." On July 17, 1936, the split was revealed in the coup d'état of four generals, the so-called alzamiento. Federica Montseny was among those who believed that immediate armed action by the people was essential to overcome the hesitations of the government, which she thinks could still count on the loyalty of the armed forces to the Republic. Finally, on July 19, Radio Barcelona broadcast the proclamation that gave the green light to an armed struggle. George Orwell, who rushed to Spain as an observer and fighter, in his Homage to Catalonia analyzes and describes the situation of the forces opposing the enemies of the Republic: "... in Catalonia only three parties really matter: the PSUC, the POUM and the CNT together with FAI.” The Partido Socialista Unificado de Cataluna represented the socialist-communist alignment that adheres to the Stalinist Third International, the CNT and the FAI were the organizations of anarcho-syndicalism, and the POUM was made up of Trotsky-inspired anti-Stalinist dissidents. The arc of La Revista Blanca comes to an end in late July. Federica Montseny lays down her pen, but continues to put her voice at the service of the defense of the Republic and for the revolutionary cause. She does this as one of the most listened-to voices of the Emisora ​​CNT-FAI, the anarchist radio transmitter that paralleled and often surpassed the leftwing Radio Barcelona. 1936 saw the rise of the organization Mujeres Libres, an association of anarchist women who first gave life to a magazine of the same name, and shortly after to a network of clubs rooted in different territories of the Iberian peninsula. In Catalonia the Mujeres Libres came to have 40 groups, in Madrid 13, 15 in the Center, 28 in the East, 14 in Aragon, for a total of 147 groups that included about 20,000 women, mostly belonging to the working class. The Casal de la Dona Treballadora and the Instituto de Mujeres Libres in Barcelona organized free school courses, with a thousand enrolled within a few months. There were three key points to the organization’s program: affirmation of the existence of women as a specific segment of society with specific needs; formal adherence to anarchism as an egalitarian revolutionary ideal for the construction of libertarian communism; the denunciation of a clear contradiction between theory and practice within the Spanish anarchist movement. Federica Montseny, however, did not support the Mujeres Libres. To the contrary, she denied the need for such a specific female organization. This position is repeatedly reiterated by Montseny, who wrote, “We were not, we are not, we will not be feminists. We believe that the emancipation of women is intimately linked to that of men. For this we just need to call ourselves anarchists. But, it seemed to us that, especially in Spain, our movement suffered from an excess of masculinity. In general, men don't like women to represent them.” Montseny clearly rejected suffragist and individualist bourgeois feminism. She thought that it did not aim for real equality but for aligning the condition of women with that of men, especially in the negative aspects, and without taking on the demands for a radical transformation of social and economic structures. Meanwhile, the Civil War exploded. In defense of the Republic, the International Brigades were organized, in which anti-fascist militants and intellectuals from various European countries participated. The governments of France and England chose the line of non-intervention, while the Soviet Union took to the field by sending weapons. The rebel (Franco/fascist) forces, on the other hand, have the heavy support, in men and means, of the totalitarian regimes in power in Italy and Germany. On September 4, 1936 the Government of National Unity took office, supported by Socialists, Communists and Republicans, headed by Largo Caballero. In Barcelona, ​​on September 26, three exponents of the CNT join the Generalitat de Catalunya. It is the first time that anarchists have participated in a state institution and it is the precedent that induces Caballero to issue a similar invitation for anarchists to also lend themselves to sharing the responsibilities of the central government. The anarchists (men and women) are fully aware of the risk of betraying their ideals - the assumption that the state, whatever form it takes, can only be oppressive and an enemy of liberty. But the situation is dramatic, the survival of the Republic is at stake. So, the members of the CNT-FAI accept Caballero's offer. Of the five ministries requested, they get four: the Ministry of Justice, that of Commerce, that of Industry and that of Health. The latter, newly established and of crucial importance, is assigned to Federica Montseny who thus becomes the first woman in Europe to hold the office of minister.

To those who asked her for an account of the movement's choice to join in a government, Montseny replied that the changing Spanish reality required and was gradually demanding a social and political adjustment of "militant anarchism". To fight fascism and to overcome it, the proletariat must lead the fight against the enemy, and the unity of all forces is utterly necessary, even with the statist/Stalinist communists and with the representatives of the bourgeoisie who were part of the government of national unity. "Our entry into the Government meant for us a painful transition, but one that was essential because it was indispensable," says Montseny in the Health Report that she drew up at the end of her mandate. And again, "above our own ideals, it was decided to place a new reason, a reason of a general nature, such as to not compromise the unity of the fighting front, to not renounce directing the Spanish revolution and with it the destinies of Spain. We had to be both in the middle of the river and in command on the bridge.” There were many things to do. First of all, Montseny organized the Ministry into two distinct Councils, one of Health and the other of Social Assistance, and chose to carry out its functions in a collegial way, appointing competent undersecretaries who were women and doctors. One is Mercedes Maestre for Health, with the task of organizing the blood transfusion service for first aid both on the war fronts and in the civil field. The other is Amparo Poch Gascón, one of the founders of Mujeres Libres, director of the aforementioned Casal de la Dona Treballadora, experts in contraception and childcare, to which she entrusted the Social Assistance sector. The newly established Ministry had to deal with a large number of welfare services, essential to respond to the needs of the mutilated and injured, the sick and displaced, the elderly, women and children. The League of Nations, to which Montseny turned to receive aid, aligned itself with the international policy of "non-intervention", did not recognize the state of extreme health and social need in Spain and did not grant the requested aid. Meanwhile, Communist hegemony was becoming more and more evident in the government. The weight of the weapons sent by the USSR shifted the axis towards the directives sent by the Comintern and the Third International. Popular discontent grew due to inflation, the rise in the prices of basic necessities, the strong presence of immigrants and displaced persons, and street demonstrations followed one another. The climate became incandescent. Government forces repressed the revolts, the POUM and the anarchists, faithful to the revolutionary ideal for which they accepted the compromise of institutionalization, attacked the army and accused the government of treason. By now anti-fascist unity was no longer there and the war against the common enemy was subordinated to the internal one on the republican front in which the Stalinists will have the upper hand, at the cost of the physical annihilation of anarchists and Trotskyists.

After eight and a half months, due to strong internal tensions between the various components of the coalition, Caballero's government falls and Federica Montseny's experience in the role of minister ends. What happened next in Spain is well known. Although the Republican front's hopes of victory were still alive throughout 1937, in the following year the retreat and loss of positions, to the benefit of the Italian-Spanish forces in Franco's service, is clear. The definitive surrender took place in the first months of 1939. The Franco regime would end only in 1977 with the death of the dictator. And what about Federica Montseny? The two years preceding the republican defeat saw her, first, engaged in the role of Secretaria de Propaganda of the CNT, and then busy taking care of her sick mother. At the same time, she faced a second pregnancy and, although taken up by these duties, she returned to devote herself to writing with the drafting of the biography of Anselmo Lorenzo, father of Iberian anarchism. At the beginning of 1939, when Franco's forces had already won, the mass exodus of the fighters who defended the Republic to the last began, to escape the brutal repression of the fascist regime. Federica Montseny's family, although separated and dispersed, managed to escape to safety in France. Her mother, so important in her education and also present in her adult life, died shortly after. In exile, Montseny also knew prison, but her life continued to flow, as she divided her time between domestic and public demands including militancy, travel and writing.

She returned to Spain in 1977, after Franco's death, and she participated as a protagonist in the historic reunion of the CNT in Barcelona. But she was not fated to live in her native Catalonia. She died instead in Toulouse, almost ninety years old, on January 14, 1994. "Our world is different and better," Montseny wrote then. These days we say, "Another world is possible," but there is still a long way to go to make it true.

 

Nora Herlihy
Kay McCarthy



Daniela Godel

 

Nora Herlihy, co-fondatrice del movimento delle cooperative di credito irlandese, nacque il 27 febbraio 1910 a Ballydesmond, nella contea di Cork, terza dei dodici figli di Denis Herlihy, insegnante, e di Nora Mulcahy. Dopo aver insegnato a Belmullet, nella contea di Mayo, il padre era stato nominato direttore didattico della scuola elementare di Kingwilliamstown, il nome con il quale era conosciuto il paese di Ballydesmond alle autorità inglesi e dove Nora ricevette la sua istruzione di base prima di essere inviata come educanda presso il convitto delle Suore della Misericordia (Mercy Sisters) a Newcastle West nella contea di Limerick e, in seguito, presso un altro convitto gestito dallo stesso ordine di sorelle nella cittadina di Navan nella contea di Meath.

Diplomandosi a pieni voti, si assicurò il primo posto presso l’istituto di terzo grado di formazione per insegnanti elementari. Dal 1929 al 1931 studiò presso l’istituito statale per la formazione dei/delle docenti a Carysfort, Blackrock, nella contea di Dublin. Il suo primo incarico da insegnante fu presso la scuola del Sacro Cuore di Ferrybank, nella contea sud-orientale di Waterford. Nell'ottobre del 1936 fu assunta in qualità di maestra presso la scuola delle Suore Irlandesi della Carità (Irish Sisters of Charity) a Basin Lane, Dublino; lo stesso anno in cui iniziò a studiare ai corsi serali per laureandi all’Università Nazionale di Dublino, Ucd. Per tutta la sua vita, Herlihy fu eccezionalmente religiosa e una fervente cattolica. Nel 1941 si dimise dall'incarico di insegnante e trascorse dieci mesi da postulante presso una congregazione missionaria a Cavan, ma le fu detto che non aveva vocazione, una notizia che la traumatizzò. Allora, tornò a insegnare presso la scuola delle suore a Our Lady's Mount a Harold's Cross, Dublino, e nel novembre 1948 si trasferì nella zona nord della città presso l'ospedale ortopedico per l'infanzia di Clontarf. Per facilitare il tipo d’insegnamento specialistico richiesto in quel luogo, si iscrisse a un corso Montessori e prese il diploma nel 1954. L'anno successivo fu nominata presso la scuola nazionale femminile di St Joseph in West Liffey Street, nel cuore della città di Dublino, dove rimase per il resto della sua carriera da insegnante, divenendome direttrice didattica nel gennaio 1965. Mostrando sempre grande interesse per alunne e alunni svantaggiati, rimase allibita dai livelli di disoccupazione, emigrazione e indebitamento che osservava in uno dei quartieri più miseri dell’Inner City della capitale irlandese. Era particolarmente sensibile alla sofferenza dei suoi simili anche perché aveva conosciuto la sofferenza fin a giovane. Suo padre, Denis, era morto nel 1929, lasciando la moglie ad allevare da sola la numerosa prole in tempi assai difficili. A Dublino, però, assistette alle condizioni spaventose nelle quali versavano moltissime famiglie, specialmente la popolazione degli slums del centro. Non che la gente di Ballydesmond vivesse nel lusso, ma l’indigenza urbana era ben diversa dalla povertà delle province rurali, dove, bene o male, mangiare e vestirsi era sempre possibile. Da ragazza Nora aveva anche conosciuto gli eventi sia della guerra anglo-irlandese (21 gennaio 1919-11 luglio 1921) sia della guerra fratricida (28 giugno 1922-24 maggio 1923) tra i sostenitori e gli oppositori del trattato di pace del 1921 con Westminster, che sanzionò la divisione dell’isola in Free State e Northern Ireland. Aveva visto con i propri occhi gli effetti che quei cinque anni di violenza avevano avuto sul proprio villaggio e su molte aree circostanti. Aveva visto case bruciate dalle forze della corona coadiuviate dai cosiddetti Black-and-Tans, per vendicarsi di un'imboscata nella vicina Tureengariffe Glen da parte di una brigata locale dell'Ira.

Sebbene d’indole non particolarmente versata alle ideologie, credeva fermamente nel messaggio sociale del cristianesimo e adottò un approccio ai problemi socio-economici che si potrebbe collocare tra il socialismo e capitalismo di mercato. A Dublino, Nora assistette a condizioni abitative pessime, fame, malattie ovunque a causa dell'elevatissimo tasso di disoccupazione che la città e tutta la repubblica d’Irlanda conobbero dopo la Seconda guerra mondiale, anche perché l’Irlanda di De Valera, rimasta neutrale durante il conflitto, non poté beneficiare dal Piano Marshall, come la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord. Nora, mossa da compassione per la sorte delle famiglie dublinesi che lottavano per gestire i loro pochissimi soldi e resistere ai soprusi dei “cravattari”, sentì l’obbligo morale e cristiano di fare qualcosa. Sapendo che la pietà in sé non avrebbe risolto molto, decise di mettere in atto un piano per consentire alle persone povere di assumere il controllo delle proprie finanze e, avendo preso una laurea in studi economici e sociali, studiando la sera, decise di lanciare un sistema di credito cooperativo: la Dublin Central Co-Operative Society, che si inaugurò il 6 marzo del 1954. La missione era creare occupazione e contrastare le piaghe dell’usura e dell'emigrazione. Nora condusse ulteriori ricerche e presto la Dublin Society divenne la Credit Union. Sotto la guida di Nora e dei suoi compagni di cordata, si aprirono i primi due sportelli di questa cooperativa creditizia, uno a Dun Laoghaire, il porto al sud della città dal quale molti partivano alla ricerca di lavoro nella vicina Gran Bretagna, e l'altro in Donore Avenue, in città. Nel 1960, divenne la Credit Union League of Ireland, conosciuta come Irish League of Credit Unions. Nora, generosissima col proprio tempo e danaro, si dedicò alla creazione del movimento delle cooperative di credito mentre spronava il prossimo a lavorare insieme per il bene comune. Nel 1967 il Parlamento di Dublino votò il Credit Union Act.

Oggi ci sono più di 521 Credit Unions affiliate alla Irish League of Credit Unions con un'adesione di 2,9 milioni di soci e socie e riserve finanziarie di 11,9 miliardi di euro. Questi sportelli danno una occupazione a 3.500 persone e mantengono viva l’idea di Nora Herlihy che, lavorare insieme e pensare al bene di tutti, può essere di beneficio alla collettività. Un risultato notevole nato dalla convinzione di una signora nata in una piccola comunità rurale chiamata Ballydesmond, ma dotata di lungimiranza e determinazione. Nora morì il 7 febbraio 1988, giorno del ventottesimo anniversario della fondazione della Irish League of Credit Unions. È sepolta nel cimitero di Ballydesmond. Ora c'è un bellissimo edificio della Credit Union nel paese natio, dedicato alla sua memoria e chiamato: Nora Herlihy Memorial Centre.

Ospita un museo che contiene diversi cimeli e oggetti associati a questa donna. Anche il centro sportivo locale, il Ballydesmond G.A.A. Centre, (associazione dei giochi e sport gaelici tradizionali) ha onorato Nora erigendo un arco di ferro sopra al cancello principale del campo di calcio che recita "The Nora Herlihy Park".

 

Traduzione francese
Giuliana Gaudenzi

Nora Herlihy, co-fondatrice du mouvement irlandais des coopératives de crédit, est née le 27 février 1910 à Ballydesmond, dans le comté de Cork, troisième des douze enfants de Denis Herlihy, enseignant, et de Nora Mulcahy. Après avoir enseigné à Belmullet, dans le comté de Mayo, son père avait été nommé directeur de l'éducation à l'école primaire de Kingwilliamstown, nom sous lequel le village de Ballydesmond était connu des autorités anglaises et où Nora a reçu son éducation de base avant d'être envoyée comme écolière au pensionnat Mercy Sisters à Newcastle West dans le comté de Limerick et plus tard dans un autre pensionnat dirigé par le même ordre de sœurs dans la ville de Navan dans le comté de Meath.

Diplômée avec brio, elle a obtenu la première place à l'institut de troisième niveau de formation des enseignants du primaire. De 1929 à 1931, elle a étudié à l'institut national de formation des enseignants à Carysfort, Blackrock, comté de Dublin. Sa première mission d'enseignement a été à l'école Ferrybank Sacred Heart dans le comté sud-est de Waterford. En octobre 1936, elle a été embauchée comme enseignante à l'école Irish Sisters of Charity à Basin Lane, Dublin ; la même année, elle a commencé à suivre des cours du soir pour étudiants de premier cycle à l'Université nationale de Dublin, UCD. Tout au long de sa vie, Herlihy a été exceptionnellement religieuse et une fervente catholique. En 1941, elle a démissionné de son poste d'enseignante et a passé dix mois comme postulante dans une congrégation missionnaire à Cavan, mais on lui a annoncé qu'elle n'avait pas de vocation, une nouvelle qui l’a traumatisée. Ensuite, elle est retournée enseigner à l'école des nonnes de Our Lady's Mount à Harold's Cross, Dublin et, en novembre 1948, elle a déménagé au nord de la ville à l'hôpital orthopédique pour enfants Clontarf. Pour faciliter le type d'enseignement spécialisé requis là-bas, elle s'est inscrite à un cours Montessori et a obtenu son diplôme en 1954. L'année suivante, elle a été nommée à la St Joseph's National School for Girls sur West Liffey Street au cœur de la ville de Dublin, où elle est restée pour le reste de sa carrière d'enseignante, devenant directrice didactique en janvier 1965. Toujours très intéressée par les élèves et élèves défavorisés, elle a été consternée par les niveaux de chômage, d'émigration et d'endettement qu'elle observait dans l'un des quartiers les plus pauvres de l’Inner City de la capitale irlandaise. Elle était particulièrement sensible à la souffrance de ses semblables aussi parce qu'elle avait connu la souffrance dès son plus jeune âge. Son père, Denis, était décédé en 1929, laissant sa femme élever seule ses nombreux enfants dans des moments très difficiles. A Dublin, cependant, elle a été témoin des conditions épouvantables dans lesquelles se trouvaient de nombreuses familles, en particulier la population des slums du centre. Non pas que les habitants de Ballydesmond vivaient dans le luxe, mais le dénuement urbain était très différent de la pauvreté des provinces rurales, où, tant bien que mal, il était toujours possible de manger et de s'habiller. Jeune fille, Nora avait également connu les événements de la guerre anglo-irlandaise (21 janvier 1919 - 11 juillet 1921) et de la guerre fratricide (28 juin 1922 - 24 mai 1923) entre les partisans et les adversaires du traité de paix de 1921 avec Westminster, qui a sanctionné la division de l'île en Free State et en Irlande du Nord. Elle avait vu de ses propres yeux les effets que cinq années de violence avaient eu sur son village et sur de nombreuses zones environnantes. Elle avait vu des maisons incendiées par les forces de la couronne assistées par les dits Black-and-Tans, pour se venger d'une embuscade dans la ville voisine de Tureengariffe Glen par une brigade locale de l'IRA.

Bien qu'elle n’appréciât pas particulièrement les idéologies, elle croyait fermement au message social du christianisme et a adopté une approche des problèmes socio-économiques qui pourrait être placée entre le socialisme et le capitalisme de marché. A Dublin, Nora a été témoin de mauvaises conditions de logement, de faim, de maladie partout en raison du taux de chômage très élevé que la ville et toute la république d'Irlande ont connu après la Deuxième Guerre Mondiale, aussi parce que l'Irlande de De Valera, restée neutre pendant le conflit, n'a pas pu bénéficier du Plan Marshall, comme la Grande-Bretagne et l'Irlande du Nord. Nora, mue de compassion pour le sort des familles dublinoises qui luttaient pour gérer leur très peu d'argent et résister aux abus des usuriers, elle a senti l'obligation morale et chrétienne de faire quelque chose. Sachant que la pitié en elle-même ne résoudrait pas grand-chose, elle a décidé de mettre en place un plan pour permettre aux personnes pauvres de reprendre le contrôle de leurs finances et, ayant passé un diplôme en études économiques et sociales, étudiant le soir, elle a décidé de lancer un système de crédit coopératif : la Dublin Central Co-Operative Society, qui a été inaugurée le 6 mars 1954. La mission était de créer des emplois et de lutter contre les fléaux de l'usure et de l'émigration. Nora a mené d'autres recherches et bientôt la Dublin Society est devenue la Credit Union. Sous la direction de Nora et de ses compagnons de cordée, les deux premières succursales de cette coopérative de crédit ont été ouvertes, l'une à Dun Laoghaire, le port au sud de la ville d'où beaucoup de monde partait chercher du travail dans la Grande-Bretagne voisine, et l'autre sur Avenue Donore, en ville. En 1960, elle est devenue la Credit Union League of Ireland, connue sous le nom de Irish League of Credit Unions. Nora, très généreuse de son temps et de son argent, s'est consacrée à la création du mouvement des coopératives de crédit tout en encourageant les autres à travailler ensemble pour le bien commun. En 1967, le Parlement de Dublin a adopté le Credit Union Act.

Aujourd'hui, il existe plus de 521 Credit Unions affiliées à la Irish League of Credit Unions avec l’adhésion de 2,9 millions d’associés et associées et des réserves financières de 11,9 milliards d'euros. Ces succursales emploient 3 500 personnes et font vivre l'idée de Nora Herlihy selon laquelle travailler ensemble et penser au bien de tout le monde peut être bénéfique pour la communauté. Un résultat remarquable né de la conviction d'une dame née dans une petite communauté rurale appelée Ballydesmond, mais douée de prévoyance et de détermination. Nora est décédée le 7 février 1988, jour du 28e anniversaire de la fondation de l'Irish League of Credit Unions. Elle est enterrée au cimetière de Ballydesmond. Il y a maintenant un magnifique bâtiment de la Credit Union dans son pays natal, dédié à sa mémoire et appelé : Nora Herlihy Memorial Center.

Il abrite un musée qui contient plusieurs souvenirs et objets associés à cette femme. Le centre sportif local, Ballydesmond G.A.A. Center, (association des jeux et sports gaéliques traditionnels) a honoré Nora en érigeant une arche en fer au-dessus de la porte principale du terrain de football qui se lit « The Nora Herlihy Park »

 

Traduzione inglese
Kay McCarthy

Nora Herlihy (1910-1988), co-founder of the Irish Credit Union movement, was born on the 27th of February, 1910 in Ballydesmond, County Cork, the third of twelve children of Denis Herlihy, teacher, and Nora Herlihy (née Mulcahy). After teaching in Belmullet, County Mayo, Nora's father was appointed Head of the Elementary School at Kingwilliamstown, the name by which the village of Ballydesmond was known to the English authorities and where Nora received her primary education before being sent as a boarder to the Mercy Sisters school in Newcastle West, Co. Limerick, and later to another boarding school run by the same order of sisters in the town of Navan in County Meath.

Graduating with full honours, she won first place at the entrance exam to the Carysfort primary-teacher training college in Blackrock, Co. Dublin where she studied from 1929 to 1931. Her first teaching post was at the Ferrybank Sacred Heart School in the south-eastern county of Waterford. In October 1936, she became a teacher at the Irish Sisters of Charity’s school in Basin Lane, Dublin. That same year she began attending evening classes in commerce and sociology at UCD ( National University of Ireland, Dublin). Throughout her life, Herlihy was exceptionally religious and a fervent Catholic. In 1941, she resigned from teaching and spent ten months as a postulant with a missionary congregation in Cavan, only to be told she had no vocation, something that traumatized her. So, she returned to teaching at a nuns' school, Our Lady's Mount in Harold's Cross, Dublin. In November 1948 she moved to the north of the city to the Clontarf Children's Orthopaedic Hospital. To facilitate the kind of special teaching required at that school, she enrolled in a Montessori course and graduated in 1954. The following year she was appointed to St Joseph's National Girls' School on West Liffey Street in the heart of the city of Dublin where she remained for the rest of her teaching career, becoming director of teaching in January 1965. Always showing great interest in disadvantaged pupils, she was appalled by the levels of unemployment, emigration and debt she was first-hand in one of the most deprived neighbourhoods of the Irish capital. She was particularly sensitive to distress because she too had known her suffering from an early age. Her father, Denis, had died young in 1929, leaving Nora's mother to raise her large family alone during very difficult times. In Dublin, however, she witnessed the appalling conditions in which many families found themselves, especially the population of the "slums" in the centre of the city. Not that the people of Ballydesmond lived in luxury, but urban destitution was very different from the poverty of the rural provinces, where, one way or another, food and clothing were always available to all. As a girl, Nora had also witnessed the events of both the Anglo-Irish War (January 21, 1919 - July 11, 1921) and the fratricidal civil war (June 28, 1922 - May 24, 1923) between supporters and opponents of the 1921 Peace Treaty with Westminster, which had sanctioned the division of the island into the Free State and Northern Ireland. She had seen the effects that those five years of violence had had on her own village and the surrounding areas. She had seen houses burned down by the Crown Forces assisted by the so-called "Black-and-Tans" in revenge for an ambush by a local brigade of the IRA in nearby Tureengariffe Glen.

