Elisa Leonida Zamfirescu
Cristina Cruceanu



Martina Zinni

 

Tra le figure femminili che attraverso la loro determinazione e ambizione hanno contribuito a smuovere la mentalità antica che vedeva la cucina e la casa come unici luoghi designati per le donne, c’è sicuramente Elisa Leonida Zamfirescu, considerata la prima ingegnera al mondo. Nata a Galati, in Romania, il 10 novembre del 1887, Elisa Leonida Zamfirescu si è contraddistinta oltre che per il suo talento, per la sua perseveranza e il suo coraggio, grazie ai quali è riuscita a trasformare l’ostilità nei suoi confronti in ammirazione. Il suo sogno era quello di diventare ingegnera chimica come il nonno materno Charles Gill, ma il suo essere donna ha fatto sì che gli ostacoli da superare fossero di gran lunga maggiori. Il primo lo ha incontrato quando, dopo aver conseguito la maturità a Bucarest, decise di rimanere nella città e iscriversi alla Scuola di ponti e strade (oggi Politehnica) dove però non riuscì a entrare in virtù dei pregiudizi dell’epoca nei confronti delle donne. Fu ammessa in seguito, non senza difficoltà, alla Reale accademia delle scienze di Berlino, a Charlottenburg. Concluse i suoi studi nonostante l’avversione di colleghi e professori, riuscendo anche a far ricredere il rettore stesso che nel momento dell’ammissione aveva tentato di dissuaderla ricordandole, attraverso un famoso slogan tedesco nel quale erano indicati i valori che una donna doveva rispettare, ovvero Kinder, Küche, Kirche, che doveva concentrarsi rispettivamente sui bambini, sulla cucina e sulla chiesa, e che l’ingegneria, quindi, non era affare per lei. Nel 1912 diventò invece la prima ingegnera d’Europa suscitando anche l’interesse della stampa nella madrepatria che ne fece un esempio incoraggiando le giovani donne rumene a ispirarsi a lei. Ritornò in Romania dove iniziò a lavorare nell’Istituto Geologico come assistente, ma lo scoppio della Prima guerra mondiale portò all’interruzione della sua attività. Entrò a far parte della Croce Rossa e le fu affidato il compito di gestire degli ospedali sul fronte, riuscendo anche a ottenere delle onoreficenze. Proprio sul fronte incontrò e poi sposò l’ingegnere Costantin Zamfirescu, dal quale ebbe due figlie.

Dopo la fine della guerra, riprese la sua attività nell’Istituto Geologico dove lavorò inizialmente in un laboratorio piuttosto modesto. Man mano arrivò a gestire dodici laboratori e insieme a collaboratori e collaboratrici iniziò la ricerca di nuovi metodi e tecniche per analizzare la composizione di minerali, aiutando a rivelare così le ricchezze del sottosuolo rumeno. Sotto la sua guida, sono stati effettuati 85000 bollettini di analisi chimiche, un numero elevato anche per gli standard di oggi, ma che risulta ancora più impressionante se si pensa alle condizioni in cui è stato ottenuto. Tutti i dati venivano infatti raccolti manualmente ed Elisa Leonida Zamfirescu non si limitava a scrivere i risultati nelle rispettive tabelle, ma descriveva ogni procedimento in maniera dettagliata per contestualizzare ogni dato che otteneva, e ciò implicava uno sforzo notevole. I risultati di queste analisi sono stati pubblicati nella collana Studi economici dell’Istituto Geologico. Aveva l’abitudine di lavorare per moltissime ore e spesso anche giorni. A tal proposito, uno dei suoi nipoti, Alexandru Cazaban, scrisse che durante l’inverno del 1952-’53, la neve aveva sommerso la città ed Elisa fu costretta a rimanere giorni interi nel laboratorio perché aveva deciso di non andare via e continuare invece a lavorare pur sapendo che la neve avrebbe bloccato la capitale. Svolse ricerche sulla bauxite, minerale dal quale si ricava l’alluminio, e studi per la scoperta di nuove risorse di carbone, gas naturale, cromo, scisto bituminoso e rame, pubblicando numerose monografie sugli argomenti. Si concentrò anche sulla produzione del solfato di rame, utilizzato in seguito per eliminare i funghi nocivi dalle coltivazioni, sviluppando pure un metodo efficace per produrlo a partire dal rame. Si è dedicata inoltre a uno studio in cui ha esaminato le qualità della bentonite nella filtrazione del vino, individuando così le sue capacità di chiarificazione e purificazione del mosto. Le sue ricerche hanno riguardato anche le acque minerali della Romania e la composizione dell’acqua potabile per il consumo industriale. Viene ricordata come una donna precisa e rigorosa sul lavoro, ma gentile e sempre disponibile a dare consigli e contributi nella formazione delle giovani generazioni, attraverso corsi e lezioni per aiutarle nello sviluppare il loro interesse per la scienza.

Parallelamente all’attività laboratoriale, ha insegnato fisica e chimica presso la Scuola delle ragazze “Pitar Mos” e presso la Scuola di elettricisti e meccanici di Bucarest diretta dal fratello Dimitrie. Ha rinunciato alla pensione, fatto che la renderà popolare nell’immaginario collettivo nazionale, lavorando fino ai 75 anni, anche se effettivamente non smise mai di farlo. Morì il 25 novembre 1973. È stata la prima donna a diventare membro dell’Associazione generale degli ingegneri rumeni (Agir), oltre che membro dell’Associazione internazionale delle donne universitarie dove ha avuto un ruolo essenziale nel diffondere la conoscenza del lavoro femminile in Romania. Durante gli anni Cinquanta e Sessanta, quando la psicosi della bomba atomica raggiunse il momento più critico, Elisa Leonida Zamfirescu guidava, all’interno dell’Istituto Geologico, un’associazione composta da donne che si dichiarava contraria alla realizzazione della bomba atomica. A tal riguardo, l’associazione presentò una lettera di denuncia al comitato per il disarmo della Lancaster House di Londra sui pericoli delle armi atomiche. Nel 1997, su iniziativa della Confederazione nazionale delle donne in Romania, è stato istituito un premio a suo nome e assegnato alle donne che si sono contraddistinte nel campo della scienza e della tecnologia: “Premiul Elisa Leonida-Zamfirescu”. Dal 12 novembre 1993 la strada in cui ha vissuto a Bucarest ha preso il suo nome, così come una via di Galati, città dove è nata.

Elisa Leonida Zamfirescu ha contribuito a favorire l’inserimento delle donne nelle facoltà universitarie di natura tecnico-scientifica e nei rispettivi ambiti lavorativi e di insegnamento, aiutando a diminuire le disuguaglianze di genere. Nonostante le umiliazioni e i pregiudizi che ha dovuto affrontare, non ha mai rinunciato al suo sogno facendo ricredere anche i più scettici. Ha aperto le porte dell’ingegneria alle donne in Romania e nel resto del mondo, dimostrando che ci poteva essere qualcosa di più oltre la casa e la famiglia, indipendentemente da quello che imponeva loro la società.

 

Traduzione francese

 

Parmi les figures féminines qui, par leur détermination et leur ambition, ont contribué à bousculer l'ancienne mentalité qui considérait la cuisine et la maison comme les seuls lieux réservés aux femmes, il y a certainement Elisa Leonida Zamfirescu, considérée comme la première ingénieure au monde. Née à Galati, en Roumanie, le 10 novembre 1887, Elisa Leonida Zamfirescu s'est distinguée non seulement par son talent, mais aussi par sa persévérance et son courage, grâce auxquels elle a réussi à transformer l'hostilité à son égard en admiration. Son rêve était de devenir ingénieur chimiste comme son grand-père maternel Charles Gill, mais être une femme a fait que les obstacles à surmonter étaient beaucoup plus grands. Le premier l'a rencontré lorsque, après avoir obtenu son diplôme d'études secondaires à Bucarest, elle a décidé de rester dans la ville et de s'inscrire à l'École des ponts et routes (aujourd'hui Politehnica) où, cependant, elle n'a pas pu entrer en raison des préjugés de l'époque contre les femmes. Elle est ensuite admise, non sans difficultés, à l'Académie Royale des sciences de Berlin, à Charlottenburg. Elle a conclu ses études malgré l'aversion de ses collègues et professeurs, parvenant même à faire changer d'avis le recteur qui au moment de son admission avait tenté de l'en dissuader en lui rappelant, à travers un célèbre slogan allemand indiquant les valeurs qu'une femme devaitt respecter, c'est-à-dire Kinder, Küche, Kirche, c’est à dire qu’elle devait se concentrer respectivement sur les enfants, la cuisine et l'église, et que l'ingénierie, par conséquent, n'était pas une affaire pour elle. En 1912, elle devient au contraire la première ingénieure d'Europe, suscitant également l'intérêt de la presse de sa patrie, qui fait d'elle un exemple en encourageant les jeunes femmes roumaines à s'inspirer d'elle. Elle retourna en Roumanie où elle a commencé à travailler à l'Institut géologique en tant qu'assistant, mais le déclenchement de la Première Guerre mondiale a conduit à l'interruption de son activité. Elle rejoint la Croix-Rouge et se voit confier la tâche de gérer les hôpitaux sur le front, parvenant même à obtenir des décorations. Sur le front, elle rencontra puis épousa l'ingénieur Costantin Zamfirescu, avec lequel elle eut deux filles.

Après la fin de la guerre, elle reprend son activité à l'Institut géologique où elle travaille d'abord dans un laboratoire assez modeste. Peu à peu, elle arrive à diriger douze laboratoires et, avec des collaborateurs et collaboratrices, commence la recherche de nouvelles méthodes et techniques pour analyser la composition des minéraux, contribuant ainsi à révéler les richesses du sous-sol roumain. Sous sa direction, 85 000 rapports d'analyses chimiques ont été rédigés, un nombre élevé même selon les normes d'aujourd'hui, mais qui est encore plus impressionnant quand on pense aux conditions dans lesquelles il a été obtenu. Toutes les données en effet ont été collectées manuellement et Elisa Leonida Zamfirescu ne se limitait pas d'écrire les résultats dans les tableaux respectifs, mais elle décrivait chaque procédure en détail pour contextualiser chaque donnée obtenue, ce qui a nécessité un effort considérable. Les résultats de ces analyses ont été publiés dans la série Etudes économiques de l'Institut Géologique. Elle avait l'habitude de travailler pendant de nombreuses heures et souvent même des jours. A ce propos, l'un de ses neveux, Alexandru Cazaban, écrivit que au cours de l'hiver 1952-'53, la neige avait englouti la ville et qu'Elisa fut obligée de rester des journées entières au laboratoire car elle avait décidé de ne pas partir et de continuer à travailler même en sachant que la neige aurait bloqué la capitale. Elle a mené des recherches sur la bauxite, un minéral duquel on obtient l'aluminium, et des études pour la découverte de nouvelles ressources de charbon, de gaz naturel, de chrome, de schiste bitumineux et de cuivre, publiant de nombreuses monographies sur ces sujets. Elle s'est également concentrée sur la production de sulfate de cuivre, qui a ensuite été utilisé pour éliminer les champignons nuisibles des cultures, tout en développant une méthode efficace pour le produire à partir de cuivre. Elle s'est également consacrée à une étude dans laquelle elle a examiné les qualités de la bentonite dans la filtration du vin, identifiant ainsi sa capacité à clarifier et purifier le moût. Ses recherches ont également porté sur les eaux minérales de Roumanie et la composition de l'eau potable destinée à la consommation industrielle. On se souvient d'elle comme d'une femme précise et rigoureuse au travail, mais gentille et toujours disponible à donner des conseils et des contributions à la formation des jeunes générations, à travers des cours et des leçons pour les aider à développer leur intérêt pour les sciences.

Parallèlement à son activité de laboratoire, elle a enseigné la physique et la chimie à l'école de filles "Pitar Mos" et à l'école d'électriciens et de mécaniciens de Bucarest dirigée par son frère Dimitrie. Elle a renoncé à sa retraite, un fait qui la rendra populaire dans l'imaginaire collectif national, travaillant jusqu'à 75 ans, même si elle n'a en réalité jamais cessé de le faire. Elle est decedé le 25 novembre 1973. Elle a été la première femme à devenir membre de l'Association générale des ingénieurs roumains (Agir), ainsi que membre de l'Association internationale des femmes universitaires où elle a joué un rôle essentiel dans la diffusion des connaissances sur le travail des femmes en Roumanie. Au cours des années 50 et 60, lorsque la psychose de la bombe atomique atteint son moment le plus critique, Elisa Leonida Zamfirescu dirige, au sein de l'Institut géologique, une association composée de femmes qui se déclarent opposées à la création de la bombe atomique. A cet égard, l'association a présenté une lettre de plainte au Comité pour le désarmement de Lancaster House à Londres sur les dangers des armes atomiques. En 1997, à l'initiative de la Confédération nationale des femmes de Roumanie, un prix a été créé à son nom et décerné aux femmes qui se sont distinguées dans le domaine de la science et de la technologie : "Premiul Elisa Leonida-Zamfirescu". A partir du 12 novembre 1993, la rue où elle vivait à Bucarest a pris son nom, ainsi qu'une rue à Galati, la ville où elle est née.

Elisa Leonida Zamfirescu a contribué à promouvoir l'inclusion des femmes dans les facultés universitaires à caractère technico-scientifique et dans les domaines de travail et d'enseignement respectifs, contribuant ainsi à réduire les inégalités entre les sexes. Malgré les humiliations et les préjugés auxquels elle a dû faire face, elle n’a jamais renoncé à son rêve en faisant changer d’avis même les plus sceptiques. Elle a ouvert les portes de l'ingénierie aux femmes en Roumanie et dans le reste du monde, montrant qu'il pouvait y avoir quelque chose de plus que le foyer et la famille, indépendamment de ce que la société leur imposait.

 

Traduzione inglese
Chiara Celeste Ryan

 

Included in the female figures who, through their determination and ambition, have contributed in changing the traditional mentality, in which the kitchen and the home were the only places designated for women, is without doubt Elisa Leonida Zamfirescu, considered to be the first female engineer in the world. Born in Galati, Romania, on 10 November 1887, Elisa Leonida Zamfirescu stood out not only for her talent, but also for her perseverance and courage, by which she managed to turn hostility towards her into admiration. Her dream was to become a chemical engineer like her maternal grandfather Charles Gill, but as a woman the obstacles she needed to overcome were far greater. The first obstacle presented itself when, after graduating from high school in Bucharest, she decided to stay in the city and enrol in the School of Bridges and Roads (today the Politehnica) but was unable to enter due to the prejudices then held against women. She was later admitted, not without difficulty, to the Royal Academy of Sciences in Berlin, in Charlottenburg. She completed her studies notwithstanding the opposition from both fellow students and professors. She even managed to make the Dean reconsider his initial opinion: at the time of her admission he had tried to dissuade her, citing a famous German slogan eulogising the values that a woman should respect, namely Kinder, Küche, Kirche, counselling her that she should focus on children, the kitchen and the church, and that engineering was no business for her. In 1912 she became the first female engineer in Europe, arousing the interest of the press in her homeland. She became an example for young Romanian women, who were inspired to follow her. She returned to Romania where she began to work as an assistant in the Geological Institute, but her career was interrupted by the outbreak of World War I. She joined the Red Cross and was assigned the task of managing battlefront hospitals, and even won awards for doing so. It was at the front that she met and then married the engineer Constantin Zamfirescu, with whom she had two daughters.

After the end of the war she resumed her activity in the Geological Institute, where she initially worked in a rather modest laboratory. A little at a time she eventually took over the management of twelve laboratories. Together with her colleagues, she began researching new methods and techniques to analyse the composition of minerals, thus helping to reveal the riches in the Romanian subsoil. Under her guidance, 85,000 chemical analysis reports were drafted, a high number even by today’s standards, but even more impressive when one considers the conditions under which they were prepared. All the data was collected manually and Elisa Leonida Zamfirescu not only wrote up the results in the respective tables, but described each process in detail to contextualize each piece of data she obtained, necessitating considerable effort. The results of these analyses were published in the Economic Studies series of the Geological Institute. She had the habit of working for long hours and even for days at a time. One of her nephews, Alexandru Cazaban, wrote that during the winter of 1952-53, the city was covered in snow and having decided to stay and continue working, even though she knew that the snow would paralyse the capital, Elisa was forced to stay in the laboratory for days. She carried out research on bauxite, the mineral from which aluminium is obtained, and made the studies necessary for the discovery of mineral resources: coal, natural gas, chromium, oil shale and copper, publishing numerous monographs on the subject. She also concentrated on the production of copper sulphate, later used in the control of fungi harmful to crops, developing an effective method for producing it from copper. In addition she undertook a study in which she examined the qualities of bentonite in the filtration of wine, identifying its capacity to clarify and purify must. Moreover she researched the mineral waters of Romania and the composition of drinking water for industrial consumption. She is remembered as a precise and rigorous woman in the practice of her profession, but as also being kind and always available to give advice and make contributions to the education of younger generations, through the teaching of courses and lessons that aimed to help them develop their interest in science.

In parallel to her laboratory work, she taught physics and chemistry at the “Pitar Mos” School for Girls and at the School of Electricians and Mechanics in Bucharest, directed by her brother Dimitrie. Elisa Leonida Zamfirescu did not retire until the age of 75, renouncing her pension, a fact that made her popular in the national collective imagination. Even afterwards she continued working part time Until she died on 25 November 1973. She was the first woman to become a member of The General Association of Engineers in Romania (AGIR), as well as a member of the International Women’s University Association, where she played an essential role in spreading the knowledge of professional women in Romania. During the fifties and sixties, when the psychosis related to the atomic threat reached its zenith, Elisa Leonida Zamfirescu led, an association, within the Geological Institute, composed of women who openly promoted nuclear disarmament. The association presented a letter to the disarmament committee of Lancaster House in London regarding the dangers of atomic weapons. In 1997, on the initiative of the National Confederation of Women in Romania, a prize was established in her name for the recognition of women who have distinguished themselves in the field of science and technology: “Premiul Elisa Leonida-Zamfirescu”. Since 12 November 1993, the street where she lived in Bucharest has been named after her, as has a street in Galati, the city where she was born.

