Ida Bell Wells
Rossana Laterza

Viola Gesmundo

 

Era nata in schiavitù a Holly Springs (Mississippi) nel 1862 primogenita di James Wells e Elisabeth Warren entrambi schiavi: lui figlio del padrone e di una schiava e lei originaria della Virginia, arrivata in Mississippi dopo essere stata venduta due volte dai mercanti. Sposati da schiavi, dopo l’Emancipation Proclamation del 1863 si risposarono da liberi. Nell’autobiografia Crusade for Justice Wells ne ricorda la ricerca identitaria delle radici nella dispersione e il coraggio di pretendere il rispetto dei propri diritti. La madre continuava a mandare lettere «da qualche parte in Virginia» senza mai ricevere risposta e il padre falegname, licenziato dopo essersi rifiutato di votare per i democratici come gli aveva ordinato il datore di lavoro bianco, era riuscito ad avviare un’attività in proprio prosperando negli affari e impegnandosi in azioni solidali e nell’elevazione culturale della comunità.

Finita la Guerra Civile cominciò il difficile periodo della Ricostruzione durante il quale gli Stati del Sud non vollero riconoscere i diritti della popolazione afroamericana sanciti dagli emendamenti costituzionali XIII, XIV e XV: proibizione della schiavitù, estensione della cittadinanza alla popolazione afroamericana e divieto di negare il diritto di voto in ragione della razza, del colore o della precedente condizione di schiavitù. Ovunque al Sud si scatenò la violenza razziale dei suprematisti bianchi, ex proprietari di schiavi, isolati cittadini, membri di organizzazioni segrete o paramilitari come il Ku Klux Klan e la White League. I feroci massacri furono documentati dalle stesse autorità e dall’esercito inviati al Sud. Nella prefazione all’autobiografia Crusade for Justice Wells dichiarò che mancava una storia razziale del periodo della Ricostruzione scritta dalle persone nere che documentasse le lotte della popolazione afroamericana in difesa dei diritti appena concessi dal governo e che le giovani generazioni avrebbero dovuto conoscere per trarne esempi e modelli virtuosi.

«Abbiamo la storia della schiavitù di Frederick Douglass così come lui la conobbe e la visse. Ma del periodo di tempesta e tensione seguito alla Guerra Civile, del Ku Klux Klan, dei brogli elettorali, degli omicidi indiscriminati di neri che cercavano di esercitare i loro nuovi diritti di uomini e cittadini liberi, dell’invasione dei Carpetbag, su cui il Sud bianco ha pubblicato così tante falsità e della vita politica dei neri di quell’epoca, la nostra razza ha ben poco di proprio che si possa definire autentico… La storia di questo intero periodo che ha riversato gloria sulla razza dovrebbe essere conosciuta… la maggior parte di essa è sepolta nell’oblio mentre nelle biblioteche pubbliche e nei testi universitari si trovano solo le false interpretazioni dell’uomo bianco del Sud».

Entrambi i genitori morirono di febbre gialla e a quattordici anni Wells, che aveva frequentato la scuola pubblica con successo, rifiutò di dividere i fratelli e le sorelle minori fra cui una disabile, affidandoli ad altre famiglie e con l’aiuto della nonna se ne prese cura personalmente. Avendo sostenuto l’esame per diventare maestra di campagna fu assunta a venticinque dollari al mese:

«Tornavo a casa ogni venerdì pomeriggio, percorrendo le sei miglia a dorso di un grosso mulo. Passavo il sabato e la domenica a lavare, stirare e cucinare per i bambini, e tornavo alla scuola di campagna la domenica pomeriggio».

Morta la nonna si trasferì a Memphis su invito di una zia portando con sé le sorelle, mentre i fratelli rimasero a lavorare in una fattoria. Sostenne l’esame per diventare insegnante comunale nella contea di Shelby che raggiungeva in treno. Intanto mentre al Sud le leggi locali aggiravano gli emendamenti costituzionali della Ricostruzione impedendo agli individui afroamericani l’esercizio del diritto di voto, la Corte Suprema degli Stati Uniti legittimava la segregazione razziale delle Jim Crow Laws, di fatto già operanti in tutti gli Stati del Sud in nome del principio «separati, ma uguali». Tutti potevano accedere ai servizi, ma in modalità diverse dividendo le attività dei bianchi da quelle dei neri. Si applicò in tutti gli ambiti una rigida separazione razziale gerarchica finalizzata a mantenere in condizioni di degrado e inferiorità la popolazione afroamericana. Differenziato l’accesso all’istruzione, ai trasporti, ai ristoranti, agli ospedali, ai posti di lavoro, ai servizi igienici, alle sale d’aspetto, a tutti i locali pubblici, destinando alle persone coloured i servizi peggiori e più scadenti per mantenerle al rango di cittadinanza di serie B.

Durante uno dei suoi viaggi in treno, prima dell’adozione ufficiale delle famigerate leggi in Mississippi, Wells morse la mano di un controllore che voleva costringerla con la forza a trasferirsi dalla carrozza per signore al vagone dove erano stipati fumatori e gente nera. Il controllore chiamò in aiuto un facchino e i due faticarono non poco per riuscire a trascinarla via dal suo posto. Alla fine Wells, tra la derisione e gli insulti di donne e uomini bianchi che avevano assistito alla scena, preferì scendere dal treno. Era il 1884 e fece causa alla Chesapeake & Ohio Railroad ingaggiando un avvocato afroamericano, ma avendo scoperto che era stato comprato dalle ferrovie si rivolse a un legale bianco ottenendo un risarcimento di 500 dollari. Il caso fece clamore, ma l’appello delle ferrovie alla corte suprema del Tennessee fece annullare il verdetto nel 1887 e Wells venne attaccata dalla stampa bianca. Intanto approfondiva la sua formazione culturale leggendo autonomamente e frequentando la scuola domenicale; divenne collaboratrice dell’Evening Star, un giornale afroamericano di cui presto assunse la direzione. I suoi articoli erano molto apprezzati perché in modo chiaro e accessibile trattavano questioni, problemi e ingiustizie comuni nella vita quotidiana della gente di colore. Estese la sua collaborazione al settimanale Living Way scrivendo con lo pseudonimo di Iola articoli che venivano copiati e commentati anche da altri giornali neri del Paese. Trasferitasi in California al seguito della zia per la quale sentiva un debito di riconoscenza, trovò lavoro in scuole diverse, ma riconfermata insegnante a Memphis preferì tornarvi per continuare a svolgere anche l’attività di giornalista. Presto le venne offerto di collaborare all’American Baptist di Louisville, Kentucky. Fu un trampolino di lancio, le sue collaborazioni con i principali giornali afroamericani si moltiplicarono:

«Era la prima volta che qualcuno si offriva di pagarmi per il lavoro che avevo svolto con piacere. Non avevo mai sognato di ricevere un compenso, perché ero troppo felice al pensiero che i giornali mi dessero spazio».

Prima rappresentante donna, fece parte dello staff della Coloured Press Association; eletta segretaria della National Press Association alla conferenza stampa di Washington D.C. nel 1889 entrò in contatto con i più illustri esponenti dell’attivismo e del giornalismo afroamericano:

«È diventata famosa come una delle poche nostre donne che maneggiano una penna d’oca con punta di diamante con la stessa facilità di qualsiasi uomo nel giornalismo… Ha un bel carattere ed è acuta come una trappola d’acciaio… Nessuna scrittrice, compresa la comunità maschile, è stata citata più ampiamente, nessuna ha inferto colpi più duri ai torti e alle debolezze della razza».

Così Timothy F. Fortune sul New York Age, uno dei giornali afroamericani più influenti. Per garantirsi un’entrata stabile continuava a fare anche l’insegnante e nel 1889 acquistò una quota del Free Speech Headlight di Memphis (che chiamò semplicemente Free Speech) diventandone direttrice. Ma a seguito di un articolo fortemente critico sulle condizioni deplorevoli degli edifici delle scuole segregate per afroamericane/i e sui sistemi di reclutamento del personale docente incompetente venne licenziata.

«Avevo corso un rischio nell’interesse dei bambini della nostra razza e avevo perso. La parte peggiore fu la mancanza di apprezzamento dei genitori…"non avresti dovuto farlo; avresti dovuto sapere che ti avrebbero licenziata”…Fino a quel momento avevo pensato che qualsiasi lotta intrapresa nell’interesse della razza avrebbe avuto il suo appoggio. Imparai allora che non potevo contare su questo».

Sul Free Speech criticò aspramente la «clausola di comprensione» del Mississippi del 1890 che, come le altre barriere innalzate dagli Stati del Sud (test di alfabetizzazione, tassa elettorale ecc), limitava di fatto l’esercizio del diritto di voto delle persone afroamericane:

«qualsiasi cittadino in grado di comprendere una clausola della Costituzione, quando gli viene letta, sarà dichiarato avente diritto al voto. Fu facile (per i bianchi) decidere che pochissimi neri capivano le clausole della Costituzione che avevano deciso di leggere loro».

Quando attaccò parte del clero afroamericano accusandolo di essere intellettualmente impreparato e non all’altezza di guidare la popolazione afroamericana venne stigmatizzata dall’alleanza dei predicatori che rischiava di perdere la propria influenza. Viaggiava per promuovere la diffusione del giornale raccogliendo abbonamenti, sottoscrizioni e reclutando corrispondenti e si trovava a Natchez (Mississippi) quando nel marzo del 1892 a Memphis furono linciati i tre afroamericani Calvin Mac Dowell, Henry Stuart e Thomas Moss, noto alla comunità per essere un cittadino onesto e operoso e amico di Wells che aveva fatto da madrina alla sua bambina. I tre erano titolari della People’s Grocery Company, una drogheria bene avviata in un quartiere a maggioranza afroamericana chiamato Curve. Per ragioni di rivalità commerciale M. H. Barrett, il bianco che fino al loro arrivo aveva avuto il monopolio del commercio nel quartiere, non perdeva occasione per molestarli e cercare pretesti per provocare risse due delle quali misero in fuga i bianchi. A quel punto Barrett denunciò i droghieri e, informatosi del giorno in cui gli agenti avrebbero notificato la denuncia, fece girare la voce falsa che i bianchi avrebbero assalito la People’s Grocery Company. Mentre per le strade si riunivano assembramenti di bianchi gli afroamericani, consultato un legale sull’opportunità di armarsi, si misero di guardia sul retro del negozio e scambiando gli agenti per assalitori ne ferirono alcuni. I droghieri furono arrestati e l’evento, duramente condannato dalla stampa bianca razzista, fu il pretesto per perquisizioni, arresti, saccheggi e maltrattamenti ai danni della comunità afroamericana. Quattro giorni dopo avvenne il linciaggio: le autorità politiche locali disarmarono i Tennessee Riflees, la milizia nera che presidiava la prigione per respingere eventuali linciatori, e lasciarono il via libera alla folla di bianchi. I prigionieri prelevati dalla prigione e condotti su una locomotiva di manovra delle ferrovie oltre i confini della città furono assassinati brutalmente. Il giorno dopo un giornale del mattino riportava i particolari del linciaggio, segno che c’erano dei testimoni oculari. A Mac Dowell che si era difeso lottando avevano cavato gli occhi mentre le ultime parole di Moss erano state: «Dite alla mia gente di andare all’Ovest. Qui non c’è giustizia per loro». Al ritorno Wells fece proprio il messaggio di Moss e sul Free Speech invitò la sua gente a lasciare la città. Di fronte ai linciaggi non si poteva fare nulla, ai neri era proibito comprare armi per difendersi.

«C’è quindi solo una cosa che possiamo fare : risparmiare i nostri soldi e lasciare una città che non proteggerà le nostre vite e le nostre proprietà, né ci concederà un giusto processo in tribunale, ma ci porterà fuori e ci ucciderà a sangue freddo quando accusati da persone bianche».

Si verificò un esodo da Memphis che assunse l’aspetto di un boicottaggio generale in quanto molte famiglie vendettero le proprietà e abbandonarono le case e il lavoro partendo con i carri o a piedi per non usare la ferrovia e i tram al punto che gli affari crollarono, non si trovava personale che lavorasse e i consumi si contrassero. Wells riferì che i rappresentanti della City Railway Company chiedendole di usare la sua influenza per far tornare la gente a usare i tram dichiararono: «La compagnia dei tram non c’entra nulla con i linciaggi… È di proprietà dei capitalisti del Nord», ma lei aveva risposto: «È gestita dai linciatori del Sud». Aveva saputo che tutta la popolazione bianca di Memphis era al corrente del linciaggio e lo aveva approvato e che lo stesso giudice del tribunale penale aveva fatto parte dei linciatori. Nessuno sarebbe stato mai arrestato o punito perché tutti erano colpevoli. Con il linciaggio di Memphis il suo punto di vista cambiò. Fino a quel momento aveva creduto che i linciaggi fossero praticati per punire le violenze sessuali ed era stata propensa a considerarli una pratica feroce, ma in qualche modo giustificabile se ricondotta alla difesa dell’onore delle donne bianche stuprate. Un’interpretazione largamente condivisa e influenzata, soprattutto fra la gente bianca, dalla rete di pregiudizi e falsi miti che rappresentavano la popolazione nera. Il linciaggio per stupro era giustificato in quanto difendeva l’onore delle donne bianche viste sempre come prede indifese e innocenti, vittime di uomini neri naturalmente portati a manifestare una sessualità bestiale e primitiva. E quando al contrario erano i bianchi a stuprare le donne nere la colpa ricadeva sulle afroamericane considerate appartenenti a una razza degradata, provocatrici e naturalmente ninfomani che rendevano i maschi bianchi vittime della loro lussuria. Il linciaggio di Memphis non rientrava nella casistica e Wells cominciò a indagare a fondo raccogliendo documenti, articoli, dati, testimonianze e statistiche, dimostrando che solo un terzo dei linciaggi aveva avuto come motivazione presunta aggressioni di uomini neri nei confronti di donne bianche e che in tutti i casi si trattava di accuse false fabbricate ad arte. Le relazioni interrazziali consensuali clandestine erano numerose e, una volta scoperte, venivano fatte passare per stupri allo scopo di giustificare l’eliminazione fisica dei neri che violavano le norme sociali.

«Le leggi contro il meticciato del Sud impedivano le unioni legali, ma lasciavano libero l’uomo bianco di sedurre le ragazze nere… mentre c’era la morte per il nero che cedeva alle avances delle donne bianche».

Già l’editore afroamericano del Montgomery Herald aveva scritto un articolo chiedendosi perché fossero aumentati i casi di rapporti interrazziali e aveva concluso:

«… noi sospettiamo fortemente che dipenda dal crescente apprezzamento di bianche Giuliette per colorati Romei».

Venne cacciato dalla città dopo aver firmato una dichiarazione in cui negava di aver voluto calunniare le donne bianche del Sud. Wells documentò molti casi di relazioni consenzienti che, una volta scoperte, avevano scatenato la furia omicida. Molte donne erano state costrette con la forza ad accusare i partner neri di stupro, altre li accusavano per timore di essere rimaste incinte con il rischio di dare alla luce bambine/i neri o perché temevano la riprovazione sociale, c’era chi, ingannando la famiglia, era riuscita a fuggire al Nord con il partner e altre ancora che, avendo protetto i partner tacendone l’identità, venivano ostracizzate dalla comunità. Tutte le accuse risultavano essere false e le prove dell’innocenza venivano distrutte. Wells registrò scrupolosamente le testimonianze della violenza efferata della folla che infliggeva torture, impiccava, bruciava vive le vittime trasformandole in torce umane raccogliendone alla fine ceneri, ossa, bottoni, denti o altri souvenir da mostrare orgogliosamente. Si rese conto che lo stupro era la scusa che giustificava le persone bianche ad agire oltre la legge e la ragione per cui anche la popolazione afroamericana del Nord non manifestava un’indignazione pubblica commisurata alla gravità dei fatti. Intendeva far emergere tutta la verità allo scopo di scuotere la coscienza di un Paese che, di fronte alla violazione del diritto e alla pratica sistematica della violenza di massa contro la popolazione afroamericana del Sud, si girava dall’altra parte. Il 21 maggio 1892, mentre si trovava in viaggio al Nord per valutare l’opportunità di trasferire la sede del giornale e prendere contatti con istituzioni impegnate sul fronte dei diritti civili, il Free Speech pubblicò il suo editoriale Otto neri linciati dall’ultimo numero del Free Speech:

«tre per aver ucciso un uomo bianco e cinque per stupro di donne bianche… Nessuno in questa parte dello Stato crede più alla vecchia storia falsa del nero che stupra le donne bianche. Se i bianchi del Sud non stanno attenti… si giungerà a una conclusione molto dannosa per la moralità delle loro donne»..

Per tutta risposta una folla razzista fomentata dalla stampa avversa, forte dell’impunità di cui godeva da parte delle forze di polizia e dei tribunali, distrusse la sede del Free Speech costringendo il comproprietario alla fuga e minacciando di morte Wells se fosse tornata in città. Lei si era già procurata una pistola per difendersi, ma, sempre più determinata a continuare a indagare per documentare tutta la verità, accettò l’offerta di lavoro di Timothy F. Fortune pubblicando due rubriche a settimana sul New York Age. Dietro richiesta di alcune lettrici cominciò a partecipare a piccole riunioni fino a quando si formò un comitato di duecentocinquanta donne che decisero di riunirsi per ascoltarla. estendendo l’invito anche ad altre cittadine di Brooklyn e di New York. La sera del 5 ottobre 1892, presso la Lyric Hall di New York gremita di afroamericane, Wells, che non aveva mai parlato a un pubblico così numeroso, seppe tenere inchiodata l’attenzione di tutte esprimendosi, come era nel suo stile, in modo chiaro e convincente. Raccontò gli eventi nei dettagli e riportò prove e testimonianze mentre per tutto il tempo copiose lacrime continuavano a rigarle il volto. La commozione era dovuta soprattutto al fatto di aver sentito la grande partecipazione emotiva delle astanti che gremivano la sala fra cui spiccavano «le principali donne di colore di Boston e Filadelfia», l’élite sociale e intellettuale afroamericana che avrebbe contribuito a sostenere la sua lotta contro la lynch law : non era più una voce solitaria e inascoltata.

Quelle donne avrebbero dato vita alla Wlu (Women’s Loyal Union), il primo club femminile afroamericano di New York seguito poi dalla Women’s Era di Boston che avrebbe preso il nome di Ida B. Wells Club. In quell’occasione Wells ricevette in dono una spilla a forma di penna che indossò sempre e il denaro che le permise di pubblicare l’opuscolo Southern Horrors: Linch Laws in All Its Phases con la prefazione di Frederick Douglass. Da quel momento al giornalismo investigativo militante Wells affiancò l’attività di conferenziera per combattere la sua «crociata per la giustizia». Ma mentre la stampa bianca «era muta» di fronte ai linciaggi, lei aveva attirato l’interesse di attiviste inglesi per i diritti umani in viaggio negli Stati Uniti e nel 1893 partì per un tour di conferenze in Gran Bretagna per sensibilizzare l’opinione pubblica e gli organi di stampa. Ebbe un grande successo riuscendo a ottenere risoluzioni di condanna dei linciaggi dalle numerose assemblee religiose e laiche riunite per ascoltarla nelle principali città del Paese e calamitando l’interesse e l’ammirazione della stampa britannica. Tornò in patria convinta della necessità di rendere pubblica il più possibile la propria causa. A Chicago erano in corso le celebrazioni dell’Esposizione Universale Colombiana del 1893 da cui era stata esclusa la delegazione afroamericana che, con Frederick Douglass, aveva trovato ospitalità nel padiglione di Haiti. Wells organizzò immediatamente una raccolta fondi fra la popolazione nera delle diverse chiese di Chicago per stampare l’appello di Douglass intitolato La ragione per cui l’americano di colore non partecipa all’Esposizione Colombiana Mondiale,

«una chiara e semplice esposizione dei fatti riguardanti l’oppressione inflitta alla gente di colore in questa terra di libertà e patria di coraggiosi».

Diecimila copie dell’opuscolo furono distribuite alle persone in visita all’Esposizione. L’anno dopo tornò nuovamente in Gran Bretagna per una seconda campagna di sensibilizzazione contro i linciaggi che ottenesse di fare pressione presso la stampa, la politica e l’opinione pubblica statunitensi e di fatto i giornali riportarono i suoi successi, anche se ci fu chi la criticò per aver danneggiato l’immagine degli Stati Uniti all’estero. Prima del suo ritorno in patria si formò un Comitato Britannico Antilinciaggio che, oltre a personalità di spicco dell’area liberale, includeva lo stesso lo stesso Arcivescovo di Canterbury. Senza nominare direttamente Wells, il Comitato condannava la pratica dei linciaggi e, rispondendo alle richieste di aiuto della popolazione afroamericana, «intendeva ottenere informazioni attendibili sul tema dei linciaggi e degli attentati di massa in America». Nel 1895 in The Red Record (basato sull’analisi degli articoli pubblicati dai principali giornali bianchi) rivelò un numero impressionante di linciaggi di persone nere, fornendo statistiche sui presunti reati, distribuzione geografica e entità dei linciaggi e dimostrando che la quantità di vittime cresceva nella misura in cui aumentava la paura che la popolazione afroamericana potesse effettivamente accedere al potere politico e economico.

Dopo aver sposato Ferdinand L. Barnett, editore di The Chicago Conservator, Wells si sottrasse per un breve periodo agli impegni pubblici per dedicarsi alla famiglia e alla prole. Fondatrice dell’Alpha Suffrage Club di Chicago, la prima associazione suffragista di afroamericane, fu in conflitto con le femministe bianche della prima ondata per il razzismo delle loro scelte e il 3 marzo 1913, durante la prima parata suffragista di Washington, rifiutando di marciare in fondo, come era stato stabilito dalle leader, partecipò alla sfilata rimanendo alla testa del corteo. Nel 1930 fu la prima donna e afroamericana a candidarsi, senza successo, come senatrice dell’Illinois. Morì l’anno dopo.

Il fatto di aver «realizzato l’attivismo attraverso il giornalismo» come altre sue contemporanee ne ha misconosciuto il ruolo preponderante rappresentato nella storia del giornalismo (Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists). Ma per il metodo rigoroso e l’accuratezza con cui ha condotto le sue inchieste va annoverata a pieno titolo fra le pioniere del miglior giornalismo investigativo muckraker.

Per approfondire:

Ida B. Wells, Crusade for Justice, University Chicago Press, 2020

Jinx Coleman Broussard , Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists, Routledge New York & London, 2004

https://books.google.mw/books?id=5NSSAgAAQBAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false


Traduzione francese

Angela Incorvaia

Elle était née comme esclave à Holly Springs au Mississippi en 1862, la première fille aînée de James Wells et Elisabeth Warren tous deux esclaves: lui, c’était le fils du maître et d’une esclave, et elle originaire de Virginie, qui était arrivée au Mississippi après avoir été vendue deux fois par des marchands. Mariés comme esclaves, après l'Emancipation Proclamation de 1863 ils se sont remariés comme personnes libres. Dans son autobiographie Crusade for Justice, Wells évoque sa quête d’identité et de ses racines, faite de désespoir et de courage dont elle fit preuve pour revendiquer le respect de ses droits. Sa mère continuait d’envoyer des lettres «quelque part en Virginie» sans jamais recevoir de réponse et son père qui était menuisier, licencié pour avoir refusé de voter pour les démocrates comme son employeur blanc le lui avait ordonné; il réussit à creer son entreprise en se renseignant sur le monde des affaires et en s’engageant dans des actions solidaires et surtout pour l’émancipation culturelle de la communauté.

À la fin de la guerre civile, commença la difficile période de la Reconstruction, durant laquelle les Etats du Sud refusèrent de reconnaître les droits de la population afro- américaine établis par les amendements constitutionnels XIII, XIV, XV: l’abolition de l’esclavage, l’extension de la citoyennetê à la population afro-américaine et l’interdiction de nier le droit de vote en raison de la race, de la couleur ou d’un ancien statut sur la condition d’esclavage. La violence raciale a éclaté partout dans le Sud: suprémacistes blancs, anciens propriétaires d’esclaves, citoyens isolés, membres d’organisations paramilitaires ou de groupes sectaires comme le Ku Klux Klan et la White League. Les massacres féroces ont été documentés par les mêmes autorità et par une armée envoyéé dans le Sud. Dans la préface de son autobiographie Crusade for Justice, Wells,a déclaré qu’il n’existait aucune histoire raciale de la période de la Reconstruction écrite par des personnes Noires, qui documenterait les luttes de la population afro- américaine pour la défense des droits récemment accordés par le gouvernement et que les jeunes générations devraient connaître afin de’en tirer des exemples et des modèles vertueux.

«Nous avons l'histoire de l’esclavage de Frederick Douglass telle qu’il l'a connue et vécue. Mais de la tempête et de la tension qui suivit la Guerre Civile, du Ku Klux Khan, des fraudes électorales, des meurtres indiscriminés de Noirs qui tentaient d’exercer leurs nouveaux droits d’hommes et de citoyens libres, de l'invasion des Carpebaggers, au sujet de laquelle le Sud blanc publia tant de mensonges, et de la vie politique des Noirs de cette époque; notre peuple possède bien peu de récits authentiques qui lui concernent vraiment…L’histoire de cette entière période qui a réservé à notre peuple sa gloire, devrait être connue…la plupart de cette histoire est tombée dans l’oubli, tandis que dans les bibliothèques publiques et les manuels universitaires on ne trouve que les fausses interprétations de l’homme blanc du Sud»..

Ses deux parents moururent de la fièvre jaune et, à quatorze ans, Wells, qui avait fréquenté avec succés l’école publique, refusa de séparer ses jeunes frères et soeurs, dot l’une était handicapée, les confiant à d’autres familles et en prenant soin d’eux personnellement avec l’aide de sa grand- mère. Ayant réussi l’examen pour devenir institutrice de campagne, elle fut embauchée pour vingt cinq dollars par mois:

«Je rentrais chez moi chaque vendredi après- midi parcourant les six miles à dos d’un gros mulet. Je passais le samedi et le dimanche à laver, repasser et cuisiner pour les enfants, et je retournais à l’école de campagne le dimanche après- midi».

À la mort de sa grand-mère, elle partit à Memphis à l’invitation d’une tante, emmenant avec elle ses soeurs, tandis que ses frères retournaient travailler dans une ferme. Elle a passé l’examen pour devenir institutrice communale dans le Comté de Shelby, qu’elle rejoignait en train. Cependant, alors que dans le Sud les lois locale contournaient les amendements contitutionnels de la Reconstruction empêchant les afro- américains d’exercer leur droit de vote, la Cour Suprême des Etats Unis légitimait la ségrégation raciale des Jim Crow Laws, qui était déjà en vigueur dans tous les Etats du Sud au nom du principe «séparés, mais égaux». Tout le monde pouvait accéder aux services, mais d’une manière différente, ce qui séparait les activités des Blancs de celles des Noirs. Une séparation raciale hiérarchique et rigide était appliquée dans tous les domaines, visant à maintenir la population afro- américaine dans un état de dégradation et d’infériorité. L’accès à l’instruction, aux transports, aux restaurants, aux hôpitaux, aux emplois, aux toilettes, aux salles d’attente, à tous les lieux publics, était différencié, réservant aux personnes de couleuur, les plus rudimentaires afin de les maintenir dans le statut de citoyens de seconde catégorie.

Lors d’un de ses voyages en train avant l’adoption officielle de ces lois tristement célèbres au Mississippi, Wells mordit la main d’un contrôleur qui voulait la forcer à quitter le compartiment réservé aux dames pour aller dans le wagon où s’entassaient fumeurs et Noirs. Le contrôleur appela un porteur à l’aide et tous les deux réussirent à la trainer hors de son siège. Finalement sous les moqueries et les insultes des femmes etdes hommes blancs qui avaient assistés à la scène,elle prêfèra descendre du train. C’êtait en1884. Elle intenta une cause contre la Chesapeake & Ohio Railroad avec l’aide d’un avocat afro- américain mais ayant découvert qu’il avait êté acheté par la compagnie des chemins de fer, elle se tourna vers un avocat blanc et obtint 500 dollars pour tous les dommages. L’affaire fit un grand bruit, mais l’appeldevant la Cour Suprême du Tennessee fit annuler le verdict en 1887 et Wells fut attaquée par la presse blanche. Entre- temps, elle approfondissait sa formation culturelle en lisant très bien et en fréquentant l’école du dimanche: elle devint collaboratrice de l’Evening Star, un journal afro-américain dont elle a pris la direction. Ses articles étaient très appréciés parce qu’ils traitaient de façon claire et accessible des questions, des problèmes et des injustices de la vie quotidienne des gens de couleur. Elle étendit sa collaboration a l’hebdomadaire Living Way, écrivant sous le pseudonyme de Iola des articles qui étaient copiés et commentés par d’autres journaux noirs du pays. Elle partit en Californie pour accompagner sa tante pour laquelle elle éprouvait une dette de reconnaìssance, elle trouva du travail dans différentes écoles, mais elle fut reconfirmée comme enseignante à Memphis et elle préféra y retourner afin de poursuivre également son activité de journaliste. on lui proposa aussi de collaborer à l’American Baptist de Louisville dans le Kentucky. Ce fut un véritable tremplin; ses collaborations avec les principaux journaux afro-américains se multiplièrent:

«C’était la première fois que quelqu’un m’offrait de me payer pour un travail que j’avais accompli avec plaisir. Je n’avais jamais rêvé de recevoir une rémunération, car j’étais trop heureuse à l’idêe que les journaux me donnent de l’espace».

Elle devint la première femme représentante, elle fit partie de l’équipe de la Coloured Press Association. Elle fut élue secrétaire de la National Press Association lors de la conférence de Washington D.C., en 1889 elle entra en contact avec les représentants les plus illustres de l’activisme et du journalisme afro-américain:

Elle est devenue fameuse comme l’une des rares femmes de notre race qui écrit avec une plume à pointe de diamant et avec autant d’aisance que n’importe quel homme dans le journalisme.. Elle a un beau caractère et elle est vive comme un piège d’acier… Aucune femme écrivain, y compris les hommes,n’a été si citée; aucune n’a porté des coups plus durs aux torts et aux faiblesses de la race».

Ainsi êcrivait Timothy F. Fortune dans le New York Age, l’un des journaux afro-américains les plus influents. Pour se garantir un revenu stable, elle continuait d’enseigner et, en 1889, elle acheta des actions du Free Speech Headlight de Memphis ( qu’elle appela simplement Free Speech ), en devenant directrice. Mais à la suite d’ un article très critique sur les conditions déplorables des bâtiments des écoles ségréguées pour Afro-américains et pour les méthodes de recrutement d’enseignants incompétents, elle fut licencée.

«J’avais pris un risque dans l’intérêt des enfants de notre race et j’avais perdu. La pire chose fut le manque d’appréciation des parents…" tu n’aurais pas dû faire ça,tu aurais dû savoir qu 'ils t’auraient licencié "… Jusqu’alors, j’avais penséque toute lutte entreprise dans l’intérêt raciale aurait son soutien. J’appris alors que je ne pouvais pas compter sur ça».

Dans Free Speech, elle critica durement la «clause de compréhention» du Mississippi ( 1890 )qui, comme les autres barrières érigées par les Etats du Sud ( tests d’alphabétisation, taxe électorale,ect ), limitait en fait l’exercice du droit de vote des Afo- américains:

«tout citoyen capable de comprendre une clause de la Constitution losqu’on la lui lit sera déclaré apte à voter. Cela fut facile ( pour les Blancs ) de décider que très peu de Noirs comprenaient les clauses de la Constitution, qu’ils avaient choisi de leur lire».

Quand elle a attaqué une partie du Clergé afro-américain, on l’accusa de n’être intellectuellement pas préparé et incapable de guider le peuple afro- américain, elle fut stigmstisée par l’alliance des prédicateurs qui risquait de perdre son influence. Elle voyageait pour promouvoir la diffusion de son journal, recueillant abonnements et souscriptions et reclutant des correspondants. Elle se trouvait à Natchez ( Mississippi ) lorsqu’en mars 1892, à Memphis, trois afro-américains - Cavin Mac Dowell, Henry Stuart et Thomas Moss - ont été lynchés. Moss, qui était un ami de Wells parce que marraine de sa fille, était connu comme un citoyen honnête et travailleur. Les trois hommes étaient propriétaires de la People’s Grocery Compagny, une épicerie bien étabie située dans un quartier avec une majorité d’afro- américains appelé Curve. Pour des raisons de rivalité commerciales, M. H. Barrett, un Blanc qui avait auparavant le monopole du commerce dans le quartier, les harcelait et cherchait des prétextes pour provoquer les bagarres, dont deux mirent les Blancs en fuite. À ce moment là Barrett les dénonça et ensuite il fit circuler la fausse rumeur qu’une attaque blanche était imminente contre la’épicerie People’s Grocery Compagny. Tandis que des rassemblements de Blancs se formaient, les Afro-Américains, après avoir consulté un avocat sur l’opportunité de s’armer, ils montèrent la garde derrière le magasin et échangèrent les agents pour des assaillants, et en blessèrent certains. Les épiciers furent arrêtés et l’évènement violent fut condamné par la presse blanche raciste, a servi de prétexte à des arrestations, perquisitions, pillages et à de mauvais traitements contre la communauté Afro- Américaine. Quadre jours plus tard le lynchage a eu lieu: les autorités locales désarmèrent les Tennessee Rifles, la milice noire qui gardait la prison pour empêcher le lynchage laissèrent la foule des blancs libre d’agir. Les prisonniers furent sortis de la prison et conduits sur une locomotive de manoeuvres ( au- delà des limites de la ville ) et ils furent brutalement assassinés. Le lendemain, un journal du matin rapportait les détails du lynchage, un signe qu’il y avait des témoins oculaires. Mac Dowell, qui s’était défendu eut les yeux arrachés; les derniers mots de Moss furent: «Dites à mon peuple de se diriger vers l’Ouest. Il n’y a pas de justice ici pour eux». À son retour, Wells annonça le message de Moss et dans le " Free Speech, il invita son peuple à quitter la ville. Face aux lynchages, on ne pouvait rien faire; il était interdit aux Noirs d’acheter des armes pour se dêfendre:

«Il n’y a donc qu’une seule chose à faire: économiser notre argent et quitter une ville qui ne protègera ni nos biens ni nos vies, qui ne nous accordera pas un juste procès au tribunal, mais qui nous conduira dehors et nous tuera de sang froid lorsque nous serons accusés par les Blancs».

Un exode a eu lieu à Memphis ayant l’aspect d’un boycottage général: de nombreuse familles vendirent leurs propriétés, elles quittèrent maisons et emplois, partant en chariots ou à pied pour ne pas utiliser les chemins de fer ni les tamways. À ce point là les affaires s’éffondrèrent, la main- d’oeuvre manqua e la consommation diminua. Wells rapporta que les reprêsentants de la City Railway Compagny lui demandèrent d’user son influence pour faire revenir les passagers en affirmant «La compagnie de tramways n’avait rien à voir avec les lynchages… la compagnie appartient aux capitalistes du Nord», mais elle répondit: «Elle est dirigée par les lyncheurs du Sud». Elle apprit que toute la population blanche de Memphis était au courant du lynchage et qu’elle l’avait approuvé et que le même juge du tribunal pénal faisait partie des lyncheurs. Personne ne serait arrêtè ni puni, car ils étaient tous coupables. Avec le lynchage de Memphis, son point de vue changea. Jusqu’ à ce moment, elle avait cru que les lynchages étaient pratiqués pour punir les violences sexuelles et ele avait été encline les considérant comme une pratique féroce mais, d’une certaine manière, justifiable si cela était liée à la défense de l’honneur des femmes blanches violées. une interprétation très partagée et infuencée, surtout parmi les Blancs, par un réseaude préjugés et de faux mythes représentant la population noire. Le lynchage pour viol était justifié comme défense de l’honneur des femmes blanches, toujours représentées comme des proies innocentes et sans dêfense, victimes d’hommes noirs, naturellement enclins à démontrer une sexualité bestiale et primitive. Au contraire, lorsque des hommes blancs violaient des femmes noires, la faute retombait sur ces dernières qui étaient considérées comme appartenant à une race dégradée, provocatrices et naturellement nymphomanes, transformant les hommes blancs comme victimes de leur luxure. Le lynchage de Memphis ne correspondait pas ce schéma, et Wells entreprit une enquête approdondie, rassemblant documents, articles, dnnées, témoignages et statistiques. Elle démontra que seul un tiers desl lynchages avait pour motif présumé des agressions d’hommes noirs contre des femmes blanches, et que, dans tous les cas, il s’agissait d’accusations fausses fabriquées avec art. Les relations interraciales consensuelles clandestines étaient nombreuses et une fois découvertes, elles étaient présentées comme des viols afin de justifier l’élimination physique des Noirs qui violaient les normes sociales.

«Les lois contre le métissage du Sud empêchaient les unions légales, mais laissaient l’homme blanc librede séduire les jeunes filles noires… tandis que la mort attendait l’homme noir qui cédait aux avances des femmes blanches».

Un éditeur afro- américain du Montgomery Herald avait déjà écrit un article se demandant pourquoi les cas de relations interraciales avaient augmenté, en concluant:

«… nous soupçonnons très fort que cela dépend de l’appréciation croissante des " Juliette " blanches pour les " Roméo " de couleur»...

Montgomery Herald fut expulsé de la ville après avoir signé une déclaration niant d’avoir voulu calomnier les femmes blanches du Sud. Wells documenta de nombreux cas de relations consensuelles qui, une fois découvertes, déclenchaient une rage meurtrière. Certaines femmes furent contraintes d’accuser leurs partenaires noirs de viol; d’autres le firent par peur d’être enceintes et de donner naissance à des enfants noirs, ou par crainte de la désapprobation sociale. Certaines femmes réussirent à fuir vers le Nord avec leur partenaire, trompant leur famille; d’autres, ayant protégé leur compagnon en ne révélant pas son identité, furent ostracisées par la communauté. Toutes les accusations se révélaient fausses, et ainsi les preuves d’innocence étaient détruites. Wells a noté soigneusement les témoignages des violences effroyables de la foule: tortures, pendaisons, victimes brûlées vives transformées comme des torches humaines; puis les cendres, les os,les boutons, les dents et d’autres souvenirs recueillis et exibés avec fierté. Elle comprit que le viol n’était qu’un prétexte permettant aux blancs d’agir au- delà de la loi et de la raison pour laquelle la population afro- américaine du Nord ne manifestait pas une indignation publique proportionnée à la gravité des faits. Elle voulait faire émerger toute la vérité avec comme but celui d’éveiller la conscience d’un pays qui, face à la violation du droit et à toute la violence de masse contre la population afro- américaine du Sud; cette conscience détournait le regard. Le 21 mai 1892, alors qu’elle se trouvait en voyage dans le Nord pour envisager le transfert du siège de son journal et pour établir des contacts avec des institutions engagées dans les droits civiques, Free Speech publia son éditorial Huit Noirs Lynchés, déclarant:

««trois pour avoir tué un homme blanc et cinq pour viol de femmes blanches…Plus personne dans cette partie de l’État ne croit pas à la vieille histoire mensongère du Noir qui viole les femmes blanches. Si les Blancs du Sud n’ y prennent pas garde… on arrivera à une conclusion très dommageable pour la moralité de leurs femmes»..