Although not particularly ideological by nature, she firmly believed in the social message of Christianity and adopted an approach to socio-economic problems that might be placed somewhere between socialism and market capitalism. In Dublin, Nora came into contact with poor housing conditions, hunger and disease everywhere, caused by the very high unemployment rate the city and the whole Republic of Ireland were experiencing after the Second World War, also because De Valera's Ireland which had remained neutral during the conflict, could not benefit from the Marshall Plan, like Great Britain and Northern Ireland. Nora, moved by compassion for the fate of Dublin families who were struggling to manage their miserable finances and resist the abuses of the loan sharks, felt it was her moral and Christian duty to do something. Knowing that pity itself would solve nothing, she drew up a plan that would allow the poor to take control of their finances and, having obtained a degree in economic and social studies, decided to launch a credit cooperative system: the Dublin Central Co-Operative Society, which was inaugurated on the 6th of March, 1954. The mission was to create employment and combat the scourge of usury and emigration. Nora conducted further research and soon the Dublin Central Co-Operative Society became the Credit Union. Under the guidance of Nora and her partners, the first two branches of this credit cooperative opened, one in Dun Laoghaire, the port to the south of the city from which many left to seek work in neighbouring Great Britain, the other on Donore Avenue, in the city itself. In 1960, the organisation became the Credit Union League of Ireland, known as the Irish League of Credit Unions. Nora, always generous with her time and money, dedicated herself to the creation of the credit cooperative movement while she encouraged others to collaborate for the common good. In 1967, the Dublin Parliament passed the Credit Union Act.

Today, there are more than 521 Credit Unions affiliated with the Irish League of Credit Unions, with a membership of 2.9 million members and financial reserves of € 11.9 billion. These branches employ 3,500 people and keep alive Nora Herlihy's idea that working together and thinking about the good of all can benefit the entire community. A remarkable result born of the conviction and efforts of a woman from a small rural community called Ballydesmond gifted, however, with foresight and determination. Nora died on the 7th of February, 1988, the 28th anniversary of the founding of the Irish League of Credit Unions. She is buried in Ballydesmond Cemetery. There is now a beautiful Credit Union building in her hometown, dedicated to her memory and called the Nora Herlihy Memorial Centre.

It houses a museum containing various memorabilia and objects associated with this local woman. The Ballydesmond branch of the Gaelic Athletic association (a sports association dedicated to traditional Gaelic games and sports) honoured Nora by erecting an iron arch over the main gateway to their playing field that reads The Nora Herlihy Park.

 

Traduzione spagnola
Alessandra Frigenti

Nora Herlihy, cofundadora del movimiento irlandés de las cooperativas de crédito, nació el 27 de febrero de 1910 en Ballydesmond, en el condado de Cork, tercera de doce hijos de Denis Herlihy, profesor, y de Nora Mulcahy. Después de enseñar en Belmullet, en el condado de Mayo, el padre fue nombrado director didáctico de la escuela primaria de Kingwilliamstown, nombre con el cual las autoridades inglesas conocían el pueblo de Ballydesmond. Allí Nora recibió su educación básica antes de ser enviada como educanda al colegio de las Hermanas de la Misericordia (Mercy Sisters) en Newcastle West, en el condado de Limerick; todo seguido fue a otro colegio gestionado por el mismo orden de hermanas, en la ciudad de Navan, en el condado de Meath.

Graduándose con matrícula de honor se aseguró la primera posición en el centro de formación de tercer grado para maestras. De 1929 a 1931 estudió en el instituto estatal para la formación de docentes, en Carysfort, Blackrock, en el condado de Dublín. La primera vez que trabajó como docente fue en la escuela del Sagrado Corazón en Ferrybank, en el condado sudoriental de Waterford. En octubre de 1936 obtuvo una plaza como maestra en la escuela de las Hermanas Irlandesas de la Caridad (Irish Sisters of Charity) en Basin Lane, Dublín. El mismo año empezó a tomar clases nocturnas para graduarse en la Universidad Nacional de Dublín, Ucd. Durante toda su vida, Herlihy fue excepcionalmente religiosa y una ferviente católica. En 1941 dimitió como docente y pasó diez meses como postulante en una congregación misionera en Cavan, pero le dijeron que no tenía vocación, noticia que la traumatizó. Entonces, volvió a enseñar en la escuela de las hermanas en Our Lady’s Mount en Harold’s Cross, Dublín, y en noviembre de 1948 se mudó a la zona norte de la ciudad cerca del hospital ortopédico para niños de Clontarf. Para facilitar la enseñanza especializada que se requería en aquel lugar, se matriculó en un curso Montessori cuya titulación obtuvo en 1954. El año siguiente la destinaron a la escuela nacional femenina de St Joseph en West Liffey Street, en el corazón de la ciudad de Dublín, donde se quedó para el resto de su carrera docente, llegando a ser la directora didáctica en enero de 1965. Siempre muy interesada en los alumnos y alumnas desfavorecidos, se quedó atónita al ver los niveles de desempleo, emigración y endeudamiento de uno de los barrios más pobres del Inner City de la capital irlandesa. Era particularmente sensible al sufrimiento ajeno porque lo conocía desde cuando era joven. Su padre, Denis, murió en 1929 dejando a su mujer sola que tuvo que criar la numerosa prole en tiempos muy difíciles. Sin embargo, en Dublín vió las terribles condiciones en las que vivían muchísimas familias, sobre todo la población de los slums, los barrios pobres del centro. La gente de Ballydesmond no vivía en el lujo, pero la indigencia urbana era bastante diferente de la pobreza rural donde comer y vestirse era siempre posible de una manera u otra. De joven, Nora también conoció los eventos de la guerra anglo-irlandesa (21 de enero de 1919-11 de julio de 1921) y de la guerra civil (28 de junio de 1922- 24 de mayo de 1923) entre fautores y detractores del tratado de paz de 1921 con Westminster que había dividido la isla entre el Estado Libre de Irlanda e Irlanda del Norte. Había visto con sus propios ojos los efectos que esos cinco años de violencia tuvieron en su pueblecito y en muchas áeras cercanas. Había visto casas quemadas por las fuerzas británicas ayudadas por los llamados Black-and-Tans para vengarse de una emboscada de una brigada local del Ira en la cercana Tureengariffe Glen.

Aunque no tenía muchas inclinaciones hacia las ideologías, creía firmemente en el mensaje social del cristianismo y adoptó un enfoque hacia los problemas socioeconómicos que se podría colocar entre el socialismo y el capitalismo de mercado. En Dublín, Nora asistió a pésimas condiciones de alojamiento, hambre, enfermedades por doquier debido al elevadísimo índice de desempleo que la ciudad y toda la República de Irlanda conocieron tras la Segunda guerra mundial: la Irlanda de De Valera, que se había mantenido neutral durante el conflicto, no pudo beneficiarse del Plan Marshall a diferencia de Gran Bretaña e Irlanda del Norte. Nora, movida por la compasión hacia el destino de las familias dublinesas que luchaban para administrar su poquísimo dinero y resistir a los abusos de los usureros, sintió la obligación moral y cristiana de hacer algo. Sabiendo que la compasión por si sola no resolvería mucho, decidió poner en práctica un plan para que los pobres pudieran asumir el control de sus finanzas y, como se había graduado en ciencias económicas y sociales estudiando por las noches, decidió poner en marcha un sistema cooperativo: la Sociedad Cooperativa Central de Dublín que fue inaugurada el 6 de marzo de 1954. El objetivo era crear ocupación y contrastar las plagas de la usura y la emigración. Nora realizó otros estudios y pronto la Sociedad Dublinesa se convirtió en la Credit Union. Bajo la dirección de Nora y sus compañeros se abrieron las dos primeras oficinas de esta cooperativa de crédito, una en Dun Laoghaire, puerto del el sur de la ciudad desde el que muchos partían en busca de un empleo en la cercana Gran Bretaña, y la otra en Donore Avenue, en Dublín. En 1960, pasó a ser la Credit Union League de Irlanda, conocida como Irish League of Credit Unions. Nora, generosísima con su porpio tiempo y dinero, se dedicó a la creación del movimiento de las cooperativas de crédito mientras estimulaba al próximo a trabajar juntos para el bien común. En 1967 el Parlamento de Dublín aprobó la la Ley de Cooperativas de Crédito.

Hoy en día hay más de 521 Credit Unions afiliadas a la Irish League of Credit Unions con una adhesión de 2,9 millones de socios y socias y con reservas financieras de 11,9 billones de euros. Estas oficinas dan empleo a 3500 personas y mantienen viva la idea de Nora Herlihy según la cual trabajar juntos y pensar en el bien de todos puede beneficiar a la colectividad. Un resultado significativo obtenido gracias a la convicción de una mujer nacida en una pequeña comunidad rural llamada Ballydesmond, pero dotada de perspicacia y determinación. Nora murió el 7 de febrero de 1988, día del vigésimo octavo aniversario de la fundación de la Irish League of Credit Unions. Fue sepultada en el cementerio de Ballydesmond. Ahora hay un magnífico edificio de la Credit Union en su pueblo natal, dedicado a su memoria y llamado: Nora Herlihy Memorial Centre.

Alberga un museo que contiene varias reliquias y objetos asociados a esta mujer. También el centro deportivo local, el Ballydesmond G. A. A. Centre, (asociación de los juegos y deportes gaélicos tradicionales) honró a Nora erigiendo un arco de hierro sobre la cancela principal del campo de fútbol que reza «The Nora Herlihy Park».

 

Ninni Maria Kronberg
Claudia Speziali



Daniela Godel

 

Maria Johanna Berggren è un’infaticabile ed entusiasta autodidatta, che, grazie all’esperienza, si fa inventrice, fisiologa nutrizionista, capitana d’industria e sviluppa un nuovo metodo per la produzione industriale di latte in polvere su larga scala. Chi l’ha conosciuta la descrive come una bella persona, profondamente credente e con un forte desiderio di fare del bene all'umanità, tanto da investire tutto il denaro ricavato dai suoi numerosi brevetti in ulteriori esperimenti e ricerche. Maria Johanna Berggren, detta Ninni, nasce a Gävle, città portuale situata circa 100 km a nord di Stoccolma, il 28 settembre 1874, da Viktor, capitano di marina e direttore del cosiddetto lotsfördelning, ente all’epoca responsabile delle acque costiere e delle acque interne, e da Caroline Louise Stuart.

La città di Gävle

La sua famiglia, imparentata con i noti armatori e grossisti Berggren, si trasferisce prima a Luleå, in Lapponia, e in seguito a Visby, per poi tornare a Gävle. Come molte signorine di buona famiglia, Ninni non frequenta la scuola, ma la sua educazione è affidata a istitutrici private. A ventidue anni, nel 1896, sposa il concittadino Erik Kronberg, figlio di un facoltoso grossista e grossista lui stesso, e si ritrova a gestire e amministrare una grande dimora. Nel tempo libero si dedica alla pittura e alla creazione di oggetti artigianali, oppure va in barca a vela e viaggia insieme con il marito.

Una giovane Maria Johanna Berggrenn

La serena e per certi aspetti spensierata vita di questa giovane coppia borghese cambia nel 1901 alla morte del padre di Erik; il figlio gli subentra nella gestione dell’azienda Kronbergs Spannmålsaffär & Maltfabrik (Emporio di cereali & Fabbrica di malto Kronberg), che nel 1915 si trasforma nella società per azioni AB Kronbergs Maltfabrik. Ninni e il marito lavorano fianco a fianco nell’azienda e insieme sviluppano ulteriormente il metodo Jensen per la produzione del lievito, che nel 1919 frutta la registrazione di un brevetto a nome di Erik Kronberg solamente, ignorando completamente il ruolo svolto dalla donna. Nel 1922 l’azienda va in bancarotta e, sempre nello stesso periodo, entra in crisi pure il matrimonio, tanto che Maria Johanna si trasferisce presso la sua amica Gudrun Juel-Westrup, che vive con il marito nella tenuta di Rydsgård in Scania, nella Svezia meridionale.

La fabbrica di malto

L’iter del divorzio si conclude definitivamente nel 1925. A Rydsgård, Wilhelm Westrup aveva già tentato, senza riuscirvi, di conservare il latte; l’arrivo di Ninni, cui è destinato un laboratorio nella vecchia latteria della fattoria, e del suo bagaglio di esperienze acquisite alla Maltfabrik segna la ripresa degli esperimenti e la produzione di un lievito chiamato Practic, prodotto e lanciato sul mercato dalla AB Practic Comp Ltd, fondata dai coniugi Westrup e dalla loro ospite. L’attività della fisiologa nutrizionista autodidatta prosegue con lo sviluppo di un preparato di siero di latte, adatto a migliorare gli impasti. Stavolta, diversamente dalla precedente, il suo lavoro è riconosciuto e nel 1927 Ninni consegue il primo brevetto a suo nome. Nel corso della vita ne conseguirà in tutto otto in Svezia, più altri in diversi Paesi, tra cui Canada e Stati Uniti. Il suo vero grande successo è però il latte in polvere. In Svezia e altrove si era già tentato di produrre latte in polvere a lunga conservazione, senza conseguire risultati apprezzabili. Nei primi anni Trenta, Berggren si dedica assiduamente alla ricerca in laboratorio per trovare una soluzione soddisfacente al problema; nel 1934 brevetta un nuovo metodo per produrre latte in polvere a lunga conservazione e nel 1937 anche l’ulteriore sviluppo del suo metodo. Il metodo di Berggren si sviluppa attraverso pochi semplici passaggi. Prima il latte scremato viene riscaldato a 100° C, raffreddato a 55° C e trattato con batteri lattici. Poi, viene raffreddato a 18°C e il lattosio è convertito in acido lattico, interrompendo il processo appena prima che la proteina inizi a precipitare, cioè a separarsi dalla soluzione in cui è immersa. Mentre il primo lotto di latte si raffredda, si riscalda un altro lotto più grande di latte, intero o scremato, a 25° C, in cui il lattosio o lo zucchero grezzo si emulsionano. Se si usa latte scremato, bisogna aggiungere anche il grasso; in caso di uso di latte intero, invece, il grasso presente è sufficiente e non è necessario aggiungere altri grassi. I due lotti di latte sono immessi, insieme o separatamente, in una camera di evaporazione, in cui sono asciugati facendo circolare aria calda (80° C). Il debole campo elettrostatico presente nella camera carica le particelle essiccate con polarità diverse, facendo sì che quando due particelle con cariche diverse si avvicinano, si respingano a vicenda, evitando che il latte in polvere si aggreghi durante l'essiccazione. Questi due brevetti ─ il numero 85916 del ’34 e il numero 96765 del ’37 ─ gettano le basi per un settore industriale del tutto nuovo, poiché consentono alla Svezia di esportare il proprio surplus di latte, superando il problema della deperibilità che ne aveva fino allora impedito l’esportazione. Nel 1937, il latte in polvere è testato con successo sul campo dal servizio di approvigionamento del Kungliga Svea Ingenjörkår (Corpo Reale Svedese di Ingegneria).

Con i suoi cani

L’anno successivo Ninni riceve una sovvenzione di 25.000 corone dallo Stato svedese per sviluppare il brevetto, a condizione di costituire una società per azioni nazionale, con un capitale sociale di almeno 250.ooo corone, per la produzione del latte in polvere. Il settore della cooperazione lattiero-casearia non si mostra interessato al progetto, diversamente da Axel Wenner-Gren, co-fondatore di Electrolux, che, con un capitale sociale di 250.000 corone, fonda, sempre nel 1938, la Svenska Mjölkprodukter AB (Prodotti caseari svedesi), nota anche come Smp, che produce latte in polvere su licenza del brevetto di Ninni Berggren. Inizialmente si punta sull’esportazione e la Gran Bretagna ─ insieme con la Francia ─ si mostra interessata al prodotto, che per la sua lunga conservabilità si presta a essere utilizzato nelle colonie. La Smp apre un centro di produzione a Kimstad, a sud di Norrköping, mentre il quartier generale resta a Stoccolma. Oltre a lavorare talvolta a Kimstad, Ninni Berggren fonda la AB Skånskt bindmedel (Leganti della Scania) per sviluppare ulteriormente il latte in polvere come legante in prodotti a base di carne, per cui aveva ottenuto un brevetto nel 1935. A Kimstad la produzione inizia il 10 settembre del 1939, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale blocca le esportazioni, e il latte in polvere è fornito in grande quantità all’ Autorità svedese per le disposizioni di emergenza e allo Svenska Frivilligkåren (Corpo dei volontari svedesi) in Finlandia, tanto che nel 1942 è aperto un secondo impianto nella cittadina di Götene.

Nel 1940 Ninni Berggren è destinataria di un’altra sovvenzione statale che le consente di continuare le sue ricerche su produzione casearia, panificazione e prodotti a basi di carne. Nel frattempo, l’infaticabile ricercatrice sviluppa anche un mangime concentrato per bovini, ricavato da materie prime svedesi, da utilizzare in sostituzione di quelli stranieri, non importabili a causa della guerra in corso. Gli anni Quaranta, tuttavia, sono caratterizzati da controversie legali. Come molte altre donne inventrici, Ninni Kronberg è stata esposta a persone che hanno cercato di ingannarla, come la banca C. Bert Lilja & Co ed Erik von Geijer che hanno tentato di sottrarle, a loro vantaggio, il suo contratto con la Smp, dato in pegno come parte di un accordo commerciale con Geijer. Quest’ultimo, senza informarla, lo aveva venduto alla C. Bert Lilja & Co., di proprietà di Carl Bertil Lilja, presidente del consiglio di amministrazione della Smp. La magistratura si pronuncia a favore del diritto al contratto da parte di Ninni, che però si vede costretta a continue dispute sul pagamento delle royalty dovutele, negli anni successivi, praticamente fino alla morte. La Smp sostiene di non avere mai usato il brevetto di Berggren nella produzione, dunque, di non doverle pagare alcun diritto e sospende ogni pagamento dall’autunno del 1946.

Prodotti Semper

Ninni Berggren Kronberg muore a Lund il 1° ottobre 1949, all’età di settantacinque anni. Nel 1963 la Smp cambia il proprio nome in Semper e attualmente è un’azienda alimentare, specializzata in latte in polvere e alimenti per l’infanzia, e finalmente ─ meglio tardi che mai ─ riconosce che la scoperta di Ninni sta alle basi della sua lunga attività.

Dal 2012 nel nuovo quartiere di Hagastaden a Solna, nella contea di Stoccolma, una via è intitolata a Ninni Kronberg (omettendo il suo cognome e indicando quello dell’ex marito).

La strada di Solnaz

La strada di Solna

 

Traduzione francese
Piera Negri

Maria Johanna Berggren est une autodidacte infatigable et enthousiaste qui, grâce à l'expérience, devient inventrice, nutritionniste physiologiste, capitaine d'industrie et développe une nouvelle méthode de production industrielle du lait en poudre à grande échelle. Ceux qui l’ont connue la décrivent comme une belle personne, profondément croyante et avec un fort désir de faire du bien à l'humanité, à tel point qu'elle a investi tout l'argent gagné grâce à ses nombreux brevets dans d'autres expériences et recherches. Maria Johanna Berggren, dite Ninni, est née à Gävle, une ville portuaire située à environ 100 km au nord de Stockholm, le 28 septembre 1874, de Viktor, capitaine de marine et directeur du soi-disant lotsfördelning, l'organisme à l'époque responsable de eaux côtières et eaux intérieures, et de Caroline Louise Stuart.

La ville de Gavle

Sa famille, liée aux armateurs et grossistes bien connus Berggren, a d'abord déménagé à Luleå, en Laponie, puis à Visby, avant de retourner à Gävle. Comme beaucoup de jeunes filles de bonne famille, Ninni ne fréquente pas l'école, mais son éducation est confiée à des gouvernantes privées. À l'âge de vingt-deux ans, en 1896, elle épouse son concitoyen Erik Kronberg, fils d'un riche grossiste et grossiste lui-même, et se retrouve à gérer et administrer une grande maison. Dans son temps libre, elle se consacre à la peinture et à la création d'objets artisanaux, ou bien fait de la voile et voyage avec le mari.

Une jeune Maria Johanna Berggrenn

La vie sereine et en quelque sorte insouciante de ce jeune couple bourgeois change en 1901 avec la mort du père d'Erik ; son fils lui succède à la direction de la société Kronbergs Spannmålsaffär & Maltfabrik (Grain Emporium & Malt Factory Kronberg), qui devient en 1915 la société anonyme AB Kronbergs Maltfabrik. Ninni et son mari travaillent côte à côte dans l'entreprise et développent ensemble la méthode Jensen pour la production de levure, qui en 1919 a abouti au dépôt d'un brevet au seul nom d'Erik Kronberg, ignorant complètement le rôle joué par la femme. En 1922, l'entreprise a fait faillite et, à la même période, le mariage est également entré en crise, à tel point que Maria Johanna a déménagé chez son amie Gudrun Juel-Westrup, qui vit avec son mari dans le domaine Rydsgård en Scanie, dans le Sud de la Suède.

La malterie

Le processus de divorce prit fin définitivement en 1925. A Rydsgård, Wilhelm Westrup avait déjà tenté, sans succès, de conserver le lait ; l'arrivée de Ninni, à qui est destiné un laboratoire dans l'ancienne laiterie de la ferme, et de sa riche expérience acquise à Maltfabrik marque la reprise des expérimentations et la production d'une levure appelée Practic, produite et lancée sur le marché par AB Practic Comp Ltd, fondée par les Westrups et leur hôte. L'activité de la physiologiste nutritionniste autodidacte se poursuit avec la mise au point d'une préparation de lactosérum, apte à l'amélioration des pâtes. Cette fois, contrairement à la précédente, son travail est reconnu et en 1927 Ninni obtient le premier brevet à son nom. Au cours de sa vie, elle en obtiendra un total de huit en Suède, et d’autres dans plusieurs pays, dont le Canada et les États-Unis. Mais son vrai grand succès est le lait en poudre. En Suède et ailleurs, des tentatives ont déjà été faites pour produire du lait en poudre de longue conservation, sans résultats appréciables. Au début des années ‘30, Berggren se consacre assidûment à des recherches en laboratoire pour trouver une solution satisfaisante au problème ; en 1934, elle va breveter une nouvelle méthode de production de lait en poudre de longue conservation et en 1937 aussi un ultérieur développement de sa méthode. La méthode de Berggren se développe à travers quelques étapes simples. Tout d'abord, le lait écrémé est chauffé à 100°C, refroidi à 55°C et traité avec des bactéries lactiques. Il est puis refroidi à 18°C et le lactose est transformé en acide lactique, arrêtant le processus juste avant que la protéine ne commence à précipiter, c'est-à-dire à se séparer de la solution dans laquelle elle est immergée. Au fur et à mesure que le premier lot de lait refroidit, un autre lot de lait plus important, entier ou écrémé, est chauffé à 25°C, dans lequel le lactose ou le sucre brut s'émulsionnent. Si l’on utilise du lait écrémé, il faut également ajouter de la matière grasse ; en cas d'utilisation de lait entier, cependant, la matière grasse présente est suffisante et il n'est pas nécessaire d'ajouter d'autres matières grasses. Les deux lots de lait sont placés, ensemble ou séparément, dans une chambre d'évaporation, où ils sont séchés par circulation d'air chaud (80°C). Le faible champ électrostatique présent dans la chambre charge les particules séchées avec une polarité différente, ce qui fait que lorsque deux particules avec des charges différentes se rapprochent, elles se repoussent, empêchant que la poudre de lait s'agrège pendant la phase de séchage. Ces deux brevets - le numéro 85916 de '34 et le numéro 96765 de '37 - jettent les bases d'un tout nouveau secteur industriel, car ils permettent à la Suède d'exporter son surplus de lait, surmontant le problème de détérioration qu'il avait jusqu'alors empêché l’exportation. En 1937, le lait en poudre a été testé avec succès sur le terrain par le service d'approvisionnement de Kungliga Svea Ingenjörkår (Corps royal du génie suédois).