Elisa Leonida Zamfirescu has contributed in the increased hiring of women in technical-scientific university faculties and their respective working and teaching environments, helping to decrease gender inequality. Despite the humiliation and prejudice she faced, she never gave up on her dreams, causing even her the most sceptical detractor to reconsider. She opened the doors of engineering to women in Romania and the rest of the world, proving that there could be something beyond the home and family, regardless of the impositions of society.

 

Traduzione spagnola
Arianna Calabretta

 

Entre las figuras femeninas que a través de su determinación y ambición contribuyeron a modificar la antigua mentalidad que consideraba la cocina y la casa como únicos lugares designados para las mujeres, encontramos sin duda alguna a Elisa Leonida Zamfirescu, considerada la primera ingeniera del mundo. Nacida en Galati, en Rumanía, el 10 noviembre de 1887, Elisa Leonida Zamfirescu destacó tanto por su talento como por su perseverancia y su coraje, gracias a los cuales llegó a convertir la hostilidad para con ella en admiración. Su sueño era ser ingeniera química como su abuelo materno, Charles Gill, pero al ser mujer los obstáculos que tuvo que superar fueron mucho mayores. El primero fue cuando, tras terminar el bachillerato en Bucarest, decidió quedarse allí y matricularse en la Escuela de Puentes y Caminos (la actual Politécnica), donde no pudo entrar por los prejuicios de entonces hacia las mujeres. Más tarde fue admitida, no sin dificultades, en la Real Academia de Ciencias de Berlín, en Charlottenburg. Acabó sus estudios a pesar de la adversión de sus compañeros y profesores, incluso llegando a hacer cambiar de idea al Rector, que había intentado disuadirla durante su admisión recordándole, a través del famoso eslogan alemán Kinder, Küche, Kirche –que indicaba los valores que una mujer debía respetar concentrándose en los niños, en la cocina y en la iglesia–, que la ingeniería no era lo suyo. En cambio, en 1912 se convirtió en la primera ingeniera de Europa, suscitando también el interés de la prensa en su madre patria que la puso como ejemplo animando a las jóvenes rumanas a inspirarse en ella. Volvió a Rumanía donde empezó a trabajar como asistente en el Instituto Geológico, pero el estallido de la Primera Guerra Mundial causó la interrupción de su actividad. Se unió a la Cruz Roja y se le encomendó la tarea de dirigir algunos hospitales en el frente, también obteniendo así unos honores. Justo en el frente conoció al ingeniero Costantin Zamfirescu con el que se casó más tarde y de quien tuvo dos hijas.

Tras la guerra, reanudó su trabajo en el Instituto Geológico, donde en un principio trabajó en un laboratorio bastante modesto. Poco a poco llegó a dirigir doce laboratorios y, junto con sus colaboradores (hombres y mujeres) empezó una investigación de nuevos métodos y técnicas para analizar la composición de los minerales, ayudando así a revelar las riquezas del subsuelo rumano. Bajo su dirección se realizaron 85.000 informes de análisis químicos, un elevado número incluso para los estándares actuales pero que parece mucho más impresionante si se tienen en cuenta de las condiciones en que se obtuvieron. En efecto, todos los datos se recogían manualmente y Elisa Leonida Zamfirescu no se limitaba a anotar los resultados en las respectivas tablas, sino que también describía cada proceso detalladamente para contextualizar todos los datos obtenidos, lo que conllevaba un considerable esfuerzo. Los resultados de estos análisis se publicaron en la colección Estudios económicos del Instituto Geológico. Tenía la costumbre de trabajar muchas horas y a menudo días también. A este respecto, uno de sus nietos, Alexandru Cazaban, escribió que durante el inverno de 1952-53 la nieve sumergió la ciudad y Elisa tuvo que quedarse días enteros en el laboratorio porque había decidido no marcharse y seguir trabajando aun sabiendo que la nieve bloquearía la capital. Investigó sobre la bauxita, un mineral del que se obtiene el aluminio y estudió para descubrir nuevos recursos de carbón, gas natural, cromo, esquisto bituminoso y cobre, publicando numerosas monografías sobre estos temas. También se centró en la producción del sulfato de cobre, que posteriormente se utilizó para eliminar los hongos nocivos de los cultivos, desarrollando también un método eficaz para producirlo a partir del cobre. Además, se dedicó a un estudio en el que examinó las cualidades de la bentonita en la filtración del vino. Asimismo, sus investigaciones se ocuparon de las aguas minerales de Rumanía y de la composición del agua potable para el consumo industrial. Se la recuerda como una mujer precisa y rigurosa en el trabajo, pero amable y siempre dispuesta a dar consejos y contribuciones a la formación de las jóvenes generaciones a través de cursos y clases para ayudarles a desarrollar su interés por la ciencia.

Paralelamente a su trabajo de laboratorio, enseñó física y química en la Escuela de chicas “Pitar Mos” y en la Escuela de Electricistas y Mecánicos de Bucarest, dirigida por su hermano Dimitrie. Renunció a su pensión, hecho que le dio popularidad en el imaginario colectivo nacional, trabajando hasta los 75 años, aunque en realidad nunca dejó de hacerlo. Murió el 25 noviembre de 1973. Fue la primera mujer miembra de la Asociación General de los Ingenieros Rumanos (Agir) además de ser miembra de la Asociación internacional de mujeres universitarias, donde desempeñó un papel fundamental en la difusión del conocimiento del trabajo femenino en Rumanía. Durante los años 50 y 60, cuando la psicosis de la bomba atómica llegó a su momento más crítico, Elisa Leonida Zamfirescu lideraba, en el Instituto Geológico, una asociación formada por mujeres que se declaraba contraria a la realización de la bomba atómica. A este respecto, la asociación presentó una carta de queja a la Comité de desarme de Lancaster House de Londres sobre los peligros de las armas atómicas. En 1997, bajo iniciativa de la Confederación Nacional de Mujeres en Rumanía, se instituyó un premio en su nombre que se otorgó a las mujeres que se han distinguido en el campo científico y tecnológico: Premiul Elisa Leonida-Zamfirescu. Desde el 12 de noviembre 1993, la calle donde vivió en Bucarest lleva su nombre, así como una calle de Galati, la ciudad donde nació.

Elisa Leonida Zamfirescu contribuyó a fomentar la inclusión de las mujeres en las facultades universitarias de naturaleza técnico-científica y en sus respectivos ámbitos laborales y de enseñanza, ayudando a disminuir las desigualdades de género. A pesar de las humillaciones y de los prejuicios a los que tuvo que hacer frente, nunca renunció a su sueño haciendo recapacitar incluso a los más escépticos. Abrió las puertas de la ingeniería a las mujeres en Rumanía y en el resto del mundo, demostrando que podía haber algo más que la casa y la familia, independientemente de lo que imponía la sociedad.

Elizaveta Karamihailova
Marlene Ursini



Anastasia Usinger

 

«Proprio ora che i termini di sicurezza ambientale, ecologica e radioecologica sono pieni di significato reale e le persone hanno capito meglio il loro significato, dobbiamo esprimere il nostro apprezzamento per le attività nobili e umane della Prof.a E. Karamihailova. È una delle pioniere della nostra fisica nucleare [è la prima fisica nucleare bulgara] e una delle pioniere della radioecologia bulgara».

Con questo messaggio lo studioso B. Amov non lascia trapelare dubbi sull’importanza e sulla modernità degli studi della scienziata Elizaveta Karamihailova. Tante, alla sua maniera, hanno contribuito a scoperte da Nobel, senza averlo ricevuto, e sono state dimenticate, quasi come se il loro successo fosse stato rubato a uomini. Elizaveta nacque nel 1897 a Vienna, in un ambiente multiculturale, a metà fra l’arte e la scienza. La madre, inglese, studiava musica all’università, mentre il padre, bulgaro, frequentava la facoltà di Medicina. Trascorse, così, gran parte delle sue infanzia e adolescenza nella capitale austriaca, finché nel 1909 la famiglia si trasferì a Sofia, capitale della Bulgaria, dove Ivan Mikhaylov, il padre, sarebbe diventato uno dei chirurghi più famosi del Paese, anche grazie alla costruzione dell’Ospedale della Croce Rossa, del quale si promosse direttore a titolo gratuito; Elizaveta, nella sua vita, prese spesso spunto da questo gesto di solidarietà. Decise di tornare a Vienna per gli studi universitari in Fisica e Matematica, grazie ai quali ottenne il dottorato. In ambito della fisica atomica, lavorò come ricercatrice tra Vienna e Sofia. Nel 1931, attraverso un’osservazione di uno specifico tipo di radiazione emessa dal polonio, si avvicinò di molto alla scoperta dei neutroni, avvenuta poi un anno dopo per opera di James Chadwick. La passione per il suo lavoro andava oltre qualsiasi barriera: non essendo austriaca, fu assunta a tempo determinato ma, alla scadenza del contratto, continuò a lavorare in laboratorio senza retribuzione, arrotondando con qualche lezione privata, fin quando nel 1935 il premio di una borsa di ricerca al Girton College di Cambridge come “scienziata di talento”, non la ripagò di tutti i sacrifici. Quattro anni dopo fu nominata, per la prima volta in quanto donna, docente di Atomistica Sperimentale e Radioattività presso l’Università di Sofia. Lì diede la possibilità ai suoi studenti (maschi per lo più) di farsi amare sia dal lato professionale che da quello umano.

Con l’invasione sovietica della Bulgaria nel 1944, la sua posizione dichiaratamente anticomunista fece sì che il suo nome apparisse in una lista di “scienziati inaffidabili”. Nel dopoguerra, cambiata la situazione politica, fu designata Capo della sezione Radioattività dell'Accademia bulgara delle scienze, carica che le permise presto di indicare gli obiettivi principali nell'organizzazione dei problemi legati alla radioattività: si parla, infatti, di un periodo in cui le fonti di rischio radioattivo in Bulgaria erano cospicue e preoccupanti. Immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, in Bulgaria era infatti iniziata l'attività di estrazione dell’uranio, che presto necessitò di un impianto per concentrare il minerale, prendendo così forma vicino al villaggio di Buhovo nel 1947, e in poco tempo trasformandosi in una vera e propria fabbrica di idrometallurgia. A distanza di settant’anni, proprio grazie a personalità coraggiose e previdenti come Karamihailova, diamo per scontate la gravità e l’estensione di una contaminazione da uranio nociva, ma, a quel tempo, la sua era solo una “scomoda” ipotesi, per la quale però valeva la pena lottare, anche a costo di rischiare la vita. I suoi studi infatti, compiuti negli anni Cinquanta insieme ad una valida squadra di esperti, dimostrarono, senza ombra di dubbio, un inquinamento da Radium-226 (un isotopo radiattivo) e, allo stesso tempo, fu notata la presenza di nefrite balcanica endemica in gran parte della popolazione bulgara, una malattia dei reni e del tratto urinario di cui purtroppo ancora oggi si conosce poco. La stessa Karamihailova non riuscì a dimostrare la dipendenza diretta della malattia dalle radiazioni.

 

Vale la pena ricordare Elizaveta Karamihailova anche per le analisi delle acque minerali bulgare e il trattamento del fango, avendo indagato, con successo, la relazione tra le loro capacità di guarigione e la radioattività e per la misurazione della spettroscopia di massa degli isotopi del piombo al fine di definire la stabilità della loro presenza nei diversi minerali. Una fonte diretta ci consegna un riscontro alternativo e interessante su questa scienziata: lo studioso N. Balabanov. Dal suo contributo nel saggio Prof. Elizaveta Karamihailova – the first lady of the bulgarian physics (the contributions of Prof. E. Karamihailova in radioactive studies) sappiamo che lui, in qualità di rappresentante della Bulgaria durante la conferenza internazionale Applicazione pacifica dell'energia nucleare e dei giovani,tenutasi a Mosca nell’agosto 1958, ebbe la possibilità, poco prima dell’evento, di trascorrere un certo periodo di tempo nel suo laboratorio. Dichiarò di essere rimasto estremamente sorpreso dalla sua disponibilità e dal suo brillante modo di lavorare. I due ragionarono insieme anche sul senso civile da dare al discorso di Balabanov durante il convegno; portando, così, su quel palco, un messaggio comune al popolo bulgaro, o meglio, della sua giovane generazione, di cui lui, ventisettenne, faceva parte. Erano accomunati dal potente desiderio della cessazione immediata dei test e dell'uso delle armi nucleari. I timori sugli effetti nocivi delle radiazioni si dimostrarono fondati e lei, come molti colleghi, ne subirono le conseguenze. Elizaveta Karamihailova morì, nel 1968, di cancro.

 

Traduzione francese

 

«Aujourd’hui à l'heure où les termes de sécurité environnementale, écologique et radio écologique ont un sens réel et les gens ont mieux compris leur signification, nous devons exprimer notre appréciation pour les activités nobles et humaines de la Professeure E. Karamihailova. Elle est l'une des pionnières de notre physique nucléaire [la première physique nucléaire bulgare] et l'une des pionnières de la radioécologie bulgare».

Avec ce message, le savant B. Amov ne laisse aucun doute sur l'importance et la modernité des études de la scientifique Elizaveta Karamihailova. Beaucoup de femmes, chacune à sa manière, ont contribué à des découvertes de la valeur du Nobel, sans l'avoir reçu, et ont été oubliées, presque comme si leur succès avait été volé aux hommes. Elizaveta est née en 1897 à Vienne, dans un environnement multiculturel, à mi-chemin entre l'art et la science. La mère, originaire d'Angleterre, a étudié la musique à l'université, tandis que le père, originaire de Bulgarie, a fréquenté la faculté de médecine. Elle a ainsi passé la majeure partie de son enfance et de son adolescence dans la capitale autrichienne, jusqu'au 1909 quand la famille déménage à Sofia, la capitale de la Bulgarie, où Ivan Mikhaylov, le père, deviendra l'un des chirurgiens les plus célèbres du Pays, grâce aussi à la construction de l'hôpital de la Croix-Rouge, dont il devint directeur à titre gratuit ; dans sa vie, Elizaveta s'est souvent inspirée de ce geste de solidarité. Elle décide de retourner à Vienne pour les études universitaires en physique et mathématiques, grâce auxquelles elle obtient son doctorat. Dans le domaine de la physique atomique, elle a travaillé comme chercheuse entre Vienne et Sofia. En 1931, grâce à une observation d'un type spécifique de rayonnement émis par le polonium, elle s’approche beaucoup à la découverte des neutrons, qui aura lieu un an plus tard par James Chadwick. La passion pour son travail dépassait toute barrière : n'étant pas autrichienne, elle fut engagée à durée déterminée mais, à l'expiration du contrat, elle a continué à travailler au laboratoire sans rémunération, arrondissant avec quelques leçons privées, jusqu'au 1935, quand le prix d'une bourse de recherche au Girton College de Cambridge en tant que "scientifique de talent" ne la remboursa pas pour tous ses sacrifices. Quatre ans plus tard, elle est nommée, pour la première fois en tant que femme, professeure d'Atomistique Expérimentale et de Radioactivité à l'Université de Sofia. Là, elle donna à ses étudiants (principalement des hommes) l'opportunité d'être aimée à la fois du côté professionnel et humain.

Avec l'invasion soviétique de la Bulgarie en 1944, sa position ouvertement anti-communiste fit apparaître son nom sur une liste de "scientifiques indignes de confiance". Après la guerre, la situation politique a changé, elle a été désignée Chef de la section Radioactivité de l'Académie bulgare des sciences, poste qui lui a rapidement permis d'indiquer les principaux objectifs dans l'organisation des problèmes liés à la radioactivité : on parle en effet, d’une période au cours de laquelle les sources de risque radioactif en Bulgarie étaient manifestes et préoccupantes. Immédiatement après la Seconde Guerre mondiale, l’exploitation de l’uranium avait en effet commencé en Bulgarie, qui eut bientôt besoin d’une usine pour concentrer le minéral, prenant forme près du village de Buhovo en 1947, et en peu de temps, se transforma en une véritable usine d’hydrométallurgie. Soixante-dix ans plus tard, grâce à des personnalités courageuses et prévoyantes comme Karamihailova, nous prenons pour acquis la gravité et l'étendue d'une contamination nocive à l'uranium, mais, à l'époque-là, la sienne n'était qu'une hypothèse "dérangeante", pour laquelle, cependant, valait la peine de battre, même au risque de sa vie. En effet, ses études, menées dans les années 1950 avec une équipe d'experts valables, ont mis en évidence, sans l'ombre d'un doute, une pollution par Radium-226 (un isotope radioactif) et, en même temps, la présence de la néphrite balkanique endémique a été notée dans une grande partie de la population bulgare, une maladie des reins et des voies urinaires dont, malheureusement, on sait encore peu aujourd'hui. Karamihailova elle-même n'a pas pu prouver la dépendance directe de la maladie aux radiations.

Elizaveta Karamihailova mérite également d'être mentionnée pour ses analyses des eaux minérales bulgares et du traitement de la boue, ayant étudié avec succès la relation entre leurs capacités de guérison et la radioactivité et pour la mesure de la spectroscopie de masse des isotopes du plomb afin de définir la stabilité de leur présence dans les différents minéraux Une source directe nous donne un retour alternatif et intéressant sur cette scientifique : le chercheur N. Balabanov. De sa contribution dans l'essai Prof. Elizaveta Karamihailova - la première dame de la physique bulgare (les contributions de laProf. E. Karamihailova dans les études radioactives) nous savons que lui, en tant que représentant de la Bulgarie lors de la conférence internationale Application pacifique de l'énergie nucléaire et des jeunes, qui eut lieu à Moscou le mois d’août 1958, il eut l'occasion, peu avant l'événement, de passer un certain temps dans son laboratoire. Il s'est dit extrêmement surpris par sa disponibilité et sa brillante façon de travailler. Les deux ont également raisonné ensemble sur le sens civil à donner au discours de Balabanov lors de la conférence ; apportant ainsi sur cette scène un message commun au peuple bulgare, ou plutôt à sa jeune génération, dont lui, âgé de 27 ans, faisait partie. Ils partageaient un puissant désir d'une cessation immédiate des essais et de l'utilisation des armes nucléaires. Les craintes concernant les effets nocifs des radiations se sont avérées fondées et elle, comme de nombreux collègues, en a subi les conséquences. Elizaveta Karamihailova est decedé en 1968 d'un cancer.