En réponse, une foule raciste, encouragée par la presse hostile et forte de l’impunité dont elle jouissait de la part des policiers et des tribunaux, détruisit les locaux du Free Speech, et forçant son copropriétaire à fuir et en menaçant de mort Wells si elle revenait en ville. Déjà armée de son pistolet pour se défendre, elle accepta l’offre de Timothy F. Fortune et publia deux chroniques par semaine dans le New York Age. À la demande de certaines lectrices, elle commença de participer à de petites réunions,jusqu’à ce qu’un comité de 250 femmes se constitue pour l’écouter, élargissant l’invitation à d’autres citoyennes de Brooklyn et de New York. Le 5 octobre 1892, à la Lyric Hall de New York, devant une salle comble d’Afro-Américaines, Wells - qui n’avait jamais parlé devant un public aussi nombreux - sut captiver l’attention en s’exprimant avec clarté et conviction. Elle raconta les évènements en détail, apportant preuves et témoignages, tandis que des larmes coulaient sur son visage. L’émotion était profonde, d’autant plus qu’elle sentait la participation intense des auditrices dans la salle, parmi lesquelles figuraient «les principales femmes de couleur de Boston et de Philadelphie, l’élite sociale et intellectuelle afro- américaine qui aurait soutenu sa lutte contre la Lynch Law: ce n’était pas une voix solitaire et inaudible.

Ces femmes fondèrent la WLU ( Women 's Loyal Union ), premier club féminin afo-américain de New York, suivie par la Women’s Era de Boston, qui prit par la suite le nom d’Ida B. Wells Club. Ce soir là, Wells reçut une broche en forme de plume qu’elle porta toujours ainsi que l’argent qui lui permit de publier la brochure Southern Horrors: Lynch Laws in All Its Phases, avec une préface de Frederick Douglass. Dès lors, à son journalisme d’investigation militant, elle ajouta une activité de conférencière pour poursuivre sa «croisade pour la justice». Alors que la presse blanche restait«muette» face aux lynchages, elle attira l’interêt d’activistes anglaises des droits humains en visite aux Etats Unis et elle partit en 1893 pour une tournée de conférences en Grande- Bretagne pour sensibiliser le public et la presse. Elle eut un grand succè, obtenant des résolutions de condamnation des lynchages de la part d’assemblées religieuses et laïques dans les principales villes, et suscitant l admiration de la presse britannique. De retour aux Etats Unis, convaincue du besoin de rendre sa cause publique autant que possible, elle partecipa en 1893 aux initiatives liées à l’Exposition Universelle Colombienne de Chicago, dont la délégation afro-américaineavait été exclue. C’est avec Frederick Douglass qu’elle fut accueillie au pavillon d’Haiti. Elle organisa une collecte de fonds dans de nombreuses êglises de Chicago, pour imprimer l’appel de Douglass intitulé La raison pour laquelle l’américain de couleur ne participe pas à l’Exposition Colombienne Mondiale,

«en exposant clairement les faits concernant l’oppression subie par les Afro-Américains»..

Dix mille exemplaires furent distribués aux visiteurs de l’Exposition. En 1894, elle retourna en Grande- Bretagne pour une seconde campagne et surtout pour faire pression sur la presse, les politiciens et l’opinion publique américaine. Les journaux ont relaté ses succès, même si certains lui reprochaient d’avoir terni l’image des Etats Unis à l’étranger. Avant son retour fut crée ce Comité Britannique où participèrent d’autre personalités libérales et l’archevêque de Canterbury. Sans la nommer directement, le Comité codamnait les lynchages et déclarait vouloir obtenir des informations fiables sur ces attentats et ces violences de masse en Amérique. En 1895, dans The Red Record, fondé sur l’analyse des principaux journaux blancs, elle révéla un nombre impressionant de lynchages, fournissant statistiques, répartition géographique et motifs allégués, et elle démontra que le nombre de victimes augmentait à mesure que croissait la peur d’un accès réel des Afro- Amêricains au pouvoir politique et économique.

Après son mariage avec Ferdinand L. Barnett, êditeur du Chicago Conservator, elle se retira brièvement de la vie publique pour se consacrer à sa famille et à sa fille. Fondatrice de L’Alpha Suffrage Club de Chicago, première association suffragata afro-amércaine, elle entra en conflit avec les fêministes blanches en raison de leur racisme et de leur choix. Le 3 mars 1913, lors de la première parade suffragiste à Washington, refusant de marcher à l’arrière comme l’avaient décidé les dirigeantes, elle participa et défila en tête du cortège. En 1930, elle fut la première femme afro- américaine à se présenter au Sénat de l’Illinois, sans succès. Elle mourut l’année suivante.

Le fait d’avoir «réalisé l’activisme à travers le journalisme», comme d’autres contemporaines, à conduit à sous estimer son rôle majeur dans l’histoire du journalisme (Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists). Pourtant, par la rigueur méthodoligique et la précision de ses enquêtes, elle doit être complètement et pleinement reconnue comme l’une des pionnières du meilleur journalisme d’investigation de type muckraker.

Pour approfondir:

Ida B. Wells, Crusade for Justice, University Chicago Press, 2020

Jinx Coleman Broussard , Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists, Routledge New York & London, 2004

https://books.google.mw/books?id=5NSSAgAAQBAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false


Traduzione spagnola

Elena Maria Cinquemani

Nació en la esclavitud en Holly Springs (Mississippi) en 1862, primogénita de James Wells y Elisabeth Warren, ambos esclavos. Él era hijo del amo y de una esclava y ella era originaria de Virginia, llegó a Mississippi tras haber sido vendida dos veces por mercaderes. Aunque se casaron como esclavos, tras la Emancipation Proclamation (Proclamación de Emancipación) de 1863 volvieron a casarse como personas libres. En su autobiografía Crusade for Justice, Wells recuerda la búsqueda de identidad y raíces en medio de la dispersión y el valor de exigir el respeto de sus derechos. Su madre seguía enviando cartas “a algún lugar de Virginia”, sin recibir respuesta alguna, y su padre, un carpintero despedido tras negarse a votar por los demócratas como le había ordenado su empleador blanco, había conseguido poner en marcha su propio negocio, prosperando y comprometiéndose con acciones solidarias y la elevación cultural de su comunidad.

Terminada la Guerra Civil, comenzó el difícil período de la Reconstrucción, durante el cual los Estados del Sur no quisieron reconocer los derechos de la población afroamericana sancionados por las enmiendas constitucionales XIII, XIV y XV: prohibición de la esclavitud, extensión de la ciudadanía a la población afroamericana y prohibición de negar el derecho de voto debido a la raza, el color o la previa condición de esclavitud. Por todas partes en el Sur se desató la violencia racial de los supremacistas blancos, ex propietarios de esclavos, ciudadanos aislados, miembros de organizaciones secretas o paramilitares como el Ku Klux Klan y la White League. Las feroces masacres fueron documentadas por las mismas autoridades y por el ejército enviado al Sur. En el prefacio a su autobiografía Crusade for Justice, Wells declaró que faltaba una historia racial del período de la Reconstrucción escrita por las personas negras que documentase las luchas de la población afroamericana en defensa de los derechos recién concedidos por el gobierno y que las jóvenes generaciones deberían conocer para sacar de ella ejemplos y modelos virtuosos.

«Tenemos la historia de la esclavitud de Frederick Douglass tal como él la conoció y vivió. Pero del periodo de tormenta y tensión que siguió a la Guerra Civil, del Ku Klux Klan, del fraude electoral, de los asesinatos indiscriminados de negros que intentaban ejercer sus nuevos derechos de personas y ciudadanos/as libres, de la invasión de los Carpetbag (políticos oportunistas del Norte), sobre la cual el Sur blanco ha publicado tantas falsedades y de la vida política de los negros de aquella época, nuestra raza tiene muy poco de propio que se pueda definir como auténtico… La historia de este periodo entero que ha derramado gloria sobre la raza debería ser conocida… la mayor parte de ella está enterrada en el olvido mientras que en las bibliotecas públicas y en los textos universitarios se encuentran solo las falsas interpretaciones del hombre blanco del Sur».

Sus padres murieron de fiebre amarilla y a los catorce años Wells, que había asistido a la escuela pública con éxito, se negó a dividir a sus hermanos y hermanas menores, entre ellos una discapacitada, confiándolos a otras familias y, con la ayuda de su abuela, se hizo cargo de ellos personalmente. Tras haber aprobado el examen para convertirse en maestra rural, fue contratada por veinticinco dólares al mes:

«Regresaba a casa cada viernes por la tarde, recorriendo las seis millas a lomos de una gran mula. Pasaba el sábado y el domingo lavando, planchando y cocinando para los niños, y regresaba a la escuela rural el domingo por la tarde».

Tras la muerte de su abuela, se trasladó a Memphis invitada por una tía suya, y se llevó consigo a sus hermanas, mientras que sus hermanos se quedaron trabajando en una granja. Hizo el examen de maestra municipal en el condado de Shelby, al cual llegaba en tren. Mientras tanto, mientras en el Sur las leyes locales eludían las enmiendas constitucionales de la Reconstrucción, impidiendo a los individuos afroamericanos el ejercicio del derecho al voto, la Corte Suprema de los Estados Unidos legitimaba la segregación racial de las leyes Jim Crow, que ya estaban en funcionamiento en todos los Estados del Sur en nombre del principio «separados, pero iguales». Todos podían acceder a los servicios, pero en modalidades distintas, dividiendo las actividades de los blancos de aquellas de los negros. Se aplicó en todos los ámbitos una rígida separación racial jerárquica, finalizada a mantener en condiciones de degradación e inferioridad a la población afroamericana. Se diferenció el acceso a la educación, a los transportes, a los restaurantes, a los hospitales, a los puestos de trabajo, a los servicios higiénicos, a las salas de espera, a todos los locales públicos, destinando a las personas coloured (de color) los servicios peores y más pobres para mantenerlas en el rango de ciudadanía de segunda clase.

Durante uno de sus viajes en tren, antes de la adopción oficial de las famosas leyes en Mississippi, Wells mordió la mano de un revisor que quería obligarla por la fuerza a trasladarse del vagón para señoras al vagón donde estaban hacinados fumadores y gente negra. El revisor llamó en su ayuda a un mozo y los dos se esforzaron mucho para lograr arrastrarla fuera de su asiento. Al final Wells, entre la burla y los insultos de mujeres y hombres blancos que habían asistido a la escena, prefirió bajarse del tren. Ocurrió en 1884 y ella demandó a la Chesapeake & Ohio Railroad contratando a un abogado afroamericano, pero tras descubrir que había sido comprado por el ferrocarril, recurrió a un abogado blanco y obtuvo una indemnización de 500 dólares. El caso tuvo resonancia, pero la apelación del ferrocarril ante la corte suprema de Tennessee hizo que en 1887 se anulara el veredicto y Wells fue atacada por la prensa blanca. Mientras tanto, profundizaba su formación cultural leyendo de forma autónoma y asistiendo a la escuela dominical; se convirtió en colaboradora del «Evening Star», un periódico afroamericano del cual pronto asumió la dirección. Sus artículos eran muy apreciados porque, de manera clara y accesible, trataban cuestiones, problemas e injusticias comunes en la vida cotidiana de la gente de color. Extendió su colaboración al semanario «Living Way», escribiendo bajo el seudónimo de “Iola” artículos que fueron copiados y comentados también por otros periódicos negros del país. Tras haberse trasladado a California siguiendo a su tía, hacia quien sentía una deuda de gratitud, encontró trabajo en diferentes escuelas, pero al haber sido confirmada como maestra en Memphis prefirió regresar allí para continuar ejerciendo también su actividad como periodista. Pronto se le ofreció la posibilidad de colaborar en el «American Baptist» de Louisville, Kentucky. Fue un trampolín, sus colaboraciones con los principales periódicos afroamericanos se multiplicaron:

«Era la primera vez que alguien se ofrecía a pagarme por el trabajo que había realizado con placer. Nunca había soñado con recibir una compensación, porque era muy feliz con la idea de que los periódicos me dieran espacio».

Primera mujer representante , formó parte del personal de la Coloured Press Association; fue elegida secretaria de la National Press Association en la conferencia de prensa de Washington D.C. en 1889 y entró en contacto con los más ilustres exponentes del activismo y del periodismo afroamericano:

«Se ha vuelto famosa como una de las pocas de nuestras mujeres que manejan una pluma de ave con punta de diamante con la misma facilidad que cualquier hombre en el periodismo… Tiene un gran carácter y es aguda como una trampa de acero… Ninguna escritora, incluida la comunidad masculina, ha sido citada más ampliamente, ninguna ha asestado golpes más duros a los agravios y a las debilidades de la raza”».

afirmaba Timothy F. Fortune en el «New York Age», uno de los periódicos afroamericanos más influyentes. Para garantizarse una entrada estable seguía trabajando también como maestra y en 1889 compró una parte del «Free Speech Headlight» de Memphis (que llamó simplemente «Free Speech»), convirtiéndose en su directora. Pero, tras un artículo fuertemente crítico sobre las condiciones lamentables de los edificios de las escuelas segregadas para afroamericanos/as y sobre los sistemas de reclutamiento del personal docente incompetente, fue despedida.

«Había corrido un riesgo en el interés de los niños de nuestra raza y había perdido. La peor parte fue la falta de apreciación de los padres... “No deberías haberlo hecho; deberías haber sabido que te iban a despedir...” Hasta ese momento había pensado que cualquier lucha emprendida en el interés de la raza contaría con su apoyo. Aprendí entonces que no podía contar con esto».

En el «Free Speech» criticó duramente la «cláusula de comprensión» de Mississippi de 1890 que, como las otras barreras levantadas por los Estados del Sur (test de alfabetización, impuesto electoral, etc.), de hecho limitaba el ejercicio del derecho al voto de las personas afroamericanas:

«cualquier ciudadano capaz de comprender una cláusula de la Constitución, cuando se le lea, será declarado con derecho al voto. Fue fácil (para los blancos) decidir que muy pocos negros entendían las cláusulas de la Constitución que habían decidido leerles».

Cuando atacó a parte del clero afroamericano acusándolo de estar intelectualmente mal preparado y de no estar a la altura de guiar a la población afroamericana, fue estigmatizada por la alianza de predicadores que corría el riesgo de perder su propia influencia. Viajaba para promover la difusión de su periódico recogiendo suscripciones y reclutando corresponsales y estaba en Natchez (Mississippi) cuando, en marzo de 1892, en Memphis, fueron linchados tres afroamericanos, Calvin Mac Dowell, Henry Stuart y Thomas Moss, este último conocido por la comunidad por ser un ciudadano honesto y laborioso y amigo de Wells, quien había sido la madrina de su hija. Los tres eran los propietarios de la People’s Grocery Company, una tienda de comestibles bien establecida en un barrio de mayoría afroamericana llamado Curve. Por razones de rivalidad comercial, M. H. Barrett, el hombre blanco que hasta su llegada había tenido el monopolio del comercio en el barrio, no perdía ocasión para molestarlos y buscar pretextos para provocar riñas, dos de las cuales pusieron en fuga a los blancos. En ese momento, Barrett denunció a los tenderos y, tras informarse del día en el que los agentes iban a notificar la denuncia, hizo correr el rumor falso de que los blancos iban a asaltar la People’s Grocery Company. Mientras por las calles se reunían aglomeraciones de blancos, los afroamericanos, tras consultar un abogado sobre la oportunidad de armarse, se pusieron en guardia en la parte trasera de la tienda y, confundiendo a los agentes con asaltantes, hirieron a algunos de ellos. Los tenderos fueron arrestados y el evento, condenado duramente por la prensa blanca racista, fue el pretexto para registros, arrestos, saqueos y maltratos contra la comunidad afroamericana. Cuatro días después ocurrió el linchamiento: las autoridades políticas locales desarmaron a los Tennessee Riflees, la milicia negra que estaba en la cárcel para rechazar a posibles linchadores, y dejaron vía libre a la multitud de blancos. Los prisioneros, sacados de la cárcel y llevados en una locomotora de maniobras ferroviarias, más allá de los límites de la ciudad, fueron asesinados brutalmente. Al día siguiente, un periódico matutino informaba de los detalles del linchamiento, señal de que hubo testigos oculares. A McDowell, que se había defendido luchando, le habían sacado los ojos, mientras que las últimas palabras de Moss habían sido: “Digan a mi gente que vaya al Oeste. Aquí no hay justicia para ellos”. A su regreso, Wells hizo suyo el mensaje de Moss y en el «Free Speech» invitó a su gente a dejar la ciudad. Frente a los linchamientos no se podía hacer nada, a los negros se les prohibía comprar armas para defenderse:

«Hay solo una cosa que podemos hacer entonces: ahorrar nuestro dinero y dejar una ciudad que no protegerá nuestras vidas ni nuestras propiedades, ni nos concederá un juicio justo en un tribunal, sino que nos sacará y nos matará a sangre fría cuando seamos acusados por personas blancas».

Hubo un éxodo de Memphis que asumió el aspecto de un boicot general, ya que muchas familias vendieron sus propiedades y abandonaron sus casas y trabajos, partiendo en carros o a pie para no usar el ferrocarril ni los tranvías, hasta el punto de que los negocios colapsaron, no se encontraba personal para trabajar y el consumo se contrajo. Wells informó que los representantes de la City Railway Company, pidiéndole que usara su influencia para que la gente volviese a usar los tranvías, declararon: “La compañía de los tranvías no tiene nada que ver con los linchamientos… es propiedad de los capitalistas del Norte”, pero ella respondió: “Es gestionada por los linchadores del Sur”. Supo que toda la población blanca de Memphis estaba al tanto del linchamiento y lo había aprobado y que el mismo juez del tribunal penal había formado parte de los linchadores. Nadie jamás sería arrestado ni castigado porque todos eran culpables. Con el linchamiento de Memphis, su punto de vista cambió. Hasta ese momento había creído que los linchamientos se practicaban para castigar las violencias sexuales y había sido propensa a considerarlos una práctica feroz, pero de algún modo justificable si se atribuía a la defensa del honor de las mujeres blancas violadas. Una interpretación ampliamente compartida e influenciada, sobre todo entre la gente blanca, por la red de prejuicios y falsos mitos que representaban a la población negra. El linchamiento por violación se justificaba en cuanto defendía el honor de las mujeres blancas, vistas siempre como presas indefensas e inocentes, víctimas de hombres negros naturalmente inclinados a manifestar una sexualidad bestial y primitiva. Y cuando, por el contrario, eran los blancos quienes violaban a las mujeres negras, la culpa recaía sobre las afroamericanas, consideradas pertenecientes a una raza degradada, provocadoras y naturalmente ninfómanas que convertían a los hombres blancos en víctimas de su lujuria. El linchamiento de Memphis no entraba en esa casuística y Wells comenzó a investigar a fondo recogiendo documentos, artículos, datos, testimonios y estadísticas, demostrando que solo un tercio de los linchamientos había tenido como motivación presunta agresiones de hombres negros hacia mujeres blancas y que, en todos los casos, se trataba de falsas acusaciones inventadas. Las relaciones interraciales consensuadas clandestinas eran numerosas y, una vez descubiertas, se hacían pasar por violaciones con el fin de justificar la eliminación física de los negros que violaban las normas sociales.

«Las leyes contra el mestizaje del Sur impedían las uniones legales, pero dejaban libre al hombre blanco para seducir a las mujeres negras… mientras que se castigaba con la muerte al negro que cedía a los avances de las mujeres blancas».

Ya el editor afroamericano del «Montgomery Herald» había escrito un artículo preguntándose por qué los casos de relaciones interraciales habían aumentado y había concluido:

«… sospechamos fuertemente que depende del creciente aprecio de blancas Julietas para Romeos de color».

Fue expulsado de la ciudad tras haber firmado una declaración en la que negaba haber querido calumniar a las mujeres blancas del Sur. Wells documentó muchos casos de relaciones consensuadas que, una vez descubiertas, habían desencadenado la furia homicida. Muchas mujeres habían sido obligadas por la fuerza a acusar a sus parejas negras de violación, otras les acusaban por temor a haberse quedado embarazadas con el riesgo de dar a luz a niños/as negros o porque temían la desaprobación social; había quienes, engañando a la familia, habían logrado huir al Norte con su pareja y otras más que, habiendo protegido a sus parejas callando su identidad, eran excluidas de la comunidad. Todas las acusaciones resultaban ser falsas y las pruebas de la inocencia eran destruidas. Wells registró escrupulosamente los testimonios de la violencia atroz de la multitud que infligía torturas, ahorcaba, quemaba vivas a las victimas transformándolas en antorchas humanas, y al final recogía cenizas, huesos, botones, dientes u otros “recuerdos” para mostrarlos orgullosamente. Se dio cuenta de que la violación era la excusa que justificaba a las personas blancas para actuar más allá de la ley y la razón por la cual incluso la población afroamericana del Norte no manifestaba una indignación pública proporcional a la gravedad de los hechos. Pretendía sacar a la luz toda la verdad con el objetivo de despertar la conciencia de un país que, frente a la violación del derecho y a la práctica sistemática de la violencia de masas contra la población afroamericana del Sur, miraba hacia otro lado. El 21 de mayo de 1892, mientras estaba viajando al Norte para evaluar la oportunidad de trasladar la sede del periódico y establecer contactos con instituciones comprometidas en el frente de los derechos civiles, el «Free Speech» publicó su editorial «Ocho negros linchados desde el último número del Free Speech»:

«Tres por el asesinato de un hombre blanco y cinco por violación de mujeres blancas… Nadie en esta parte del Estado cree ya en la vieja historia falsa del negro que viola a las mujeres blancas. Si los blancos del Sur no tienen cuidado… se llegará a una conclusión muy perjudicial para la moralidad de sus mujeres».

Como respuesta, una multitud racista fomentada por la prensa adversa, valiéndose de la impunidad de la que gozaba por parte de las fuerzas de policía y de los tribunales, destruyó la sede del «Free Speech», obligando al copropietario a huir y amenazando de muerte a Wells si regresaba a la ciudad. Ella ya se había conseguido un arma para defenderse, pero, cada vez más decidida a seguir investigando para documentar toda la verdad, aceptó la oferta de trabajo de Timothy F. Fortune, publicando dos columnas por semana en el «New York Age». A petición de algunas lectoras, comenzó a participar en pequeñas reuniones hasta que se formó un comité de doscientas cincuenta mujeres que decidieron reunirse para escucharla, extendiendo la invitación también a otras ciudadanas de Brooklyn y de Nueva York. La noche del 5 de octubre de 1892, en la Lyric Hall de Nueva York, llena de mujeres afroamericanas, Wells, que nunca había hablado ante un público tan numeroso, supo cautivar la atención de todas, expresándose, fiel a su estilo, de manera clara y convincente. Relató los hechos con detalle y presentó pruebas y testimonios mientras, durante todo el tiempo, abundantes lágrimas llenaban su rostro. La conmoción se debía, sobre todo, al hecho de sentir la gran participación emocional de las presentes que llenaban la sala, entre quienes destacaban “las principales mujeres de color de Boston y Filadelfia”, la élite social e intelectual afroamericana que contribuiría a sostener su lucha contra la lynch law (ley de linchamiento): ya no era una voz solitaria e inaudita.

Aquellas mujeres iban a dar vida a la WLU (Women’s Loyal Union) (Unión Leal de Mujeres), el primer club femenino afroamericano de Nueva York, seguido después por la Women’s Era (Era de las Mujeres) de Boston, que tomaría el nombre de Ida B. Wells Club. En aquella ocasión, Wells recibió como regalo un broche en forma de pluma que llevó siempre y el dinero que le permitió publicar el folleto «Southern Horrors: Lynch Laws in All Its Phases» (Horrores del Sur: La Ley de Lynch en todas sus fases), con el prefacio de Frederick Douglass. A partir de ese momento, Wells sumó a su periodismo de investigación militante la actividad de conferenciante para llevar a cabo su “cruzada por la justicia”. Pero mientras la prensa blanca “permanecía muda” ante los linchamientos, ella había atraído el interés de activistas inglesas por los derechos humanos que viajaban por los Estados Unidos y, en 1893, partió para una gira de conferencias en Gran Bretaña para sensibilizar a la opinión pública y a los medios de comunicación. Tuvo un gran éxito, logrando obtener resoluciones de condena contra los linchamientos por parte de las numerosas asambleas religiosas y laicas reunidas para escucharla en las principales ciudades del país y atrayendo el interés y la admiración de la prensa británica. Regresó a su patria convencida de la necesidad de hacer pública su causa lo más posible. En Chicago se estaban realizando las celebraciones de la Exposición Universal Colombina de 1893, de la cual había sido excluida la delegación afroamericana que, junto con Frederick Douglass, había encontrado hospitalidad en el pabellón de Haití. Wells organizó inmediatamente una recaudación de fondos entre la población negra de las diferentes iglesias de Chicago para imprimir el llamamiento de Douglass titulado “La razón por la cual el americano de color no participa en la Exposición Colombina Mundial”,

«una clara y sencilla exposición de los hechos relativos a la opresión infligida a la gente de color en esta tierra de libertad y patria de valientes».

Diez mil copias del folleto fueron distribuidas a las personas que visitaban la Exposición. Al año siguiente regresó nuevamente a Gran Bretaña para una segunda campaña anti linchamientos con el fin de ejercer presión sobre la prensa, la política y la opinión pública de los Estados Unidos y, de hecho, los periódicos informaron de sus éxitos, aunque hubo quien la criticó por haber dañado la imagen de los Estados Unidos en el extranjero. Antes de su regreso a su patria, se formó un Comité Británico Anti linchamiento que, además de personalidades destacadas del ámbito liberal, incluía al propio Arzobispo de Canterbury. Sin nombrar directamente a Wells, el Comité condenaba la práctica de los linchamientos y, respondiendo a las peticiones de ayuda de la población afroamericana, “pretendía obtener información fidedigna sobre el tema de los linchamientos y los atentados de masas en América”. En 1895, en «The Red Record» (basado en el análisis de artículos publicados por los principales periódicos blancos), reveló un número impresionante de linchamientos de personas negras, proporcionando estadísticas sobre los presuntos delitos, la distribución geográfica y la magnitud de los linchamientos, demostrando que la cantidad de víctimas crecía a medida que aumentaba el miedo a que la población afroamericana pudiera acceder efectivamente al poder político y económico.

Después de casarse con Ferdinand L. Barnett, editor de «The Chicago Conservator», Wells se retiró por un breve periodo de los compromisos públicos para dedicarse a la familia y a sus hijos. Fundadora del Alpha Suffrage Club de Chicago, la primera asociación sufragista de afroamericanas, estuvo en conflicto con las feministas blancas de la primera ola por el racismo de sus decisiones y el 3 de marzo de 1913, durante el primer desfile sufragista de Washington, negándose a marchar al final, como habían establecido las líderes, participó en el desfile permaneciendo a la cabeza de la manifestación. En 1930 fue la primera mujer y afroamericana en postularse, sin éxito, para senadora de Illinois. Murió al año siguiente.

El hecho de haber “realizado el activismo a través del periodismo”, al igual que otras de sus contemporáneas, ha causado el desconocimiento del papel preponderante que representó en la historia del periodismo (Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists). Sin embargo, por el método riguroso y la precisión con la que llevó a cabo sus investigaciones, debe ser incluida de pleno derecho entre las pioneras del mejor periodismo de investigación muckraker (periodista de investigación).

Para profundizar

Ida B. Wells, Crusade for Justice, University Chicago Press, 2020

Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists, Routledge New York & London, 2004

https://books.google.mw/books?id=5NSSAgAAQBAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false


Traduzione inglese

Syd Stapleton

She was born into slavery in Holly Springs, Mississippi, in 1862, the eldest child of James Wells and Elisabeth Warren, both slaves. Her father was the son of the owner and a slave woman, and her mother was originally from Virginia, arriving in Mississippi after being sold twice by slave traders. Married as slaves, they remarried as free people after the Emancipation Proclamation of 1863. In her autobiography Crusade for Justice, Wells recalls her search for her identity amid dispersion and her courage in demanding respect for her rights. Her mother continued to send letters “from somewhere in Virginia” without ever receiving a reply, and her father, a carpenter who was fired after refusing to vote for the Democrats as his white employer had ordered him to do, managed to start his own business, prospering in trade and engaging in solidarity actions and the cultural elevation of the community.

After the Civil War, the difficult period of Reconstruction began, during which the Southern states refused to recognize the rights of the African American population enshrined in the 13th, 14th, and 15th amendments to the Constitution: the prohibition of slavery, the extension of citizenship to the African American population, and the prohibition of denying the right to vote on the basis of race, color, or previous condition of slavery. Racial violence broke out throughout the South, perpetrated by white supremacists, former slave owners, isolated citizens, and members of secret or paramilitary organizations such as the Ku Klux Klan and the White League. The ferocious massacres were documented by the authorities themselves and by the army sent to the South. In the preface to her autobiography Crusade for Justice, Wells stated that there was no racial history of the Reconstruction period written by black people documenting the struggles of the African American population in defense of the rights newly granted by the government, which the younger generations should know in order to draw examples and virtuous models from them.

«We have the history of slavery as Frederick Douglass knew and lived it. But of the period of turmoil and tension that followed the Civil War, of the Ku Klux Klan, of the election fraud, of the indiscriminate murders of blacks trying to exercise their new rights as free men and citizens, of the invasion of the Carpetbaggers, about which the white South has published so many falsehoods, and of the political life of blacks at that time, our race has very little of its own that can be called authentic... The history of this entire period, which brought glory to the race, should be known... Most of it is buried in oblivion, while public libraries and university textbooks contain only the false interpretations of the white man of the South».

Both her parents died of yellow fever, and at the age of fourteen, Wells, who had attended public school successfully, refused to separate her younger brothers and sisters, one of whom was disabled, entrusting them to other families and, with the help of her grandmother, took care of them herself. Having passed the exam to become a country schoolteacher, she was hired at twenty-five dollars a month:

«I would return home every Friday afternoon, riding six miles on the back of a big mule. I spent Saturdays and Sundays washing, ironing, and cooking for the children, and returned to the country school on Sunday afternoons».

When her grandmother died, she moved to Memphis at the invitation of an aunt, taking her sisters with her, while her brothers remained to work on a farm. She passed the exam to become a municipal teacher in Shelby County, which she reached by train. Meanwhile, while local laws in the South circumvented the constitutional amendments of Reconstruction by preventing African Americans from exercising their right to vote, the US Supreme Court legitimized the racial segregation of the Jim Crow Laws, which were already in effect in all Southern states under the principle of “separate but equal.” Everyone had access to services, but in different ways, with activities for whites separated from those for blacks. A strict hierarchical racial segregation was applied in all areas, aimed at keeping the African American population in conditions of degradation and inferiority. Access to education, transportation, restaurants, hospitals, jobs, restrooms, waiting rooms, and all public places was differentiated, with the worst and most substandard services being reserved for people of color in order to keep them in the position of second-class citizens.

During one of her train journeys, before the infamous laws were officially adopted in Mississippi, Wells bit the hand of a conductor who wanted to force her to move from the ladies' carriage to the carriage where smokers and black people were crammed together. The conductor called a porter for help, and the two struggled to drag her away from her seat. In the end, amid the jeers and insults of the white men and women who had witnessed the scene, Wells chose to get off the train. It was 1884, and she sued the Chesapeake & Ohio Railroad, hiring an African-American lawyer, but upon discovering that he had been bought off by the railroad, she turned to a white lawyer and was awarded $500 in damages. The case caused an uproar, but the railroad's appeal to the Tennessee Supreme Court overturned the verdict in 1887, and Wells was attacked by the white press. Meanwhile, she furthered her cultural education by reading on her own and attending Sunday school; she became a contributor to the Evening Star, an African American newspaper, which she soon took over as editor. Her articles were highly regarded because they dealt in a clear and accessible way with issues, problems, and injustices common in the daily lives of black people. She extended her collaboration to the weekly Living Way, writing articles under the pseudonym Iola, which were copied and commented on by other black newspapers across the country. She moved to California to live with her aunt, to whom she felt indebted, and found work in various schools, but when she was offered a teaching position in Memphis, she preferred to return there to continue her work as a journalist. She was soon offered a position at the American Baptist in Louisville, Kentucky. It was a springboard, and her collaborations with leading African American newspapers multiplied: “It was the first time anyone had offered to pay me for the work I had done with pleasure. I had never dreamed of receiving compensation because I was too happy that the newspapers would give me space.” The first female representative, she was part of the staff of the Colored Press Association; elected secretary of the National Press Association at the press conference in Washington, D.C., in 1889, she came into contact with the most illustrious figures in African-American activism and journalism:

«She became famous as one of the few women who could wield a diamond-tipped pen with the same ease as any man in journalism... She has a fine character and is as sharp as a steel trap... No writer, including the male community, has been more widely quoted, none has dealt harder blows to the wrongs and weaknesses of the race».

So wrote Timothy F. Fortune in the New York Age, one of the most influential African American newspapers. To ensure a steady income, she continued to teach and in 1889 bought a share of the Memphis Free Speech Headlight (which she simply called Free Speech) and became its editor. But following a strongly critical article on the deplorable conditions of segregated schools for African Americans and the recruitment of incompetent teaching staff, she was fired.

«I had taken a risk in the interests of the children of our race and I had lost. The worst part was the lack of appreciation from the parents... ‘You shouldn't have done that; you should have known they would fire you’... Until then, I had thought that any struggle undertaken in the interests of the race would have their support. I learned then that I could not count on that».

In Free Speech, she harshly criticized the 1890 Mississippi “understanding clause” which, like other barriers erected by the Southern states (literacy tests, poll taxes, etc.), effectively limited the exercise of African Americans' right to vote.

«Any citizen who can understand a clause of the Constitution, when read to him, shall be declared entitled to vote. It was easy (for whites) to decide that very few blacks understood the clauses of the Constitution they had decided to read to them».

When she attacked part of the African American clergy, accusing them of being intellectually unprepared and unfit to lead the African American population, she was stigmatized by the alliance of preachers who risked losing their influence. She traveled to promote the newspaper, collecting subscriptions and recruiting correspondents, and was in Natchez, Mississippi, when three African Americans, Calvin Mac Dowell, Henry Stuart, and Thomas Moss, known to the community as honest, hard-working citizens and friends of Wells, who had been godmother to her daughter, were lynched in Memphis in March 1892. The three were owners of the People's Grocery Company, a well-established grocery store in a predominantly African American neighborhood called Curve. For reasons of commercial rivalry, M. H. Barrett, the white man who had had a monopoly on trade in the neighborhood until their arrival, never missed an opportunity to harass them and look for excuses to provoke fights, two of which caused the whites to flee. At that point, Barrett reported the grocers to the police and, having found out the day the officers would serve the complaint, spread a false rumor that the whites were going to attack the People's Grocery Company. While crowds of white people gathered in the streets, the African Americans, after consulting a lawyer about whether to arm themselves, stood guard at the back of the store and, mistaking the police for attackers, wounded several of them. The grocers were arrested and the event, harshly condemned by the racist white press, was used as a pretext for searches, arrests, looting, and mistreatment of the African American community. Four days later, the lynching took place: the local political authorities disarmed the Tennessee Rifles, the black militia guarding the prison to repel any lynch mobs, and gave the white crowd free rein. The prisoners were taken from the prison and driven on a railway siding beyond the city limits, where they were brutally murdered. The next day, a morning newspaper reported the details of the lynching, a sign that there were eyewitnesses. Mac Dowell, who had defended himself by fighting, had his eyes gouged out, while Moss's last words were: “Tell my people to go West. There is no justice for them here.” On her return, Wells took up Moss's message and, in the Free Speech, called on her people to leave the city. Faced with lynching, there was nothing that could be done. Black people were forbidden to buy weapons to defend themselves:

«There is therefore only one thing we can do: save our money and leave a city that will not protect our lives and property, nor grant us a fair trial in court, but will take us out and kill us in cold blood when accused by white people».

There was an exodus from Memphis that took the form of a general boycott, as many families sold their property and abandoned their homes and jobs, leaving by wagon or on foot to avoid using the railroad and streetcars, to the point that business collapsed, no workers could be found, and consumption contracted. Wells reported that representatives of the City Railway Company, asking her to use her influence to get people to return to using the streetcars, declared, “The streetcar company has nothing to do with the lynchings... It is owned by Northern capitalists,” but she replied, “It is run by Southern lynch mobs.” She had learned that the entire white population of Memphis knew about the lynching and approved of it, and that the criminal court judge himself had been one of the lynchers. No one would ever be arrested or punished because everyone was guilty. The Memphis lynching changed her point of view. Until then, she had believed that lynchings were carried out to punish sexual violence and had been inclined to consider them a brutal practice, but somehow justifiable when linked to the defense of the honor of raped white women. This interpretation was widely shared and influenced, especially among white people, by the network of prejudices and false myths that represented the black population. Lynching for rape was justified because it defended the honor of white women, who were always seen as defenseless and innocent prey, victims of black men naturally inclined to express a bestial and primitive sexuality. And when, on the contrary, it was white men who raped black women, the blame fell on African-American women, who were considered to belong to a degraded race, provocative and naturally nymphomaniac, making white men victims of their lust. The Memphis lynching was not one such case, and Wells began to investigate thoroughly, collecting documents, articles, data, testimonies, and statistics, proving that only a third of lynchings were allegedly motivated by attacks by black men on white women and that in all cases the accusations were false and fabricated. Consensual interracial relationships were numerous and, once discovered, were passed off as rape in order to justify the physical elimination of blacks who violated social norms.

«The laws against miscegenation in the South prevented legal unions, but left white men free to seduce black girls... while death was the fate of black men who succumbed to the advances of white women».

The African-American editor of the Montgomery Herald had already written an article wondering why cases of interracial relationships were on the rise and concluded:

«... we strongly suspect that it is due to the growing appreciation of white Juliets for colored Romeos».