Avec ses chiens

L'année suivante, Ninni reçoit une subvention de 25 000 couronnes de l'État suédois pour développer le brevet, à condition de créer une société par actions nationale, au capital social d'au moins 250 000 couronnes, pour la production de lait en poudre. Le secteur de la coopération laitière n'est pas intéressé par le projet, contrairement à Axel Wenner-Gren, co-fondateur d'Electrolux, qui, avec un capital social de 250 000 couronnes, a fondé Svenska Mjölkprodukter AB (Produits laitiers suédois), également connu sous le nom de Smp, qui produit lait en poudre sous licence du brevet Ninni Berggren. Initialement, l'accent était mis sur les exportations et la Grande-Bretagne avec la France a manifesté son intérêt pour le produit qui, en raison de sa longue durée de conservation, est adapté à une utilisation dans les colonies. SMP ouvre un centre de production à Kimstad, au sud de Norrköping, tandis que le siège social reste à Stockholm. En plus de travailler parfois à Kimstad, Ninni Berggren a fondé AB Skånskt bindmedel (Liants de Scanie) pour développer davantage le lait en poudre comme liant dans les produits carnés, pour lequel elle a obtenu un brevet en 1935. À Kimstad, la production commence le 1er septembre 1939, mais le déclenchement de la Seconde Guerre mondiale bloque les exportations, et le lait en poudre est fourni en grande quantité à l'Autorité suédoise des dispositions d'urgence et à Svenska Frivilligkåren (Corps de volontaires suédois) en Finlande, à tel point qu'en 1942 une deuxième usine a été ouverte dans la ville de Götene.

En 1940, Ninni Berggren a reçu une autre subvention de l'État qui lui a permis de poursuivre ses recherches sur la production laitière, la panification et les produits à base de viande. En attendant, l'infatigable chercheuse développe également un aliment concentré pour le bétail, fabriqué à partir de matières premières suédoises, destiné à remplacer les aliments étrangers, qui ne peuvent pas être importés en raison de la guerre en cours. Les années 40, cependant, ont été caractérisées par des conflits juridiques. Comme beaucoup d'autres femmes inventrices, Ninni Kronberg a eu contacts avec des personnes qui ont tenté de la tromper, comme la banque C. Bert Lilja & Co et Erik von Geijer qui ont tenté de lui voler son contrat avec la Smp à leur profit, donné en gage dans le cadre d'un accord commercial avec Geijer. Ce dernier, sans l’informer, l'avait vendu à C. Bert Lilja & Co., propriété de Carl Bertil Lilja, président du conseil d'administration de Smp. La justice s’est prononcée en faveur du droit de contracter de Ninni, mais elle a été forcée à des différends continus sur le paiement des royalties qui lui étaient dus, les années suivantes, pratiquement jusqu'à sa mort. SMP soutient de n’avoir jamais utilisé le brevet de Berggren dans la production, donc de ne devoir lui payer aucun droit et suspend tout paiement depuis l'automne 1946.

Produits Semper

Ninni Berggren Kronberg est décédée à Lund le 1er octobre 1949, à l'âge de soixante-quinze ans. En 1963, SMP change son nom en Semper et est actuellement une entreprise agroalimentaire, spécialisée dans le lait en poudre et les aliments pour bébés, et enfin - mieux vaut tard que jamais - elle reconnaît que la découverte de Ninni est à la base de sa longue activité.

Depuis 2012 dans le nouveau quartier de Hagastaden à Solna, dans le comté de Stockholm, une rue porte le nom de Ninni Kronberg (en omettant son nom de famille et en indiquant celui de son ex-mari).

La strada di Solnaz

La strada di Solna

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

Maria Johanna Berggren was tireless and enthusiastic, a self-taught person who, thanks to her experience, became an inventor, nutritionist, physiologist, captain of industry and developed a new method for the industrial production of powdered milk on a large scale. Those who knew her describe her as a beautiful person, deeply believing and with a strong desire to do good for humanity, so much so as to invest all the money earned from her numerous patents in further experiments and research. Maria Johanna Berggren, known as Ninni, was born in Gävle, a port city located about 100 km north of Stockholm, on September 28, 1874. Her parents were Viktor, a naval captain and director of the so-called lotsfördelning, the body at the time responsible for coastal and inland waters, and by Caroline Louise Stuart.

The city of Gavle

Her family, related to the well-known shipowners and wholesalers Berggren, first moved to Luleå, Lapland, and later to Visby, before returning to Gävle. Like many young women of wealthy families, Ninni did not attend school - her education was entrusted to private tutors. At the age of twenty-two, in 1896, she married fellow citizen Erik Kronberg, the son of a wealthy wholesaler and wholesaler himself, and found herself managing the administration a large household. In her spare time she dedicated herself to painting and creating handicrafts, or she went sailing and traveled together with her husband.

A young Maria Johanna Berggrenn

The serene and in some ways carefree life of this young bourgeois couple changes in 1901 with the death of Erik's father. Erik became responsible for the management of the company Kronbergs Spannmålsaffär & Maltfabrik (Kronberg Grain Emporium & Malt Factory), which in 1915 became the joint stock company AB Kronbergs Maltfabrik. Ninni and her husband worked side by side in the company, and together they further developed the Jensen method for the production of yeast, which in 1919 resulted in the registration of a patent in the name of Erik Kronberg only, completely ignoring the role played by the woman. In 1922 the company went bankrupt and, in the same period, the marriage also went into crisis, so much so that Maria Johanna moved to the home her friend Gudrun Juel-Westrup, who lived with her husband on the Rydsgård estate in Scania, in southern Sweden.

The malt factory

The divorce process ended definitively in 1925. In Rydsgård, Wilhelm Westrup had already tried, unsuccessfully, to preserve milk. The arrival of Ninni, for whom a laboratory was established in the old dairy of the farm, with her wealth of experience acquired at Maltfabrik, marked the resumption of the experiments. This led to the development of a yeast called Practic, produced and launched on the market by AB Practic Comp Ltd, founded by the Westrups and their guest, Ninni. The activity of the self-taught nutritionist and physiologist continued with the development of a whey preparation, suitable for improving doughs. This time, unlike the previous one, her work was recognized and in 1927 Ninni obtained the first patent in her name. Over the course of her lifetime she was awarded eight patents in Sweden, plus others in several countries, including Canada and the United States. But her biggest success, by far, was with powdered milk. In Sweden and elsewhere, many had already tried to produce shelf-stable powdered milk, with no significant results. In the early thirties, Berggren devoted herself to intense laboratory research to find a satisfactory solution to the problem. In 1934 she patented a new method for producing powdered milk with a long shelf life, and in 1937 also patented further refinements of her method. Berggren's method proceeds through a few simple steps. First skimmed milk is heated to 100 ° C, cooled to 55 ° C and then treated with lactic bacteria. Then, it is cooled to 18 ° C and the lactose is converted into lactic acid, stopping the process just before the protein begins to precipitate, that is, to separate from the solution in which it is immersed. As the first batch of milk cools, another larger batch of milk, whole or skimmed, is heated to 25 ° C, in which the lactose sugar is emulsified. If skimmed milk is used, fat must also be added; in case of use of whole milk, however, the fat present is sufficient and it is not necessary to add other fats. The two batches of milk are placed, together or separately, in an evaporation chamber, where they are dried by circulating hot air (80 ° C). A weak electrostatic field present in the chamber charges the dried particles with different polarities. As a result, when two particles with different charges approach each other, they repel each other, preventing the milk powder from aggregating during drying. These two patents - the number 85916 of '34 and the number 96765 of '37 - lay the foundations for a completely new industrial sector, as they allowed Sweden to export its milk surplus, overcoming the problem of perishability that it had until then prevented its export. In 1937, milk powder was successfully field tested by the procurement service of Kungliga Svea Ingenjörkår (Royal Swedish Engineering Corps). The following year Ninni received a grant of 25,000 crowns from the Swedish state to develop the patent, with the condition of setting up a national joint-stock company for the production of powdered milk, with a share capital of at least 250,000 crowns. The dairy cooperative sector was not interested in the project, unlike Axel Wenner-Gren, co-founder of Electrolux, who, with a share capital of 250,000 crowns, founded Svenska Mjölkprodukter AB (Swedish Dairy Products), also known as SMP, which began to produce milk powder under license of the Ninni Berggren patent. Initially, the focus was on exports and Great Britain - together with France - showed interest in the product, which due to its long shelf life was suitable for use in the colonies. SMP opened a production center in Kimstad, south of Norrköping, while the headquarters remained in Stockholm. In addition to working in Kimstad, Ninni Berggren founded AB Skånskt bindmedel (Binders of Scania) to further develop milk powder as a binder in meat products, for which she obtained a patent in 1935. In Kimstad, production began on September 10, 1939, but the outbreak of World War II blocked exports. The milk powder was then supplied in large quantities to the Swedish Emergency Arrangements Authority and Svenska Frivilligkåren (Swedish Volunteer Corps) in Finland - so much so that in 1942 a second plant was opened in the town of Götene.

In 1940 Ninni Berggren was the recipient of another state grant that allowed her to continue her research on dairy production, bread making and meat products. In the meantime, the indefatigable researcher also developed a concentrated feed for cattle, made from Swedish raw materials, to be used to replace foreign ones, which could not be imported due to the ongoing war. The 1940s, however, were characterized by legal disputes. Like many other inventive women, Ninni Kronberg was exposed to people who tried to deceive her, such as the bank C. Bert Lilja & Co and Erik von Geijer, who tried to steal her contract with the SMP for their own benefit, as part of a commercial agreement with Geijer. The latter, without informing her of it, had sold it to C. Bert Lilja & Co., owned by Carl Bertil Lilja, chairman of the board of directors of SMP. The judiciary pronounced in favor of Ninni's right to the contract, but in the following years she was forced into continual disputes over the payment of the royalties owed her, practically until her death. SMP claimed that it never used Berggren's patent in production, that it therefore did not have to pay any fees for the patent, and suspended all payments after the autumn of 1946.

Semper's products

Ninni Berggren Kronberg died in Lund on October 1, 1949, at the age of seventy-five. In 1963, SMP changed its name to Semper and is currently a food company, specializing in powdered milk and baby food, and finally – “better late than never” - recognized that Ninni's discovery was at the basis of its long activities.

Since 2012, in the new neighborhood of Hagastaden in Solna, in the county of Stockholm, a street has been named after Ninni Kronberg (omitting her own surname and using that of her ex-husband).

La strada di Solnaz

Solna's road

 

 

Traduzione spagnola
Lizet Maruja Ángulo

Maria Johanna Berggren es una infatigable y entusiasta autodidacta que, gracias a la experiencia, se hace inventora, fisióloga nutricionista y empresaria y desarrolla un nuevo método para la producción industrial de leche en polvo a gran escala. Quien la conoció la describe como una bella persona, profundamente creyente y con un fuerte deseo de hacer el bien a la humanidad, tanto que invirtió todo el dinero obtenido gracias a las numerosas patentes en otros experimentos e investigaciones. Maria Johanna Berggren, más conocida como Ninni, nació en Gälve, ciudad portuaria situada a unos 100 km al norte de Estocolmo, el 28 Septiembre de 1874, hija de Viktor –capitán de marina y director del llamado lotsfördelning, el ente que en aquel entonces era responsable de las aguas costeras y de las aguas internas– y de Caroline Louise Stuart.

La ciudad de Gävle

Su familia, emparentada con los conocidos armadores y mayoristas de renombre Berggren, se traslada primero a Luleå, en Lapponia, luego a Visby, y finalmente regresa a Gävle. Como muchas señoritas de buena familia, Ninni no frecuentaba la escuela pues se ocupaban de su educación unas institutrices particulares. A los veintidós años, en 1896, Ninni se casa con su conciudadano Erick Kronberg, hijo de un adinerado comerciante y comerciante él mismo, y se encuentra a gestionar y administrar una gran morada. En su tempo libre se dedica a la pintura y a la creación de objetos artesanales, o bien va en barco de vela y viaja junto con su esposo.

Una joven Maria Johanna Berggrenn

La tranquila y bajo ciertos aspectos despreocupada vida de esta joven pareja burguesa cambia en 1901 con la muerte del padre de Erick; el hijo heredará la gestión de la empresa Kronbergs Spannmålsaffår & Maltfabrik (Emporio de cereales & Fábrica de malta Kronberg), que en 1915 se transforma en la sociedad por acciones AB Kronbergs Maltfabrik. Ninni y su esposo trabajan codo a codo en la empresa y juntos desarrollan el método Jensen para la producción de la levadura que en 1919 obtiene el registro de una patente solo a nombre de Erick Kronberg, ignorando completamente el papel de su esposa. En 1922 la empresa quiebra y, durante el mismo período, también entra en crisis el matrimonio, tanto que Maria Johanna se traslada a casa de su amiga Gudrum Juel-Westrup, que vive con su esposo en la finca de Rydsgård en Escania, en el sur de Suecia.

La fábrica de malta

Los trámites del divorcio terminan definitivamente en 1925. En Rydsgård, Wilhem Westrup ya había intentado conservar la leche sin lograrlo; la llegada de Ninni, a la que destinan un laboratorio en la antigua lechería de la granja, y su bagaje de experiencias adquiridas en la Maltfabrik implican la reanudación de los experimentos y la producción de una levadura llamada Practic, producida y lanzada en el mercado por la AB Practic Comp. Ltd, fundada por los Westrup y su invitada. La actividad de la fisióloga nutricionista autodidacta prosigue con el desarrollo de una preparación suero de leche, indicado para mejorar la masa de pan. Esta vez, a diferencia de la vez anterior, su trabajo fue reconocido y en 1927 Ninni obtuvo la primera patente a su nombre. En el trascurso de su vida conseguirá en total ocho patentes en Suecia y otras más en distintos países como Canadá y Estados Unidos. Sin embargo, su verdadero éxito es la leche en polvo. En Suecia y en otros lugares ya se había intentado producir leche en polvo de larga duración, sin conseguir resultados considerables. En los primeros aõs Treinta, Berggren se dedica asiduamente a la investigación en el laboratorio para encontrar un resultado satisfactorio al problema; en 1934 patenta un nuevo método para producir leche en polvo de larga duración y en 1937 también el desarrollo posterior de su método. El método de Berggren se desarrolla a través de unos pocos pasos simples. Primero la leche desnatada se calienta a 100° C, se enfría a 55°C y se procesa con bacterias lácticas. Luego, se enfría a 18° C y la lactosa se convierte en ácido lactico, interrumpiendo el proceso antes de que la proteína empiece a precipitar, es decir a separarse de la solución en la que se encuentra. Mientras el primer lote de leche se enfría, se calienta otro lote más grande de leche, entera o desnatada, a 25° C, en el que se emulsiona la lactosa o azúcar en bruto. Si se usa leche desnatada, también hay que agregar la grasa; en el caso de usar leche entera, en cambio, la grasa presente es suficiente y no es necesario añadir otras grasas. Los dos lotes de leche se colocan, juntos o separados, en una cámara de evaporación, en donde se secan haciendo circular aire caliente (80°). El débil campo electrostático presente en la cámara carga las partículas deshidratadas con polaridades distintas, haciendo que, cuando dos partículas con cargas opuestas se acercan, se repelen entre sí, evitando que la leche en polvo se agregue durante la desecación. Estas dos patentes –la número 85916 del 1934 y la número 96765 del 1937– sentaron las bases para un sector industrial completamente nuevo, ya que permitieron a Suecia exportar sus propios excedentes de leche, superando el problema de la perecederidad que hasta ese momento había impedido la exportación. En 1937, se experimenta con éxito la leche en polvo con el servicio de abastecimiento de Kungliga Svea Ingenjörkår (Cuerpo Real Sueco de Ingeniería). Al año siguiente Ninni recibe una subvención estatal sueca de 25 000 coronas para desarrollar la patente con la condición de constituir una sociedad por acciones nacional, con un capital social de al menos 250 000 coronas, para la producción de leche en polvo. El sector de la cooperación lechero-quesero no muestra interés por el proyecto, a diferencia de Alex Wenner-Gren, co-fundador de Electrolux, que, con un capital social de 250 000 coronas, funda, en el mismo 1938, la Svenska Mjölkprodukter AB (Productos lácteos suecos), también conocida como Smp, que produce leche en polvo con licencia de la patente de Ninni Berggren. Inicialmente se apuesta por la exportación y la Gran Bretagna –junto con Francia– se muestra interesada al producto, que por su larga duración se puede usar en las colonias. La Smp abre un centro de producción a Kimstad, al sur de Norrköping, mientras el cuartel general se mantiene en Estocolmo. Ninni Berggren, además de trabajar ocasionalmente en Kimstad, funda la AB Skånskt bindmedel (Aglutinantes de Scania) para desarrollar la leche en polvo como aglutinante en productos a base de carne, para lo que había obtenido una patente en 1935. En Kimstad la producción inicia el 1° septiembre del 1939, pero el estallido de la Segunda Guerra Mundial bloquea las exportaciones, y la leche en polvo abastece en grandes cantidades a la Autoridad Sueca por las disposiciones de emergencia y a la Svenska Frivilligkåren (Cuerpo de Voluntarios Suecos) en Finlandia, hasta el punto que en el 1942 se abre una segunda instalación en la ciudad de Götene.

En el 1940 Ninni Berggren recibe otra subvención estatal que le permite continuar sus investigaciones sobre la producción láctea, panificación y productos a base de carne. Mientras tanto, la infatigable investigadora también desarrolla un pienso concentrado para bovinos, obtenido de materias primas suecas, para sustituir el pienso extranjero que no era posible importar a causa de la guerra. Los años Cuarenta, sin embargo, se caracterizan por algunas controversias legales. Como muchas otras mujeres inventoras, Ninni Kronberg ha sido expuesta a figuras que han tratado de engañarla, como el banco C. Bert Lilja & Co y Erick Von Geijer, que intentaron sustraerle, para su propio beneficio, el contrato con la Smp, empeñado como parte de un acuerdo comercial con Geijer. Este último, sin informarla, lo había vendido a la C. Bert Lilja & Co., de propiedad de Carl Bertil Lilja, presidente del consejo de administración de la Smp. La magistratura se pronuncia a favor del derecho al contrato por parte de Ninni, quien, a pesar de ello, en los años siguientes se verá obligada a continuas disputas por el pago de las royaltys que se le deben, prácticamente hasta su muerte. La Smp afirma que nunca utilizó la patente de Berggren en la producción, por lo tanto, que no tiene que pagar ningún derecho y suspende todos los pagos desde el otoño del 1946.

Productos Semper

Ninni Berggren Kronberg muere en Lund, el 1° de Octubre del 1949, a la edad de setenta y cinco años. En el 1963 la Smp cambia su nombre en Semper y actualmente es una empresa alimentaria, especializada en leche en polvo y alimentos para la infancia; finalmente –más vale tarde que nunca– reconoce que el descubrimiento de Ninni sentó las bases de su larga actividad.

En 2012 en el nuevo barrio de Hagastaden en Solna, en el condado de Estocolmo, se dedicó una calle a Ninni Kronberg (con el apellido de su ex marido).

La strada di Solnaz

El camino a Solna

 

Marja Ochorowicz-Monatowa
Brunella Carratù



Daniela Godel

 

Marja Ochorowicz-Monatowa (1866-1925), la più famosa chef polacca degli inizi del XX secolo, si racconta così…

«Mi chiamo Marja. Sono nata nel 1866 dalla famiglia Leszczyński. Sono sposata con la mia meravigliosa ispirazione: Henryk Monat. La mia precedente vita matrimoniale era con Julian Ochorowicz, con il quale mi sono sposata nel 1888. Era un medico e naturalista (o filosofo? n.d.r.) molto famoso, ma con il tempo, purtroppo, iniziò a mostrare sempre più inclinazioni verso lo spiritismo e l'ipnosi. La nostra casa a Varsavia al numero 44 di Wilcza Street era continuamente piena di ospiti. Ho sempre cercato di ravvivare la cupa atmosfera della parapsicologia con cibi gustosi e una piacevole decorazione della tavola. Cucinare è sempre stata la mia passione, una passione che si è trasformata in una professione, perché ho iniziato poi a scrivere delle mie ispirazioni culinarie per la rivista Bluszcz. Poi un giorno Julian e io ci siamo trasferiti a Parigi, dove la cucina polacca da me promossa ha fatto scalpore e dove ho appreso le tecniche dell'arte culinaria francese trasferendole un po’ in quella polacca. Tutte e tutti erano interessati ai miei piatti sarmati! Così ho continuato a scrivere e a cucinare con entusiasmo. Mi interessava principalmente ciò che concerneva un'alimentazione genuina e uno stile di vita sano. Dopo il ritorno in Polonia, siamo andati spesso a Zakopane, adoravo le montagne, l'aria, lo spazio e il cibo semplice e gustoso. Sfortunatamente, mio marito Julian stava camminando nella direzione opposta alla mia, le sue tendenze spirituali oscuravano il nostro rapporto. Alla fine decisi di lasciarlo (nel 1898). Per un miracoloso scherzo del destino, è stato a Zakopane che ho incontrato la mia felicità: Henryk. È stata come una apparizione… il suo essere accattivante, la mente aperta e il vivo interesse per me, tutto mi ha fatto innamorare! Ho deciso così di abbandonare la mia oscura relazione con Ochorowicz e iniziare una nuova vita insieme a Henryk. Ci siamo sposati nella romantica Vienna. Fin dall'inizio, Henryk ha sostenuto le mie attività culinarie, ha condiviso le mie passioni nel collezionare vecchi libri di cucina e alla fine mi ha convinto a scrivere una grande raccolta di ricette: Universal Cookbook. Il mio sogno nascosto da qualche parte in un cassetto si è avverato! Allo stesso tempo, stavo anche scrivendo una raccolta monumentale di consigli e suggerimenti su come gestire una famiglia, mi ci è voluto molto tempo, ma nel 1913 sono finalmente riuscita a pubblicare il libro intitolato Fattoria femminile in città e in campagna. Spero sinceramente che sia diventata una guida e un aiuto per molte donne in Polonia».

Marja Ochorowicz-Monatowa è un'icona dell'arte culinaria polacca.