 

Traduzione inglese
Chiara Celeste Ryan

 

«But right now when the terms environmental safety, ecology and radioecology are filled with real meaning and people better realized their meaning, we need to give our appreciation for the noble and humane activities of Prof. E. Karamihailova. She is one of the pioneers of our nuclear physics (she is the first Bulgarian nuclear physicist) and one of the pioneers of Bulgarian radioecology.»

With this message the scholar B. Amov leaves no doubt as to the importance and contemporaneity of the studies Elizaveta Karamihailova. Many female scientists, like her, have contributed to Nobel Prize-winning discoveries, without having received ever received the prize, and have then been forgotten, almost as if their success had been stolen by men. Born into a multicultural environment in Vienna in 1897, Elizaveta was brought up surrounded by art and science. Her English mother studied music at the university, while her Bulgarian father attended medical school. She spent much of her childhood and adolescence in the Austrian capital. In 1909 her family moved to Sofia, the capital of Bulgaria, where Ivan Mikhaylov, her father, became one of the country’s most famous surgeons, thanks in part to the construction of the Red Cross Hospital, of which he became unpaid director. This gesture of solidarity was later often drawn upon by Elizaveta. She then decided to return to Vienna to study physics and mathematics at university, where she obtained a doctorate. She worked as a researcher in the field of atomic physics both in Vienna and Sofia. In 1931, in experiments observing a specific type of radiation emitted by the element polonium, she came very close to the discovery of neutrons, which was achieved just a year later by James Chadwick. Her passion for her work transcended all barriers. As she was not Austrian, she was hired on a temporary basis and, when her contract expired, she continued to work, unpaid, in the laboratory, supporting herself by giving private lessons. In 1935 the award of a “talented scientist”research grant by Girton College, Cambridge, rewarded Karamihailova for all her sacrifices. Four years later she was appointed Professor of Experimental Atomistics and Radioactivity at Sofia University, the first woman ever to hold this position. There she was respected and loved by her students (mostly male) both professionally and on a personal level.

With the Soviet invasion of Bulgaria in 1944, her openly anti-Communist stance meant that her name appeared on an “unreliable scientists” list. After the war, the political situation having changed, she was appointed Head of the Radioactivity Section of the Bulgarian Academy of Sciences, a position that soon enabled her to set the organization’s main objectives related to problems of radioactivity. This was a period in which radioactive related risks in Bulgaria were significant and worrying. Immediately after the Second World War uranium mines were opened in Bulgaria, requiring refining plants to concentrate the uranium ore. These were established near the village of Buhovo in 1947, which soon turned into a full-fledged hydrometallurgical factory. Seventy years later, thanks to courageous and farsighted people like Karamihailova, we understand the seriousness and magnitude of harmful uranium contamination, but at the time it was only an “uncomfortable” hypothesis, but one she considered worth fighting for, even at the cost of risking her life. Elizaveta’s studies, carried out with a team of experts in the 1950s , proved beyond doubt that the area was polluted with Radium-226 (a radioactive isotope). At the same time a large part of the Bulgarian population was suffering from endemic Balkan nephritis, a disease of the kidneys and urinary tract about which, unfortunately, little is known even today. Unfortunately, Karamihailova was unable to prove the direct link between the disease and radiation.

Included in Karamihailova’s areas of research is her analysis of Bulgarian mineral waters and therapeutic mud-curing, investigating the relationship between their healing properties and radioactivity. She also used mass spectroscopy on lead isotopes ascertaining their stability in various minerals. A direct source, the scholar N. Balabanov, provides us with an alternative and interesting account of this scientist. From his essay Prof. Elizaveta Karamihailova - the first lady of the Bulgarian physics (the contributions of Prof. E. Karamihailova in radioactive studies) we know that he, as Bulgaria’s representative at the International Conference on the Peaceful Uses of Nuclear Energy, held in Moscow in August 1958, had the opportunity, shortly before the event, to spend some time in her laboratory. He stated that he was surprised by her enthusiasm and her brilliant method of working. They also discussed the social aspects of the speech Balabanov was to present during the conference, giving a message to the Bulgarian people, or rather to its young generation, of which he, at 27 years of age, was a part. They were united by a powerful desire for an immediate end to nuclear testing and weapons use. Fears about the harmful effects of radiation proved to be well-founded and she, like many of her colleagues, suffered the consequences. Elizaveta Karamihailova died of cancer in 1968.

 

Traduzione spagnola
Arianna Calabretta

 

«Justo ahora que los términos de seguridad medioambiental, ecológica y radioecológica están llenos de significado real y la gente comprendió mejor su significado, tenemos que expresar nuestro agradecimiento hacia las actividades nobles y humanas de la profesora E. Karamihailova. Es una de las pioneras de nuestra física nuclear [la primera física nuclear búlgara] y una de las pioneras de radioecología búlgara».

Con este mensaje, el estudioso B. Amov no dejó entrever ninguna duda sobre la importancia y sobre la modernidad de los estudios de la científica Elizaveta Karamihailova. Muchas, a su manera, contribuyeron a los descubrimientos dignos de Nobel, sin haberlo obtenido, y fueron olvidadas, casi como si su éxito hubiera sido robado a los hombres. Elizaveta nació en 1897 en Viena, en un contexto multicultural, a caballo entre el arte y la ciencia. Su madre, inglesa, estudiaba música en la universidad, en cambio, el padre, búlgaro, estudiaba en la facultad de Medicina. Así, pasó gran parte de su infancia y adolescencia en la capital austriaca, hasta que en 1909 la familia se mudó a Sofía, capital de Bulgaria, donde Ivan Mikhaylov, su padre, se convirtió en uno de los cirujanos más famosos del país, también gracias a la construcción del Hospital de la Cruz Roja, del que se hizo ofreció ser director a título gratuito; Elizaveta, en su vida, muy a menudo se inspiró en este gesto de solidaridad. Decidió regresar a Viena por los estudios universitarios en física y matemática, gracias a los cuales obtuvo un doctorado. En el ámbito de la física atómica, trabajó como investigadora entre Viena y Sofía. En 1931, mediante una observación de un tipo específico de radiación emitida por el polonio, se acercó mucho al descubrimiento de los neutrones, que tuvo lugar un año después gracias a James Chadwick. La pasión por su trabajo, superó todo tipo de barrera: como no era austriaca, la contrataron a plazo fijo, pero cuando terminó el contrato siguió trabajando en el laboratorio sin retribución, compensando con algunas clases particulares, hasta que en 1935 la asignación de una beca de investigación en el Girton College de Cambridge como “científica de talento”, le reconoció todos los sacrificios. Cuatro años después la nombraron, por primera vez como mujer, catedrática de Atomística Experimental y de Radioactividad en la Universidad de Sofía. Allí, dio a sus estudiantes (hombres en su mayoría) la posibilidad de ser apreciada tanto a nivel profesional como humano.

En 1944, con la invasión soviética de Bulgaria, su posición declaradamente anticomunista hizo que su nombre figurase en una lista de “científicos poco fiables”. Durante la posguerra, al cambiar la situación política, la nombraron Jefa del departamento de Radioactividad de la Academia búlgara de las ciencias, cargo que pronto le permitió establecer los objetivos principales en la organización de los problemas radioactivos: de hecho, se trató de un periodo donde las fuentes de riesgo radioactivo en Bulgaria eran numerosas y preocupantes. Inmediatamente tras la Segunda Guerra Mundial, en Bulgaria había empezado la actividad de extracción de uranio que prontamente necesitó una instalación para concentrar el mineral, así, en 1947 se realizó cerca del pueblo de Buhovo y, en poco tiempo se convirtió en una verdadera fábrica de hidrometalurgia. 70 años despúes, precisamente gracias a personalidades valientes y previsoras como Karamihailova, damos por descontada la gravedad y la extensión de una contaminación nociva de uranio, pero, en aquella época, la suya era solo una hipótesis “incómoda”, por la cual sin embargo valía la pena luchar, incluso a costa de arriesgar la vida. En efecto, sus estudios, realizados en los años 50 junto con un válido equipo de expertos, demostraron, sin la mínima duda , una contaminación por Radium-226 (un isótopo radioactivo) al mismo tiempo que se observaba la presencia de nefritis balcánica endémica en gran parte de la población búlgara, una enfermedad de los riñones y del tracto urinario del que lamentablemente se conoce poco aún hoy. La misma Karamihailova no pudo demostrar que la enfermedad dependiera directamente de las radiaciones.

También vale la pena mencionar a Elizaveta Karamihailova por los análisis de las aguas minerales búlgaras y del tratamiento del barro, pues investigó con éxito sobre la relación entre sus capacidades curativas y la radioactividad así como por la medición de la espectroscopia de masa de los isótopos de plomo para definir la estabilidad de su presencia en diferentes minerales. Una fuente directa nos aporta un alternativa e interesante noticia sobre esta científica: el estudioso N. Balabanov. Gracias a su contribución en el ensayo Prof. Elizaveta Karamihailova – the first lady of the bulgarian physics (the contributions of Prof. E. Karamihailova in radioactive studies) sabemos que él, en calidad de representante de Bulgaria durante la conferencia internacional Aplicación pacífica de la energía nuclear y de los jóvenes, que se celebró en Moscú en agosto de 1958, tuvo la posibilidad, poco antes del evento, de pasar algún tiempo en su laboratorio. Declaró que se había quedado extremamente sorprendido por su amabilidad y por su brillante forma de trabajar. Además, razonaron juntos sobre el sentido civil que debía darse al discurso de Balabanov durante el congreso; llevando así, a ese escenario, un mensaje común al pueblo búlgaro o, mejor dicho, a su joven generación, a la cual, con 27 años, él pertenecía. Les unía un poderoso deseo de poner fin inmediatamente a las pruebas y al uso de armas nucleares. Los temores sobre los efectos nocivos de las radiaciones resultaron fundados y ella, como muchos compañeros de trabajo, sufrió las consecuencias. Elizaveta Karamihailova murió de cáncer en 1968.

Edith Elisabeth Farkas
Chiara Ryan



Anastasia Usinger

 

Edith Elisabeth Farkas, nata il 13 ottobre del 1921 a Gyyka, una cittadina nell'est dell’Ungheria, divenne una pioniera nel settore, prevalentemente maschile, della meteorologia. Frequentò le elementari e la scuola secondaria a Budapest, rispettivamente a Szentgotthárd e Győr. Nel 1939, mentre la guerra stava dirompendo in Europa, Farkas si iscrisse all’università Peter Pazmany, la più prestigiosa del Paese, e si laureò nel 1944 in Matematica e fisica. Non si sarebbe mai immaginata che il suo futuro avrebbe avuto luogo dall’altra parte del globo. Alla fine della Seconda guerra mondiale, Edith, assieme ai suoi genitori e a sua sorella, fuggì dall’Ungheria per rifugiarsi nella vicina Austria, dove la famiglia rimase in campi profughi fino al 1949, quando, a bordo della nave di rifugiati The Dundalk Bay si spostò verso la Nuova Zelanda, terra di nuove speranze. Per guadagnarsi da vivere in Nuova Zelanda, Edith, che non aveva avuto un'educazione formale in lingua inglese, lavorò prima come lavapiatti al Palmerston North Public Hospital e, successivamente, come assistente bibliotecaria in un istituto di ricerca scientifico e industriale nella capitale, Wellington. In questo primo periodo, per quanto il suo livello di inglese andasse raffinandosi, non riuscì ad accedere a professioni maggiormente qualificate, dal momento che i suoi titoli accademici ungheresi non venivano riconosciuti. Edith decise allora di intraprendere nuovamente gli studi, iscrivendosi alla Victoria University of Wellington (Te Herenga Waka, in lingua maori) dove, all’età di trentuno anni, portò a termine un master nel dipartimento di Scienze, laureandosi in Fisica nel 1952. Dopo la laurea ottenne un lavoro all’interno del Servizio Meteorologico Neozelandese come ricercatrice, presso cui rimase per i successivi trentacinque anni.

Nei primi periodi della sua carriera, Farkas iniziò ad occuparsi della circolazione stratosferica e dell'oscillazione Quasi-biennale del vento zonale equatoriale. Al Simposio internazionale di Meteorologia tropicale del 1963, tenutosi a Rotorua, al quale parteciparono settantasei scienziati, Edith fu una delle due sole donne presenti. Qui illustrò un documento sulle fluttuazioni di lungo periodo dei venti di livello superiore e delle temperature del Pacifico meridionale. Durante gli anni Sessanta, il suo lavoro si focalizzò sullo studio dell'ozono atmosferico (il gas altamente reattivo composto da tre atomi di ossigeno, che si forma naturalmente nell'alta atmosfera e le cui molecole assorbono la luce nociva UV, prima che essa raggiunga il suolo). Le sue ricerche in questo campo, attuate assieme ad un piccolo gruppo internazionale di scienziati, iniziarono nel momento in cui l’ozono veniva principalmente utilizzato come gas tracciante, inerente allo studio della circolazione atmosferica. Per poter determinare i livelli di ozono, Edith adoperò uno dei primi strumenti mai inventati per misurare l'ozono atmosferico: lo spettrofotometro d’ozono atmosferico Dobson, il quale misura le quantità totali di ozono in una colonna d'aria compresa tra lo strumento posto al suolo e la sommità dell'atmosfera. Dal 1953, Edith Farkas era la responsabile della calibrazione di questo particolare strumento, il Dobson n. 17, situato dapprima a Kelburn, vicino a Wellington, poi, dal 1970, a Invercargill, all'estremità meridionale della Nuova Zelanda.

Nel 1975 divenne la prima donna del Servizio Meteorologico Neozelandese a visitare l’Antartico, dove condusse misurazioni dell'ozono superficiale e della torbidità atmosferica in relazione all'inquinamento atmosferico. Edith Farkas faceva parte del piccolo gruppo di scienziati pionieri (tra cui Andrew Matthews e Reid Basher), il cui meticoloso lavoro generò la realizzazione di un ampio archivio di dati, base per lo studio delle tendenze a lungo termine, che determinarono la scoperta del buco nell'ozono. Poco dopo il suo pensionamento, nel 1986, lo spettrofotometro Dobson n. 17, dopo essere stato sostituito dal Dobson n. 72, fu trasferito nell’Antartico, dove registrò un calo dei valori di ozono nella stratosfera, testimoniando l’esistenza del buco d’ozono “primaverile”. Le sue conoscenze, relative alle misurazioni atmosferiche dell’ozono, portarono ad un considerevole impegno in successivi studi sull’inquinamento, i quali richiedevano il monitoraggio della superfice atmosferica dell’ozono. Tali studi contribuirono alla fondazione del Protocollo Montereale, un accordo globale atto per l’eliminazione graduale della produzione e dell’uso di sostanze che impoveriscono lo strato di ozono, che ha giocato un ruolo significativo negli sforzi mondiali per la riparazione del buco dell'ozono ed è tuttora riconosciuto come uno dei trattati internazionali di protezione ambientale di maggior successo.

Durante il suo periodo presso il Servizio Meteorologico Neozelandese, Edith è stata anche una scrittrice prolifica, artefice di circa quaranta articoli scientifici e relazioni. Al momento del pensionamento, Farkas divenne la prima donna a ricevere il premio Metservice Henry Hill, titolo che riconosceva il suo eccezionale contributo al mondo della meteorologia. Nel 1988 è stata una dei ventisei ricercatori di ozono, unica neozelandese e una delle due donne, di tutto il mondo ad aver ricevuto il riconoscimento speciale al Simposio Quadriennale Internazionale sull'Ozono a Gottingen, Germania Ovest, per aver contribuito alla ricerca sull'ozono nei trenta anni precedenti. Andò ufficialmente in pensione nel 1986, continuando però a nutrire il suo interesse per la meteorologia. In questo periodo, infatti, realizzò un saggio, intitolato Osservazione e ricerca dell'ozono in Nuova Zelanda - Una prospettiva storica, pubblicato nel 1992, in cui riassumeva il lavoro svolto nel settore dell'ozono in Nuova Zelanda nell’arco temporale dei sette decenni antecedenti. Tragicamente, l’anno seguente, il 3 febbraio 1993, Edith Farkas perse la sua lunga battaglia contro un tumore alle ossa. Prima di morire, però, aveva organizzato i suoi diari e i suoi archivi che vennero in seguito raccolti dal suo nipote maggiore, Andrew Kwmwny, nel libro The Farkas Files, pubblicato nel 2014. Il volume, incentrato sui diari della donna risalenti alla Seconda guerra mondiale, mette in rilevo il suo ruolo da scienziata pioniera, che ha influenzato le generazioni future.

 

Traduzione francese
Guenoah Mroue

 

Edith Elisabeth Farkas, née le 13 octobre 1921 à Gyyka, une petite ville de l’est de la Hongrie, est devenue une pionnière dans le domaine, principalement masculin, de la météorologie. Elle fréquente l’école primaire et l’école secondaire à Budapest, à Szentgotthárd et Győr. En 1939, alors que la guerre ravageait l’Europe, Farkas s’inscrivit à l’université Peter Pazmany, la plus prestigieuse du pays, et obtint son diplôme en 1944 en mathématiques et en physique. Elle n’aurait jamais imaginé que son avenir se passerait de l’autre côté du globe. À la fin de la Seconde Guerre mondiale, Edith, avec ses parents et sa sœur, s’enfuit de l’Hongrie pour se réfugier en Autriche voisine, où sa famille resta dans des camps de réfugiés jusqu’en 1949, quand, à bord du navire de réfugiés The Dundalk Bay se déplaça vers la Nouvelle-Zélande, la terre de nouveaux espoirs. Pour gagner sa vie en Nouvelle-Zélande, Edith, qui n’avait pas eu d’éducation formelle en anglais, elle a travaillé en tant que plongeur au Palmerston North Public Hospital et, par la suite, en tant qu’assistante bibliothécaire dans un institut de recherche scientifique et industrielle de la capitale, Wellington. Durant cette première période, bien que son niveau d’anglais se soit amélioré, elle n’a pas pu accéder à des professions plus qualifiées, ses titres universitaires hongrois n’étant pas reconnus. Edith décide alors de reprendre à nouveau ses études, en s’inscrivant à l’Université Victoria de Wellington (Te Herenga Waka, en langue maori) où, à l’âge de 31 ans, elle achève un master dans le département des sciences, et obtient son diplôme en physique en 1952. Après avoir obtenu son diplôme, elle a obtenu un travail au sein du Service météorologique néo-zélandais en tant que chercheuse, où elle est restée pendant trente-cinq ans.