He was driven out of town after signing a statement denying that he had intended to slander white women in the South. Wells documented many cases of consensual relationships that, once discovered, had sparked murderous rage. Many women had been forced to accuse their black partners of rape, others accused them for fear of becoming pregnant with black children or because they feared social disapproval, Some had deceived their families and managed to flee to the North with their partners, while others, having protected their partners by keeping their identities secret, were ostracized by the community. All the accusations turned out to be false and the evidence of innocence was destroyed. Wells scrupulously recorded testimonies of the brutal violence of the mob, which tortured, hanged, and burned victims alive, turning them into human torches and collecting their ashes, bones, buttons, teeth, and other souvenirs to display proudly. She realized that rape was the excuse that justified white people acting beyond the law and the reason why even the African American population in the North did not express public outrage commensurate with the gravity of the facts. She wanted to bring the whole truth to light in order to shake the conscience of a country that turned a blind eye to the violation of rights and the systematic practice of mass violence against the African American population in the South. On May 21, 1892, while traveling north to evaluate the possibility of moving the newspaper's headquarters and making contacts with civil rights organizations, the Free Speech published its editorial

«Eight Blacks Lynched Since the Last Issue of the Free Speech: three for killing a white man and five for raping white women... No one in this part of the state believes the old false story of the black man raping white women anymore. If the whites of the South are not careful... it will come to a very damaging conclusion for the morality of their women».

In response, a racist mob, incited by the hostile press and emboldened by the impunity they enjoyed from the police and the courts, destroyed the Free Speech headquarters, forcing the co-owner to flee and threatening Wells with death if she returned to town. She had already obtained a gun to defend herself, but, increasingly determined to continue investigating and documenting the whole truth, she accepted Timothy F. Fortune's offer of a job writing two columns a week for the New York Age. At the request of some of her readers, she began attending small meetings until a committee of 250 women was formed who decided to meet to hear her speak. They extended the invitation to other women in Brooklyn and New York City. On the evening of October 5, 1892, at the Lyric Hall in New York, packed with African American women, Wells, who had never spoken to such a large audience, held everyone's attention, expressing herself, as was her style, clearly and convincingly. She recounted the events in detail and presented evidence and testimonies, while tears streamed down her face. The emotion was due above all to the fact that she felt the great emotional involvement of the audience that filled the hall, among whom stood out “the leading women of color from Boston and Philadelphia,” the African American social and intellectual elite who would help support her fight against lynch law: she was no longer a lone, unheard voice.

These women would go on to found the WLU (Women's Loyal Union), the first African-American women's club in New York, followed by the Women's Era in Boston, which would take the name Ida B. Wells Club. On that occasion, Wells received a pen-shaped brooch, which she always wore, and the money that enabled her to publish the pamphlet Southern Horrors: Lynch Laws in All Its Phases, with a preface by Frederick Douglass. From that moment on, Wells combined militant investigative journalism with lecturing to fight her “crusade for justice.” But while the white press remained silent in the face of lynchings, she attracted the interest of British human rights activists traveling in the United States, and in 1893 she left for a lecture tour in Great Britain to raise awareness among the public and the press. She was highly successful, obtaining resolutions condemning lynching from numerous religious and secular assemblies gathered to hear her in major cities across the country and attracting the interest and admiration of the British press. She returned home convinced of the need to publicize her cause as widely as possible. Chicago was hosting the 1893 World's Columbian Exposition, from which the African-American delegation had been excluded. With Frederick Douglass, they found hospitality in the Haitian pavilion. Wells immediately organized a fundraiser among the black population of various churches in Chicago to print Douglass's appeal entitled “The Reason the Colored American Does Not Participate in the World's Columbian Exposition”

«a clear and simple statement of the facts concerning the oppression inflicted upon the colored people in this land of liberty and home of the brave».

Ten thousand copies of the pamphlet were distributed to visitors to the Exhibition. The following year, she returned to Great Britain for a second awareness campaign against lynching, which succeeded in putting pressure on the US press, politicians, and public opinion. The newspapers reported on her successes, although some criticized her for damaging the image of the United States abroad. Before her return home, a British Anti-Lynching Committee was formed, which included prominent figures from the liberal camp, as well as the Archbishop of Canterbury himself. Without directly naming Wells, the Committee condemned the practice of lynching and, responding to requests for help from the African American population, “intended to obtain reliable information on the subject of lynching and mass attacks in America.” In 1895, in The Red Record (based on an analysis of articles published in the main white newspapers), she revealed an impressive number of lynchings of black people, providing statistics on alleged crimes, geographical distribution, and the extent of lynching, and demonstrating that the number of victims grew as the fear that the African American population could actually gain political and economic power increased.

After marrying Ferdinand L. Barnett, editor of The Chicago Conservator, Wells withdrew from public life for a short time to devote herself to her family and children. Founder of the Alpha Suffrage Club of Chicago, the first African-American women's suffrage association, she was in conflict with the white feminists of the first wave over the racism of their choices and on March 3, 1913, during the first suffrage parade in Washington, refusing to march at the back, as had been decided by the leaders, she took part in the parade at the head of the procession. In 1930, she was the first woman and African American to run unsuccessfully for senator of Illinois. She died the following year.

The fact that she ‘achieved activism through journalism’ like other women of her time has led to her leading role in the history of journalism being overlooked (Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists). However, her rigorous method and accuracy in conducting her investigations mean that she should be considered one of the pioneers of the best investigative journalism, known as ‘muckraking’.

Further reading

Ida B. Wells, Crusade for Justice, University of Chicago Press, 2020

Jinx Coleman Broussard, Giving A Voice To The Voiceless, Four Pioneering Black Women Journalists, Routledge New York & London, 2004

https://books.google.mw/books?id=5NSSAgAAQBAJ&printsec=frontcover#v=onepage&q&f=false

Per modificare l'immaginario collettivo, che nasconde l’operato delle donne, è necessario agire sui simboli restituendo visibilità culturale all'elemento femminile.

Ogni 8 marzo Tf chiede ai Comuni italiani di impegnarsi a dedicare tre strade a tre donne, una di rilevanza locale, una nazionale, una straniera, per unire le tre anime del Paese.
Per adesioni individuali, collettive o istituzionali, inviare una comunicazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. indicando come oggetto “8 marzo 3 donne 3 strade”



***

Campagna 8 marzo, tre donne, tre strade 2022

 

Cosa proponiamo

L’Associazione Toponomastica femminile ritiene che per modificare l'immaginario collettivo, che sottostima l’operato delle donne e ne oscura l’ingegno, sia necessario intervenire sui simboli e restituire valore e visibilità pubblica all’agito femminile, spesso occultato dalla storia.

Con la campagna “8 marzo, tre donne, tre strade”, che quest'anno ha avuto l'importante patrocinio di ANCI, Toponomastica femminile rinnova la sua proposta a Comuni e Municipi, di celebrare concretamente la giornata della donna impegnandosi a dedicare tre aree di circolazione (automobilistica, pedonale o ciclabile) a tre figure femminili: una di rilevanza locale, una nazionale, una straniera, per riunire le diverse anime del Paese.

 Quale iniziativa concreta per la giornata dell’8 marzo 2022, chiediamo dunque a Sindache e Sindaci di tutta Italia che s’impegnino a intitolare le prossime vie, aree verdi, rotonde, sentieri, piste ciclabili etc, a figure femminili, locali, nazionali e internazionali, al fine di ridurre l’attuale divario nella memoria collettiva.

Invitiamo inoltre le Commissioni Pari Opportunità e le Consigliere di parità a promuovere presso le Giunte le seguenti richieste:

  • che i Comuni si dotino di un regolamento toponomastico, che imponga criteri di equità;
  • che all’interno delle Commissioni toponomastiche deputate alla selezione dei nomi cui dare pubblico merito, sia paritaria la componente femminile e provenga dai diversi settori della cultura di genere (Associazione Toponomastica femminile, Società delle Storiche, delle Letterate, delle Filosofe, delle Scienziate etc.);
  • che i Comuni scelgano di avviare buone pratiche e progetti di ricerca sulla toponomastica femminile per favorire consapevolezza e partecipazione delle giovani generazioni e della cittadinanza tutta.

 

 

 

 

Partigiane in città 
   Partigiane in città
 
 
Raccogliamo in questo spazio le vostre segnalazioni su nomi e storie delle donne che hanno collaborato con le brigate partigiane, come combattenti, staffette o appoggi logistici, cui siano stati dedicati luoghi pubblici.Il progetto Partigiane in città sarà aggiornato a seguito dei lavori del gruppo.
Per inviare segnalazioni, fotografie e biografie o richiedere informazioni, scrivere                a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. indicando come oggetto “partigiane in città”.

 

 
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Dolores Abbiati

Brescia, 1927 - 2001

Ancora in fasce subì il confino di polizia a Lipari, a Ponza e alle Tremiti. Staffetta partigiana con il nome di Lola nelle brigate Garibaldi durante la guerra di liberazione, fu anche arrestata.
Dopo la guerra fu attiva nelle organizzazioni giovanili comuniste e dal ’60 al ’66 segretaria del sindacato tessile della CGIL, infine parlamentare, dal ‘68 al ’79, prima al Senato, poi alla Camera, per il Partito Comunista.
Nell’articolo che uscì sul Corriere della Sera in occasione del suo funerale si ricordano le parole elogiative del sindaco di Brescia, che ne sottolineava la tenacia, la combattività, la militanza in difesa del lavoro e dei lavoratori, la dedizione ai valori di giustizia sociale, il disinteressato spirito di servizio.

Le è dedicata una via a Brescia.



Maria Agamben Federici

L'Aquila, 19 settembre 1899 - 28 luglio 1984

Si rimanda alla biografia contenuta nella sezione "Largo alle Costituenti".



Maria Luisa Alessi

Falicetto (CN), 17 maggio 1911 – Cuneo, 26 novembre 1944

Iscrittasi nel 1935 al Partito comunista clandestino, Maria Luisa Alessi diventa da subito militante antifascista e staffetta partigiana all’indomani dell’armistizio, nella 181° Brigata Morbiducci operante in Val Varaita. Ai principi di settembre del 1944, mentre si trovava nel Duomo di Saluzzo in attesa di far entrare un partigiano, fu arrestata dalle camicie nere della brigata Lidonnici, che avevano ricevuto una soffiata da una donna che intendeva vendicarsi della morte del figlio, caduto forse per mano dei partigiani. Fu trasferita a Cuneo e rinchiusa prima nelle scuole e successivamente nella sede dell’Ufficio Politico Provinciale, situato nei sotterranei di un palazzo in corso IV Novembre. Persino il responsabile dell’ufficio fascista, Tommaso Branchetti, ammirò nella signorina “Macchiarossa” di Saluzzo, così soprannominata per una piccola voglia sulla guancia, il comportamento sereno e fiero fino alla fine, avvenuta il 26 novembre, quando a seguito dell’uccisione del maggiore Barnabè, caduto in un agguato due giorni prima, fu scelta per essere giustiziata insieme ad altri quattro detenuti politici. Il plotone d’esecuzione condusse i condannati sul piazzale della stazione ferroviaria di Cuneo e, dopo aver fatto fermare i treni e costretto i viaggiatori a scendere per assistere alla fucilazione, sparò. Macchiarossa, unica condannata a non voler essere bendata, rimase illesa e al cospetto dell’incertezza dei militi si giró e gridó loro: 'Ragazzi, mirate meglio.' Nella sua ultima lettera ai familiari, la Alessi li pregò di tener lontani da loro e dal ricordo di lei le dicerie di certe donne alle quali io devo la carcerazione. Solo questo l’avrebbe resa serena nella drammaticità della sua sorte: non preoccupatevi, io so essere forte. Tante affettuosità.

Le è dedicata una via a Ragusa.



Barbara Allason

Pecetto (TO), 1877 - Torino, 1968

Dopo aver iniziato gli studi universitari a Napoli ed averli conclusi a Torino con una laurea in letteratura tedesca, la Allason prese, attraverso Piero Gobetti, i primi contatti con l'antifascismo torinese. Nel 1929, avendo espresso con una lettera la sua solidarietà a Benedetto Croce, che aveva parlato al Senato contro i Patti lateranensi, fu allontanata dall'insegnamento. Entrate in vigore le leggi eccezionali fasciste, partecipò all'attività clandestina del gruppo torinese di "Giustizia e Libertà" e, tra il 1930 e il 1934, la sua casa sulla collina divenne luogo d'incontro abituale di intellettuali democratici. In quel periodo assolse anche delicati incarichi cospirativi, tra i quali il collegamento tra le organizzazioni antifasciste di Torino e Milano e il tentativo, fallito, di far evadere Ernesto Rossi dal carcere. Nel 1934, in occasione del processo a Leone Ginzburg e Sion Segre, fu arrestata dalla polizia e incarcerata per alcuni mesi.
Anche negli anni del fascismo trionfante non venne mai meno il suo impegno contro il regime. Su quel periodo scrisse un libro, "Memorie di un'antifascista", vivacissimo documento sulla storia dell'opposizione alla dittatura. Autrice di numerosi romanzi e di articoli di critica letteraria, Barbara Allason è nota soprattutto per le sue traduzioni dei classici tedeschi.

Le sono state intitolate vie a: Pecetto Torinese (TO), Roma, Torino.
Il 21 aprile 2012, il comune di Pecetto Torinese (TO) le ha anche intitolato la Biblioteca comunale.



Betty Ambivery

Bergamo, 1888 - 1962

Nacque da famiglia alto borghese. Seguendo l’esempio di carità cui era stata educata, Betty iniziò a occuparsi di beneficenza e durante la prima guerra mondiale divenne crocerossina. Continuava a occuparsi nel frattempo dell’azienda paterna, iniziando anche un’opera di sindacalizzazione del personale, tutto femminile, e istituendo corsi di specializzazione.
Durante la seconda guerra mondiale la sua casa di Seriate divenne, dal ’43 al ’45, un appoggio logistico per la Resistenza bergamasca, cui Betty aderì con convinzione. Tradita e denunciata da una sedicente amica, fu arrestata dal comando tedesco e condannata a morte, ma grazie all’intervento di autorevoli personalità civili e religiose la pena capitale fu commutata in dieci anni di carcere duro in Germania.
Liberata nel ’45 dagli Americani e tornata a Bergamo, riprese con forza le sue attività benefiche: fu ispettrice della Croce Rossa e animatrice della Lega giovanile per la morale ricostruzione della Patria. Nel ’46 fu eletta Consigliere Comunale per la Democrazia Cristiana a Bergamo e dal ’56 fu Consigliere Provinciale.
Nel ’56, dopo la repressione della rivolta ungherese, fondò con Padre Scalfi il movimento Russia Cristiana,cui finì per donare la sua splendida casa di Seriate.

Le sono dedicate vie a Bergamo, Seriate (BG) e Villolongo (BG).



Leda Antinori

Fano (PU), 17 febbraio 1927 – 3 aprile 1945

Con l’inizio della seconda guerra mondiale, appena tredicenne, comincia a frequentare altri giovani antifascisti. Fa la staffetta fino al 20 giugno ’44, quando cade nelle mani di una pattuglia di tedeschi mentre con altri ragazzi trasporta armi. Viene portata a Novilara dove viene torturata e interrogata senza che riescano a farle dire nulla. I partigiani preparano un piano per liberarla ma lei si oppone a tale tentativo per paura di rappresaglie sul paese. Trasferita al carcere di Forlì, continua ad essere maltrattata; i carcerieri riescono ad indebolire il suo fisico ma non il suo carattere. Nel novembre del ’44, nel corso di un bombardamento, riesce a scappare dal carcere e a tornare nella sua Fano ma a nulla serviranno le cure, e il 3 aprile 1945 morirà di tubercolosi.

Le è stata intitolata una strada nella sua città natale, Fano (PU).



Vera e Libera Arduino

Torino, 1926 - 13 marzo 1945
Torino, 1929 - 13 marzo 1945

Le sorelle Vera e Libera Arduino, operaie e giovanissime come la maggior parte dei partigiani (chi aveva trent'anni era considerato un vecchio, ce lo testimonia tra gli altri anche Fenoglio, che rimane la fonte letteraria più significativa per il periodo della guerra partigiana) collaboravano alla lotta antifascista. Furono prelevate insieme al padre e ad altre persone nella loro casa in Barriera di Milano da elementi delle Brigate Nere che avevano finto di voler raggiungere i gruppi partigiani con cui gli Arduino erano in contatto e trucidate insieme al padre.

A Vera e Libera è intitolato un istituto superiore di Torino e, sempre a Torino, è loro dedicata una via insieme al padre Gaspare.



Norma Balelli

1904 - 1993

Queste le motivazioni per l’intitolazione di una via a Norma Balelli a Forlì:
Giovane sposa di Gastone Sozzi, perse prematuramente il marito il 6 febbraio 1928, a causa delle violenze a cui egli fu sottoposto da parte del regime fascista, nel carcere di Perugia.
Norma svolse l’attività lavorativa di ragioniera presso l’Esattoria comunale di Forlì.
Sempre legata alla memoria di Gastone, non smise mai di portare il lutto, il che, negli anni del Ventennio, risultò una sfida al potere dominante
”.


Le è dedicata, appunto, una via a Forlì.



Caterina Balsi

1905 - Santa Maria del Taro, 12 aprile 1944

Durante uno dei primi rastrellamenti antipartigiani compiuti dai reparti tedeschi e fascisti in Val Taro fu catturata e fucilata. Fu tra le prime di una lunga sequenza di vittime civili uccise durante le numerose operazioni militari attuate dai tedeschi e dai fascisti contro gli abitanti nelle zone in cui operavano le bande partigiane.

Le è stata intitolata una via a Parma.



Irma Bandiera

Bologna, 8 aprile 1915 - 14 agosto 1944

Fu staffetta nella VII G.A.P., e divenne presto un'audace combattente. Catturata dai nazifascisti e trovata in possesso di documenti compromettenti, fu seviziata per sei giorni dai fascisti, che non riuscirono a farle confessare i nomi dei compagni.
L'ultimo giorno la portarono di fronte a casa sua: "Lì ci sono i tuoi –le dissero– non li vedrai più, se non parli", ma Irma non parlò. I fascisti infierirono ancora sul suo corpo martoriato, la accecarono e infine la fucilarono; il suo corpo fu lasciato come ammonimento per un intero giorno sulla pubblica via. Le è stata assegnata la Medaglia d'oro al valor militare ed è la donna emiliana a cui sono intitolate più vie in Emilia.

Le sono state intitolate vie a: Argelato (BO), Bologna, Carbonia (CI), Casalecchio di Reno (BO), Castel San Pietro (BO), Castelfiorentino (FI), Castelnovo di Sotto (RE), Civitavecchia(RM), Collecchio (PR), Crespellano (BO), Gallarate (VA), Guspini (VS), Molinella (BO), Monte San Pietro (BO), Montesilvano (PE), Osteria Grande (BO), Rimini, Rosignano Marittimo (LI), Roma, Rovigo, San Giorgio di Piano (BO), Sant’Ilario Denza (RE), Sant'Arpino (CE), Terni (TR), Valenza (AL).



Luigina Bassi

Brescia, 1906

Operaia a Brescia, entra in contatto con l’organizzazione clandestina del Pci per la quale diffonde materiale di propaganda.
Arrestata viene incarcerata a Canton Mombello.



Maria Bassi

Solarolo (RA), 5 novembre 1925

Figura di spicco della Resistenza, insignita della stella al valore del comando delle Brigate garibaldine, attivista sindacale protagonista delle lotte del dopoguerra alla guida del sindacato tessile della Cgil.

Il comune di Ravenna, nel febbraio 2012, le ha dedicato una strada.



Ines Bedeschi

Conselice (RA), 1911 - Colorno (PR), 1945

Entra nelle file della Resistenza sin dall’8 settembre 1943, militando come staffetta del Comando unico militare dell’Emilia-Romagna. Per le notevoli capacità dimostrate, le vengono affidati rischiosi e delicati compiti di fiducia. Durante una missione a Parma viene scoperta e consegnata alla Polizia di sicurezza germanica SD. Interrogata e brutalmente torturata, viene infine uccisa sulle rive del Po nei pressi di Colorno. Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Le sono stati dedicati un piazzale a Parma e vie a Conselice (RA), Roma e San Secondo Parmense (PR).



Adele Bei

Cantiano 04/05/1904 – Roma 16/10/1976

Giovanissima, dirige diverse manifestazioni di protesta ed entra nel partito comunista, ma alla fine del 1923, per sfuggire all’arresto, è costretta a fuggire in Belgio, poi in Lussemburgo e infine in Francia, pur tornando più volte in Italia per introdurre clandestinamente materiale antifascista. Nel 1933 viene scoperta e arrestata. Dopo otto mesi di carcere preventivo, è condannata a diciotto anni di carcere. Con l’armistizio riacquistata la libertà e, scampato l’arresto, si unisce alle bande partigiane del Lazio. Terminata la guerra, viene eletta all’Assemblea Costituente e nella prima legislatura è nominata senatrice. Al governo si batte in particolare per il miglioramento della condizione carceraria femminile e per i diritti delle donne lavoratrici.

Per l’elenco di vie a lei dedicate si rimanda alla biografia contenuta nella sezione “Largo alle Costituenti



Rosa Bello Passigato

? - 1945

Donna coraggiosa, durante l'arrivo dei tedeschi ad Oppeano il 26 aprile 1945, per difendere il figlioletto e gli altri oppressi, fu uccisa, unica donna tra altri uomini.

Le è dedicata una strada a Oppeano (VR).



Tea Benedetti

? - 2000

Proveniente da una famiglia operaia di Rivarolo, a sedici anni divenne staffetta partigiana, poi fu sindacalista, assessore in Comune, presidente della Croce Verde di Sestri. ”Aveva fatto solo la quinta elementare –disse di lei il vicepresidente della Croce Verde nel suo discorso di commemorazione– ma è stata eletta in Consiglio comunale dove è rimasta per ventuno anni, dal 1976 al 1997”. In occasione del funerale, nel 2000, il sindaco di Genova Pericu ne ricordava l’impegno sociale e politico, la rettitudine, lo spirito di servizio.
A Sestri Ponente (GE) le è intitolata una piscina e il trofeo della Croce Verde porta il suo nome. Il Trofeo Tea Benedetti nasce allo scopo di confrontare i diversi metodi di lavoro in ambito di soccorso extra-ospedaliero. I vari equipaggi che aderiscono all’iniziativa si sfidano in simulazioni di emergenza confrontandosi nell’uso delle varie attrezzature sanitarie e nella gestione di diversi scenari.

Le è stata dedicata una via a Genova.



Lucia Benelli

Forlì, 1921 - 1944

Nata a Forlì l’11 gennaio 1921, residente in frazione Roncadello, era prima di quattro figli, nubile.
Fu partigiana della brigata S.A.P. con ciclo operativo dal 2 aprile al 28 ottobre 1944. Il 28 ottobre 1944, in servizio di staffetta a Forlì, veniva colpita e uccisa da una scheggia di granata.

Le è dedicata una via a Forlì.



Ada Bernardi

Sorbolo (PR), 12 aprile 1916 - Parma, 1° giugno 1944

Partigiana, militò nella XII Brigata Garibaldi “Ognibene”, con il nome di battaglia di Giovanna.

Le è stata intitolata una via a Parma.



Leda Bevilacqua

Ronchi dei Legionari, (GO) 10/09/1922 - Ravensbruck, Germania, 28/2/1945

Educata nel collegio delle Orsoline di Gorizia, nel 1940 è attiva nell’Azione Cattolica locale, diventando segretaria e poi presidente della Gioventù femminile di Ronchi. Arrestata il 24/5/1944, fu detenuta nelle carceri triestine del Coroneo e poi deportata ad Auschwitz; sopravvisse al campo di concentramento ma morì di stenti dopo la liberazione. Come scrive nel suo testamento spirituale che fa clandestinamente pervenire alle amiche perdonò colui che l’aveva denunciata e, intraprendendo sino alla fine la via del dolore, si abbandona alla divina disposizione. Le compagne di prigionia testimoniano la sua pazienza e la sua fede pur nella sofferenza, secondo il motto della Gioventù femminile "Eucarestia Apostolato Eroismo".

La sua città natale le ha dedicato una via.



Lidia Bianchi

Melara (RO), 19 luglio 1919 - Valsolda (CO), 21 gennaio 1945

In coincidenza con l'armistizio si unì alla resistenza, inquadrata con il nome di battaglia di "Franca" nel gruppo "Umberto Quaino" della 52ª Brigata Garibaldi "Luigi Clerici", fu operativa come staffetta porta-ordini e combattente nella regione montuosa del Lago di Lugano.
Il 21 gennaio 1945, a seguito di un violento combattimento contro le forze nazifasciste fu costretta con altri compagni a cercare rifugio in una casa a Cima di Porlezza. Catturata insieme ai compagni, le furono offerte in quanto donna la grazia e la libertà, che –come recita la motivazione della Medaglia d'oro al valore militare che le fu concessa alla memoria– ella rifiutò per la sua dignità di donna e di partigiana, restando unita ai compagni nel supremo sacrificio.

Le sono state intitolate vie a Melara (RO), Roma e Padova.



Teresa Adele Binda

Verbania (VB), 1904 - Beura Cardezza (VB), 27 giugno 1944

Medaglia d'oro al Merito civile alla memoria.
Operaia tessile, vedova a soli 25 anni, quando l'unico figlio (Gianni Soffaglio, classe 1928) decise di andare in montagna con i partigiani, non esitò a raggiungerlo e visse con lui un non breve periodo di pericoli e di sacrifici.
Tornata a Suna di Verbania , Teresa (molto conosciuta in paese, anche perché cugina del campione di ciclismo Alfredo Binda), fu presto prelevata dai nazifascisti che la incarcerarono e la torturarono per estorcerle informazioni sulla Resistenza. Teresa non parlò e fu fucilata, con altri otto prigionieri, dai tedeschi.
Nel 2003 è stato pubblicato un opuscolo su Sentieri partigiani dedicato a Mamma Teresa e a tutte le donne della Resistenza. Nel 2008, il Presidente della Repubblica ha consegnato nelle mani di Gianni Soffaglio l'onorificenza alla memoria della madre.
In ricordo di "Mamma Teresa" in via Gioberti, a Suna, è stata murata una lapide.

Le è dedicato un sentiero a Verbania (VB).



Osvalda Borelli

1903 - 1958

Queste sono le parole contenute in una lapide posta su un ponte a lei intitolato, a Garbagnate Milanese: “1903-1958. Medico del Sanatorio di Garbagnate, partecipò alla Resistenza. Nel 1944 fu deportata nel campo di concentramento di Bolzano”.
Il 25 aprile del 1995 l’Amministrazione comunale e il Comitato per le celebrazioni del cinquantesimo anniversario della Liberazione inauguravano poi, davanti all’ospedale Salvini, ex Sanatorio, un Monumento alla Libertà che descrive l’arresto, le torture, le condanne e la deportazione nei campi di concentramento nazisti di medici e infermieri dell’Ospedale.



Gina Borellini

San Possidonio (MO), 24 ottobre 1924 - Modena, 2 febbraio 2007

È stata una partigiana e politica italiana, medaglia d'oro al valor militare. Nasce da una famiglia di agricoltori. Si sposa a soli 16 anni con Antichiano Martini, di professione falegname e insieme al marito partecipa attivamente alla Resistenza come staffetta partigiana.
Nel 1944, insieme al marito, viene catturata, arrestata e torturata dai fascisti. Dopo la fucilazione del marito entra nella Brigata "Remo". Il 12 aprile 1945, a seguito di uno scontro a fuoco con i fascisti, viene ferita e perde una gamba.
Nel 1946 viene eletta al consiglio comunale di Concordia. Nel 1948 viene eletta in Parlamento nelle file del Partito Comunista Italiano. È Deputata della Repubblica nella I, II e III legislatura. Ha fatto parte della Commissione Difesa della Camera.
È tra le fondatrici dell'Unione Donne Italiane, presidente dell'UDI di Modena per molti anni e presidente della sezione di Modena dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra dal 1960 al 1990.
È stata insignita della medaglia d’Oro al Valor Militare e del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana.

Le è intitolata una strada a Villamassargia (CA).



Maria Borgato dei Soti

Saonara (PD), 1898 - Ravensbrück, 1945

Pur essendo di famiglia contadina, non può lavorare nei campi a causa di una deformità alla gamba, pertanto si lega come suora laica alla Compagnia di S. Orsola e lavora in una scuola di ricamo. L’8 settembre dal campo di lavoro per i catturati durante la campagna d’Africa fuggono oltre un centinaio di prigionieri. Maria organizza gli aiuti, raccoglie viveri e indumenti e li aiuta a fuggire in Svizzera. Con l’aiuto della nipote Delfina, Maria riesce a portare in salvo una cinquantina di alleati, ma nel marzo del ’44 , avvertiti da una spia, fascisti e tedeschi arrestano Maria, la nipote e tutte le altre donne e uomini dell’organizzazione. Le donne vengono portate per i primi quattro mesi nel Carcere di S. Maria Maggiore a Venezia, poi nel campo di concentramento di Bolzano; da lì Maria, in ottobre, separata dalla nipote che è deportata a Mauthausen, è trasferita nel campo prevalentemente femminile di Ravensbrück dal quale non tornerà più. Una compagna di prigionia, Maria Raimondi, ha testimoniato che Maria, nonostante i gravi problemi di salute accentuati dalle privazioni e dalle vessazioni del lager, non si lamentava mai, sostenuta dalla sua grande fede. È in corso il processo di beatificazione.

Il comune di Saonara (PD) le ha dedicato la Piazza principale



Maria Elisa Borgis

Bambina uccisa dalla ferocia nazifascista.

Il comune di Bussoleno (TO) nel 2010 le ha dedicato un giardino pubblico.



Virginia Bourbon del Monte Agnelli

Roma, 1899 - Pisa, 1945

Era figlia di Carlo Borbone del Monte e dell’americana Jane Allen Campbell.
Il 5 giugno 1919 sposò Edoardo Agnelli, figlio del senatore e cofondatore della FIAT, Giovanni Agnelli. Il 14 luglio 1935 il marito perì in un incidente aereo nell'idroscalo di Genova, lasciandola vedova. Essendo figlia di una cittadina statunitense, quindi di un paese in guerra contro la Germania, l’8 settembre 1943 fu arrestata a Roma e confinata in una villa sul Celio, dalla quale riuscì a fuggire. Rientrata libera in Roma, Virginia organizzò un incontro tra il pontefice e il comandante supremo delle SS e della polizia nel Nord Italia, il generale Karl Woloff per evitare spargimenti di sangue durante la ritirata tedesca da Roma. Grazie a quest'incontro fu anche liberato il giurista e membro della Resistenza Giuliano Vassalli.

A Roma c’è una via intitolata a lei, mentre a Torino le è dedicata una scuola.



Albertina Brogliati

Belluno 1924 - Belluno 1985

Albertina Brogliati apparteneva ad una nota famiglia antifascista di Belluno: faceva la staffetta con la sorella Lidia, moglie del comandante della «Nannetti» Francesco Pesce (nome di battaglia Milo), decorato con medaglia di bronzo al valor militare, dagli americani. Anche il fratello gemello di Albertina, Alberto, era partigiano della Nannetti, mentre Tullio, aviatore, era morto in combattimento nel 1941. Albertina fu arrestata dai tedeschi assieme alla madre, alla sorella e alla suocera per rappresaglia dopo la «beffa di Baldenich», l’azione di 12 partigiani travestiti da tedeschi, che nel giugno del ’44 avevano liberato dal carcere 70 persone tra le quali il cognato Francesco Pesce, condannato a morte e in attesa di essere fucilato. Dal carcere di Belluno, le tre donne furono condotte dapprima a Bolzano e quindi a Bressanone dove le due più anziane vennero rimesse in libertà. Albertina, a novembre, fu invece avviata al sottocampo di Merano, un “campo satellite” del lager di Bolzano, dal quale riuscì a fuggire un mese e mezzo dopo assieme alla staffetta veneziana Ernesta Sonego, grazie anche alla collaborazione di alcune famiglie di origine bellunese residenti a Merano. Dopo la guerra si dedicò all’insegnamento come docente di storia dell’arte, occupandosi anche di attività di volontariato sociale nelle carceri, dove aiutava i detenuti nello studio. Nel 1985 uno di questi, triestino con simpatie negli ambienti dell'estrema destra, la uccise pugnalandola.
La vicenda di Albertina Brogliati e di Ernesta Sonego è narrata nel racconto Natale ’44 in La città sul confine di P. Valente, Milano 2006.

Nel 2008 il Comune di Merano le ha dedicato una via presso l’ex caserma Bosin, proprio sull’area dove un tempo sorgeva il sottocampo meranese del lager di Bolzano.



Celestina Busoni

Parma, 1916 - Palanzano (PR), 25 marzo 1945

Partigiana della Divisione "Aliotta", dopo essere stata arrestata e detenuta presso il carcere di Broni, venne fucilata con Carlo Achilli, Giovanni Bellinzona e Piero Capitelli dalla Sicherheits - reparto speciale di polizia alle dipendenze della 162a divisione germanica responsabile di numerosissime azioni di rappresaglia, spionaggio, arresto - il 25 marzo 1945 lungo la strada dell “acqua calda". Un cippo, posto sul luogo dell'esecuzione, la ricorda.

Il nome di Celestina Busoni è presente nella lapide dei caduti partigiani posta sulla facciata dell'Università di Pavia e una piazza le è dedicata nel comune di Rea (PV).



Enrichetta Cabassa

Parma, 1916 - Palanzano (PR), 8 marzo 1945

Lavorava in una sartoria di Parma, che il titolare aveva trasformato in un centro di smistamento della stampa antifascista. Le fu così affidato il compito di staffetta, al quale assolse egregiamente affiancando Ines Bedeschi e diventando punto di riferimento del Comando Nord-Emilia per mantenere i collegamenti con le varie formazioni partigiane.
Fu inquadrata nella 143ª Brigata Garibaldi col nome di “Silvia”, mentre i sospetti dei fascisti cominciavano ad appuntarsi su di lei. Si trovava a Palanzano, nei locali della Banca di risparmio di Parma occupati dal Comando di raggruppamento, quando fu investita dallo scoppio accidentale di una bomba che uccise lei, altri due partigiani e un falegname che stava lavorando nel locale.

Le è stata intitolata una via a Parma.


Enrica Calabresi
Ferrara, 10 novembre 1891- 20 gennaio 1944

Nata a Ferrara il 10 novembre 1891 da una ricca e colta famiglia ebraica. Laureata in Scienze naturali, per le sue particolari conoscenze e interessi nella materia oggetto dei suoi studi (rettili, anfibi, insetti), viene assunta come assistente presso il Gabinetto di zoologia e anatomia comparata dei vertebrati di Firenze ancor prima di essersi laureata, poi ottiene la cattedra di Entomologia agraria a Pisa, dopo aver preso, nel 1924, la libera docenza. A soli 27 anni è già segretaria della Società Entomologica Italiana e si dedica all’ampliamento delle collezioni del Museo Zoologico “La Specola”. Nel 1932 si dimette, ufficialmente per ragioni di salute, ma in realtà per cedere il suo posto a un esponente del partito fascista. Viene costretta a prendere la tessera per poter continuare a insegnare nelle scuole medie e poi, di nuovo, all’università. I suoi familiari si trasferiscono in Svizzera per salvarsi, ma lei resta a Firenze. Purtroppo la sua abilitazione le viene revocata nel 1938, perché di religione ebraica. Continua a insegnare nella Scuola Ebraica per altri quattro anni, fino a quando sopraggiunge l’arresto. È il mese di gennaio dell’anno 1944, Enrica viene condotta nel carcere di Santa Verdiana. Il 20 gennaio si toglie la vita ingerendo del veleno, per il terrore di essere deportata ad Auschwitz.

A Enrica Calabresi è stata dedicata la strada in cui si trova il nuovo Archivio dell’Università di Pisa. Inoltre una targa la ricorda nel Reparto entomologico nel Museo della Specola di Firenze



Luisa Calzetta

Compiano (PR), 1919 - Guselli, fraz. di Morfasso (PC), 1944

Partigiana appartenente alla 38a Brigata Garibaldi “W. Bersani”, con il nome di battaglia di “Tigrona”. Fu uccisa in combattimento dai Tedeschi. Le venne conferita la medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: “Indomita partigiana, nel nobile tentativo di portare al sicuro un componente della propria formazione che era rimasto ferito in combattimento, veniva circondata da un folto numero di nemici. Impugnata la pistola, si difendeva con eroica fermezza fin tanto che, sopraffatta, veniva trucidata. Fulgido esempio di abnegazione e di attaccamento alla Causa.

Le sono state intitolate due vie: una a Parma e una a Piacenza.



Rosa Cantoni

Pasian di Prato (UD) 1913 – Udine 2009

Nata da una famiglia operaia e antifascista, partecipa alla Resistenza diffondendo la stampa clandestina nella fabbrica di confezioni dove lavora dall’età di quattordici anni e dopo l’otto settembre del ’43 diventa staffetta partigiana. Nel dicembre del ’44 viene fermata a un posto di blocco mentre si reca a un appuntamento con un compagno di lotta. Arrestata e portata in una caserma della Milizia, è poi trasferita nel carcere di Udine dove è sottoposta ad uno stringente interrogatorio, ma non parla, non fa nomi e dichiara di non conoscere il compagno che, arrestato prima di lei, l’ha denunciata. Il 10 gennaio del ’45 è caricata con un gruppo di donne su un carro bestiame e portata a Ravensbruck. Mesi di sofferenze e di privazioni, poi il trasferimento a Buchenwald, infine la fuga, durante una “marcia della morte”, mentre si avvicina l’Armata Rossa, nell’aprile del ’45. Nell’ottobre dello stesso anno riesce a tornare in Italia, dove sarà testimone instancabile, durante la sua lunga vita, della Resistenza e dei campi di sterminio.

Le è stato dedicato uno spazio verde a Udine.