Il giornalista e pubblicista culinario molto popolare in Polonia, Maciej Kuroń, si riferisce a lei con queste parole:

«La suffragista Marja Monatowa è uno degli [...] autori preferiti di libri di cucina. La sua opera monumentale - Universal Cookbook - è il libro più completo della nostra raccolta di letteratura culinaria, una sorta di bibbia per chef. Il volume contiene oltre duemiladuecento ricette e svariate illustrazioni. Il lavoro è stato creato per tutte le casalinghe che hanno a cuore una buona e igienica alimentazione della famiglia. L'autrice ha incluso non solo ricette culinarie, ma anche molti consigli per una dieta sana e una adeguata alimentazione in caso di malattie. Una novità è la sezione dedicata alla cucina vegetariana. Qui si troveranno ricette con melanzane, zucche, fagioli, cavolfiori, involtini di cavolo, patate in varie versioni e molti, molti altri oltre a ricette assai semplici e basilari, contiene anche ricette per piatti più sofisticati. Sebbene l'originale sia di quasi novant'anni fa, può ancora essere liberamente utilizzato in cucina». E ancora di lei scrive oggi la giornalista, fan della cucina polacca, Weronika Bulicz. «Una storia d'amore con il più grande libro di cucina - Una dieta sana, economica e gustosa - è stata la sua esigenza che ha dato origine a una grande guida di cucina e di igiene per le giovani donne di cento anni fa». Avendo vissuto sia a Parigi che a Vienna, Marja ha esplorato i segreti delle arti culinarie francesi e austro-tedesche instillandole nella cucina polacca. Capita che ancora oggi le massaie polacche si riferiscano a questo libro, modificando le proposte in esso contenute in linea con lo spirito dei tempi. The Universal Cookbook (Uniwersalna Ksiazka Kucharska) è stata la sua principale opera, terminata nel 1909 e pubblicata per la prima volta nel 1910, premiata alle mostre sull'igiene di Varsavia nel 1910 e 1926. Un'edizione successiva, molto ampliata, contiene illustrazioni e tabelle colorate, nel 1960 è uscita anche la versione in inglese. Oggi è ancora disponibile nelle librerie comprese quelle online.

La peculiarità del libro, al di là dell’ampia rassegna di ricette, è l’incoraggiamento all’utilizzo di ingredienti stagionali raggruppando le ricette in base ai momenti dell'anno. Viene introdotto il concetto di dieta vegetariana presentata come un regime alimentare purificante. Alcune ricette sono state scritte tenendo presente la difficile situazione economica dell'epoca, quando i prezzi dei prodotti alimentari aumentavano a un ritmo sostenuto, tuttavia rimangono estremamente attuali tanto che vengono ancora apprezzate da numerosi chef polacchi contemporanei. Un esempio: la ricetta "Polędwica wołowa” non differisce dal famoso piatto più tardi conosciuto come il filetto di manzo alla Wellington. Successivamente ne è stato elaborato un adattamento americano: Polish Cookery dove tutti i pesi e le misure sono stati convertiti all'uso americano e dove vengono anche fornite sostituzioni adeguate per ingredienti difficili da reperire. Le ricette vanno dal casalingo all'esotico e includono zuppe varie come quella di funghi e orzo polacca, la zuppa di cavolo fresco, molte varianti di Barszcz, ovvero la famosa zuppa di barbabietola polacca. Marja Ochorowicz-Monatowa ha dato alle casalinghe di quel tempo, oltre alle ricette e ai segreti che erano il cuore del libro, qualcosa di più: le ha ispirate verso la felicità. Questa felicità doveva essere secondo lei una famiglia sana, felice e piena di ospiti. Il desiderio di aiutare le donne in una situazione difficile è il primo motivo per cui Monatowa ha creato il suo enorme lavoro. Il secondo è il desiderio di emancipazione e formazione delle donne. Voleva che la sua opera venisse letta da chiunque; da qui l’esigenza di includere il più possibile principi di igiene, nutrizione, anatomia, medicina, economia dedicando a questi argomenti interi capitoli, cosa abbastanza originale per un tale tipo di pubblicazione; Monatowa voleva che le ragazze all'inizio della loro vita adulta ricevessero istruzioni complete su come organizzare una cucina e come pianificare una dieta per fornire al corpo gli ingredienti necessari per vivere e mangiare sano.

Scriveva nella prefazione:

«Se c'è tempo per suonare il piano, cantare, praticare vari sport, frequentare i salotti e divertirsi, allora c’è tempo per studiare anche un buon libro di cucina, che sarà un vantaggio maggiore per ogni donna rispetto alla lettura di un romanzo. Cucinare è un’arte basata sui principi dell'igiene: la freschezza e la scelta del buon cibo è la prima condizione della buona cucina, perché dalle cose cattive non si può fare niente di buono... dico sempre alle mogli che una cena gustosa è alla base della felicità domestica e del buon umore di un marito».

Interessante è l’attenzione nella organizzazione della cucina e alle modalità di conservazione degli alimenti alla luce anche del fatto che a quei tempi non esistevano i frigoriferi. Dedica un intero capitolo a quelle che l’autrice chiama vere e proprie «Lezioni di stile». Riporta un elenco con le istruzioni su cosa, in quale ordine e per quale festa, la padrona di casa deve preparare (invio degli inviti, preparazione del menù, calcolo dei costi, la spesa etc.). Descrive dettagliatamente metodi di piegatura, disposizione artistica dei tovaglioli e dei piatti e di impiattamento sui vassoi, il tutto corredato da illustrazioni. Cookbook è, ovviamente, anche una raccolta di ricette, quasi 600 pagine.

Tuttavia, la parte guida è stata riconosciuta da lei come l'essenza di ciò che voleva trasmettere alle donne. È affascinante scoprire quanto poco delle sue esperienze e dei suoi "consigli d'oro" sia diventato obsoleto fino ad oggi e quanto espresso dai guru della vita di oggi, della pulizia, della cucina e dell'eleganza derivi inavvertitamente da Monatowa. In un altro libro, Famiglia, scritto nel 1913, Marja consiglia come scegliere e sistemare un appartamento, come arredarlo, dedica molto spazio all'alimentazione, al bilancio e alla contabilità, e anche ai metodi di cura degli animali domestici. In aggiunta ai principi di igiene, tratta la cura di persone malate, bambini e bambine, nonché la protezione contro le malattie contagiose. Alcuni esempi dei suoi simpatici rimedi casalinghi: «quando si sporcano le pelli scamosciate devono essere lavate solo in acqua tiepida (in acqua calda si restringono e si induriscono) e, dopo il lavaggio, insaponate e lasciate asciugare con sapone, che le mantiene morbide. Le finestre congelate si lavano facilmente con acqua salata, sotto la quale scompaiono motivi e fiori formati da un forte gelo». Altri libri scritti da Monatowa sono: Scorte per l'inverno; Squisitamente e modestamente: colazioni, pranzi, cene; Ricettario (edizione ridotta del ricettario universale); Azienda agricola femminile. A posteriori Marja Monatowa appare come una figura caratterizzata da un bizzarro dualismo: da un lato, un'emancipata frequentatrice di salotti, ben inserita nel mondo, temeraria nel prendere decisioni audaci e impopolari, e dall'altra educatrice tradizionalista di donne all’inizio del XX secolo. In realtà con le sue opere ha voluto trasmettere alle donne una capacità ed una aspettativa professionale che riteneva importantissime in quanto convinta che il futuro della nazione fosse nelle mani femminili.

 

Traduzione francese
Piera Negri

Marja Ochorowicz-Monatowa (1866-1925), la plus célèbre chef polonaise du début du XXe siècle, raconte ainsi son histoire...

«Je m'appelle Marja. Je suis née en 1866 de la famille Leszczyński. Je suis mariée à ma merveilleuse inspiration : Henryk Monat. Ma vie conjugale précédente était avec Julian Ochorowicz, avec qui je me suis mariée en 1888. Il était un médecin et naturaliste (ou philosophe ? N.d.R) très célèbre, mais au fil du temps, malheureusement, il a commencé à montrer de plus en plus d'inclinations vers le spiritualisme et l'hypnose. Notre maison à Varsovie au 44, rue Wilcza était constamment pleine d'invités. J'ai toujours essayé de raviver l'atmosphère sombre de la parapsychologie avec une cuisine savoureuse et une décoration agréable de la table. La cuisine a toujours été ma passion, une passion qui est devenue un métier, car j'ai alors commencé à écrire sur mes inspirations culinaires pour le magazine Bluszcz. Un jour, Julian et moi avons déménagé à Paris, où la cuisine polonaise dont je faisais la promotion a fait sensation et où j'ai appris les techniques de l'art culinaire française, en les transférant un peu à la cuisine polonaise. Tout le monde s’intéressait à mes plats sarmates ! J'ai donc continué à écrire et à cuisiner avec enthousiasme. Je m'intéressais principalement à ce qui concernait une alimentation naturelle et un mode de vie sain. Après notre retour en Pologne, nous sommes souvent allés à Zakopane, j'adorais les montagnes, l'air, l'espace et la nourriture simple et savoureuse. Malheureusement, mon mari Julian marchait dans la direction opposée à la mienne, ses tendances spirituelles obscurcissant notre relation. Finalement, j'ai décidé de le quitter (en 1898). Par un coup du sort, c'est à Zakopane que j'ai rencontré mon bonheur : Henryk. C'était comme une apparition… son être captivant, son ouverture d'esprit et son vif intérêt pour moi m'ont fait tomber amoureuse ! J'ai donc décidé de quitter ma sombre relation avec Ochorowicz et de commencer une nouvelle vie avec Henryk. Nous nous sommes mariés dans la romantique Vienne. Dès le début, Henryk a soutenu mes activités culinaires, partagé ma passion de collectionner de vieux livres de cuisine et m'a finalement convaincu d'écrire une grande collection de recettes : Universal Cookbook. Mon rêve caché quelque part dans un tiroir est devenu réalité ! En même temps, j'écrivais aussi un recueil monumental de trucs et astuces sur la façon de gérer une famille, cela m'a pris beaucoup de temps, mais en 1913 j'ai finalement réussi à publier le livre intitulé Ferme féminine en ville et à la campagne. J'espère sincèrement qu'elle est devenue un guide et une aide pour de nombreuses femmes en Pologne ». 

Marja Ochorowicz-Monatowa est une icône de l'art culinaire polonais.

Le journaliste et publiciste culinaire très populaire en Pologne, Maciej Kuroń, fait se réfère à elle avec ces mots :

« La suffragette Marja Monatowa est l'une des [...] auteurs préférés de livres de cuisine. Son œuvre monumentale - Universal Cookbook - est le livre le plus complet de notre collection de littérature culinaire, une sorte de bible pour les chefs. Le volume contient plus de deux mille deux cents recettes et diverses illustrations. Le travail a été créé pour toutes les ménagères qui se soucient d'une alimentation familiale saine et hygiénique. L'auteur a inclus non seulement des recettes culinaires, mais aussi nombreux conseils pour une alimentation saine et une nutrition adéquate en cas de maladie. Une nouveauté est la section dédiée à la cuisine végétarienne. Vous trouverez ici des recettes avec aubergines, potirons, haricots, chou-fleur, rouleaux de chou, pommes de terre en différentes versions et bien d'autres en plus de recettes très simples et basiques, il contient également des recettes pour des plats plus sophistiqués. Bien que l'original ait presque quatre-vingt-dix ans, il peut toujours être utilisé librement dans la cuisine ».

Et encore d’elle écrit aujourd'hui la journaliste, passionnée de cuisine polonaise, Weronika Bulicz.

"Une histoire d'amour avec le plus grand livre de cuisine - Une alimentation saine, économique et savoureuse - c'est son besoin qui a donné naissance à un grand guide de cuisine et d'hygiène pour les jeunes femmes d’il y a cent ans." Ayant vécu à la fois à Paris et à Vienne, Marja a exploré les secrets des arts culinaires français et austro-allemands en les insérant dans la cuisine polonaise. Aujourd'hui encore des ménagères polonaises se réfèrent à ce livre, en modifiant les propositions qu'il contient selon l’esprit du temps. Le livre de cuisine universel (Uniwersalna Ksiazka Kucharska) a été son œuvre principale, achevée en 1909 et publiée pour la première fois en 1910, récompensée aux expositions d'hygiène de Varsovie en 1910 et 1926. Une édition ultérieure, beaucoup plus étendue, contient des illustrations et des tableaux en couleurs, la version anglaise est également sortie en 1960. Aujourd'hui, il est toujours disponible dans les librairies y compris celles on line.

La particularité du livre, au-delà de l'examen approfondi des recettes, est l'encouragement à utiliser des ingrédients de saison en regroupant les recettes selon les périodes de l'année. Il introduit le concept d'un régime végétarien présenté comme un régime purifiant. Certaines recettes ont été écrites en gardant à la situation économique difficile de l'époque, où les prix des denrées alimentaires augmentaient à un rythme rapide, mais elles restent extrêmement actuelles à tel point qu'elles sont encore appréciées par de nombreux chefs polonais contemporains. Un exemple : la recette « Polędwica wołowa » ne diffère pas du célèbre plat connu plus tard sous le nom de filet de bœuf Wellington. Plus tard, une adaptation américaine a été développée : la cuisine polonaise où tous les poids et mesures ont été convertis en usage américain et où des substitutions appropriées sont également fournies pour les ingrédients difficiles à trouver. Les recettes vont du fait maison à l'exotique et comprennent diverses soupes telles que la soupe polonaise aux champignons et orge, la soupe aux choux frais, de nombreuses variantes de Barszcz, c’est à dire la célèbre soupe polonaise de betteraves. Marja Ochorowicz-Monatowa a donné aux ménagères de l'époque, en plus des recettes et des secrets qui étaient le cœur du livre, quelque chose plus : elle les a inspirées vers le bonheur. A son avis, ce bonheur devait être une famille saine et heureuse pleine d'invités. Le désir d'aider les femmes dans une situation difficile est la première raison pour laquelle Monatowa a créé son immense œuvre. Le second est le désir d'émancipation et d'éducation des femmes. Elle voulait que son travail soit lu par tout le monde ; d'où la nécessité d'inclure autant que possible les principes d'hygiène, de nutrition, d'anatomie, de médecine, d'économie en consacrant des chapitres entiers à ces sujets, chose assez originale pour un tel type de publication Monatowa voulait que les filles au début de leur vie adulte reçoivent des instructions complètes sur la façon d'organiser une cuisine et de planifier un régime alimentaire pour fournir au corps les ingrédients nécessaires pour une vie et une alimentation saine.

Elle écrit dans la préface :

«S'il y a du temps pour jouer du piano, chanter, faire divers sports, aller dans les salons et s'amuser, alors il y a aussi le temps d'étudier un bon livre de cuisine, ce qui sera un plus grand avantage pour chaque femme que de lire un roman. La cuisine est un art basé sur les principes d'hygiène : la fraîcheur et le choix de la bonne nourriture est la première condition de la bonne cuisine, car rien de bon ne peut être fait de mauvaises choses... Je dis toujours aux femmes qu'un bon dîner c'est la base du bonheur domestique et de la bonne humeur du mari ».

L'attention portée à l'organisation de la cuisine et aux modes de conservation des aliments est intéressante compte tenu du fait qu'à cette époque il n'y avait pas de réfrigérateurs. Elle consacre un chapitre entier à ce que l'auteur appelle de véritables « Leçons de style ». Elle fournit une liste avec les instructions sur quoi, dans quel ordre et pour quelle fête, l'hôtesse doit préparer (envoi des invitations, préparation du menu, calcul des coûts, achats, etc.). Elle décrit en détail les méthodes de pliage, disposition artistique des serviettes et des assiettes et du service sur des plateaux, le tout accompagné d'illustrations. Cookbook, c'est bien sûr aussi un recueil de recettes, près de 600 pages.

Cependant, elle a reconnu l’aspect guide comme l'essence de ce qu'elle voulait transmettre aux femmes. Il est fascinant de découvrir combien peu de ses expériences et "conseils d'or" sont devenus obsolètes à ce jour et combien exprimés par les gourous de la vie d'aujourd'hui, la propreté, la cuisine et l'élégance dérivent par inadvertance de Monatowa. Dans un autre livre, Famille, écrit en 1913, Marja conseille comment choisir et aménager un appartement, comment le meubler, consacre beaucoup d'espace à la nutrition, à la budgétisation et à la comptabilité, ainsi qu'aux méthodes de soins pour animaux de compagnie. Outre les principes d'hygiène, elle traite de la prise en charge des personnes malades, garçons et filles, ainsi que de la protection contre les maladies contagieuses. Quelques exemples de ses jolis remèdes casaniers : « quand les cuirs suédés se salissent, il faut les laver uniquement à l'eau tiède (à l'eau chaude ils rétrécissent et durcissent) et, après lavage, faire mousser et les laisser sécher avec du savon, ce qui les garde doux. Les vitres gelées se lavent facilement à l'eau salée, sous laquelle disparaissent les motifs et les fleurs formés par un gel sévère ». D'autres livres écrits par Monatowa sont : Stocks pour l’hiver ; De manière exquise et modeste : petits déjeuners, déjeuners, dîners ; Livre de Recettes (édition réduite du livre de cuisine universel); Ferme femelle. Rétrospectivement, Marja Monatowa apparaît comme une figure caractérisée par un dualisme bizarre : d'un côté, une émancipée habituée des salons, bien intégrée au monde, téméraire dans les décisions audacieuses et impopulaires, et de l'autre une éducatrice traditionaliste des femmes au début du XX siècle. En réalité, avec ses œuvres, elle a voulu transmettre aux femmes une compétence et une attente professionnelle qu'elle considérait comme très importantes car elle était convaincue que l'avenir de la nation était dans les mains des femmes.

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

Marja Ochorowicz-Monatowa (1866-1925), the most famous Polish chef of the early 20th century, tells her story like this ...

«My name is Marja. I was born in 1866 to the Leszczyński family. I am married to my wonderful inspiration: Henryk Monat. My previous married life was with Julian Ochorowicz, with whom I married in 1888. He was a very famous philosopher and psychologist, but over time, unfortunately, he began to show more and more of an inclination toward spiritualism and hypnosis. Our house in Warsaw at 44 Wilcza Street was constantly filled with guests. I always tried to lighten the gloomy atmosphere of parapsychology with tasty food and pleasant table decorations. Cooking has always been my passion, a passion that turned into a profession, because I then started writing about my culinary inspirations for Bluszcz magazine. Then one day Julian and I moved to Paris, where the Polish cuisine I promoted caused a sensation and where I learned the techniques of French culinary art, transferring them in part to Polish cuisine. Everyone was interested in my Sarmatian dishes! So, I continued to write and cook with enthusiasm. I was mainly interested in what constituted a healthful diet and a healthy lifestyle. After returning to Poland, we went to Zakopane often, I loved the mountains, the air, the space and the simple and tasty food. Unfortunately, my husband Julian was walking in the opposite direction to mine, his spiritual tendencies obscuring our relationship. Eventually I decided to leave him (in 1898). By a miraculous twist of fate, it was in Zakopane that I met my happiness: Henryk. It was like a vision! He was captivating, and his open mind and keen interest in me, everything, made me fall in love! So, I decided to leave my dark relationship with Ochorowicz and start a new life with Henryk. We got married in romantic Vienna. From the beginning, Henryk supported my cooking activities, he shared my passion for collecting old cookbooks and eventually convinced me to write a great collection of recipes, The Universal Cookbook. My dream, hidden somewhere in a drawer, came true! At the same time, I was also writing a monumental collection of tips and tricks on how to manage a family. It took me a long time, but in 1913 I finally managed to publish the book, titled Women Farm in Town and Country. I sincerely hope that book has become a guide and help for many women in Poland.»

Marja Ochorowicz-Monatowa is an icon of Polish culinary art.

The very popular culinary journalist and publicist in Poland, Maciej Kuroń, refers to her with these words:

“Suffragist Marja Monatowa is one of the [...] favorite authors of cookbooks. Her monumental work – The Universal Cookbook - is the most comprehensive book in our collection of culinary literature, a sort of bible for chefs. The volume contains over two thousand two hundred recipes and various illustrations. The work was created for all housewives who care about good and hygienic family nutrition. The author has included not only culinary recipes, but also many tips for a healthy diet and adequate nutrition in case of illness. A novelty is the section dedicated to vegetarian cuisine. Here you will find recipes with eggplant, pumpkins, beans, cauliflower, cabbage rolls, potatoes in various versions and many, many others in addition to very simple and basic recipes. It also contains recipes for more sophisticated dishes. Although the original is almost ninety years old, it can still be freely used in the kitchen.” And the journalist, a fan of Polish cuisine, Weronika Bulicz, writes about her today. "A love story with the greatest cookbook - A Healthy, Economical and Tasty Diet – it was her drive that gave rise to a great cooking and hygiene guide for young women a hundred years ago.” Having lived in both Paris and Vienna, Marja explored the secrets of the French and Austro-German culinary arts by incorporating them in Polish cuisine. It happens that even today Polish housewives refer to this book, adapting the recipes contained in it in line with the spirit of the times. The Universal Cookbook (Uniwersalna Ksiazka Kucharska) was her main work, finished in 1909 and first published in 1910, winning awards at the Warsaw hygiene exhibitions in 1910 and 1926. A later, much expanded edition contains colored illustrations and tables, and the English version was also released in 1960. Today it is still available in bookstores, including ones that operate online.

The peculiarity of the book, beyond the extensive review of recipes, is the encouragement to use seasonal ingredients by grouping the recipes according to the times of the year. The concept of a vegetarian diet presented as a purifying diet is introduced. Some recipes were written bearing in mind the difficult economic situation of the time, when food prices were rising at a rapid rate, but the recipes remain extremely current, so much so that they are still appreciated by many contemporary Polish chefs. An example: the recipe "Polędwica wołowa" does not differ from the famous dish later known as Beef Wellington. Later an American adaptation was developed: Polish Cookery where all weights and measures were converted to American standards and where suitable substitutions are also provided for hard-to-find ingredients. Recipes range from homemade to exotic and include various soups such as Polish mushroom and barley soup, fresh cabbage soup, many variations of Barszcz (Borscht), the famous Polish beet soup. Marja Ochorowicz-Monatowa gave the housewives of that time, in addition to the recipes and secrets that were the heart of the book, something more - she inspired them towards happiness. According to her, this would flow from a healthy family and a happy household full of guests. The desire to help women in difficult situations was the first reason why Monatowa created her huge work. The second was her desire for women's emancipation and education. She wanted her work to be read by everyone; hence the need to include as much as possible the principles of hygiene, nutrition, anatomy, medicine, and economy by dedicating entire chapters to these topics, something quite original for this type of publication; Monatowa wanted girls early in their adult life to be given full instructions on how to organize a kitchen and how to plan a diet to provide the body with the ingredients it needs to live and eat in a healthy way.

She wrote in the preface:

"If there is time to play the piano, sing, play various sports, go to the lounges and have fun, then there is time to study a good cookbook, which will be a greater advantage for every woman than reading a novel. Cooking is an art based on the principles of hygiene: freshness and the choice of good ingredients is the first condition of good food, because nothing good can be done from bad things ... I always tell wives that a tasty dinner it is the basis of a husband's domestic happiness and good humor.”

The attention paid to the organization of the kitchen and to the methods of storing food is interesting in light of the fact that in those days there were no refrigerators. She dedicates an entire chapter to what the author calls real "style lessons". She provides a list of instructions on what a hostess has to prepare for a party, and in what order (sending invitations, preparing the menu, calculating costs, shopping etc.). She describes in detail methods of folding, artistic arrangement of napkins and plates and of serving on trays, all accompanied by illustrations. The cookbook is, of course, also a collection of recipes, nearly 600 pages.