Dans les premières périodes de sa carrière, Farkas commence à s’occuper de la circulation stratosphérique et de l’oscillation quasi-biennale du vent de zone équatorial. Lors du Symposium international de météorologie tropicale de 1963 à Rotorua, auquel participent soixante-seize scientifiques, Edith est l’une des deux seules femmes présentes. Ici, il a illustré un document sur les fluctuations à long terme des vents de niveau supérieur et des températures du Pacifique Sud. Durant les années 1960, son travail se focalise sur l’étude de l’ozone atmosphérique (le gaz hautement réactif composé de trois atomes d’oxygène, qui se forme naturellement dans la haute atmosphère et dont les molécules absorbent la lumière nocive UV, avant qu’elle n’atteigne le sol). Ses recherches dans ce domaine, menées avec un petit groupe international de scientifiques, commencèrent au moment où l’ozone était principalement utilisé comme gaz traceur, inhérent à l’étude de la circulation atmosphérique. Afin de déterminer les niveaux d’ozone, Edith a utilisé l’un des premiers instruments jamais inventés pour mesurer l’ozone atmosphérique : le spectrophotomètre d’ozone atmosphérique Dobson, qui mesure la quantité totale d’ozone dans une colonne d’air comprise entre l’instrument au sol et le sommet de l’atmosphère. Depuis 1953, Edith Farkas est responsable du calibrage et de cet instrument particulier, le Dobson n. 17, situé d’abord à Kelburn, près de Wellington, puis, depuis 1970, à Invercargill, à l’extrémité sud de la Nouvelle-Zélande.

En 1975, elle devient la première femme du service météorologique néo-zélandais à visiter l’Antarctique, où elle effectue des mesures de l’ozone superficiel et de la turbidité atmosphérique en relation avec la pollution atmosphérique. Edith Farkas faisait partie du petit groupe de scientifiques pionniers (dont Andrew Matthews et Reid Basher), dont le travail méticuleux engendra la réalisation d’un vaste fichier de données, la base pour l’étude des tendances à long terme, Ils ont découvert le trou dans la couche d’ozone. Peu après son départ en retraite, en 1986, le spectrophotomètre Dobson n. 17, après avoir été remplacé par le Dobson n. 72, a été transféré dans l’Antarctique, où il a enregistré une baisse des valeurs d’ozone dans la stratosphère, témoignant de l’existence du trou d’ozone "printanier". Ses connaissances sur les mesures atmosphériques de l’ozone ont entraîné des efforts considérables dans des études ultérieures sur la pollution, qui ont nécessité la surveillance de la surface atmosphérique de l’ozone. Ces études ont contribué à la fondation du protocole Montereale, un accord global visant à éliminer progressivement la production et l’utilisation de substances qui appauvrissent la couche d’ozone, qui a joué un rôle important dans les efforts mondiaux de réparation du trou de la couche d’ozone et qui est toujours reconnu comme l’un des traités internationaux de protection de l’environnement les plus réussis.

Pendant sa période au Service météorologique néo-zélandais, Edith a également été une écrivaine prolifique, auteur d’environ quarante articles scientifiques et de rapports. À sa retraite, Farkas devient la première femme à recevoir le prix Metservice Henry Hill, titre qui reconnaît sa contribution exceptionnelle au monde de la météorologie. En 1988, elle a été l’une des vingt-six chercheurs en ozone, unique néo-zélandaise et l’une des deux femmes du monde entier à avoir reçu un prix spécial lors du symposium international sur l’ozone qui s’est tenu à Gottingen, Allemagne de l’Ouest, pour avoir contribué à la recherche sur l’ozone au cours des trente années précédentes. Elle prend officiellement sa retraite en 1986, mais continue à s’intéresser à la météorologie. C’est à cette époque qu’elle a réalisé un essai intitulé Observation et recherche de l’ozone en Nouvelle-Zélande - Une perspective historique, publié en 1992, résumant le travail accompli dans le domaine de l’ozone en Nouvelle-Zélande au cours des sept décennies précédentes. Tragiquement, l’année suivante, le 3 février 1993, Edith Farkas perdit sa longue bataille contre un cancer des os. Avant de mourir, elle avait organisé ses carnets et ses archives qui furent ensuite rassemblés par son petit-fils aîné, Andrew Kwmwny, dans le livre The Farkas Files, publié en 2014. Le volume, centré sur les journaux de la femme datant de la Seconde Guerre mondiale, met en relief son rôle de scientifique pionnière, qui a influencé les générations futures.

 

Traduzione inglese
Chiara Ryan

 

Edith Elisabeth Farkas was born on the 13th of October 1921 in Gyula, a town in the far east of Hungary, was to become a female pioneer in the largely male field of meteorology. She attended elementary and secondary schools in Szentgotthárd and Győr, Budapest. In 1939, while the war was breaking out in Europe, Farkas enrolled at Peter Pazmany University, the most prestigious university of the country, and graduated in 1944 with a degree in mathematics and physics. Little did she know that her future would lie in a country on the other side of the world. At the end of the Second World War, Edith, with her parents and sister fled to the neighbouring country of Austria. They lived in refugee camps there until 1949, when they were relocated to New Zealand on a refugee ship, The Dundalk Bay. To earn a living in New Zealand Edith, who had had no formal education in English, worked first as a kitchen hand at Palmerston North Public Hospital, and then as a library assistant with a scientific and industrial research institution in the capital city, Wellington. While her level of English improved, her Hungarian academic qualifications were not recognized, so she decided to continue with her studies at university. She enrolled at Victoria University of Wellington (Te Herenga Waka in the Maori language), where, at the age of 31, she completed a Master of Science Degree in Physics in 1952. After graduating, she secured a position with the Research Section of the New Zealand Meteorological Service and continued to work there for the next 35 years.

In the early years of her career, Farkas began to work on stratospheric circulation and Quasi-biennial oscillation of the equatorial zonal wind. At the 1963 International Symposium on Tropical Meteorology held in Rotorua, Edith was one of only two female attendees in a group of 76. She presented a paper on long-period fluctuations of upper-level winds and temperatures over the South Pacific. During the 1960s her work focus shifted to the study of atmospheric ozone (the highly reactive gas made up of 3 oxygen atoms, which forms naturally in the upper atmosphere. Ozone molecules absorb harmful UV light before it reaches the ground). Her studies in this field, with a small group of international scientists, started at the time when ozone was mostly used as a tracer gas to aid in the study of atmospheric circulation. To ascertain ozone levels, she used one of the earliest instruments used to measure atmospheric ozone, the Dobson ozone spectrophotometer, which measures the total amount of ozone in a column of air between the instrument on the ground and the top of the atmosphere. Since 1953 Edith Farkas was responsible for the calibration of this particular instrument, Dobson no. 17, first in Kelburn, near Wellington, and from 1970, in Invercargill, at the very southern end of New Zealand.

In 1975 she was the first woman from the New Zealand Meteorological Service to visit Antarctica, where she undertook surface ozone and atmospheric turbidity measurements relative to air pollution. She was one of small group of pioneering scientists (including Andrew Matthews and Reid Basher) whose meticulous work and the extensive data archive was fundamental in the study of long-term trends in the discovery of the hole in the ozone layer. Soon after her retirement in 1986, the Dobson spectrophotometer no. 17, replaced by Dobson 72, was moved to Antarctica, where it registered dropping ozone values in the stratosphere, evidence that the springtime ozone hole was a reality. Her expertise in atmospheric ozone measurement led to her significant involvement in later monitoring of surface ozone as part of air pollution studies. Her work led directly to the creation of the Montreal Protocol, a global agreement to phase out the production and use of substances depleting the ozone layer, which has played a significant role in the global efforts to repair the ozone hole. It has been recognized as one of the most successful international environmental protection treaties.

In her time with the New Zealand Meteorological Service, Edith was a prolific writer, producing approximately forty scientific papers and reports. Upon her retirement, Farkas became the first woman to receive the Metservice Henry Hill Award, an award that recognized her outstanding contribution to meteorology. In 1988 she was one of 26 ozone researchers – the only New Zealander, and only one of two women – from around the world who received special recognition, at the international Quadrennial Ozone Symposium in Gottingen, West Germany, for their contribution to ozone research over the preceding 30 years. She retired in 1986, but she continued her interest in meteorology, completing a paper entitled ‘Ozone observation and research in New Zealand – A Historical perspective’ published 1992, in which she summarized the work that have been carried out in the field of ozone in New Zealand over a period of seven decades. Tragically one year later, on the 3rd of February 1993 Edith Farkas lost her long battle to bone cancer. Before she died, she organized her diaries and her archives, which were later assembled by her oldest nephew Andrew Kemeny, in “The Farkas Files” published in 2014. This book, based on her diaries starting back in the Second World War, acknowledges her role as an inspirational figure for future generations.

 

Traduzione spagnola
Federica Agosta

 

Edith Elisabeth Farkas, nacida el 13 de octubre de 1921 en Gyyka, una pequeña ciudad en el este de Hungría, llegó a ser una pionera en el sector, prevalentemente masculino, de la meteorología. Asistió a la escuela primaria y secundaria en Budapest, respectivamente en Szentgotthárd y Győr. En 1939, mientras la guerra estaba empezando en el continente europeo, Farkas se matriculó en la universidad Peter Pazmany, la más prestigiosa del país, y en 1944 se licenció en Matemáticas y Física. Nunca hubiera imaginado que su futuro habría tenido lugar al otro lado del globo. Al final de la Segunda Guerra Mundial, Edith, junto con sus padres y su hermana, huyó de Hungría para encontrar refugio en la cercana Austria, donde la familia se quedó en los campos de refugiados hasta 1949, cuando, a bordo de la nave de refugiados The Dunbalk Bay se desplazó hacia Nueva Zelanda, tierra de nuevas esperanzas. Para ganarse la vida en Nueva Zelanda, Edith, que no había tenido una educación formal en lengua inglesa, trabajó primero como lavaplatos en el Palmerston North Public Hospital y, luego, como asistente bibliotecaria en un instituto de investigiación científica e industrial de la capital, Wellington. En este primer período, por más que su inglés siguiera fortaleciéndose, no logró acceder a profesiones mayormente cualificadas, dado que sus títulos académicos húngaros no eran reconocidos. Por lo tanto Edith decidió emprender nuevos estudios, matriculándose en la Victoria University de Wellington (Te Herenga Waka, en lengua maori) donde, a los treinta y uno años, cursó un máster en el departamento de Ciencias, licenciándose en Física en 1952. Tras esta graduación consiguió un empleo dentro del Servicio Meteorológico Neozelandés como investigadora, donde se quedó durante los treinta y cinco años siguientes.

Durante los primeros tiempos de su carrera, Farkas empezó a ocuparse de la circulación estratosférica y de la oscilación cuasi-bienal del viento zonal ecuatorial. En el Simposio internacional de Meteorología tropical de 1963, celebrado en Rotorua, en el cual parteciparon setenta y seis científicos, Edith fue una de las dos únicas mujeres presentes. Ahí ilustró un documento acerca de las fluctuaciones a largo plazo de los vientos de nivel superior y de las temperaturas del Pacífico meridional. Durante los Sesenta, su trabajo se centró en el estudio del ozono atmosférico (el gas sumamente reactivo formado por tres átomos de oxígeno, que se genera naturalmente en la alta atmósfera y cuyas moléculas absorben la luz nociva UV, antes de que esta última llegue al suelo). Sus investigaciones en este campo, llevadas a cabo junto con un pequeño grupo internacional de científicos, iniciaron en el momento en que el ozono se utilizaba principalmente como gas trazador, inherente al estudio de la circulación atmosférica. Para poder determinar los niveles de ozono, Edith empleó uno de los primeros instrumentos ideados para medir el ozono atmosférico: el espectofotómetro de ozono atmosférico Dobson, que mide las cantidades totales de ozono en una columna de aire comprendida entre el instrumento colocado en el suelo y la cumbre de la atmósfera. Desde 1953, Edith Farkas fue la responsable de la calibración de este particular instrumento, el Dobson núm. 17, ubicado en un primer momento en Kelburn, cerca de Wellington, y luego, desde 1970, en Invercargill, en la extremidad meridional de Nueva Zelanda.

En 1975 se convirtió en la primera mujer del Servicio Meteorológico Neozelandés en visitar el Antártico, donde llevó a cabo mediciones del ozono superficial y de la turbidez atmosférica en relación con la polución atmosférica. Edith Farkas formaba parte del pequeño grupo de científicos pioneros (entre cuales estaban Andrew Matthews y Reid Basher), cuyo meticuloso trabajo llevó a la realización de un amplio archivo de datos, base para el estudio de las tendecias a largo plazo que determinaron el descubrimiento del agujero del ozono. Poco después de su jubilación, en 1986, el espectrofotómetro Dobson núm. 72, fue traslado al Antártico, donde registró una disminución de los valores de ozono en la estratosfera, testimoniando la existencia del agujero del ozono “primaveral”. Sus conocimientos, relativos a las mediciones atmosféricas del ozono, llevaron a un notable compromiso en los sucesivos estudios acerca de la polución, estudios que requerían la monitorización de la superficie atmosférica del ozono. Dichos estudios contribuyeron a la redacción del Protocolo de Montreal, un acuerdo global para eliminar gradualmente la producción y la utilización de sustancias que empobrecen el estrato de ozono, y que ha desempeñado un papel significativo en los esfuerzos mundiales para la reparación del agujero del ozono y que todavía es reconocido como uno de los tratados internacionales de protección ambiental de mayor éxito.

Durante su período en el Servicio Meteorológico Neozelandés, Edith fue también una escritora prolífica, artífice de aproximadamente cuarenta artículos científicos e informes. Cuando se jubiló, Farkas se convirtió en la primera mujer en recibir el premio Metservice Henry Hill, título que reconocía su excepcional contribución al mundo de la meteorología. En 1988 se hallaba entre los ventiséis investigadores del ozono de todo el mundo que recibieron la condecoración al Simposio Cuadrienal Internacional sobre el Ozono en Gottingen, Alemania occidental, por haber contribuido en la investigación acerca del ozono en los treinta años anteriores, siendo ella una de las dos únicas mujeres y la única neozelandesa. Se jubiló oficialmente en 1986, aunque seguía alimentando su interés por la meteorología. En efecto, durante ese período escribió un ensayo, titulado Observaciones e investigaciones del ozono en Nueva Zelanda. Una perspectiva histórica, publicado en 1992, en el cual resumía el trabajo llevado a cabo en el sector del ozono en Nueva Zelanda en el arco temporal de las siete décadas antecedentes. Trágicamente, el año siguiente, el 3 de febrero de 1993, Edith Farkas perdió su larga batalla contra un cáncer de huesos. Sin embargo, antes de morir, había organizado sus diarios y sus archivos que fueron luego recogidos por su nieto mayor, Andrew Kwmwny, en el libro The Farkas Files, publicado en 2014. El volumen, centrado en los diarios de la mujer que se remontan a la Segunda Guerra Mundial, pone de manifiesto su papel de científica pionera que influyó en las generaciones futuras.

Elisabeth Mann Borgese
Loretta Junck



Anastasia Usinger

 

Se oggi i pericoli che minacciano il nostro pianeta – e la pandemia che ancora viviamo è fra questi – stanno diffondendo a livello di massa l’idea che bisogna incominciare seriamente a ragionare e operare in termini globali, settanta-ottanta anni fa questa opinione era patrimonio di piccoli gruppi di intellettuali. Tra questi, Elisabeth Mann è stata una personalità di primo piano. Musicista di formazione, politologa, scrittrice di fantascienza, femminista, grande esperta di diritto marittimo, è stata donna di molteplici e vasti interessi, ma oggi la si ricorda soprattutto come ambientalista, specializzata nella conoscenza e nella salvaguardia dell’ambiente marino, tanto che è stata chiamata “la madre degli oceani”. Nata in Germania, si sentiva però una cittadina del mondo: appare quasi simbolico il fatto che, persa la nazionalità tedesca durante il nazismo a causa della sua origine ebraica, abbia assunto prima la cittadinanza cecoslovacca, poi quella statunitense, infine quella canadese. Elisabeth Mann nasce nel 1918 a Monaco di Baviera da Thomas, noto scrittore e Premio Nobel per la letteratura nel 1929, e da Katia Pringsheim, figlia di Alfred Pringsheim, famoso matematico, e nipote di Hedwig Dome, scrittrice e attivista radicale sostenitrice in Germania dei diritti delle donne, oltre che pacifista intransigente.

Vive la sua infanzia a Monaco, ma a quindici anni deve lasciare la Germania dove Hitler è giunto al potere e trasferirsi in Svizzera, a Zurigo, con suo padre, sua madre, le sue due sorelle Erika e Monika e i tre fratelli Klaus, Golo e Michael. Lei era la penultima della numerosa figliolanza di Thomas e Katia. A Zurigo Elisabeth studia pianoforte e violoncello al Conservatorio e nel 1938 si diploma. Nello stesso anno la famiglia Mann, che ha ottenuto la cittadinanza cecoslovacca prima dell’annessione del Paese al Reich, parte per gli Stati Uniti. Qui poco tempo dopo la giovane Elisabeth, che è rimasta affascinata da Giuseppe Antonio Borgese leggendo un suo libro, ha la possibilità di conoscere personalmente l’autore, uno scrittore e critico letterario italiano che si era espresso pubblicamente contro il fascismo, e lo sposa nonostante vi siano ben 36 anni di differenza tra loro. La coppia si stabilisce a Chicago, dove il professor Borgese insegna letteratura italiana all’Università. Nascono, negli anni ’40, le due figlie Angelica e Dominica. Nel ’52 Elisabeth viene a vivere in Italia, a Fiesole, con la sua famiglia, ma pochi mesi dopo Borgese muore improvvisamente. Lei rimane a Fiesole, si dedica alle figlie e scrive racconti di fantascienza (nel 1960 pubblica una raccolta con il titolo To Whom It May Concern) immaginando un mondo distopico e inquietante dove gli esseri umani perdono il controllo delle loro stesse invenzioni tecnologiche. Nel 1963 pubblica un saggio femminista, The Ascent of Woman, in cui prefigura una realtà dove uomini e donne hanno gli stessi diritti e le stesse possibilità.