Carla Capponi

Roma, 1918 - Zagarolo (RM), 2000

Nata a Roma da famiglia piccolo-borghese e antifascista, dopo il bombardamento di San Lorenzo, avvenuta il 19 luglio del ’43, accorse al Policlinico per cercare la madre e vi rimase come volontaria.
Il 9 di settembre dello stesso anno seguì un gruppo di civili che, sommariamente armati, si univano per difendere Roma. Le armi scarseggiavano e, non potendone ottenere, Carla si prodigò per assistere i feriti. Il giorno seguente con un’azione temeraria salvò la vita a un carrista italiano ferito, rimasto intrappolato in un carro armato in ritirata mitragliato da un “tigre” tedesco.
Dopo l’occupazione tedesca entrò nel Partito Comunista e nel GAP Carlo Pisacane e si procurò un’arma rubandola a un milite della GNR in un autobus sovraffollato.
Alla fine del ’43 partecipò a numerose azioni armate che causarono la morte di molti soldati tedeschi e dopo lo sbarco ad Anzio del gennaio ’44 entrò in piena clandestinità. Ripresero gli attentati e gli attacchi con bombe al tritolo; il più spettacolare fu quello di via Rasella, che provocò la sanguinosa rappresaglia tedesca nota come Eccidio delle Fosse Ardeatine.
Dopo la guerra, nel 1953, Carla Capponi, decorata con la medaglia d’oro al valor militare, entrò in Parlamento nelle liste del PCI. Si ripresentò nel 1972 nel Collegio di Roma, ottenendo un altissimo numero di preferenze. Fino alla morte, avvenuta nel 2000, fece parte del Comitato di presidenza dell’ANPI. Pochi mesi prima aveva pubblicato il libro di memorie “Con cuore di donna”.
Queste le motivazioni per la medaglia d’oro:
«Partigiana volontaria, ascriveva a sé l'onore delle più eroiche imprese nella caccia senza quartiere che il suo gruppo d'avanguardia dava al nemico annidato nella cerchia dell'abitato della città di Roma. Con le armi in pugno, prima fra le prime, partecipava a decine di azioni distinguendosi in modo superbo per la fredda decisione contro l'avversario e per spirito di sacrificio verso i compagni in pericolo. Nominata vice comandante di una formazione partigiana, guidava audacemente i compagni nella lotta cruenta, sgominando ovunque il nemico e destando attonito stupore nel popolo ammirato da tanto ardimento. Ammalatasi di grave morbo contratto nella dura vita partigiana, non volle desistere nella sua azione, fino a fondo impegnata per il riscatto delle concusse libertà. Mirabile esempio di civili e militari virtù, del tutto degna delle tradizioni di eroismo femminile del Risorgimento italiano».

Le è dedicata una via a Roma.



Nuccia Casula

Studentessa del Liceo Cairoli di Varese, nonostante la sua giovane età, appena 22 anni, non esitò a schierarsi con il padre e il fratello accanto ai partigiani nella battaglia di San Martino. Portò avanti i suoi ideali anche quando fu costretta a trasferirsi a Piacenza, dove fu uccisa per mano dei fascisti durante un rastrellamento.
Dopo la morte rimase sepolta per qualche giorno sotto la neve finche da Bettola giunse una cassa portata da Don Giuseppe Borea, uno dei pionieri del movimento partigiano in Val d’Arda e cappellano delle formazioni di patrioti. La salma di Nuccia poté così essere inumata nel piccolo cimitero di Obolo accanto ad altri partigiani caduti durante quel tragico rastrellamento.

Le sono state dedicate una via e una scuola a Varese.



Liliana e Lina Cecchi

Liliana (Pistoia 1922 – 1998) e Lina (Pistoia 1926 – 2002)

Nate entrambe nel popolare quartiere di san Marco, le sorelle Liliana e Lina Cecchi, figlie di un modesto commerciante antifascista perseguitato dal regime, non smentiscono la tradizione famigliare e dopo l’8 settembre del ’43 si uniscono alle forze partigiane, prendendo parte attiva alle operazioni contro le truppe nazifasciste, nonostante la giovane età (ventuno anni Liliana e diciassette la sorella). Lina si impegna nei Gruppi di Difesa della Donna, come staffetta, nel trasporto di armi, nella tessitura della rete di contatti fra le diverse bande partigiane . La presenza delle due sorelle tra i partigiani è immortalata in una famosa immagine scattata da un fotografo americano il giorno della liberazione di Pistoia, in cui Liliana in primo piano e Lina accanto a lei portano un’arma in spalla. Dopo la guerra Liliana lavorò in Comune fino al pensionamento, quindi si spese nel volontariato dedicandosi ai più deboli fino alla fine.

A loro è dedicata una via a Pistoia, dove sono ricordate come “partigiane combattenti”.



Maddalena Cerasuolo

Napoli, 2 febbraio 1920 - 23 ottobre 1999

Partecipò attivamente e con un ruolo significativo all'insurrezione popolare contro l'esercito tedesco che si svolse a Napoli dal 27 al 30 settembre 1943 ed è passata alla storia con il nome di Quattro giornate di Napoli. In particolare si distinse in occasione degli scontri armati avvenuti nel quartiere Materdei per impedire che i tedeschi depredassero una fabbrica. Si offrì di andare in avanscoperta solitaria per calcolare l'entità delle forze tedesche, e in seguito si offrì di parlamentare con gli ufficiali tedeschi nonostante il rischio che non le fossero riconosciuti da parte tedesca i diritti sanciti dalle Convenzioni di Ginevra. Maddalena partecipò inoltre alla battaglia contro i guastatori tedeschi in difesa del Ponte della Sanità con i partigiani dei rioni Materdei e Stella guidati dal tenente Dino Del Prete e dall'ufficiale dei vigili del fuoco Vinicio Giacomelli. Ricevette una medaglia di bronzo al valor militare e fu baciata dal generale Montgomery.
Le è stato dedicato a Napoli lo stesso ponte che aveva impedito fosse distrutto dai tedeschi.

Con delibera n. 63 del 27 gennaio 2011, la giunta comunale di Napoli ha intitolato alla partigiana Maddalena Cerasuolo il ponte che, sovrastando il rione "Sanità", costituisce l'accesso al centro della città. È il risultato dell'impegno corale che ha coinvolto i figli e la sorella di Maddalena, della petizione popolare promossa dal circolo territoriale Stella San Carlo all' Arena, del Partito della Rifondazione Comunista, di partiti, movimenti e associazioni come l'A.N.P.I., il Comitato Abitanti Materdei, l'UDI, Arcidonna, la Rete della Sanità, l'associazione di quartiere Via Nova, il Comitato Claudio Miccoli, l'Associazione culturale "Maddalena" di Pianura, piccoli commercianti e residenti.



Ginetta Chirici

Pistoia, 1924-Marzabotto, 1944

Insegnante elementare, nel 1943 si iscrive alla facoltà di Magistero a Bologna, e contemporaneamente come volontaria insegna a scrivere e leggere ai contadini analfabeti della zona di Marzabotto, in particolare alle donne. Aderisce alla Resistenza insieme ai familiari; la madre, Bianca Mazzei, è tra gli ottantaquattro civili che le SS rinchiudono nella chiesa di Casaglia nella strage del 29 settembre 1944. Ginetta milita nella brigata Stella Rossa Lupo. Viene uccisa dai nazifascisti il 4 ottobre 1944, in località Cà Beguzzi a Casaglia, nel corso dell’eccidio di Marzabotto, con altre diciannove persone. Successivamente è stata riconosciuta la sua collaborazione alla lotta partigiana dall'1 novembre 1943 al 4 ottobre 1944. L’Università degli studi di Bologna le ha conferito la prima laurea honoris causa della Facoltà di Scienze dell’Educazione il 19 aprile 1995.

Il Comune di Monzuno e il Comune di Pistoia le hanno dedicato una via.



Genoveffa Cocconi Cervi

1877 - novembre 1944

Madre dei sette fratelli Cervi, fu attiva educatrice dei figli e partecipò animatamente alle loro discussioni. Dopo la morte dei figli il 10 ottobre del 1944, i fascisti durante la notte diedero nuovamente fuoco al fienile per intimidire la famiglia (soprattutto Alcide, ancora fieramente antifascista), Genoveffa non regge, ha un infarto e muore un mese dopo.

Le è dedicata una via a Reggio Emilia.



Vittoria Zaira Coen

Mantova, 4 ottobre 1879 – Auschwitz, maggio 1944

Nasce a Mantova il 4-10-1879, figlia di Ernesto e di Erminia Rimini. Dal riordino dell’archivio storico del Liceo Ginnasio D. A. Azuni di Sassari, è emerso il fascicolo personale della professoressa Vittoria Zaira Coen Righi. Ebrea, si laureò in Scienze naturali all’Università di Bologna e conseguì il diploma di Magistero per l’abilitazione all’insegnamento delle scienze. Giunta a Sassari, insegnò scienze naturali, chimica e fisica, per otto anni, alla Regia Scuola normale femminile. Soppressa tale cattedra presso la scuola normale, nell’applicazione della riforma Gentile, la professoressa Coen venne assegnata all’Istituto tecnico Lamarmora con l’insegnamento delle scienze naturali e della geografia. A Sassari aveva già conosciuto un uomo del quale si innamorò e che la portò sull’altare: Italo Giuseppe Righi, medico, vissuto dal 1871 al 1938. Il 16 settembre 1935 Zaira Coen viene trasferita al liceo ginnasio Azuni dove insegna chimica: un periodo di estrema tranquillità, con una regolare iscrizione al Partito nazionale fascista. Anzi, qualche parente afferma fosse una fascista convinta, qualcun altro invece sostiene che “tutti dovevano essere iscritti al Pnf”. Nel 1938 fu espulsa dall’ insegnamento: di fronte alle leggi razziali a nulla valsero i suoi meriti professionali e civili. Per il suo allontanamento si ricorse ad un espediente burocratico, la si accusò di non avere i titoli per l’insegnamento delle Scienze nei Licei. Rimasta senza lavoro e vedova - nello stesso anno era morto suo marito - decise di lasciare Sassari. Non ascoltò i consigli dei cognati e se ne tornò a Firenze per raggiungere una sorella che abitava da sola: voleva stare vicina alla famiglia d'origine. Ma la situazione precipitò e, dopo la notizia della cattura a Genova nel novembre del 1943 della sorella più giovane, Norina, cercò di restare nascosta; fu denunciata dal portiere dello stabile che, oltre ad intascare il premio stabilito dal governo della Repubblica sociale per i delatori, si impadronì dell'argenteria. La versione più accreditata sulla fine di Zaira è contenuta nel Libro della memoria, di Liliana Picciotto Fargion: la Coen fu deportata da Fossoli con il convoglio 10, partito il 16.5.44, giunto ad Auschwitz il 23.5.1944, sigla RSHA (ReichsSicherheitHauptAmt). Il convoglio 10 fu quello che impiegò più tempo per arrivare ad Auschwitz. Probabilmente - non sappiamo di più – Vittoria fu avviata alla camera a gas subito dopo il suo arrivo nel lager. Morì senza aver conosciuto la sorte toccata alla sorella: soltanto dopo la fine della guerra si saprà che era morta d'inedia, abbandonata insieme ai compagni di sventura, dopo un bombardamento, dentro un vagone blindato in una stazione del nord Italia.

Il 22 maggio 1998 il Liceo Azuni ha dedicato alla memoria della professoressa Coen Righi il suo archivio storico. Nel cimitero di Sassari, una piccola lapide nascosta nell' erba porta la data di morte sbagliata, anticipandola di un anno.



Laura Conti

Udine, 31 marzo 1921 – Milano, 25 maggio 1993

Partigiana, medico, deputata alla Camera del Parlamento italiano dal 1987 al 1992 e nota ambientalista, Laura Conti è una donna che viene ricordata per la profonda traccia culturale che seppe imprimere su vari fronti, dalla politica alla scienza. Studiò medicina a Milano, dove entrò a far parte del Fronte della Gioventù con l’obiettivo di raccogliere proseliti tra i militari delle caserme. Nell'agosto del '44 viene internata nel campo di smistamento di Bolzano in attesa di essere deportata in Germania. Dopo la liberazione, nel '49 si laurea in medicina e si trasferisce a Milano, dove, oltre alla professione di medico, svolge la sua attività politica nelle file del Partito comunista italiano. Negli anni ’60 -‘70 viene eletta consigliera alla Provincia di Milano, e tra il '70 e l'80 consigliera alla Regione Lombardia. Come medico aveva operato attivamente nelle organizzazioni di base, accanto ai lavoratori nelle loro lotte per il miglioramento dell'ambiente di lavoro, arrivando a elaborare una propria idea di ecologia, ancor prima che questo si sedimentasse in Italia. Con la sua professionalità e competenza, nell'estate 1976 aiutò la popolazione della vicina città di Seveso, e si pose in prima linea nel denunciare i gravi rischi della diossina contro chi cercava di sminuirne la portata. Come testimonianza di questo disastro nel ’77 uscì il suo libro "Visto da Seveso", dove pose le basi di quei principi che hanno animato e che rappresentano le fondamenta dell’ambientalismo in Italia e che possiamo ritrovare nel suo libro successivo Cos'è l'ecologia. Le carte e i libri di Laura Conti sono stati raccolti dalla Fondazione Micheletti di Brescia e rappresentano il primo nucleo di un grande archivio dell'ambiente, unico in Italia, con ormai numerose altre raccolte di documenti e libri.

Le sono dedicate strade a Sordo (SS), Corsico (MI) e Bolzano.



Clelia Consigli

Rovigo, 1879 - ?

Nata a Rovigo il 09/04/1879, figlia di Moisè e Bianchi Elvira, coniugata con Pagan.
Abitava a Rovigo e venne arrestata il 29/10/1944. Fu vittima della persecuzione antiebraica; forse fu detenuta a Bolzano, o forse non lasciò mai Rovigo. Un mistero circonda la sua morte che avvenne in luogo ignoto e in data ignota.

Le è dedicata una strada a Rovigo.



Alda Costa

Ferrara, 26 gennaio 1876 - Copparo (FE), 30 aprile 1944

Insegnate, Alda nel 1907 aderì alla Federazione di Ferrara del Partito socialista italiano e si impegnò nella sua componente riformista. L’attività politica di Alda fu particolarmente intensa tra le donne, tramite la fondazione di circoli femminili socialisti nelle campagne e la continuazione della lotta femminista-classista iniziata a Ferrara per iniziativa della concittadina Rina Melli, che si era avvalsa del periodico Eva.
Durante la prima guerra mondiale si rifiutò di accompagnare i suoi scolari alle manifestazioni patriottiche, in nome di una scuola umana e universale.
All'inizio degli anni Venti lo squadrismo fascista non le risparmiò molestie e umiliazioni. Tra l’altro, per umiliare la sua femminilità, le dipinsero di nerofumo la zona pelvica.
Anche dopo la marcia su Roma continuò la sua battaglia contro il fascismo e, dopo la seconda scissione, quella del 1922, lavorò per entrambi i partiti socialisti organizzando riunioni clandestine e cercando di aiutare i detenuti. Le persecuzioni nei confronti della maestra ferrarese aumentarono. Venne richiamata dai superiori perché si rifiutava di salutare romanamente, e lei si difese scrivendo al Sindaco di Ferrara. Mentre passeggiava per le strade di Bologna, venne riconosciuta e segnalata da un ferrarese: trecento fascisti la insultarono e la bastonarono perché si era rifiutata di fare il saluto fascista.
Nel 1926, Alda rifiutò di giurare fedeltà al regime; le perquisirono la casa e vi trovarono il ritratto di Matteotti (assassinato due anni prima). I due episodi fornirono alla giunta comunale la scusa per licenziarla ma l’ avvocato Mario Cavallari ne assunse il gratuito patrocinio e ottenne l’annullamento del provvedimento dal Consiglio di Stato. Trasferitasi a Milano, venne arrestata e confinata prima alle isole Tremiti e poi in un piccolo paese della Basilicata. Tornata a Ferrara l’indomita organizzatrice riuscì a riannodare le fila degli antifascisti, finché un agente dell'Ovra arrestò lei e un gruppo di compagni e la sottopose ad estenuanti interrogatori nel tentativo di farla parlare della rinnovata organizzazione socialista; la tenne anche a pane e acqua per un mese, insultandola e minacciandola. Tutto inutile, dalle labbra di Alda non uscì né un nome né un particolare.
Il 25 luglio 1943 la Costa venne liberata, ma era molto provata. Nella “lunga notte” del 15 dicembre 1943 venne arrestata e tradotta alle carceri di Copparo ma poi ricoverata nel locale ospedale dove morì, il 30 aprile 1944, a causa di una strana “leucemia linfatica cronica”, in realtà sfinita per il crudele trattamento e le percosse subite in carcere. Prima di morire riuscì a comunicare questo messaggio al pretore di Copparo: “Dica ai miei compagni che sono rimasta fedele al mio ideale”.

Sono state intitolate ad Alda Costa due scuole, una a Vigarano Mainarda e l’altra a Ferrara. Le sono state, inoltre, intitolate vie a Poggio Renatico (FE), Ostellato (FE), Rimini e Roma.



Angela Crippa Leoni

1893 - 31 maggio 1978?

Conosciuta come professoressa Lina, a Milano aiutò almeno un centinaio di ebrei a fuggire verso la Svizzera prendendo contatti con le guide. Arrestata nell'aprile 1944 e detenuta a San Vittore per cinque mesi, subì brutali interrogatori e fu poi deportata a Mauthausen, dove tuttavia riuscì a sopravvivere. Nell'agosto 1945 tornò a Milano in pessime condizioni di salute e ricevette dalla Croce Rossa Americana un premio, che donò come borsa di studio. Nel 1955 fu insignita di una medaglia d'oro dall'unione delle comunità ebraiche italiane e il 31 maggio 1978 Yad Vashem la riconobbe come una dei Giusti tra le Nazioni.

Le è dedicata una via a Landriano (PV).



Luigia Dall'Asta

Sorbolo (PR), 11 ottobre 1929 - Casaltone, fraz. di Sorbolo (PR), 24 aprile 1945

Partigiana parmigiana, fu fucilata per rappresaglia dai Tedeschi.

Le è dedicata una via a Parma.



Virgilia D'Andrea

Sulmona, 11 febbraio 1888- New York, 12 maggio 1933

Virgilia D'Andrea nasce a Sulmona l'11 febbraio 1888: maestra elementare, diviene ben presto uno dei personaggi di spicco del movimento anarchico, di cui è appassionata ed instancabile divulgatrice. Incarcerata per la sua attività di “cospirazione contro lo Stato”, dopo l'avvento del Fascismo è costretta all’esilio, prima in Francia e poi in America. "Poetessa dell'anarchia", secondo la definizione di Errico Malatesta, Virgilia D’Andrea, che utilizza la letteratura come principale strumento di lotta, è considerata uno dei migliori scrittori dell'anarchismo internazionale. Muore prematuramente a New York il 12 maggio 1933.

Le è stata dedicata una strada nella sua città natale, Sulmona (Aq), ma nell'indicazione toponomastica viene ricordata solo come poetessa, ed erroneamente con il nome di Virginia



Simone De Beauvoir

Parigi, 1908 - 1986

Visse con partecipazione i grandi rivolgimenti politici degli anni tra le due guerre. Studiò alla Sorbona, dove incontrò colui che senza matrimonio né convivenza sarebbe diventato il compagno della sua vita: il filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre.
Nella Parigi occupata dai tedeschi condivide con Sartre la breve esperienza del gruppo di Resistenza "Socialismo e Libertà".
È considerata la madre del movimento femminista nato in occasione della contestazione studentesca del maggio 1968, che Simone seguirà con partecipazione e simpatia. Gli anni settanta la vedono fervidamente in prima linea in varie cause del progresso civile: la dissidenza sovietica, il conflitto arabo-israeliano, l'aborto, il Cile, la donna (è presidentessa dell'associazione "Choisir" e della Lega dei diritti della donna).

A lei sono dedicate una via a Ferrara e un viale a Roma.



Jole De Cillia "Paola"

Ampezzo, 23 gennaio 1921-Monte Rosso, 5 dicembre 1944

Jole De Cillia era un’infermiera professionale che, già formata politicamente, entrò a lavorare nella clinica Quarantotto di Udine e poi all’Ospedale Civile. In seguito iniziò l’attività nel Partito Comunista e dopo l’8 settembre, col nome di copertura di Paola, raggiunse le formazioni partigiane prestando loro i suoi servizi come infermiera e staffetta. Cadde in un combattimento a Monte Rosso a fianco di Giovannino Bosi “Battisti”, che era anche il suo compagno. In seguito fu decorata con la Medaglia d’Argento alla Memoria.

Le è dedicata una via a Udine ed una a Mereto de Tomba (UD).



Ida D'Este

Venezia 1917- Venezia 1976

Nel settembre del ’43, Ida, laureata in Lingue a Ca’ Foscari e impegnata in opere di apostolato sociale, organizza con le sue amiche dell’Azione cattolica un’intensa attività di aiuto ai soldati sbandati che riescono a fuggire. Diventa presto staffetta di collegamento, con il nome di battaglia “Giovanna”, tra il CLN regionale veneto e i CLN di Venezia, Padova, Vicenza, Rovigo, Belluno. Nel gennaio del 1945 viene arrestata a Padova assieme ad alcuni dirigenti del CLN veneto e viene duramente torturata dalla banda Carità. A fine febbraio è deportata nel lager di Bolzano, dove rimane fino alla Liberazione. Nel suo libro di memorie resistenziali, pubblicato nel 1953, Croce sulla schiena, rievoca la dura esperienza delle torture e della prigionia. Nel dopoguerra, Ida D'Este organizza il movimento femminile della Democrazia cristiana veneta. Nel marzo ‘46 è eletta nel Consiglio Comunale di Venezia, quindi è deputata alla Camera dal 1953 al 1958. Da parlamentare s’impegna principalmente sui problemi dell’educazione dei giovani, del diritto al lavoro delle donne e per una scuola più moderna. Collabora attivamente con la senatrice socialista Lina Merlin nella battaglia contro la schiavitù delle donne costrette alla prostituzione e per l’abolizione delle ‘case chiuse’. Il 13 marzo 1957 la Camera dei deputati affida a lei, come figura simbolo, il ruolo di relatrice del Disegno di Legge per l’istituzione del Museo storico della Liberazione di via Tasso a Roma. Alla fine della legislatura nel 1958 abbandona la vita politica per dedicarsi ad attività assistenziali, nell’ambito del recupero e della tutela delle ex-prostitute e delle ragazze madri.

Nel 2010 il Comune di Venezia le ha dedicato una Rotonda a Mestre.



Cecilia Deganutti

Udine, 1914 - Trieste, 4 aprile 1945

Durante la seconda guerra mondiale diventa infermiera della Croce Rossa Italiana. Subito dopo l’armistizio si dedica all’assistenza dei militari italiani internati in Germania.
Rientrata in Italia, prende parte alla Resistenza, militando nelle Brigate Osoppo-Friuli. Per mesi esegue rischiosi compiti informativi, soprattutto a Udine e nella Bassa Friulana. Viene catturata dai tedeschi ad Udine e trasferita a Trieste e qui torturata delle SS.
Dal carcere viene trasferita e rinchiusa nel campo di concentramento Risiera di San Sabba dove, a poche settimane dalla Liberazione, fu uccisa e bruciata nel forno crematorio.

Le sono dedicate vie a Fagagna (UD), Mortegliano (UD), Oderzo (TV), Roma, Udine e una scuola a Udine.



Gabriella Degli Esposti

Calcara di Crespellano (BO), 1 agosto 1912 - San Cesario sul P. (MO), 17 dicembre 1944

Leggendaria figura di eroina e martire, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Originaria di una famiglia contadina socialista, dopo l'8 settembre 1943 Gabriella, assieme al marito Bruno Reverberi, mastro casaro comunista, trasformò la propria casa in una base della Quarta Zona della Resistenza. Nonostante fosse madre di due bambine piccole e fosse in attesa di un terzo figlio, partecipò ad azioni di sabotaggio e si impegnò anche nell’organizzazione dei primi Gruppi di Difesa della Donna (GGD).Fu proprio grazie all’opera di convincimento dei Gruppi di Difesa della Donna che, nel luglio 1944, centinaia di donne scesero in piazza a Castelfranco Emilia per protestare contro la scarsità di alimenti e per manifestare contro la guerra. Il 13 dicembre 1944, a seguito di un rastrellamento dei tedeschi, Gabriella Degli Esposti fu catturata da un gruppo di SS comandato dall’ufficiale Schiffmann; benché incinta, viene prima picchiata e poi minacciata di morte affinché riveli dove si trova il marito e infine viene portata via. Il giorno successivo un gruppo di SS, in paese e nelle campagne circostanti Castelfranco Emilia, arrestarono circa settanta persone: i fermati identificati come antifascisti furono trasferiti nei locali dell'Ammasso canapa, lungo via Loda, e sottoposti a interrogatori e torture.
Il 17 dicembre, Gabriella Degli Esposti e nove suoi compagni di prigionia sono trasportati sul greto del Panaro a San Cesario e giustiziati. Prima di essere fucilata, Gabriella fu barbaramente seviziata: il suo cadavere viene ritrovato senza occhi, con il ventre squarciato e i seni tagliati. La barbara uccisione di Gabriella induce molte donne della zona ad unirsi ai partigiani: è così che si costituisce il distaccamento femminile Gabriella Degli Esposti, forse l’unica formazione partigiana formata esclusivamente da donne.

Le sono intitolate vie a Bomporto (MO), Carpi (MO), Castelfranco Emilia (MO), Castelnuovo Rangone (MO), Modena, Nonantola (MO), Roma e San Cesario sul Panaro (MO).



Alba Dell'Acqua Rossi

Aveva solo dodici anni quando i fascisti fecero irruzione nella casa milanese di suo padre, impegnato politicamente e gli bruciarono tutti i libri nel cortile. La reazione della ragazzina fu quella di impegnarsi nello studio tanto che, si laureò giovanissima in Matematica e Fisica. Nel settembre 1943 entra nella Resistenza. Dapprima è attiva a Milano nel gruppo clandestino del professor Quintino Di Vona. Compito di Alba è quello di raccogliere informazioni circa i nascondigli di armi, viaggiando continuamente sui treni delle Nord e di prelevarle, con l’aiuto di una persona munita di furgoncino. Successivamente, nel giugno 1944, inviata per una missione in Valsesia, entra come partigiana nella II Divisione Garibaldi Redi, che opera in Valsesia e in Valdossola sotto la guida del commissario politico Cino Moscatelli. Alba coadiuva il dottor Pino Rossi, comandante medico della Divisione. Alba e Pino vengono uniti in matrimonio il 15 marzo 1945 dal commissario politico della Divisione garibaldina Redi.

Iscrizione al Famedio di Milano Fonte: http://www.anpi.it/il-comune-di-milano-iscrive-al-famedio-di-quattro-grandi-partigiani-vaia-stellina-vecchio-alba-dellacqua-bocca/.



Niva De Ponti "Gianna"

Udine, 4 aprile 1926 - Vito d’Asio, 30 aprile 1945

Figlia di Amos e di Silvia Sala. Partigiana del Btg. Italia della Divisione Osoppo Friuli, si adoperò con coraggio e abnegazione nelle missioni che spesso le venivano affidate. Nonostante fosse ricercata dalle SS, continuò a prestare assistenza ai partigiani e a cooperare attivamente fornendo loro informazioni segrete. Durante un combattimento salvò il Comandante “Bore” della Divisione Osoppo, Btg. Cividale, che, ferito, rischiava il dissanguamento. Il 30 aprile 1945, da una colonna in ritirata da Spilimbergo tre caucasici entrano a Casiacco (Vito d’Asio) in un’osteria, trascinano fuori Niva, sua madre Silvia e un portogruarese, Lorenzo Artico. Niva e l’uomo cadono sotto i colpi della mitragliatrice; sopravvive solo la madre. Era una rappresaglia per l’uccisione da parte dei partigiani di sei cosacchi del locale presidio il giorno prima. Muore così Niva, con un colpo di mitragliatrice in testa.

Le è dedicata una via ad Udine.



Ermelinda Ducler

Champorcher, 1909 - 1943

Nata a Champorcher nell’aprile del 1909, è stata insegnante e volontaria presso l’Ospedale Mauriziano. Durante la Seconda Guerra Mondiale presta servizio all’Ospedale Militare di Santa Caterina di Arezzo e poi in quello da campo a Spalato. Qui, si dedicò all' assistenza dei degenti. Con sentimenti di particolare modestia e profonda pietà, sprezzante del pericolo, si offrì di accompagnare un trasporto di feriti e di malati via mare. Colpita gravemente la nave, durante un attacco nemico, non si curò che di infondere coraggio ai degenti. Offertasi, in occasione di altro trasporto di feriti gravi per via aerea, trovava la morte, seguendo la sorte dei soldati sofferenti alla cui esistenza si era dedicata con assoluta dedizione e conscio spirito di sacrificio.
È stata insignita della Medaglia d’Oro con merito della Croce Rossa Italiana e della Medaglia Florence Nightingale del comitato Internazionale della Croce Rossa.

Le è dedicata una piazza ad Aosta.



Anna Maria Enriques Agnoletti

Bologna, 1907 - Sesto Fiorentino (FI), 12 giugno 1944

Nata a Bologna nel 1907, fucilata a Sesto Fiorentino (Firenze) il 12 giugno 1944, laureata in storia medioevale, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria. Trascorre l'adolescenza e la giovinezza passando dalla città natale a Napoli, Sassari, Firenze, secondo gli incarichi universitari del padre. Dopo la laurea, conseguita nell'Ateneo toscano, lavora presso l'Archivio di Stato fiorentino, ma ne viene espulsa con le leggi razziali, perché suo padre è ebreo. Battezzata nel 1938 (sua madre è cattolica), la giovane studiosa trova lavoro a Roma presso la Biblioteca Vaticana.
È a Roma che, insieme al fratello Enzo, si dà, dopo l'8 settembre 1943, alla Resistenza. Non soltanto è tra i dirigenti del Movimento cristiano sociale ma, spostatasi a Firenze, fa in modo che la sua organizzazione si federi in Toscana con il Partito d'azione. Da Firenze prende contatti con i gruppi della Resistenza operanti nel Livornese, nella Val di Chiana e in Val d'Orcia; organizza la trasmissione via radio di informazioni agli Alleati.
È tradita da un agente provocatore, accolto in casa dopo che si era presentato, spacciandosi per un ex ufficiale, a nome di "amici cristiano- socialisti di Roma". Con Anna Maria è arrestata, era il 12 maggio del 1944, anche la madre, che con lei viene incarcerata. Dopo qualche tempo la figlia viene condotta a Villa Triste. Qui Anna Maria viene torturata a più riprese nel corso di un interrogatorio, condotto dagli aguzzini della banda Carità, che si protrae per sette giorni e sette notti. Ma la giovane non parla. Ricondotta in carcere ne esce il 12 giugno per essere fucilata, insieme con altri patrioti, in località Cercina.

Le sono dedicate vie a: Certaldo (FI), Firenze, Livorno, Reggio nell'Emilia, Roma e Sesto Fiorentino (FI).



Giovanna Faè

Gaiarine (TV) 1892 - 1945

Montaner, dove Giovanna e il fratello don Giuseppe, parroco del paese, vivevano nel ’43, fu un importante centro di mediazione tra la pianura e la montagna. I partigiani vi operarono fin da subito, aiutati da Giuseppe e Giovanna, che procuravano cibo, rifugi e che arrivarono a riporre le armi nel campanile della chiesa. I due fratelli furono tuttavia traditi da due spie ed arrestati dai fascisti assieme al medico del paese Angelo Dal Bo Zanon il 27 marzo 1944 con l’accusa di collaborazione con i partigiani. Incarcerati a Udine sono condannati a morte nel maggio del ’44, ma, mentre il fratello Don Giuseppe per intercessione del vescovo viene confinato in seminario a Vittorio, Giovanna resta in carcere a Udine assieme a Elisa Perini, e viene poi deportata in un lager tedesco, probabilmente Dachau, da dove non è più tornata.

Il Comune di Montaner le ha dedicato la Scuola Elementare. Un grande affresco sul muro esterno della Biblioteca Civica rappresenta la “Storia di Giovanna Faè”.



Oriana Fallaci

Firenze, 1929 - 2006

Seconda di quattro sorelle, anch'esse giornaliste e scrittrici, figlia di Edoardo, attivo antifascista che la coinvolse, giovanissima, nella resistenza con compiti di vedetta.
La giovane Oriana si unì così al movimento clandestino della Resistenza Giustizia e Libertà, vivendo in prima persona i drammi della guerra: nel corso dell'occupazione di Firenze da parte dei nazisti, il padre fu catturato e torturato a villa Triste, ed in seguito rilasciato mentre la Fallaci fu impegnata come staffetta per trasportare munizioni da una parte all'altra dell'Arno attraversando il fiume nel punto di secca dal momento che i ponti erano stati distrutti dai tedeschi. Per il suo attivismo durante la guerra ricevette a 14 anni, nel 1943, un riconoscimento d'onore dall'Esercito Italiano.
Dopo la guerra continuò la sua carriera come giornalista e scrittrice. Prima donna in Italia ad andare al fronte in qualità di inviata speciale. Come scrittrice, con i suoi dodici libri, ha venduto venti milioni di copie in tutto il mondo.

Le sono stati intitolati spazi pubblici in diverse città: Brescia, Cerea (TV), Calcinato (BS), Carrara (MS), Castel Mella (BS), Colleferro (RM), Corbetta (MI), Grumo Appula (BA), Lecce, Peschiera del Garda (VR), Roma, Sassari, Vigevano (PV).
Sono stati intitolati a Oriana Fallaci anche giardini a Milano.



Adele Faraggiana

Antifascista genovese, militante socialista e comunista. Autrice del libro autobiografico “Garofani Rossi”.

Le è dedicata una via a Genova.



Cesira Fiori

Roma, 1890 - 1976

Nacque a Roma il 25 novembre 1890. Nel 1907 conseguì il diploma di maestra elementare e l'anno successivo iniziò ad insegnare presso le scuole rurali statali di Velletri.
L'ambiente in cui visse, a contatto con gli strati più poveri della popolazione ebbe influenza sulle sue scelte politiche. Aderì al movimento per l'istruzione nell'Agro romano, animato da G. Cena e Sibilla Aleramo e si dedicò all'organizzazione del sindacato dei maestri.
Iscrittasi nel 1910 al Partito socialista italiano, la Fiori prese parte alle manifestazioni contro la guerra di Libia e poi contro l'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale. Un altro campo nel quale riversò il proprio impegno fu quello dell'emancipazione femminile: aderì all'Associazione donne italiane e si occupò dei problemi sindacali delle infermiere, delle cucitrici, delle lavoranti a domicilio, battendosi per la pensione alle casalinghe e per i diritti politici e civili delle donne.
Nel 1921, alla fondazione del partito comunista, la Fiori vi aderì e si impegnò attivamente contro il fascismo. Nell'aprile del 1928 il governatore di Roma decretò il suo allontanamento dalla scuola per incompatibilità politica.
Privata del suo lavoro, la Fiori impartì lezioni private. L'attività cospirativa era intanto divenuta l'impegno preminente. Faceva parte di un gruppo antifascista, che curava la pubblicazione di un foglio di propaganda clandestina destinato ai contadini.
Nel 1933 la Fiori venne arrestata, con l'accusa di aver tentato di ricostituire il partito comunista. Trascorse circa un anno di detenzione prima a Roma e quindi a Perugia. Nel 1934 venne condannata a cinque anni di confino ed inviata a scontare la pena nell'isola di Ponza.
Nel maggio 1939 chiese ed ottenne di poter raggiungere il marito nei pressi dell'Aquila. Di qui entrarono in contatto con alcuni comunisti, con i quali, dopo il 25 luglio 1943, diedero vita a un'organizzazione clandestina. Furono tra gli animatori della resistenza ed organizzarono la banda partigiana "Giovanni De Vincenzo", che operava nella zona del Gran Sasso.
Nel giugno 1944, prima ancora dell'arrivo delle truppe alleate, la Fiori venne nominata dal locale Comitato di liberazione nazionale sindaco di San Demetrio. Sebbene contestata dalle forze conservatrici, l'amministrazione da lei guidata restò in carica cinque mesi.
Nell'ottobre 1944 la Fiori fece ritorno a Roma, dove riprese l'insegnamento nelle scuole e si dedicò all'organizzazione del sindacato degli insegnanti. Fu membro della commissione cultura del Comitato centrale del partito comunista. Morì a Roma nel 1976.

Le è dedicata una via a Roma.



Gisella Floreanini

Milano, 1906 - 1993

Nata a Milano il 3 aprile 1906, di famiglia borghese, perse la madre a soli quattro anni e crebbe con la nonna paterna, la sorella e il padre Renato, che volle per lei un’educazione laica e liberale. Già durante il periodo degli studi coltivò importanti amicizie in ambiente antifascista, avviandosi alla militanza politica che divenne definitiva dopo il delitto Matteotti nel 1924. Espatriata in Svizzera, a Lugano, per poter lavorare, iniziò a portare in Italia materiale clandestino prodotto dagli esuli antifascisti. Ricercata dalla polizia politica, fu costretta a ritornare in Svizzera dove rimase dal 1938 al 1943. Nel 1934 aderì al movimento di Giustizia e Libertà, per entrare due anni dopo nel Partito socialista. Alla fine del 1941 si avvicinò al Partito comunista, che riteneva più deciso e organizzato nella lotta al fascismo, e l’anno successivo vi si iscrisse divenendo subito segretaria di sezione. Le sue doti di straordinaria organizzatrice e la sua dedizione alla causa, ne fecero presto un punto di riferimento importante sia tra i fuoriusciti che tra gli antifascisti in Italia. Dopo l’armistizio, alla fine del ’43 tornò così in Italia svolgendo un delicato ruolo di collegamento e sostegno alla nascente resistenza, trasportando documenti e soldi. Durante uno di questi viaggi fu fermata dalla polizia svizzera e, trovata, senza documenti, fu rinchiusa in carcere per quattro mesi.
Uscita dal carcere raggiunse i partigiani in Val d’Ossola dove visse da protagonista la stagione più importante della sua vita. Fu infatti la prima donna in Italia, a ricoprire un incarico governativo nella piccola, ma straordinaria “Repubblica partigiana” dell’Ossola tra il settembre e l’ottobre 1944.
Responsabile dei “Gruppi di difesa della donna” venne chiamata all’incarico di Commissario all’assistenza e ai rapporti con le organizzazioni di massa nel Governo Provvisorio costituitosi nel capoluogo ossolano. Il suo contributo ai famosi “quaranta giorni” di libertà fu enorme, sì che di lei l’intera valle conserva un ricordo quasi mitico. Certo ne divenne un simbolo, anche perché al ritorno dei nazifascisti fu l’unica componente della Giunta a non riparare in Svizzera. Dopo un’epica ed estenuante marcia, raggiunse infatti le formazioni garibaldine della Valsesia e con esse, tra il dicembre 1944 e l’aprile del ‘45 continuò la lotta. Proprio in quel periodo venne inviata a Novara come Presidente del Comitato per l’Organizzazione delle Donne. A febbraio fu nominata Presidente del CLN provinciale e in tale veste trattò la resa dei nazifascisti nei giorni dell’insurrezione generale. Per quel ruolo ebbe a dire: “Il CLN di Novara nominò la sottoscritta suo Presidente non in quanto appartenente a un partito, ma in quanto donna, perché rappresentava e il coraggio e la partecipazione di migliaia di donne italiane”.
Alla fine del conflitto, nel 1946 fu nominata componente la Consulta Nazionale e, successivamente, venne eletta deputata al Parlamento per il collegio di Novara-Torino-Vercelli, sia nel 1948 che nel 1953.
Nel 1958 non si ricandidò, ma continuò la sua azione politica come membro della Federazione del Pci di Novara e come consigliera comunale sia a Novara che a Domodossola.
Dal 1959 al 1963 fu membro della segreteria della Federazione Internazionale della Donna a Berlino e nel 1965 divenne dirigente dell’Udi e dell’Anpi. Dal 1963 al 1968 è stata anche consigliera comunale a Milano. Non smise mai di lottare e impegnarsi per i diritti delle donne sino alla morte giunta improvvisa, per arresto cardiaco nel 1993. Per sua espressa volontà è stata sepolta nel cimitero di Domodossola.