However, the teaching part was recognized by her as the essence of what she wanted to convey to women. It is fascinating to discover how little of her experiences and her "golden advice" has become obsolete to this day, and how much ideas expressed by the gurus of today's life - cleanliness, good cooking and elegance - inadvertently derive from Monatowa. In another book, Family, written in 1913, Marja advises on how to choose and arrange an apartment, how to furnish it, and devotes a lot of space to nutrition, budgeting and accounting, and also to pet care. In addition to the principles of hygiene, she discusses the care of sick people, boys and girls, as well as protection against contagious diseases. Some examples of her nice home remedies: “when suede leather gets dirty it must be washed only in warm water (in hot water it shrinks and hardens) and, after washing, lather and let it dry with soap, which keeps it soft.” “Frozen windows are easily washed with salt water, under which the motifs and flowers formed by a severe frost disappear.” Other books written by Monatowa are, Stocks for the Winter, Exquisitely and Modestly: breakfasts, lunches, dinners, Cookbook (an abridged edition of The Universal Cookbook), and The Female Farmhouse. In retrospect, Marja Monatowa appears as a figure characterized by a bizarre dualism: on the one hand, an emancipated salon-goer, well integrated into the world, reckless in making bold and unpopular decisions, and on the other a traditionalist educator of women at the beginning of 20th century. In reality, she wanted her works to convey to women skills and a professionalism that she considered very important, as she was convinced that the future of the nation lay in the hands of women.

 

Traduzione spagnola
Giulia Calì

 Marja Ochorowicz-Monatowa (1866-1925), la chef polaca más famosa de principios del siglo XX, se cuenta así…

«Me llamo Marja, nací en 1866 en la familia Leszczyński. Estoy casada con mi maravillosa inspiración: Henryk Monat. Mi vida matrimonial anterior fue con Julian Ochorowicz, con quien me casé en 1888. Era un médico y naturalista (o filósofo? n.d.r.) muy conocido, pero con el tiempo lamentablemente empezó a mostrar cada vez más inclinaciones hacia el espiritismo y la hipnosis. Nuestra casa en Varsovia, en el número 44 de Wilcza Street, siempre estaba llena de invitados. Siempre intenté reavivar la cupa atmósfera de la parapsicología con comida rica y una decoración agradable de la mesa. Cocinar siempre ha sido mi pasión, una pasión que se transformó en una profesión, ya que luego empecé a escribir sobre mis inspiraciones culinarias para la revista Bluszcz. Más tarde un día Julian y yo nos mudamos a París, donde la cocina polaca que yo promovía causó sensación y donde aprendí las técnicas del arte culinario francés transfiriéndolas un poco en la cocina ¡Todas y todos estaban interesados en mis platos sármatas! Así que seguí escribiendo y cocinando con entusiasmo. Me interesaba principalmente lo que concernía una alimentación genuina y un estilo de vida sano. Tras nuestro regreso en Polonia, íbamos a menudo a Zakopane, adoraba las montañas, el aire, el espacio y la comida simple y rica. Desafortunadamente, mi marido Julian iba en la dirección opuesta a la mía, sus tendencias espirituales obscurecían nuestra relación. Al final decidí dejarlo (en 1898). Por una milagrosa broma del destino, fue preciamente en Zakopane donde encontré mi felicidad: Henryk. Fue como una aparición… ¡su ser cautivador, la mente abierta y el vivo interés por mí, todo me hizo enamorar! Decidí abandonar mi oscura relación con Ochorowicz y empezar una nueva vida junto a Henrik. Nos casamos en la romántica Viena. Desde el principio, Henryk apoyó mis actividades culinarias, compartió mis pasión por coleccionar viejos libros de cocina y al final me convenció de que escribiera una buena recolección de recetas: Universal Cookbook. ¡El sueño de mi vida se hizo realidad! Al mismo tiempo, estaba escribiendo una recolección monumental de consejos y sugerencias sobre cómo gestionar una familia, me llevó mucho tiempo, pero en 1913 por fin logré publicar el libro titulado Granja femenina en la ciudad y en el campo. Espero sinceramente que se haya convertido en una guía y ayuda para muchas mujeres en Polonia».

Marja Ochorowicz-Monatowa è un'icona dell'arte culinaria polacca.

Il giornalista e pubblicista culinario molto popolare in Polonia, Maciej Kuroń, si riferisce a lei con queste parole:

«La sufragista Marja Monatowa es uno de los [...] autores favoritos de libros de cocina. Su obra monumental –Universal Cookbook– es el libro más completo de toda nuestra literatura culinaria, una especie de biblia para chefs. El volumen contiene más de dos mil doscientas recetas y varias ilustraciones. La obra fue creada para todas las amas de casa que se interesan por una alimentación buena e higiénica de la familia. La autora no sólo incluyó recetas culinarias, sino también muchos consejos para una dieta sana y una alimentación adecuada en caso de enfermedades. Una novedad es la sección dedicada a la cocina vegetariana. En ella se encontrarán recetas con berenjenas, calabazas, alubias, coliflores, rollitos de col, patatas en muchas versiones y mucho, mucho más; además de recetas muy simples y básicas, también recoge recetas para platos más sofisticados. Aunque el original es de hace casi noventa años, todavía se puede utilizar tranquilamente en la cocina». Sobre ella también escribe la periodista Weronika Bulicz, aficionada a la cocina polaca. «Una historia de amor con el mejor libro de cocina –Una dieta sana, económica y rica–. Fueron sus exigencias las que dieron origen a una gran guía de cocina e higiene para las jóvenes mujeres de hace cien años». Habiendo vivido tanto en París como en Viena, Marja exploró los secretos del arte culinario francés y austroalemán, instilándolos en la cocina polaca. Hoy día las amas de casa polacas todavía se refieren a este libro, modificando las propuestas en él contenidas en línea con el espíritu de los tiempos. The Universal Cookbook (Uniwersalna Ksiazka Kucharska) fue su obra principal, terminada en 1909 y publicada por primera vez en 1910, galardonada en exposiciones sobre higiene de Varsovia en 1910 y 1926. Una edición posterior, muy ampliada, contiene ilustraciones y tablas coloreadas; en 1960 se publicó también una versión en inglés. Hoy se sigue encontrando en las librerías inclusive online.

La peculiaridad del libro, más allá de la amplia reseña de recetas, es el estímulo a servirse de ingredientes de temporada, agrupando las recetas según los momentos del año. Se introduce el concepto de dieta vegetariana presentada como régimen alimenticio purificador. Algunas recetas fueron escritas teniendo en cuenta la difícil situación económica de la época, cuando los precios de los productos alimenticios aumentaban a un ritmo acelerado; sin embargo siguen siendo extremadamente actuales, tanto es así que todavía hoy son apreciadas por numerosos chefs polacos contemporáneos. Un ejemplo: la receta Polędwica wołowa no difiere del famoso plato más tarde internacionalmente conocido como solomillo de ternera Wellington. Posteriormente se realizó una adaptación de su libro de cocina, Polish Cookery, donde todos los pesos y las medidas fueron convertidos según el uso estadounidense y donde se proporcionan también los sustitutos adecuados para ingredientes difíciles de encontrar. Las recetas van desde lo casero a lo exótico e incluyen varias sopas como la polaca de setas y cebada, la sopa de col fresca y muchas variantes de Barszcz, la famosa sopa de remolacha polaca. Marja Ochorowicz-Monatowa ofreció a las amas de casa de antaño algo más que las recetas y secretos que se hallaban en el libro: las inspiró hacia la felicidad. Esta felicidad debía ser según ella una familia sana, feliz y llena de invitados. El deseo de ayudar a las mujeres en una situación difícil es la primera razón por la que Monatowa creó su enorme obra. La segunda fue el deseo de emancipación y formación de las mujeres. Quería que su obra fuese leída por cualquier persona; de ahí la exigencia de incluir cuantos más principios de higiene, nutrición, anatomía, medicina, economía, dedicando capítulos enteros a estos temas, algo bastante original para una publicación de este tipo. Monatowa quería que las chicas ya al comienzo de su vida adulta recibieran instrucciones completas sobre cómo organizar una cocina y cómo planificar una dieta para proporcionar al cuerpo los ingredientes necesarios para vivir y comer sano.

Escribía en el prefacio:

«Si hay tiempo para tocar el piano, cantar, practicar varios deportes, frecuentar tertulias y divertirse, entonces hay tiempo para estudiar un buen libro de cocina, que será una ventaja mayor para cada mujer respecto a la lectura de una novela. Cocinar es un arte basado en los principios de la higiene: la frescura y la elección de la buena comida es la primera condición para una buena cocina, porque de las cosas malas no se puede hacer nada bueno… siempre les digo a las mujeres que una cena rica es la base de la felicidad doméstica y del buen humor de un esposo».

Es interesante la atención a la organización de la cocina y a las modalidades de conservación de los alimentos, especialmente teniendo en cuenta que en aquellos tiempos los frigoríficos no existían. Dedica un capítulo entero a las que la autora llama auténticas «clases de estilo». Brinda un listado con las instrucciones sobre qué, en qué orden y para qué fiesta, tiene que preparar el dueña de la casa (envío de las invitaciones, preparación del menú, cálculo de costes, la compra, etc.). Describe detalladamente métodos de doblado, disposición artística de las servilletas y de los platos, y disposición sobre las bandejas, todo ello acompañado de ilustraciones. Cookbook también es, obviamente, una recolección de recetas, casi 600 páginas.

Sin embargo, la parte de guía fue reconocida por ella como la esencia de lo que quería transmitir a las mujeres. Es fascinante descubrir que de sus experiencias y sus “consejos de oro” hoy día poquísimos obsoletos y cuánto de lo expresado por los gurús de nuestros días sobre la vida, la limpieza, la cocina y la elegancia, deriva inadvertidamente de Monatowa. En otro libro, Familia, escrito en 1913, Marja aconseja cómo elegir y arreglar un piso, cómo amueblarlo; dedica mucho espacio a la alimentación, al balance y a la contabilidad, así como a los métodos de cuidado de los animales domésticos. Además de los principios de higiene, trata sobre el cuidado de personas enfermas, niños y niñas, así como la protección contra las enfermedades contagiosas. Algunos ejemplos de sus simpáticos remedios caseros: «cuando se ensucian las pieles de gamuza se deben lavar sólo en agua tibia (en agua caliente se encogen y endurecen) y, después del lavado, enjabonar y dejar secar con jabón, que las mantiene suaves. Las ventanas congeladas se lavan fácilmente con agua salada, bajo la cual desaparecen motivos y flores formadas por una fuerte helada». Otros libros escritos por Monatowa son: Provisiones para el invierno; Exquisitamente y modestamente: desayunos, almuerzos y cenas; Recetario (edición reducida del recetario universal); Empresa agrícola femenina. A posteriori Marja Monatowa aparece como una figura caracterizada por un raro dualismo: por un lado, una emancipada frecuentadora de tertulias, bien integrada en el mundo, temeraria al tomar decisiones audaces e impopulares; por el otro, educadora tradicionalista de mujeres a principios del siglo XX. En realidad con sus obras quiso transmitir a las mujeres una capacidad y una expectativa profesional que consideraba muy importantes, en cuanto estaba convencida de que el futuro de la nación estaba en manos de las mujeres.

 

Natalie Zahle
Anne-Marie Østergaard. Traduzione italiana di Chiara Ryan



Daniela Godel

 

Nata nel 1827, cresciuta nella casa parrocchiale di Hvedstrup, vicino a Roskilde, venne fortemente influenzata da entrambi i genitori. La madre, che aveva perso la mobilità, riusciva a governare la casa in modo dignitoso, intelligente e bonario, seppur ancorata alla sua sedia. Il padre, invece, era un uomo dinamico che riusciva a trovare il tempo per interessarsi a questioni al di fuori della sua vocazione sacerdotale, come la scienza e la poesia. E fu grazie a lui che la figlia imparò a scrivere e a leggere, trascrivendo poesie e sermoni del padre, che ne caratterizzarono per il resto della vita lo stile letterario. La ragazza, invidiosa del fratello maggiore perché maschio, era appassionata di libri che avevano come protagonisti eroi ed eroine, come ad esempio The Last Mohican, uno dei suoi preferiti. Natalie cambiò tre volte casa durante la sua infanzia: la prima volta fu nel 1837, quando entrambi i genitori persero la vita ad un mese di distanza l'uno dall’altro; si spostò dai nonni Böttger a Copenaghen, per traferirsi successivamente a casa del professore e zoologo D.F. Eschricht e di sua moglie Mariane. Fu proprio a Copenaghen che iniziò la sua prima vera formazione scolastica, presso la Scuola delle Figlie del 1795. Inizialmente dovette mantenersi da sola come insegnante privata, ma nei sei anni successivi lavorò per varie famiglie come governante riuscendo, al contempo, a continuare la sua istruzione e sperimentando l'insegnamento.

Il periodo turbolento della fine degli anni Quaranta del XIX secolo fu cruciale per la mentalità patriottica e liberal-nazionalista di Natalie, una persona laboriosa e ambiziosa, che aveva il sogno di creare migliori opportunità educative per le ragazze danesi. Infatti, non esisteva ancora un'istruzione per le donne, se non un esame da direttrice di dipartimento, che fornisse loro la possibilità di accedere alla gestione di una scuola privata. Natalie credeva fermamente che le donne fossero risorse utili alla comunità e che quindi sarebbero dovute andare a scuola, sia se fossero diventate casalinghe sia se avessero proseguito una carriera lavorativa. All'epoca però era diffusa l'opinione opposta, ovvero che le donne fossero custodi della vita domestica e per questo dovevano essere educate all’interno della casa. Nel 1849 Natalie tornò a Copenaghen, dove trovò il fondamento delle sue idee all’ Annestine Beyers e Emil Bojsen Higher Education Institution for Women, una scuola femminile progressista alla quale si iscrisse. In questo istituto, per esempio, si insegnavano “nuove” materie, come il danese e la storia, e la pedagogia veniva influenzata dalle idee dell'educatore tedesco F. Fröbel. Nel 1851 la giovane superò l'esame da direttrice di dipartimento, affittò un appartamento di cinque stanze, situato all'incrocio tra Holmensgade e Hummergade, e aprì un corso privato di formazione per insegnanti, ma l’anno successivo dovette chiudere i battenti per via della mancanza di studenti. Fu in quell’anno che Natalie, pronta anche ad abbandonare il suo Paese per viaggiare all’estero, ottenne un’offerta di lavoro. Le venne proposto il ruolo di direttrice della scuola primaria Ms. Foersoms School, grazie alla raccomandazione di Balthasar Münter, un rettore che sedeva nel consiglio scolastico di Copenaghen, il quale lesse la tesi di laurea della donna, che trattava del piano per la realizzazione di una scuola femminile. Questo suo progetto creò una nuova giuntura tra l’educazione e l’educazione femminile. Nel 1852, la scuola Zahle, che aprì a Kronprinsensgade, contava 25 alunne/i, poco dopo se ne unirono altri 25 della Dannekvindeskolen di Susette e Carl Mariboe; nel decennio successivo erano presenti ben 200 studenti. Nel 1856 la scuola, in continua espansione, si trasferì a Gammel Strand.

Durante questi anni, Zahle realizzò una pianificazione sistematica dell'insegnamento, programmando corsi di un solo anno, e lavorò per la formazione di un ambiente specifico, con l’intento di rendere l’idea della scuola simile all’idea di “casa”. Ma non furono solo le sue idee a portarle il successo, bensì fu fondamentale il suo leggendario talento organizzativo, assieme al fiuto nello scegliere le/i docenti giusti, giovani e dotati. Infatti, molti dei suoi primi insegnanti divennero personaggi di spicco, come ad esempio Henrik Rung e Emil Hartmann, che crearono l’inno tradizionale dell’istituto, tuttora in uso. Zahle sapeva come attingere alle conoscenze professionali dei/delle docenti sia istruiti che non. Assieme agli insegnanti del campo pedagogico J.H. Pestalozzi, considerava la madre come figura educatrice centrale, inserendola nel contesto del motto «la scuola come casa», e creò un equilibrio senza precedenti tra “la parola viva” e l'apprendimento disciplinato. La forza di Zahle risedeva nelle sue azioni, basando la propria filosofia educativa più su esperimenti pratici che su fondamenti teorici. Vista da una prospettiva di classe, diresse l'educazione verso l'alto, in direzione della nobiltà, in via d’estinzione, e verso il basso, in direzione della crescente classe operaia. Invece, vista da una prospettiva di genere, ampliò la sua visione delle studenti femmine. Quest’ultime dovevano essere educate in alcune delle virtù tradizionalmente ritenute maschili, come lo sforzo, l'intraprendenza, la forza di volontà e la creatività, senza però perdere un senso estetico “femminile”. Visto da una prospettiva educativa, l'apprendimento delle nozioni doveva andare di pari passo con l'educazione del carattere personale. La formazione del sapere e l'accumulo di conoscenze non erano infatti ritenuti sufficienti.

Queste possono essere considerate le strategie di Zahle, che risuonavano all'interno della sua visione sulla questione della liberazione delle donne, rifiutandosi di scegliere tra le correnti classiche di emancipazione, strategia della peculiarità o dell'uguaglianza. L'ambiguità e le contraddizioni divennero il suo marchio distintivo, sia nella pratica scolastica che nei suoi pochi scritti teorici, come ad esempio Om Kvindens Uddannelse her i Landet, 1-2, 1882-83. Era una donna pragmatica, che assieme alle sue scuole voleva creare un contesto di maggior libertà di scelta. Fu proprio da tali scuole che nacquero le prime femministe del Paese, assieme a molteplici pioniere danesi, inserite in contesti politici, di educazione e d’affari. La relazione di Zahle con i movimenti femminili venne considerata esitante, dal momento che lei non prese nessuna vera iniziativa di politica femminile, non volendo assumere una posizione pubblica su questioni controverse. Eppure, il suo lavoro fu uno dei più importanti prerequisiti per la liberazione delle donne nel XIX secolo. Lei stessa era un membro abituale del Kvindelig Læseforening e del Dansk Kvindesamfund. Per quanto fosse motivata, non agiva in un “vacuum” sociale, ma agiva in linea con il bisogno di istruire le donne. Lo Stato danese prese, per la prima volta, iniziative educative per le ragazze sopra i 14 anni solo dopo il 1900, facendo sì che Zahle combattesse per le sue iniziative scolastiche per lunghissimo tempo in acque torbide.

Le innovazioni da lei portate avanti erano molteplici e si riunivano tutte sotto il nome N. Zahle's School, che era l’espressione della prima scuola unitaria realizzata nel Paese. Lì le/gli studenti potevano iniziare con la scuola primaria, per poi fare un anno sabbatico, dopodiché, i promossi, potevano scegliere tra studiare tramite la scuola o un insegnante privato, o svolgere l'esame preparatorio ordinario, in alternativa potevano seguire le lezioni di proseguimento gratuite. Durante l'ultima metà del XIX secolo, la scuola di Zahle si sviluppò in un impero educativo, che dal 1877 fu collocato a Nørre Vold. Qui, fu essa stessa la costruttrice del complesso di edifici scolastici, che al momento era considerato all'avanguardia per le esigenze contemporanee di interior design, estetica e architettura monumentale. Nel 1885, la scuola divenne un’istituzione autosufficiente in grado di resistere nel tempo, anche dopo la scomparsa della sua ideatrice, avvenuta nel 1913.

Politicamente, Zahle era liberal-nazionalista, patriottica e monarchica. Era una donna profondamente religiosa, di fede luterana, legata all’insegnamento di Grundtvig. Fedele ai suoi valori per tutta la vita, poteva apparire come conservatrice, soprattutto dopo l'irruzione del radicalismo culturale, del socialismo e del femminismo nell'ultimo quarto del secolo. Ma anche in questi periodi prevalevano la sua inclusività umana e il suo pragmatismo pedagogico, i quali però non deviavano mai dai suoi atteggiamenti culturali, religiosi e politici, e si riversavano all’interno dell'insegnamento delle sue scuole. Zahle è stata una figura complessa, con una personalità carismatica, assai amata ma allo stesso tempo rispettata e temuta. Esigeva molto da sé stessa e dall’ambiente circostante, che a sua volta l’accoglieva con sicurezza e, a volte, con audace cordialità. Una donna ambiziosa, determinata e disciplinata al di fuori della norma, ma anche irrequieta, impulsiva e capricciosa. Questa sua complessità e profondità ha dato vita alla creazione di miti sulla sua persona, prima e dopo la sua morte. Nel 1891 ricevette la Medaglia d'oro al merito per le sue attività in campo educativo.

 

Traduzione francese
Piera Negri

Née en 1827, élevée dans la maison paroissiale de Hvedstrup, près de Roskilde, elle a été fortement influencée par ses deux parents. La mère, qui avait perdu sa mobilité, a pu gérer la maison de manière digne et intelligente, bien qu'ancrée à sa chaise. Le père, au contraire, était un homme dynamique qui réussissait à trouver le temps de s'intéresser à des sujets au-delà de sa vocation sacerdotale, comme la science et la poésie. Et c'est grâce à lui que sa fille a appris à écrire et à lire, transcrivant les poèmes et les sermons de son père, qui ont caractérisé son style littéraire pour le reste de sa vie. La jeune fille, jalouse du frère aîné parce qu'il était de sexe masculin, était passionnée par les livres dont les protagonistes étaient des héros et des héroïnes, comme The Last Mohican, l'un de ses préférés. Natalie a déménagé trois fois au cours de son enfance : la première fois en 1837, lorsque les deux parents ont perdu la vie à moins d'un mois d'intervalle ; a déménagé chez ses grands-parents Böttger à Copenhague, pour déménager plus tard dans la maison du professeur et zoologiste D.F. Eschricht et sa femme Mariane. C'est à Copenhague qu'elle a commencé sa première véritable formation scolaire, à l'École des Filles en 1795. Au début, elle devait subvenir à ses propres besoins en tant que professeur privée, mais dans les six années suivantes, elle a travaillé pour diverses familles en tant que femme de ménage tout en réussissant, en même tenps, à continuer son éducation et son expérience de l'enseignement.

La période mouvementée de la fin des années 1840 était cruciale pour la mentalité patriotique et libérale-nationaliste de Natalie, une personne travailleuse et ambitieuse qui rêvait de créer de meilleures opportunités éducatives pour les filles danoises. En effet, il n'y avait toujours pas d'éducation pour les femmes, autre qu'un examen de chef de département, qui leur permettrait d'accéder à la gestion d'une école privée. Natalie croyait fermement que les femmes étaient des ressources utiles pour la communauté et qu'elles devaient donc aller à l'école, soit qu'elles deviennent femmes au foyer ou poursuivent une carrière de travail. À l'époque, cependant, l'opinion contraire était répandue, à savoir que les femmes étaient les gardiennes de la vie domestique et devaient donc être éduquées à l'intérieur de la maison. En 1849, Natalie est retournée à Copenhague, où elle a trouvé le fondement de ses idées à l'Annestine Beyers et Emil Bojsen Higher Education Institution for Women, une école progressiste à laquelle elle s'est inscrite. Dans cet institut, on enseignait par exemple des matières « nouvelles » comme le danois et l'histoire, et la pédagogie était influencée par les idées de l'éducateur allemand F. Fröbel. En 1851, la jeune femme réussit son examen de chef de département, loue un appartement de cinq pièces, situé à l'intersection de Holmensgade et Hummergade, et ouvre un cours privé de formation d'institutrice, mais l'année suivante elle doit fermer l’école pour manque d'élèves. C'est cette année-là que Natalie, également prête à quitter son pays pour partir à l'étranger, reçoit une offre d'emploi. Elle s'est vu proposer le rôle de directrice de l'école primaire Mme Foersoms School, grâce à la recommandation de Balthasar Münter, un recteur du conseil scolaire de Copenhague, qui a lu sa thèse de fin d'études, qui traitait du plan de réalisation d'une école. Son projet a créé un nouveau lien entre l'éducation et l'éducation des femmes. En 1852, l'école Zahle, ouverte à Kronprinsensgade, comptait 25 élèves, peu de temps après, 25 autres la Dannekvindeskolen de Susette et Carl Mariboe se sont ajoutés ; dans la décennie suivante, il y avait jusqu'à 200 étudiants. En 1856, l'école en constante expansion déménage à Gammel Strand.