Nel 1964 torna negli Stati Uniti dove, a partire dal 1967, inizia a occuparsi di diritto marittimo, lavorando insieme a Wolfgang Friedman e Arvad Pardo, ambasciatore di Malta negli States. Nel 1968, insieme al chimico scozzese Alexander King e al manager e imprenditore italiano Aurelio Peccei fonda il Club di Roma, che nel 1972 avrà risonanza mondiale per la pubblicazione del famoso rapporto intitolato I limiti dello sviluppo. Nel 1970, considerata ormai un’autorità nel capo del diritto marittimo, organizza a Malta la conferenza internazionale Pacem in maribus. L’evento – il titolo ricorda in modo suggestivo e non per caso l’enciclica, di qualche anno prima, di Giovanni XXIII – è il primo di una lunga serie in cui viene affrontato il tema degli oceani intesi come luoghi in grado di connettere l’umanità intera e veicolare la pace e la collaborazione tra i popoli. Due anni dopo Elisabeth Mann fonda l’International Ocean Institute (IOI), contribuendo poi alla stesura della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e all’istituzione del Tribunale Internazionale del diritto del mare, che ha sede ad Amburgo. Negli anni ’70 inizia anche a pubblicare una serie di saggi sulla gestione degli oceani, sui beni comuni dell’umanità (acqua, aria, suolo, energia) e sullo sviluppo sostenibile, tutti temi di grande attualità oggi, dopo 50 anni. Nel 1979 si trasferisce in Canada, con una borsa di studio di un anno presso la Dalhousie University di Halifax, in Nuova Scozia, ma in seguito sceglie di stabilirsi in modo definitivo in questo Paese dove continua la carriera accademica. La Nuova Scozia diventa per lei una sorta di patria adottiva e la bellissima vista che si gode dalla sua casa a Sambro Head, davanti all’Oceano, le offre ispirazione per il suo lavoro. Otterrà anche la cittadinanza canadese e, nel 1988, un’alta onorificenza, quella dell’Ordine del Canada. Nelle motivazioni la giuria così la definisce: «vera cittadina del mondo, è stata coinvolta in una serie di questioni globali ed è stata una fidata portavoce e difensora dei diritti dei Paesi del Terzo Mondo […] è riconosciuta come un’autorità in materia di diritto marittimo ed è rispettata per la sua indiscussa conoscenza, le sue eccezionali capacità di leadership e il suo impegno per un futuro migliore per tutti».

Muore improvvisamente nel febbraio del 2002 a 83, anni durante una settimana bianca a St. Moritz, un luogo che le è stato sempre caro, vicino a quello dove suo padre aveva ambientato la storia de La Montagna incantata. Una gran quantità di documenti ora conservati nella biblioteca dell’Università di Halifax dove ha lavorato – articoli, saggi, opere teatrali, racconti – testimonia un’attività instancabile per calare nella realtà quel mondo ideale che da sempre aveva avuto in mente. Una mostra sul suo lavoro è stata organizzata ed esposta nel 2012 a Lubecca, la città sul Mar Baltico dove era nato suo padre, e l’anno seguente a Berlino e Kiel. In Germania portano il suo nome una nave di ricerca e una strada a Monaco di Baviera; in Italia la ricorda una via di Polizzi Generosa, città di nascita di Borgese, di cui divenne cittadina onoraria nel 1999 quando vi si recò in visita ufficiale.

 

Traduzione francese
Giuliana Gaudenzi

 

Si aujourd'hui les dangers qui menacent notre planète - et la pandémie que nous traversons encore en fait partie - répandent massivement l'idée qu'il faut commencer sérieusement à penser et à opérer en termes globaux, il y a soixante-dix – quatre-vingts ans cette opinion était patrimoine de petits groupes d'intellectuels. Parmi eux, Elisabeth Mann a été une personnalité éminente. Musicienne de formation, politologue, écrivaine de science-fiction, féministe, grande experte en droit maritime, elle a été une femme aux intérêts multiples et vastes, mais aujourd'hui on se souvient surtout d'elle comme d'une écologiste, spécialisée dans la connaissance et la protection du milieu marin, à tel point qu'elle a été surnommée "la mère des océans". Née en Allemagne, elle se sentait pourtant citoyenne du monde : il semble presque symbolique qu'ayant perdu sa nationalité allemande pendant le nazisme en raison de son origine juive, elle ait d'abord assumé la nationalité tchécoslovaque, puis celle des États-Unis, et enfin canadienne. Elisabeth Mann nait à Munich en 1918 de Thomas, écrivain bien connu et prix Nobel de littérature en 1929, et de Katia Pringsheim, fille d'Alfred Pringsheim, célèbre mathématicien, et petite-fille de Hedwig Dome, écrivaine et activiste radicale qui a soutenu les droits des femmes en Allemagne, ainsi qu'une pacifiste intransigeante.

Elle vit son enfance à Munich, mais à quinze ans elle doit quitter l'Allemagne où Hitler est arrivé au pouvoir et s'installer en Suisse, à Zurich, avec son père, sa mère, ses deux sœurs Erika et Monika et ses trois frères Klaus, Golo et Michael. Elle était l'avant-dernière des nombreux enfants de Thomas et Katia. À Zurich, Elisabeth étudie le piano et le violoncelle au Conservatoire et en 1938 obtient son diplôme. La même année la famille Mann, qui a obtenu la nationalité tchécoslovaque avant l'annexion du pays au Reich, part pour les États-Unis. Ici, peu de temps après, la jeune Elisabeth, qui a été fascinée par Giuseppe Antonio Borgese en lisant l'un de ses livres, a l'occasion de rencontrer personnellement l'auteur, un écrivain et critique littéraire italien qui s'était prononcé publiquement contre le fascisme, et l'épouse malgré il y ait 36 ans de différence entre eux. Le couple s'installe à Chicago, où le professeur Borgese enseigne la littérature italienne à l'université. Leurs deux filles Angelica et Dominica sont nées dans les années 1940. En 1952, Elisabeth vient vivre en Italie, à Fiesole, avec sa famille, mais quelques mois plus tard Borgese meurt subitement. Elle reste à Fiesole, se consacre à ses filles et écrit des histoires de science-fiction (en 1960 elle publie un recueil intitulé To Whom It May Concern) imaginant un monde dystopique et inquiétant où les êtres humains perdent le contrôle de leurs propres inventions technologiques. En 1963 elle publie un essai féministe, The ascent of Woman, dans lequel elle préfigure une réalité où hommes et femmes ont les mêmes droits et les mêmes possibilités.

En 1964, elle retourne aux États-Unis où, à partir de 1967, elle commence à s'occuper de droit maritime, en collaboration avec Wolfgang Friedman et Arvad Pardo, ambassadeur de Malte aux États-Unis. En 1968, avec le chimiste écossais Alexander King et le manager et entrepreneur italien Aurelio Peccei, elle fonde le Club di Roma, qui en 1972 aura un retentissement mondial pour la publication du célèbre rapport intitulé I limiti dello sviluppo. En 1970, désormais considérée comme une autorité en droit maritime, elle organise la conférence internationale Pacem in maribus à Malte. L'événement - le titre évoque de façon suggestive et non par hasard l’encyclique de Jean XXIII de quelques années plus tôt - est le premier d'une longue série dans laquelle le thème des océans, en tant que lieux capables de relier l'humanité et de transmettre la paix et la collaboration entre les peuples. Deux ans plus tard, Elisabeth Mann fonde L’International Ocean Institute (IOI), contribuant plus tard à la rédaction de la Convention des Nations Unies sur le droit de la mer et à la création du Tribunal international du droit de la mer, basé à Hambourg. Dans les années ‘70 elle commence également à publier une série d'essais sur la gestion des océans, sur les biens communs de l'humanité (eau, air, sol, énergie) et sur le développement durable, thèmes d'une grande actualité aujourd'hui, après 50 ans. En 1979 elle s'installe au Canada, avec une bourse d'un an à l'Université Dalhousie à Halifax, en Nouvelle-Écosse, mais elle choisit par la suite de s'installer de façon permanente dans ce pays où elle poursuit sa carrière universitaire. La Nouvelle-Écosse devient pour elle une sorte de patrie d'adoption et le beau panorama qu’on voit de sa maison à Sambro Head, face à l'océan, lui inspire son travail. Elle obtiendra également la citoyenneté canadienne et, en 1988, une haute distinction, celle de l'Ordre du Canada. Dans les motivations, le jury la définit comme suit: «véritable citoyenne du monde, elle s'est impliquée dans une série d'enjeux mondiaux et a été une porte-parole et une défenseure de confiance des droits des Pays du Tiers-Monde [...] elle est reconnue comme une autorité en matière de droit maritime et elle est respectée pour ses connaissances incontestées, ses qualités exceptionnelles de leadership et son engagement pour un avenir meilleur pour tous».

Elle décède subitement en février 2002 à l'âge de 83 ans lors d'une semaine de ski à Saint-Moritz, lieu qui lui a toujours été cher, proche de celui où son père avait situé l'histoire de La Montagne magique. Une grande quantité de documents aujourd'hui conservés à la bibliothèque de l'Université de Halifax où elle a travaillé - articles, essais, pièces de théâtre, nouvelles - témoigne d'un effort inlassable pour concrétiser ce monde idéal qu'elle avait toujours eu en tête. Une exposition sur son travail a été organisée et exposée en 2012 à Lübeck, la ville sur la mer Baltique où était né son père, et l'année suivante à Berlin et Kiel. En Allemagne, un navire de recherche et une rue de Munich portent son nom ; en Italie, elle est rappelée dans une rue de Polizzi Generosa, la ville natale de Borgese, dont elle est devenue citoyenne d'honneur en 1999 lorsqu'elle s'y est rendue en visite officielle.

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

 

If today the dangers that threaten our planet – and the pandemic we’re living through is one of them - are spreading the idea on a mass level that we must seriously begin to think and operate in global terms, seventy-eighty years ago this opinion was a contribution of small groups of intellectuals. Among them, Elisabeth Mann was a prominent personality. Trained musician, political scientist, science fiction writer, feminist, and great expert in maritime law, she was a woman of vast and multiple interests. But today she is remembered above all as an environmentalist, specialized in the understanding and protection of the marine environment - so much so that she is has been called "the mother of the oceans". She was born in Germany, but felt like a citizen of the world. It seems almost symbolic that, having lost her German nationality during the Nazi era due to her Jewish ancestry, she first assumed Czechoslovakian citizenship, then that of the United States, and finally that of Canada. Elisabeth Mann was born in Munich in 1918 to Thomas Mann, a very well-known writer and Nobel Prize winner for literature in 1929, and to Katia Pringsheim, daughter of Alfred Pringsheim, a famous mathematician. Elizabeth was also a granddaughter of Hedwig Dome, a writer, radical activist and uncompromising pacifist who supported women's rights in Germany.

She lived her childhood in Munich, but at fifteen she had to leave Germany, where Hitler came to power, and move to Zurich, Switzerland, with her father, mother, two sisters, Erika and Monika, and three brothers, Klaus, Golo and Michael. She was the penultimate of Thomas and Katia's numerous children. In Zurich Elisabeth studied piano and cello at the Conservatory, and in 1938 she graduated. In the same year, the Mann family, having obtained Czechoslovakian citizenship before the country was annexed to the Reich, left for the United States. Shortly after arriving there, the young Elisabeth, who had been fascinated by Giuseppe Antonio Borgese after reading one of his books, had the opportunity to personally him. Borgese, an Italian writer and literary critic, had spoken publicly against fascism. Elizabeth married him, despite the 36 years of difference in their ages. The couple settled in Chicago, where Professor Borgese taught Italian literature at the University of Chicago. Their two daughters, Angelica and Dominica, were born in the 1940s. In 1952 Elisabeth moved with her family to live in Fiesol, Italy, but a few months later Borgese suddenly died. She stayed in Fiesole, dedicated herself to her daughters and wrote science fiction stories. In 1960 she published a collection titled To Whom It May Concern, imagining a dystopian and disturbing world where human beings lose control of their own technological inventions. In 1963 she published a feminist essay, The Ascent of Woman, in which she foreshadowed a reality where men and women have the same rights and the same opportunities.

In 1964 she returned to the United States where, starting in 1967, she began to deal with maritime law, working together with Wolfgang Friedman and Arvad Pardo, ambassador of Malta to the United States. In 1968, together with the Scottish chemist Alexander King and the Italian business exectutive and entrepreneur Aurelio Peccei, she founded the Club of Rome, which in 1972 had a worldwide impact with the publication of the famous report entitled The Limits to Growth. In 1970, now considered an authority in the field of maritime law, she organized the international conference Pacem in Maribus in Malta. The event - the title recalls in a suggestive way, and not by chance, the encyclical issued a few years earlier by Pope John XXIII - was the first of a long series of events on the theme of the oceans as places capable of connecting humanity and of conveying peace and collaboration between peoples. Two years later, Elisabeth Mann, founded the International Ocean Institute (IOI), then contributed to the drafting of the United Nations Convention on the Law of the Sea and to the establishment of the International Tribunal for the Law of the Sea, which is based in Hamburg. In the 1970s she also began to publish a series of essays on ocean management, on the common resources of humanity (water, air, soil, energy), and on sustainable development, all of which are very relevant today, even after 50 years. In 1979 she moved to Canada, with a one-year academic contract at Dalhousie University in Halifax, Nova Scotia. Later she chose to settle permanently in Nova Scotia, where she continued her academic career. Nova Scotia became for her a sort of adoptive homeland, and the beautiful view of it that she enjoyed from her home in Sambro Head, facing the ocean, gave her inspiration for her work. She obtained Canadian citizenship and, in 1988 the high honor of the Order of Canada. Describing the reasons for her selection, the jury spoke of her this way: «…a true citizen of the world, she has been involved in a series of global issues and has been a trusted spokesperson and defender of the rights of Third World countries [...] she is recognized as an authority on matters of maritime law and is respected for her undisputed knowledge, her exceptional leadership skills and her commitment to a better future for all.»

She died suddenly in February 2002 at 83 years of age, during a ski week in St. Moritz, a place that had always been dear to her, close to where her father had set his celebrated novel, The Magic Mountain. A large number of her works - articles, essays, plays, and short stories - are now preserved in the library of the University of Halifax, where she had worked. They testify to her tireless efforts to bring into reality the ideal world that she had always had in mind. An exhibition on her work was organized and shown in 2012 in Lübeck, the city on the Baltic Sea where her father was born, and then shown following year in Berlin and Kiel. In Germany, a research ship and a street in Munich are named after her. In Italy she is remembered with the name of a street in the city of the birth of Borgese, Polizzi Generosa, of which she became an honorary citizen in 1999 when she was there on an official visit.

 

Traduzione spagnola
Flavia Palumbo

 

Si hoy en día los peligros que amenazan a nuestro planeta (la pandemia que vivimos sigue estando entre estos) están difundiendo a nivel masivo la idea de que debemos comenzar a pensar y actuar seriamente en términos globales, hace setenta-ochenta años esta opinión pertenecía solo a pequeños grupos de intelectuales. Entre estos, destaca la personalidad de Elisabeth Mann. Música de formación, politóloga, escritora de ciencia ficción, feminista, gran experta de derecho marítimo, fue una mujer con múltiples y variados intereses, pero hoy la recordamos sobre todo como ambientalista, especializada en el conocimiento y en la salvaguardia del medio ambiente marino, tanto que la llamaron “la madre de los océanos”. Nació en Alemania, pero ella se sentía una ciudadana del mundo: parece un hecho simbólico que, perdida la nacionalidad alemana durante el nazismo debido a su origen judío, adquiriera primero la nacionalidad checoslovaca, luego la estadounidense y por último la canadiense. Elisabeth Mann nació en 1918 en Múnich hija de Thomas, conocido escritor y Premio Nobel de literatura en 1929, y Katia Pringsheim, hija de Alfred Pringsheim, famosa matemática, y nieta de Hedwig Dome, escritora, activista radical defensora de los derechos de la mujer en Alemania y pacifista intransigente.

Vivió su infancia en Múnich, pero con dieciséis años tuvo que dejar Alemania ya que Hitler consiguió el poder y se mudó a Suiza, en Zúrich, junto con su padre, su madre, sus dos hermanas Erika y Mónica y los tres hermanos Klaus, Golo y Michael. Era la penúltima de los numerosos hijos de Thomas y Katia. En Zúrich, Elisabeth estudió piano y violonchelo en el Conservatorio y en 1939 se diplomó. El mismo año, la familia Mann, que había obtenido la ciudadanía checoslovaca antes de que el país fuera anexado al Reich, partió para Estados Unidos. Aquí, tiempo después, la joven Elisabeth, fascinada por Giuseppe Antonio Borgese leyendo un libro suyo, tuvo la posibilidad de conocer personalmente al autor, un escritor y crítico literario italiano que se había expresado públicamente en contra del fascismo, y se casó con él a pesar de que entre ellos hubiera nada menos que 36 años de diferencia. La pareja se estableció en Chicago, donde el profesor Borgese daba clases de literatura italiana en la Universidad. En los años 40, nacieron las dos hijas Angélica y Dominica. En el 52, Elisabeth se fue a vivir a Italia con su familia, en Fiesole, pero unos meses después Borgese murió repentinamente. Ella se quedó en Fiesole, donde se dedicó a la familia y escribió relatos de ciencia ficción (en 1960 publicó una colección titulada To Whom It May Concern) en los que imagina un mundo distópico y perturbador donde los seres humanos pierden el control de sus mismas invenciones tecnológicas. En 1963 publicó un ensayo feminista, The Ascent of Woman, en el que prefigura una realidad donde hombres y mujeres tienen los mismos derechos y las mismas posibilidades.