Le sono dedicate vie a Domodossola e Lecce.



Anna Frank

Francoforte sul Meno, 12 giugno 1929 - Bergen-Belsen, marzo 1945

È stata una ragazza ebrea tedesca, divenuta un simbolo della Shoah per il suo diario scritto nel periodo in cui con la famiglia viveva a Fancoforte: il padre (Otto) era ebreo mentre la madre Edith non lo era. Nel 1933 purtroppo la vittoria di Hitler e la crescente partecipazione al suo movimento spinsero la famiglia a cercare una maggior sicurezza per il loro futuro fuggendo ad Amsterdam;neanche questa decisione li mise al sicuro perché nel 1940 anche l'Olanda venne invasa dai tedeschi e le leggi antisemite entrarono già in vigore dal 1938. Tutta la famiglia fu costretta a vivere come clandestina in un locale situato sopra la fabbrica del padre condiviso con altre persone ebree: erano in tutto 8 ad abitare in quel locale col timore di essere scoperti. Il 4 agosto del 1944 la gestapo irrompe nel locale e li portò tutti via, mandandoli ad Auschwiz dove la madre di Anna morì il 6 gennaio 1945 per una malattia causata dal malnutrimento; il macellaio morì nelle camere a gas quasi subito dopo; sua moglie morì in un altro campo; il loro figlio morì a Mathausen il 5 maggio, il dentista morì a Neungamme il 20 dicembre nel 1944;mentre Anna e la sorellina Margot, morirono di tifo a Bergen-Belsen nel marzo del 1945 tre settimane prima della liberazione. Il padre Otto una volta sopravissuto allo sterminio fece pubblicare lo struggente diario di sua figlia Anna, che è tutt'oggi una delle opere più lette sull'Olocausto.

Le sono dedicate vie, viali, larghi e piazze in diverse città: Afragola (NA), Aquileia (UD), Arzano (NA), Bagnoli Irpino (AV), Bagnolo in Piano (RE), Bergamo, Bollate (MI), Bologna, Cadelbosco di Sopra (RE), Calvizzano (NA), Carmagnola (TO), Casalecchio di Reno (BO), Casalgrande(RE), Casapulla (NA), Castel San Pietro Terme (BO), Cavriglia (AR), Cesano Maderno (MB), Cesena, Città di Castello (PG), Civita Castellana (VT), Collegno (TO), Creazzo (VI), Cremona, Empoli (FI), Fano (PU), Favara (AG), Felino (PR), Fermignano (PU), Forlì, Gazzo (PD), Ginosa (TA), Guspini (CA), Imola (BO), Jesolo (VE), Legnago (VR), Legnano (MI), Livorno, Malalbergo (BO), Manduria (TA), Merano (BZ), Molinella (BO), Motta Visconti (MI), Mugnano (NA), Nonantola (MO), Novellara (RE), Ospedaletto Euganeo (PD), Parma, Perugia, Pescia (PT), Pistoia, Putignano (BA), Quattro Castella (RE), Reggio nell’Emilia, Rovigo, Rubiera (RE), San Canzian d’Isonzo (GO), San Donà di Piave (VE), San Giorgio di Mantova (MN), San Giovanni Rotondo (FG), San Martino In Rio (RE), Sant’Eramo in Colle (BA), Sant'Ilario d'Enza (RE), Sciacca (AG), Staranzano (GO), Tavazzano con Villavesco (LO), Tradate (VA), Trento, Trovo (PV), Usmate Velate (MB), Valenza (AL), Vanzago (MI) e Varese.
Le sono dedicate, inoltre, scuole ad Agrigento, Collegno (TO), Montecchio Maggiore, Pistoia, e Verona.



Norma Pratelli Parenti

Monterotondo Marittimo (GR), 1 giugno 1921 - Massa Marittima (GR), 22 giugno 1944

Dopo l’armistizio partecipa attivamente alla Guerra di liberazione, nelle file della Resistenza grossetana come partigiana nel Raggruppamento Amiata della 23esima Brigata Garibaldi, raccogliendo denaro e aiuti per i partigiani, dando ospitalità ai fuggiaschi, ospitando ex prigionieri alleati, procurando armi e munizioni e partecipando di persona a varie azioni di guerra.
In una trattoria di Massa Marittima, gestita dalla madre, Norma indusse alla diserzione, per raggiungere le bande partigiane, numerosi prigionieri di guerra stranieri. Fu proprio uno di questi prigionieri, un soldato mongolo, che tradì Norma e la fece arrestare insieme alla madre, la sera del 22 giugno 1944.
Norma Pratelli Parenti fu fucilata la sera stessa, dopo essere stata ferocemente seviziata, dalle truppe tedesche in ritirata e il suo corpo straziato fu rinvenuto il giorno successivo.

Le è stata conferita la medaglia d'oro alla memoria ed è intitolata a lei una via a Roma.



Gina Galeotti Bianchi

Mantova , 4 aprile 1913 - Milano, 24 aprile 1945

Lia, questo il "nome di battaglia" di Gina Galeotti Bianchi, morì, dopo anni di lotta contro il fascismo, proprio nei giorni della Liberazione di Milano. Pur incinta di otto mesi, "Lia" si stava recando all'ospedale di Niguarda dove doveva incontrare alcuni partigiani feriti, lì ricoverati sotto false generalità. Fu falciata da una raffica di mitra, sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga e incappati in un posto di blocco partigiano.
Gina Galeotti Bianchi aveva cominciato giovanissima, diciassette anni prima, la sua attività antifascista. Nel 1943 era stata arrestata e deferita al Tribunale Speciale per essere stata tra gli organizzatori a Milano degli scioperi del marzo contro la guerra. Incarcerata per quattro mesi, fu liberata con la caduta del fascismo il 25 luglio e l'8 settembre entrò subito nelle organizzazioni della Resistenza. Fece parte, in particolare, del Comitato provinciale di Milano dei "Gruppi di difesa della donna", si impegnò nel servizio informazioni e si dedicò all'assistenza delle famiglie degli antifascisti caduti.

Il 19 novembre 2005 il Comune di Milano ha intitolato a Gina Galeotti Bianchi un’area nella zona di Niguarda, nei giardini tra via Val di Ledro e via Hermada.



Paola Garelli

Mondovì (CN), 14 maggio 1916 – Savona, 1 novembre 1944

La giovane pettinatrice Paola Garelli dopo l’armistizio entra in clandestinità, unendosi ai partigiani della Brigata SAP “Colombo”, attiva nella città di Savona. Assunto il nome di battaglia di “Mirka”, è inquadrata nella Divisione partigiana “Antonio Gramsci”, e le vengono affidate numerose missioni di collegamento con le formazioni presenti nei dintorni della città per rifornirle di viveri e materiali. Nella notte tra il 14 ed il 15 ottobre 1944 Paola viene arrestata e prelevata dalla sua casa dai militi del reparto della XXXIV Brigata Nera "Giovanni Briatore" di Savona. Condotta nella sede della locale Federazione fascista in piazza Saffi, sarà maltrattata e seviziata per quindici lunghissimi giorni, ma mai sottoposta ad alcuna parvenza di interrogatorio. Viene quindi condannata alla fucilazione per l’attentato compiuto ai danni del maggiore fascista Massabò. Insieme con lei vi erano altri cinque partigiani: due donne, Franca Lanzone “Tamara” di venticinque anni e Luigia Comotto di sessantotto, e tre uomini, Giuseppe Baldassare “Fedo” di ventisei anni, Stefano Peluffo “Mario” di diciotto e Piero Cassani di trentanove. Ma nel fossato della fortezza del Priamar, scenario dell’esecuzione, “Mirka” non morì subito; venne finita con un colpo di pistola alla testa. Paola aveva una bimba, Mimma, e a lei scrisse le sue ultime parole, raccolte nel libro “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”: Mimma cara la tua mamma se ne và pensandoti ed amandoti. Mia creatura adorata sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t’allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla. Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro, non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio. Ti chiedo solo una cosa: studia io ti proteggerò dal cielo. Ti abbraccio col pensiero te e tutti ricordandovi. La tua infelice mamma.

Le è dedicata una via a Ragusa.



Ofelia Garoia

Durazzanino, fraz. di Forlì, 1909 - ?

Nata da una famiglia di braccianti, nel 1936, durante la Guerra di Spagna, entrò nelle fila del “Soccorso Rosso” e continuò a lavorarvi fino al 1943. Dopo l’ 8 settembre 1943 partecipò alla formazione dei primi gruppi partigiani e fin dall’ottobre dello stesso anno guidò i “Gruppi di Difesa della Donna”, che avevano principalmente il compito di raccogliere e far pervenire ai partigiani armi, fondi, indumenti e medicinali. Fu organizzatrice di scioperi e partigiana nella 29^ Brigata GAP. Nel 1945 fu chiamata a far parte della Consulta nazionale, organismo che doveva preparare l’Assemblea Costituente, nonchè componente della prima Giunta comunale di Forlì.

Le è dedicata una via a Forlì.



Maria Erminia Gecchele

Zané (VI), 28 marzo 1904 - 7 maggio 1975

Operaia tessile, in fabbrica ebbe modo di frequentare la cellula comunista e di militare nell’ambito dell’antifascismo. Col nome di “Lena”, all'interno della brigata “Garemi”, ebbe prima funzione di staffetta, poi fu al comando del gruppo che collegava i partigiani della vallata a quelli della montagna, il CNL locale ai dirigenti di zona.
Quando fu catturata, il 13 dicembre del 1944, e sottoposta a pesanti interrogatori e a torture inenarrabili, Lena non parlò; eppure lei conosceva tutti i patrioti operanti nell'alto vicentino, le loro basi, la rete delle staffette e il comando generale. Quando venne liberata, il 27 aprile 1945, la trovarono ridotta in condizioni pietose, con ferite e fratture multiple.
Le vennero assegnate due croci di guerra e una modesta pensione.

Le è dedicata una strada a Montecchio Maggiore (VI).



Livia Gereschi

Pisa, 7 gennaio 1910 – Massarosa (LU),11 agosto 1944

Insegnante, laureata in lingue straniere, di lei si conoscono le gesta eroiche grazie alla testimonianza di un sopravvissuto all’eccidio della Sassaia, una località del comune di Massarosa (LU) in cui Livia venne massacrata e fucilata dalle SS tedesche. Grazie ai suoi studi in Germania, imparò la lingua tedesca. Da Pisa, dove insegnava, nel ’44 cercò rifugio a Pugnano (PI), insieme alla madre, in una stalla che era stata adibita a ricovero degli sfollati delle zone circostanti. Al fine di catturare i partigiani, i tedeschi rastrellarono il territorio, facendo circa trecento prigionieri, tra cui anche Livia. I prigionieri erano civili, per lo più famiglie, e Livia, grazie alla conoscenza del tedesco, riuscì a fungere da intermediaria con le milizie e a far rilasciare donne e bambini. La sorte le fu avversa e lei venne condotta insieme con gli altri uomini a Nozzano, nei pressi di Lucca, dove si trovava il quartier generale di Von Simon, comandante delle SS. In una scuola del luogo, i prigionieri, tra cui Livia, unica donna, vengono per quattro lunghi giorni seviziati e torturati, infine portati in località Sassaia e qui fucilati. Sulla base di questa versione, Livia Gereschi appare come una persona animata da sentimenti antifascisti e coinvolta per la sua generosità come vittima di efferate azioni di guerra. Esiste comunque un'altra versione, che la vede invece parte attiva nella lotta partigiana. Nella relazione di Ilio Cecchini, comandante della formazione partigiana “Nevilio Casarosa” operante sui monti pisani, Livia Gereschi figura tra gli attivi collaboratori della formazione stessa. Se fosse sopravvissuta, avrebbe ottenuto la qualifica di “patriota”.



Nives Gessi

Argenta (FE), 23 dicembre 1923 - Ferrara, 21 giugno 1994

Giovanissima partigiana, dopo l’8 settembre 1943 era entrata nella Resistenza nell’Argentano e poi, a Bologna, era entrata nel CUMER (Comando Unico Militare Emilia Romagna) e, al comando di Giuseppe D’Alema, era diventata partigiana della 28ma Brigata Garibaldi “Gordini” e della 7a GAP. Dopo la Liberazione Nives Gessi ha proseguito il suo impegno politico sia a livello locale che nazionale.

Le è dedicata una via a Ferrara.



Didala Ghilarducci

Viareggio (LU), 26 febbraio 1921 - Viareggio (LU), 26 aprile 2012

Nasce a Viareggio il 26 febbraio del 1921 da una famiglia di umili origini. Ancora liceale incontra quello che sarà il suo futuro marito, Ciro Bertini (Chittò) che sposa nel 1942 e segue nella decisione di combattere sulle Alpi Apuane. Il giovane partigiano viene ucciso dai nazisti nel 1944 in un brutale agguato. Ma questo tragico evento non ferma Didala, staffetta partigiana già pochi giorni dopo aver partorito suo figlio Riccardo, impegnata presso il Distaccamento d’assalto Garibaldi “Marcello Garosi”. La passione per i valori civili non l’ha mai abbandonata: nel dopoguerra è stata assessora e consigliera comunale a Viareggio e presidente dell’Anpi per la sezione Versilia. Nel 2007 ha pubblicato la sua biografia, “Partigiana per amore”, narrando la sua storia d’amore e di lotta e la difficile vita nascosta sulle montagne con uno stile semplice e intenso. Muore a 90 anni il 26 aprile 2012, dopo aver partecipato, insieme a tutte le autorità, alla cerimonia per la Festa della Liberazione a S. Anna di Stazzema in cui si rende omaggio alle 560 vittime della strage nazifascista: evento, quest’ultimo, che non mancava mai di onorare.

Il 24 novembre 2012 l’amministrazione di Viareggio le ha intitolato l’Aula del Consiglio comunale a testimonianza dell’impegno e della dedizione che questa donna ha sempre profuso per la sua città e per il bene comune.



Gianna Giglioli Valle

Dal 20 al 30 settembre 1944 l’undicesima compagnia partecipò all’operazione militare in Valsugana in sostegno ai nazisti che stavano rastrellando i “Banditen” del Grappa. Vengono catturati ed uccisi molti partigiani tra i quali anche il sottotenente dottor Angelo Valle. La moglie Gianna Giglioli, incinta, appena saputo che il marito era morto e che lei sarebbe stata avviata in un campo di concentramento in Germania, chiese piuttosto di essere uccisa. Era già notte quando venne assassinata alla luce dei fari di un’auto. A ricordare quel massacro, lungo la strada che fiancheggia la stazione ferroviaria, rimane una lunga serie di croci.

A San Nazario (VI) le è stata dedicata una piazza, una strada a Reggio Emilia e un'altra (assieme al marito) a Bari.



Natalia Ginzburg

Palermo, 14 luglio 1916 - Roma, 7 ottobre 1991

È stata una scrittrice italiana, figura di primo piano della letteratura italiana del Novecento. Il padre è professore universitario antifascista e insieme ai tre fratelli di lei sarà imprigionato e processato con l'accusa di antifascismo.
Natalia stringe legami con i maggiori rappresentanti dell'antifascismo torinese e in particolare con gli intellettuali della casa editrice Einaudi della quale il marito, docente universitario di letteratura russa, era collaboratore dal 1933.
Nel 1940 segue il marito, che era stato mandato al confino per motivi politici e razziali, a Pizzoli in Abruzzo dove rimane fino al 1943.
Nel 1942 scrive e pubblica, con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, il suo primo romanzo intitolato La strada che va in città.
In seguito alla morte del marito, torturato e ucciso nel febbraio del 1944 nel carcere romano di Regina Coeli, nell'ottobre dello stesso anno Natalia giunge a Roma, da poco liberata, e si impiega presso la sede capitolina della casa editrice Einaudi. Nell'autunno del 1945 si ristabilisce a Torino, dove nel frattempo sono rientrati anche i suoi genitori e i suoi figli.
Sopravvissuta alla guerra divenne una delle più famose scrittrici della seconda metà nel Novecento.

Le sono dedicate vie in diverse città: Cepagatti (PE), Castenaso (BO), Lecce, Orsenigo (CO), Palermo, Prato (PO), Roma, San Giovanni in Persiceto (BO), Sinalunga (SI), Vibo Valentia (VV).



Graziella Giuffrida

Catania, 1924 - Genova, 1944

A Catania, in via Bellia, una lapide ricorda Graziella Giuffrida, eroina della Resistenza. Vi si legge “Graziella e Salvatore Giuffrida... alla libertà e alla patria offrirono la giovane esistenza nella guerra di Liberazione”.
Di lei sappiamo poco: nasce nel 1924 a Catania, nel quartiere popolare di San Cristoforo. È gentile e battagliera. Finiti gli studi, vuole andar via, i discorsi del fratello Salvatore, antifascista, la infiammano. Sono inutili i tentativi dei genitori di fermarla, Graziella riesce a convincerli e nel 1943 va a Genova a fare la maestra; l’accompagna il fratello Salvatore. Nel capoluogo ligure Graziella si unisce alle Squadre di Azione Partigiana. La sua battaglia si conclude però dopo poco tempo: il 24 marzo del 1944, nel quartiere di Teglie, prende il tram per tornare a casa. Nasconde sotto il cappotto una pistola. Alcuni soldati tedeschi la vedono e cominciano ad importunarla: Graziella reagisce, i soldati le mettono le mani addosso e trovano la pistola, la dichiarano in arresto e la costringono a seguirli in un capanno della periferia. Lì, la torturano e infieriscono sul suo corpo martoriato violentandola. Solo un mese dopo, il 28 aprile, in via Rocca dei Corvi, in località Barbini a Fegino in Val Polcevera, in una fossa improvvisata, viene ritrovato il corpo di Graziella, a fianco del capanno. Accanto al suo, i corpi di quattro giovani partigiani.
In memoria di Graziella, ogni anno, il 25 aprile, il corteo catanese che celebra la Liberazione si ferma e depone una corona di garofani rossi sulla porta della sua casa. A Genova, il 27 marzo di ogni anno, si svolge una cerimonia davanti a un cippo posto in via dei Corvi sul quale si legge: “I genitori di Graziella dalla loro lontana Catania alzarono questo cippo alla memoria”.



Ada Gobetti Marchesini

Torino, 14 luglio 1902 - 14 marzo 1968

Insegnante, traduttrice e giornalista. Studia al liceo “Gioberti” di Torino, dove conosce Piero Gobetti, che sposa nel 1923, e comincia con lui a lavorare alla rivista Energie Nuove. Nel 1925 si laurea in Filosofia, in seguito si dedica all'insegnamento e a studi letterari e pedagogici.
Negli anni del fascismo la casa di Ada e Piero è al centro di una rete clandestina di intellettuali, che porterà più tardi alla costituzione del movimento “Giustizia e Libertà”.
Il 5 settembre 1924, mentre sta uscendo di casa, Piero viene aggredito sulle scale e selvaggiamente picchiato. Furono costretti a espatriare in Francia, dove Piero, mai più riavutosi dalle ferite, muore. Ada rimane sola, con il bambino Paolo di pochi mesi. Nel 1926, si risposa con Ettore Marchesini. Insieme al figlio Paolo partecipa alla Resistenza in Val di Susa, compiendo anche missioni di collegamento con la Francia e gli Alleati.
Dopo la Liberazione Ada, medaglia d’argento della resistenza, prosegue la sua azione politica e letteraria, viene nominata vicesindaco di Torino ed è membro della consulta per il Partito d'Azione. Nel 1953 dirige la rivista Educazione Democratica e nel 1956 aderisce al PCI. Raccolti numerosi documenti e testimonianze della cultura italiana tra il 1920 e il 1944, fonda nel 1961 con il figlio Paolo e la nuora Carla il Centro Studi Piero Gobetti.
Autrice di varie traduzioni dall'inglese e studiosa di pedagogia, introduce in Italia gli scritti di Benjamin Spock.
È sepolta nel Cimitero di Sassi a Torino.
Le sue esperienze sono raccolte nell'opera Diario partigiano.

Le sono intitolati l'Istituto Professionale Industria-Artigianato a Torino, una scuola materna a Ferrara e vie a Prato, Roma e Torino.



Antonietta Gordini

1923 - 1944

Maestra ventunenne, fu uccisa da una scheggia, in Pieve, durante i bombardamenti del 5 giugno 1944: è simbolo delle migliaia di vittime civili forlivesi della seconda guerra mondiale.

Le è dedicata una strada a Forlì.



Tina Gori

Forlì, 26 gennaio 1900 - 6 gennaio 1947

Il padre, anarchico, la chiamò Atea, ma lei volle farsi chiamare Tina.
Nome illustre della resistenza forlivese, accoglieva nella sua casa, nel centro storico di Forlì, partigiani, antifascisti e alleati. Dopo l'armistizio salvò il pilota americano Jack Reiter, prelevandolo da una stanza d'ospedale e assicurandogli le dovute cure nella sua casa.
Coraggiosa e generosa, dopo la liberazione di Forlì, portò aiuto e conforto anche agli avversari che si trovavano in grande difficoltà.

Le è dedicata una via a Forlì.



Angela Gotelli

Albareto (PR), 1905 - 1996

Laureata in Lettere e Filosofia all'Università di Genova, insegna Lettere classiche presso il ginnasio di Trieste. Negli anni giovanili fino alla guerra è attiva nella FUCI Nel 1934 partecipa alla fondazione del movimento dei laureati cattolici, di cui diventa vicepresidente; dopo l'8 settembre del 1943 è attiva nella Resistenza: presta servizio come crocerossina tra le formazioni partigiane e offre la sua casa di Poggiorasco come sede del locale comando partigiano e asilo per gli sfollati. Trattando lo scambio di ostaggi civili e prigionieri tedeschi a Montegroppo di Albareto riesce ad evitare a parecchi paesi dell'Emilia e della Liguria le rappresaglie tedesche; collabora con il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e, alla fine della guerra, si attiva per avviare la ricostruzione di Albareto.
Dopo la guerra partecipa alla costituzione della Democrazia Cristiana, di cui diviene ben presto delegata provinciale di La Spezia. È appunto nel III collegio di Genova Imperia La Spezia Savona che nel 1946 sarà eletta all'Assemblea Costituente per la Democrazia Cristiana.
Muore ad Albareto il 20 novembre 1996.

Le sono intitolate strade ad Albareto, a Parma e una piazza a Varese Ligure.



Rosa Guarnieri Carducci

Castel del Piano (GR), ? - Roma, 1943

Casalinga, medaglia d’oro al valor civile.
Nata Liberi, si era sposata e viveva a Roma. Dopo l'armistizio fu uccisa mentre tentava di opporsi all'arresto di un figlio. Ad analoghi episodi avvenuti nella Capitale, s'ispirò Roberto Rossellini per il film Roma città aperta. La motivazione della ricompensa al valor civile, concessa a Rosa Guarnieri il 3 gennaio 1947, recita: "Sulla porta della sua casa affrontava, con intrepido coraggio, una pattuglia nemica di tedeschi e fascisti, che ricercavano il suo figliolo per trarlo in arresto quale reo di antifascismo e, sfidando le armi puntate sul suo petto e le crudeli minacce, si opponeva con tutte le sue forze ai ferri degli aguzzini. Colpita da più colpi di pistola e di moschetto cadeva esanime al suolo ed immolava la vita dando un nuovo, luminoso esempio del patriottismo e del coraggio della donna e della madre italiana".

Alla Rosa Guarnieri è stata intitolata una strada di Roma e, nel suo paese natale, le è stata dedicata una piazza. Porta il nome di Rosa Guarnieri Carducci anche un asilo di Grosseto.



Valentina Guidetti

1922 - 1945

Nata a Sant'Ilario d'Enza (Reggio Emilia) nel 1922, massacrata dai tedeschi in località Ca' Marastoni di Toano (RE) il 1° aprile 1945, Medaglia d'argento al valor militare alla memoria.
Giovane e ardimentosa staffetta del distaccamento "Orlandini" della 26ma Brigata Garibaldi, era conosciuta nella Resistenza col nome di copertura di "Nadia". Quando il suo reparto, con altri partigiani delle "Fiamme Verdi", fu attaccato da preponderanti forze tedesche, la ragazza si offrì di andare a chiedere l'aiuto di altri garibaldini. Attraversata una zona violentemente battuta dal fuoco nemico, raggiunse il comando dell'VIII Battaglione. Avute le istruzioni richieste, noncurante degli inviti alla prudenza, volle tornare subito al suo distaccamento. Intercettata dai soldati nazisti, la coraggiosa staffetta fu massacrata a pugnalate. Il suo cadavere, orrendamente mutilato, fu ritrovato tra i rovi dai suoi compagni di lotta che, in suo onore (nel dopoguerra a Valentina Guidetti sarebbe stata assegnata la decorazione alla memoria), decisero di intitolarle subito il Distaccamento garibaldino.

Una via di Sant'Ilario d'Enza e una a Reggio Emilia portano oggi il nome della valorosa staffetta.



Noris Guizzo "Carmen"

Selva del Montello (TV), 1918 - Buenos Aires, 1967

Entra in contatto con le prime formazioni partigiane piemontesi dopo l’armistizio del ’43, e diventa staffetta del gruppo Brigate Matteotti per tutto l’inverno 1943-44. Tornata a Selva per ragioni di salute, va a curare il fratello, partigiano sul Cansiglio, che si era ammalato. Decide di entrare nella resistenza locale, diventando staffetta della Brigata Mazzini, e partecipa ad azioni armate e di sabotaggio. Arrestata a causa del tradimento di un partigiano della sua brigata, viene torturata e ridotta quasi in fin di vita. Nel gennaio 1945 è trasferita a Palazzo Giusti dove viene orrendamente seviziata dalla Banda Carità. Viene ritrasferita a Treviso, sistemata come donna di servizio, e sorvegliata a vista, in casa di un capitano fascista, accanito persecutore di partigiani, da dove riesce a fuggire il 19 aprile, aggregandosi alla brigata garibaldina “Wladimiro Paoli” e partecipando alla liberazione di Treviso. Dopo la guerra si impegna nella Commissione Femminile del Pci a Treviso ed è testimone nei processi contro i fascisti nei tribunali di Treviso e Udine. Nel 1949 con il fidanzato e il fratello emigra in Argentina dove morirà nel 1967.

Il Comune di Volpago del Montello (di cui Selva è una frazione) le ha intitolato una strada.



Teresa Gullace

Cittanova (RC), 1907 - Roma, 1944

Nata a Cittanova, si trasferì a Roma in gioventù.
Madre di 5 figli, incinta del sesto, andò a trovare il marito rinchiuso dai nazisti nella caserma di via Giulio Cesare.
La donna lo vide alla finestra e cercò di avvicinarsi a lui incurante del divieto urlatole da un soldato tedesco che le sparò un colpo uccidendola.
La tragica storia divenne una delle icone della resistenza e numerosi gruppi partigiani cittadini resero Teresa uno dei simboli della loro lotta.
Il Presidente Giovanni Leone la insignì della Medaglia d’oro al merito civile.

Le sono dedicate a Roma una via e un Liceo scientifico.



Caterina Herresthal

Kurenz (Germania) 1896 - Valfabbrica 1986

Gubbio , 22 giugno 1944, i tedeschi attuano una rappresaglia per l’uccisione di un ufficiale medico tedesco e il ferimento di un altro ad opera di una pattuglia dei GAP in un bar della città. L’episodio sarà poi ricordato come l’eccidio dei quaranta martiri di Gubbio. Sono fucilati quaranta cittadini, uomini e donne, giovani e meno giovani. Alcuni sono costretti addirittura a scavarsi la fossa. Valfabbrica, 25 giugno 1944. In seguito all’uccisione da parte dei partigiani di un soldato tedesco e al ferimento di altri due soldati, sta per accadere quello che è successo tre giorni prima a Gubbio. I tedeschi occupano la piazza che si sta riempiendo di cittadini perché è domenica e la gente sta per andare a messa. Quaranta persone vengono messe al muro e minacciate con le armi mentre si ispezionano tutte le case. I tedeschi dicono che faranno saltare il paese. Caterina Herresthal è una donna tedesca che vive a Valfabbrica perché ha sposato un italiano, Luigi Fiorentini, ha quattro figli ed abita proprio vicino alla piazza. Decide che non può rimanere a fare da spettatrice, affronta i nazisti e si offre come interprete. Allontanata dai soldati, comincia ad urlare in tedesco e alla fine riesce ad avvicinare l’ufficiale. I presenti, pur non comprendendo la lingua, assistono a un dialogo concitato: l’ufficiale urla ordini, la donna disperata continua a gridare. Le viene suggerito di mettersi in salvo con marito e figli, lei è tedesca, può salvarsi. Ma Caterina insiste, ormai nessuno può fermare la sua determinazione. L’ufficiale, infastidito, vuol levarsi di torno questa donna e crede di convincerla con queste parole: “Tu cerchi di difendere chi ha aggredito i nostri militari, ma se non ti fossi sposata con un italiano, potevano essere i tuoi figli!”. Ma Caterina urla disperata: “Questo è vero, ma tra gli ostaggi ci sono uomini, donne, giovani che io conosco e alcuni di questi potrebbero essere miei figli e parenti. Voi ve ne andrete, ma qui lasciate il ricordo dei miei connazionali che hanno distrutto un paese ed hanno seminato morte. Io rimarrò tra quelli che si saranno salvati. Ma sarò odiata da tutti, perché tedesca, forse anche dai miei figli e da mio marito”. L’ufficiale nazista si consultò con alcuni sottufficiali e poi ritirò i suoi uomini. Il paese e gli ostaggi furono liberi.

Le è dedicata una via a Valfabbrica.



Dolores Ibárruri Gómez (detta la Pasionaria)

Abanto-Zierbena, 1895 - Madrid, 1989

Fu un’attivista e antifascista spagnola, già segretaria generale e poi presidente del Partito comunista spagnolo, membro del Parlamento prima dell’avvento di Francisco Franco e dopo il ritorno della Spagna alla democrazia.
Nata in una famiglia povera di minatori, in una città basca della Spagna, Dolores fu l'ottava di undici figli. Venne coinvolta nelle lotte sociali fin dalla gioventù. Nel 1916, all'età di vent'anni, sposò Julian Ruiz, un minatore e attivista politico. Ebbe sei figli, ma quattro morirono prima dell'età adulta, in parte a causa dell'estrema povertà. La Ibárruri studiò gli scritti di Karl Marx e si unì al Partito Comunista (PCE). Scrisse articoli per il quotidiano dei minatori, sotto lo pseudonimo di Pasionaria, il fiore della passione. Nel 1930 venne eletta nel Comitato Centrale del Partito Comunista Spagnolo. Con l'avvento della Seconda repubblica nel 1931, si spostò a Madrid, dove si adoperò per il miglioramento della condizione del lavoro femminile. A causa delle sue attività, venne arrestata e imprigionata diverse volte. Con lo scoppio della guerra civile spagnola, innalzò la sua voce in difesa della Repubblica con il famoso slogan ¡No pasarán! ("Non passeranno"). I suoi discorsi conquistarono gran parte della popolazione, specialmente le donne, alla causa antifascista (contro il nascente franchismo di Francisco Franco). Con la caduta di Madrid in mano ai franchisti, la Ibárruri andò in esilio nell'Unione Sovietica, dove continuò la sua attività politica. Dopo la morte di Francisco Franco, nel 1975, ritornò nella sua terra natia. Venne eletta come deputato della Cortes nel giugno 1977, nelle prime elezioni libere dopo la restaurazione della democrazia.
Dolores Ibárruri morì di polmonite a Madrid, all'età di 93 anni.

A Roma è intitolato un viale a suo nome e a Reggio nell'Emilia una via.



Nilde Iotti

Reggio Emilia, 10 aprile 1920 - Poli (RM), 4 dicembre 1999

È stata una politica italiana, prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei deputati. Occupò lo scranno più alto di Montecitorio per tre legislature, dal 1979 al 1992, conseguendo un primato finora incontrastato nell'Italia repubblicana.
Partecipa alla resistenza, svolgendo inizialmente la funzione di porta-ordini, poi aderendo ai Gruppi di Difesa della Donna, formazione antifascista del PCI, diventandone organizzatrice e responsabile. Dopo l'8 settembre 1943 si iscrive al PCI e fu presidente dell'Unione Donne Italiane di Reggio Emilia. Nel 1946 viene candidata dal Partito Comunista Italiano e viene eletta all'assemblea costituente. Proseguì in seguito la sua carriera politica sia nell'UDI che all'interno del PCI.

Le sono dedicati spazi pubblici in molte città: Ales (OR), Bentivoglio (BO), Cadelbosco di Sopra (RE), Carbonia (CI), Cardano al Campo (VA), Caserta, Casoria (NA), Cernusco sul Naviglio (MI), Cesena (FC), Corsico (MI), Crespellano (BO), Forlì, Genazzano (RM), Imola (BO), Lecce, Luzzara (RE), Mantova, Minturno (LT), Monterotondo (RM), Musei (CI), Nichelino (TO), Nuoro, Olbia, Palaia (PI), Parma, Piombino (LI), Pistoia, Pontedera (PI), Reggio Emilia, Rivalta di Torino (TO), Roma, Rozzano (MI), San Donà di Piave (VE), San Piero a Sieve (FI), Savignano sul Rubicone (FC), Vibo Valentia.



Lidia Lalli

Flaibano (UD), 1922 - Stretta di Stadano ad Aulla (MC), 22 aprile 1945

Amalia Lidia Lalli, di origini friulane, seguì il padre, geometra, in Lunigiana, dove si era trasferito per ragioni di lavoro. S’iscrisse presso l'università di Pisa alla facoltà di ingegneria che abbandonò per seguire il padre e il fratello Enzo quando entrarono nella Resistenza. Nella brigata partigiana “Ugo Muccini” con il nome di battaglia “Kyra” la giovane fu impiegata prima come infermiera, poi, grazie al suo coraggio, come combattente vera e propria. Riuscì addirittura a strappare per due volte il fratello dalle mani dei nazisti.
Il 2 aprile 1945 una pattuglia di partigiani entrò in conflitto a fuoco con una colonna di nazisti sul greto della Magra, tra Stadano e Noverino di Podenzana, cioè all’altezza delle Lame di Aulla. Lidia venne colpita in pieno petto e morì quasi subito.
Il 29 maggio 1947 l’università di Pisa le conferì la laurea “ad honorem” in ingegneria, e la Repubblica Italiana la medaglia d’argento al valor militare.

A lei è dedicata una scuola materna a Sarzana mentre non ci sono né targhe né cippi commemorativi nel luogo in cui morì.



Vera Lombardi

1904 - Napoli, 26 ottobre 1995

Nata nel 1904 in una famiglia di tradizioni socialiste. Per la sua attività politica il padre fu arrestato nel '21, in Puglia, nel clima di repressione e violenza, scatenato contro contadini e operai in lotta, dai fasci di combattimento.
Nel corso di quegli anni Vera, partecipò agli incontri clandestini di antifascisti. Con gli altri antifascisti napoletani, scambiava libri e materiali clandestini sulla situazione interna e internazionale, sulla guerra di Spagna, sull'Urss. Il gruppo aveva contatti con i fuoriusciti e attraverso amici francesi aveva informazioni sulla Russia.
Nel '43 i genitori, già molto provati e anziani, si erano trasferiti a Roma, accettando l'ospitalità di alcuni parenti. Vera rimase ancora per qualche tempo a Napoli, poi li raggiunse il 17 luglio del '43. Il fratello Franco, che si era esposto per la sua attività antifascista e aveva sposato una donna ebrea, Iole Tagliacozzo, impegnata anche lei nel lavoro politico, aveva affittato una casa a Monte Verde, in un palazzo abitato quasi completamente da ebrei, che si nascondevano lì con nomi falsi.
Al ritorno a Napoli, nel '45, rimase una vivace protagonista della vita culturale e politica cittadina.

È stata per anni presidente dell'Istituto campano per la Resistenza che, dopo la sua morte, è stato a lei intitolato, insieme a una via della città.



Maria Assunta (Tina) Lorenzoni

Macerata, 1918 - Firenze, 1944

Durante la seconda guerra mondiale, presta servizio come crocerossina.
Dopo l’armistizio, si mette in contatto con il movimento antifascista fiorentino. A Firenze entra a far parte della V Brigata Giustizia e Libertà, nella quale si occupa dei collegamenti con il comando della Divisione. Svolge numerose missioni pericolose e organizza l’espatrio di cittadini d’origine ebraica e di perseguitati politici.
Durante la battaglia per la liberazione di Firenze, riesce più volte ad attraversare le linee di combattimento per portare ordini al Comando d’Oltrarno. Catturata da una pattuglia tedesca, viene portata a Villa Cisterna e rinchiusa in una stanzetta per essere interrogata.
Rimasta sola tenta di fuggire, ma viene uccisa da una raffica di mitra mentre tenta la fuga scavalcando il reticolato di recinzione.
È medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

Le sono state dedicate vie a Bagno a Ripoli (FI), Castelfiorentino (FI), Empoli (FI), Macerata, Roma e una a Trento insieme al padre Giovanni.



Anna Lucente

Aprigliano, 1° marzo 1930 - Cosenza, 31 agosto 2008

Donna dal forte impegno sociale e politico, militante comunista e antifascista, ha lottato con forza e determinazione per l’emancipazione della donna.
Impegnata nell’amministrazione della città di Cosenza, ha sostenuto le lotte per la casa, per migliorare i servizi sociali e sanitari, per la sicurezza e la legalità del territorio.

Le è dedicata una via a Cosenza.