Au cours de ces années, Zahle a effectué une planification systématique de l'enseignement, en prévoyant des cours d'un an seulement, et a travaillé pour la formation d'un environnement spécifique, dans le but de rendre l'idée de l'école similaire à l'idée de " domicile". Mais ce ne sont pas seulement ses idées qui ont fait son succès, mais son talent d'organisation légendaire était fondamental, ainsi que son nez pour choisir les bons enseignants, jeunes et doués. En effet, plusieurs de ses premiers professeurs sont devenus des personnalités éminentes, comme Henrik Rung et Emil Hartmann, qui ont créé l'hymne traditionnel de l'institut, qui est toujours utilisé aujourd'hui. Zahle savait comment puiser dans les connaissances professionnelles des enseignants instruits et non instruits. En collaboration avec les enseignants du domaine pédagogique J.H. Pestalozzi, elle considérait la mère comme une figure éducatrice centrale, la situant dans le contexte de la devise « l'école comme maison », et créa un équilibre sans précédents entre « la parole vivante » et un apprentissage discipliné. La force de Zahle était dans ses actions, fondant sa philosophie de l'éducation plutôt sur des expériences pratiques que sur des fondements théoriques. Dans une perspective de classe, elle dirigea l'éducation vers le haut, en direction de la noblesse, en voie de disparition, et vers le bas, en direction de la classe ouvrière grandissante. Au lieu de cela, du point de vue de genre, elle a élargi sa vision des étudiantes. Ces dernières devaient être éduquées à certaines des vertus traditionnellement considérées comme masculines, telles que l'effort, son caractère entreprenant, la volonté et la créativité, sans pour autant perdre un sens esthétique « féminin ». Dans une perspective pédagogique, l'apprentissage des notions devait aller de pair avec l'éducation du caractère personnel. La formation du savoir et l'accumulation du savoir n'étaient en effet pas considérées comme suffisantes.

On peut les considérer comme les stratégies de Zahle, qui résonnaient dans sa vision de la question de la libération des femmes, refusant de choisir entre les courants classiques de l'émancipation, la stratégie de la particularité ou de l'égalité. L'ambiguïté et les contradictions sont devenues son signe distinctif, à la fois dans la pratique scolastique et dans ses quelques écrits théoriques, tels que Om Kvindens Uddannelse her i Landet, 1-2, 1882-83. C'était une femme pragmatique qui, avec ses écoles, voulait créer un contexte de plus grande liberté de choix. C'est de ces écoles que sont nées les premières féministes du pays, ainsi que de nombreuses pionnières danoises, insérées dans des contextes politiques, éducatifs et d’affaires. La relation de Zahle avec les mouvements de femmes a été considérée comme hésitante, car elle n'a pris aucune véritable initiative politique en faveur des femmes, peu disposée à prendre position publiquement sur des questions controversées. Pourtant, son travail était l'une des conditions préalables les plus importantes pour la libération des femmes au 19ème siècle. Elle-même était membre régulière du Kvindelig Læseforening et du Dansk Kvindesamfund. Aussi motivée soit-elle, elle n'a pas agi dans un vide social, mais en fonction du besoin d'éducation des femmes. L'État danois n’a pris pour la première fois des initiatives éducatives pour les filles, de plus de 14 ans, qu'après 1900, ce qui a amené Zahle à se battre pour ses initiatives scolaires pendant très longtemps dans des eaux troubles.

Les innovations qu'elle réalise sont nombreuses et toutes regroupées sous le nom d'Ecole N. Zahle, qui est l'expression de la première école unitaire réalisée dans le pays. Là, les élèves pouvaient commencer par l'école primaire, puis prendre une année sabbatique, après quoi, les promus pouvaient choisir entre étudier par l'école ou un professeur privé, ou bien passer l'examen préparatoire ordinaire, ou ils pouvaient suivre les cours de continuation gratuitement. Au cours de la seconde moitié du XIXe siècle, l'école de Zahle s'est développée en un empire éducatif qui, à partir de 1877, était situé à Nørre Vold. Ici, elle a été elle-même le constructeur du complexe de bâtiments scolaires, qui à l'époque était considéré comme à l'avant-garde des besoins contemporains en matière de interior design, d'esthétique et d'architecture monumentale. En 1885, l'école devient une institution autonome capable de perdurer dans le temps, même après la mort de sa créatrice en 1913.

Politiquement, Zahle était libéral-nationaliste, patriote et monarchiste. C'était une femme profondément religieuse, de foi luthérienne, liée à l'enseignement de Grundtvig. Fidèle à ses valeurs tout au long de sa vie, elle a pu apparaître comme conservatrice, surtout après l'éruption du radicalisme culturel, du socialisme et du féminisme dans le dernier quart du siècle. Mais même dans ces périodes, son ouverture humaine et son pragmatisme pédagogique ont prévalu, qui n'ont cependant jamais dévié de ses attitudes culturelles, religieuses et politiques, et se sont répandus dans l'enseignement de ses écoles. Zahle était une figure complexe, avec une personnalité charismatique, très aimée mais en même temps respectée et redoutée. Elle exigeait beaucoup d'elle-même et du milieu qui l'entourait, qui à son tour l'accueillait avec confiance et, parfois, avec une cordialité audacieuse. Une femme ambitieuse, déterminée et disciplinée hors norme, mais aussi agitée, impulsive et capricieuse. Cette complexité et sa profondeur ont donné lieu à la création de mythes sur sa personne, avant et après sa mort. En 1891, elle a reçu la médaille d'or du mérite pour ses activités éducatives.

 

Traduzione inglese
Anne-Marie Østergaard

NZ grew up in Hvedstrup vicarage near Roskilde and was strongly influenced by both parents. The mother had lost her mobility, but led the home dignifiedly, intelligently, and mildly from her chair. The father was a dynamic man who took the time to take an interest in something other than his priestly vocation, namely science and poetry. NZ envied her one-and-a-half-year older brother that he was a boy. In her favourite books, villains, heroes or heroines were protagonists, as for example in J.F. Coopers The Last Mohican. She herself learned reading and writing by writing her father's poems and sermons. His style characterized her for the rest of her life. The parents died only a month apart in 1837, and NZ's second home remained with the grandparents Böttger in Copenhagen. Her third childhood home was with professor, zoologist D.F. Eschricht and his wife Mariane. In Copenhagen started her first actual schooling in the Daughter School of 1795. After confirmation, she had to support herself as a private tutor. For the next six years, she worked for various families while energetically reading, educating herself, and experimenting with teaching.

The turbulent years of the late 1840s were crucial to NZ's patriotic and national liberal mindset. She was hardworking and ambitious and dreamed of creating better educational opportunities for girls. There were yet no qualifying educations for women, apart from a department manager exam, which could provide access to run a private school in Copenhagen. NZ believed women were useful community resources and therefore should go to school, whether they became housewives or got a profession. At the time, the opposite view was widespread, namely that women were the gardeners of domestic life and should be brought up within the home. NZ was supported in her view when she returned to Copenhagen in 1849. and entered the Annestine Beyers and Emil Bojsen Higher Education Institution for Women, which was a progressive women's school. Here, for example, the “new” subjects Danish and history were taught, and the pedagogy was influenced by the ideas of the German educator F. Fröbel. In 1851, the NZ passed the department manager test, rented a five-room apartment on the corner of Holmensgade and Hummergade and opened a private teacher training course with a pension. A year later, she had to close it due to lack of students and was on the verge of traveling abroad when she was offered to take over the primary school Ms. Foersoms School. She was recommended by Provost Balthasar Münter, who sat on Copenhagen's school board and had read her Plan for a Girl's School, which she had written for her final exam. This plan struck new bridge between the two main conceptions of women's education mentioned. NZ struck, and in 1852 N. Zahle's School started in Kronprinsensgade with 25 pupils. Soon after, another 25 students from Susette and Carl Mariboe's Dannekvindeskolen joined. Ten years later, the school had 200 students. The ever-expanding school moved in 1856 to Gammel Strand.

During these years, NZ carried out a systematic planning of the teaching, established as something new one-year classes and consolidated the idea of ​​the school as a home. Her success was not only due to her ideas. Her organizational talent was legendary, and she had a nose for finding young, gifted teachers. Many of her early teachers later became big names, e.g., the musical personalities Henrik Rung and Emil Hartmann, who founded the school's still famous singing tradition. NZ knew how to draw on the professional knowledge of the educated teachers for the benefit of the school and for the young, uneducated teachers who were not actually educated themselves. Conversely, she and the teachers in the pedagogical field J.H. Pestalozzi's thoughts on the mother as the central educator under the motto “school as a home”, and she created an unprecedented balance between “the living word” and the disciplined learning. NZ’s strength was action rather than theoretical talent. Based on practical experiments, she created her educational philosophy. Seen from a class perspective, she demarcated upbringing upwards towards the vanishing nobility and downwards towards the growing working class. Seen from a gender perspective, she broadened her view of the female students. They were to be brought up in some of the traditionally masculine virtues such as striving, enterprise, willpower, and creativity without, however, losing a “female” aesthetic sense. Seen in an educational perspective, learning knowledge should go hand in hand with a personal character upbringing. Knowledge formation and knowledge accumulation were not enough.

This can be called NZ’s dual strategies, and they resonated in her view of the issue of women’s liberation. She refused to choose between the classic emancipation currents, the peculiarity or equality strategy. Ambiguity and contradiction became her hallmark, both in her school practice and in her few, theoretical writings, e.g. Om Kvindens Uddannelse her i Landet, 1-2, 1882-83. She consciously, not between, but on, two chairs, was a pragmatist and wanted with her schools to create a background for the freedom to choose. From her schools sprang both the country's first feminists and many of the Danish pioneer women in politics, business, and education. NZ’s relationship with the organized women’s movements was tentative, and she took no real women’s policy initiatives as she did not want to take a public stand on controversial issues. Yet her work was one of the most important prerequisites for the liberation of women in the 19th century. She herself was a regular member of Kvindelig Læseforening and Dansk Kvindesamfund. No matter how driven she was, she did not act in a social vacuum, but in line with women's need for education. The Danish state first took educational initiatives for girls over the age of 14 after 1900. NZ therefore fished in troubled waters with its ever-new school initiatives.

These innovations were many, and NZ gathered them all under the name N. Zahle's School, which in its construction was an expression of the country's first realized unitary school. The students could start in primary school, then take a year of rest, after which the confirmed students could choose between studying for a student, school or private teacher or ordinary preparatory exam. Or they could take the free continuation classes. During the last half of the 19th century, N. Zahle's School developed into an educational empire, which from 1877 was housed in Nørre Vold. Here, NZ itself had been the builder of the complex of schoolhouses, which was at the forefront of contemporary requirements for interior design, aesthetics, and monumental school architecture when it was built. In 1885, she made N. Zahle's School a self-sustaining institution that could extend beyond her own lifetime.

Politically, NZ was national liberal, patriotic, and royalist. She was strongly religious in the Old Lutheran but Grundtvigian sense. She maintained her views throughout her life and therefore seemed to appear strongly conservative after the breakthrough of cultural radicalism, socialism, and feminism in the last quarter of the century. But here, too, her human inclusiveness and pedagogical pragmatism prevailed, never deviating from the fact that the cultural, religious, and political attitudes to which she did not confess herself should also have a place in the teaching of her schools. NZ was a complex figure, a charismatic personality who was both loved, respected and feared. She made very great demands on herself and her surroundings, which she in turn embraced with security and at times bold cheerfulness. She was ambitious, strong-willed, and disciplined beyond the usual, but also restless, impulsive and temperamental. This complexity created many myths about her person both before and after her death. In 1891 she received the Medal of Merit in gold.

 

Traduzione spagnola
Flavia Palumbo

Nacida en 1827, Natalie Zahle se crio en la casa parroquial de Hvedstrup, cerca de Roskilde, y fue muy influenciada por sus padres. La madre, que había perdido la movilidad, lograba dirigir la casa de manera digna, inteligente y bondadosa, aunque dependía de su silla. Su padre, en cambio, era un hombre dinámico que conseguía encontrar el tiempo para dedicarse a aficiones fuera de su vocación sacerdotal, como la ciencia y la poesía. Gracias a él, la hija aprendió a leer y a escribir, transcribiendo las poesías y los sermones de su padre, que influenciaron para siempre su estilo literario. La chica, envidiosa de su hermano mayor por ser varón, era una apasionada lectora de libros cuyos protagonistas eran héroes y heroínas, como por ejemplo The Last Mohican, uno de sus favoritos. Natalie vivió en tres casas distintas a lo largo de su infancia pues cuando sus padres fallecieron con un mes de diferencia el uno del otro, en 1837, se fue a vivir a Copenhague con sus abuelos Böttger, para luego instalarse en casa del profesor y zoólogo D.F. Eschricht y su mujer Mariane. Precisamente en Copenhague empezó su verdadera educación, en la Escuela de las Hijas del 1795. Al principio tuvo que mantenerse sola ejerciendo dando clases particulares, pero, en los seis años siguientes, trabajó como gobernanta para varias familias logrando, mientras tanto, seguir con sus estudios y experimentando la enseñanza.

El período turbulento de finales de los años 40 del siglo XIX fue crucial para la mentalidad patriótica y liberal-nacionalista de Natalie, una persona trabajadora y ambiciosa, que tenía el sueño de crear mejores oportunidades educativas para las chicas danesas. Efectivamente, no existía aún un ningún tipo de instrucción para las mujeres, salvo un examen de directora de departamento, que les diera la posibilidad de acceder a la gestión de una escuela privada. Natalie creía firmemente que las mujeres eran un recurso imprescindible para la comunidad y pensaba que tenían que ir a la escuela, tanto si se iban a convertir en amas de casa como si iban a continuar con sus carreras. Sin embargo, en aquella época se solía pensar lo contrario, es decir que las mujeres eran responsables de la vida doméstica y que tenían que recibir su educación en casa. En 1849 Natalie volvió a Copenhague, donde encontró la base de sus ideas en Annestine Beyers y Emil Bojsen Higher Education Institution for Women, una escuela femenina progresista en la que se matriculó. En este instituto, por ejemplo, se enseñaban “nuevas” asignaturas, como el danés y la historia, y la pedagogía estaba influenciada por las ideas del educador alemán F. Fröbel. En 1851 la joven aprobó el examen de directora de departamento, alquiló un piso de cinco habitaciones, situado entre Holmensgade y Hummergade, y abrió un curso privado de formación para docentes, que al año siguiente tuvo que cerrar por la falta de estudiantes. Fue entonces cuando Natalie, a punto de abandonar su país para viajar al extranjero, obtuvo una oferta de trabajo. Le propusieron el cargo de directora de la escuela primaria Ms. Foersoms School, gracias a la recomendación de Balthasar Münter, rector que formaba parte del consejo escolar de Copenhague, quien leyó su Tesis donde ella proponía un proyecto para la creación de una escuela femenina. Su proyecto creó una nueva conecxión entre la educación y la educación femenina. En 1852, la escuela Zahle, que se abrió en Kronprinsensgade, contaba con 25 alumnas/os, y poco después se unieron otros/as 25 de la Dannekvindeskolen de Susette y Carl Mariboe; en la década siguiente contaban ya con 200 estudiantes. En 1856 la escuela, en continua expansión, se trasladó a Gammel Strand.

Durante esos años, Zahle realizó una planificación sistemática de la enseñanza, programando cursos de un solo año de duración, y trabajó para la formación de un ambiente específico, con el objetivo de acercar la idea de escuela a la idea de “casa”. Sin embargo, no fueron sus ideas la única fuente de su éxito, pues fundamental su legendario talento organizativo, junto con el instinto para la elección de los/las profesores/as adecuados/as, jóvenes y preparados/as. De hecho, buena parte de su profesorado se convirtió en personajes destacados, como por ejemplo Henrik Rung y Emil Hartmann, que crearon el himno tradicional del instituto, usado hasta hoy en día. Zahle sabía cómo aprovechar los conocimientos profesionales del personal tanto si tenía instrucción como si no la tenía. Junto con los demás profesores del campo pedagógico J.H. Pestalozzi, consideraba a la madre como la educadora central, poniéndola en el contexto del lema “la escuela como casa”, y creó un equilibrio sin antecedentes entre “la palabra viva” y el aprendizaje disciplinado. La fuerza de Zahle yacía en sus acciones, basando su filosofía educativa más en los experimentos prácticos que en fundamentos teóricos. Desde una perspectiva de clases sociales, dirigió la educación hacia arriba, hacia la nobleza, en peligro de extinción, y hacia abajo, hacia la creciente clase obrera. En cambio, desde una perspectiva de género, amplió su visión de las estudiantes. Estas últimas tenían que recibir una educación en algunas de las virtudes tradicionalmente consideradas masculinas, como el esfuerzo, la inventiva, la fuerza de voluntad y la creatividad, pero sin perder un sentido estético femenino. Desde una perspectiva educativa, el aprendizaje de las nociones tenía que ir de la mano con la educación del carácter personal. En efecto, la formación y la acumulación de conocimientos no se consideraban suficientes.

Estas pueden considerarse como las estrategias de Zahle, que se reconocían dentro de su visión sobre el tema de la liberación de las mujeres, rechazando elegir entre las corrientes de emancipación clásicas, la estrategia de la peculiaridad vs. la de la igualdad. La ambigüedad y las contradicciones se convirtieron en su marca distintiva, tanto en su práctica escolar como en sus pocos escritos teóricos, como por ejemplo Om Kvindens Uddannelse her i Landet, 1-2, 1882-83. Era una mujer pragmática, que junto con sus escuelas quería crear un contexto de mayor libertad de elección. Justamente de estas escuelas nacieron las primera feministas del país, junto con múltiples pioneras danesas, introducidas en contextos políticos, de educación y de negocios. La relación de Zahle con los movimientos femeninos fue considerada vacilante ya que nunca tomó ninguna verdadera iniciativa de política femenina, pues no quiso asumir ninguna posición pública en cuanto a cuestiones controvertidas. Sin embargo, su trabajo fue uno de los requisitos fundamentales para la liberación de las mujeres en el siglo XIX. Ella misma era miembra habitual del Kvindelig Læseforening y del Dansk Kvindesamfund. Por muy motivada que estuviera, no actuaba en un “vacuum” social, sino en línea con la necesidad de educar a las mujeres. El Estado danés tomó iniciativas educativas para las chicas mayores de 14 años por primera vez solamente después del 1900, causando que Zahle tuviera que luchar por sus iniciativas escolares durante mucho tiempo en aguas turbias.

Las innovaciones que ella llevó adelante eran múltiples y se reunían todas ellas bajo el nombre de N. Zahle's School, que era la expresión de la primera escuela unitaria creada en el país. Allí las/los estudiantes podían empezar por la escuela primaria, tomarse un año sabático y luego, si habían aprobado, podían elegir entre estudiar a en la escuela o con clases particulares, o presentarse al examen preparatorio ordinario; en alternativa podían asistir a las clases de seguimiento gratuitas. Durante la segunda mitad del siglo XIX, la escuela de Zahle se convirtió en un imperio educativo y en 1877 fue trasladada a Nørre Vold. Ella misma fue constructora del conjunto de edificios escolares, en aquel entonces considerado innovador por sus exigencias contemporáneas de diseño de interiores, estética y arquitectura monumental. En 1885, la escuela se convirtió en una institución autosuficiente capaz de soportar el paso del tiempo, aun después del fallecimiento de su creadora, que tuvo lugar en 1913.

Políticamente, Zahle era liberal-nacionalista, patriótica y monárquica. Era una mujer muy religiosa, de fe luterana, vinculada a la enseñanza de Grundtvig. Fiel a sus valores por toda la vida, podía parecer conservadora, sobre todo después de la irrupción del radicalismo cultural, del socialismo y del feminismo en el último cuarto de siglo. Aun así, prevalecieron su visión humana inclusiva y su pragmatismo pedagógico, que no se desviaban jamás de sus convicciones culturales, religiosas y políticas, y que se revertían en la enseñanza de sus escuelas. Zahle fue una figura compleja, con una personalidad carismática, muy querida pero al mismo tiempo respetada y temida. Exigía mucho de sí misma y del ambiente que la rodeaba, que a su vez la acogía con seguridad y, a veces, con audaz cordialidad. Una mujer ambiciosa, determinada y disciplinada fuera de la norma, pero también inquieta, impulsiva y caprichosa. Su ser compleja y profunda ha impulsado la creación de mitos alrededor de su persona, antes y después de su muerte. En 1891 recibió la Medalla de oro al mérito por sus actividades en el campo de la educación.

 

Traduzione danese
Anne-Marie Østergaard

NZ voksede op i Hvedstrup præstegård ved Roskilde og var stærkt præget af begge forældre. Moderen havde mistet sin førlighed, men ledede værdigt, intelligent og mildt hjemmet fra sin stol. Faderen var en dynamisk mand, der gav sig tid til at interessere sig for andet end sit præstekald, nemlig naturvidenskab og digtning. NZ misundte sin halvandet år ældre broder, at han var dreng. I hendes yndlingsbøger var skurke, helte eller heltinder hovedpersoner, som fx i J.F. Coopers Den sidste Mohikaner. Selv lærte hun sig læsning og skrivning ved at skrive sin faders digte og prædikener af. Hans stil prægede hende resten af livet. Forældrene døde med kun en måneds mellemrum i 1837, og NZ’ andet hjem blev hos bedsteforældrene Böttger i Kbh. Hendes tredje barndomshjem var hos professor, zoolog D.F. Eschricht og hans hustru Mariane. I København startede hendes første egentlige skolegang i Døtreskolen af 1795. Efter konfirmationen måtte hun forsørge sig selv som privatlærerinde. I de næste seks år arbejdede hun hos forskellige familier, mens hun energisk læste, uddannede sig selv og eksperimenterede med undervisningen.

De bevægede år i slutningen af 1840’erne blev afgørende for NZ’ patriotiske og nationalliberale sindelag. Hun var stræbsom og ærekær og drømte om at skabe bedre uddannelsesmuligheder for piger. Der fandtes endnu ingen kompetencegivende uddannelser for kvinder, bortset fra en institutbestyrerprøve, som kunne give adgang til at lede en privatskole i Kbh. NZ havde den opfattelse, at kvinder var nyttige samfundsressourcer og derfor burde gå i skole, hvad enten de blev husmødre eller fik et erhverv. I samtiden var den modsatte opfattelse udbredt, nemlig at kvinder var det huslige livs gartnere og skulle opdrages inden for hjemmet. NZ blev støttet i sin opfattelse, da hun i 1849 vendte tilbage til Kbh. og kom ind på Annestine Beyers og Emil Bojsens Højere Dannelsesanstalt for Damer, som var en progressiv kvindeskole. Her lærte man fx de “nye” fag dansk og historie, og pædagogikken var præget af den tyske pædagog F. Fröbels idéer. I 1851 bestod NZ institutbestyrerprøven, lejede en femværelses lejlighed på hjørnet af Holmensgade og Hummergade og åbnede et privatlærerindekursus med pension. Et år senere måtte hun lukke det på grund af mangel på elever og var på nippet til at rejse udenlands, da hun blev tilbudt at overtage barneskolen Frk. Foersoms Skole. Hun var anbefalet af provst Balthasar Münter, der sad i Kbh.s skoledirektion og havde læst hendes Plan for en Pigeskole, som hun havde skrevet til sin afsluttende prøve. Denne plan slog som noget helt nyt bro mellem de to nævnte hovedopfattelser af kvinders uddannelse. NZ slog til, og i 1852 startede N. Zahles Skole i Kronprinsensgade med 25 elever. Snart efter kom endnu 25 elever fra Susette og Carl Mariboes Dannekvindeskolen til. Ti år senere havde skolen 200 elever. Den stadigt ekspanderende skole flyttede i 1856 til Gammel Strand.