En 1964 volvió a Estados Unidos donde, desde 1967, empezó a interesarse por el derecho marítimo, trabajando junto a Wolfgang Friedman y Arvad Pardo, embajador de Malta en EE.UU. En 1968, junto con el químico escocés Alexander King y el manager empresario italiano Aurelio Peccei, fundó el Club de Roma, que en 1972 tendría una repercusión mundial por la publicación del famoso informe titulado Los límites del desarrollo. En 1970, considerada una autoridad en el campo del derecho marítimo, organizó en Malta la conferencia internacional Pacem in maribus. El evento, cuyo título recuerda de manera sugestiva la encíclica de unos años antes de Juan XXIII, fue el primero de una larga serie en los que se abordaba el tema de los océanos como lugares capaces de conectar a toda la humanidad y vehicular la paz y la colaboración entre los pueblos. Dos años después, Elisabeth Mann fundó el International Ocean Institute (IOI), contribuyendo a la creación de la Convención de las Naciones Unidas sobre el Derecho del Mar y al establecimiento del Tribunal Internacional del Derecho del Mar, con sede en Hamburgo. En los años 70, empezó también a publicar una serie de ensayos acerca de la gestión de los océanos, sobre los bienes en común de la humanidad (agua, aire, tierra, energía) y sobre el desarrollo sostenible, todos ellos temas de gran actualidad hoy en día, 50 años más tarde. En 1979 se mudó a Canadá gracias a beca para estudiar un año en la Dalhousie University de Halifax, en Nueva Escocia, pero luego eligió quedarse definitivamente en aquel país donde seguiría con su carrera académica. Nueva Escocia se convirtió en una especie de patria adoptiva para ella y la hermosa vista desde su hogar en Sambro Head, delante del Océano, le ofrecía la inspiración para su trabajo. También obtuvo la nacionalidad canadiense y, en 1988, el alto honor de la Orden del Canadá. El jurado, en las motivaciones, la define de este modo: <>.

Murió repentinamente en Febrero de 2002 con 83 años, durante una semana de vacaciones de invierno en St. Moritz, un sitio que fue siempre muy entrañable para ella, cerca de aquel en el que su padre había ambientado La montaña encantada. Una gran cantidad de documentos, guardados en la biblioteca de la Universidad de Halifax donde trabajó (artículos, ensayos, obras de teatro, cuentos), es testigo de una actividad imparable para hacer realidad aquel mundo ideal con el que desde siempre había soñado. En 2012 se organizó una exposición sobre su trabajo en Lubecca, la ciudad sobre el Mar Báltico donde nació su padre, y al año siguiente en Berlín y Kiel. En Alemania, llevan su nombre un barco de investigación y una calle en Múnich; en Italia se recuerda con una calle en Polizzi Generosa (Sicilia), ciudad donde nació Borgese y donde ella se convirtió en ciudadana de honor en 1999 cuando fue en una visita oficial.

 

Ángeles Alvariño González
Laura Candiani



Anastasia Usinger

 

C'era una volta una bambina molto precoce, sveglia e intelligente; era nata all'estremo nord della Spagna, in una famiglia di persone colte e appassionate di lettura. Il suo cammino fu indirizzato verso gli studi, in piena libertà; visti i suoi molteplici interessi, era facile prevedere per lei un futuro luminoso. Tanto luminoso da aver lasciato di sé una meravigliosa scia di conoscenze e di scoperte. Quella bambina ero io.

Ho sempre avuto chiaro un concetto che dovrebbe essere condiviso universalmente, a mio parere: la scienza è un'arte; come per l'artista sono indispensabili creatività e immaginazione, così lo sono per chi pratica la ricerca scientifica a qualsiasi livello, di qualunque genere. Credo senza falsa modestia di esserne la prova vivente. Sono nata a Serantes il 3 ottobre 1916. A tre anni sapevo leggere e studiavo il pianoforte, di lì a poco mi immergevo nei tanti libri della mamma pianista, Maria del Carmen, e del babbo Antonio, un medico appassionato di zoologia e storia naturale. A 15 anni ho concluso il liceo a Ferrol, in Galizia, e mi sono iscritta all'Università di Santiago di Compostela. Visto che già amavo ogni campo del sapere, frequentai due corsi contemporaneamente: quello di scienze e quello di letteratura, in barba a chi pensa che l'uno debba escludere l'altro. A me piacevano e sono piaciuti tutta la vita entrambi; le mie due tesi riguardarono, da una parte, gli insetti sociali, dall'altra le presenze femminili nel Don Chisciotte di Cervantes. Era il 1933. L'anno dopo entrai all'Università di Madrid perché volevo approfondire gli studi di scienze sociali, ma la Guerra civile che dilaniò il mio Paese interruppe tutto. Ritornai a casa e mi dedicai allo studio delle lingue, il francese e l'inglese in particolare. Nel 1940 la mia vita privata ebbe una svolta perché mi sposai con Eugenio Leira Manso, capitano della Marina Militare. Nel 1941 finalmente potei concludere il percorso intrapreso e laurearmi; l'anno seguente nacque mia figlia Maria, poi divenuta architetta e urbanista di successo. Per circa sette anni insegnai nelle scuole e in istituti universitari della mia regione d'origine, ma il 1948 portò grandi novità nel mio futuro di scienziata. Iniziai infatti a lavorare al Dipartimento di pesca marittima dell'Instituto Español de Oceanografia di Madrid, ma era come se non esistessi: c'ero ma non potevo avere alcun incarico ufficiale.

Sembra incredibile, ma allora era sempre in vigore una legge che vietava alle donne di accedere all'Ieo, sia come studenti sia come docenti e ricercatrici, meno che mai come membri di spedizioni sul mare. Tuttavia mi fu "concesso", visto che mi stimavano, di proseguire le ricerche e di seguire corsi per approfondire le conoscenze nel campo della oceanografia, che poi sarebbe diventato il mio. Tanto per non abbandonare i vari settori del sapere, frequentavo l'università in tre diversi ambiti: chimica analitica, ecologia delle piante, psicologia sperimentale. Nel 1951 raggiunsi i tre obiettivi, l'uno di seguito all'altro, con tre tesi e tre lauree. L'anno dopo qualcosa si mosse, la legge cambiò e finalmente fui ammessa in maniera ufficiale all'Ieo, ma nella sede di Vigo, nella mia terra; mi appassionai subito a una ricerca che in breve fu resa nota e pubblicata: le incrostazioni dei minuscoli organismi marini sugli scafi di barche e navi. Sempre nel 1952 un altro passo avanti e un altro tassello professionale: vinsi una borsa di studio del British Council che mi portò a Playmouth, in Gran Bretagna, a collaborare con la Marine Biological Association. Nel 1953 il mio record personale, quello che mi ha fatto entrare nella storia dei primati femminili: sono stata infatti la prima donna a imbarcarmi su una nave oceanografica, la "Sarsia", per svolgere ricerche in mare aperto. Campi di azione furono essenzialmente il canale della Manica e il golfo di Biscaglia, dove mi concentrai su studi sperimentali, del tutto nuovi, sul plancton e su tre specie di organismi marini: i chetognati, i sifonofori e le meduse. Possono apparire animali meno affascinanti di altri, anche meno belli, se vogliamo, quasi invisibili gli uni, sgradevoli le altre, eppure aiutano a sapere tanto sulla condizione delle acque, sulle caratteristiche delle aree in cui vivono e si riproducono, sulla temperatura oceanica. Io devo essere loro molto grata perché mi hanno dato il massimo onore per una scienziata: un chetognato e una medusa che ho scoperto e studiato hanno infatti preso il mio nome! Si tratta dell'Aidanosagitta alvarinoae e della Lizzia alvarinoae. Nel 1954, conclusa la parentesi inglese, ritornai a Vigo dove riuscii a coinvolgere la comunità locale e i pescatori per portare avanti le attività di campionamento delle specie marine. Dopo due anni la Commissione Fulbright mi inviò con una borsa di studio a Cape Cod, nel Massachusetts, presso la Woods Hole Oceanographic Institution. Lì feci un incontro importante: conobbi una eccellente ricercatrice, Mary Sears, che mi mise in contatto con l'oceanografo Roger Revelle, direttore della Scripps Institution of Oceanography di La Jolla, in California. Fra noi ci fu subito una grande sintonia, tanto che vi rimasi a lavorare fino al 1969, indagando sugli oceani Atlantico e Pacifico, ma anche su quello Indiano e sulle acque lungo le coste americane. Studiando i microrganismi e il plancton, sono arrivata a scoprire la medusa Lizzia, nove specie di sifonofori e dodici specie di chetognati, fra cui l'Aidanosagitta. Ventidue in totale, e non è poco.

Nel frattempo ho conseguito il dottorato in biologia, all'Università di Madrid, mentre tenevo corsi di biologia marina e oceanografia in varie sedi e in varie parti del mondo. Dal 1970, sempre negli Usa, sono entrata nel Southwest Fisheries Science Center che si occupa, per conto del Governo, di ricerche sugli oceani e l'atmosfera. Ho insegnato per alcuni periodi in università americane: dal Messico al Brasile, ma non ho mai abbandonato le indagini sul campo, partecipando fra l'altro a spedizioni lungo le coste dell'America Meridionale, fino all'Antartide, finanziate da Fao e Unesco, e ho proseguito anche dopo il pensionamento, avvenuto nel 1987. Nel 1993 i sovrani spagnoli mi hanno insignito della Medaglia d'argento della Galizia come riconoscimento alla mia lunga e brillante carriera. Quando ho dovuto diradare un certo tipo di avventure per il passare degli anni, una nuova passione mi ha conquistato: la storia delle esplorazioni scientifiche, un campo affascinante su cui c'è molto ancora da lavorare e indagare. Mi sono occupata fra gli altri di un navigatore italiano, poco noto nel suo Paese, Alessandro Malaspina, che fu al servizio del re di Spagna a fine Settecento e svolse ricerche significative nel Pacifico e nell'Atlantico; il risultato dei miei studi è stato pubblicato nel 2002 nel libro España y la primera expedición científica oceánica, 1789-1794: Malaspina y Bustamante con las corbetas Descubierta y Atrevida che si è aggiunto ai tanti articoli e volumi già editi. Nello stesso anno della mia morte, avvenuta a San Diego il 29 maggio 2005, l'Università di La Coruña mi ha dedicato la Settimana della scienza e una stele in pietra, mentre a Ferrol è stata apposta una targa in mio ricordo nel Campus di Esteiro. Nel 2015 la Reale Accademia delle scienze gallega per la prima volta ha dedicato il Giorno della scienza in Galizia, celebrato il 1° giugno, a una donna, ovvero a me; dal 2018 sono stata inserita nella Tavola periodica delle scienziate e compaio nel Women Tech World. Lascio per ultimo l'onore più grande, che però fa onore a tutte le donne: una nave oceanografica spagnola, varata ufficialmente da mia figlia Maria nel 2012, ha preso il mio nome, così in qualche modo continuo a viaggiare per mare grazie alla "Ángeles Alvariño".

 

Traduzione francese
Guenoah Mroue

 

Il était une fois une petite fille très précoce, éveillée et intelligente; elle est née à l’extrême nord de l’Espagne, dans une famille de personnes cultivées et passionnées de lecture. Son chemin fut orienté vers les études, en toute liberté; vu ses multiples intérêts, il était facile de prévoir pour elle un avenir lumineux. Si brillant qu’elle a laissé derrière elle une merveilleuse traînée de connaissances et de découvertes. Cette petite fille, c’était moi.

J’ai toujours eu un concept clair qui devrait être partagé universellement, à mon avis : la science est un art; comme pour l’artiste, la créativité et l’imagination sont indispensables, de même pour ceux qui pratiquent la recherche scientifique à tous les niveaux, de toutes sortes. Je crois sans fausse modestie en être la preuve vivante. Je suis née à Serantes le 3 octobre 1916. À trois ans, je savais lire et j’étudiais le piano, et peu à peu je me plongeais dans les nombreux livres de la mère pianiste, Maria del Carmen, et du père Antonio, un médecin passionné de zoologie et d’histoire naturelle. A 15 ans, j’ai terminé le lycée à Ferrol, en Galice, et je me suis inscrite à l’Université de Saint-Jacques-de- Compostelle. Comme j’aimais déjà tous les domaines du savoir, j’ai suivi deux cours à la fois : celui de sciences et celui de littérature, au mépris de ceux qui pensent que l’un doit exclure l’autre. J’ai aimé les deux à vie; mes deux thèses concernaient, d’une part, les insectes sociaux, d’autre part, la présence féminine dans le Don Quichotte de Cervantes. C’était en 1933. L’année suivante, je suis entré à l’Université de Madrid parce que je voulais approfondir mes études en sciences sociales, mais la guerre civile qui a ravagé mon pays a tout arrêté. Je suis revenu à la maison et je me suis consacré à l’étude des langues, le français et l’anglais en particulier. En 1940, ma vie privée a pris un autre tournant parce que j’ai épousé Eugenio Leira Manso, capitaine de la marine. En 1941, j’ai finalement pu terminer le parcours entrepris et obtenir mon diplôme; l’année suivante, ma fille Maria est née, puis elle est devenue architecte et urbaniste avec succès. Pendant environ sept ans, j’ai enseigné dans des écoles et des universités de ma région d’origine, mais 1948 a apporté de grandes nouveautés dans mon avenir de scientifique. J’ai commencé à travailler au Département de la pêche maritime de l’Instituto Español de Oceanografia de Madrid, mais c’était comme si je n’existais pas : j’étais là mais je ne pouvais pas avoir de mission officielle.

Cela semble incroyable, mais à l’époque, il y avait toujours une loi qui interdisait aux femmes d’accéder à l’IEO, à la fois en tant qu’étudiants et en tant que professeurs et chercheurs, moins que jamais en tant que membres d’expéditions maritimes. Cependant, il m’a été "accordé", parce qu’ils m’estimaient, de poursuivre les recherches et de suivre des cours pour approfondir les connaissances dans le domaine de l’océanographie, qui allait devenir le mien. Afin de ne pas abandonner les différents domaines du savoir, j’ai fréquenté l’université dans trois domaines différents : chimie analytique, écologie des plantes, psychologie expérimentale. En 1951, j’ai atteint les trois objectifs, l’un après l’autre, avec trois thèses et trois diplômes. L’année suivante, quelque chose a bougé, la loi a changé et j’ai finalement été admise officiellement à l’IEO, mais au siège de Vigo, sur ma terre; j’ai tout de suite été passionnée par une recherche qui a été rapidement rendue publique et publiée : l’encrassement des minuscules organismes marins sur les coques des bateaux et des navires. Toujours en 1952, un autre pas en avant et un projet professionnel : j’ai gagné une bourse du British Council qui m’a conduit à Playmouth, en Grande-Bretagne, pour collaborer avec la Marine Biological Association. En 1953, mon record personnel, celui qui m’a fait entrer dans l’histoire des primates féminins : j’ai en effet été la première femme à m’embarquer sur un navire océanographique, le "Sarsia", pour effectuer des recherches en haute mer. Les champs d’action étaient essentiellement la Manche et le golfe de Gascogne, où je me suis concentré sur des études expérimentales, tout à fait nouvelles, sur le plancton et sur trois espèces d’organismes marins : les cétones, les siphonophores et les méduses. Les animaux peuvent sembler moins fascinants que les autres, même moins beaux, si vous voulez, presque invisibles les uns, désagréables les autres, mais ils aident à en savoir beaucoup sur l’état des eaux, sur les caractéristiques des zones où ils vivent et se reproduisent, et sur la température océanique. Je dois leur être très reconnaissante parce qu’ils m’ont donné le plus grand honneur pour une scientifique : un cétonite et une méduse que j’ai découverts et étudiés ont en effet pris mon nom ! Il s’agit de l’Aidanosagitta alvarinoae et de la Lizzia alvarinoae. En 1954, la parenthèse anglaise terminée, je suis retourné à Vigo où j’ai réussi à impliquer la communauté locale et les pêcheurs pour poursuivre les activités d’échantillonnage des espèces marines. Après deux ans, la Commission Fulbright m’a envoyé avec une bourse à Cape Cod, dans le Massachusetts, à la Woods Hole Oceanographic Institution. J’y ai rencontré une excellente chercheuse, Mary Sears, qui m’a mis en contact avec l’océanographe Roger Revelle, directeur de la Scripps Institution of Oceanography à La Jolla, en Californie. Nous nous entendions si bien que je restai jusqu’en 1969, enquêtant sur les océans Atlantique et Pacifique, mais aussi sur les océans Indien et les eaux le long des côtes américaines. En étudiant les micro-organismes et le plancton, j’en suis arrivée à découvrir la méduse Lizzia, neuf espèces de siphonophores et douze espèces de cétones, dont l’Aidanosagitta. Vingt-deux au total, et ce n’est pas rien. Vingt-deux au total, et ce n’est pas rien.

Entre-temps, j’ai obtenu mon doctorat en biologie, à l’Université de Madrid, tout en donnant des cours de biologie marine et d’océanographie à différents endroits et dans différentes parties du monde. Depuis 1970, toujours aux États-Unis, j’ai rejoint le Southwest Fisheries Science Center qui s’occupe, pour le compte du gouvernement, de recherches sur les océans et l’atmosphère. J’ai enseigné pendant quelques temps dans des universités américaines : du Mexique au Brésil, mais je n’ai jamais abandonné les enquêtes sur le terrain, en participant notamment à des expéditions le long des côtes de l’Amérique du Sud, jusqu’à l’Antarctique, financées par la FAO et l’Unesco, J’ai continué après ma retraite en 1987. En 1993, les souverains espagnols m’ont décerné la médaille d’argent de Galice en reconnaissance de ma longue et brillante carrière. Quand j’ai dû lancer un certain type d’aventures au fil des ans, une nouvelle passion m’a conquis : l’histoire de l’exploration scientifique, un domaine fascinant sur lequel il y a encore beaucoup à travailler et à enquêter. Je me suis occupée entre autres d’un navigateur italien, peu connu dans son pays, Alessandro Malaspina, qui fut au service du roi d’Espagne à la fin du XVIIIe siècle et effectua des recherches significatives dans le Pacifique et l’Atlantique; le résultat de mes études a été publié en 2002 dans le livre España y la primera expedición Científica oceánica, 1789-1794 : Malaspina y Bustamante con las corbetas Descubierta y Atrevida qui s’est ajouté aux nombreux articles et volumes déjà publiés. La même année de ma mort à San Diego, le 29 mai 2005, l’Université de La Corogne m’a consacré la Semaine de la science et une stèle en pierre, tandis que Ferrol a reçu une plaque en ma mémoire sur le campus d’Esteiro. En 2015, l’Académie Royale des Sciences de Galice a consacré pour la première fois la Journée de la Science en Galice, célébrée le 1 juin, à une femme, plutôt à moi; depuis 2018, j’ai été insérée dans le Tableau périodique des Scientifiques et apparaissant dans le Women Tech World. Je laisse pour finir le plus grand honneur, mais qui fait honneur à toutes les femmes : un navire océanographique espagnol, officiellement lancé par ma fille Maria en 2012, a pris mon nom, donc je continue en quelque sorte à voyager en mer grâce à "Ángeles Alvariño".