Mariangela Maccioni

Nuoro, 1891 - 1958

Non soltanto esercitava il suo ruolo di maestra con una passione e un rigore intellettuale che la portava ad avvertire l’esigenza di ampliare i suoi orizzonti culturali anche all’esterno dell’ambiente isolano, ma si interessava anche della vita politica, manifestando con coraggio il suo netto antifascismo.
Fu la sola insegnante e forse l’unica donna nuorese a firmare la sottoscrizione per Matteotti, in seguito all’assassinio del deputato socialista da parte del fascismo nel 1924 (cosa che le comportò sempre, nei documenti della polizia segreta fascista, la qualifica di “sottoscrittrice pro Matteotti”).
Del resto, per tutto il ventennio avrebbe dovuto sopportare le angherie e i soprusi dei fascisti, i quali avevano preso l’abitudine di controllarne la corrispondenza, di seguirne gli spostamenti e le amicizie, di interrompere le sue lezioni a scuola, fino ad arrivare ad arrestarla nell’aprile 1937. Soltanto la fine del fascismo portò la maestra Maccioni a riacquistare il suo posto di insegnante, nel marzo 1944. Morì nel 1958, ma la sua memoria e il suo insegnamento furono coltivate dal marito, che le raccolse nel volume “Memorie politiche”, edito dalle edizioni Della Torre.
La figura di Mariangela Maccioni rappresenta un valido esempio di coraggiosa opposizione ad uno stato che voleva imporle di insegnare non secondo la sua coscienza di educatrice. Fu una“maestra resistente” che, al direttore fascista che voleva imporle di magnificare Mussolini nelle sue lezioni, rispose che lei non aveva paura delle minacce “perché io non temo chi può uccidere il mio corpo, ma chi può offendere il mio spirito”.

È intitolata a lei una strada di Nuoro.



Maria Macellari

Le fu conferita la Medaglia d'Argento al Valor Militare con questa motivazione: "Animata da alto spirito patriottico dava tutta se stessa alla causa della libertà, trasformando la fede ardente che l'animava nei suoi compagni di lotta, per i quali seppe in ogni istante prodigarsi con cuore di madre e di sorella, sempre prima ad accorrere là dove maggiore era il pericolo. Arrestata nel corso di una missione informativa e sottoposta a lunghi interrogatori e ad interminabili torture e sevizie, nulla di compromettente usciva dalle sue labbra. Condannata a morte, davanti al plotone di esecuzione teneva contegno sereno e superbo, tanto da destare l'ammirato rispetto dei suoi aguzzini. Bellissima figura di patriota e di italiana". Piacenza, 10 marzo 1945.

Le è dedicata una via a Piacenza.



Artemisia Mammuccari

Cittadina di Velletri, catturata e uccisa il 19 febbraio 1944, assieme ad altri 13 abitanti, a titolo di rappresaglia per la morte di un soldato tedesco in località Pratolungo.

Le è dedicata una strada a Velletri (RM).



Irma Marchiani

Firenze, 6 febbraio 1911 - 26 novembre 1944

Nei primi mesi del 1944 è informatrice e staffetta di gruppi partigiani formatisi sull'Appennino modenese. Nella primavera dello stesso anno entra a far parte del Battaglione " Matteotti ", Brigata " Roveda ", Divisione "Modena", partecipa ai combattimenti di Montefiorino e viene catturata mentre tenta di far ricoverare in ospedale un partigiano ferito, è seviziata, tradotta nel campo di concentramento di Corticelli (Bologna), condannata a morte, poi alla deportazione in Germania. Riesce a fuggire, rientra nella sua formazione di cui è nominata commissario, poi vice-comandante - infermiera, propagandista e combattente, è fra i protagonisti di numerose azioni nel Modenese, fra cui quelle di Monte Penna, Bertoceli e Benedello. L'11 novembre 1944, mentre con la formazione ridotta senza munizioni tenta di attraversare le linee, è catturata, con la staffetta "Balilla", da una pattuglia tedesca in perlustrazione e condotta a Rocca Cometa, poi a Pavullo nel Frignano (Modena). Processata il 26 novembre 1944, a Pavullo, da ufficiali tedeschi del Comando di Bologna viene fucilata alle ore 17 dello stesso giorno con Renzo Costi, Domenico Guidani e Gaetano Ruggeri "Balilla".
Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Le sono state dedicate vie a Carovigno (BR), Ciampino (RM), Figline Valdarno (FI), Livorno, Modena e Roma.



Maria Margotti

Alfonsine (RA) 1915 – Marmorta di Molinelle (BO) 1949

Semplice ma significativa, la biografia di Maria Margotti appare esemplare, nonostante la fine tragica, dell’esperienza di una donna della classe operaia del nord Italia nella prima metà del secolo scorso. Giovanissima, fa la mondariso, poi partecipa attivamente alla Resistenza. Finita la guerra, dal ’46 lavora come operaia in una fornace della cooperativa di Argenta, partecipando attivamente alle lotte sindacali per le sette ore, il miglioramento delle condizioni di lavoro, il rispetto della legge sul collocamento. La lotta raggiunge il suo culmine con lo sciopero bracciantile del 1949, quando le forze dell’ordine - carabinieri e reparto celere – intervengono con una pesante repressione affiancando sostanzialmente la dura reazione padronale. Maria Margotti ne rimane vittima, insieme a un gruppo di compagne e compagni di lavoro, che sono colpiti da una raffica di mitra partita da un autoblindo dei carabinieri, mentre tornano a casa, il giorno dopo la manifestazione cui hanno partecipato. La verità sull’episodio venne alla luce a fatica e il carabiniere responsabile fu condannato a una pena irrisoria nonostante la gravità del suo gesto.
Medaglia d'Oro al Valor Militare.

Nel 1982 il Comune di Ravenna ha dato il nome di Maria Margotti alla via dove era stata uccisa.



Ancilla Marighetto

? - 1945

Esponente della Resistenza nel Trentino orientale, al confine con la provincia di Belluno, di cui fu artefice principale un gruppo composto anche da alcuni ex ufficiali dell'Esercito italiano, fra i quali il fratello.
Nell'agosto 1944 fu istituita e destinata al vicino Tesino e alla bassa Valsugana la compagnia "Giorgio Gherlenda", composta da 29 partigiani, in buona parte provenienti dai comuni bellunesi di confine affiancati da alcuni trentini. Quasi subito fu operativa come staffetta anche Ancilla Marighetto, col nome di battaglia "Ora".
Dopo l'appello alleato (13 novembre 1944) alla Resistenza di sospendere le attività durante l'inverno, una parte dei combattenti fece rientro alla vita civile. Nel "Gherlenda" rimasero in montagna solo un gruppo ristretto di sette partigiani noti, che difficilmente sarebbero passati inosservati al rientro nei rispettivi paesi (per numerosi loro compagni, infatti, il destino dopo il ritorno fu tragico).
Fra i sette c'era "Ora" e il loro nascondiglio fu in una valletta impervia nella zona del passo del Brocon, la Val Caora; da qui partirono anche per alcune azioni di sabotaggio contro l'occupante. Alla metà di febbraio 1945, il gruppetto decise di trasferirsi in una zona meglio esposta al sole e fece tappa a malga Vallarica di Sotto, dove il 19 febbraio fu sorpreso da una pattuglia di tredici uomini del Corpo di sicurezza trentino guidata dal sanguinario capitano Ss austriaco Karl Julius Hegenbart, che si era già macchiato, fra l'altro, del sangue di un'altra partigiana di Castello Tesino, Clorinda Menguzzato, detta "Veglia".
Nel fuggi fuggi "Ora" non riuscì a mettersi i suoi sci, si mise allora a correre verso valle, sulla neve, in direzione Lamon, insieme con il compagno "Raul"; quando sentirono avvicinarsi i nazisti che avevano gli sci, i due si arrampicarono su due abeti per nascondersi. Solo l'ultimo uomo della pattuglia si accorse di "Ora" e richiamò gli altri: la giovane impugnava la pistola ma alla fine –per qualche motivo– non la utilizzò e accolse l'invito del capitano Hegenbart a scendere dall'albero.
"Ora" fu subito interrogata ma oppose il silenzio e il disprezzo alle domande del comandante nazista. Hegenbart ordinò allora a uno dei soldati trentini presenti, un sottufficiale di Cavalese, di sparare alla testa di Ancilla.
Quando la pattuglia se ne andò, "Raul" scese dall'albero e seppellì "Ora" sotto la neve; la salma fu recuperata due giorni dopo da due giovani di Lamon, sollecitati dai partigiani superstiti, e trasportata al vicino rifugio Croset dove fu tumulata sotto un cumulo di sassi; dopo la Liberazione sarà traslata a Castello Tesino dove il 16 giugno 1945 si tennero i funerali dei partigiani Ancilla Marighetto "Ora", Isidoro Giacomin "Fumo", Clorinda Menguzzato "Veglia", Gastone Velo "Nazzari", Luigi Parer "Pronto" e Dario Zampiero "Mosca".

Le sono dedicate una strada a Roma e una a Trento.



Emilia Martinelli Valori

Sansepolcro (AR), 5 luglio 1902 – Roma, 22 marzo 1988

Nel 1938 da Sansepolcro si trasferì con la famiglia a Meolo, un paesino del veneziano, dove gestiva un ampio magazzino di tabacchi. Tra il settembre del 1943 e la fine di aprile del 1945 usò questo magazzino come rifugio per molti ebrei perseguitati dai nazisti. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con decreto dell’11/12/2009 ha conferito a Emilia Marinelli Valori la Medaglia d’oro al merito civile, alla memoria, con la seguente motivazione: “Donna di elevatissime qualità umane e morali, nel corso del secondo conflitto mondiale, con eroico coraggio e a rischio della propria vita, offrì sostegno alle forze partigiane e organizzò un’attività clandestina per dare ospitalità e assistenza a molti ebrei e ad altri perseguitati, che riuscì a sottrarre alla deportazione e alla morte. Fulgido esempio di elette virtù civiche, di abnegazione e di generoso altruismo fondato sui più alti valori dell’umana solidarietà. 1938-1945 Meolo (VE)”. Emilia Marinelli Valori ricevette nel 1998 a Yad Vashem a Geusalemme il riconoscimento di Giusta fra le Nazioni e in suo onore è stato piantato un ulivo tra gli "alberi dei giusti" nel Planting Center di Gerusalemme.

Le è dedicata una strada a Meolo (VE).



Genny Marsili

Pietrasanta (LU), 23 gennaio 1914 - Stazzema (LU), 12 agosto 1944

Genny Bibolotti Marsili si trovava a Sant'Anna di Stazzema, perché era stata sfollata dalla piana nel corso dell'occupazione nazifascista; con lei c'erano i genitori, i due fratelli e il figlio Mario di sei anni. Sorpresi dai tedeschi, i fratelli furono costretti a trasportare le armi, mentre Genny con gli atri familiari e altri dieci cittadini di Stazzema furono rinchiusi in una stalla e fucilati. Genny, prima di morire, aveva nascosto dietro la porta di ingresso il figlio che, nonostante l’incendio che fu appiccato alla stalla, si salvò riportando solo delle ustioni.

Le è dedicata una strada a Viareggio (LU).



Caterina Martinelli

1904 - 1944

Nella primavera del '44 la situazione alimentare a Roma si fa sempre più precaria per la difficoltà di trovare il necessario; la decisione tedesca di ridurre la razione giornaliera pro capite di pane da 150 a 100 grammi induce le donne ad organizzarsi e a manifestare davanti ai forni. Il 3 maggio Caterina Martinelli, madre di sette bambini, guidava all'assalto di un forno le donne della borgata che la fame e la miseria avevano esasperato dopo un inverno terribile. Mentre ritornavano nelle loro baracche con le sporte piene di pane, le donne furono bloccate da un milite della PAI. Al rifiuto di cedere il pane, quelli spararono con il mitra colpendo Caterina Martinelli, che teneva in braccio la bambina ancora lattante e aveva una grossa pagnotta stretta al petto. La donna stramazzò a terra cadendo sopra la figlia, che sopravvisse ma ebbe la spina dorsale lesionata; altre restarono ferite. Il sacrificio non fu vano. Nel mese di maggio, per attenuare il clima di impopolarità contro i restrittivi provvedimenti alimentari, che avevano prodotto le manifestazioni delle donne davanti ai forni, le autorità nazifasciste decidono alcune distribuzioni straordinarie di generi alimentari di prima necessità [...]. Radio Londra in un comunicato elogiò l'operato delle donne romane.

Le è dedicata una via a Roma.



Rosa Marucci

Norcia ? - ?

Partigiana norcina appartenente alla “Banda Melis”, si occupò prevalentemente di fornire assistenza ai partigiani e agli alleati, rischiando la sua vita e quella dei figli piccoli. Il 27 gennaio 1967 da parte dell’allora Ministro della Difesa le viene riconosciuta la Medaglia d’Argento al Valor Militare con questa motivazione: “Vedova con tre figli in tenera età, partecipava volontariamente alla lotta di liberazione incurante dei gravissimi rischi che ciò comportava, prodigandosi generosamente nell’opera di occultamento e di assistenza morale e materiale a favore di partigiani e di prigionieri di guerra alleati. Magnifico esempio di alti sentimenti patriottici e di incondizionata dedizione alla causa della libertà”.

Nel 2008 Norcia ha deciso di intitolarle una via.



Lavinia Mazzucchetti

1889 - 1965

Germanista italiana, laureata in filosofia, insegnò all'Università di Milano dal 1917 al 1924, anno in cui fu allontanata dalla cattedra per le sue idee antifasciste. Si dedicò allo studio della letteratura tedesca dal Romanticismo ai giorni nostri, pubblicando anche diversi saggi critici e biografici. Ebbe soprattutto il merito di aver tradotto i grandi narratori del Novecento.

Le è stata dedicata una via a Roma.



Clorinda Menguzzato

Castello Tesino (TN), 1925 - 10 ottobre 1944

Infermiera e staffetta partigiana, con il nome di battaglia di Garibaldina prima e Veglia poi, nel battaglione ‘Gherlenda’ operante nel Trentino, partecipò alla conquista della caserma del Corpo di sicurezza trentino (CST) di Castello Tesino, che portò alla cattura di 55 militari ed alcuni ufficiali tedeschi.
Fu catturata l'8 ottobre 1944 da una pattuglia del Corpo di sicurezza trentino, mentre si stava dirigendo insieme con il vicecomandante partigiano Nazzari verso la località Zuna, dove i Menguzzato avevano una casa di campagna, per nascondersi in vista di un annunciato rastrellamento. Il giorno seguente Castello Tesino si trovò in stato d’assedio, circondato da circa cinquecento fra soldati e poliziotti del CST. Una volta in mano ai nazisti, Veglia fu violentata, fatta azzannare da cani feroci e torturata dal capitano SS Karl Julius Hegenbart e dai suoi assistenti perché rivelasse le basi della Resistenza. Venne fucilata perché si rifiutò di tradire i suoi compagni.
Le è stata assegnata la medaglia d'oro al Valor Militare alla memoria.

Le sono intitolate una via a Roma e una a Trento.



Lina Merlin

Pozzonovo (PD), 15 ottobre 1887 - Padova, 16 agosto 1979

All'inizio degli anni '20 si iscrive al PSI, collaborando con il deputato socialista Giacomo Matteotti a cui riferisce nei dettagli le violenze perpetrate dalle squadre fasciste nel padovano.
Quando, nel 1925, dopo l'assassinio di Matteotti, Mussolini consolida il suo potere viene arrestata cinque volte in due anni e nel 1926 viene licenziata dal suo impiego di insegnante perché si rifiuta di prestare il giuramento di fedeltà al regime.
Il suo nome viene iscritto nell'elenco dei "sovversivi" e affisso nelle strade di Padova. Lina quindi si trasferisce a Milano dove pensa sia più difficile essere rintracciata. Lì inizia a collaborare con Filippo Turati, ma viene arrestata e condannata a cinque anni di confino in Sardegna, dove si adopererà per contrastare la povertà del luogo e soprattutto della condizione femminile.
Rimasta vedova a 49 anni, prende parte attivamente alla Resistenza, donando ai partigiani la strumentazione medica e i libri del marito e raccogliendo fondi e vestiario per i partigiani. Insieme ad alcune compagne costituisce i Gruppi di Difesa della Donna e per l'Assistenza ai Volontari della Libertà. Da una stima effettuata a guerra finita, nei GDD costituitisi in tutta Italia si contavano circa 59.000 donne. Da questa organizzazione nascerà l'Unione Donne Italiane.
In questo periodo Lina prende parte ad azioni di guerra partigiana, rischiando più volte la vita. Catturata dai nazisti, riesce a sfuggire con uno stratagemma. Scrive articoli sul periodico socialista clandestino Avanti!, e nella sua casa di via Catalani 63 Lelio Basso, Sandro Pertini, Rodolfo Morandi e Claudia Maffioli organizzano l'insurrezione. Lei riceverà l'incarico di occuparsi del settore scolastico, ed insieme al professor Giorgio Cabibbe ed ai partigiani della Brigata Rosselli occuperà il Provveditorato agli Studi di Milano, imponendo la resa. Il 27 aprile 1945 viene nominata dal CLNAI Commissario per l'Istruzione di tutta la Lombardia.
Dopo la Liberazione Lina si trasferisce a Roma alla direzione nazionale del PSI, proseguendo la carriera politica e diventando una delle 21 donne che presero parte all'Assemblea Costituente.

Le sono state intitolate vie a Crotone, Minturno (LT) e Rovigo.



Anita Mezzalira

Venezia 1886 - 1962

Iniziò a lavorare a quindici anni e fu da subito attiva nel movimento sindacale, arrivando ad iscriversi al PSI nel 1910. Fu tra le fautrici delle agitazioni del 1914-15. Nel 1919 fu eletta segretario della Lega Tabacchi e in seguito alla Scissione di Livorno si iscrisse al PCI. Nel febbraio del 1923 venne arrestata come sovversiva, ma in poco tempo fu scarcerata. Nel 1925 venne licenziata e sottoposta a due anni di ammonizione politica durante i quali interverranno in suo soccorso le ex colleghe. Partecipò alla Resistenza e dal 1946 al 1956 fece parte del consiglio comunale tra le fila del PCI. Nel 1949 venne eletta nel Direttivo nazionale dell’UDI. Negli anni Cinquanta fu attiva nella Camera del Lavoro di Venezia.
I suoi funerali furono seguiti da tutta la cittadinanza e il consiglio comunale le dedicò una lunga commemorazione con interventi elogiativi di tutti i partiti.

Nel 2009 il Comune di Venezia le ha intitolato una via del Lido.



Villanorma Micheluz

Ronchi dei Legionari (GO), 1928 - 1944

A soli 16 anni fece parte del distaccamento Brigata Garibaldi "Trieste" comandato da Oliviero De Bianchi a stretto contatto con i GAP ai quali si aggregò con funzioni di staffetta e informatrice. Agì in collegamento con l'intendenza partigiana Montes che operava nella Bassa friulana per rifornire di viveri, vestiario e armi le formazioni partigiane in montagna.
Fu catturata dai militi delle Brigate Nere della RSI nella sua abitazione a Ronchi e portata a Pieris (San Canzian d'Isonzo) dove fu interrogata e torturata.
Il suo corpo privo di vita fu ritrovato abbandonato in un fosso nel limitrofo comune di San Pier d'Isonzo.

Il comune di Turriaco (GO) le ha dedicato una strada.



Angiola Minella

Torino 1920 – 12 marzo 1988

Insegnante e volontaria della croce Rossa partecipò alla Resistenza prima tra i badogliani e poi con le formazioni garibaldine. Dopo la Liberazione divenne dirigente dell’UDI e prese parte ai lavori dell’Assemblea Costituente tra le fila del PCI. Sempre presente alla Camera negli anni Cinquanta fu anche senatrice per due legislature nel decennio successivo.

A Noli (SV) è dedicata a lei la biblioteca comunale.



Adriana Minetto

Mazzè (TO), 19 gennaio 1927 - Torino, 27 aprile 1945

Abitava nella stessa casa di Torino (oggi via Giachino, 24), dove risiedeva il giovane apprendista meccanico Almerigo Duò, fucilato dai fascisti al poligono di tiro del Martinetto, il 17 gennaio 1945. La ragazza aveva preso parte alla Resistenza, come staffetta della Brigata "Mazzini" della VII Divisione GL. È stata uccisa nella sua casa, a Liberazione ormai avvenuta. Il 27 aprile 1945 (e non il 25, come erroneamente inciso sulla lapide che la ricorda), Adriana si era recata alla stazione ferroviaria Torino-Dora, per consegnare un collo ai partigiani della "Mazzini" che la presidiavano. Verso le 12,30 era tornata tranquillamente a casa. La ragazza aveva appena chiuso la porta, quando fu raggiunta dai proiettili esplosi da due brigatisti neri che l'attendevano. Adriana morì sei ore dopo l'agguato, nonostante i tentativi dei medici di salvarla.

A Torino una lapide la ricorda in via Giachino, 24 (allora via Gustavo Doglia), sulla casa dove abitava e dove è anche ricordato Almerigo Duò, uno dei partigiani uccisi al Martinetto di Torino.



Elisa Mini Imola

Elisa Mini Imola é stata una figura di rilievo nella storia italiana dell'antifascismo militare riminese, come staffetta della Resistenza. Il suo ruolo consisteva nel lasciare i propri doveri di madre e donna per combattere in nome della libertá. Ogni giorno le staffette dovevano lottare per poter procurare beni di prima necessità ai loro compagni. Alcuni gruppi organizzati svolgevano inoltre propaganda antifascista, assistevano i detenuti e organizzavano raccolte fondi per la causa, cosí come scioperi e manifestazioni dall'interno delle fabbriche.

Le è stata intitolata una via a Rimini.



Luigia Modena Colorni

Venezia, 19 novembre 1881 - Auschwitz, 1944

Detta Gina, nata a Venezia il 19/11/1881, figlia di Abdelkader e Piacentini Paolina, coniugata con Colorni Gastone. Venne arrestata a Rovigo il 28 luglio 1944 e detenuta a Padova. Deportata da Trieste ad Auschwitz. Uccisa all’arrivo ad Auschwitz in data ignota.

Le è intitolata una strada a Rovigo.



Stefanina Moro

Genova, 14 novembre 1927 - 9 ottobre 1944

Fece parte dei Gruppi di azione patriottica, arrestata e torturata a Genova, morì ad Asti per le conseguenze delle torture subite il 9 ottobre 1944, non ancora diciassettenne.

Le è dedicata una via a Genova.



Marisa Musu

Roma, 18 aprile 1925 - 3 novembre 2002

Nacque in una famiglia sarda e antifascista, la madre stessa fu parte attiva della Resistenza (Bastianina Musu Martini). Marisa aderì alla formazione clandestina del PCI nel 1942 mentre era ancora una studentessa delle superiori e fu tra i protagonisti della lotta per la difesa di Roma occupata dai nazisti. Con il nome di battaglia Rosa entrò dopo l'armistizio nella formazione G.A.P. guidata da Franco Calamandrei.
Portò a termine molte azioni contro gli occupanti, tra cui una molto famosa in via Rasella il 23 marzo 1944. Il 7 aprile 1944 con altri compagni cadde nelle mani della polizia e fu incarcerata all’Istituto di Pena Le Mantellate; per sua fortuna i responsabili del suo arresto erano in contatto con il CLN e riuscirono a nascondere la sua identità facendola passare per una rapinatrice: era, infatti, già stata condannata a morte dal Tribunale di guerra nazista “in absentia”. Prima che la sua vera identità fosse scoperta, riuscì a farsi trasferire, fingendosi malata, all’Ospedale San Camillo e da qui ad evadere grazie all’aiuto di alcuni medici antifascisti.
Al termine della guerra fu insignita della Medaglia d’Argento al Valor Militare.
Sulla Resistenza a Roma scrisse, in collaborazione con il marito Ennio Polito, due libri: La ragazza di via Orazio e Roma ribelle. Inizialmente vicina al PCI, abbandonò gli incarichi per divenire giornalista. Coltivò una grande attenzione anche per il mondo infantile e della scuola.
Marisa morì a Roma il 3 novembre 2002.

A Marisa Musu è intitolata la biblioteca comunale di Rosignano Solvay e, nel 2005, in occasione del 60º Anniversario della Liberazione, il Comune di Cinisello Balsamo le ha intitolato una via della città.
A lei e a Maria Teresa Regard è stata intitolata una Sezione dell'ANPI, istituita nella primavera del 2011 a Roma nel II Municipio.



Bastianina Musu Martini

Sassari, 31 dicembre 1892 - Roma, 21 ottobre 1945

Adolescente repubblicana difende con le armi le sedi democratiche assaltate dai fascisti fino al '43/'44, sempre in prima linea a salvare patrioti incarcerati e perseguitati. Antifascista resistente, dopo la Liberazione è membro per il Partito D'azione della Consulta Nazionale per la stesura della Costituzione, ma muore durante i lavori preliminari. Alla sua morte viene solennemente ricordata in Aula durante l'assemblea plenaria del 6 gennaio 1946 con queste parole: "Nella sua anima purissima un francescano amore per i diseredati della vita si univa a un'inesausta passione mazziniana per la libertà".
La figlia Marisa Musu, antifascista nei GAP romani, partecipò al commando che fece attacco del 23 marzo del '44 ad una colonna di nazisti in via Rasella.

Le è intitolata una piazza a Sassari.



Margherita Muzzone

1909 - 1992

Diplomatasi crocerossina al Convitto di Roma, operò nei maggiori ospedali della città come caposala; fu insignita della Medaglia d’Oro dall’ENPAS per l’impegno professionale e lavorò sulle autoambulanze che prestarono soccorso durante i bombardamenti del quartiere San Lorenzo.
Si offrì volontaria, come unica donna nell’equipe del Prof. Ascarelli, nel difficile e delicato compito della riesumazione e riconoscimento delle vittime delle fosse Ardeatine.

A lei è intitolato un giardino a Roma.



Ada Natali

Massa Fermana, 5 marzo 1898 - Massa Fermana, 27 aprile 1990

Insegnante, prima donna eletta Sindaca in Italia, deputata comunista, Ada Natali era figlia di Giuseppe, sindaco socialista di Massa Fermana che nel 1922 fu picchiato a sangue gli squadristi. Anche la "maestra Ada" (come la chiamavano i suoi compaesani dopo il diploma), dovette subire le persecuzioni fasciste. Si era iscritta a Legge a Macerata e, quando chiese di poter insegnare in un paese non troppo lontano dalla sede universitaria, fu mandata ad Apezzana di Loro Piceno, una località dove non c'erano ancora le strade. Così quando doveva andare all'Università, era costretta a percorrere faticosi sentieri, per poter poi prendere, a Passo Loro, un pullman per Macerata. Definita dalla polizia fascista "sovversiva comunista pericolosa", riuscì a laurearsi in Giurisprudenza e in quegli anni, oltre che ai suoi scolari, insegnò a leggere e a scrivere ai contadini analfabeti della zona. Dopo l'8 settembre 1943, Ada Natali prese parte alla Guerra di liberazione nelle file della Resistenza marchigiana, partecipando con i partigiani del Maceratese alle battaglie di Pian di Piega e San Ginesio. Dopo la ritirata dei nazifascisti, tornò al suo lavoro di insegnante elementare a Massa Fermana. Nel 1945, militante del PCI, fu eletta sindaca, la prima donna in Italia ad assumere questo incarico. Nel 1946 istituì nel suo Comune le "colonie" per i bambini (un modo per assicurare un piatto di minestra ai piccoli delle famiglie più povere). Nelle elezioni politiche del 1948, Ada è presentata come unica candidata comunista nelle Marche e viene eletta alla Camera dei deputati. Nel 1953 si impegnò nella campagna elettorale in Sicilia e, negli anni Cinquanta, si batté perché le operaie delle fabbriche marchigiane ottenessero regolari contratti di lavoro. Per le attività di quel periodo venne processata, ma i suoi difensori (fra i quali Umberto Terracini), ne ottennero l'assoluzione. Fu assolta anche nel processo per alienazione di oggetti artistici comunali, venduti per salvare una preziosa Natività di Vincenzo Pagani. Ritiratasi a vita privata, Ada non interrompe i rapporti con il movimento di emancipazione femminile, così come quelli con i dirigenti del PCI, con i quali ha condotto tante battaglie democratiche. Cattolica praticante, ha mantenuto, sino alla morte, ottimi rapporti anche col clero locale.

Le è stata intitolata una via di Massa Fermana e una via di Fermo.



Marta Navarra Bernstein

Milano, 1895 - 1965

È stata una delle fondatrici e figure chiave di ADEI, Association of Italian Jewish Women, e presidente dal 1945 al 1966; negli anni Trenta ha avuto un ruolo direttivo nei Comitati per l’assistenza ai correligionari in Palestina e nelle colonie italiane.
Durante il fascismo l’ADEI lavorava in sordina a causa delle leggi razziali, e nel 1943 Marta fu costretta a fuggire in Svizzera.
Nel dicembre 1946 è stata la delegata italiana al primo Consiglio dell’ADEI del dopoguerra a Basilea.
È anche autrice di numerose voci del Dizionario degli Autori della Bompiani e di testi scolastici di lingua inglese.

Le è intitolata una via a Milano.



Vittoria Nenni

Ancona, 3 ottobre 1915 - Auschwitz, 15 luglio 1943

Figlia minore di Pietro Nenni, sposò giovanissima il francese Henry Daubeuf, con il quale entrò a far parte della Resistenza in Francia. Nel 1942 fu arrestata dalla Gestapo e insieme al marito accusata di propaganda gollista e antifrancese. Mentre il marito era trucidato a Mont Valérien l'11 agosto dello stesso anno, Vittoria fu deportata il 23 gennaio 1943 nel campo di sterminio di Auschwitz in Polonia. Avrebbe potuto salvarsi rivendicando la nazionalità italiana, ma rifiutò, dichiarando di sentirsi francese e di voler seguire la sorte delle compagne di prigionia. Non era comunista e neppure iscritta al Partito socialista, tuttavia si unì al gruppo dei comunisti francesi. Morì di tifo nell'estate 1943. Sulla teca che ad Auschwitz la ricorda sono scritte le sue ultime parole: «Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla». Pietro Nenni seppe della morte della figlia solo nel maggio del 1945.

Le sono state dedicate vie in diverse città: Ancona, Campobello di Licata (AG), Carosino (TA), Carovigno (BR), Cassano delle Murge (BA), Castel d'Azzano (TV), Ferrara, Modena, Montalto di Castro (VT), Ponsacco (PI), Rivalta di Torino (TO), Roma, Ruvo di Puglia (BA), Senorbì (CA).



Adria Neri

Cannuzzo ? - ?

Adria Neri nacque a Cannuzzo, frequentò la scuole di Cannuzzo e di Pisignano e si fece adulta nelle campagne riminesi. Trasferita a Cervia, sposata, aderì alla Resistenza sotto la guida di Giovanni Fusconi «Isola» e di “Giulio” Angelini di Carraie. Ovviamente divenne una staffetta e si ribattezzò «Marga». A Cervia, subito dopo l’8 settembre, collaborò con Bulow (Arrigo Boldrini) nella ricerca di armi. Ospitò nella sua casa un disertore cecoslovacco, Luigi, che poi fu aggregato all’ottava Brigata Garibaldi. Quando Giovanni Fusconi, nel maggio 1944, assunse la segreteria del Partito comunista di Rimini, volle con sé due staffette cervesi: “Marga” e “Liliana” (Ulitta Dallamotta), un po’ perché voleva essere circondato da personale estremamente fidato e un po’ perché, a Rimini, c’era carenza di staffette. Furono assegnate al settore politico, alle dirette dipendenze di Fusconi. Partirono per Rimini in bicicletta e continuarono a pedalare ogni giorno per recapitare corrispondenza, stampa o armi a Forlì o a Verucchio, Riccione, Morciano, S.Marino. La loro vita era piuttosto convulsa e movimentata e piena di tensioni: dovevano cambiare frequentemente i loro “recapiti”, potevano essere fermate ed arrestate, ma andò bene. Una volta, tra l’altro, fermate da tre tedeschi, furono salvate da un fascista. Finita la guerra, “Marga” frequentò alcuni corsi professionali e fu assunta dal Comune di Rimini e poi da quello di Bellaria. Non si stancò mai di vivere nelle organizzazioni operaie e partigiane. L’esercito la riconobbe con il grado di sottotenente.

L’Amministrazione comunale di Rimini le ha intitolato una strada.

Fonte: ANPI Cervia



Anna Nicolosi Grasso

Lercara Friddi (PA), 1913 - Palermo, 1989

Giovane insegnante palermitana, rifiutò il fascismo ed aderì al movimento clandestino Fronte Unico Antifascista Italiano.
Durante la guerra mantenne costanti collegamenti con l’Organizzazione del PCI.
Dopo la guerra si impegnò con tenacia e determinazione al miglioramento delle condizioni lavorative delle donne. Sue le lotte per ottenere la cancellazione della misura che in Sicilia diminuiva automaticamente i salari femminili rispetto ai contratti base, per ottenere la graduatoria unica nei concorsi per l’insegnamento nella scuola pubblica, per l’istituzione della scuola materna statale.
Fu insieme dirigente politica e femminista, Presidente dell’Unione Donne Italiane di Palermo.

Le è dedicata una strada a Palermo.



Teresa Noce

Torino, 29 luglio 1900 - Bologna, 22 gennaio 1980

Nel 1921 fu fra le fondatrici del Partito comunista italiano. Nel gennaio 1926 espatria con il marito, stabilendosi prima a Mosca e poi a Parigi. Da qui Teresa Noce compì numerosi viaggi clandestini in Italia per svolgervi propaganda e attività antifascista. Nel 1936 insieme con il marito si recò in Spagna tra i volontari accorsi in difesa della Repubblica dopo lo scoppio della guerra civile spagnola, nel corso della quale curò la redazione del giornale degli italiani combattenti nelle Brigate internazionali, “Il volontario della libertà”. Lì assunse il nome di battaglia di Estella. Rientrata in Francia, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale venne internata nel campo di Rieucros; liberata per intervento delle autorità sovietiche e autorizzata a lasciare la Francia e a ritornare a Mosca, dove vivevano i figli, ne fu impedita dall'invasione tedesca dell’Unione Sovietica, avvenuta nel giugno 1941 . Rimase in Francia, a Marsiglia, dove prese a lavorare per il Partito Comunista Francese come responsabile della MOI (Mano d’opera immigrata) e partecipò alla Resistenza. Venne arrestata e, dopo alcuni mesi di carcerazione, deportata in Germania, prima nel campo di concentramento di Ravensbruk, poi a Holleischen in Cecoslovacchia, dove fu adibita a lavoro forzato in una fabbrica di munizioni fino alla liberazione del campo da parte dell'esercito sovietico. Alla fine della guerra, ritornata in Italia, partecipò alla vita politica nei momenti cruciali della neonata Repubblica.
Morì a Bologna all'età di 79 anni, il 22 gennaio 1980.

Le sono intitolate strade a Mosciano Sant'Angelo (TE), a Parma, a Milano, a Lecce, a Ravenna e a Roggiano Gravina (CS).



Agostina Felicita Noli

? - Campomorone (GE), 8 agosto 1944

Agostina Felicita "Alice" Noli è stata una coraggiosa partigiana genovese.
Mostrò il suo coraggio in parecchi episodi: quando ferma un camion di tedeschi, con i mitra puntati addosso, e strappa una promessa all'ufficiale di non fare neppure un graffio ai soldati imprigionati dopo l'8 settembre; quando grida in faccia a un tenente fascista cosa pensa del Duce e del regime; quando urla «Vigliacchi!» ai tedeschi e alle brigate nere; quando davanti al comando di polizia distribuisce biscotti e acqua a un gruppo di partigiani, appena rastrellati. Ma anche quando salva un esponente repubblichino, papà di un bimbo piccolo, dalla rabbia di un gruppo di operai antifascisti dopo la caduta di Mussolini.
Per rappresaglia, dopo l'uccisione di due militi delle brigate nere, fu picchiata e torturata dai fascisti ma lei non diede il nome, non svelò i luoghi dove si nascondevano i partigiani.
Unica donna con altri cinque compagni partigiani, fu fucilata per ultima. Dopo neppure un mese si formò la prima e unica brigata, tutta femminile, che portava il suo nome, "Alice Noli", e operava a Genova salendo e scendendo dai monti alle spalle della città.

Le è dedicata una scuola media a Campomorone. Una via a Genova e una a San Martino di Campasso portano il suo nome.



Elsa Oliva

Piedimulera (VB), 1921 - Domodossola (VB), 1994

Elsa cresce in una famiglia numerosa e antifascista. A causa della persecuzione di regime il padre è privato del lavoro ed Elsa, con i suoi fratelli, è costretta ad andare a lavorare.
A 14 anni scappa da casa con il fratello Renato perché «stanchi di quella vita di lavoro e per seguire la nostra passione per il disegno e per la pittura». I due fratelli trovano rifugio in Valsesia dove vivono dipingendo.
All’alba della Seconda Guerra Mondiale Elsa si trasferisce in Val Gardena, poi a Bolzano dove vive in domicilio coatto poiché contesta il regime fascista. Con l’8 settembre 1943 aderisce alle bande irregolari di partigiani e compie sabotaggi in città, ma è arrestata dai nazisti, riesce comunque a fuggire e a tornare in Val d’Ossola. Si unisce ai partigiani distinguendosi per coraggio nei combattimenti e conquista il rispetto dagli uomini. Tradita, viene arrestata ma fugge ancora. Il comando partigiano le assegna la guida di una squadra di partigiani uomini chiamata “La terribile di Elsinki”.
Elsa Oliva muore a Domodossola nel 1994.

Le è dedicata una via a Verbania (VB).



Maria Occhipinti

Ragusa, 1921 - Roma, 1996

Maria prese coscienza della realtà del fascismo quando il marito, con cui si sposò giovanissima, fu chiamato alle armi. La mattina del 4 gennaio del 1945, a Ragusa, Maria, all’età di ventitré anni, già sposata ed incinta di cinque mesi, si stende a terra, davanti un camion militare carico di giovani rastrellati da un quartiere popolare di Ragusa, con l’intento di agevolarne la fuga e la diserzione. Scoppia un’insurrezione e i soldati cominciano a sparare sulla folla. Dopo giorni e giorni di violenti scontri, la rivolta è schiacciata con l’arrivo della Divisione Sabauda. Almeno un centinaio di insorti, soprattutto comunisti, sono incarcerati. Maria è l’unica donna condannata prima al confino (Ustica) e poi al carcere Benedettine di Palermo. Quando ritorna a Ragusa ha venticinque anni, una bambina che praticamente non ha mai visto ed un marito che si è ricostruito una vita con un’altra donna. La famiglia ed i cittadini ragusani l’accolgono con astio e freddezza, considerandola una donna indegna perché troppo distante dalla tradizione che attribuiva alla donna un ruolo sottomesso. Decise allora di partire con la figlia e si spostò prima a Napoli, poi a Ravenna, a San Remo, a Roma e infine a Milano. In seguito si stabilì in Svizzera, dove scrisse la sua biografia: Una donna di Ragusa. Visitò in seguito altri stati stranieri fino a tornare a Roma nel 1973.
Dopo un periodo di forte legame col Partito Comunista, arrivò la rottura definitiva perché il PCI aveva condannato i moti ragusani come fascisti e separatisti e si avvicinò agli ambienti anarchici.