I disse år gennemførte NZ en systematisk planlægning af undervisningen, etablerede som noget nyt etårige klasser og konsoliderede tanken om skolen som et hjem. Hendes succes skyldtes ikke kun hendes idéer. Hendes organisatoriske talent var legendarisk, og hun havde næse for at finde unge, begavede lærere og lærerinder. Mange af hendes tidlige lærere blev senere store navne, f.eks. musikpersonlighederne Henrik Rung og Emil Hartmann, der grundlagde skolens stadig berømte sangtradition. NZ forstod at trække på de skolede læreres faglige viden til gode for skolen og for de unge, uskolede lærerinder, der jo ikke selv var egentligt uddannede. Omvendt udviklede hun selv og lærerinderne på det pædagogiske felt J.H. Pestalozzis tanker om moderen som den centrale opdrager under mottoet “skolen som et hjem”, og hun skabte en hidtil uset balance mellem “det levende ord” og den disciplinerede indlæring. NZ’s styrke var handlekraft snarere end teoretisk talent. På baggrund af praktiske eksperimenter skabte hun sin uddannelsesfilosofi. Set i et klasseperspektiv afgrænsede hun opdragelsen opad mod den forsvindende adel og nedad mod den voksende arbejderklasse. Set i et kønsperspektiv udvidede hun synet på de kvindelige elever. De skulle opdrages til nogle af de traditionelt mandlige dyder som stræbsomhed, foretagsomhed, viljestyrke og skaberevne uden dog at miste en “kvindelig” æstetisk sans. Set i et dannelsesperspektiv skulle indlæring af kundskaber gå hånd i hånd med en personlig karakteropdragelse. Kundskabsdannelse og videns-ophobning var ikke nok.

Dette kan kaldes NZ’s dobbeltstrategier, og de gik igen i hendes opfattelse af spørgsmålet om kvindefrigørelse. Hun nægtede at vælge mellem de klassiske emancipationsstrømninger, særarts- eller lighedsstrategien. Tvetydigheden og modsætningsfyldtheden blev hendes adelsmærke, både i hendes skolepraksis og i hendes få, teoretiske skrifter, fx Om Kvindens Uddannelse her i Landet, 1-2, 1882-83. Hun stillede sig bevidst, ikke mellem, men på, to stole, var pragmatiker og ønskede med sine skoler at skabe baggrund for friheden til at vælge. Fra hendes skoler udsprang både landets første feminister og mange af de danske pionerkvinder inden for politik, erhverv og uddannelser. NZ’s forhold til de organiserede kvindebevægelser var afventende, og hun tog ingen egentlige kvindepolitiske initiativer, da hun ikke ønskede at tage offentligt standpunkt i kontroversielle spørgsmål. Alligevel var hendes værk en af de vigtigste forudsætninger for 1800-tallets kvindefrigørelse. Selv var hun menigt medlem af Kvindelig Læseforening og Dansk Kvindesamfund. Hvor dreven hun end var, handlede hun ikke i et socialt tomrum, men i takt med kvinders behov for uddannelse. Den danske stat tog først uddannelsesinitiativer for piger over 14 år efter 1900. NZ fiskede derfor i rørte vande med sine stadigt nye skoleinitiativer.

Disse nyskabelser var mange, og NZ samlede dem alle under navnet N. Zahles Skole, der i sin opbygning var udtryk for landets første realiserede enhedsskole. Eleverne kunne starte i barneskolen, dernæst tage et års hviletid, hvorefter de konfirmerede elever kunne vælge mellem at læse til studenter-, skole- eller privatlærerinde- eller almindelig forberedelseseksamen. Eller de kunne tage de frie fortsættelsesklasser. N. Zahles Skole udviklede sig i løbet af den sidste halvdel af 1800-tallet til et uddannelsesimperium, der fra 1877 fik til huse på Nørre Vold. Her havde NZ selv været bygherre for komplekset af skolehuse, der var på forkant med tidens krav til indretning, æstetik og monumental skolearkitektur, da det blev opført. I 1885 gjorde hun N. Zahles Skole til en selvejende institution, der kunne række ud over hendes egen levetid.

Politisk var NZ nationalliberal, patriotisk og kongetro. Hun var stærkt religiøs i gammelluthersk, men grundtvigiansk præget forstand. Hun fastholdt sine standpunkter livet igennem og syntes derfor at fremtræde stærkt konservativ efter kulturradikalismens, socialismens og feminismens gennembrud i århundredets sidste fjerdedel. Men også her slog hendes menneskelige rummelighed og pædagogiske pragmatisme igennem, idet hun aldrig fraveg, at også de kulturelle, religiøse og politiske holdninger, som hun ikke selv bekendte sig til, skulle have plads i undervisningen på hendes skoler. NZ var en sammensat skikkelse, en karismatisk personlighed, der både var elsket, agtet og frygtet. Hun stillede meget store krav til sig selv og til sine omgivelser, som hun til gengæld omfattede med tryghed og til tider frimodig munterhed. Hun var ærgerrig, viljestærk og disciplineret ud over det sædvanlige, men også rastløs, impulsiv og temperamentsfuld. Denne sammensathed skabte mange myter om hendes person både før og efter hendes død. I 1891 fik hun Fortjenstmedaljen i guld.

Emmi Pikler
Alice Vergnaghi



Daniela Godel

 

Emilie Madeleine Reich, conosciuta con il soprannome di Emmi e con il cognome del marito, Pikler, nasce a Vienna nel 1902: sua madre è un’educatrice viennese, che muore quando la figlia non ha ancora 12 anni; il padre un operaio ungherese che nel 1908 sceglie di rientrare a Budapest con tutta la famiglia. Sotto l’Impero Austro-Ungarico, grazie ad una legge varata pochi anni prima della sua nascita che consentiva alle donne di iscriversi all’università, le viene permesso di realizzare il suo sogno e, tornata a Vienna nel 1920, inizia a frequentare Medicina terminandola nel 1927. Il periodo di studi viennese è per lei un pozzo infinito da cui attingere esperienze e conoscenze che ne condizioneranno per sempre la vita. La capitale dell’Impero è infatti un laboratorio culturale, ma anche sociale in cui l’idea di salute si intreccia indissolubilmente con quella di educazione. Il rinnovamento che segue il primo sanguinoso conflitto mondiale interessa tutti gli Stati coinvolti, ma a Vienna vi sono personalità inserite in posti chiave dell’amministrazione che promuovono progetti innovativi dando loro stabilità e lasciando un’importante documentazione a riguardo. È il caso, ad esempio, di Julius Tandler, responsabile per i servizi socio-sanitari in quella che è stata definita Vienna Rossa, la prima esperienza di governo socialdemocratico della città dal 1920 al 1934. L’amministrazione comunale mette a disposizione delle famiglie dei pacchi con vestiti infantili affinché nessuna/o venga ricoperta/o con fogli di giornale; vengono aperti asili, spazi per bambine/i e doposcuola per permettere alle madri di riprendere la propria attività lavorativa. Inoltre, l’erogazione dei servizi sanitari diventa gratuita e si promuovono progetti per permettere a orfane/i o a svantaggiate/i di trascorrere periodi in altri Paesi come l’Italia. Sono molte le esperienze di sorellanza e fratellanza che coinvolgono due popoli fino a pochi anni prima nemici e in questo contesto Emmi Reich riceve una formazione caratterizzata dalla convinzione che bambine e bambini non crescono solo perché maturano e sono supportate/i dalle cure di chi le/li circonda, in particolare le madri, ma perché attorno a loro si forma una rete di persone adulte che si assumono la responsabilità della loro educazione che è un diritto dell'infanzia, ma anche un dovere non solo dei genitori, ma di tutta la comunità.

Dopo la laurea Emmi Reich si specializza presso la Clinica pediatrica universitaria viennese diretta dal dott. Clemens M. Von Pirquet e del chirurgo infantile Hans Salzer e sostiene più volte nei suoi scritti, tra i quali ricordiamo un testo oggi di difficile reperibilità: Datemi il tempo. Lo sviluppo autonomo dei movimenti nei primi anni di vita del bambino, di essere loro debitrice per l’aver compreso come approcciarsi alle/ai piccoli pazienti. Pirquet e Salzer, infatti, si discostano dalle pratiche mediche allora in uso volte a considerare quasi esclusivamente la sola patologia pediatrica, ma si avvicinano al bambino o alla bambina mettendone in primo piano il processo di crescita, riducendo l’utilizzo di farmaci allo stretto necessario e promuovendo un approccio olistico alla persona e alla cura. Parlando dei suoi maestri, Emmi Reich ricorderà sempre l’attenzione di entrambi per la formazione di giovani dottore/i al fine di trasmettere loro l’importanza del modo di relazionarsi con rispetto, considerazione e delicatezza alla/al bambina/o privilegiando la verbalizzazione del trattamento rispetto all’imposizione dello stesso. Tra le cose che colpiscono maggiormente la giovane specializzanda durante il suo praticantato viennese è l’alta percentuale di incidenti gravi in cui sono coinvolte soprattutto le/gli appartenenti alle classi sociali più elevate e per questo maggiormente sottoposti al controllo di balie e governanti rispetto a quanti, di estrazione più modesta, giocano liberamente nelle strade. È da questa constatazione che Emmi Reich comincia ad elaborare la sua teoria secondo la quale gli/le infanti sono in grado di raggiungere in autonomia la posizione eretta, sulla base di un proprio sviluppo e autoregolazione che ha tempi diversi in ciascun individuo. Quello che per lei si configura come essenziale è una relazione significativa con l’adulto che non si fondi però sull’imposizione passiva di abilità dal momento che l’apprendimento è tanto più efficace quanto più non si limita all’assimilazione di abilità mediante sollecitazioni esterne, ma porta all’acquisizione degli schemi motori e mentali attraverso i quali costruirle. Una ingerenza eccessiva delle persone adulte può costituire un’interferenza e risultare controproducente. Dopo il matrimonio con il matematico e pedagogista George Pikler nel 1930 e il loro trasferimento a Trieste per il lavoro dell’uomo, insegnante di matematica al liceo, Emmi Reich Pikler, in accordo con il marito, decide di allevare la prima figlia, Anna, mettendo in pratica le sue idee: lasciare che la bambina progredisca nelle posture e nei movimenti secondo il suo ritmo; allestire un ambiente abbastanza ampio perché si possa muovere liberamente, ma in sicurezza; darle la possibilità di manipolare e sperimentare oggetti senza l’intervento dell’adulto. In questa decisione pedagogica basata sui suoi studi, Emmi viene incoraggiata dal compagno che la invita alla pazienza e all’osservazione. Nel frattempo, nasce un’altra bambina che muore di polmonite a poco più di un anno. Seguirà la nascita, negli anni successivi, di un altro figlio e una figlia.

In seguito, la coppia si trasferisce a Budapest dove Emmi Reich Pikler lavora come pediatra di famiglia, ma non le è permesso aprire uno studio privato in quanto di origini ebraiche, per questo visita i/le pazienti in casa consigliando ai genitori di non anticipare le posture e di lasciare la prole libera di sperimentare attraverso il gioco. Oltre all’attività medica, si dedica anche alla formazione di figure professionali come infermiere e maestre giardiniere, ma sempre privatamente in quanto non può accedere all’insegnamento essendo ebrea, però ciò le consente di allacciare importanti contatti con professioniste tedesche, pediatre ed educatrici, che poi chiamerà ad insegnare nel suo istituto. Non solo, alcune fonti sostengono che proprio durante queste lezioni sia venuta in contatto con il metodo montessoriano attraverso la mediazione di una delle sue più dotate allieve ungheresi. Sono anni molto intensi e difficili in quanto il marito viene arrestato con l’accusa di essere un sovversivo per via della sua militanza nel Partito comunista ungherese e ciò lo farà restare in carcere fino alla fine della guerra. Lei lo visita regolarmente e lo sostiene nella redazione di scritti tecnici e politici. Intanto però entra in relazione con diversi professionisti nel campo della salute e dell’educazione anche se il numero di pediatri con cui si confronta è piuttosto esiguo dal momento che la maggior parte di loro mostra disinteresse per quegli elementi su cui Emmi Reich sta elaborando il suo pensiero. Alla fine della guerra, nel 1946, riceve un importante incarico dal Ministero della sanità ungherese: dirigere un orfanotrofio per gli/le orfani/e di militanti comuniste/i. È proprio in questo momento che i suoi corsi privati le tornano utili per reclutare una leva giovane e formata con le sue teorie, ma non è tutto perché sempre nello stesso anno la proposta del Ministero si duplica con la creazione di un servizio residenziale per orfane/i di 0-3 anni oppure allontanate/i dai genitori malati. Affrontare il complesso problema dell’infanzia alla fine del conflitto è per lei una responsabilità a cui si dedica compiendo scelte originali e controcorrente: mentre personalità del calibro di Anna Freud e Dorothy Bellingham sostengono che una buona relazione educativa con una figura di attaccamento significativa non sia compatibile con la vita di gruppo; Emmi Reich Pikler è convinta che ciò sia invece possibile. La decisione di dirigere l’istituto di Lóczy si configura proprio come volontà di lavorare sul campo per dimostrare le proprie ipotesi di ricerca cioè che anche vivendo in una collettività senza i propri genitori per un/a bambino/a è possibile crescere fisicamente e psichicamente in salute purché gli/le sia concesso il piacere di fare, rispettando i suoi tempi e garantendo una certa sicurezza affettiva.

Il focus viene posto sul movimento e sul rispetto nei confronti del soggetto autonomo, nonostante la sua dipendenza dalla figura di attaccamento nei primi anni di vita. Altra attenzione particolare viene data ai momenti di cura che consentono lo sviluppo di una relazione importante anche in gruppo purché la/il bambina/o sappia chi è la figura che se ne prende cura e quali siano le azioni a cui attende: in questo scambio si specchia nell’agito della figura di cura e impara progressivamente a soddisfare da sé i propri bisogni. Le risorse concesse a Emmi Reich Pikler per gestire l’istituto sono veramente scarse e le necessarie ristrettezze unite alla determinazione la portano a praticare delle scelte molto nette e incisive: le puericultrici che non sanno o non condividono totalmente il progetto educativo della direttrice se ne vanno o vengono allontanate e vengono scelte ragazze assai giovani, giudicate intelligenti e capaci pur avendo frequentato solo per pochi anni la scuola comunale. Le giovani vengono formate a Lóczy e l’orfanotrofio diventa dunque scuola di formazione femminile consacrata anche dalla costruzione di un testo in tre volumi in cui i temi principali sono le cure del corpo; il movimento; il rispetto dei ritmi naturali infantili e la personalizzazione dell’approccio educativo che si realizza mediante un’accurata osservazione e un’attenta mediazione fra ambiente e bambina/o. L’educazione così strutturata poggia, per Emmi Reich Pikler, su due consapevolezze fondamentali: il raggiungimento di una conoscenza o di una competenza attraverso i propri mezzi è altra cosa rispetto al raggiungimento della stessa attraverso un insegnamento o ancora peggio un’imposizione; il non intervento non significa disinteresse, ma lo sguardo, la parola, l’aiuto solo quando è necessario e la condivisione della gioia di un traguardo raggiunto con le proprie risorse rappresentano ottimi strumenti di cura. L’impegno e il successo professionale di Emmi Reich Pikler a Lóczy sono funestati però dal tragico destino del marito che viene arrestato nel 1968 a seguito di una vicenda poco chiara sul contrabbando di monete nei confronti della quale lui si dichiarerà sempre innocente. Ciò però lo porta all’arresto e ad una nuova detenzione durante la quale peggiorano i suoi problemi cardiaci fino alla morte che non si esclude possa essere avvenuta per suicidio nel 1969. Emmi Reich Pikler continua il suo lavoro a Lóczy fino al 1979 per poi andare in pensione proseguendo però la sua attività di formatrice in Ungheria e in Germania e di consulente presso l’istituto diretto successivamente da Judit Falk, da Gabriela Puspoki e dalla sua stessa figlia, cresciuta con il metodo Pikler, Anna Tardos, per poi e passare nel 1998 sotto la gestione di una fondazione pubblica. A partire dal 1984, anno della morte di Emmi, nascono diverse associazioni che si ispirano al suo metodo in vari Stati europei e in Sud America.

Ciò che questa importante pedagogista ci ha lasciato è la consapevolezza che una buona formazione è quella che consente a ogni bambino/a di crescere bene, sviluppando curiosità e autonomie sempre maggiori, e che permette di diventare a sua volta formatore o formatrice di educatori e educatrici che si specializzano ogni giorno nel loro lavoro di cura grazie proprio a questo scambio.

 

Traduzione francese
Piera Negri

Emilie Madeleine Reich, connue sous le surnom d'Emmi et le patronyme de son mari, Pikler, est née à Vienne en 1902 : sa mère est une éducatrice viennoise, décédée alors que sa fille n'avait pas encore 12 ans ; le père est un ouvrier hongrois qui, en 1908, choisit de rentrer à Budapest avec toute la famille. Sous l'empire Austro-Hongrois, grâce à une loi votée quelques années avant sa naissance qui autorisait les femmes à s'inscrire à l'université, elle put réaliser son rêve et, de retour à Vienne en 1920, elle commença les études de médecine qu’elle terminera en 1927. La période d'études à Vienne est pour elle un puits infini où puiser des expériences et des connaissances qui conditionneront sa vie à jamais. La capitale de l'Empire est en effet un laboratoire culturel, mais aussi social dans lequel l'idée de santé est inextricablement liée à celle d'éducation. Le renouvellement qui suit le premier sanglant conflit mondial affecte tous les États impliqués, mais à Vienne, il y a des personnalités placées aux postes clés de l'administration qui promeuvent des projets innovants, leur donnant une stabilité et y laissant une documentation importante. C'est le cas, par exemple, de Julius Tandler, responsable des services sociaux et de santé dans ce qu'on a appelé la Vienne rouge, la première expérience de gouvernement social-démocrate dans la ville de 1920 à 1934. L'administration municipale fournit aux familles des colis avec vêtements pour enfants pour que personne ne soit recouvert de feuilles de journal ; des jardins d'enfants, des espaces pour les filles/garçons qui, après l'école, sont ouverts pour permettre aux mères de reprendre leur travail. En outre, la fourniture de services de santé devient gratuite et des projets sont activés pour permettre aux orphelines/s ou aux personnes défavorisées de passer des périodes dans d'autres pays comme l'Italie. Il y a de nombreuses expériences de fraternité qui impliquent deux peuples qui étaient ennemis jusqu'à quelques années auparavant et dans ce contexte Emmi Reich reçoit une formation caractérisée par la conviction que les filles et les garçons ne grandissent pas uniquement parce qu'ils mûrissent et sont soutenues/s par le soin de ceux qui les entourent, notamment les mères, mais parce qu'autour d'eux se forme un réseau d'adultes qui prennent en charge leur éducation qui est un droit de l'enfance, mais aussi un devoir non seulement des parents, mais de toute la communauté.

Après son doctorat, Emmi Reich s'est spécialisée à la Clinique Pédiatrique de l'Université de Vienne dirigée par le Dr. Clemens M. Von Pirquet et le chirurgien infantile Hans Salzer et elle soutient à plusieurs reprises dans ses écrits, parmi lesquels on rappelle un texte difficile à trouver aujourd'hui : Donnez-moi du temps. Le développement autonome des mouvements dans les premières années de la vie d'un enfant, de lui être redevable d’avoir compris comment s’approcher aux petits patients. Pirquet et Salzer, en effet, s'écartent des pratiques médicales alors en usage visant à considérer presque exclusivement la seule pathologie pédiatrique, mais ils abordent le garçon ou la fille en mettant leur processus de croissance au premier plan, réduisant l'usage des médicaments au strict nécessaire et en encourageant une approche holistique de la personne et des soins. A propos de ses professeurs, Emmi Reich se souviendra toujours de l'attention des deux pour la formation des jeunes médecins afin de leur transmettre l'importance de la manière de se rapporter avec respect, considération et délicatesse à la fille/l'enfant ou en privilégiant la verbalisation du traitement à l'égard de son imposition. Parmi les choses qui frappent le plus la jeune stagiaire au cours de son apprentissage viennois, il y a le pourcentage élevé d'accidents graves dans lesquels sont surtout impliqués les filles/enfants des classes sociales supérieures et pour çà plus soumis/es au contrôle des baby-sitter et des gouvernantes que celles d'extraction plus modeste, qui jouent librement dans les rues. C'est à partir de cette observation qu'Emmi Reich commence à élaborer sa théorie selon laquelle les nourrissons sont capables d'atteindre indépendamment la position verticale, sur la base de leur propre développement et d'une autorégulation qui a des moments différents chez chaque individu. Ce qui se configure comme essentiel pour elle, c'est une relation significative avec l'adulte qui ne repose pas sur l'imposition passive de compétences puisque l'apprentissage est d'autant plus efficace s'il ne se limite pas à l'assimilation de compétences par des sollicitations extérieures, mais il conduit à l'acquisition des schémas moteurs et mentaux permettant de les construire. Une ingérence excessive des adultes peut représenter une interférence et être contre-productive. Après le mariage avec le mathématicien et pédagogue George Pikler en 1930 et leur transfert à Trieste pour le travail de l'homme, professeur de mathématiques au lycée, Emmi Reich Pikler, en accord avec son mari, décide d'élever sa première fille, Anna, mettant ses idées en pratique : laisser l'enfant avancer dans les postures et les mouvements selon son rythme ; aménager un espace suffisamment grand pour pouvoir se déplacer librement, mais en toute sécurité; lui donner la possibilité de manipuler et d'expérimenter des objets sans l'intervention d'un adulte. Dans cette décision pédagogique fondée sur ses études, Emmi est encouragée par son partenaire qui l'invite à la patience et à l'observation. Entretemps, elle a une autre fille qui meurt d'une pneumonie à un peu plus d'un an. La naissance d'un autre fils et une fille suivra dans les années suivantes.