 

Traduzione inglese
Guenoah Mroue

 

Once upon a time, there was a very precocious awake and intelligent child; She was born in the far north of Spain, in a family of educated people and passionate about reading. Her path was directed towards studies, in complete freedom; Given her multiple interests, it was easy to predict a bright future for her. So bright that she left behind a wonderful trail of knowledge and discoveries. That little girl was me.

I have always had a clear concept that should be universally shared, in my opinion: science is an art; As for the artist, creativity and imagination are indispensable, so they are for those who practice scientific research at any level, of any kind. I believe without false modesty to be the living proof. I was born in Serantes on October 3, 1916. When I was three years old I could read and study the piano, soon I was immersed in the many books of the mother pianist, Maria del Carmen, and Father Antonio, a doctor passionate about zoology and natural history. At the age of 15 I finished high school in Ferrol, Galicia, and I enrolled at the University of Santiago de Compostela. Since I already loved every field of knowledge, I attended two courses simultaneously: that of science and that of literature, in spite of those who think that one should exclude the other. I liked them both for life; My two theses dealt, on the one hand, with social insects and, on the other, with the presence of women in the Don Quixote of Cervantes. It was in 1933. The following year I entered the University of Madrid because I wanted to deepen my studies in social sciences, but the Civil War that spread in my country interrupted everything. I returned home and devoted myself to the study of languages, French and English in particular. In 1940 my private life had a turning point because I married Eugenio Leira Manso, captain of the Navy. In 1941 I was finally able to complete the journey undertaken and graduate; The following year my daughter Maria was born, then became a successful architect and urban planner. For about seven years I taught in schools and colleges in my home region, but 1948 brought great news to my future as a scientist. I started working at the Maritime Fisheries Department of the Instituto Español de Oceanografia in Madrid, but it was as if I did not exist: I was there but I could not have any official assignment.

It seems incredible, but then there was always in force a law that prohibited women to access the IEO, both as students and as teachers and researchers, least of all as members of expeditions on the sea. However, I was "allowed", since they esteemed me, to continue the research and take courses to deepen the knowledge in the field of oceanography, which would later become mine. So as not to abandon the various fields of knowledge, I attended university in three different fields: analytical chemistry and plant ecology and experimental psychology. In 1951 I achieved the three goals, one after the other, with three theses and three degrees. The next year something moved, the law changed and I was finally officially admitted to the IEO, but in the seat of Vigo, in my land; I was immediately fascinated by a research that was soon made known and published: the incrustations of tiny marine organisms on the hulls of boats and ships. Also in 1952 another step forward and another professional project: I won a British Council scholarship that led me to Playmouth, Great Britain, to collaborate with the Marine Biological Association. In 1953 my personal record, the one that made me enter the history of women’s records: I was in fact the first woman to embark on an oceanographic ship, the "Sarsia", to carry out research in the open sea. The areas of action were essentially the English Channel and the Bay of Biscay, where I concentrated on entirely new experimental studies of plankton and three species of marine organisms: ketognates, syphonophores and jellyfish. Animals may appear less fascinating than others, even less beautiful, if you like, almost invisible, unpleasant each other, yet they help to know so much about the condition of the water, the characteristics of the areas in which they live and reproduce, the ocean temperature. I must be very grateful to them because they gave me the greatest honor for a scientist: a ketognato and a jellyfish that I discovered and studied have in fact taken my name! It is the Aidanosagitta alvarinoae and the Lizzia alvarinoae. In 1954, when the English parenthesis ended, I returned to Vigo where I managed to involve the local community and fishermen to carry out the activities of sampling marine species. After two years, the Fulbright Commission sent me on a scholarship to Cape Cod, Massachusetts, at the Woods Hole Oceanographic Institution. I met an excellent researcher, Mary Sears, who put me in touch with oceanographer Roger Revelle, director of the Scripps Institution of Oceanography in La Jolla, California. There was a great harmony between us, so much so that I worked there until 1969, investigating the Atlantic and Pacific oceans, but also the Indian one and the waters along the American coasts. Studying microorganisms and plankton, I came to discover the jellyfish Lizzia, nine species of syphonophores and twelve species of ketognates, including Aidanosagitta. Twenty-two in total, and that’s not small.

In the meantime I obtained my PhD in biology at the University of Madrid, while I was teaching marine biology and oceanography courses in various locations and in various parts of the world. Since 1970, also in the United States, I have entered the Southwest Fisheries Science Center that deals, on behalf of the Government, with research on the oceans and the atmosphere. I have taught for some periods in American universities: from Mexico to Brazil, but I have never abandoned the field investigations, participating, among other things, in expeditions along the coasts of South America, up to Antarctica, funded by FAO and UNESCO, I continued after my retirement in 1987. In 1993 the Spanish sovereigns awarded me the Silver Medal of Galicia in recognition of my long and brilliant career. When I had to thin out a certain type of adventures for the passing of the years, a new passion conquered me: the history of scientific explorations, a fascinating field on which there is still much to work and investigate. I dealt among others with an Italian navigator, little known in his country, Alessandro Malaspina, who was in the service of the king of Spain at the end of the eighteenth century and carried out significant research in the Pacific and the Atlantic; the result of my studies was published in 2002 in the book España y la primera expedición Científica oceánica, 1789-1794: Malaspina y Bustamante con las corbetas Descubierta y Atrevida which was added to the many articles and volumes already published. In the same year of my death, which occurred in San Diego on May 29, 2005, the University of La Coruña dedicated to me the Science Week and a stone stele, while Ferrol was affixed a plaque in memory of me on the Esteiro Campus. In 2015 the Royal Academy of Sciences of Galicia for the first time dedicated the Science Day in Galicia, celebrated on June 1, to a woman, I mean me; since 2018 I have been included in the Periodic Table of women scientists and I appear in the Women Tech World. I leave for last the greatest honor, but it does honor to all women: a Spanish oceanographic ship, officially launched by my daughter Maria in 2012, took my name, so somehow I continue to travel by sea thanks to the "Ángeles Alvariño".

 

Traduzione spagnola
Maria Carreras i Goicoechea

 

Erase una vez un niña muy madura, despierta e inteligente; había nacido en el noroeste de España, en una familia de personas cultas y con pasión por la lectura. Su camino se orientó hacia los estudios, con la máxima libertad; vistos sus numerosos intereses, era fácil prever para ella un futuro luminoso. Tan luminoso que dejó tras de sí un maravilloso surco de conocimientos y de descubrimientos. Esa niña era yo.

Siempre tuve claro un concepto que en mi opinión debería ser universal: la ciencia es un arte; como para el o la artista son indispensables creatividad e imaginación, también lo son para quienes se dedican a la investigación científica de cualquier tipo y a cualquier nivel. Creo, sin falsa modestia, que yo soy la prueba viviente de ello. Nací en Serantes el 3 de octubre de 1916. A los tres años sabía leer y estudiaba piano, al poco me sumergía en los muchos libros de mi madre pianista, María del Carmen, y de mi padre Antonio, un médico apasionado de zoología y de historia natural. Con 15 años terminé el instituto en Ferrol (Galicia) y me matriculé en la Universidad de Santiago de Compostela. Puesto que ya me encantaban todos los campos del saber, me matriculé al mismo tiempo en ciencias y en letras, desafiando a quienes piensan que lo uno excluye lo otro. A mí me gustaban, y siempre me han gustado, ambos; las dos tesis que defendí eran una sobre los insectos sociales y la otra sobre las figuras femeninas en el Quijote. Era el año 1933, al año siguiente entré en la Universidad de Madrid porque quería profundizar los estudios de ciencias sociales, pero la guerra civil lo interrumpió todo. Volví a casa y me dediqué al estudio de los idiomas, el francés y el inglés en especial. En 1940 mi vida privada dio un cambio importante porque me casé con Eugenio Leira Manso, capitán de la Marina Militar. En 1941 finalmente pude terminar los estudios y licenciarme otra vez; al año siguiente nació mi hija María, que más tarde se convirtió en una arquitecta y urbanista de fama. Durante casi siete años enseñé en escuelas y centros universitarios de mi región, pero 1948 trajo grandes novedades a mi futuro de científica puesto que empecé a trabajar en el departamento de pesca marítima del Instituto Español de Oceanografía (Madrid), aunque era como si yo no existiera: estaba pero no podía tener ningún cargo oficial.

Parece increíble, pero en aquel entonces había una ley en vigor que impedía que las mujeres accedieran al IEO, ya sea como estudiantes que como docentes o investigadoras, aún menos como componentes de expediciones en el mar. Sin embargo, dado que se me apreciaba, se me permitió seguir con mis investigaciones y asistir a cursos para profundizar mis conocimientos en el campo de la oceanografía, que más tarde se convertiría en mi campo. Para no abandonar los demás sectores del saber, estudiaba en la universidad en tres ámbitos distintos: química analítica, ecología de las plantas y psicología experimental. En 1951 alcancé los tres objetivos, uno tras otro, las tres tesis y las tres licenciaturas. Al año siguiente algo se movió, la ley cambió, y por fin me admitieron oficialmente en el IEO, en la sede de mi tierra, en Vigo. Me apasioné inmediatamente por el estudio de las incrustaciones de minúsculos organismos marinos en las quillas de los barcos y navíos. Ese mismo año, 1952, otro paso adelante y otra tesela profesional: obtuve una beca del British Council que me llevó a Playmouth, Gran Bretaña, a colaborar con la Marine Biological Assocation. En 1953 logré mi récord personal, el que me hizo entrar en la historia de los récords femeninos: fui la primera mujer en embarcarse en una nave oceanográfica, la “Sarsia”, para llevar a cabo estudios en alta mar. Los campos de acción fueron esencialmente el canal de la Mancha y el golfo de Vizcaya, donde me concentré en estudios experimentales, completamente nuevos, del plancton y de tres especies de organismos marinos: los quetognatos, los sifonóforos y las medusas. Pueden parecer animales menos fascinantes que otros, incluso menos hermosos, si queremos, casi invisibles los unos, desagradables las últimas, y sin embargo son muy útiles para conocer las condiciones del agua, las características de las zonas en las que viven y se reproducen, así como la temperatura oceánica. Les debo mucho porque me dieron los máximos honores para una científica: ¡un quetognato y una medusa que descubrí y estudié llevan mi nombre! Son la Aidanosagitta alvarinoae y la Lizzia alvarinoae. En 1954, terminado el paréntesis inglés, volví a Vigo donde logré implicar a la comunidad local y a los pescadores para llevar a cabo el muestreo de las especies marinas. Dos años más tarde, la Comisión Fulbright me concedió una beca para ir a la Woods Hole Oceanographic Institution de Cape Code (Massachusetts), donde tuve la suerte de conocer a una excelente investigadora, Mary Sears, que me puso en contacto con el oceanógrafo Roger Revelle, director de la Scripps Institution of Oceanography de La Jolla (California). Entre nosotros enseguida hubo una gran sintonía, de modo que me quedé allí hasta 1969, indagando sobre el océano Atlántico y el Pacífico, pero también sobre el Índico y sobre las aguas a lo largo de las costas americanas. Estudiando los microorganismos y el plancton descubrí la ya citada medusa Lizzia, nueve especies de sifonóforos y doce especies de quetognatos, entre los cuales la ya citada Aidanosagitta. Veintidós especies en total, no es poco.

Mientras tanto me doctoré en biología en la Universidad de Madrid, al tiempo que impartía clases de biología marina y oceanografía en distintas sedes y en varias partes del mundo. En 1970 entré a formar parte del Southwest Fisheries Science Center (EEUU), que se encarga, por cuenta del gobierno, de estudios sobre los océanos y la atmósfera. Durante algunas etapas enseñé en algunas universidades americanas, desde México hasta Brasil, sin abandonar jamás los estudios de campo, participando entre otras cosas en expediciones a lo largo de las costas de América del Sur, hasta la Antártida, financiadas por la FAO y la UNESCO; a las que tampoco dejé de participar tras jubilarme en 1987. En 1993 Sus Majestades los Reyes de España me otorgaron la Medalla de plata de Galicia como reconocimiento a mi larga y brillante carrera. Cuando tuve que empezar a reducir mis expediciones con la edad que avanzaba, me conquistó una nueva pasión: la historia de las exploraciones científicas, un campo fascinante sobre el que todavía hay mucho que trabajar e indagar. Entre otros, me ocupé de un investigador italiano, poco conocido en su país, Alessandro Malaspina, que estuvo al servicio del rey de España a finales de 1700 y llevó a cabo investigaciones importantes en el Pacífico y en el Atlántico; el resultado de mis estudios, que se añadió a muchos otros artículos y volúmenes ya publicados, apareció en 2002 bajo el título España y la primera expedición científica oceánica, 1789-1794: Malaspina y Bustamante con las corbetas Descubierta y Atrevida. El mismo año de mi muerte, que tuvo lugar en San Diego el 29 de mayo de 2005, la Universidad de La Coruña me dedicó la Semana das Ciencias y una estela de piedra y el ayuntamiento del Ferrol descubrió una placa conmemorativa en recuerdo mío en el Campus de Esteiro. En 2015 la Real Academia Gallega de Ciencias por primera vez dedicó el Día de la Ciencia en Galicia (1 de junio) a una mujer, es decir a mí. En 2018 me añadieron en la Tabla Periódica de las Científicas así como en el Women Tech World. Dejo por último el mayor honor, que honra a todas las mujeres: un buque oceanográfico español, botado oficialmente en 2012 por mi hija María, recibió mi nombre; así de algún modo sigo viajando gracias al “Ángeles Alvariño”.

 

Jeannette Villepreux Power
Beatrice Cattedra



Anastasia Usinger

 

Julie Moschelesová è stata una geografa ceca, tra le prime donne del suo Paese a lavorare come docente in ambito scientifico. Nacque a Praga-Nové Město il 21 agosto 1892 in una ricca famiglia ebrea, da Wilhelm Moscheles, avvocato, e Luis Schwabacher, la madre non vedente dalla nascita, che affidò le cure della figlia allo zio Felix Stone Moscheles con cui Julie ebbe l’opportunità di esplorare l’Europa e il Nord Africa. Studiò a Londra ma durante uno dei suoi viaggi in Marocco conobbe l’eminente geologo norvegese Hans Henrik Reusch che le propose, a meno di vent’anni, di ricoprire il ruolo di segretaria e traduttrice presso l’Istituto Geologico di Oslo. In Norvegia, Moschelesová non solo imparò le lingue nordiche, ma avviò la sua carriera di ricercatrice della geomorfologia della penisola scandinava. Poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, Alfred Grund, in visita all’Istituto di Oslo, le riconobbe un grande talento scientifico e la invitò ad approfondire gli studi all’Università tedesca di Praga, dove insegnava come professore di Geografia. Così nel 1912 Julie si diplomò al liceo scientifico di Děčín e nell’autunno dello stesso anno iniziò a frequentare l’università, dove si appassionò principalmente di geologia, geografia e meteorologia. Il suo mentore, Grund, cadde sul fronte serbo e lei continuò i suoi studi seguita dal professor Fritz Machatchek, esperto di geomorfologia, con cui concluse il dottorato nel 1916 discutendo la sua tesi Die postglazialzeit in Skandinawien e continuando a lavorare come assistente scientifica, dal 1918 a titolo gratuito. Alcune fonti riferiscono che, nel 1916, al momento della laurea, il suo nome era presente tra le candidature al Premio Nobel.

Nel 1918 pubblicò un’opera sul clima di Praga, Klima von Prag, proseguendo la ricerca incompiuta del professor František Augustin che aveva riscontrato questioni simili nei Balcani. Il docente e altri della commissione universitaria tentarono già nel 1922 di abilitarla alle lezioni ma la proposta fu respinta dai rappresentanti delle altre discipline non geografiche e fu seguita da proteste studentesche antisemite. Così Julie lasciò nello stesso anno la facoltà tedesca di Scienze, dopo 4 anni di attività, e accettò il posto di assistente all’Università ceca, presso l’Istituto di Geografia di Albertov. Nonostante l'accurata preparazione e gli studi rilevanti, il suo nome compare nell’elenco delle lezioni universitarie solo dal 1932. Nel suo lavoro si concentrò principalmente sulla geografia fisica e la geomorfologia del territorio ceco: durante le ricerche nella Boemia settentrionale, grazie a un’analisi geologica dei sedimenti fluviali, ha dimostrato che il flusso d’acqua originale scorreva attraverso la valle dell’odierna Bílina, che durante il Miocene fu caratterizzata da una calma tettonica seguita da un periodo di forti movimenti, tesi che è ancora generalmente accettata e diffusa sui movimenti geologici del bacino ceco. Tra i suoi studi ricordiamo pure l’analisi sui cambiamenti geologici della zona tra Moravia e Vah, conosciuta come Passo Vlářský, e i suoi articoli sulla teoria di Darwin a proposito della formazione delle barriere coralline: Geologische Rundschau (1921), e sul lago americano Bonneville: Zeitschrift für Gletscherkunde (1921).

Nel 1934 si laureò finalmente all’Università ceca, non in geografia fisica come promettevano i suoi approfondimenti, ma in antropogeografia, diventando così la prima laureata in una materia scientifica nel periodo storico fra le due guerre mondiali. Si sosteneva economicamente grazie alla pubblicazione di articoli e al ruolo di assistente universitaria, ma l’attività che le rendeva di più era senza dubbio quella di traduttrice. Parlava infatti fluentemente l’inglese, il tedesco, sua effettiva lingua madre, e altre lingue nord-europee, mentre imparò il ceco solo in età più avanzata. Grazie a questa peculiarità ebbe l’occasione di pubblicare su diverse riviste straniere che la resero più celebre all’estero che nella sua stessa patria. Nell’anno della laurea, si sottopose all’esame di abilitazione per l’insegnamento e ottenne finalmente l’incarico per tenere le lezioni di geografia regionale, fino allo scoppio della guerra. A causa dell’occupazione della Cecoslovacchia nel 1939, e date le sue origini ebraiche, Moschelesová si vide costretta a lasciare il Paese e si stabilì a Melbourne, in Australia, dove insegnò alla facoltà di Economia fino al 1944 e prestò servizio nell’esercito indipendente delle Indie orientali olandesi come geografa. Durante il periodo di volontariato nella Croce Rossa cecoslovacca, con sede a Melbourne, incontrò un’altra studiosa e letterata, Greta Hortova, con cui, dopo la guerra, fece ritorno in Cecoslovacchia.