Le è dedicata una rotonda a Ragusa, postumo riconoscimento della città al suo valore.



Elvira Pajetta

Novara, 23 marzo 1887 - Romagnano Sesia (NO), 11 settembre 1963

Appena conseguito il diploma di maestra elementare, preferì lasciare Roma –era cresciuta tra la Capitale e Torino– per insegnare a Taino in provincia di Varese, di cui la famiglia era originaria. Quando si trasferì a Torino, dove sposò un funzionario di banca (Carlo), insegnò nel popolare Borgo San Paolo.
Arrestata col marito per l'impegno politico dei figli maggiori ed esonerata perciò dall'insegnamento, "Mamma Pajetta" (come sarebbe stata affettuosamente chiamata nel secondo dopoguerra), fu animatrice a Torino del "Soccorso rosso" e fece spesso la spola con la Francia, quando Giuliano vi si era rifugiato. Neppure la perdita di Gaspare la indusse a desistere dalla lotta antifascista.
Dopo la Liberazione, Elvira fu consigliere al Comune di Torino e assessore alla Pubblica Istruzione. Attivissima nel suo partito e nell'Unione Donne Italiane, fu sicuramente la donna più popolare del Piemonte.

Sono state intitolate ad Elvira Pajetta (che è stata anche presidente dell'Istituto piemontese per la storia del movimento di Liberazione) strade, scuole, asili, associazioni culturali, sedi di partito a Novara, a Roma, a Torino, a Brandizzo (TO), a Sesto Calende (VA).



Ester Paoletti Maimeri

Ester, ragazza di buona famiglia, per una serie di particolari circostanze si trova coinvolta nella lotta delle formazioni partigiane contro le truppe nazi-fasciste nel 1944 in Val d'Ossola. La violenza della guerra civile la strappa alla sua vita di scuola e vacanze e fa di lei una staffetta partigiana.
Cinquant'anni dopo ha raccolto i suoi ricordi della guerra combattuta in Val d'Ossola in un diario che è stato finalista al Premio Pieve 2001.



Anna Pardini

Il 12 agosto 1944 le SS trucidarono a Sant'Anna di Stazzema 560 civili, per la maggior parte anziani, donne e bambini. Fu un atto terroristico per rompere ogni collegamento fra la popolazione e i partigiani della zona. Anna, di appena 20 giorni, fu ritrovata tra le braccia della madre morta per proteggerla: è stata scelta come titolare della piazza per rappresentare la brutalità dell'eccidio.

Le è dedicata una piazza a Sant'Anna di Stazzema (LU).



Augusta Pavesi

Gazoldo degli Ipoliti (MN), 10 maggio 1927 - Novara, 14 novembre 1944

Preziosa collaboratrice dei partigiani assieme al padre Riccardo, era molto abile e coraggiosa a raccogliere dalle truppe fasciste le informazioni sui loro movimenti, che poi passava ai suoi compagni. La sua continua presenza al comando fascista desta però sospetti e Augusta viene catturata a Cambiasca dai soldati fascisti e trasportata fino al Comando di Novara, dove subisce torture di ogni tipo e viene poi uccisa il 14 novembre 1944.
Il corpo martoriato della ragazza viene ritrovato nel fiume Agogna qualche giorno dopo.

Le è dedicata una piazzetta a Verbania. Anche la locale sezione dell’ANPI porta il suo nome.



Elisa Perini

Crespino (RO), 1907- Vittorio Veneto, 1962

Maestra elementare di forte fede cattolica, dopo l’8 settembre ’43, con la collaborazione dei ferrovieri alla stazione di Vittorio Veneto, riesce a far fuggire ogni giorno decine di soldati sottraendoli alla deportazione in Germania. Porta personalmente aiuti alimentari, medicinali, vestiario, sigarette ai partigiani in Cansiglio, usando la canonica di don Faè a Montaner come luogo di collegamento e smistamento. Dopo l’arresto di don Faè e della sorella Giovanna nel marzo ‘44, viene interrogata al Comando SS di Pordenone e incarcerata a Udine fino al 31 dicembre 1944. Dopo la liberazione è riconosciuta partigiana combattente appartenente al Comando Divisione Nannetti e le viene conferita la Medaglia d’Argento al Valore. Come esponente della Diocesi s’impegna nella Commissione Assistenza Civile del CLN per la distribuzione di aiuti e vestiario. Riprende ad insegnare a S. Fior, delegata del movimento femminile DC e per più legislature consigliera comunale e assessora all’Assistenza. Della sua vicenda resistenziale ha lasciato lettere e un diario dal carcere, che il Comune di Vittorio Veneto pubblica, in un libro a lei dedicato: Ricordo di Elisa, a cura di V. De Zorzi, G. Metterle e M. Ulliana, nel 1989.

Il Comune di Vittorio Veneto (TV) le ha dedicato una strada.



Maria Peron

Borgoricco (PD), 1915 - San Bernardino Verbano (VB), 19 novembre 1976

Nella prima infanzia era rimasta orfana del padre, contadino, caduto al fronte nella Prima guerra mondiale.
Trasferitasi con la famiglia a Ravenna, aveva conseguito il diploma di infermiera. Si era poi spostata in Lombardia e aveva preso a lavorare al Niguarda, l'Ospedale Maggiore di Milano.
Dopo l'8 settembre 1943 entra in contatto con la Resistenza milanese per il tramite dei prigionieri politici che, dall'infermeria del carcere di San Vittore, bombardata, erano stati trasferiti al Niguarda. Comincia così la collaborazione con i GAP di Maria, che organizza la fuga dall'ospedale di ebrei e antifascisti.
Scoperta nel giugno del 1944, riesce a sottrarsi alla cattura calandosi da una finestra dell'ospedale e si dà alla macchia in Val d'Ossola, aggregandosi alle formazioni combattenti. Per tutti i mesi della guerriglia Maria organizza infermerie, ospedali da campo, cura i partigiani feriti e anche i nazifascisti catturati.
È in questi frangenti che Maria incontra il georgiano Laurenti Giapparize, che aveva disertato dalla Wehrmacht per combattere con i partigiani. Lo sposerà il 15 agosto 1945 e dopo la Liberazione continuerà a esercitare la sua professione di infermiera, lavorando in radiologia.

Le è dedicata una scuola primaria a Verbania.



Ida Benedetta Pesaro

1913 - 1945

Detta Tina, nata a Castel San Giovanni (PC) il 13/10/1913, figlia di Ferdinando e Calabresi Bice. Ultima residenza nota: Piacenza.
Arrestata a Castel San Giovanni (PC) l’1/12/1944, fu detenuta a Piacenza, poi deportata da Verona il 02/08/1944 ad Auschwitz. Morì a Dachau il 02/02/1945.

Le è dedicata una via a Piacenza in quanto unica ebrea piacentina morta in un campo di concentramento.



Ondina Peteani

Trieste, 26 aprile 1925 - 3 gennaio 2003

È stata un'operaia e partigiana italiana, nota in quanto è considerata la prima staffetta a servire i combattenti della lotta di liberazione. Operaia nei cantieri navali di Monfalcone entra diciottenne nel Movimento di liberazione unendosi nel 1943 ai battaglioni partigiani del Carso, facendo loro da staffetta. Arrestata due volte, riesce a eludere la sorveglianza, ma viene ripresa l'11 febbraio 1944 a Vermegliano e deportata a mezzo carro bestiame al campo di concentramento di Auschwitz nel marzo successivo.
Successivamente trasferita al campo di Ravensbrück, nell'ottobre dello stesso anno viene poi assegnata ai lavori forzati in una fabbrica presso Berlino, dove mette in atto un programma di sabotaggio. Il 2 aprile 1945 durante una marcia di trasferimento a Ravensbrück riesce a fuggire e a tornare a Trieste, dove giunge a luglio, alla vigilia della fine della guerra. Nel dopoguerra Ondina Peteani ha esercitato la professione di ostetrica, impegnandosi politicamente nel PCI, nell'ANPI e nelle organizzazioni sindacali.
Il figlio Giovanni ha da tempo avanzato la richiesta di intitolarle una via alla commissione toponomastica del comune di Monfalcone e la richiesta è stata finalmente accolta. A imprimere una sveltita all’iter, le recenti polemiche sul fatto che Monfalcone, almeno sullo stradario, non è un comune per donne. Pullulano le vie dedicate a scrittori, naviganti, costruttori, geografi e patrioti, ma si tratta di soli uomini.
Entro l'anno a Monfalcone ci sarà la prima via dedicata a una donna e l'intitolazione riguarderà Ondina Peteani.



Amalia Piccoli

Cividale del Friuli (UD), 30 giugno 1920 – Birkenau, Germania, 2 maggio 1944

figlia di Nicolò Piccoli e Elvira Schoenfeld, ebrei appartenenti a una famiglia benestante di tradizione imprenditoriale. madre e figlia furono prelevate il 22 aprile 1944 da due ufficiali del servizio di sicurezza delle SS, che affermarono di voler portare via la signora Schonfeld per interrogarla a Udine, per poi restituirla alla famiglia. Amalia, ragazza riservata e molto devota alla madre, non volle abbandonarla e intraprese con lei un viaggio che non avrebbe avuto ritorno. Furono trasferite dalle carceri di Udine alla risiera San Sabba per poi arrivare ad Auschwitz, nel sobborgo di Birkenau, il 2 maggio 1944. Chiusi i cancelli del lager subito vengono dirette verso le camere a gas. Amalia rifiuta consapevolmente il lavoro coatto che l’avrebbe salvata da morte certa e rimane con la madre infondendole coraggio fino al momento della morte.

Le è dedicata una strada a Cervignano del Friuli (UD).



Luigia Picech "Gigia"

1904 -1981

Prima donna ad essere decorata con la Medaglia d'Argento della Resistenza, le è stata intitolata una via nella frazione di Tarvisio Centrale. A Tarvisio ebbe luogo la prima azione della Resistenza italiana. Nel pomeriggio dell' 8 settembre 1943 Pietro Badoglio annuncia l’armistizio unilaterale. Luigia Picech si trova quel giorno in servizio al centralino del telefono pubblico di Tarvisio, uno degli snodi strategici del Paese, presidiato solo da 300 guardie di frontiera comandate dal tenente colonnello Giovanni Jon. Una presenza meramente simbolica, in quanto il confine era quello con l'alleato, e la caserma aveva ceduto la sua artiglieria pesante per la campagna di Jugoslavia. Dopo l’annuncio cercano di contattare il Colonnello Corniani per avere ordini dal Generale Zannini. Luigia Picech riesce a collegarsi, ma il Generale ha dato ordine tassativo di non essere disturbato fino all’indomani. Il Comandante Jon, quindi, all'intimazione tedesca di cedere le armi (il colonnello Brand aveva mandato un ultimatum che era stato respinto) prepara la difesa della caserma, che si trova in breve circondata. Affrontano i tedeschi. Luigia rimane al centralino. Nonostante il grave pericolo del fuoco nemico, continua a mantenere aperto il collegamento telefonico con la caserma anche quando la situazione si fa critica e la resistenza delle guardie diventa drammatica, perché è l’unica in grado di utilizzare il centralino. Collega di nuovo Jon con Corniani, ma il colonnello è irremovibile nel rifiuto di svegliare il Generale Zannini: riesce solo ad ottenere una incerta promessa dell’invio di un reggimento alpino che poi mai arriverà. Viene preso di mira anche il posto pubblico: gli italiani si battono al meglio. Luigia ha ferite alla mano, alla testa, ma riesce a mantenere il collegamento e a cercare aiuto. I difensori della caserma resistono fino alle 9 del mattino Hanno tenuto testa per sei ore al tedesco infliggendogli anche pesanti perdite. Il primo fuoco della resistenza italiana era costato 180 feriti e 25 morti, mentre i tedeschi contavano circa 80 caduti. I GaF superstiti, 95, due giorni dopo vennero fatti partire sui carri bestiame verso i lager tedeschi. Luigia sopravvivrà. Morirà nel 1981.

Le è dedicata una strada a Tarvisio UD).



Teresina Pognant

Detta Gina la Partigiana, attiva sulle montagne torinesi durante la Resistenza.

Il comune di Bussoleno (TO) nel 2010 le ha dedicato un giardino pubblico.



Elettra Pollastrini

Rieti, 1916 - 1990

Nata da una famiglia antifascista, nel 1934 dovette espatriare in Francia. Andò nel paese iberico durante la Guerra Civile Spagnola per combattere contro il franchismo a fianco delle Brigate Internazionali. Al suo rientro in Francia fu incarcerata ad Aichach fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946 tornò in Italia nel Gruppo comunista dell'Assemblea Costituente italiana. Fu poi rieletta Deputata nella I e II Legislatura nel PCI.

Le è intitolata una strada a Rieti.



Gaetana Raffi

Bedonia (PR), 24 agosto 1887 - Manubiola di Borgo Val di Taro (PR), 30 giugno 1944

Partigiana morta in combattimento a Borgotaro, paese dell'Appennino parmense, insieme al marito.

Le è intitolata una via a Parma.



Camilla Ravera

Acqui Terme (AL), 1889 - Roma, 1988

Camilla Ravera nasce ad Acqui Terme (Alessandria) nel 1889. Insegnante elementare aderisce al Partito Socialista diventando nel 1919 protagonista assieme ad Antonio Gramsci del gruppo torinese "Ordine Nuovo". Tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia (1921) assume la guida dell'organizzazione femminile e fonda il periodico "La Compagna".
In seguito all'instaurarsi della Dittatura Fascista opera nella più totale clandestinità, poi fugge all'estero e nel 1927 assume (primo caso nella storia di un movimento politico nel mondo) la segreteria del Partito Comunista d'Italia fino al 1930.
Rientrata in Italia viene arrestata, incarcerata e condannata al confino.
Contraria al patto russo-tedesco per la spartizione della Polonia viene espulsa dal partito assieme a Umberto Terracini. Rientrata a Torino dopo la Liberazione, viene riammessa nel PCI da Togliatti, diventando consigliere comunale. Nel 1947, con Ada Gobetti del Partito d'Azione, fonda l'Unione Donne Italiane (UDI). Nel 1948 viene eletta deputato per il PCI, che rappresenta in Parlamento fino al 1958.
Viene nominata Senatrice a Vita da Sandro Pertini nel 1982 e a 96 anni viene ancora chiamata a presiedere l'Assemblea. Rimane a Palazzo Madama fino al 1988 quando muore a Roma quasi centenaria.

Le sono intitolate vie ad Alessandria, Castel Maggiore (BO), Ferrara, Monte San Giusto (MC), Orta Nuova (FG), Ponsacco (PI), Rignano sull'Arno (FI), Roma, San Pier d'Isonzo (GO), Sant'Elpidio a Mare (FM), Suzzara (MN).



Luigia Repetti

Partigiana piacentina.

Le è stata dedicata una via a Piacenza.



Gina Riccò

1930 - 1945

Fu una partigiana parmigiana inquadrata nella terza brigata Julia con il nome di “Luisa”. Morì in combattimento a 15 anni nel 1945.

Le è intitolata una via a Parma.



Fulvia Ripa di Meana

1901 - 1984

Autrice del libro-diario "Roma clandestina" scritto durante i nove mesi dell'occupazione nazi-fascista di Roma. Madre di cinque figli, dopo l'8 settembre 1943, prende parte come staffetta alle azioni di intelligence del Fronte militare clandestino, guidato da suo cugino, il Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, che verrà rinchiuso nella "prigione" di via Tasso e in seguito trucidato alle fosse Ardeatine il 24 marzo del 1944.

Le è dedicata una via a Roma.



Giuseppina Rippa

Marmirolo (MN), 1915 - Mantova, 11 settembre 1943

Giuseppina lavorava come domestica in uno dei palazzi adiacenti alla piazza Martini Bellofiore.
Il proclama Badoglio dell'8 settembre causò un disorientamento totale alle truppe italiane lasciate in balia del repentino cambio d'alleanza e senza ricevere ordini ben precisi. Da una situazione così svantaggiosa per le nostre truppe, gli ex alleati tedeschi poterono approfittare della situazione agendo rapidamente nel disarmare e nel catturare un gran numero di italiani per destinarli ai campi di lavoro in Germania.
L'11 settembre i tedeschi lasciarono uno dei diversi camion carico di prigionieri nella piazza, in attesa del loro trasferimento in Germania. Giuseppina, sentendo i lamenti dei prigionieri lasciati nel camion senza acqua e senza cibo da giorni, decise di andare in loro soccorso portando pane e acqua da offrire. Una volta arrivata in prossimità del camion non si curò del divieto lanciato dalle guardie e mentre incominciò a distribuire il pane fu assassinata con un colpo di rivoltella sparato da un militare tedesco.

La città di Mantova le ha dedicato una via e una targa in via principe Amedeo. Un'altra via le è stata dedicata a Borgoforte (MN).



Gina Roma

Vazzola, 1914 – Fratta di Oderzo 2005

Diplomata all'Accademia di Belle Arti di Venezia, durante la guerra partecipa alla Resistenza, rimanendo sempre legata agli ambienti dell’antifascismo militante e scegliendo spesso temi della guerra di liberazione come soggetto dei suoi quadri. Pittrice affermata fin dai primi anni del dopoguerra, è presente, a partire dal 1948, a quattro edizioni della Biennale di Venezia e dal 1951 a tre della Quadriennale di Roma. Negli anni ‘50 si afferma anche sulla scena internazionale, confrontandosi e interagendo con tutte le maggiori correnti artistiche e culturali. Nel 1987 è nominata Cavaliere della Repubblica per meriti artistici.

Il suo paese natale, Vazzola, le ha dedicato, nel 2010, un viale.



Graziella (Lalla) Romano

Demonte (CN), 11 novembre 1906 - Milano, 26 giugno 2001

Lalla Romano crebbe in un ambiente borghese ricco di sollecitazioni culturali. Oltre ad aver coltivato la passione per la poesia con la quale esordì con la raccolta "Fiore", Lalla amava molto anche la pittura. Dopo la sua laurea in lettere a pieni voti, incominciò a lavorare nella biblioteca di Cuneo per un breve periodo. Si trasferì in seguito con il marito e con il figlio a Torino dove incominciò ad insegnare storia dell'arte nelle scuole medie, nello stesso tempo continuò lo stesso a coltivare il suo interesse per la poesia e la pittura. Durante la seconda guerra mondiale ritornò a Cuneo a vivere con la madre.
Essendo, Lalla, legata politicamente al movimento Giustizia e Libertà, prese parte attiva alla resistenza e anche ai gruppi di difesa della donna. Nel dopoguerra raggiunse il marito a Milano e riprese ad insegnare. Da questo momento in poi ebbe inizio la sua lunga carriera di scrittrice: oltre a pubblicare libri, svolgeva anche un'attività giornalistica in vari quotidiani. Non smise di scrivere nemmeno per la progressiva malattia agli occhi che la colpì negli ultimi anni della sua vita.

Le è intitolata una strada a Lecce.



Rita Rosani

Trieste, 20 novembre 1920 - Monte Comun, 17 settembre 1944

"Vuialtri g'avi voia di scherzare" ed uscì con il moschetto in mano. Questa è la risposta che Rita Rosani diede ai suoi compagni partigiani quando le proposero di scappare durante un rastrellamento da parte delle forze nazifasciste. Fu una risposta coraggiosa che pagò con la vita, infatti una volta catturata venne uccisa con un colpo alla testa.
Rita Rosani apparteneva ad una famiglia ebrea di origine cecoslovacca, si diplomò presso l'Istituto Magistrale Carducci ed entrò ad insegnare presso la scuola elementare israelita di Trieste. Nel 1938, quando entrarono in vigore le leggi antisemite, dovette già d'allora affrontare con coraggio le persecuzioni inflitte agli ebrei e dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943 per salvare i suoi genitori dalla deportazione, li convinse a rifugiarsi in un paesino friulano; mentre per se stessa scelse la via della resistenza svolgendo attività clandestine: prima a Portoguaro e poi a Verona. In seguito costituì una formazione partigiana "Aquila" formata solo da quattro partigiani. Dopo un anno la baita sul monte Camun di Negrar era diventata la loro base e i combattenti erano diventati circa una quindicina. Purtroppo il 17 settembre del 1944 i nazifascisti fecero il rastrellamento e per Rita Rosati che uscì per prima e i suoi compagni finì la resistenza.
Nel 1949 le fu conferita la medaglia d'oro al valore militare.

Le sono state intitolate vie a Grezzana (VR), Negrar (VR), Roma, Verona e Trieste.



Pellegrina Rosselli Del Turco

1891 - 1944

Agosto 1944: le truppe alleate e il Corpo di Liberazione Nazionale, liberate Toscana e Marche, stanno marciando verso la Linea Gotica spostata a nord. Predappio sarà liberata da Alleati e partigiani il 28 ottobre, Forlì il 9 novembre. Ma agosto e settembre 1944 sono mesi di inaudita crudeltà, di repressione feroce, senza tregua, fino all’ultimo. Il letterato Gian Raniero Paulucci de Calboli Ginnasi, appartenente a una delle più antiche famiglie romagnole, ha ripetutamente ospitato militari sbandati, prigionieri, partigiani. Arrestato dai fascisti del Battaglione IX Settembre nel luglio 1944 e, di nuovo, poco tempo dopo, torturato, non parla. Subisce un processo-farsa. Lo fucilano i fascisti a Terra del Sole il 14 agosto. Ha scritto alla moglie Pellegrina Rosselli Del Turco una lettera, pubblicata da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, nella famosa raccolta di Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana (Einaudi), in cui ha parole di affetto e di perdono cristiano per tutti. Purtroppo Pellegrina non la riceverà mai. Incarcerata per aver soccorso alcuni ebrei, sarà fucilata il 5 settembre 1944 ai bordi dell’aeroporto del Ronco (Forlì). Il nipote Cosimo viene deportato in Germania. La madre di lei, colta sulla strada del carcere da un bombardamento aereo, vi trova la morte.

A lei è dedicata una strada a Forlì.



Modesta Rossi Palletti

Bucine (AR), 1914 - Solaia di Monte San Savino (AR), 29 giugno 1944

Contadina e madre di 5 figli, dopo l'armistizio insieme al marito prende parte alla Resistenza nella formazione partigiana banda Renzino.
Il 29 giugno 1944 i tedeschi scatenano feroci eccidi in quella parte della provincia di Arezzo dove abitava: imprigionata durante un'azione di rastrellamento mentre si trova in casa insieme ai figli, il maggiore dei quali aveva 7 anni, si rifiuta di dare informazioni ai rastrellatori che cercavano il marito e gli altri partigiani. Dopo aver assistito impotente all'uccisione del figlio di 13 mesi, che teneva stretto in braccio, lei stessa fu uccisa a pugnalate. Il suo corpo, con il bambino ancora al seno, fu poi gettato in una capanna insieme ad altre quattro vittime e dato alle fiamme.
Alla sua memoria è stata conferita la Medaglia d'oro al valor militare.

Le sono intitolate strade ad Arezzo, Bucine (AR), Civitella in Val di Chiana (AR), Laterina (AR), Monte San Savino (AR) e Roma.



Jenide Russo

Milano, 23 giugno 1917 - Bregen Belsen, aprile 1945

La posizione della famiglia era blandamente antifascista ma non impegnata in operazioni di resistenza attiva. Lo stesso si può dire di Jenide fino a quando non incontrò quello che sarebbe diventato il suo fidanzato: Renato, partigiano della Brigata Garibaldi di Villadossola. Il contatto con lui e con il suo amico Egisto Rubini, che divenne successivamente il responsabile Gap di tutta Milano, poterà Jenide a diventare, nell'ottobre del 1943, staffetta partigiana. Il suo compito era quello di fornire armi e munizioni alla Brigata in cui militava Renato.
Tradita da un partigiano prigioniero, venne catturata il 18 febbraio 1944 mentre stava andando a consegnare un carico di nitroglicerina. Venne portata a Monza dove fu percossa e torturata e le venne persino rotta una mascella. Da Monza fu trasferita nel carcere di San Vittore, tra i prigionieri politici e anche qui fu maltrattata. Nonostante tutto non rivelò nessuna delle informazioni di cui era in possesso. Alla fine di aprile fu trasferita nel campo di concentramento di Fossoli e il 2 agosto a Ravensbruck, dove fu colpita dal tifo, riuscendo a sopravvivere a stento. Verso la fine dell'anno viene trasferita a Bergen Belsen dove, a causa delle condizioni disumane, scoppia una nuova epidemia di tifo che porterà Jenide alla morte. I familiari lo sapranno solo alcune settimane dopo il 25 aprile del 1945.

Le sono state dedicate due targhe a Milano: in una, in via Paisiello 7, è ricordata singolarmente mentre nell'altra, in via Boscovich 42 , è ricordata tra i caduti della Resistenza.



Angela Ruggieri

Borgo Val di Taro (PR), 1907 - Caffaraccia di Borgo Val di Taro (PR), 1944

Vittima dei nazi-fascisti, fu fucilata perché scoperta mentre portava del cibo a partigiani nascosti. Rientra tra le vittime del rastrellamento dell’inverno 1944-1945, per la maggior parte appartenenti alla 1a Brigata Julia.

Le è intitolata una via a Parma.



Wanda (Vandina) Saltini

1908 - 1945

Arruolata il 10 ottobre 1943 nella 30esima Brigata GAP. Era sorella di Vittorio Saltini, di quattro anni più grande di lei e medaglia d'oro al Valor Militare alla memoria. Nel pomeriggio del giorno della sua uccisione Vandina, staffetta partigiana, era appena rientrata da una missione e si recò a casa del fratello dove i fascisti le avevano teso un'imboscata. Non appena vide il cadavere del fratello, si scagliò contro gli assassini gridando “Vigliacchi! Assassini! Carogne!” Venne eliminata sul posto con due colpi di pistola alla testa. Oggi i due fratelli riposano sotto lo stesso cippo, decorato con falce e martello.

A lei è intitolata una strada a Reggio Emilia.



Joyce Salvadori Lussu

Firenze, 1912 - Roma, 1998

Le violenze squadriste sul fratello e sul padre porteranno la famiglia nel 1924 fuori dell’Italia, in Svizzera. La sua formazione matura, in quegli anni, in un vortice di viaggi e di esperienze, dai rientri in Italia per conseguire la maturità classica agli studi in Germania, ad Heidelberg, per seguire il filosofo Karl Jaspers. Qui Joyce assiste consapevole all'affermarsi del nazismo; gli studi proseguono in Francia e in Portogallo: laurea in Lettere alla Sorbona e in Filologia a Lisbona. Conosce Benedetto Croce, di cui frequenterà la casa e che pubblicherà nel 1939 le Liriche della giovane scrittrice. Sono anche gli anni, fra il 1933 e il 1938, di viaggi in Africa: qui lo sguardo sulla forza del paesaggio e della vita si lega alla scoperta della violenza del colonialismo. Si rafforza quella radice che animerà il suo instancabile impegno a fianco delle lotte di liberazione. Nel 1932 il fratello viene arrestato: comincia per Joyce un’attività che la porta a distribuire stampa antifascista clandestina per Giustizia e Libertà, a frequentare “la parte migliore dell’Italia, le persone più interessanti e moralmente più pulite; ed erano tantissime.” E proprio in una di queste missioni clandestine riceve l’incarico di consegnare un messaggio segretissimo a Emilio Lussu, un mito dell’antifascismo in esilio all'estero dopo la fuga dal confino di Lipari. Joyce lo cercherà in Belgio, in alta Savoia; lo troverà a Ginevra.
Nel dopoguerra l’impegno di Joyce, accanto alla militanza di base in Sardegna a fianco delle donne e degli uomini dei distretti minerari, troverà un esito originale (e del tutto coerente con la sua storia di scrittrice e militante) nel lavoro di traduzione e di divulgazione dei poeti rivoluzionari del Terzo Mondo.
Promotrice dell’Unione Donne Italiane, milita per qualche tempo nel Partito Socialista Italiano e nel 1948 fa parte della direzione nazionale del partito; preferirà, tuttavia, tornare ad occuparsi di attività culturali e politiche autonome, insofferente di vincoli e condizionamenti d’apparato.
Riposa al cimitero acattolico di Roma, accanto al marito Emilio.

Le è dedicata una via a Olbia.



Ines Saracchi

Ines Saracchi, socialista, poi direttrice della scuola statale "Caterina da Siena" di Milano. Autrice del libro Le scuole comunali femminili di avviamento al lavoro (1931, 1 nov).
La Saracchi fu preside dell'istituto "Caterina da Siena", che negli anni della guerra divenne uno dei centri della Resistenza milanese, con un gruppo di insegnanti molto attive che svolgevano azioni di sostegno ai Partigiani e organizzavano riunioni clandestine. Tra le insegnanti del "Caterina da Siena" protagoniste della Resistenza c’era la futura senatrice Lina Merlin.



Addolorata Sardella

? - 1964

Nel settembre del 1943 le truppe naziste entrarono a Barletta mettendo in atto una devastante rappresaglia, resa ancora più spietata a causa dell’energica resistenza operata dai soldati del locale presidio militare. In questo terribile disegno di vendetta avvenne, il giorno 12, il barbaro eccidio di undici vigili urbani e due netturbini da parte dei tedeschi. Addolorata Sardella, passando nelle vicinanze degli uffici Postali, dove era stata portata a termine l’esecuzione, notò quei corpi esanimi dai quali però proveniva l’invocazione di aiuto dell’unico sopravvissuto: il vigile Francesco Paolo Falconetti. Ella, senza perder tempo, si adoperò per prestargli soccorso aiutata da un’altra donna incontrata poco distante, Lucia Corposanto, e insieme riuscirono a portarlo in salvo.
La motivazione del riconoscimento al Merito Civile, riflettendo la generosità di quello slancio, recita testualmente: “Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale attraversando le strade deserte della propria città, notava un mucchio di cadaveri da cui proveniva una flebile invocazione di aiuto. Con generosa iniziativa provvedeva, insieme ad un’altra donna, a liberare una persona, ancora viva, sepolta sotto i corpi di tredici vittime di una efferata rappresaglia tedesca. Nobile testimonianza di umana solidarietà e coraggiosa reazione all’orrore della guerra ed alle sue leggi spietate”.

Le è dedicata una strada a Barletta.



Mafalda di Savoia

1902 - 1944

La tragica storia della principessa Mafalda di Savoia (1902/1944) è straziante e tristissima; la sua fine prematura, orribile ed ingiusta, ne ha fatto un simbolo dell'orrore della guerra.
La principessa Mafalda era andata in sposa, a 23 anni, al principe tedesco Langrave Phillip von Hesse, tenente dell'esercito prussiano, al quale le SS conferirono subito un grado e degli incarichi ufficiali, pur non riconoscendone il titolo nobiliare.
Nel 1943 la principessa partì alla volta della Bulgaria per riabbracciare la sorella Giovanna, al capezzale del marito Boris III, agonizzante; e la notizia della resa dell'Italia agli anglo-americani la colse Oltralpe. Mafalda volle tornare a tutti i costi in Italia per riabbracciare i figli, nascosti in Vaticano sotto la protezione dell'allora cardinal Montini (futuro papa Paolo VI); fu forse la tranquillità che le diede essere moglie di un cittadino tedesco con incarichi nelle SS, a convincerla che nulla le sarebbe accaduto; ma il 23 settembre 1943 venne catturata con l'inganno dai nazisti e deportata nel lager di Buchenwald, baracca n. 15, con il falso nome di frau Von Weber (per scherno storpiato dai nazisti in frau Abeba). Malgrado il falso nome, la notizia che la figlia del Re d'Italia fosse a Buchenwald si diffuse; dalle testimonianze si apprende che mangiava pochissimo, e che quando poteva, faceva in modo che quel poco che le arrivava in più fosse distribuito a chi ne aveva più bisogno di lei.
Dopo la tragica morte, avvenuta a soli 42 anni a causa del bombardamento di Buchenwald, e delle mancate cure, il suo corpo non venne cremato, ma grazie al prete boero del campo, padre Tyl, venne posto in una bara di legno e seppellito in una fossa comune con un solo numero, 28, ed una scritta: "eine unbekannte frau" (una donna sconosciuta).
Prima di morire, le sue ultime parole ai due italiani che la disseppellirono dalle macerie, furono: "Italiani, io muoio, ricordatevi di me non come una principessa, ma come una vostra sorella italiana".

Le sono intitolate strade a: Albino (BG), Aqui Terme (AL), Assia (RE), Asti, Avellino,Bergamo, Bologna, Borgo San Dalmazio (CN), Breda di Piave (TV), Busto Arsizio (VA), Cagliari, Cantù (CO), Casalnuovo di Napoli (NA), Castellamare di Stabia (NA), Castel Sant’Elia (VT), Catania,Cava dei Tirreni (SA), Chiavari (GE), Collegno (TO), Como, Copertino (LE), Fiorenzuola d’Arda (PC), Firenze, Forlì, Garbagnate (MI), Genova, Grottaglie (TA), Lecce, Mazara del Vallo (TP), Milano, Minturno (LT), Modena, Padova, Palermo, Parma, Pescara, Piacenza, Pietramelara (CE), Pisa, Ravenna, Reggio Emilia, Roma, Rapallo (GE), Rovigo, Sassari, Varese.



Pierina Scaramella

Parma, 18 febbraio 1906 - Urbino, 5 novembre 1992

Nel 1930 diventa aiuto presso l’Istituto botanico dell’Università di Bologna; nel 1932 libero docente in botanica generale.
In quanto ebrea, viene cacciata dall'università a seguito delle leggi razziali italiane del 1938. Durante questo periodo si occupa di attività di analisi in diversi zuccherifici, continuando così la propria ricerca. Poiché, per tali leggi, era proibito agli ebrei di pubblicare, i suoi risultati di laboratorio, in particolare quelli ottenuti nel laboratorio della Società italiana zuccheri, uscirono a nome del marito e in parte a nome di laureati dello zuccherificio, con la promessa, che fu onorata, di nominare la fonte come “Memorie interne dello zuccherificio”.
Mentre le leggi razziali si inasprivano sempre più, si aggravavano i problemi della sua vita privata. A questo proposito emblematica è una lettera della Scaramella indirizzata a Mario Oliviero Olivo, illustre istologo ed anatomico bolognese, in cui ella fa riferimento ad una situazione familiare drammatica. Nel novembre del ’43 più volte le SS, unitamente a membri della Polizia fascista, la cercano nella sua abitazione in viale Oriani 2, per portarla in Germania nei campi di concentramento. Così scriveva Pierina: «Mio marito, sofferente per costituzione [era stato ricoverato già nel ’37], appena apprese la notizia fu colto da un eccesso di sindrome maniaca depressiva e voleva uccidersi dopo avermi soppressa». Proseguiva raccontando che, senza amici e senza mezzi, ricorse a medici di Cesena, Pesaro e Imola mentre, nei primi giorni del dicembre 1943, il marito a Imola venne dichiarato gravissimo, pericoloso a sé e agli altri e ne fu chiesto il ricovero. «Rientrati a Cesena dove la nostra agonia si prolungò per tutto il dicembre, non so chi ci diede la forza di non attivare i propositi di mio marito, demoralizzata come ero dalle notizie dei miei parenti in gran parte presi dai tedeschi. La Vigilia di Natale ebbi l’ispirazione di venire in Clinica a Bologna. [...] Il Professore Jedlowski capì al volo, non mi chiese neppure il nome, ma ricoverò immediatamente mio marito, non solo, ma volle che restassi al suo fianco. In amministrazione diedi il nome di mio marito, e per me il primo nome che mi venne in testa e nessuno chiese alcun documento di controllo, nonostante le precise disposizioni della polizia repubblichina. Fu la salvezza. Mio marito sottoposto all'elettrochoc cominciò a migliorare ed io potei dormire dopo due mesi. Soggiornammo in Clinica circa un mese e mezzo, le notizie militari si succedevano e proprio in quei giorni si ebbe lo sbarco ad Anzio. Nei corridoi della Clinica era l’unico posto dove si poteva parlare liberamente senza alcun riguardo per gli estranei che transitavano. Le trasmissioni di radio Londra erano da noi ascoltate tutte le sere o su apparecchi in possesso di malati di camere paganti o addirittura su uno sgangherato apparecchio della corsia comune...».
Dopo il reintegro all'università, il 5 agosto 1945, insegna nella facoltà di Agraria, di Scienze matematiche fisiche naturali e di Veterinaria dell’Università di Bologna e prosegue la carriera accademica. Muore il 5 novembre 1992 a Urbino.

Le è intitolato l'Orto Botanico di Urbino.



Lucia Schiavinato

Musile di Piave, 1900 – Verona, 1976

Durante la Resistenza collabora con la Brigata “Piave” del maggiore Attilio Rizzo. Nel “Piccolo Rifugio”, istituto da lei fondato nel 1935 per accogliere anziani e disabili, nasconde ebrei perseguitati. La sua casa diventa centro di smistamento e nascondiglio di materiale reperito con gli aviolanci alleati e punto di riferimento per le staffette , come Ida d’Este, per portare messaggi, stampa clandestina e altro materiale. Dopo la guerra è consigliera comunale DC e assessora all’assistenza al comune di S. Donà e poi consigliera provinciale. Fonda un proprio Istituto secolare, le “Volontarie della Carità”, tuttora funzionante, ed estende la rete di "rifugi" per disabili in tutta Italia. Nel 1964 parte per il Brasile dove si occupa di lebbrosi e indios. E' in corso il processo di beatificazione.

A S. Donà, in via della Repubblica, c’è l’Istituto Comprensivo Statale “Lucia Schiavinato”.



Rosa Chiarina Scolari

Livraga (LO), 16 novembre 1882 - Milano, 12 aprile 1949

Fu una suora, per tredici anni superiora dell'Istituto della riparazione di Milano.
Nelle ultime fasi della guerra partigiana, le fu chiesta ospitalità da parte del comando generale militare del Corpo Volontari per la Libertà, e soddisfece la richiesta nonostante il monastero fosse femminile.
Nel maggio del 1945 il generale Cardona le inviò una lettera di ringraziamento.

Le è intitolata una via a Milano.