Plus tard, le couple a déménagé à Budapest où Emmi Reich Pikler travaille comme pédiatre familial, mais elle n'est pas autorisée à ouvrir un cabinet privé car elle est d'origine juive, elle rend donc visite aux patients à domicile en conseillant aux parents de ne pas anticiper les postures et de laisser la progéniture libre d'expérimenter à travers le jeu. En plus de l'activité médicale, elle s’occupe également de la formation de rôles professionnels telles que les infirmières et les enseignants jardiniers, mais toujours en privé car elle ne peut pas accéder à l'enseignement étant juive, mais ça lui permet d'établir des contacts importants avec des professionnels allemands, des pédiatres et éducateurs, qu’elle ensuite appellera à enseigner dans son institut. De plus, certaines sources affirment que pendant ces cours, elle est entrée en contact avec la méthode Montessori grâce à la médiation de l'une de ses étudiantes hongroises les plus doués. Ce furent des années très intenses et difficiles car son mari est arrêté pour subversion en raison de son militantisme au sein du Parti communiste hongrois et cela le maintiendra en prison jusqu'à la fin de la guerre. Elle lui rend visite régulièrement et l'accompagne dans la rédaction d'écrits techniques et politiques. Entre-temps, cependant, elle entre en rapport avec différents professionnels du domaine de la santé et de l'éducation même si le nombre de pédiatres auxquels elle se rapporte est assez faible puisque la plupart d'entre eux se désintéresse des éléments sur lesquels Emmi Reich est en train d’élaborer sa pensée. A la fin de la guerre, en 1946, elle reçoit une mission importante du ministère hongrois de la Santé : diriger un orphelinat pour les orphelins/es des militants/es communistes. C'est justement à ce moment que ses cours privés lui sont utiles pour recruter des jeunes formés avec ses théories, mais ce n'est pas tout car la même année la proposition du Ministère se double avec la création d'un service résidentiel pour orphelins/es de 0-3 ans ou éloignées des parents malades. Aborder le problème complexe de l'enfance à la fin du conflit est pour elle une responsabilité à laquelle elle se consacre en faisant des choix originaux et contre-courant : alors que des personnalités telles que Anna Freud et Dorothy Bellingham soutiennent qu'une bonne relation éducative avec une figure d'attachement importante n'est pas compatible avec la vie de groupe ; Emmi Reich Pikler est sure au contraire que c'est effectivement possible. La décision de diriger l'institut Lóczy se configure précisément comme la volonté de travailler sur le terrain pour prouver ses hypothèses de recherche, c'est-à-dire que même en vivant dans une communauté sans ses parents pour un enfant/une fille, il est possible de grandir physiquement et psychiquement en bonne santé pour qu’on lui laisse le plaisir de faire, en respectant ses temps et en garantissant une certaine confiance affective.

L'accent est mis sur le mouvement et le respect vers le sujet autonome, malgré sa dépendance à la figure d'attachement dans les premières années de la vie. Une autre attention particulière est accordée aux moments de soins qui permettent le développement d'une relation importante même en groupe pourvu que la fille/l'enfant sache qui est la figure qui s’en prend soin et quelles sont les actions desquelles s’occupe : dans cet échange il/elle se réfléchit dans l'action de l'aidant et apprend progressivement à satisfaire ses propres besoins par lui-même. Les moyens accordés à Emmi Reich Pikler pour gérer l'institut sont vraiment maigres et les contraintes nécessaires conjuguées à la détermination l'amènent à faire des choix très clairs et incisifs : les puéricultrices qui ne connaissent pas ou ne sont pas tout à fait d'accord avec le projet pédagogique de la directrice laissent ou sont éloignées et on choisit des jeunes filles, jugées intelligentes et capables même si elles n'ont fréquenté l'école municipale que pour quelques années. Les jeunes filles sont formées à Lóczy et l'orphelinat devient ainsi une école de formation féminine, consacrée également par la construction d'un texte en trois volumes dont les thèmes principaux sont les soins du corps ; le mouvement ; le respect des rythmes infantiles naturels et la personnalisation de l'approche éducatif qui passe par une observation soigneuse et une médiation attentive entre l'environnement et l'enfant. L'éducation ainsi structurée se base, pour Emmi Reich Pikler, sur deux consciences fondamentales : l'acquisition d'un savoir ou d'une compétence par ses propres moyens est autre chose que l'acquisition du même par un enseignement ou pire une imposition ; non-intervention ne veut pas dire désintérêt, mais le regard, la parole, l'aide seulement quand c'est nécessaire et le copartage de la joie d'un but atteint avec ses propres ressources représentent d'excellents outils de soins. Cependant, l'engagement et la réussite professionnelle d'Emmi Reich Pikler à Lóczy sont entachés du sort tragique de son mari qui est arrêté en 1968 à la suite d'une histoire peu claire sur la contrebande de pièces de monnaie contre laquelle il se déclarera toujours innocent. Cà le conduira à son arrestation et à une nouvelle détention au cours de laquelle ses problèmes cardiaques se sont aggravés jusqu'à sa mort, qu’on ne peut pas exclure ait pu survenir par suicide en 1969. Emmi Reich Pikler continue son travail à Lóczy jusqu'en 1979 quand elle prend sa retraite, poursuivant cependant son activité de formatrice en Hongrie et en Allemagne et de consultante à l'institut dirigé ensuite par Judit Falk, Gabriela Puspoki et sa propre fille, qui a grandi avec la méthode Pikler, Anna Tardos. L’institut passe en 1998 sous la direction d'une fondation publique. Depuis 1984, année de la mort d'Emmi, diverses associations sont nées qui s'inspirent de sa méthode dans divers pays européens et en Amérique du Sud.

Ce que cette importante pédagogue nous a laissé, c'est la conscience qu'une bonne éducation est celle qui permet à chaque enfant/fille de bien grandir, de développer toujours plus de curiosité et d'autonomie, et qui lui permet à son tour de devenir formateur ou formatrice d'éducateurs et éducatrices qui se spécialisent chaque jour dans leur travail de soins grâce à cet échange.

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

Emilie Madeleine Reich, known by her nickname, Emmi, and her husband's surname, Pikler, was born in Vienna in 1902. Her mother was a Viennese educator, who died when her daughter was not yet 12 years old. Her father was a Hungarian worker who in 1908 chose to return to Budapest with the whole family. Under the Austro-Hungarian Empire, thanks to a law passed a few years before her birth that allowed women to enroll in university, she was permitted to fulfill her dream and, returning to Vienna in 1920, she began attending medical school, finishing it in 1927. Her Viennese period of study was an infinite well from which she drew experiences and knowledge that conditioned her life forever. Vienna, the capital of the Empire was a cultural laboratory, but also a social one in which the idea of ​​health was inextricably intertwined with that of education. The renewal that followed the bloody First World War affected all the states involved, but in Vienna there were personalities inserted in key posts in the administration who promoted innovative projects, giving them stability and leaving important documentation on the matter. This is the case, for example, of Julius Tandler, responsible for social and health services in what has been called Red Vienna, the first experience of a social democratic government in the city, from 1920 to 1934. The municipal administration provided families with packages with infant clothes so that no infants were left with only newspapers as covers. Kindergartens, nurseries and after school day-care were opened to allow mothers to resume work. In addition, the provision of health services became free, and projects were promoted to allow orphans or disadvantaged people to spend periods in other countries such as Italy. There were many experiences of sisterhood and brotherhood that involved two peoples who were enemies until a few years before. It was in this context that Emmi Reich received a training characterized by the conviction that girls and boys do not grow up only because they mature and are supported by the care of those who surround them, in particular their mothers, but because around them a network of adults is formed to take responsibility for their education - a right of childhood, but also a duty not only of parents, but of the whole community.

After graduation, Emmi Reich specialized at the Viennese University Pediatric Clinic, directed by Dr. Clemens M. Von Pirquet and the pediatric surgeon Hans Salzer. She points out several times in her writings, among which we recall a text that is difficult to find today, Give Me Time - Autonomous development of movements in the first years of a child's life, that she was indebted to them for an understanding of how to approach very young patients. Pirquet and Salzer, in fact, deviated from the medical practices of the time, aimed at almost exclusively considering pediatric pathology alone. Instead, they approached a boy or girl by putting their growth process in the foreground, reducing the use of drugs to the strictly necessary. and promoting a holistic approach to the person and to care. Speaking of her teachers, Emmi Reich always remembered the attention of both to the training of young doctors in order to convey to them the importance of the way of relating with respect, consideration and delicacy to a child by emphasizing the verbalization of the treatment with respect to the administration of the same. Among the things that most affected the young trainee during her Viennese apprenticeship was the high number, percentage-wise, of serious accidents in which children belonging to the higher social classes are involved – that is, those more subjected to the control of nurses and governesses. Upper-class children had a higher chance of being injured than those of more modest circumstances, who played freely in the streets. It is from this observation that Emmi Reich began to elaborate her theory according to which infants are able to independently reach the erect position, on the basis of their own development and self-regulation, at different rates for different individuals. What became essential for her was a child’s significant relationship with adults, not based on the imposition of skills on a passive child, since learning is all the more effective the more it is not limited to the assimilation of skills through external solicitations, but rather one which leads to the self-acquisition of the motor and mental schemes for the child to build upon. Excessive intrusion by adults can constitute an obstacle and can become counterproductive. After her marriage to the mathematician and teacher George Pikler in 1930, the couple moved to Trieste for his job as a high school math teacher. Emmi Reich Pikler, in agreement with her husband, decided to raise her first daughter, Anna, putting her ideas into practice - letting the child progress in postures and movements according to her own rhythm. She set up a space large enough for the child to be able to move freely but safely, and gave her the opportunity to manipulate and experiment with objects without the intervention of an adult. In this pedagogical decision based on her studies, Emmi was encouraged by her partner who supported her patience and observation. Meanwhile, another girl was born who died of pneumonia at just over a year old. The birth of another son and daughter followed in the following years.

Later, the couple moved to Budapest where Emmi Reich Pikler worked as a family pediatrician, but she was not allowed to open a private practice because she was of Jewish origin. So, she visited patients at home, advising parents not to anticipate their children’s development and to leave the offspring free to experiment through play. In addition to medical activity, she also dedicated herself to the training of professional figures such as nurses and kindergarten teachers. This always had to be done privately as, being Jewish, she could not openly teach professionally. However, she was able to establish important contacts with German professionals, pediatricians and educators, who then called on her to teach in their institutions. Not only that, but some sources claim that during these lessons she came into contact with the Montessori method through the mediation of one of her most gifted Hungarian students. These were very intense and difficult years, as her husband was arrested on charges of being a subversive because of his militancy in the Hungarian Communist Party, and he was confined in prison until the end of the war. She visited him regularly and supported him in the drafting of technical and political writings. In the meantime, however, she entered into working relationships with various professionals in the fields of health and education, even if the number of pediatricians she is collaborated with was rather small since most of them showed disinterest in those elements on which Emmi Reich was developing her thoughts. At the end of the war, in 1946, she received an important assignment from the Hungarian Ministry of Health - to run an orphanage for the orphans of Communist militants. It was precisely at this moment that her private courses became useful for recruiting a levy of youth to be trained with her theories. In addition, in the same year the Ministry's proposal was doubled with the creation of a residential asylum for children 0-3 years, orphaned or removed from sick parents. Tackling the complex problem of childhood at the end of the conflict was for her a responsibility to which she dedicated herself by making original and counter-current choices. While personalities of the caliber of Anna Freud and Dorothy Bellingham argued that a good educational relationship with a significant attachment figure is not compatible with group life, Emmi Reich Pikler was convinced that this is indeed possible. Her decision to direct the Lóczy Institute was based precisely on the desire to work in the field to demonstrate her research hypotheses, i.e. that even living in a community without one's parents, it is possible for a child to have healthy physical and psychic growth, as long as he or she is allowed the pleasure of doing things, respecting the child’s stages of growth and guaranteeing a certain emotional security.

The focus was placed on movement and respect for the subject’s autonomy, despite the child’s dependence on the attachment figure in the first years of life. Particular attention was given to the moments of care that allow the development of an important relationship, even in a group, as long as the child knows which figure takes care of her and what are actions expected of her. In this exchange she reflects on the action of the caregiver and gradually learns to satisfy her own needs by herself. The resources granted to Emmi Reich Pikler to manage the institute were very small, and the necessary constraints, combined with determination, led her to make very clear and decisive choices. The nursery attendants who didn’t understand, or didn’t fully share the director's educational approach either left or were asked to leave, and very young women were chosen, judged to be intelligent and capable despite having attended the municipal school for only a few years. Lóczy and the orphanage thus became a school for the training of young female caregivers, aided by the construction of a three-volume text in which the main themes are body care, movement, respect for natural infantile rhythms, and the personalization of the educational approach that is achieved through careful observation and careful mediation between the environment and the child. Education structured in this way rested, for Emmi Reich Pikler, on two fundamental awarenesses. First, the attainment of knowledge or competence through one's own means is different from achieving it through teaching or, even worse, through an imposition, and second, non-intervention does not mean disinterest, but the look, the word, the help only when necessary, and the sharing of the joy of a goal reached with one's own resources represent excellent tools for care. However, the commitment and professional success of Emmi Reich Pikler in Lóczy were marred by the tragic fate of her husband, who was arrested in 1968 following an unclear story about the smuggling of coins, against which he declared his innocence. However, the charges led to his arrest and imprisonment, during which his heart problems worsened until his death in 1969, which possibly resulted from suicide. Emmi Reich Pikler continued her work in Lóczy until 1979 and then retired, but continued her activity as a teacher in Hungary and Germany and as a consultant at the institute subsequently directed by Judit Falk, Gabriela Puspoki and her own daughter, Anna Tardos, who grew up under the Pikler method. In 1998 the Institute came under the management of a public foundation.

Since 1984, the year of Emmi's death, various associations have been born that are inspired by her method in countries Europe and in Latin America.

 

Traduzione spagnola
Roberta Delia

Emilie Madeleine Reich, conocida por el sobrenombre Emmi y el apellido de su marido, Pikler, nació en Viena en 1902: su madre, una educadora vienesa, murió cuando su hija aún no tenía 12 años; el padre era un obrero húngaro que en 1908 decidió regresar a Budapest con toda la familia. Bajo el Imperio Austro-Húngaro, gracias a una ley aprobada unos años antes de su nacimiento que permitía que las mujeres se matricularan en la universidad, se le permitió realizar su sueño y, al regresar a Viena en 1920, comenzó a estudiar la carrera de Medicina que terminó en 1927. El período de estudio vienés es para ella un pozo infinito del que extraer experiencias y conocimientos que condicionarán su vida para siempre. En efecto, la capital del Imperio es un laboratorio cultural, pero también social, en el que la idea de salud está indisolublemente entrelazada con la de educación. La renovación que sigue al primer y sangriento conflicto mundial afecta a todos los Estados involucrados, pero en Viena hay personalidades situadas en puestos clave de la administración que impulsan proyectos innovadores, dándoles estabilidad y dejando una importante documentación al respecto. Este es el caso, por ejemplo, de Julius Tandler, responsable de los servicios sociales y de salud en la denominada Viena Roja, la primera experiencia de gobierno socialdemócrata en la ciudad desde 1920 hasta 1934. La administración municipal pone a disposición de las familias paquetes con ropa infantil para que nadie se proteja con hojas de periódico; se abren jardines de infancia, espacios para la infancia y actividades extraescolares para que las madres puedan retomar su trabajo. Además, la prestación de servicios de salud pasa a ser gratuita y se promueven proyectos para permitir que huérfanos/as o personas desfavorecidas pasen algún período en otros países como Italia. Son muchas las experiencias de hermandad y sororidad que involucran a pueblos hasta unos años atrás enemigos y en este contexto Emmi Reich recibe una formación caracterizada por la convicción de que las niñas y los niños no crecen solo porque maduran y son apoyados por el cuidado de quienes los rodean, en particular las madres, sino porque a su alrededor se forma una red de adultos que asumen la responsabilidad de su educación que es un derecho de la infancia, pero también un deber no solo de los padres, sino de toda la comunidad.

Después de graduarse, Emmi Reich se especializó en la Clínica Pediátrica de la Universidad de Viena dirigida por el Dr. Clemens M. Von Pirquet y el cirujano infantil Hans Salzer, y argumenta en varias ocasiones en sus escritos –entre los que recordamos un texto que es difícil de encontrar hoy en día: Dadme tiempo. El desarrollo autónomo de los movimientos en los primeros años de vida del niño– que estaba en deuda con ellos por haberle hecho comprender cómo abordar a los/las pequeños/as pacientes. Efectivamente Pirquet y Salzer se desvían de las prácticas médicas entonces vigentes, que apuntaban a considerar casi exclusivamente la patología pediátrica, para acercarse al niño o a la niña poniendo en primer plano su proceso de crecimiento, reduciendo el uso de fármacos a lo estrictamente necesario y promoviendo un enfoque holístico de la persona y del cuidado. Hablando de sus maestros, Emmi Reich siempre recordará la atención de ambos hacia la formación de jóvenes médicos/as con el fin de transmitirles la importancia de la forma de relacionarse con respeto, consideración y delicadeza con el niño/a o privilegiando la verbalización del tratamiento respecto a la imposición del mismo. Entre las cosas que más llaman la atención de la joven interna durante su aprendizaje vienés se encuentra el alto porcentaje de accidentes graves en los que se ven involucrada la infancia perteneciente a las clases sociales más altas y por ello a menudo sometida al control de enfermeras e institutrices respecto a quienes, de extracción más modesta, juegan libremente en las calles. A partir de esta observación Emmi Reich comienza a elaborar su teoría según la cual los infantes son capaces de alcanzar independientemente la posición erguida, en base a su propio desarrollo y autorregulación que requiere un tiempo diferente en cada individuo. Lo que se configura como esencial para ella es una relación significativa con el adulto que no se basa en la imposición pasiva de habilidades, ya que el aprendizaje es tanto más efectivo cuanto menos se limita a la asimilación de habilidades a través de provocaciones externas, sino que conduce a la adquisición de esquemas motores y mentales a través de los cuales construirlas. La injerencia excesiva de los adultos puede constituir una interferencia y ser contraproducente. Tras su matrimonio con el matemático y pedagogo George Pikler en 1930 y su traslado a Trieste a causa del trabajo de su esposo, la profesora de matemáticas de secundaria, Emmi Reich Pikler, de acuerdo con su marido, decide criar a su primera hija, Anna, poniendo en práctica sus ideas: dejar que la niña progrese en posturas y movimientos según su propio ritmo; establecer un espacio lo suficientemente grande para que se pueda mover libremente, pero con seguridad; darle la posibilidad de manipular y experimentar objetos sin la intervención del adulto. En esta decisión pedagógica basada en sus estudios, Emmi es animada por su pareja quien la invita a la paciencia y la observación. Mientras tanto, nace otra niña que muere de neumonía a poco más de un año. En los años siguientes nacerán otro hijo y otra hija.

Posteriormente, la pareja se traslada a Budapest donde Emmi Reich Pikler trabaja como pediatra familiar, pero no se le permite abrir un consultorio privado por ser de origen judío, por lo que visita a los pacientes en su domicilio aconsejando a padres y madres que no se anticipen a las posturas y que dejen a la descendencia libre de experimentar a través del juego. Además de la actividad médica, también se dedica a la formación de figuras profesionales como enfermeras y profesoras de jardinería, aunque siempre de forma particular ya que no puede acceder a la docencia por ser judía; sin embargo esto le permite establecer importantes contactos con profesionales alemanas, pediatras y educadoras, que luego llamará a enseñar en su instituto. No solo eso, algunas fuentes afirman que durante esas lecciones entró en contacto con el método Montessori a través de la mediación de una de sus alumnas húngaras más talentosas. Fueron años muy intensos y difíciles ya que su esposo fue deteido acusado de ser un subversivo por su militancia en el Partido Comunista Húngaro y esto lo mantuvo en prisión hasta el final de la guerra. Ella lo visitaba con regularidad y lo apoyaba en la redacción de escritos técnicos y políticos. Mientras tanto, sin embargo, entró en contacto con diversos profesionales del campo de la salud y la educación, aunque el número de pediatras con los que se pudo medir es bastante reducido, ya que la mayoría de ellos no mostraba ningún interés por aquellos aspectos sobre los que Emmi Reich estaba elaborando su pensamiento. Al final de la guerra, en 1946, recibió un importante encargo del Ministerio de Salud de Hungría: dirigir un orfanato para huérfanos/as de militantes comunistas. Es precisamente en ese momento cuando sus cursos privados le sirven para reclutar un equipo joven y formado con sus teorías; en el mismo año la propuesta del Ministerio se duplica con la creación de un servicio residencial para huérfanas/os de 0-3 años o distantes de sus progenitores enfermos. Abordar el complejo problema de la infancia al final del conflicto es para ella una responsabilidad a la que se dedica tomando decisiones originales y contra corriente: mientras personalidades del calibre de Anna Freud y Dorothy Bellingham sostienen que una buena relación educativa con una figura de apego significativa no es compatible con la vida grupal; Emmi Reich Pikler está convencida de que esto es posible. La decisión de dirigir el instituto Lóczy se configura precisamente como el deseo de trabajar en ello para demostrar sus propias hipótesis de investigación, es decir, que incluso viviendo en una comunidad sin los propios padre y madre es posible crecer física y psíquicamente en salud siempre que se permite el placer de hacer las cosas, respetando sus tiempos y garantizándo una cierta seguridad emocional.

La atención se centra en el movimiento y el respeto por el sujeto autónomo, a pesar de su dependencia de la figura de apego en los primeros años de vida. Se presta especial atención a los momentos de cuidado que permiten el desarrollo de una relación importante incluso en grupo siempre y cuando el niño/la niña sepa quién es la figura que lo/la cuida y cuáles son las acciones que le pertenecen: en este intercambio se refleja en la acción del/de la cuidador/a y gradualmente aprende a satisfacer sus propias necesidades por sí misma/o. Los recursos otorgados a Emmi Reich Pikler para la gestión del instituto son realmente escasos y las necesarias estrecheces combinadas con su determinación la llevan a tomar decisiones muy claras e incisivas: las puericultoras que no conocen o no están del todo de acuerdo con el proyecto educativo de la directora se van o son despedidas y se escogen chicas muy jóvenes, consideradas inteligentes y capaces a pesar de haber asistido solo durante pocos años a la escuela municipal. Las jóvenes se forman en Lóczy y el orfanato se convierte así en una escuela de formación femenina, consagrada también por la redacción de un texto en tres volúmenes cuyos temas principales son el cuidadodel cuerpo, el movimiento y el respeto por los ritmos infantiles naturales y la personalización del enfoque educativo que se logra a través de la observación cuidadosa y la mediación cuidadosa entre el entorno y el niño/la niña. La educación así estructurada descansa, para Emmi Reich Pikler, en dos convicciones fundamentales: la consecución de un conocimiento o de una competencia por los propios medios es algo diferente a la consecución de los mismos mediante una enseñanza o, peor aún, una imposición; la falta de intervención no significa desinterés, sino que la mirada, la palabra, la ayuda sólo cuando es necesario y el compartir la alegría de una meta alcanzada con los propios recursos representan excelentes herramientas de cuidado. Sin embargo, el compromiso y el éxito profesional de Emmi Reich Pikler en Lóczy se ven empañados por el trágico destino de su marido, que es detenido en 1968 tras una historia poco clara sobre contrabando de monedas del que siempre se declarará inocente. Sin embargo, esto lo lleva a una nueva detención durante la cual sus problemas cardíacos se agravan hasta su muerte, que no se puede descartar podría haber ocurrido por suicidio en 1969. Emmi Reich Pikler continuó su trabajo en Lóczy hasta 1979 y luego se jubiló, continuando sin embargo con su actividad como formadora en Hungría y Alemania y como consultora en el instituto que posteriormente dirigieron Judit Falk, Gabriela Puspoki y su propia hija –quien creció con el método Pikler, Anna Tardos– para pasar luego en 1998 bajo la dirección de una fundación pública. Desde 1984, año de la muerte de Emmi, nacen diversas asociaciones que se inspiran en su método en varios países europeos y de Sudamérica.

Lo que nos ha dejado esta importante pedagoga es la conciencia de que una buena educación es la que permite crecer bien a cada niño/a, desarrollando cada vez una mayor curiosidad y autonomía, y que a su vez le permite convertirse en formador/a o formador/a de educadores/as que se especializan cada día en su labor asistencial gracias a dicho intercambio.

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