Al suo rientro, però, scoprì che la famiglia non era sopravvissuta alla Shoah. A Praga, da sola, visse di stenti e solo dal 1950 riuscì a riavere il suo ruolo di assistente al Dipartimento di Geografia dell’Università ceca. A causa delle precarie condizioni economiche, le fonti riportano che visse in quegli anni nelle stanze mansardate della stessa università. Nel 1953 ottenne finalmente la cattedra di professoressa associata statale ma all’epoca il Partito comunista aveva preso il potere e i suoi studi persero la visibilità e l’importanza scientifica che avrebbero meritato. Accanita fumatrice, morì di cancro a Praga il 7 gennaio 1956. Prima geografa ceca, sfidò i pregiudizi del suo tempo e riuscì ad affermarsi nel campo scientifico quando per le donne era ancora impensabile. È ricordata quindi come una pioniera nell'ambito professionale e apprezzata anche dal movimento femminista, insieme a Eliška Vozábová, Albína Dratvová e altre personalità di spicco. Al suo rientro, però, scoprì che la famiglia non era sopravvissuta alla Shoah. A Praga, da sola, visse di stenti e solo dal 1950 riuscì a riavere il suo ruolo di assistente al Dipartimento di Geografia dell’Università ceca. A causa delle precarie condizioni economiche, le fonti riportano che visse in quegli anni nelle stanze mansardate della stessa università. Nel 1953 ottenne finalmente la cattedra di professoressa associata statale ma all’epoca il Partito comunista aveva preso il potere e i suoi studi persero la visibilità e l’importanza scientifica che avrebbero meritato. Accanita fumatrice, morì di cancro a Praga il 7 gennaio 1956. Prima geografa ceca, sfidò i pregiudizi del suo tempo e riuscì ad affermarsi nel campo scientifico quando per le donne era ancora impensabile. È ricordata quindi come una pioniera nell'ambito professionale e apprezzata anche dal movimento femminista, insieme a Eliška Vozábová, Albína Dratvová e altre personalità di spicco.

Eliška Vozábová (a sinistra), Albína Dratvová (a destra)

 

Traduzione francese
Joelle Rampacci

 

Julie Moschelesova était une géographe tchèque, l'une des premières femmes de son pays à travailler comme professeur universitaire de sciences. Elle naît à Prague-Nové Město le 21 août 1892 dans une famille juive aisée, de Wilhelm Moscheles, avocat, et Luis Schwabacher. Sa mère, aveugle de naissance, confie la garde de sa fille à son oncle Felix Stone Moscheles avec qui Julie a l'occasion d'explorer l'Europe et l'Afrique du Nord. Elle étudie à Londres mais, lors d'un de ses voyages au Maroc, elle rencontre l'éminent géologue norvégien Hans Henrik Reusch qui lui offre, à moins de vingt ans, le poste de secrétaire et de traductrice à l'Institut géologique d'Oslo. En Norvège, Mme Moschelesova apprend non seulement les langues nordiques, mais lance également sa carrière de chercheuse en géomorphologie de la péninsule scandinave. Peu avant le début de la Première Guerre mondiale, Alfred Grund, en visite à l'Institut d'Oslo, reconnaît son grand talent scientifique et l'invite à poursuivre ses études à l'université allemande de Prague, où il est professeur de géographie. En 1912, Julie se diplôme au lycée scientifique de Děčín et, à l'automne de la même année, elle entre à l'université, où elle s'intéresse principalement à la géologie, la géographie et la météorologie. Son mentor, Grund, étant tombé sur le front serbe, elle poursuit ses études auprès du professeur Fritz Machatchek, expert en géomorphologie, avec lequel elle passe son doctorat en 1916, en discutant sa thèse Die postglazialzeit in Skandinawien et en continuant à travailler comme assistante scientifique, à partir de 1918, à titre gratuit. Certaines sources rapportent que, lors de l'obtention de sa licence en 1916, son nom figurait parmi les nominations pour le prix Nobel.

En 1918, elle publie un ouvrage sur le climat de Prague, Klima von Prag, poursuivant les recherches inachevées du professeur František Augustin qui avait trouvé des problèmes similaires dans les Balkans. Le professeur et d'autres membres du comité universitaire essayent dès 1922 de lui permettre de donner des cours, mais la proposition est rejetée par les représentants des autres disciplines non géographiques et est suivie de protestations antisémites des étudiants. Julie quitte donc la Faculté des sciences allemande la même année, après quatre ans d'activité, et accepte un poste d'assistante à l'Université tchèque, à l'Institut de géographie d'Albert. En dépit de sa préparation minutieuse et de ses études pertinentes, son nom n'apparaît pas sur la liste des conférences de l'université avant 1932. Dans ses travaux, elle s'intéresse principalement à la géographie physique et à la géomorphologie du territoire tchèque : au cours de ses recherches en Bohême du Nord, elle démontre, par l'analyse géologique de sédiments fluviaux, que les eaux originelles s'écoulaient dans la vallée de l'actuelle Bílina, qui, au Miocène, était caractérisée par un calme tectonique suivi d'une période de forts mouvements, une thèse encore généralement acceptée et répandue sur les mouvements géologiques du bassin tchèque. Ses études comprennent également l'analyse des changements géologiques dans la région entre la Moravie et Vah, connue sous le nom de col de Vlářský, et ses articles sur la théorie de Darwin sur la formation des récifs coralliens : Geologische Rundschau (1921), et sur le lac américain Bonneville : Zeitschrift für Gletscherkunde (1921).

En 1934, elle se diplôme enfin de l'université tchèque, non pas en géographie physique comme ses études le promettaient, mais en anthropogéographie, devenant ainsi la première diplômée dans une discipline scientifique de la période historique de l'entre-deux-guerres. Elle se soutient financièrement en publiant des articles et en travaillant comme assistante universitaire, mais son activité la plus rentable est sans doute celle de traductrice. Elle parle couramment l'anglais, l'allemand, sa langue maternelle, et d'autres langues d'Europe du Nord, mais n'apprend le tchèque que plus tard. Elle peut ainsi publier dans diverses revues étrangères, ce qui la rend plus célèbre à l'étranger que dans son propre pays. L'année de son diplôme, elle passe l'examen pour devenir professeur et est finalement nommée pour enseigner la géographie régionale jusqu'au début de la guerre. En raison de l'occupation de la Tchécoslovaquie en 1939 et de ses origines juives, Moschelesova est contrainte de quitter le pays et s'installe à Melbourne, en Australie, où elle enseigne à la faculté d'économie jusqu'en 1944 et sert dans l'armée indépendante des Indes orientales néerlandaises en tant que géographe. Alors qu'elle est bénévole pour la Croix-Rouge tchécoslovaque, basée à Melbourne, elle rencontre une autre érudite et littéraire, Greta Hortova, avec qui elle retourne en Tchécoslovaquie après la guerre.

À son retour, cependant, elle découvre que sa famille n'a pas survécu à l'Holocauste. Elle vit seule à Prague, et ce n'est qu'en 1950 qu'elle peut reprendre son rôle d'assistante au département de géographie de l'université tchèque. En raison de sa situation économique précaire, des sources rapportent qu'elle a vécu dans les chambres mansardées de l'université pendant ces années-là. En 1953, elle est finalement nommée professeur associé d'État, mais à cette époque, le parti communiste prend le pouvoir, de sorte que ses études perdent la visibilité et l'importance scientifique qu'elles méritent. Grande fumeuse, elle meurt d'un cancer à Prague le 7 janvier 1956. Première géographe tchèque, elle défia les préjugés de son époque et réussit à s'imposer dans le domaine scientifique alors que c'était encore impensable pour les femmes. Elle reste donc dans les mémoires comme une pionnière dans la sphère professionnelle et également appréciée par le mouvement féministe, aux côtés d'Eliška Vozábová, Albína Dratvová et d'autres personnalités.

Eliška Vozábová (À gauche), Albína Dratvová (À droite)

 

Traduzione inglese
Syd Stapleton

 

Julie Moschelesova was a Czech geographer, one of the first women in her country to serve as a professor in a scientific field. She was born in Prague-Nové Město on August 21, 1892 into a wealthy Jewish family, to Wilhelm Moscheles, a lawyer, and her mother, Luis Schwabacher, who was blind from birth and who entrusted her daughter's care to her uncle Felix Stone Moscheles. With him, Julie had the opportunity to explore Europe and North Africa. She studied in London but during one of her trips to Morocco she met the eminent Norwegian geologist Hans Henrik Reusch, who proposed that she, at less than twenty years of age, take on the role of secretary and translator at the Geological Institute of Oslo. In Norway, Moschelesova not only learned the Nordic languages, but launched her career as a researcher of the geomorphology of the Scandinavian peninsula. Shortly before the outbreak of World War I, Alfred Grund, visiting the Oslo Institute, recognized her great scientific talent and invited her to further her studies at the German University of Prague, where he taught as a professor of geography. In 1912 Julie graduated from the scientific secondary school in Děčín and in the fall of the same year she started attending the university, where she pursued her interests in geology, geography and meteorology. Her mentor, Grund, was killed on the Serbian front in the war, and she continued her studies guided by Professor Fritz Machatchek, an expert in geomorphology, with whom she completed her doctorate in 1916, with her thesis Die postglazialzeit in Skandinawien (The Scandinavian Postglacial Period). She volunteered as a scientific assistant starting in 1918. Some sources report that in 1916, at the time of her graduation, her name was among the nominations for the Nobel Prize.

In 1918 she published a work on Prague's climate, Klima von Prag, continuing the unfinished research of Professor František Augustin, who had studied similar issues in the Balkans. The professor and others on the university committee attempted as early as 1922 to enable her to lecture, but the proposal was rejected by representatives of the other non-geographical disciplines, and was followed by anti-Semitic student protests. So, after 4 years there, Julie left the German Faculty of Science in the same year, and accepted an assistant professor position at the Czech University, at the Institute of Geography in Albertov. In spite of her thorough preparation and relevant studies, her name only began to appear in the list of university lecturers in 1932. In her work she focused mainly on the physical geography and geomorphology of the Czech territory. During her research in Northern Bohemia, thanks to a geological analysis of river sediments, she demonstrated that the water originally flowed through the valley of today's Bílina, which during the Miocene was characterized by a tectonic calm followed by a period of strong movements, a thesis that is still widely accepted regarding the geological movements of the Czech basin. Her studies also included her analysis of the geological changes in the area between Moravia and Vah, known as the Vlářský Pass, her articles on Darwin's theory about the formation of coral reefs: Geologische Rundschau (1921), and on Bonneville Lake in the U.S.: Zeitschrift für Gletscherkunde (1921).

In 1934 she was finally graduated from the Czech University, not in physical geography as her studies promised, but in anthropogeography, thus becoming the first female graduate there in a scientific subject in the historical period between the two world wars. She supported herself economically thanks to the publication of articles and her work as an assistant professor, but her work as a translator was undoubtedly more profitable financially. She was fluent in English, German (her actual mother tongue), and other northern European languages, while she learned Czech only later in life. Thanks to this peculiarity she had the opportunity to publish in several foreign journals that made her more famous abroad than in her own country. In the year of her graduation, she took the exam to become a teacher and was finally appointed to teach regional geography until the outbreak of war. As a result of the occupation of Czechoslovakia in 1939, and given her Jewish origins, Moschelesova was forced to leave the country and settled in Melbourne, Australia, where she taught at the Faculty of Economics until 1944, and served in the independent army of the Dutch East Indies as a geographer. She also did volunteer work for the Czechoslovak Red Cross, based in Melbourne, and thus met another scholar and writer, Greta Hortova, with whom she returned to Czechoslovakia after the war.

Upon her return, however, she discovered that her family had not survived the Holocaust. In Prague, alone, she lived in hardship and only in 1950 she was able to regain her role as an assistant professor in the Department of Geography at the Czech University. Because of the precarious economic conditions, sources report that she lived in those years in the attic rooms of the same university. In 1953 she finally obtained a position as a state associate professor, but at that time the Communist Party had taken power, so her studies lost the visibility and scientific importance they would have deserved. An avid smoker, she died of cancer in Prague on January 7, 1956. First Czech geographer, she challenged the prejudices of her time and succeeded in establishing herself in the field of science when it was still unthinkable for women. She is therefore remembered as a pioneer professional and also appreciated by the feminist movement, together with Eliška Vozábová, Albína Dratvová, and other leading figures.

Eliška Vozábová (left), Albína Dratvová (right)

 

Traduzione spagnola
Anastasia Grasso

 

Julie Moschelesova fue una geógrafa checa, una de las primeras mujeres de su país en trabajar como docente en ámbito científico. Nació en Praga-Nové Město el 21 de agosto de 1892 en el seno de una familia judía acomodada, hija de Wilhelm Moscheles, abogado, y de Luise Schwabacher, su madre, ciega de nacimiento, la cual confió el cuidado de su hija a su tío Felix Stone Moscheles, con quien Julie tuvo la oportunidad de explorar Europa y el norte de África. Estudió en Londres, pero durante uno de sus viajes a Marruecos conoció al eminente geólogo noruego Hans Henrik Reusch, quien le ofreció, con menos de veinte años, que desempeñara el cargo de secretaria y traductora en el Instituto Geológico de Oslo. En Noruega, Moschelesova no sólo aprendió las lenguas nórdicas, sino que inició su carrera como investigadora de la geomorfología de la península escandinava. Poco antes del estallido de la Primera Guerra Mundial, Alfred Grund, de visita en el Instituto de Oslo, le reconoció su gran talento científico y la invitó a ampliar sus estudios en la Universidad alemana de Praga, donde era profesor de Geografía. Así, en 1912 Julie se graduó en el instituto científico de Děčín y en el otoño de ese mismo año comenzó a asistir a la universidad, donde se apasión principalmente por la geología, la geografía y la meteorología. Su mentor, Grund, cayó en el frente serbio y continuó sus estudios con el profesor Fritz Machatchek, experto en geomorfología, con quien se doctoró en 1916, defendiendo su tesis Die postglazialzeit in Skandinawien; continuó su trabajo como asistente científica, a partir de 1918 de forma gratuita. Algunas fuentes informan de que en 1916, su nombre figuraba entre las candidaturas al Premio Nobel.

En 1918 publicó una obra sobre el clima de Praga, Klima von Prag, continuando la investigación inconclusa del profesor František Augustin, que había observado problemas similares en los Balcanes.Dicho profesor y otros miembros universitarios intentaron, ya en 1922, acreditarla a dar clases, pero la propuesta fue desestimada por los representantes de las demás disciplinas no geográficas y estuvo seguida de protestas estudiantiles antisemitas. Así que Julie dejó la Facultad alemana de Ciencias ese mismo año, tras cuatro años de actividad, y aceptó un puesto de asistente en la Universidad Checa, en el Instituto de Geografía de Albert. A pesar de su minuciosa preparación y de sus relevantes estudios, su nombre no aparece en la lista de conferencias de la universidad hasta 1932. En su trabajo se centró sobre todo en la geografía física y la geomorfología del territorio checo: durante sus investigaciones en el norte de Bohemia, demostró, mediante el análisis geológico de los sedimentos fluviales, que las aguas originales discurrían por el valle del actual Bílina, que durante el Mioceno se caracterizó por una calma tectónica seguida de un periodo de fuertes movimientos, tesis sobre los movimientos geológicos de la cuenca checa que generalmente sigue siendo aceptada y difundida. Entre sus estudios destacan también el análisis de los cambios geológicos en la zona entre Moravia y Vah, conocida como el paso de Vlářský, y sus artículos sobre la teoría de Darwin sobre la formación de los arrecifes de coral: Geologische Rundschau (1921), y sobre el lago americano Bonneville: Zeitschrift für Gletscherkunde (1921).

En 1934 se licenció por fin en la Universidad checa, no en geografía física como prometían sus estudios, sino en antropogeografía, convirtiéndose así en la primera licenciada en una disciplina científica en el periodo histórico entre las dos guerras mundiales. Se mantuvo económicamente publicando artículos y trabajando como asistente universitaria, pero su actividad más rentable fue sin duda la de traductora. Dominaba el inglés, el alemán, su verdadera lengua materna, y otras lenguas del norte de Europa, mientras que solo aprendió el checo en edad más avanzada. Gracias a esta peculiaridad tuvo la oportunidad de publicar en varias revistas extranjeras, a través de las cuales se hizo más famosa en el extranjero que en su propio país. En el año de su graduación, se presentó a la acreditación para la docencia y finalmente fue nombrada para enseñar geografía regional, hasta el estallido de la guerra. Debido a la ocupación de Checoslovaquia en 1939, y a su origen judío, Moschelesova se vio obligada a abandonar el país y se instaló en Mel-bourne (Australia), donde enseñó en la Facultad de Económicas hasta 1944 y sirvió en el Ejército Independiente de las Indias Orientales Holandesas como geógrafa. Mientras trabajaba como voluntaria en la Cruz Roja checoslovaca, con sede en Melbourne, conoció a otra académica y literata, Greta Hortova, con la que regresó a Checoslovaquia después de la guerra.

A su regreso, sin embargo, descubrió que su familia no había sobrevivido al Holocausto. En Praga, vivió por su cuenta, luchando por sobrevivir, y sólo en 1950 pudo retomar su papel de asistente en el Departamento de Geografía de la Universidad Checa. Debido a su precaria situación económica, las fuentes recogen que en aquellos años vivió en las habitaciones del desván de la universidad . En 1953 fue finalmente nombrada profesora titular , pero en aquella época el Partido Comunista había tomado el poder, por lo que sus estudios perdieron la visibilidad y la importancia científica que merecían. Fumadora empedernida, murió de cáncer en Praga el 7 de enero de 1956. Primera geógrafa checa, desafió los prejuicios de su época y consiguió establecerse en el ámbito científico cuando aún era impensable para las mujeres. Por ello, es recordada como pionera en el ámbito profesional y también apreciada por el movimiento feminista, junto con Eliška Vozábová, Albína Dratvová y otras figuras destacadas.

Eliška Vozábová (izquierda), Albína Dratvová (derecha)

 

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