Settimia Spizzichino

Roma, 15 aprile 1921 - 3 luglio 2000

Nella retata del 16 ottobre 1943 furono presi a Roma 1022 ebrei, tra i quali la ventiduenne Settimia, la cinquantaquattrenne madre Grazia, le due sorelle Ada e Giuditta con la figlia Rosanna di 18 mesi, e portati al Collegio Militare in Piazza della Rovere. Lunedì 18 ottobre furono condotti alla stazione Tiburtina per intraprendere il viaggio su carri stipati sino a cinquanta persone per vagone verso Auschwitz-Birkenau. Dei 1022 deportati, soltanto 17 persone fecero ritorno; l'unica donna è Settimia Spizzichino.
Fu liberata il 15 aprile 1945 dagli anglo-americani nel campo di concentramento di Bergen-Belsen dopo un anno e mezzo d'inferno. Giunse a Roma irriconoscibile (pesava 30 chili), nonostante la giovane età (24 anni).

Le è intitolata una strada a Roma.



Livia Terenziani

San Lazzaro Parmense (fraz. di Parma), 7 giugno 1906 - Case Vecchie (fraz. di Parma), 25 aprile 1945

Partigiana, fu fucilata per rappresaglia dai Tedeschi.

Le è dedicata una via a Parma.



Cleonice Tomassetti

Petrella Salto (RI), 4 novembre 1911 - Verbania, 20 giugno 1944

Patriota italiana, la sola donna del gruppo di 43 partigiani fucilati dai nazifascisti a Fondotoce in Valgrande, (soltanto uno di loro, Carlo Suzi si salvò).
Nata in una numerosa e povera famiglia contadina, ebbe una vita particolarmente travagliata. Dopo la morte della madre, venne abusata, sedicenne, dal padre. Scopertasi incinta preferì fuggire dal proprio paese e dal padre per rifugiarsi a Roma presso la sorella maggiore. Il parto fu prematuro e il figlio ebbe vita solo per pochi giorni. Intanto si mantiene con il lavoro di cameriera; purtroppo la sua notevole bellezza le procura più di una volta tentativi di abusi.
Nel 1933 si trasferisce a Milano, dove “Nice” si adatta a svariati lavori saltuari: commessa, cameriera, sarta. Si unisce con Mario Nobili, un assicuratore separato dalla moglie. Mario e Nice frequentano a Milano un piccolo gruppo di antifascisti; nel 1944 il Nobili è colpito dalla meningite e, ricoverato, muore in pochi giorni. Cleonice rimane di nuovo sola, in una città che non le offre più molto.
Conosce Sergio Ciribi e con lui sale in montagna con i partigiani della Valgrande. Passano la notte in una baita ma la mattina dopo sono arrestati e sottoposti a pesanti percosse. Il 20 giugno 1944 quarantasei partigiani vengono prelevati e fatti sfilare lungo le vie delle cittadine del lungolago. Cleonice è in prima fila, sarà lei che, al fianco del tenente Ezio Rizzato, aprirà la colonna che si fermerà soltanto a Fondotoce, dove i tedeschi hanno deciso di dare una lezione ai “banditi” e alla popolazione che li sosteneva. I testimoni diretti dicono come Nice fosse la prima a capire la sorte cui erano destinati e a sostenere e incitare fino alla fine gli altri con frasi del tipo «Facciamo vedere che è meglio morire da italiani che da servi dei tedeschi». Il gruppo fu poi portato alla periferia di Fondotoce e, furono fucilati tre alla volta. Cleonice e molti di loro morirono gridando «Viva l’Italia».
Cleonice quel 20 giugno aveva 32 anni. Il suo corpo giace, di fianco al giovane Ciribi, nel Cimitero Monumentale di Milano, nell’area dedicata ai martiri della Resistenza.

Per iniziativa dell’ANPI di Rieti, il Comune di Petrella Salto ha preso contatto con la Casa della Resistenza di Fondotoce e Sindaco e familiari di Cleonice hanno partecipato per la prima volta, nel giugno 2011, alla 67ma commemorazione dei Martiri di Fondotoce depositando una targa in suo ricordo; ne hanno poi celebrato, nel comune laziale, il centenario dalla nascita il successivo novembre.
A Cleonice il giornalista Aldo Cazzullo ha dedicato due pagine nel suo libro dedicato ai patrioti del Risorgimento e della Resistenza; l’attrice e scrittrice Maria Silvia Caffari la ricorda con uno spettacolo teatrale più volte rappresentato; l’attore Neri Marcorè ha letto un brano sulla sua esemplare figura di donna e patriota di fronte a migliaia di giovani, a Roma, durante il concerto del Primo Maggio 2011.

A Verbania una scuola primaria porta il suo nome e le è dedicata una via anche a Domodossola.



Virginia Tonelli

Castelnuovo del Friuli (PN), 1903 - Trieste, 1944

Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.
Virgina nasce a Castelnovo, allora un paese con poco più di tremila abitanti, che dette i natali a diversi combattenti antifascisti.
Orfana di padre, inizia a lavorare come sarta a 11 anni e quindi si trasferisce a Venezia dove lavora come vigilatrice all'ospedale infantile del Lido. Le difficoltà economiche della famiglia e la salute cagionevole non le impediscono però di maturare una forte coscienza politica che la porta, nel 1930, ad entrare nell'organizzazione comunista clandestina. L’arresto di molti compagni di infanzia la convince ad emigrare in Francia nel 1930. Anche il marito, Pietro Zampollo, sposato nel 1937, e con il quale convive per poco tempo, fa parte delle Brigate internazionali ma, dopo aver combattuto in Spagna per la repubblica, rientra in Italia.
A Tolone Virginia tiene stretti contatti con il centro estero del P.C.I. e la sua casa diventa un punto di riferimento per tanti militanti comunisti e antifascisti che andavano in Spagna o che rientravano clandestinamente in Italia. All'inizio del 1943, in accordo con la Direzione del P.C.I., rientra a Castelnuovo per collaborare all'organizzazione della lotta di liberazione che si prevede oramai imminente. In Friuli “Luisa” (era questo il nome che aveva nella Resistenza) si dà subito da fare: organizza incontri clandestini, provvede alla stesura e alla divulgazione dei materiali, dà sostegno alle formazioni partigiane, organizza manifestazioni antifasciste di donne contro il regime. Il 19 Settembre 1944 viene arrestata mentre trasporta, assieme a Wilma Tominez Padovan, dei documenti della Brigata Garibaldi e viene reclusa nelle carceri del Coroneo dove sarà torturata per 10 giorni. Naturalmente “Luisa” non parla. Portata alla Risiera di San Sabbia viene arsa viva.
Nel 1971, alla memoria di Virginia Tonelli viene conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Le sono intitolate una strada a Roma e una a Udine.



Margherita Troili

1913 - ?

Antifascista, partigiana, dirigente del Partito Comunista a Napoli e Caserta, dirigente UDI. Ha scritto nel 1987 il libro Una donna ricorda con prefazione di Lidia Menapace.
Meritevole del titolo di "Partigiana di Terra di Lavoro", nonché insignita di Medaglia d’Argento dell'Associazione Perseguitati Politici, nella delibera della Giunta municipale di Capua, con cui è stata approvata l’intitolazione della piazza antistante la stazione, è descritta come «una illustre cittadina, distintasi per ideali di libertà e di giustizia».

A lei è intitolato il piazzale della Stazione di Capua.



Natalina (Lina) Vacchi

Ravenna, 1914 - 1944

Proveniente da una famiglia di braccianti alla fine degli anni Trenta venne assunta come operaia alla “Callegari”, fabbrica specializzata nella produzione di tele di gomma. In quell'ambiente operaio, Lina non tardò ad entrare in contatto con la cellula clandestina comunista, aderendo con entusiasmo al Pci e distinguendosi da subito per il suo attivismo sul piano politico e sindacale. In contatto con i maggiori esponenti dell’antifascismo comunista, la sera dell’8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio, salvava dagli arresti Arrigo Boldrini, il futuro comandante “Bulow”, al termine del discorso da questi pronunciato di fronte alla Prefettura di Ravenna.
Con l’organizzarsi della Resistenza Natalina raddoppiò il proprio impegno, divenendo la principale referente del movimento di Liberazione all'interno della “Callegari”, organizzando raccolte a favore dei partigiani combattenti, distribuendo la stampa clandestina ed altro materiale di propaganda ecc. Né si limitò all’azione sul luogo di lavoro; staffetta partigiana, le venne affidata la responsabilità dei servizi sanitari della 28ª Brigata “Mario Gordini”.
Nel marzo del ’44 si mise in luce come l’animatrice di una serie di scioperi che paralizzarono la “Callegari”, agitazioni che, dietro il paravento delle rivendicazioni economiche, possedevano un’inequivocabile valenza politica antifascista. Fu arrestata, ma i questurini non ne ottennero alcuna informazione e si videro costretti a rilasciarla. Ad aprile ripresero gli scioperi, ancora una volta con lei alla testa.
Ormai nel mirino della polizia fascista, Natalina venne arrestata una seconda volta la sera del 21 agosto 1944. Tre giorni prima il gappista Umberto Ricci (“Napoleone”) aveva ucciso lo squadrista Leonida Bedeschi, il famigerato “Cativeria”: le autorità repubblichine stavano preparando una spietata ritorsione. Sottoposta ad estenuanti interrogatori, Natalina non solo non rivelò niente che potesse compromettere l’organizzazione resistenziale ma reagì con forza e spavalderia alle sevizie, esasperando i suoi aguzzini. Insieme ad altri undici compagni fu portata infine al Ponte degli Allocchi dove fu l’ultima a morire, impiccata insieme a Napoleone.
Nel 1957 le è stata conferita la medaglia di bronzo al V.M. alla memoria.

Le sono dedicate una piazza a Ravenna e una via a Bagnacavallo (RA).



Hélène Vagliano

Parigi, 3 Luglio 1909 - luglio 1944

Nasce il 3 Luglio 1909 a Parigi da Marino e Danae Vagliano. La sua è una famiglia molto facoltosa di banchieri e armatori. Inizialmente i Vagliano vivono in Inghilterra ad Ascot, vicino a Windsor, in una lussuosa villa. Nel 1928 si trasferiscono a Cannes. Quando scoppia la guerra, nel settembre del 1939, Hélène collabora in associazioni caritatevoli. La famiglia Vagliano resta a Cannes, nonostante la sconfitta francese nel giugno 1940. Fermamente antinazista, è l'organizzatrice locale della Casa del Prigioniero, che fornisce assistenza e sostegno alle famiglie dei soldati caduti e dei prigionieri di guerra francesi. Con la madre, Hél organizza la mensa nella stazione militare di Cannes, fornendo pasti ai soldati,alle famiglie e agli orfani che con il protrarsi della guerra diventano sempre più numerosi. Nel 1943, entra nel Servizio di Intelligence del generale de Gaulle e fa parte del network Tartaria-Massena. Per la sua attività di informatrice, il 29 luglio 1944 viene arrestata da agenti della Gestapo e i suoi parenti tenuti in ostaggio per indurla a parlare e a tradire i suoi amici che facevano parte della Resistenza. La torturano per più di due settimane, conducendola in diverse carceri, dalla Villa di Montfleury a Cannes, il quartier generale della Gestapo, al carcere di GRASSE, e alla fine la prigioniera fornisce solo una lista di nomi inesistenti al solo scopo di ottenere la liberazione della madre e del fratello. Avvenuto lo sbarco alleato, la costa viene bombardata giorno e notte e i prigionieri, tra i quali Hélène, vengono tutti trucidati. Sei settimane più tardi il corpo di Hélène viene riportato a casa, in una Cannes finalmente liberata. Viene vegliata tutta la notte da uomini e donne che avevano partecipato alla Resistenza e al suo funerale una folla viene a renderle omaggio. Ogni anno il giorno della sua morte si commemora con una funzione nella chiesa dove è sepolta.

Le è dedicata una via a Cannes, Francia.



Vera Vassalle

Viareggio (LU), 21 gennaio 1920 - Cavi di Lavagna (GE), novembre 1985

Medaglia d'oro al valor militare.
Diplomatasi all’Istituto Magistrale di Pisa, viene assunta alla filiale di Viareggio della Cassa di Risparmio di Lucca.
Dopo l'armistizio entra nelle file partigiane, unendosi al gruppo di resistenti coordinati dal cognato Manfredo Bertini, e le viene affidato il compito di raggiungere gli alleati nell'Italia già liberata, per richiedere lanci di armi per i partigiani della Versilia. Dopo un breve addestramento presso gli alleati a Taranto, con il nome di battaglia di "Rosa", riparte verso la Versilia. In coppia con Mario Robello (nome di battaglia "Santa") darà vita ad un’attività frenetica: per tutta l’estate invieranno oltre trecento messaggi, che renderanno possibili sessantacinque aviolanci di armi e di rifornimenti a brigate partigiane toscane e liguri.
Il 2 luglio 1944, dopo che i tedeschi individuano la ricetrasmittente con cui tenevano i contatti con gli alleati, fuggono dopo aver distrutto codici, documenti e l'apparecchio radio. Si spostano in Lunigiana, aggregandosi alla formazione partigiana “Giustizia e Libertà - Marcello Garosi” e, da Lucca, con una nuova ricetrasmittente, continuano l'attività di missione, fino alla liberazione della zona, avvenuta il 5 settembre 1944.
Nel dopoguerra Vera si sposa con Robello e insegna alle scuole elementari di Cavi di Lavagna.
La sua vicenda è ricordata nel romanzo Il clandestino di Mario Tobino, del 1962.

Le sono state intitolate una strada a Viareggio (LU) e la scuola elementare di Cavi di Lavagna (GE).



Stellina Vecchio

Stellina si iscrive al Partito Comunista Italiano poco prima del 25 luglio 1943. Dopo l’8 settembre sottoscrive in piazza Cavour, a Milano, il coraggioso appello di Poldo Gasparotto, responsabile militare del Partito d’Azione, per la costituzione della Guardia nazionale, un esercito misto di popolo e di militari che si prefiggeva lo scopo di arrestare l’ingresso delle truppe tedesche a Milano. Così ha inizio l’attività di Stellina Vecchio “Lalla” nella Resistenza. Stellina ha l’incarico di tenere i collegamenti, come staffetta partigiana del Comitato lombardo delle Brigate Garibaldi, con la Valsesia, dove agiscono le formazioni di Moscatelli. Nella fase finale della Resistenza Stellina entra a far parte dei Gruppi di Difesa della Donna dei quali era responsabile per Milano Vera Ciceri. Ma è proprio durante la sua partecipazione ai Gruppi di Difesa della Donna che accadrà quell’avvenimento, l’uccisione di Gina Galeotti Bianchi, nel corso dell’insurrezione di Milano, iniziata a Niguarda, che ha segnato profondamente la vita di Stellina.

Iscrizione al Famedio di Milano Fonte: http://www.anpi.it/il-comune-di-milano-iscrive-al-famedio-di-quattro-grandi-partigiani-vaia-stellina-vecchio-alba-dellacqua-bocca/.



Livia Venturini

1913-1944

Era cresciuta in una famiglia di mezzadri antifascisti. Alla vigilia del 1° Maggio 1930, erano stati i Venturini a issare le bandiere rosse sugli alberi della zona; quando i carabinieri giunsero a perquisire la loro casa, Livia evitò che trovassero i volantini contro il regime. Ciò non impedì che l'Amministrazione degli Ospedali di Imola sfrattasse i Venturini. L'8 settembre 1943, Livia e il marito entrarono subito nella Resistenza. La donna divenne staffetta del battaglione "Ruscello" della settima Brigata GAP. Il 29 aprile 1944, durante una manifestazione di protesta "contro la fame e la guerra", i fascisti spararono contro le manifestanti. Livia fu colpita alla schiena e passò in agonia quarantacinque giorni prima di morire. Il marito, al quale è stata intitolata una strada di Imola, morì quattro mesi dopo, combattendo contro i tedeschi.

Ad Imola, in via Emilia 284, sulla casa dove Livia e Livio abitarono, li ricorda una lapide.



Iris Versari

Portico di Romagna (FC), 12 dicembre 1922 - Ca' Cornio di Tredozio (FC), 18 agosto 1944

Medaglia d'Oro al valor militare alla memoria.
Bellissima. Ci piace ricordarla così questa giovanissima ragazza contadina che le foto d’epoca restituiscono bellissima e sorridente. Nel 1943 Iris è la staffetta della formazione partigiana di Tredozio e fa parte della banda di Silvio Corbari al quale era legata sentimentalmente. Diverse e clamorose sono le azioni condotte assieme ai compagni e al Corbari e nelle quali Iris si distinse sempre per il suo coraggio.
Nell'agosto del 1944 Iris assieme a Silvio Corbari, Casadei e Spazzoli, viene sorpresa dai tedeschi e fascisti in un casolare dove, ferita ad una gamba, si era rifugiata. La partigiana ferita, che comprende di essere un impedimento per la salvezza degli altri suoi compagni, decide di uccidersi dopo un durissimo scontro a fuoco con i fascisti. I suoi compagni, dopo un tentativo di fuga, vengono comunque catturati e uccisi. I loro corpi assieme a quello di Iris vengono esposti nella Piazza Saffi a Forlì.
Iris Versari dopo il conflitto viene dimenticata e solo nel 1976 la sua memoria verrà insignita della Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Le sono state intitolate vie a Forlì, a Cesena e a Roma.
A lei sono intitolati anche due istituti di istruzione secondaria di secondo grado: l'Istituto professionale di Cesena (FC) e l'Istituto di istruzione superiore di Cesano Maderno (MB).
Nel 2007, nella XV Legislatura, è stato presentato un disegno di legge per la commemorazione delle donne nella Resistenza, che prevede la costruzione di due monumenti commemorativi raffiguranti l'effigie di Iris Versari, uno a Forlì e uno a Portico e San Benedetto (FC).



Renata Viganò

Bologna, 1900 - 1976

Le difficoltà economiche della sua famiglia la costrinsero a rinunciare alle sue aspirazioni in campo medico e diventare infermiera. Dato il suo amore per la scrittura collaborò con diversi giornali e periodici e scrisse poesie e racconti.
All'armistizio, insieme al marito, entrò nella resistenza nelle valli del Comacchio e in Romagna facendo di volta in volta l'infermiera, la staffetta partigiana e diffondendo e collaborando attivamente alla stampa clandestina. Dopo la fine della guerra divenne scrittrice e giornalista.
Diverse sue opere trattano della Resistenza: "L'Agnese va a morire" (vincitore del premio Viareggio e tradotto in diverse lingue), "Donne della Resistenza" e "Matrimonio in brigata".

Le sono dedicate vie a: Argenta (FE), Bentivoglio (BO), Caselle di Crevalcore (BO), Coriano (RI), Ferrara, Ravenna, San Lazzaro di Savena (BO) e Sasso Marconi (BO).



Maria Ida Viglino

Gignod, (AO), 18 aprile 1915 -1985

Trascorre diversi anni a Parigi, dove ottiene il titolo di insegnante elementare e dove entra in relazione con l'area socialista del Fronte popolare. All'età di ventiquattro anni, tornata in Italia, si iscrive alla facoltà di Matematica dell'Università di Torino, tenendo i contatti tra la capitale piemontese ed Aosta per il CNL. Nel marzo del '45 viene arrestata, sottoposta alla dura esperienza del carcere fascista e rilasciata dopo diciassette giorni. Continua a partecipare alla Resistenza e, dopo la liberazione, fa parte della delegazione incaricata di discutere dei rapporti tra la Valle e lo Stato, discussione che si concluderà con la creazione dell’Union Valdôtaine. Sarà l’unica donna a sedere nel primo Consiglio regionale, ma lascerà presto l'incarico per tornare agli studi matematici, all'insegnamento e, in seguito, alla direzione della scuola. A partire dagli anni '60 torna alla politica attiva: rientra in Consiglio regionale e per quasi un decennio (1973-83) sarà assessora alla Pubblica Istruzione.

Le è dedicata una via a Etroubles (AO).



Alma Vivoda

Chiampore di Muggia (TS), 23 gennaio 1911 - Trieste, 28 giugno 1943

Iscritta al Partito Comunista, negli anni Trenta, gestì assieme al marito Luciano Santalesa (anche lui comunista) l’osteria “La Tappa”, che divenne un punto di ritrovo per gli antifascisti della zona. Santalesa fu arrestato nel 1940 e l’anno dopo la polizia impose la chiusura del locale. A quel punto Alma iniziò a tenere i contatti con le formazioni partigiane italiane e slovene.
Nonostante avesse frequentato soltanto le elementari, era una donna di vivida intelligenza: attenta ai problemi dell’emancipazione femminile e dell’internazionalismo, aveva promosso la diffusione della stampa clandestina ed era arrivata a curare di persona la redazione del foglio La nuova donna. Anche per questo Alma era braccata dalla polizia fascista, che aveva posto sulla sua testa una taglia di 10.000 lire dell’epoca.
Nel gennaio 1943, dopo la spiata di un delatore, fu costretta a entrare in clandestinità; aiutò il marito a evadere e a raggiungere le file partigiane in Istria dove sarebbe caduto combattendo di lì a poco.
Alma fu uccisa il pomeriggio del 28 giugno 1943, mentre, assieme a Pierina Chinchio, si recava ad un appuntamento con la staffetta partigiana Ondina Peteani della “Brigata Proletaria” che raccoglieva fra le sue file centinaia di operai dei cantieri di Monfalcone (allora Cantieri Riuniti dell’ Adriatico). All'indomani della morte di Alma Vivoda, prima donna italiana caduta nella Resistenza, il suo nome fu assunto da un battaglione autonomo della XIV Brigata “Garibaldi Trieste”, composto di partigiani italiani, sloveni, russi, da marinai romagnoli e da diverse compagne di lotta.

Ad Alma Vivoda sono stati intitolati il Circolo di cultura popolare di Santa Barbara (Muggia), una strada di Chiampore e una di Muggia (TS).
Nel 1971, nel luogo dove Alma fu colpita, è stato eretto un monumento a suo ricordo.



Aurora Vuillerminaz

Saint-Vincent, 22 marzo 1922 - Villeneuve, 16 ottobre 1944

Giovanissima si sposa con Adolfo Giulio Ourlaz e inizia a lavorare nelle ferrovie; poco tempo dopo (luglio 1944) abbandona il proprio impegno per dedicarsi interamente alla lotta partigiana entrando, di fatto, nella banda “A. Verraz”, operante nella valle di Cogne e composta di circa 150 elementi. Assume l’incarico di staffetta creando collegamenti tra la Val d'Aosta e la vicina Svizzera.
Al ritorno da una missione, mentre è diretta a Cogne, viene fermata insieme ad alcuni amici a Villeneuve dalla polizia fascista e successivamente arrestata. In seguito, con gran coraggio e determinazione, e senza aver fornito al nemico alcuna informazione circa la sua attività e quella delle formazioni partigiane, affronterà con estremo coraggio la fucilazione il giorno 16 ottobre 1944 alla giovane età di 22 anni.

Le è intitolata una strada ad Aosta.



Simone Weil

Parigi, 1909 - Ashford, 1943

Attivista, filosofa e mistica francese, la sua posizione etica fondamentale fu quella di mettersi sempre dalla parte degli oppressi. L'evoluzione spirituale della sua vita la porta da una prima fase di impegno militante d'ispirazione comunista-sindacalista, ad una seconda fase religiosa e mistica.
Fra il 1931 ed il 1938 insegna filosofia nei licei di varie città di provincia francesi,dove suscita scandalo distribuendo il suo stipendio fra gli operai in sciopero e guidando le loro delegazioni in municipio. Nonostante lo stipendio che riceve come insegnante, decide di vivere spendendo per sé solo l'equivalente di quanto percepito come sussidio dai disoccupati, per sperimentare le loro ristrettezze di vita. Nel 1934 fa una scelta di vita radicale, andando a lavorare come manovale nelle fabbriche metallurgiche di Parigi, per conoscere da vicino la condizione operaia; l'esperienza di otto mesi di lavoro (che avrà gravi conseguenze sulla sua salute) verrà raccolta nell'opera "La condizione operaia", pubblicata postuma nel 1951. In questi anni è vicina ad ambienti sindacali e politici anarchici e trotzkisti.
Nel 1936 si aggrega ai repubblicani anti-franchisti nella guerra civile spagnola ma, vittima di un incidente, torna a Parigi.
Nel 1937, mentre viaggia,ammalata per l'Italia, si inginocchia nella cappella di Santa Maria degli Angeli in Assisi,dove ha la sua prima esperienza mistica; nonostante questa nuova consapevolezza e le sue posizioni pacifiste, alla vigilia della seconda guerra mondiale si convince a "perseguire la distruzione di Hitler con o senza speranza di successo".
Dopo un breve periodo a New York, dove si era rifugiata con i genitori a causa dell'invasione tedesca di Parigi, raggiunge Londra per unirsi all'organizzazione "France libre" della Resistenza francese, il movimento armato clandestino che combatté contro l'occupazione della Francia da parte della Wehrmacht e contro lo stato autoritario di Vichy; digiunando, Simone si sente spiritualmente vicina ai francesi delle zone occupate.
Affetta da tubercolosi, aggravata dalle privazioni che aveva deciso di imporsi, muore nel sanatorio di Ashford nel 1943, a soli 34 anni.
Le sue opere vennero pubblicate postume nei primi anni '50.

Le sono intitolate vie a Laterina (AR), Nuoro, Savona, Rubano (PD) e Zollino (LE).



Fernanda Wittgens

Milano, 1903 - 1957

Dopo aver lavorato come insegnante di Storia dell'arte nei licei milanesi entra a Brera, come collaboratrice di Ettore Modigliani nel 1928 e nel 1933 viene nominata ispettrice.
Nel 1941 divenne direttrice della pinacoteca e viene ricordata per la sua opera di messa in salvo di tutte le opere di Brera e del museo Poldi Pezzoli.
Il regime la considera antifascista e perciò viene incarcerata nel luglio del 1944 e condannata a 4 anni di prigione.
Dopo la Liberazione la sua carriera prosegue fino al 1957, quando muore.

Le è stata dedicata una via a Milano.



Abigaille Zanetta

Suno Novarese ,18 maggio 1875- Borgosesia, 29 marzo 1945

Abigaille Zanetta nasce a Suno Novarese il 18 maggio 1875, in una famiglia benestante, da padre notaio appassionato di archeologia, e madre proprietaria di filanda e fornace. Abigaille, familiarmente chiamata Ille, si dedica agli studi magistrali e diventa maestra. Insegna dapprima in una scuola internazionale torinese, poi in Svizzera, in un istituto per emigrati italiani, e più tardi a Milano, nelle scuole comunali. Nel 1908, quando la questione femminile inizia a conquistare i primi spazi nel dibattito politico, partecipa al I Congresso delle Donne Italiane e si iscrive alla Lega per la Tutela degli Interessi Femminili, entrando in contatto con personalità del Partito Socialista. Abile oratrice, partecipa al V Congresso Nazionale della Previdenza di Macerata, dove relaziona sulle casse di maternità. Il suo socialismo si tinge di elementi personali: sempre attenta alla solidarietà, al mutuo soccorso, allo spirito cooperativo e agli aspetti educativi. Una svolta decisiva alla sua vita viene dalla guerra: antinterventista e antimilitarista, Ille si oppone a viso aperto alle scelte governative. Ispirata dall’onestà intellettuale e pedagogica, riversa il suo pacifismo anche nelle aule scolastiche e stimola le capacità critiche degli alunni. Accusata di disfattismo, nel 1918 è inviata prima al confino, in Abruzzo, poi in carcere, a San Vittore. La persecuzione politica l’accompagnerà per tutto il resto della sua esistenza. Nel 1927, in contrasto con l’ideologia fascista, viene privata del lavoro, fonte di sostentamento economico e ragione di vita, e poi arrestata e condotta a San Vittore. Esce dal carcere sei mesi dopo, irrimediabilmente menomata nel fisico. Con la seconda guerra, lascia Milano e si ritira a Borgosesia, dove muore il 29 marzo 1945.

Le è stata dedicata una via a Roma.



Giovanna Zangrandi

Galliera (BO), 1910 - Borca di Cadore 1988

 “Anna”, così era soprannominata Giovanna , si trasferisce a Cortina nel 1937 per insegnare scienze in un liceo dopo aver conseguito una laurea in chimica all’università di Bologna. Dopo l’armistizio del settembre ’43 entra in collegamento con le formazioni partigiane, impegnandosi in prima fila come staffetta nella brigata «Pietro Fortunato Calvi» della divisione Nannetti. Quando la sua attività cospirativa diviene troppo rischiosa, abbandona Cortina e passa in clandestinità. Nell’immediato dopoguerra fonda e dirige il giornale «Val Boite», con l’intento di diffondere gli ideali della lotta di liberazione e di partecipare attivamente al lavoro di ricostruzione, non solo materiale, ma anche morale, degli italiani. Nel 1946 decide di costruire e gestire un rifugio in montagna, nella sella di Pradonego, sotto la cima dell’Antelao. Dal 1951 al 1966 scrive diversi libri su vari temi e infine una lunga malattia la isola quasi completamente negli ultimi vent'anni della sua vita.
Il suo archivio privato, conservato a Pieve di Cadore (Bl), è stato inventariato e pubblicato da Carocci nel 2005.

Il Comune di Borca di Cadore le ha dedicato una strada e il paese natale, Galliera, la Biblioteca Comunale, mentre il Liceo “Galvani” di Bologna, dove aveva studiato, le ha intitolato l’aula magna. Inoltre la Sezione di Treviso del Club Alpino Italiano ha posto nel 2005 al Rifugio Antelao a Sella Pradonego da lei costruito una targa a suo nome, ricordando le «vibranti testimonianze letterarie di un animo forte e libero».




Largo alle Costituenti

Largo alle Costituenti

Ogni anno, in occasione delle celebrazioni del 2 giugno, rinnoviamo la campagna Largo alle Costituenti, in memoria delle Madri della nostra Repubblica e del loro determinante contributo al riconoscimento della dignità di pensiero ed espressione politica delle italiane tutte.
Invitiamo dunque istituzioni e scuole a ricordare le figure che hanno animato la Consulta Nazionale e l’Assemblea Costituente: due contesti fondamentali e innovativi in cui si incontrarono donne di diversa generazione ed esperienza, capaci di scardinare, con analisi illuminate e proposte coraggiose, i meccanismi sociali e politici che fino ad allora avevano recluso il femminile nei modelli elaborati in via esclusiva da Stato, Chiesa e Famiglia.
Il laboratorio umano che queste donne rappresentano si espliciterà nella formulazione dei principi di uguaglianza dell'art.3 della Costituzione.
La campagna si pone il duplice obiettivo di far conoscere le protagoniste della Repubblica e di sensibilizzare le amministrazioni comunali dell'intero Paese, affinché intitolino loro strade, piazze, giardini.

Per inviare segnalazioni o richiedere informazioni, scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. indicando come oggetto “Largo alle costituenti”.

21 donne per la Costituzione della Repubblica Italiana

Il 2 giugno 1946, gli Italiani e, per la prima volta, le Italiane, si recavano alle urne per scegliere tra la repubblica e la monarchia e per eleggere i e le componenti dell’Assemblea Costituente.
Furono 21 le donne elette su 556 Costituenti: Maria Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce, Ottavia Penna, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio. Venivano dal Sud, dal Nord e dal Centro del Paese, quasi tutte lavoravano e possedevano titoli di studio alti: 14 erano laureate, molte le professoresse, due le giornaliste, una sindacalista e una casalinga. Nove militavano nel partito democristiano, nove nel partito comunista, due nel partito socialista, una nel partito-dell’UomoQualunque.
Tutte avevano alle spalle storie d’impegno sociale e politico e alcune anche esperienze da combattenti, di lotta partigiana, di carcere per attività antifascista, di esilio o di deportazione nei campi di concentramento nazista.

Delle ventuno deputate, cinque – Ottavia Penna, Maria Federici, Nilde Iotti, Angelina Merlin e Teresa Noce – parteciparono ai lavori della “Commissione dei 75”, incaricata dall’Assemblea Costituente di elaborare la proposta di Costituzione da discutere in plenaria.
Il contributo femminile fu straordinario: le neo-elette parlavano in nome dei partiti ma anche in nome delle donne, rappresentando istanze ‘trasversali’ a tutti i gruppi e a tutti i programmi politici.
Il loro lavoro non era facile, su di loro era alta l’attenzione ma anche la diffidenza di alcuni: “la novità del giorno” erano state definite in un servizio giornalistico dell’Istituto Luce. Bisognava “corrispondere”, dunque, all’attesa del Paese. E le Costituenti risposero con una linea politica nuova, differente, “di genere”. Partecipare ai lavori della Costituente diede loro l’occasione di lavorare per la conquista di una cittadinanza femminile realmente simmetrica. In tempi in cui le donne erano sottoposte alla patria potestà, non accedevano a molti ruoli della Pubblica Amministrazione e la disparità salariale uomo-donna era prevista dalla legge, le neo-deputate sostennero il diritto a pari opportunità e l’uguaglianza tra i sessi sia nel campo lavorativo che in quello familiare. Furono loro affidati specialmente, ma non solo, i temi della famiglia, della maternità e dell’infanzia ritenuti “più femminili”. I documenti delle Commissioni confermano che operarono con rigore e in modo solidale, equo, guidato da un forte senso della giustizia.
Portano chiaramente il loro segno l’art. 3 che disciplina il principio di uguaglianza, l’art. 37 che tutela il lavoro delle donne e dei minori, l’art. 29 che riconosce l’uguaglianza tra i coniugi, l’art. 30 che tutela i figli nati al di fuori del matrimonio, l’art. 51 che garantisce alle donne l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive.

Oggi le ricordiamo perché le 21 Madri Costituenti costituiscono un modello straordinario di politica alta, vera: la politica che ha idee e ideali, vissuto, onestà, al servizio della comunità.


Maria Agamben Federici
Maria Agamben Federici

Adele Bei
Adele Bei

Bianca Bianchi
Bianca Bianchi

Laura Bianchini
Laura Bianchini

Elisabetta Conci
Elisabetta (Elsa) Conci

Maria De Unterrichter Jervolino
Maria De Unterrichter Jervolino

Filomena Delli Castelli
Filomena Delli Castelli

Nadia Gallico Spano
Nadia Gallico Spano

Angela Gotelli
Angela Gotelli

Angela Maria Guidi Cingolani
Angela Maria Guidi Cingolani

Leonilde (Nilde) Iotti
Leonilde (Nilde) Iotti

teresa-mattei-

Teresa Mattei

Angelina Merlin
Angelina Livia Merlin

Angiola Minella Molinari
Angiola Minella Molinari

Rita Montagnana Togliatti
Rita Montagnana Togliatti

Maria Nicotra Fiorini
Maria Nicotra Fiorini

Teresa Noce
Teresa Noce

Ottavia Penna
Ottavia Penna

Elettra Pollastrini
Elettra Pollastrini

Maria Maddalena Rossi
Maria Maddalena Rossi

Vittoria Titomanlio
Vittoria Titomanlio


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Toponimi in Campus

toponimi-in-campus

Abbiamo aperto una sezione dedicata al censimento toponomastico degli spazi universitari: facoltà, biblioteche, strutture e servizi, strade, piazze e percorsi pedonali o ciclabili, spazi verdi e diversi (sportivi, ricreativi, culturali...), centri di ricerca e d’ateneo, aule... hanno un'intitolazione? A chi?
Quanti i nomi maschili per ogni voce? Quanti quelli femminili?
Si tratta di un campo ancora in gran parte anonimo: vogliamo evitare che diventi anch'esso un terreno esclusivamente maschile.

Proponiamo:

aun censimento toponomastico degli spazi occupati dagli atenei italiani;

buna ricerca biografica delle personalità che vi hanno operato, ritenute certamente meritevoli di intitolazione;

 

cuna serie di proposte motivate di intitolazione, nel rispetto dell’equilibrio di genere (50% e 50%);

 

dun impegno a intitolare solo in ottica di parità.

Abbiamo predisposto un modello di griglia per favorire la registrazione dei dati (suscettibile ovviamente di adattamenti secondo le esigenze riscontrabili nel censimento dei singoli atenei).

FACOLTÀ Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
Architettura      
Economia      
Giurisprudenza      
Ingegneria      
Scienze della Formazione      
Lettere e Filosofia      
Scienze Mat. / Fisiche / Naturali      
Scienze Politiche      
AULE Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
       
       
       
BIBLIOTECHE D'ATENEO Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
       
       
       
CENTRI DI RICERCA / DI ATENEO Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
       
       
       
SPAZI DIVERSI Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
Teatro      
Orchestra      
Coro Polifonico      
SPAZI VERDI Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
PERCORSI CICLABILI Localizzazione Intitolazione attuale Proposta di intitolazione
       
       
       
Per partecipare attivamente alla campagna scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. indicando come oggetto “Toponimi in campus”.


 
Mostra fotografica 
Mostre fotografiche
 
 

Molte le mostre di Toponomastica femminile prodotte in questi anni: dalle panoramiche a carattere geografico (targhe cittadine, provinciali, regionali ed estere) alle esposizioni tematiche (Donne e lavoro, Madri della Repubblica, Le Giuste, Donne di penna e d'azione sulle strade del mondo, Note femminili, Donne e arti, L’universo femminile tra storia e politica, Scienziate/STEM, Viaggiatrici...)

L'archivio fotografico di Toponomastica femminile ha superato il migliaio di immagini, nazionali ed estere. Chiunque voglia contribuire ad arricchirlo invii le proprie foto via mail, dando, a ogni file in formato jpg, un nome che ne renda possibile la classificazione: Luogo dell'intitolazione_nome e cognome della figura intitolata_nome e cognome della fotografa.

Esempio: Roma_Nilde.Iotti_Linda.Zennaro.jpg

Per informazioni, invii e richieste: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

2019 Cagliari Noto          

2018 

Forio e Sant'Angelo di Ischia Cagliari 
Lodi 
Napoli Roma             Milano    

 

 

  Nuoro    Villamassargia (CI)   Maiolati Spontini (AN) Monselice (PD)  Grisignano di Zocco (VI)     

 2017 

Roccagorga  Brindisi  Senigallia Roma Padova     

 

Giulianello

Lodi  Arcugnano Legnago Grisignano di Zocco (VI)    

2016

Roma  Amelia  Capannori (LU) Calcinaia (PI) Formia   Albano   
  Noci  Pescara Cinto Euganeo (PD) Terni Padova     

2015

 Colonna (RM)
Cori (LT) Formia  Lodi Melegnano     
  Puglia Ravenna Roccamassima (LT) Roma Trieste-Gorizia    

 

Pesaro
Napoli           

2014 

 Albano

Albino

Aprilia

Bassiano 

Campagnano

   

 

 Catania 

Rende 

Firenze

 Garbagnate

Giulianello 

   
 

Lodi

Rimini 

Roma

Rovigo

Sacrofano

   
 

Sora

Tivoli

Torino

Trieste

Udine

   

2013

Chioggia 

Genova 

Palermo

Roma

     

 

 

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